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Attentato a Starlink in Polonia, la pista verso il clan turco Dalton e il suo capo: mai estradato dopo l’arresto in Russia

17 October 2026 at 16:37

Il 23 settembre scorso, in Polonia, villaggio di Wola Kabroska, viene incendiata una stazione Starlink, in grado di fornire servizi internet in Ucraina. Il governo di Varsavia ritiene che sia stato l’ennesimo atto di “guerra ibrida” ispirata dalla Russia. A 24 ore di distanza, dopo aver vagliato i risultati degli accertamenti, il ministro per gli affari digitali, Krzysztof Gakowski, dichiara senza mezzi termini: “Il modus operandi è chiaramente russo”. Il 10 ottobre, in Germania, i reparti speciali tedeschi arrestano due cittadini turchi: Umit E. 38 anni, e Müslüm T., 34 anni, alla stazione di Neurtingen (Baden-Württemberg); una terza persona, che avrebbe fatto da autista secondo la ricostruzione del quotidiano tedesco Bild, è stata fermata a Berlino.

I cronisti di Der Spiegel si concentrano sulle personalità dei due arrestati, giungendo ad una conclusione: Umit e Müslüm farebbero parte della gang criminale turca Dalton. I giornalisti scrivono: “La notizia è stata confermata da fonti indipendenti di diversi paesi”. Il capo dell’organizzazione criminale, Berat Can Gokdemir, poco meno di 30 anni, in patria è ricercato per scontare una condanna a due ergastoli per omicidio plurimo, istigazione all’omicidio, rapine, aggressioni a mano armata. Nel 2024, Can Gokdemir è stato arrestato in Russia. Ankara ha chiesto a Mosca di estradarlo, ma non ha ottenuto soddisfazione. Come spesso accade, il dramma della guerra Ucraina si intreccia con avvenimenti collaterali. Dopo l’arresto dei due turchi, il ministro Siemoniak ha detto al quotidiano di Varsavia Gazeta Wyborcza: “Non abbiamo dubbi che i servizi segreti russi siano dietro questo atto di sabotaggio: e vale la pena aggiungere che i servizi segreti russi si avvalgono sempre più spesso di persone legate alla criminalità organizzata. Non si servono mai dei propri cittadini”.

A provare in modo inappellabile la connessione tra i due arrestati, l’attentato alla stazione Starlink, e la loro appartenenza alla gang turca, dovranno essere investigatori e magistrati. Certamente l’approfondimento di Der Spiegel apre uno scenario fino a questo momento inedito e riporta l’attenzione sui nuovi clan cresciuti sul Bosforo, che diversi media hanno ribattezzato: “I gangster della generazione Z”. Di questa corrente una figura apicale è quella di Berat Can Gokdemir, la cui locazione non è certa. Dopo la richiesta di estradizione da parte della Turchia, non è chiaro se Gokdemir sia rimasto in Russia. Alcuni giornalisti tedeschi che sono entrati in contatto con un “portavoce” della banda, avrebbero avuto conferma che Gokdemir si trova in Russia e da una località non specificata continua a coordinare le attività del suo gruppo che non sono concentrate solo in Turchia, ma hanno avuto una forte espansione anche in Germania – oltre Polonia e Grecia – dove si sono specializzati in estorsioni ed altri reati.

La possibile connessione tra la criminalità turca e le attività dei servizi segreti russi ha attirato l’attenzione non solo dei giornalisti tedeschi. I Verdi hanno approfondito il tema con il documento “Risultati dell’indagine del governo federale sulla cooperazione della Russia con la criminalità organizzata in Germania e in Europa” presentato il 26 marzo 2026, e Konstantin von Notz, deputato dello stesso partito e responsabile della supervisione dei servizi segreti, ha lanciato un monito riguardante i governi autoritari che utilizzano gruppi criminali per portare a termine sabotaggi.

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Crosetto: “Sbaglia Trump a limitare Starlink per Kiev. Sovranità irrinunciabile”. Mentre l’Italia dipende da Usa e Cina

17 October 2026 at 15:01

“La tecnologia è potere e la sovranità irrinunciabile”, secondo il ministro della Difesa Guido Crosetto. Peccato che l’Italia dipenda da Trump e Xi per gli investimenti e i device, con il marchio americano e cinese in settori chiave come cloud, data center, mail della pubblica amministrazione, telecomunicazioni, internet 5G. Esiste la possibilità tecnica del “kill switch”: staccare la spina, da remoto, premendo il pulsante off. Le conseguenze dell’interruttore, azionabile a distanza, si possono celare in tempi di pace, ma esplodono negli scenari di guerra. L’esempio è l’Ucraina con le limitazioni alle comunicazioni satellitari imposte da Starlink, il gigante americano di Elon Musk. Gli Usa premono off e spengono il servizio, ma l’esercito di Kiev paga un prezzo enorme mentre gioisce Putin. Lo sa bene Crosetto: “Se gli Stati Uniti privano l’Ucraina delle risorse, questo crea debolezza, allora” Mosca “crederà di poter vincere, quindi di continuerà la guerra”, ha dichiarato in un’intervista all’emittente pubblica inglese Bbc. Ecco gli effetti della dipendenza tecnologica: la difesa di un Paese alle mercé di un altro. L’opposto della “irrinunciabile sovranità” citata dal ministro durante l’interrogazione al Senato del 15 ottobre. Il giorno dopo, alla presentazione del computer quantistico Volta B1, l’esponente di Fratelli d’Italia ha posto l’Italia al bivio: una nazione che subisce, oppure in grado di “contribuire a determinare l’evoluzione e l’applicazione” delle regole su dati, intelligenza artificiale e infrastrutture. Un crocevia decisivo, perché “la tecnologia sta diventando una forma di potere”.

Il caso Starlink in Ucraina e la dipendenza dagli Usa su cloud e Difesa

Starlink ne è l’esempio. L’Ucraina, secondo Crosetto, pagherà il “grave e completo errore” compiuto dagli Stati Uniti di Donald Trump, con la decisione di limitare l’accesso ai satelliti e alle informazioni di intelligence. Una mossa “assolutamente priva di senso”, con il rischio di allontanare la pace, aumentare il numero dei morti e le sofferenze tra i civili. Offrendo l’incentivo a Mosca, perché Putin cesserà agli attacchi – prosegue Crosetto – solo quando “sarà convinto che ci sia una situazione di stallo, che non possa avanzare ulteriormente”.

