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Tregua o non tregua, l’Ucraina parla alla difesa europea

Volodymyr Zelensky

«È una buona notizia per tutti, ed è importante che diventi realtà». Zelensky ha commentato così ieri, con la consueta finezza diplomatica, l’annuncio unilaterale di Donald Trump di una tregua energetica tra Russia e Ucraina. Nelle stesse ore in cui Washington dichiarava l’accordo, Kyjiv denunciava nuovi attacchi alle infrastrutture energetiche, compresa una centrale nella regione di Kharkiv. La distanza tra un post su Truth e la corrente che torna nelle case resta ampia.

La discussione europea sulla difesa dovrebbe partire da qui. Da una sala operatoria che deve restare illuminata, da un acquedotto che continua a funzionare, dal riscaldamento di una scuola o dalle comunicazioni dei soccorritori. Sono le condizioni materiali della vita civile. Proteggerle è parte del compito di chi governa.

Ieri la newsletter GeoStrategia ha richiamato un documento pubblicato a settembre dalla Nato: i nuovi requisiti di preparazione degli Stati alle crisi. Il testo, tecnico, pone una questione semplice. Un paese deve poter continuare a funzionare anche quando qualcuno cerca di paralizzarlo. Servono reti elettriche in grado di resistere, trasporti disponibili, comunicazioni sicure e servizi sanitari capaci di reggere un’emergenza prolungata. La difesa militare dipende anche da queste capacità civili.

In più occasioni, negli ultimi mesi, l’Ucraina ha condiviso con la Nato e gli alleati le lezioni apprese sul campo: come mantenere operativi energia, comunicazioni, evacuazione medica e coordinamento locale sotto attacco. Non è un esercizio teorico. È un’esperienza pagata a un prezzo che nessun paese dovrebbe essere costretto a sostenere. Mentre in Europa si discute se e come sostenere Kyjiv, gli ucraini possono indicare come proteggere i propri cittadini.

Alla luce di questa esperienza, lo slogan «soldi agli ospedali anziché alle armi» appare insufficiente. Un ospedale ha bisogno di personale, attrezzature e risorse. Ma se una centrale viene colpita, se le comunicazioni saltano o se i soccorsi non possono muoversi, servono anche sistemi di emergenza, reti alternative e la capacità di ridurre la probabilità che il prossimo attacco arrivi a destinazione. Il diritto alla salute va finanziato e, allo stesso tempo, protetto.

Questo non rende automaticamente giustificata ogni spesa militare, né autorizza a definire sicurezza qualsiasi stanziamento. Impone invece scelte rigorose e verificabili. Quali infrastrutture sono più vulnerabili, non solo a missili e droni ma anche a sabotaggi, attacchi ibridi o interruzioni delle filiere? Quanto possono resistere gli ospedali a un blackout prolungato? Chi coordina le risposte? Quando i piani sono stati aggiornati e messi alla prova? Sono domande da rivolgere al governo, alle Regioni e ai gestori dei servizi. Anche le opposizioni dovrebbero pretenderle.

L’Europa può trasformare la lezione ucraina in una politica comune: proteggere insieme le reti critiche, organizzare riserve e soccorsi, rafforzare la difesa aerea e la capacità di risposta rapida, evitare che la vulnerabilità di un paese diventi quella dei vicini. È un programma concreto per un’Unione che intenda assumersi la responsabilità della propria sicurezza.

Zelensky chiede che una tregua annunciata diventi realtà. Agli europei tocca fare in modo che la protezione promessa ai cittadini diventi capacità effettiva. La pace si misura anche dalla possibilità di tenere acceso un ospedale quando qualcuno cerca di spegnerlo.

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La Russia ha interferito sulla Brexit, e Londra ammette di non aver indagato abbastanza

Britain's Prime Minister Andy Burnham delivers his Leader's Speech during the Labour Party Conference in Liverpool, England, Tuesday, Sept. 29, 2026. (AP Photo/Jon Super)

La Russia ha interferito nel referendum sulla Brexit del 2016. La notizia non è poi così sorprendente: voci di questo tipo circolano già dal 2020. Ma stavolta le parole sono del premier britannico Andy Burnham, che ha raccontato di aver chiesto chiarimenti sull’eventuale coinvolgimento di Mosca quando è entrato a Downing Street, ricevendo una risposta affermativa. «Ho posto la domanda quando sono arrivato a Downing Street: c’è stata un’ingerenza russa nel referendum del 2016? Ho avuto una risposta chiara: sì, c’è stata», ha detto in un’intervista al podcast “The Rest Is Politics”.

