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Il weekend di guerriglia dei giovanissimi a Milano spiazza il governo dei decreti Sicurezza, Meloni convoca una riunione d’urgenza sull’ordine pubblico

18 October 2026 at 20:27

Giovani, anzi giovanissimi. Minorenni ma in molti casi anche ragazzini sotto i 14 anni. L’ordine pubblico a Milano torna sotto scacco. Sabato era stato utilizzato il “pretesto” della manifestazione di autoconvocati sui social contro il caro vita, oggi – domenica – centinaia di giovani si sono ritrovati in piazza Duomo: quasi tutti vestiti di nero, incappucciati, nascosti dietro a scaldacollo, passamontagna, perfino maschere vere e proprie. La tensione è andata salendo nonostante il servizio d’ordine rafforzato davanti alla cattedrale milanese: mentre turisti e passanti interessati allo shopping attraversavano la piazza, si moltiplicavano i gruppetti di giovanissimi travisati e pattuglie delle volanti e del reparto mobile. Alcuni ragazzini sono stati fermati e identificati qui ma alla fine la violenza è esplosa lo stesso, poco lontano: a partire da via Torino la strada che da piazza Duomo porta verso la zona di Porta Ticinese e delle Colonne di San Lorenzo: vetrine sfondate, cestini rovesciati, supermercati presi d’assalto. Col passare dei minuti si è capito che si muovevano gruppetti di 10-15-20 persone che entravano in azione in modo simultaneo in zone diverse: le traverse di via Torino, piazza Cordusio, piazza dei Mercanti. Bombe carta, fuochi d’artificio, sassi contro i mezzi della polizia, cartelli stradali divelti. La polizia risponde con gli scudi del reparto mobile, con gli idranti, con i lacrimogeni che sembrano avvolgere il Duomo in una scighèra in anticipo. Gli ultimi sfilano lungo via Dante, verso il Castello Sforzesco, passando per largo Cairoli dove l’azione distruttiva è diventata irruzione nel Decathlon. La pioggia anche battente non li ferma, gli ultimi tafferugli sono dopo le otto di sera a San Babila. Rabbia, vandalismo, devastazione che la politica e pure, evidentemente, anche la gestione dell’ordine pubblico fatica a capire, intercettare, prevedere, una furia mista forse a una qualche denuncia che nessuno esplicita (c’è chi regala la merce “espropriata” dai negozi ad alcuni senzatetto, ma c’è anche chi si fa immortalare davanti a un cestino in fiamme dai fotografi dei giornali). L’unico mezzo d’espressione è la violenza, contro gli oggetti e i luoghi. Non ci sono collettivi con cui confrontarsi, anzi oggi non c’era nemmeno un corteo da seguire: i fermati dopo tre ore di battaglia sono oltre 200, l’ottanta per cento di loro è minorenne.

Meloni convoca una riunione d’urgenza, il governo dei decreti Sicurezza deve correre di nuovo ai ripari

La politica condanna e si rinfaccia le responsabilità. Intanto il governo dei numerosi decreti Sicurezza si ritrova di nuovo correre ai ripari, con altre norme, altre strette. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni convoca una riunione sull’ordine pubblico, segno forse che non è andato tutto alla grande. Il suo vice Matteo Salvini ne approfitta per dire che ora non si può più parlare di ius scholae e tenta di agganciare quanto successo a Milano allo sciopero generale convocato dalla Cgil per il 20 novembre. Il leader leghista ripropone l’introduzione di una cauzione a carico degli organizzatori delle manifestazioni a rischio, “a copertura degli eventuali danni”, norma che peraltro non avrebbe niente a che fare con i fatti di domenica visto che non c’era alcuna manifestazione. L’altra proposta dei leghisti è trasformare in “decreto-legge urgente” alcune delle misure contenute nel disegno di legge cosiddetto “anti-maranza”, come il fermo preventivo anche per i minorenni, il divieto di aggregazione per chi si rende responsabile di violenze di gruppo e l’introduzione del reato di danneggiamento di gruppo. L’altro vicepremier, il leader di Forza Italia Antonio Tajani, ha riunito un vertice d’urgenza da cui sono uscite proposte come un cdm da tenere a Milano “come segno di vicinanza”, l’accelerazione dell’iter legislativo delle norme che rendono più facilmente imputabili i minori tra 14 e 17 anni ma anche “l’invio immediato di ulteriori unità delle forze dell’ordine e delle forze armate già dedicate al mantenimento della sicurezza, al fine di rafforzare anche i dispositivi di Strade Sicure”.