Non solo l’Ucraina e i satelliti di Starlink, ma l’intera Europa dipende dagli Usa per una vastissima galassia tecnologica. Il rischio del kill switch pesa anche sul settore Difesa, secondo il noto rapporto “Cloud Defense: An Exposed European flank”, pubblicato lo scorso aprile. Il documento cita l’Italia nell’elenco dei Paesi a rischio medio, insieme a Francia e Spagna, mentre gran parte dell’Europa è ad alto rischio. La Francia ha appena imboccato la lunga e toruosa via dell’autonomia tecnologica, già tracciata dall’Austria. L’Italia, invece, “ha trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (Psn)“, con “tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy”, si legge nel rapporto. Ministeri e Pubbliche amministrazioni custodiscono le informazioni nel ricettacolo del Psn. Un “contenitore” strategico, con servizi gestiti “in partnership con Google, Microsoft Azure, AWS e Oracle“. Big tech al gran completo. Eppure, Il Polo strategico nazionale doveva essere la soluzione “sovrana” per il cloud nazionale, in primis per escludere la minaccia del kill switch. Il documento sulla “Strategia cloud”, firmato nel 2021 da palazzo Chigi e dall’Agenzia nazionale per la cybersecurity, mette in guardia dai rischi di affidarsi ad aziende con sede fuori dai confini Ue. I pericoli? “Modifiche unilaterali delle condizioni dei servizi forniti, che potrebbero determinare variazioni significative degli stessi (dall’aumento dei costi di erogazione all’interruzione del servizio), in ragione di intenti potenzialmente non controllabili dal Paese”.

Mail, data center per l’IA, pubbliche amministrazioni: dominio Big Tech

Non solo sul cloud. Il gioco statunitense pesa sulla posta elettronica e sui nuovi data center per alimentare l’Intelligenza artificiale, in Italia e nel Vecchio Continente. Le caselle di posta per inviare e ricevere mail, in quasi tutte le pubbliche amministrazioni sono made in Usa, amministrate da Amazon, Google e Microsoft. Non solo Stati e governi, anche le aziende strategiche dipendono sovente dai servizi a stelle e strisce. In Italia il 69% delle aziende quotate in borsa si affida agli americani per le mail, secondo il rapporto pubblicato a luglio 2025 da Proton, l’azienda svizzera specializzata nella privacy digitale. Il documento cita le banche italiane, “uno dei settori più dipendenti (73%)”, al contrario dell’ Europa, dove è “uno dei meno dipendenti dai provider statunitensi”.

E le “nuove cattedrali” dei data center, il “motore” dell’Intelligenza artificiale? In Italia la dipendenza dagli Usa è conclamata: circa la metà degli investimenti sarà di Amazon, Google e Microsoft, secondo le stime dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, dal 2026 al 2028. La fetta dei capitali italiani? Meno della metà, perché anche le aziende europee mangiano un pezzo della torta. Gli americani non controllano solo gli edifici dei data center, ma soprattutto i server, le tecnologie e i servizi all’interno delle “cattedrali”, con un dominio lampante.

Staccare la spina e l’accesso ai dati: i rischi e i precedenti delle sanzioni Usa

Cosa accadrebbe se un’organizzazione italiana fosse sanzionata dagli Usa? Un’azienda a stelle strisce, a termine di legge, deve spegnere il servizio. Può bastare un ordine esecutivo del governo, come accaduto al collettivo di attivisti per la privacy digitale Autistici Inventati, obbligandolo (di fatto) a chiudere i battenti. Washington ha già sanzionato organizzazioni e individui europei: come Thierry Breton, l’ex commissario Ue che aveva esortato Big Tech al rispetto delle regole del Vecchio Continente. Oppure quattro magistrati della Corte penale internazionale (Cpi), per aver sostenuto indagini sull’esercito statunitense in Afghanistan e il mandato d’arresto per Benjamin Netanyahu. A Karim Khan, giudice della Cpi, è stata disattivata la mail di Microsoft. Oltre alle sanzioni, incombe il cloud act: il governo Usa può accedere ai dati sui server delle aziende americane in ogni parte del mondo, in virtù di un mandato giudiziario.

L’Italia dipende anche dalla Cina. E Starlink è sugli appennini con il 5g

La tecnologia italiana dipende dagli Stati Uniti, ma anche dalla Cina giunge il pericolo Kill switch. Pechino ha conquistato una grossa fetta di mercato nel settore delle telecomunicazioni. Strumenti made in China sono molto diffusi nelle pubbliche amministrazioni, con router per la connessione WiFi, dispositivi di rete, componenti per server e data center. Buona parte delle telecamere di videosorveglianza, gestite da Comuni e Regioni, giungono dal paese del Dragone. Device di Pechino sono importanti anche per le nuove reti 5g, a banda larga e senza fili. In questo campo, anche Starlink gioca un ruolo. Guido Crosetto ha confermato a ilfattoquotidiano.it l’accantonamento del progetto per la Difesa da 1,5 miliardi. Ma il gigante di Elon Musk ha stretto un accordo con Fastweb-Vodafone per portare internet veloce nelle aree rurali d’Italia, con una una sperimentazione sugli Appennini centrali. Se la tecnologia è potere, come dice Crosetto, siamo sicuri che l’Italia sia una nazione sovrana?

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Proteste in Francia, a Lione saccheggiato e dato alle fiamme l’ufficio del turismo. Il video dell’assalto

17 October 2026 at 14:24

Una filiale dell’ufficio del turismo di Lione è stata saccheggiata e incendiata oggi a margine della mobilitazione contro il carovita. L’incendio doloso – riporta l’Afp – è avvenuto su un lato di Place Bellecour, dove gruppi di giovani incappucciati hanno lanciato oggetti e fuochi d’artificio contro le forze dell’ordine, che hanno replicato facendo uso di un idrante, di gas lacrimogeni e granate stordenti. “Le forze dell’ordine stanno mettendo in atto manovre per disperdere i gruppi violenti”, mentre ai vigili del fuoco viene impedito di raggiungere l’incendio nella sede dell’ufficio del turismo, ha precisato la prefettura del Rodano.