L’intervento di Burnham segna una discontinuità rispetto alla posizione dei precedenti governi conservatori, che sostenevano non ci fossero prove di un’interferenza russa riuscita nel voto che portò il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Burnham, tuttavia, non ha precisato chi gli abbia fornito la valutazione, su quali prove si basi né se le attività russe abbiano effettivamente influenzato il risultato del referendum.

Già nel 2020, una commissione parlamentare britannica che si occupa dell’intelligence aveva criticato il governo e i servizi segreti per non aver indagato adeguatamente sui tentativi di interferenza di Mosca. Secondo il rapporto, non era stata richiesta una valutazione completa delle attività russe, nonostante gli indizi relativi all’uso di media controllati dallo Stato e account sui social network per influenzare la politica britannica. A differenza di quanto avvenuto negli Stati Uniti dopo le presidenziali del 2016, non era stata condotta neppure un’analisi complessiva successiva al referendum.

Per Burnham, rendere pubbliche queste informazioni è oggi particolarmente importante per aiutare le altre democrazie europee a riconoscere le operazioni di influenza straniere. «Credo che sia importante mettere chiaramente a verbale queste cose, anche per aiutare gli elettori in Germania e in Francia a capire che una parte di questa politica è fomentata dai nostri nemici, vale a dire la Russia», ha spiegato. «Siamo stati troppo sulla difensiva e non abbiamo informato abbastanza le persone sulla misura in cui dall’estero si cerca di destabilizzare il processo politico».

Il premier ha affrontato il tema durante la visita a Berlino della scorsa settimana, parlando con il cancelliere tedesco Friedrich Merz della minaccia rappresentata da Alternative für Deutschland (AfD), il partito di estrema destra. Secondo Burnham, Merz ha espresso preoccupazione per i legami tra la formazione e Mosca: «L’AfD è chiaramente legata alla Russia, finanziata, credo». Ha aggiunto che «dalla Russia arriva sicuramente disinformazione e informazione falsa diretta alla politica tedesca».

Londra sta intanto sviluppando un nuovo Centro nazionale per la difesa dell’informazione, incaricato di individuare e contrastare le campagne straniere che mirano a indebolire la democrazia britannica. Il governo ha inoltre annunciato una collaborazione con Berlino contro le minacce ibride.

Le dichiarazioni di Burnham arrivano mentre il premier ha riaperto anche il dibattito sul futuro rapporto con Bruxelles, lasciando aperta la possibilità di un ritorno del Regno Unito nell’Unione europea. La questione russa e quella europea si intrecciano così nella sua strategia: dieci anni dopo il referendum, Londra vuole fare i conti con le possibili interferenze che hanno accompagnato la Brexit e, allo stesso tempo, rivalutare il rapporto politico con il continente.

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Il centrosinistra non può permettersi di lasciare i moderati fuori dalla porta, dice Boschi

Nella foto Maria Elena Boschi Milano - Italia - Cronaca Mercoledì, 30 Settembre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Celebration of the 120th anniversary of the CGIL at the Teatro della Scala Milan - Italy - News Wednesday, 30 September, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

Per battere la destra alle prossime elezioni non basta la radicalità del Pd guidato da Elly Schlein e di Alleanza Verdi e Sinistra. Serve anche un’area riformista capace di parlare al ceto medio e alle professioni. È la linea di Maria Elena Boschi, deputata e vicepresidente di Italia Viva, che in un’intervista a Repubblica ribadisce la disponibilità del suo partito a partecipare alla costruzione della coalizione: la sfida, dice, «è far convivere le forze più radicali e quelle moderate-riformiste».

Boschi non considera una chiusura ai moderati le parole di Schlein, che ha escluso la necessità di un candidato premier moderato. «La segretaria del Pd ha fatto un ragionamento di autocandidatura, che è legittimo. Ha vinto le primarie dei dem e adesso si è detta disponibile a fare le primarie nel centrosinistra, ma questo non vuole dire che lei pensi che non ci sia bisogno dei moderati». Per Italia Viva, aggiunge, «i moderati servono, serve una forza politica più riformista». E per vincere e governare occorre il contributo di tutti: «Per vincere contro la destra e governare serve il contributo di forze più radicali, come possono essere Avs e il Pd a guida Schlein, e al tempo stesso vanno portate alcune istanze riformiste che parlino al ceto medio e alla professioni», tra cui la quattordicesima per insegnanti, forze dell’ordine e infermieri, la cancellazione degli acconti per le partite Iva e una start tax per i giovani.