Il “caso” Piantedosi: la polemica con Sala poche ore prima del nuovo caos

Intanto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi manca l’appuntamento con il tempismo perché si mette a polemizzare con il sindaco di Milano Beppe Sala proprio qualche ora prima che il centro di Milano sprofondasse di nuovo nel caos. Il sindaco aveva detto che gli agenti previsti per il corteo di sabato – quando sono entrati in azione per la prima volta i giovani violenti – erano un po’ pochi, il capo del Viminale ha detto che era un’uscita un po’ snob: “È il solito riflesso naturale e istintivo di una certa sinistra radical chic che non riesce proprio a condannare i violenti senza qualche distinguo, sempre preferendo guardare a presunte responsabilità dello Stato e dei suoi rappresentanti. La colpa sarebbe della Questura, del presunto numero insufficiente di poliziotti schierati, anziché di chi ha scelto di devastare la città e aggredire le forze dell’ordine”. “Io non ce l’ho con il questore, e ci mancherebbe altro, con il quale lavoro ogni santo giorno – ha detto in mattinata Sala – ma l’impressione che si stia sottovalutando il momento e che le forze disponibili a Milano alla questura non fossero adeguate io ce l’ho”. Carenza “inesistente” assicura anche il presidente del Senato Ignazio La Russa che si è detto “senza parole” per l’uscita del sindaco. “Non siamo preparati, temo siano le prime prove di violenza” aveva detto ancora Sala e purtroppo è stata una frase profetica. Ventiquattro ore dopo si ritrova a commentare e condannare.

Dal centro di quello che dovrebbe essere il campo largo ci si sofferma sul capitolo sicurezza, che dovrebbe essere il mantra del centrodestra. “Quando la rabbia sociale incontra la criminalità comune – scrive in una nota Matteo Renzi le piazze vengono vergognosamente incendiate. Compito della politica è rispettare le Istituzioni, comprendere il disagio, garantire legge e ordine”. Continua l’ex premier: “Voglio dire al ministro dell’Interno che il suo compito non è quello di criticare la sinistra ma quello di garantire l’ordine pubblico. È chiara la differenza, prefetto Piantedosi? Lei è pagato per evitare la violenza dei maranza, non per pontificare contro la sinistra. Non ci servono le sue dotte analisi sociologiche: ci serve che il ministro garantisca la sicurezza”. Riccardo Magi (+Europa) definisce il capo del Viminale “un agente del caos” e chiede che riferisca in Aula: “Meloni dovrebbe ammettere che la montagna di decreti sicurezza non ha partorito nemmeno un topolino, fallendo miseramente proprio nella parte che interessa di più i cittadini, cioè quella di prevenire il rischio di manifestazioni violente e di città devastate”.

La Russa: “Le manifestazioni acqua per gli squali dell’aggressione alle forze dell’ordine”

Il governo contro l’opposizione. Da destra il concetto espresso da tutti i partiti è quello che lo stesso La Russa sintetizza così: “Stupisce (ma non troppo) lo scoperto tentativo di diversi esponenti politici di limitarsi, al massimo, a un generico ‘no a ogni violenza’ facendo finta di non sapere che le manifestazioni da loro volute o apprezzate, costituiscono l’acqua necessaria e consapevole dove far nuotare gli squali della aggressione alle Forze dell’ordine e i piranha della devastazione e dei vigliacchi saccheggi”. Da parte loro i leader di Verdi-Sinistra Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli rispondono: “Noi non c’entriamo niente con i delinquenti. Li abbiamo sempre condannati ma non possono usare i violenti per coprire la voce di migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia perché non riescono più a vivere”.