Video X/Charlotte Rocher

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I coloni israeliani assaltano i diplomatici Ue: mascherati e armati di bastoni, lanciano pietre contro le auto

17 October 2026 at 14:15

Coloni israeliani hanno attaccato un gruppo che comprende anche diplomatici europei che si trovavano nei pressi del villaggio palestinese di Taybeh, vicino a Ramallah, per la raccolta delle olive. Sul posto erano presenti diplomatici belgi, polacchi e francesi, tra cui il console francese a Gerusalemme secondo quanto riportato dagli attivisti sul campo e dalla radio militare. I coloni mascherati e muniti di bastoni hanno lanciato pietre contro i veicoli diplomatici e minacciato i diplomatici.

Immagini e testimonianze indicano che una decina di coloni israeliani con il volto coperto sono arrivati nella zona a bordo di quad, hanno circondato il convoglio, minacciando il gruppo chiedendo i documenti d’identità e hanno poi infranto a sassate il finestrino dell’auto del consolato belga. Secondo quanto riportato da Haaretz, tra le persone aggredite vi è anche Bernard Baudoux, 70enne sindaco della città francese Aulnoye-Aymeries. In un video il primo cittadino è ripreso a terra appoggiato a una vettura.

Secondo quanto ricostruisce su X il corrispondente militare della radio israeliana Galei Tzahal, Doron Kadosh, l’attacco è iniziato alle 13.29, quando sono stati ripresi i primi aggressori mentre si avvicinavano ai veicoli diplomatici. Alle 13.31 uno degli attivisti che accompagnavano i diplomatici ha inviato un messaggio alla sala operativa militare della Brigata Binyamin, comunicando la posizione e trasmettendo le immagini dell’accaduto. “Sono passate tre ore e fino a questo momento nessuna unità dell’esercito o della polizia ha raggiunto i diplomatici per raccogliere testimonianze o prove”, ha denunciato Kadosh, aggiungendo che i diplomatici hanno lasciato il villaggio quando hanno capito che nessuno sarebbe arrivato ad aiutarli. “Tre ore e nessun esercito”, ha sottolineato.

Nei giorni scorsi i coloni israeliani hanno continuato ad attaccare diversi villaggi palestinesi in Cisgiordania, incendiando auto e alberi e picchiando i residenti. Tra le persone ferite vi è anche la reporter e fotografa del Washington Post Heidi Levine: la donna è stata sottoposta a un intervento chirurgico a un dito, rimasto quasi completamente staccato dalla mano in seguito a all’aggressione. A riferirlo è stata sua figlia, come riporta il Times of Israel. Ashley Milner ha dichiarato all’Associated Press che il dito della mano sinistra della madre presentava un taglio profondo fino all’osso, con un tendine visibile. Ha aggiunto che Levine ha riportato anche la frattura di una costola e di diverse vertebre, oltre a numerose lacerazioni su tutto il corpo.

Notizia in aggiornamento

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Migliaia di persone in corteo a Marsiglia: cassonetti bruciati e lancio di petardi

17 October 2026 at 14:08

Migliaia di manifestanti si sono radunati nel centro di Marsiglia, bloccando il traffico e dando fuoco ai cassonetti dei rifiuti durante la giornata nazionale di proteste contro l’aumento del costo della vita. La folla, composta da attivisti dei Gilet Gialli, studenti e altri manifestanti, sventola bandiere francesi e accende razzi di segnalazione in vista di una manifestazione più imponente prevista nel corso della giornata.

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Le tende in piazza per l’emergenza casa infiammano anche il Portogallo: “Dov’è la casa del premier?”

17 October 2026 at 13:43

Nao consigues pagar a tua renda? Traz a tua tenda: “Non riesci a pagare l’affitto? Porta la tua tenda”. Come spesso accade nel Portogallo di un genio della letteratura come Fernando Pessoa, anche nelle lotte sociali il richiamo della poesia è fortissimo. Lo striscione simbolo della protesta che dalla fine della scorsa settimana ha trasformato la centralissima Praça D.Joao I° di Porto in un camping urbano, dopo gli scontri con la polizia avvenuti nella notte tra mercoledì e giovedì, è stato sostituito da quello più amaro A violéncia è o ùnico argumento da ignorància (e qui la traduzione è inutile). Il movimento di lotta per la casa, esploso nelle piazze di Madrid, alla fine è arrivato anche nel vicino Portogallo, dove negli ultimi quindici anni il mercato immobiliare ha avuto un’impennata clamorosa: Lisbona e Porto come Londra e Milano, siamo a questi livelli.

Il cuore della protesta è Porto, dove sono in corso maxi-lavori per l’ampliamento della rete metropolitana e dove nell’ultimo decennio è esploso il turismo. La piazza è stata occupata in modo progressivo. Ai giovani, si sono aggiunte persone di mezz’età e anziani. Il problema degli alloggi è trasversale. Unisce tutta quella fascia di popolazione che non possiede una casa. Il contrasto con i “proprietari”, che hanno spesso ereditato abitazioni anche in rovina e sono diventati improvvisamente ricchi, è notevole. Non c’è da sorprendersi se il premier Luìs Montenegro, capo del governo conservatore, ha liquidato la questione accusando i protestanti di essere “egoisti” perché turbano pace e quiete pubblica. Facile per lui pontificare: possiede una casa a Espinho, tre a Bragança e altre cinquanta sparse nell’impero immobiliare dell’azienda di famiglia.

Le parole più dure sono però state espresse dal sindaco di Porto, Pedro Duarte, anche lui esponente del partito socialdemocratico al governo. Il suo richiamo all’ordine e allo sgombero della piazza ha preceduto l’intervento della polizia, scattato tra il 14 e il 15 ottobre, in piena notte, quando ormai non erano più presenti giornalisti e televisioni. Gli agenti hanno usato le maniere forti. Gli scontri hanno provocato il ferimento di 37 persone, 2 delle quali in modo grave. La protesta non si è fermata. Giovedì sera, sono tornate le tende, ma qualche ora dopo c’è stato l’autoscioglimento perché è circolata la voce dell’infiltrazione di militanti dell’estrema destra. Un ritiro temporaneo. Venerdì notte la piazza è stata nuovamente occupata, i toni della protesta sono diventati più forti e nelle tv si è dato spazio a chi minacciava “dobbiamo trovare la casa di Montenegro”.