Sul metodo per scegliere il candidato premier, Italia Viva si dice pronta alle primarie, ma anche ad accettare che sia il partito più forte a esprimere il leader della coalizione. «Il Pd è la forza maggiore della coalizione quindi è legittimo che siano loro a decidere», spiega Boschi. «Noi siamo pronti a fare le primarie ma siamo anche d’accordo se si dovesse decidere che sarà il partito più forte ad esprimere il leader. L’idea del federatore non mi sembra sia sul tavolo».

Resta il confronto con Giuseppe Conte, che ha posto condizioni alla partecipazione di Italia Viva al tavolo della coalizione. «Faccio fatica a capire il linguaggio di Conte. Se le garanzie, secondo i criteri di Conte vanno date sulla base del passato, dovremmo essere noi a chiedere la garanzia che lui che non firmi più i decreti sicurezza e non faccia un esecutivo con Matteo Salvini». Boschi invita a non ripetere gli errori del 2022: «In questo modo, alla fine, nel 2022 hanno fatto vincere la destra. Eviterei di ripetere lo stesso errore». E chiarisce la priorità di Renzi: «A noi interessa l’unità per non trovarsi Meloni al Quirinale e non la polemica quotidiana di alcuni dei cinque stelle. Conte sembra preoccupato di fare tutta la sua campagna contro Renzi, a Renzi invece interessa di farla contro Meloni».

Per la vicepresidente di Italia Viva bisogna ora passare dalle trattative sulla leadership ai contenuti. «Sì, prima si comincia e meglio è. Dobbiamo tornare a parlare di quello che succede fuori, non solo di primarie». Tra le priorità indica «carovita, crisi del debito alle porte, bollette alle stelle», oltre alle questioni internazionali.

Quanto al centro riformista, Boschi conferma che «Casa riformista di sicuro sarà candidata». Il progetto si presenterà alle elezioni e, se ci fossero le condizioni, preferirebbe una lista unitaria. Ma l’intesa con Alessandro Onorato, che sta lavorando a una propria formazione, non appare vicina. «Onorato sta lavorando per una sua lista ed è suo diritto. Noi però non possiamo stare in lista con Ingroia che con la sua attività ha provato a sporcare tutta l’esperienza politica del presidente Napolitano. È un esempio di quel giustizialismo con il quale non abbiamo nulla da condividere». Sul dialogo con altri esponenti centristi, da Benedetto Della Vedova a Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, la porta resta aperta: «Siamo aperti a tutti purché ci siano persone che oltre a presentare candidature portino voti».

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I cortei che ignorano Hamas in realtà non vogliono la pace

Giornata mondiale di sostegno alla Palestina, corteo e manifestazione di varie associazioni, sigle sindacali e studenti , per mantenere vivo l'interesse sulla guerra in medio oriente.Roma 10 ott 2026 (Benvenuti/Lapresse) World day of support in Palestine, courtship and demonstration of various associations, centuries-old syndacali and students, to keep alive the interest in the war in the Middle East. Rome 10 ott 2026 (Benvenuti/Lapresse)

Sabato scorso, in diverse città italiane, si sono svolte manifestazioni organizzate da sindacati e partiti della sinistra, con partecipazione di movimenti per la Palestina. I cortei hanno denunciato quello che definiscono «genocidio» israeliano a Gaza e indicato come «complici» i governi di Benjamin Netanyahu, Donald Trump e Giorgia Meloni. Con il passare del tempo, la memoria dell’attacco del 7 ottobre 2023, in cui Hamas ha ucciso circa milleduecento persone e rapito oltre duecentocinquanta, tende a sfumare nel discorso pubblico.