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Meloni non darà gli stipendi arretrati ai magistrati: “Non posso firmare”. La replica: “Faremo valere i nostri diritti”

18 October 2026 at 16:27

“In coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi 1 miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati“. Giorgia Meloni non ha esitazioni. La somma però è la stima di quanto spetta ai magistrati non tanto e non solo per gli aumenti di stipendio a venire, ma soprattutto per gli stipendi arretrati dal 2018. Questo perché il Consiglio di Stato ha bocciato il meccanismo con cui l’Istat calcolava le buste paga dei lavoratori non contrattualizzati. Ma il capo del governo si trincera dietro le contingenze: “È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia”, dice al direttore dell’Adnkronos che l’ha interpellata in merito.

“Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità”, aggiunge. “Dopodiché se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento”. Il Dpcm, per dare seguito alle sentenze che stabiliscono un nuovo metodo di calcolo per gli adeguamenti degli stipendi dei magistrati e condannano il Governo a pagare anche gli arretrati, in base alle stime dovrebbe costare fino a 100mila euro, arretrati compresi, per ogni magistrato, più l’aumento di circa 20.000 euro l’anno per gli anni successivi.

La cifra monstre che Anm e Corte dei Conti non riconoscono: “Importi inferiori”

Ma come si è arrivati a questa somma monstre? Gli aumenti degli stipendi dei magistrati, a differenza di altre categorie, non si decidono tramite una contrattazione. Ogni tre anni vengono adeguati per legge, prendendo come riferimento gli aumenti degli altri dipendenti pubblici. Il governo fa il calcolo sulla base di parametri Istat e lo fissa con un Dpcm. Con il metodo usato fino ad oggi dai governi precedenti, gli aumenti erano del 4,85% per il 2018-2020 e del 6,69% per il 2021-2023. Ma l’Associazione Nazionale Magistrati e altre associazioni di magistrati hanno fatto ricorso, sostenendo che il sistema di calcolo andasse rivisto e i magistrati del Tar e del Consiglio di Stato hanno dato loro ragione. Così ora con il nuovo metodo, gli aumenti salgono al 6,22% e al 12,32%, quasi il doppio per l’ultimo triennio. Il governo, attraverso l’Avvocatura di Stato, ha fatto ricorso. Ma il Tar e il Consiglio di Stato hanno dato torto al governo e ragione ai ricorrenti.

Il conto di questo ricalcolo, per lo Stato italiano, secondo alcune stime contestate dall’Anm e dalla Corte dei Conti, sarebbe di 979 milioni di euro, tanto il Dpb varato dal governo prevede per il 2027 un fondo sentenze, una tantum, dal valore di 1,9 miliardi di euro (0,08% del Pil), la maggior parte dei quali dovrebbe essere destinata, come rivelato nei giorni scorsi dal Sole 24 ore, proprio agli adeguamenti per i magistrati. “Gli importi effettivi sono di gran lunga inferiori a quelli riportati dai giornali”, ha spiegato nei giorni scorsi l’Anm all’Adnkronos spiegando che si tratta “di componenti stipendiali dovute per legge, che l’amministrazione ha omesso per anni di corrispondere. Il loro ammontare è la diretta conseguenza dei ritardi accumulati nel pagamento”.

Analogamente dall’associazione Magistrati della Corte di Conti sottolineano come sia “doveroso ricordare che gli importi effettivi saranno sensibilmente inferiori a quelli circolati, frutto di una ricostruzione basata su stime non note e in assenza di parametri certi”. Non solo. “Va anche precisato che per legge i magistrati non negoziano i propri aumenti. A garanzia dell’indipendenza della magistratura è previsto un meccanismo automatico di adeguamento triennale. Questo meccanismo è collegato agli incrementi medi delle retribuzioni già riconosciuti alle altre categorie del pubblico impiego per lo stesso periodo. In passato gli adeguamenti dei due trienni sono stati calcolati con criteri risultati illegittimi. Oggi si tratta, quindi, di corrispondere componenti stipendiali previste dalla legge, che l’Amministrazione ha omesso per anni di versare”.