Il movimento raggiungerà oggi Lisbona, con un corteo che partirà da Cais do Sodré, vicino al fiume Tago e raggiungerà Praça Rossìo, cuore della capitale, dove il sindaco Pedro Moedas, anche lui del PSD, ha annunciato il ritiro dei monopattini elettrici condivisi per ragioni di sicurezza. Un altro sit-in è in programma a Coimbra, città universitaria, dove la crisi delle abitazioni colpisce soprattutto gli studenti. Le manifestazioni sono state organizzate dalla CGTP (Confederazione Generale dei Lavoratori Portoghesi) contro il “brutale aumento” dei prezzi di case, carburante e beni di prima necessità. A Faro, in Algarve, regione turistica dove i prezzi hanno raggiunto livelli elevatissimi, in solidarietà con “le tende di Porto” si svolgerà un raduno presso la Rotonda do Fórum, organizzato da diversi movimenti e collettivi.

In Portogallo la situazione esplosiva degli alloggi è stata prodotta da tre fattori: aumento della popolazione grazie anche al contributo degli immigrati delle ex colonie (Brasile e Angola in particolare), alterazione del mercato prodotta dai pensionati sbarcati nel paese per approfittare delle agevolazioni fiscali e carenza strutturale dell’edilizia popolare. L’affitto di un monolocale a Porto e Lisbona costa come uno stipendio. I giovani sono tagliati fuori e sono costretti a restare in famiglia. I lavoratori con i salari più bassi abbandonano i grandi centri urbani e cercano un tetto in aree rurali, lontane da uffici e fabbriche. Il movimento non ha ancora espresso un leader. Lo slogan è “oggi parlano alcuni, domani parlano altri”. Sono stati finora respinte affiliazioni politiche: “La lotta per un alloggio dignitoso è trasversale e attraversa tutta la nostra società”.

E’ stata aperta un’inchiesta sugli scontri di Porto, ma la linea dura ha raccolto i consensi anche del partito populista di estrema destra Chega. “L’intervento delle forze dell’ordine è stato corretto – il commento del deputato Pedro Pinto -. Il Portogallo non è un paese di tende in strada”. Il governo si appella alla legge che vieta le proteste pubbliche dopo le 0.30, ma gli attivisti replicano citando l’articolo 45 della Costituzione, nel quale si esprime il diritto alla manifestazione. Una posizione, questa, sostenuta dal presidente della Repubblica, il socialista Antonio José Seguro: “Difendo il diritto di manifestare, ma nel rispetto della legge”.

La protesta per la casa potrebbe travolgere l’intero Portogallo e non vanno sottovalutate le sue potenzialità. E’ la tesi del sociologo Fernando Bessa Ribeiro, professore dell’Università del Minho: “Con la questione degli alloggi, nel nostro paese siamo in uno stato di emergenza. La situazione potrebbe diventare esplosiva. Il governo farebbe bene a non sottovalutarla perché potrebbe sfuggire di mano. Dopo decenni di resistenza passiva, in Portogallo stiamo assistendo a una forma di protesta proattiva. C’è un risveglio di partecipazione e di coscienza civile. Non sappiamo dove possa portare”.

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Proteste in Francia, il video degli scontri in place de la République: lacrimogeni sui manifestanti

17 October 2026 at 13:20

Tensioni e lacrimogeni in Place de la République a Parigi prima dell’inizio del corteo in programma per oggi a partire dalle 14 circa. Un paio d’ore prima dell’avvio della manifestazione erano già diverse centinaia le persone radunate. Secondo quanto riporta Le Parisien, alcuni gruppi di manifestanti hanno lanciato oggetti sugli agenti e la polizia ha risposto con l’uso di gas lacrimogeni e granate stordenti.

Video X/Geocrisis FR

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Proteste in Francia, l’assalto a un negozio di telefonia a Marsiglia: i manifestanti esultano – Video

17 October 2026 at 12:52

Un posto di polizia municipale e un negozio di telefonia sono stati presi d’assalto durante le dimostrazioni in corso a Marsiglia nella nuova giornata di mobilitazione in Francia. “Sono state infrante le finestre e lanciati fumogeni all’interno. Un tentativo di incendio doloso è stato sventato. Non si segnalano feriti”, riferisce Bfmtv citando fonti dalla prefettura di Marsiglia.

Secondo quanto riferisce Le Parisien i primi incidenti a Marsiglia si sono verificati già nella tarda mattina in via La Canebière e nelle vie circostanti, con cassonetti della spazzatura incendiati e vetrine dei negozi infrante. Un negozio di Sfr, il secondo operatore di telecomunicazione in Francia è stato tra quelli presi di mira. Il principale raduno dei manifestanti è previsto per le 14:00 al Porto Vecchio.

Video X/Maes

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600 soldati Usa a Panama: Washington prova a smentire il NYT, poi conferma l’operazione. Le proteste: “Incostituzionale”

17 October 2026 at 08:56

Panama riceverà circa 600 soldati Usa, appartenenti alla 10th Mountain division, per esercitazioni nella foresta del Paese centramericano, in particolare nella base aeronautica “Cristobal Colón“. È previsto l’addestramento congiunto con le forze locali nell’ottica di una “presenza militare continua e duratura”, che si estende anche ad altri Paesi della regione, tra cui Colombia e Honduras, presto teatro di operazioni, secondo quanto rivelato da fonti del Dipartimento della Guerra Usa al New York Times. La presenza dei soldati sarà anche a rotazione, al fine di aggirare limiti costituzionali e vincoli di sovranità negli Stati interessanti.

Immediata la reazione dell’ambasciata statunitense a Panama, che ha provato a smentire la notizia definendola “categoricamente falsa” e “sensazionalista”. Dichiarazioni riprese dal ministero panamense della Sicurezza, che ridimensiona la presenza militare Usa a 128 unità. Il dibattito sull’ingerenza di Washington si espande comunque nel Paese centramericano, ancora in ginocchio dopo il terremoto di magnitudo 7,6 che lo scorso 9 ottobre ha colpito il Paese. “Qualsiasi accordo o intesa che apra le porte a truppe o personale militare straniero per operare nella nostra regione è incostituzionale e viola lo Spirito dei trattati Torrijos-Carter”, osserva Miguel Antonio Bernal, docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Panama, in riferimento agli accordi che nel 1977 hanno posto fine alla presenza militare Usa nella cosiddetta “Zona del Canal”.