Esiste una soglia oltre la quale la solidarietà con i civili palestinesi può confondersi con la legittimazione di chi ha innescato la guerra o con la messa in discussione del diritto di Israele a esistere. A Torino una portavoce di un coordinamento per Gaza ha definito il 7 ottobre «giornata di resistenza»; a Milano il corteo è stato aperto da uno striscione per una Palestina «dal fiume al mare» accompagnato dalla condanna del sionismo. Definire «resistenza» un massacro di civili e ostaggi cambia il nome agli autori e cancella quello delle vittime. Chi invoca una Palestina dal fiume al mare dovrebbe precisare quale spazio residuo immagina per gli israeliani. Non tutti i manifestanti condividono queste posizioni; il silenzio di chi non le condivide pesa comunque.

In questo contesto è stato assegnato il Nobel per la pace 2026 a Navi Pillay, che ha presieduto la commissione d’inchiesta Onu secondo cui Israele ha commesso atti genocidi a Gaza. La sua lunga carriera a difesa dei diritti umani non viene cancellata da questa conclusione, ma una commissione d’inchiesta non è un tribunale e un premio non equivale a una sentenza. Le conclusioni vanno discusse nel merito: la critica al governo israeliano non autorizza a processare l’esistenza stessa di Israele.

Lo stesso vale per il documentario “Naza”, basato su testimonianze anonime di personale militare e di intelligence israeliano. L’esercito contesta i contenuti e la verificabilità delle fonti; alcuni oppositori di Netanyahu interpretano gli stessi sistemi di targeting come strumenti volti a ridurre, non ad aumentare, le vittime civili. Un film non costituisce prova processuale, e il termine «algoritmo» non equivale a una confessione.

Resta una domanda spesso elusa: quale responsabilità ha Hamas nella catastrofe di chi pretende di rappresentare? Il movimento governa Gaza da quasi vent’anni e ha utilizzato fondi di solidarietà per costruire una vasta rete di tunnel destinati alla guerra. Interrogato sul perché non fossero stati realizzati rifugi per i civili, Mousa Abu Marzouk ha risposto che i tunnel servono ai combattenti e che ai civili deve pensare l’Onu. Altri dirigenti, tra cui Yahya Sinwar, hanno descritto le vittime civili come un elemento di valore strategico. La logica è nota: combattere da case, scuole e ospedali e poi esibire macerie e morti come arma politica. Per Hamas la sofferenza dei civili non è solo un costo: è anche propaganda.

Le cifre che dominano il dibattito provengono dal ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, che non distingue tra civili e combattenti. Ripeterle senza riserve critiche non è necessariamente pietà: è accettazione di una fonte parte in causa. I palestinesi non sono tutti Hamas, così come i tedeschi degli anni Trenta non erano tutti nazisti. Per questo le colpe di Hamas non possono essere cancellate in nome dei palestinesi. Né il solo numero dei morti dimostra un genocidio: serve l’intenzione di distruggere un gruppo in quanto tale. È su questo punto che le conclusioni della commissione Onu vanno messe alla prova. Pretendere che Israele rispetti il diritto di guerra è legittimo; non lo è lasciare che chi usa gli scudi umani si presenti come loro unico difensore.

Chi chiede conto a Israele di ogni scelta e a Hamas di quasi nulla applica una morale selettiva. Chi chiama «resistenza» il 7 ottobre riabilita un massacro.

Infine, diversi governi europei hanno riconosciuto uno Stato palestinese che ancora oggi non è in grado di tenere elezioni programmate in Cisgiordania e denunciano la tragedia di Gaza all’arrivo dell’inverno. Una task force europea per portare soccorsi direttamente a Gaza resta assente. Il non detto è che Hamas non ha deposto le armi e che gli aiuti rischiano di finire nelle mani delle sue milizie. La pace richiede una Palestina libera anche da Hamas e un Israele che non debba negoziare il proprio diritto a esistere. Una piazza che non riesce a pronunciare entrambe le condizioni non ha ancora chiarito quale pace vuole.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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L’ennesima buffonata di Trump, e l’indifferenza complice della politica italiana

President Donald Trump arrives to speak at a campaign rally at F&M Bank Arena, Saturday, Oct. 10, 2026, in Clarksville, Tenn. (AP Photo/Alex Brandon) Associated Press / Lapresse Only italy and spain

Donald Trump non può aver tradito Volodymyr Zelensky, come scrivono tutti quanti in queste ore, per la semplice ragione che non lo ha mai sostenuto e semmai ha sempre cercato, fin dal primo mandato, di depotenziare e abbattere il presidente ucraino a maggior gloria di Vladimir Putin.