“Nessun regalo, si tratta di allineare gli stipendi al resto del pubblico impiego”

In altre parole, sottolineano dalla magistratura contabile, gli aumenti dei magistrati verrebbero semplicemente “allineati a quelli già percepiti dal resto del pubblico impiego”. E più si ritarda più il costo aumenta. L’auspicio è quindi che “la questione sia riportata sul piano tecnico e giuridico, che le è proprio, previa verifica delle cifre diffuse, evitandone connotazioni politiche“. Sulla stessa scia Magistratura Indipendente che sottolinea come “presentare questa vicenda come un regalo significa confondere scientemente un obbligo giuridico con una scelta politica discrezionale. Ancora più grave sarebbe la volontaria mancata esecuzione delle sentenze. Ritardare ulteriormente l’adempimento può accrescere gli oneri a carico dello Stato, alimentare altro contenzioso e determinare un danno erariale, con eventuali responsabilità da accertare nelle sedi competenti. Non può essere la collettività a sostenere i costi derivanti dalla scelta di non dare tempestiva attuazione a decisioni giurisdizionali vincolanti”.

Al lato pratico se il presidente del Consiglio non firma, dal Consiglio di Stato si prospetta la nomina di un commissario ad acta. “Il governo decide, ma se ci sono dei margini faremo un ricorso. Utilizzeremo gli strumenti che l’ordinamento ci riconosce per far valere i nostri diritti, che sono gli stessi diritti degli altri cittadini: dunque eventualmente valuteremo il ricorso”, ha commentato a caldo il vice segretario dell’Anm, Stefano Celli. “La magistratura non può essere trasformata nel capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese. Nessun regalo, nessun bonus, nessun aumento: le somme di cui ha parlato in queste ore la Presidente del Consiglio sono differenze retributive previste dalla legge e non corrisposte per anni, non paragonabili a quelle ipotizzate in questi giorni – aggiunge la Giunta esecutiva centrale dell’Anm – La giustizia non può essere un terreno di propaganda. Il problema sono i tribunali che cadono a pezzi, gli organici scoperti, la mancanza di giudici e pm. Siamo pronti a confrontarci su questo con la Presidente del Consiglio”.

Stefania Craxi: “Condivido la scelta di Meloni”

Sul fronte squisitamente politico, la magistratura unisce dove le banche dividono e così questa volta Forza Italia è pienamente d’accordo con la mossa di governo. “Condivido la scelta di Giorgia Meloni di non firmare il Dpcm sugli aumenti di stipendio ai magistrati. In un momento in cui famiglie, imprese e lavoratori affrontano sacrifici e incertezze, in cui l’emergenza energetica rischia di mettere in ginocchio le nostre economie, destinare quasi un miliardo di euro a una categoria che già beneficia di trattamenti tra i più elevati del settore pubblico non può essere considerata una priorità”, ha dichiarato Stefania Craxi dimenticando che non si tratta di un aumento da destinare alla categoria, bensì di arretrati non corrisposti per errore.

“La forza di chi governa si misura nella capacità di assumere decisioni anche quando sono difficili. Per questo apprezzo la posizione del Presidente del Consiglio, che ha scelto di mettere al primo posto l’interesse generale e le reali esigenze del Paese – aggiunge la figlia di Bettino Craxi – . Allo stesso tempo, la disponibilità al confronto con le associazioni di rappresentanza dei magistrati dimostra che ascoltare le parti coinvolte è il modo migliore per affrontare i problemi e individuare, insieme, soluzioni equilibrate, senza smarrire il senso delle priorità e senza cadere nella demagogia e scadere nella becera propaganda su un tema delicato come quello dei compensi di chi è chiamato anche in situazioni di emergenza ad amministrare la nostra giustizia”.