Ma i piani statunitensi vanno ben oltre Panama e prevedono l’attivazione di un centro di operazioni a Miami, dedicato all’emisfero occidentale, al quale verranno assegnati altri contingenti sotto la guida del maggiore generale Kevin Jarrard. Il tentativo del Dipartimento della Guerra è quello di “restaurare il predominio militare americano” nel cortile di casa, “dopo decenni di abbandono”, come si legge nel documento del Pentagono dedicato alla National Defense Strategy. A riguardo, gli Usa hanno anche avviato il trasferimento della flotta di droni MQ-9 Reaper – all’avanguardia nell’ambito dei sistemi letali automatizzati – dal Sahel al Corno d’Africa fino al Sudamerica. All’emisfero sono stati inoltre assegnati 52 milioni di dollari in precedenza destinati a Paesi dell’Est Europa e del Nordafrica, lasciando scoperti Stati come Montenegro, Slovacchia e Tunisia. I nuovi destinatari, in particolar modo Colombia, Ecuador, Panama e Perù, sono vincolati all’acquisto di armi e tecnologia presso fornitori approvati dal Dipartimento di Stato, quali Boeing, General Atomics e Lockheed Martin.

L’insieme delle operazioni rientra nell’ambito della Joint Task Force Western Hemisphere, lanciata dagli Usa a inizio agosto con la finalità di “localizzare, accerchiare e distruggere” i cartelli e la filiera del narcotraffico nella regione. “Non riesco a ricordare un singolo trasferimento di truppe statunitensi nella regione che si avvicini alle seicento unità, eccezion fatta per invasioni o disastri naturali”, ha commentato Adam Isacson, del Washington office on Latin America (Wola). Tali movimenti, secondo esperti come Richard Hass, presidente emerito del Council on Foreign relations, confermano la transizione “da un’era di governance globale guidata dagli Stati Uniti a un mondo plasmato dalla regionalizzazione, dove le grandi potenze cercano di isolare (i concorrenti, ndr) e dettare condizioni dentro le proprie e immediate sfere d’influenza”. Un riassetto, o equilibrio di potenze, che dall’altra parte vede Cina e Russia, con le quali l’amministrazione di Donald Trump ha più volte cercato intese e compromessi, tra cui il recente accordo con Mosca in materia di gasolio.

Di qui la scelta di Panama – Paese conteso dalla Cina, in passato incluso nella Nuova via della Seta – come primo approdo. Forte della sua posizione geografica, il Paese fa da nodo logistico e checkpoint dell’emisfero e ospita basi e centri d’addestramento militare costruiti da Washington prima del 1977. Il pacchetto prevede anche il riallineamento ideologico del continente, che risulta quasi compiuto, eccezion fatta per Brasile (dove si deciderà tutto al secondo turno delle elezioni, domenica 25 ottobre), Messico, Cuba e Nicaragua. Marco Rubio, segretario di Stato Usa, ne parla senza mezzi termini, e con tono celebrativo dice a Trump: “Praticamente tutte le elezioni che si sono svolte nell’emisfero occidentale da quando lei è stato eletto presidente hanno portato alla vittoria di qualcuno favorevole agli Stati Uniti. E credo che questa sia una situazione straordinaria”.

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Trump sospende le sanzioni alla Russia per abbassare il prezzo del diesel negli Usa, Mosca esulta: “Momento storico”. Zelensky: “Se cadiamo, altri 20 milioni di profughi in Ue”

17 October 2026 at 08:29

Pochi giorni prima della loro entrata in vigore, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha congelato con un ordine esecutivo un massiccio pacchetto di sanzioni e dazi contro la Russia. La misura, formalizzata avvalendosi di una clausola di deroga legata all’interesse nazionale, disinnesca le penalità previste dal “Lindsey Graham Act” per tutelare il mercato interno dei carburanti in vista delle imminenti elezioni di midterm del 3 novembre. Una decisione che riscrive gli equilibri geopolitici e commerciali del conflitto ucraino, innescando immediate reazioni a Washington, a Kiev e a Mosca.

Kirill Dmitriev, inviato presidenziale russo e negoziatore, ha affidato a Telegram la posizione ufficiale del Cremlino: “La sospensione del Graham Act da parte dell’amministrazione del presidente Trump segna un momento importante e davvero storico. Al posto di sanzioni e confronto, abbiamo dialogo, una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e una responsabilità condivisa”.

La legge sospesa, approvata dal Congresso con sostegno bipartisan e firmata dallo stesso Trump il mese scorso, è intitolata a Lindsey Graham, il senatore repubblicano scomparso a luglio pochi giorni dopo essere rientrato da Kiev. Il provvedimento avrebbe consentito a Washington di imporre dazi fino al 100% sulle merci importate dai cinque maggiori Paesi acquirenti di petrolio greggio o gas russo, sanzionando inoltre funzionari di Mosca, istituti bancari e la cosiddetta “flotta ombra” di petroliere utilizzata per aggirare i divieti occidentali. Nell’ordine esecutivo, Trump ha richiamato la Sezione 115 della normativa per bloccare l’applicazione di queste misure. “Ho trasmesso al Congresso la certificazione sulla concessione di tale deroga, in questo momento, è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”, si legge nel documento pubblicato sul sito della Casa Bianca. Il provvedimento esenta dai dazi le merci russe a tempo indeterminato, sebbene Trump abbia precisato che le sanzioni preesistenti, varate con precedenti ordini esecutivi, rimangono in vigore.

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Scontri di piazza in Argentina durante la marcia delle università: 31 arresti, oltre 500 persone colpite dalla repressione. Il governo: “Paghino gli organizzatori”

17 October 2026 at 08:29

Ottobre caldo anche a Buenos Aires: gli scontri di giovedì davanti al Congresso hanno causato 31 arresti, 8 agenti feriti e 550 persone colpite dall’uso massiccio di camion idranti, gas lacrimogeno e proiettili di gomma da parte delle Forze dell’ordine. Aggrediti diversi giornalisti, tra cui Laura Quispe (Te1esisa) e Guido Piotrkowski, entrambi feriti da proiettili di gomma, e Carla Ricciotti (LN+) e Charly Sjödin (C5N), colpiti da soggetti incappucciati. Gli scontri si sono verificati a margine della Quinta marcha federal degli atenei pubblici argentini a cui hanno partecipato 100mila manifestanti che, sotto una pioggia torrenziale, esigevano l’applicazione della Legge sul finanziamento universitario, cioè l’adeguamento automatico dei fondi in base all’inflazione, bloccata dall’austerity del governo di Javier Milei.