Trump si è già augurato più volte la fine politica di Zelensky, del resto questa è la linea del Cremlino, e quindi anche la sua.

La prima volta che Trump ha minacciato Zelensky è stata nel 2019, quando al telefono gli ha intimato di trovare le prove di un coinvolgimento del figlio di Joe Biden in un fantomatico complotto internazionale ordito in Ucraina per indebolire la Casa Bianca, accusandola di complicità con il Cremlino nelle interferenze russe alle elezioni presidenziali americane del 2016.

Il complotto ucraino ovviamente era una bufala orchestrata dall’intelligence di Mosca per sviare le indagini americane sulle sue responsabilità, e per insinuare che dietro il Russiagate ci fosse l’Ucraina, non la Russia. Un assist che Trump non si è fatto sfuggire, e che ha utilizzato in modo maldestro per difendersi dalle accuse di essere stato eletto nel 2016 con l’aiutino di Putin.

Era un’operazione di disinformazione costruita ad arte al Cremlino, cui non ha creduto nessuno tranne certi sedicenti campioni del progressismo italiano e i soliti sbandati giornali della destra, a cominciare dal Fatto.

Giuseppe Conte, quando guidava il governo e prima di aver fatto sfilare per le strade italiane l’esercito russo, ha dato talmente credito alla bufala russa sbandierata da Trump da aver messo, in modo irrituale, la nostra intelligence a disposizione dell’allora ministro della giustizia trumpiano William Barr. Trump, poco prima, aveva minacciato Zelensky al telefono di ritirare un finanziamento da quattrocento milioni di dollari se Kyjiv non gli avesse consegnato le prove inesistenti contro il figlio di Biden.

Tutto questo è alla base del primo procedimento di incriminazione costituzionale subito da Trump dalla Camera dei deputati di Washington, da cui è uscito indenne soltanto perché i suoi senatori repubblicani lo hanno salvato con un margine di soli quattro voti.

Stupirsi adesso del “tradimento” di Trump è stravagante. Trump detesta l’Ucraina da tre anni prima dell’invasione russa su larga scala, esattamente da quando Zelensky non gli ha fornito le prove contro Biden che i russi gli avevano detto che aveva, e la conseguenza è stata l’impeachment.

Per Trump, quindi, l’Ucraina è il Paese che ha costruito un complotto contro la sua presidenza, e Zelensky è il presidente, allora appena eletto, che non ha voluto collaborare a sventarlo (al contrario dell’aiuto fornito dall’amico «Giuseppi» Conte, oggi punto di riferimento fortissimo del progressismo italiano).

Più che stupirsi, semmai c’è da chiedersi perché Trump è tornato proprio in questo momento a prendersela con Zelensky, dopo qualche mese di pausa a causa delle complicazioni della guerra in Iran.

Il motivo è semplice, come tutto quello che riguarda un uomo ottuso e prevedibile come Trump: tra un mese in America ci saranno le elezioni di metà mandato che lo vedono sfavorito anche a causa del prezzo della benzina, un’evidente conseguenza del fallimentare intervento armato in Iran che ha consegnato agli ayatollah e ai pasdaran il controllo dello stretto di Hormuz, dove passa buona parte del commercio del petrolio. L’intervento in Iran ha pure indebolito i paesi arabi produttori, che ora sono costretti a difendersi da iraniani e dai fondamentalisti houthi dello Yemen senza più l’ausilio degli americani, perché Trump ha scaricato anche loro.

Per avere un quadro più preciso sulle prospettive negative per Trump a poche settimane dalle elezioni, al prezzo record della benzina va aggiunta anche l’inflazione, mai domata e anzi peggiorata dalla grottesca politica dei dazi che ha danneggiato l’economia americana e non solo quella americana.

In questa situazione di grande difficoltà, Putin ha fornito ancora una volta conforto a Trump, offrendogli una parte insignificante delle sue riserve di diesel e ottenendo in cambio la possibilità di esportarle all’estero con un allentamento delle sanzioni energetiche che ora la Russia si giocherà per creare altro consenso politico in Europa per i partiti fiancheggiatori. Come ulteriore omaggio per il suo compleanno, Putin ha ricevuto da Trump un’ulteriore strigliata contro Zelensky.