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Conte: “Sulla politica estera non ci divideremo come Meloni e Salvini. Noi siamo seri”

18 October 2026 at 14:03

“Noi abbiamo ancora dei passaggi che ci vedono su sensibilità diverse, ma è la prima volta che facciamo una coalizione del genere, e la stiamo costruendo però da tempo, da inizio legislatura. C’è una base programmatica già pronta. E visto che adesso tocca a noi, visto che andremo al governo, non ci ritroveremo mai in una situazione così surreale per cui l’altro giorno Meloni parlava in Parlamento nelle comunicazioni in vista del Consiglio europeo ed esponeva una politica estera, e nelle stesse ore Salvini da Bruxelles esponeva una politica estera completamente opposta. Non succederà mai, siamo persone serie“. Lo ha detto il leader del M5s Giuseppe Conte, all’assemblea nazionale di Terra comune, a Roma, parlando del campo progressista.

Conte lo ha ribadito parlando ai giornalisti all’uscita dell’evento. “È un fatto oggettivo, dall’inizio della legislatura abbiamo lavorato con le altre forze di opposizione e per progetti di forma condivisi, risoluzioni unitarie. Certo ci sono ancora alcuni punti che richiedono un confronto, perché su alcuni punti abbiamo delle sensibilità differenti, ma è anche normale tra forze che per la prima volta vanno in coalizione. Pensate invece a destra, dove dopo quattro anni di governo sulla giustizia, sulla politica estera, su tanti dossier importanti c’è ancora tanta differenza e non c’è reale concretezza su quelli che sono i problemi dei cittadini. Giorgia Meloni ha detto per quattro anni che le cose andavano benissimo, adesso è difficile per lei cambiare narrativa, ma la presa di contatto con la realtà viene adesso con le proteste di studenti, agricoltori, allevatori e pescatori”, ha aggiunto il leader del Movimento 5 stelle.

Ha parlato anche dei di costi energetici che “sono alle stelle”, la spesa alimentare che “è diventata complicata” e il caro inflazione che “sta erodendo il potere d’acquisto dei salari che sono anche spesso molto bassi. Di fronte a tutto questo – ha aggiunto – il governo si ritrova completamente incapace e impreparato, dobbiamo voltare pagina e mandarlo a casa. La risposta del governo è criminalizzare la protesta poi ma questo governo non può assolutamente permettersi di fronte a delle proteste, a qualche episodio anche di violenza, che va fermamente condannato, di negare invece quella che è la radice, il disagio, l’impossibilità per adulti, giovani e famiglie imprese di arrivare a fine mese, o di vedere garantite i diritti essenziali. Pensiamo al diritto alla sanità, pensiamo al diritto allo studio per gli studenti, pensiamo al diritto a un salario dignitoso per chi ha famiglia”, ha concluso Conte.

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Sindaci di centrosinistra al governo: “Ora Meloni ci convochi, carovita minaccia patto sociale e generazionale”

18 October 2026 at 12:52

Come in Francia, sindaci di centrosinistra chiedono un incontro urgente a Giorgia Meloni, dopo i violenti scontri di piazza durante le manifestazioni contro il carovita, mentre il ministro Piantedosi annuncia l’apertura delle indagini senza sconti per i minorenni. “Il patto sociale e il patto generazionale si stanno rompendo, è ormai evidente”, è il monito dei primi cittadini di di Roma (Roberto Gualtieri) Firenze (Sara Funaro), Bari (Vito Leccese), Bologna (Matteo Lepore), Torino (Stefano Lo Russo), Napoli (Gaetano Manfredi), Milano (Beppe Sala), Genova (Silvia Salis) e Cagliari (Massimo Zedda). La lista include esponenti politici iscritti al Partito democratico e indipendenti di area dem: come il segretario dell’Anci (Associazione nazionale dei comuni) Manfredi, ma anche Sala, Salis, Zedda. La richiesta di un incontro è rivolta in particolare al ministro degli Interni Matteo Piantedosi e al sottosegretario della presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, l’Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, considerato il braccio destro di Meloni: ovvero, i titolari dell’ordine pubblico. “Puntarsi il dito contro non farà calare il costo della benzina, né ridurrà la tensione esistente nel nostro Paese”, avvisano i primi cittadini.