Le ragioni della “marcha”

I manifestanti – convocati dal Consejo interuniversitario nacional, Federación universitaria argentina e Frente sindacal de universidades nacionales – chiedevano anche aumenti di stipendio del 32% per compensare la perdita di potere d’acquisto, la modifica dell’esiguo bilancio universitario (meno di 5 milioni di dollari per tutto il Paese) e l’abrogazione del Decreto 70/23 in materia di deregulation, che ha fatto lievitare i costi di trasporti e affitti per studenti fuorisede.

Inflazione, disoccupazione e povertà in crescita

Dietro la protesta degli universitari si cela però un malessere più ampio. Secondo Paola Zuban, analista e direttrice della società di consulenza Zuban Córdoba, il Paese manifesta anche contro “la perdita di potere d’acquisto, l’inflazione – che resta un problema molto pressante, ancora oggi –, la disoccupazione o la paura stessa di perdere il lavoro, oltre all’indebitamento delle famiglie”. Pesano anche i dati sulla povertà urbana, che a fine settembre ha raggiunto il 32,3% della popolazione residente nelle città: +4,1 punti percentuali rispetto alla seconda metà del 2025, secondo l’Instituto nacional de estadística y censos. La peggior parte la subiscono i bambini (fascia 0-14), dove il tasso di povertà è di 44,5%. Preoccupa anche l’indigenza minorile, che risulta del 10,8%.

Il dibattito sui violenti

Secondo diverse ricostruzione, gli scontri sarebbero stati provocati da una trentina di persone dal volto coperto, tuttora ignote agli organizzatori. Immediata – e altrettanto sproporzionata – la risposta delle Forze dell’ordine. “È chiaro che si è trattato di un’operazione montata da piccoli gruppi estranei al movimento studentesco – spiega a ilFattoQuotidiano.it Piero Ghezzi, rappresentante del Consiglio interuniversitario nazionale –. Volevano delegittimare una manifestazione storica, pacifica e democratica in difesa dell’Istruzione pubblica”. Condanne anche dal rettore dell’Università di Buenos Aires, Emiliano Yacobitti: “Chiediamo alla Giustizia di identificare e punire i responsabili dei disordini, che non hanno nulla a che fare con la comunità universitaria”. Tuttavia, il governo centrale nega la presenza di infiltrati. “Coloro che hanno attaccato il parlamento e la polizia sono criminali e delinquenti. La violenza non è un diritto. E la giustizia agirà con fermezza”, è la minaccia della segretaria alla Sicurezza argentina Alejandra Monteoliva.

Criminalizzare chi protesta

A sua volta, il governo della Ciudad de Buenos Aires parla di 60mila dollari americani in danni, che vorrebbe imputare agli organizzatori. L’intento, secondo fonti consultate da ilFatto.it, è quello di indebolire le sigle sindacali e dissuadere future manifestazioni. Quanto ai 31 detenuti: si ipotizzano reati come “resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento aggravato”.

Il tutto sulla base del Protocollo anti-picchetti (risoluzione 943/2023), che viete “impedimenti al transito di persone e mezzi” e attribuisce “i costi di eventuali operativi” dispiegati agli organizzatori stessi delle manifestazioni, tenuti ad affrontare spese relative al “risarcimento danni”.

Scontro tra poteri

Ma le università non fanno un passo indietro. Nel giorno successivo alla marcia si registrano occupazioni e assemblee in diversi atenei del Paese – intenti a stendere un calendario di future manifestazioni – oltre agli scioperi, già programmati, nell’Università di Buenos Aires, dove le Facoltà di Scienze economiche, Odontologia e altre si fermeranno a turni, dal 19 al 22 ottobre, in protesta contro la stretta di Milei.

Lo scontro però non si limita alla piazza, ma si consuma tra i poteri dello Stato: il giudice federale Martín Cormick aveva imposto una multa giornaliera di 100mila pesos argentini a Diego Santilli, capo gabinetto di Milei, per l’inadempimento di un provvedimento d’urgenza legato all’applicazione della Legge di finanziamento universitario in materia di adeguamento salariale. La misura è stata sospesa in seguito dal Terza sala della Camera nazionale d’appello per il Contenzioso amministrativo federale, previo ricorso introdotto dai legali del Ministero del Capitale umano.

E mentre la protesta dilagava, Milei era negli Usa, ben lontano dall’Argentina, come già accaduto di fronte all’esplodere di altri dossier, tra cui i casi Libra$ e Adorni. Questa volta era alla Camera di commercio statunitense, dove ha ricevuto il riconoscimento “Campione della libera impresa” dopo aver difeso a spada tratta le proprie ricette economiche. “Le società non si suicidano – ha detto, sicuro della sua rielezione nel 2027 –. Inoltre, con i risultati che stiamo mostrando, confido che l’anno prossimo gli argentini potremmo validare nelle urne questo modello”.

L'articolo Scontri di piazza in Argentina durante la marcia delle università: 31 arresti, oltre 500 persone colpite dalla repressione. Il governo: “Paghino gli organizzatori” proviene da Il Fatto Quotidiano.

La Francia torna in piazza contro il caro vita: oltre 500 blocchi e asse Gilet Gialli-studenti. Governo: “Ci aspettiamo disordini”

17 October 2026 at 08:28

Sul sito 17octobregiletjaune.net una mappa raccoglie tutte le azioni previste oggi in Francia per la giornata di mobilitazione contro il caro vita: “Gilet gialli, Generazione Z, Indignati, agricoltori, vigili del fuoco, operai, insegnanti, operatori sanitari, militanti ecologisti, pensionati – si legge sul sito -: sabato 17 ottobre, ovunque, le nostre lotte si organizzano, le nostre rivendicazioni si esprimono e la nostra solidarietà si rafforza”. Sul sito figurano più di 500 azioni, cortei, blocchi di autostrade, rotonde, depositi di carburante, stazioni di servizio. Ma le autorità si aspettano anche a centinaia di raduni e manifestazioni spontanei. Alcuni appelli sono stati lanciati da alcune figure storiche dei Gilet gialli, come Jérôme Rodrigues e Éric Drouet, protagonisti del movimento contro l’aumento delle tasse sui carburanti del 2018 e 2019. Attorno alla mobilitazione si ritrovano anche sindacati, militanti della sinistra radicale e poi ci saranno gli studenti, che da metà settembre protestano per rivendicare condizioni di studio più degne e uguali per tutti.