I soliti trombettieri italiani di geopolitica, gli stessi che prima assicuravano che Putin non avrebbe mai invaso l’Ucraina e poi che l’avrebbe conquistata in tre giorni, sono già al lavoro per decretare ancora una volta la fine di Zelensky e dell’Ucraina.

Trump, insomma, sta provando di nuovo ad imputare all’Ucraina l’origine dei suoi guai politici, com’era successo nel 2019c, e questa volta anche a spiegare agli elettori americani che si apprestano a votare alle elezioni del 3 novembre che non è vero che il prezzo della benzina è così alto a causa della sua sconclusionata guerra in Iran, ma che lo è per colpa di Zelensky che colpisce le raffinerie russe e non vuole la pace.

Nell’impostura che Trump offre all’America, Putin invece è quello buono, addirittura il leader che vuole la pace al punto da essere disponibile a mettere a disposizione del consumatore americano una quantità di diesel, e nella narrazione farlocca di Trump poco importa che il diesel offerto da Putin copra il fabbisogno americano soltanto per quattro giorni.

Ieri sera Trump ha annunciato anche una tregua energetica tra Mosca e Kyjiv, malgrado i rappresentanti di Zelensky, che si trovavano a Miami proprio per cercare una posizione comune con gli americani da offrire alla Russia, non ne sapessero nulla. È molto probabile che non ne sapessero niente nemmeno i membri della delegazione americana, perché gli annunci di Trump sono nati in seguito alla solita telefonata con cui Putin ha fatto fesso il mansueto collega della Casa Bianca.

Naturalmente non c’è nessuna tregua energetica, come non ci sono mai state le tregue con l’Iran annunciate da Trump sui social ogni due per tre, anche perché l’unico che ha offerto formalmente una tregua energetica è stato Zelensky, ma l’offerta è stata rifiutata pubblicamente dai russi, i quali indisturbatamente continuano a colpire infrastrutture civili in Ucraina e a uccidere cittadini innocenti.

Gli ucraini hanno smesso di fidarsi degli americani dal 20 gennaio 2025, da quando Trump è rientrato alla Casa Bianca e ha accolto tutte le oscene posizioni di Putin che, ricordiamolo, sono la fine della indipendenza ucraina, l’annessione di parti di territorio che in quattro anni di guerra la Russia non è riuscita a conquistare, e l’insediamento di un governo fantoccio a Kyjiv.

Da quando c’è Trump, l’America non finanzia più la resistenza ucraina, già un paio di volte ha sospeso la condivisione delle informazioni di intelligence con Kyjiv (cosa che minaccia di rifare adesso), ha ritardato e in alcuni casi bloccato la fornitura di armi deliberate in precedenza da Biden e non ancora consegnate, ha provato a cacciare in malo modo Zelensky dalla Casa Bianca in diretta televisiva, e continua a incassare soldi dagli europei per le forniture militari che i paesi dell’Unione comprano per difendere gli ucraini.

Contro tutte le previsioni, gli ucraini hanno fatto a meno dell’America, sono riusciti a organizzarsi autonomamente, hanno sviluppato una propria industria bellica e tecnologica, hanno cambiato la natura del conflitto con i droni, e non solo hanno resistito all’invasore, ma hanno anche fatto passi in avanti sia sul terreno di battaglia sia nella capacità di colpire le infrastrutture strategiche russe senza l’aiuto di Washington.

Un risultato straordinario che andrà studiato sui libri di storia e che definisce un popolo fiero, libero e democratico che merita ammirazione e sostegno.

In tutto questo, la politica italiana si gira dall’altra parte, perché impegnata in questioni grottesche come la legge elettorale, le primarie, le gonne delle ragazze.

Nessuno dei leader dei due schieramenti ha espresso solidarietà a Zelensky né ha criticato l’ennesima mossa pro Putin di Trump. Ed è curioso che l’indifferenza del campo largo, che non a caso Pina Picierno ha chiamato “Campo Lavrov”, si manifesti nello stesso giorno in cui Matteo Renzi ha proposto di definire la cornice della coalizione di centrosinistra, che come è noto è in difficoltà a trovare un consenso sull’Ucraina, intorno all’opposizione a Donald Trump.

Invece niente, nemmeno l’opposizione a Trump riesce a scuotere Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli, se di mezzo c’è la Russia imperialista di Putin e la difesa dell’Europa.