Nell’appello al governo, i sindaci battono il tasto sui diritti sociali: “E’ necessario intervenire sulle garanzie essenziali per la popolazione italiana: il diritto all’abitare, le tutele per chi lavora, il trasporto pubblico efficiente”. Contro le violenze di piazza arriva “un no assoluto”, “non saremo mai complici”. Poi l’invito all’unità delle istituzioni in un “fronte comune” e la richiesta all’indirizzo di palazzo Chigi: “Il governo convochi i sindaci al più presto”.

I primi cittadini sottolineano le sofferenze “da nord a sud a causa del carovita e di tutto ciò che sta comportando. Questa situazione sta mettendo a dura prova le nostre comunità, acuendo le tensioni, e merita risposte immediate”. Con un paradosso soprattutto nel sud Italia: “In questo momento ci sono segmenti produttivi a cui conviene restare fermi più che lavorare, a causa dell’aumento repentino del costo dell’energia”. Un appello simile, al governo di Parigi, è stato lanciato dai sindaci francesi delle tre più grandi città francesi: Parigi, Marsiglia e Lione, colpite dalle rivolte contro il carovita. Anche i primi cittadini hanno chiesto un incontro al governo, presieduto da Sébastien Lecornu.

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Perché il consenso per Giorgia Meloni non cala? Io ho un’ipotesi sulle idee degli italiani

18 October 2026 at 06:00

di Massimo Santantonio

Alla luce del declino, registrato nei fatti da ogni italiano, osservabile in tutti gli aspetti della vita quotidiana ed in particolare nella clamorosa perdita del potere d’acquisto, può sembrare paradossale che il consenso per il partito della premier sia pressoché stabile negli anni. In realtà paradossale non è.

I voti per Fratelli d’Italia nascono, sotto l’aspetto ideologico, dal fatto che milioni di italiani hanno idee fasciste. Idee che sono state alimentate negli ultimi decenni col progressivo sdoganamento del fascismo iniziato da Berlusconi e continuato con l’incomprensibile indulgenza verso certi personaggi, simboli e manifestazioni. Le parole d’ordine pronunciate da Meloni nella scorsa campagna elettorale, e ribadite con furia nei comizi in giro per il mondo, davanti a inneggianti platee che si richiamano dichiaratamente a idee nazi-fasciste (Vox, Alba Dorata ecc.), sono esattamente le stesse utilizzate oggi da Vannacci, col sostegno del quale infatti lei vincerà in carrozza le prossime consultazioni elettorali. Una enorme fetta di italiani ha sempre amato, ed ama, quelle parole d’ordine, ed ha sempre cercato un duce che le tramutasse in realtà.

Come mai allora questa fedeltà ideologica non è erosa dall’oggettivo deterioramento delle condizioni di vita, trasformandosi in critica? Per un fatto molto semplice.

L’aumento dei prezzi lo vivono i lavoratori dipendenti e i pensionati. Tutti gli altri sono coloro che i prezzi li hanno alzati, quelli che al momento del passaggio all’Euro hanno fatto 1000 lire = 1 euro. Quelli che hanno a loro volta reagito, e reagiscono, all’aumento del costo della vita e dei servizi (cui contribuiscono) aumentando in tempo reale le loro parcelle, i prezzi dei pantaloni e delle scarpe, i loro personali compensi. Cioè, milioni italiani la crisi non la vivono perché possono modulare personalmente i loro ricavi e guadagni, mettendo in difficoltà gli altri. Inoltre, come certificato da anni, in gran parte (o in maggioranza) gli stessi possono incrementare gli introiti con l’evasione fiscale, determinando i paradossi numerici (impiegati che dichiarano più dei proprietari ecc.) sanciti dai report annuali della Guardia di Finanza.

Questa è un’enorme base di consenso, non a caso regolarmente vezzeggiata dai governanti di destra (il famoso “pizzo di stato” definito da Meloni). Se pure non è corretto asserire che tutti gli elettori di destra siano evasori, è verosimilmente certo che tutti gli evasori votino a destra.

E allora si capisce come questi, coloro che sono in sostanza immuni alla crisi economica, possano permettersi di essere orgogliosamente fedeli alla loro ideologia: il mare in cui navigano è assolutamente calmo.

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