L’appello è nato sui social in sordina e si è intensificato nelle ultime settimane trainato proprio dai blocchi dei licei, a cui si sono aggiunte le università. I motivi per unirsi sono diversi, l’invito è a far convergere i malcontenti diversi. Difficile prevedere quale sarà la portata reale della protesta. Gli studenti in ogni caso ci saranno. Dalla riunione di oggi con il ministro dell’Educazione, Edouard Geffray, non è emerso nulla di concreto. L’Unione sindacale dei liceali ha pure annunciato che boicotterà la prossima riunione già fissata per lunedì 19. Il governo insiste che la mobilitazione è in calo, ma anche oggi numerosi licei erano bloccati. È rimasta chiusa anche l’HEC, la prestigiosa Scuola di studi commerciali di Parigi.

Al liceo Paul-Éluard di Saint-Denis, che è stato tra i primi a mobilitarsi un mese fa, insegnanti e studenti hanno denunciato la “violenza” con cui alcuni poliziotti in borghese sono intervenuti per fermare uno studente. Secondo le prime ricostruzioni, gli agenti sono stati circondati da una cinquantina di persone, tra insegnanti e personale scolastico, che cercavano di impedire loro di portare via il ragazzo. I poliziotti alla fine lo hanno lasciato andare.

Dall’inizio del movimento, 36 inchieste interne sono state aperte dall’Ispettorato di polizia. I metodi utilizzati dalle forze dell’ordine contro i ragazzi sono sotto accusa da settimane. A questo proposito, è diventata virale sui social, una foto – che in realtà è un foto montaggio – una foto della Pantera rosa che fugge dai cannoni ad acqua. Contro i black bloc il ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, ha autorizzato l’uso di tutte le controverse armi non letali, dette intermedie, utilizzate dalle forze dell’ordine, comprese e pistole LBD che sparano proiettili di gomma, e le pistole a impulsi elettrici taser, e anche le granate stordenti, il cui uso era stato sospeso in via precauzionale durante le proteste dei liceali, dopo che a Lens un quindicenne aveva perso una mano in seguito all’esplosione di uno di questi ordigno. Il via libera alle armi intermedie riapre il dibattito sulla gestione delle manifestazioni e sulla proporzionalità degli interventi delle forze dell’ordine.

A Parigi le organizzazioni sindacali dei giovani si uniscono alla protesta dei gilet gialli. Nella capitale si attendono due cortei, accanto ai gilet gialli ci sarà sicuramente la Cgt. “Il governo deve prendere i soldi dove ci sono”, ha detto la segretaria generale del sindacato, Sophie Binet, chiedendo che il peso delle misure economiche previste dalla nuova legge di Bilancio per il 2027 non ricadano solo sui lavoratori e sui pensionati. In strada ci sono anche i militanti di La France Insoumise, che sostengono sin dall’inizio le rivendicazioni degli studenti. Contro Jean-Luc Mélenchon si è scagliato Jordan Bardella, presidente del Rassemblement national, che ha accusato il leader LFI di strumentalizzare la manifestazione, “un’occasione per la Francia del caos – ha detto – di riunirsi dietro Mélenchon”.

Anche Nuñez punta il dito contro la sinistra radicale. Il ministro si aspetta “disordini, in particolare nei cortei parigini e nelle grandi città, che i movimento di estrema sinistra cercheranno probabilmente di far degenerare con le consuete azioni di aggressione alle forze dell’ordine e tentativi di violenze lungo i percorsi”, ha riferito alla stampa francese una fonte vicina al ministro dell’Interno. Le azioni di blocco su arterie stradali strategiche e su infrastrutture di grande rilevanza “non saranno tollerate”.

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Il nonno di Merz era nazista? Il cancelliere si trova in un’imbarazzante posizione

17 October 2026 at 05:22

Dal 6 maggio 2025 Merz è cancelliere della Repubblica Federale Tedesca: “Raramente le aspettative nei confronti di un cancelliere tedesco sono state tanto alte quanto quelle che ruotano attorno al presidente della Cdu, Friedrich Merz”, ha scritto Mariam Lau, nelle primissime righe del suo interessante saggio La Germania di Merz (pubblicato in Italia da posteditori, 2025). Peccato che Merz non abbia avuto la fortuna di Angela Merkel, e forse nemmeno il suo talento politico. Ha infatti ereditato una Germania diventata “malato d’Europa” senza riuscire a guarirla. Una Germania in profonda crisi economica ma ancor di più politica: ormai il suo governo si regge su precari equilibri parlamentari, minati sempre più dall’avanzata di Alternativa per la Germania (Afd) che ha trionfato nelle elezioni locali e soprattutto nei sondaggi, cavalcando populismo e identitarismi, sull’onda di uno slogan che ha contagiato le destre europee, “remigrazione”. Cacciare gli stranieri indesiderati costerebbe alla Germania quattro punti di Pil, secondo l’Istituto Leibniz per la ricerca economica di Halle (Iwh). Una follìa, per Merz, “il termine remigrazione non è altro che una forma di pulizia etnica basata sull’origine e il colore della pelle”. Tono duro, ma posizione debole, quella del cancelliere che vorrebbe rifondare il centrodestra tedesco e ridefinire la rotta in Europa, in una sorta di campo largo del conservatorismo democratico.

Nell’era dell’incertezza aggravata dalla complessa situazione geopolitica internazionale, Merz si aggrappa alla clausola non scritta del Brandmauer (sorta di cordone sanitario mantenuto dai partiti principali che rifiutano alleanze con l’Afd) per governare la Germania, ma all’interno del suo stesso partito ci sono segnali contraddittori, ed inquietanti. Insomma, il trono vacilla.

E riemergono vecchie ambiguità. In una Germania dove la memoria sbiadisce e i conti col passato tardano a definirsi, avere avuto un nonno nazista pone Merz in un’imbarazzante posizione, un’arma che gli oppositori, esterni ma soprattutto interni possono impugnare contro di lui. Mariam Lau gli dedica il primo capitolo del suo saggio, “All’ombra della guerra”. Nata a Teheran ma cresciuta a Berlino, Mariam Lau è una nota giornalista che lavora alla Die Zeit, ed è tra i massimi esperti di Afd, Cdu, dell’area conservatrice, delle politiche migratorie, una delle voci più autorevoli nell’analisi delle trasformazioni della destra tedesca ed europea. Tutto nasce nel gennaio del 2004, quando Merz, allora parlamentare e vicecapogruppo della Cdu al Bundestag, partecipa ad un meeting elettorale nella sua cittadina natale, a Brilon, nel Sauerland, che dal 1999 è amministrata dai socialdemocratici: “E’ tempo di prendere d’assalto il municipio rosso”, si sgola dal palco Merz. C’è chi interpreta queste veementi parole con quelle pronunciate il primo maggio del 1933 dal nonno Josef Paul Sauvigny (1875-1967), il quale era stato borgomastro di Brilon dal 1917 al 1937.

Alcuni studiosi locali avevano rintracciato tra le pagine ingiallite della Sauerländer Zeitung il testo di quel discorso: “La nuova Germania celebra oggi la sua prima Festa nazionale (…), giovane e vigoroso come le folle dei suoi acerbi difensori, il nuovo Reich si apre davanti a noi. Le tempeste della rivoluzione nazionale scrosciano ancora su di esso, le tempeste primaverili hanno spazzato via tutta l’immondizia, scacciato le nuvole che finora hanno voluto sottrarci il sole”. E ancora: “Questa tempesta, che per qualcuno può apparire violenta, si placherà dopo aver ripulito l’aria da tutte le esalazioni velenose che si sono accumulate in anni di travisata libertà e di impotente autodistruzione. Ma mentre sino a oggi la forza e le aspirazioni edificatrici tedesche erano divise e dissanguate dalle beghe di partito e dai ripetuti cambi di guida, oggi ci sono una volontà che ci unisce, una forza che ci ispira, un Führer che ci chiama”.

L’amministrazione comunale fece di tutto per ostacolare le ricerche sul passato del nonno di Merz. Reinhard Sommer, primo consigliere distrettuale di Briton per conto della Cdu, ai giornalisti della Tageszeitung spiegò tale ostracismo perché si voleva “gettare Merz nello stesso calderone degli estremisti di destra”. Merz intentò una causa al quotidiano berlinese Tageszeitung che gli aveva rivolto ulteriori domande sul nonno, “ma la stragrande maggioranza degli articoli” sul nonno e l’incauta frase sull’assalto al municipio rosso non venne contestata. La stessa Tageszeitung commentò che “nessuno può scegliere le sue origini. Il problema non è il passato nazista del nonno, ma l’atteggiamento del nipote (…) L’uomo che ama fomentare dibattiti sull’orgoglio nazionale ha una visione della storia e della famiglia di cui nessun tedesco dovrebbe essere orgoglioso”.

“Mio nonno non era un nazionalsocialista”, scrisse Merz alla Berliner Zeitung, però poi le tre pagine del suo intervento (su sua richiesta) vennero ritirate. Era vero che il nonno avesse militato nelle SA, come riserva, ammise poi Merz, ma solo perché avrebbe altrimenti dovuto aderire al partito nazista. Aggiunse che il nonno fu promosso sergente, “senza il suo assenso”, come sempre senza il suo assenso fu trasferito alla Nsdap, “ed era probabilmente vero che dopo il 1929 Josef Paul Sauvigny avesse per un breve periodo coltivato aspettative nei confronti dei nazionalsocialisti”. Il nonno ottenne il prepensionamento nel 1937 perché “i nazisti lo disgustavano”, e, quale prova, Merz sventolò un articolo del quotidiano nazista Der Stürmer in cui il borgomastro di Brilon era definito un “compagno ebreo”. La mossa di Merz era strumentale: prevenire un possibile attacco della Tageszeitung che aveva ottenuto dall’Archivio di Stato di Düsseldorf il dossier (30 pagine) sulla denazificazione di Sauvigny. Tra i vari documenti recuperati, la dichiarazione (10 dicembre 1947) in cui ammetteva d’essere stato Oberscharführer della riserva delle SA, confermando d’aver raggiunto le Squadre d’Assalto il primo luglio del 1933, sei mesi prima del Putsch di Röhm. Merz, scrive Lau, comprendeva le motivazioni del nonno: “Inizialmente associava i nazionalsocialisti alla speranza che qualcosa nelle condizioni catastrofiche della Germania e anche della sua città natale cambiasse, per questo rimase in carica. Solo così si può comprendere il discorso che mio nonno tenne il primo maggio 1933 (…) E’ ovvio che non approverei mai frasi del genere al giorno d’oggi”.

E tuttavia, la tesi che il nonno si fosse dimesso perché disgustato dai nazisti “non è del tutto suffragata dal saluto che Peter Schramm, governatore distrettuale nominato dai nazionalsocialisti, rivolse al commiato di Sauvigny nel 1937. Stando alle sue parole, il sindaco aveva ‘nonostante l’età avanzata, agito subito in linea con i suoi sentimenti nazionali e ricoperto sempre la sua carica nello spirito nazionalsocialista’”. Il nonno, durante la denazificazione, fu classificato in terza categoria, il che gli vietava di rivestire incarichi pubblici (oltre che ricevere il 60 per cento della pensione). Protestò, invocando la propria innocenza, “devo essere considerato una vittima del nazismo”. Fu ascoltato: venne derubricato nel 1948 alla quarta categoria, quella dei “simpatizzanti”, e poté godere della pensione completa.

Proprio il 4 novembre verrà inaugurata a Berlino la mostra “Norimberga e i raduni del Partito Nazista”, organizzato dal Dokumentationszentrum Reichsparteiitagsgelände, un progetto destinato ai giovani e al futuro per schiarire le ombre che ancora oscurano le connessioni col tragico passato vissuto e spesso occultato dei loro nonni e bisnonni. A dimostrazione che il passato non può essere camuffato, ma affrontato.

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Ue avanti a piccoli passi sull’energia, nonostante lo scontro sugli Ets

BRUXELLES – Al netto dei dissapori politici, tutti incentrati sull’opportunità o meno di annacquare il mercato ETS di scambio delle emissioni nocive, il vertice europeo di due giorni che si...

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