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Chi ha vinto i Nobel 2026 e tutte le cose da sapere sul premio più famoso del mondo

Qual è la notizia? Tra lunedì 5 e venerdì 9 ottobre le diverse istituzioni incaricate di assegnare i Nobel hanno annunciato cinque dei sei premi del 2026. Il Nobel per la Fisiologia o Medicina, assegnato dall’Assemblea Nobel del Karolinska Institutet, è andato a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel per le scoperte che hanno portato all’optogenetica: una tecnica che permette di usare la luce per attivare o disattivare specifiche cellule nervose e studiare con più precisione come funzionano i circuiti del cervello. Il Nobel per la Fisica, deciso dalla Reale Accademia Svedese delle Scienze, è stato assegnato a Francis Halzen per il ruolo decisivo nella realizzazione di IceCube, l’enorme osservatorio costruito nel ghiaccio dell’Antartide che ha permesso di rilevare neutrini ad altissima energia provenienti dallo spazio e quindi di osservare l’universo in un modo nuovo. La stessa Accademia ha assegnato il Nobel per la Chimica a Henri B. Kagan e Kenso Soai per avere scoperto meccanismi che spiegano come, durante alcune reazioni chimiche, possa prevalere una delle due forme speculari di una molecola. È importante perché due molecole apparentemente identiche, ma speculari come la mano destra e la sinistra, possono avere proprietà biologiche diverse.

Il Nobel per la Letteratura è stato assegnato dall’Accademia Svedese alla canadese Anne Carson. Non viene premiato un singolo libro, ma la sua opera nel complesso: testi nei quali poesia, saggio, traduzione, memoir e teatro si mescolano continuamente, spesso partendo dai classici greci e latini per raccontare desiderio, perdita, amore e identità in forme difficili da classificare. È proprio questa capacità di rompere i confini tradizionali tra i generi che l’Accademia ha voluto premiare. Venerdì 9 ottobre, il Comitato Nobel norvegese ha assegnato il Nobel per la Pace alla giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay per il lavoro svolto durante decenni a favore del diritto internazionale, dei diritti umani e della possibilità di perseguire genocidi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Infine, lunedì 12 ottobre, la Reale Accademia Svedese delle Scienze ha assegnato il premio per l’Economia a Robert E. Hall e Michael Woodford, che si divideranno il riconoscimento a metà, per aver contribuito a spiegare, partendo dalle decisioni di famiglie e imprese, come funzionano le politiche economiche che cercano di stabilizzare l’economia. Le loro ricerche hanno aiutato a comprendere meglio come intervenire sulle oscillazioni dell’attività economica, sull’inflazione e sulle recessioni. Ogni Nobel vale quest’anno 12 milioni di corone svedesi, cioè 1,07 milioni di euro. È la somma complessiva del premio: quando ci sono più vincitori, la cifra viene divisa tra loro.

Il punto. Domande e risposte.

Me lo chiedo ogni anno, scopro la risposta e poi mi scordo puntualmente: chi è Alfred Nobel?
Un chimico, ingegnere e imprenditore svedese che fece fortuna cercando di risolvere un problema pratico: come usare la nitroglicerina senza rischiare che esplodesse al minimo urto. Nel 1867 trovò il modo di assorbirla in un materiale poroso, rendendola più stabile e maneggevole. Nacque così la dinamite. Poi migliorò detonatori e altri esplosivi e aprì fabbriche in diversi Paesi, vendendo i suoi prodotti per miniere, ferrovie, gallerie e grandi opere. Quando morì, nel 1896, possedeva più di trecento brevetti ed era uno degli uomini più ricchi d’Europa.

Quando decise di istituire il Premio?
Un anno prima di morire, nel testamento stabilì che circa 31 milioni di corone dell’epoca (200 milioni di euro di oggi) venissero investiti e che i rendimenti servissero ogni anno a premiare chi avesse dato «il maggior beneficio all’umanità» in cinque campi: Fisica, Chimica, Medicina, Letteratura e Pace. Indicò anche le istituzioni che avrebbero dovuto scegliere i vincitori e precisò che la nazionalità non avrebbe dovuto contare.

Gli eredi saranno stati felici.
Nobel non aveva moglie, né figli. Ai sei nipoti andarono un milione di corone, equivalenti grossomodo a 6,3 milioni di euro attuali. Alfred lasciò ai nipoti Hjalmar e Ludvig, figli del fratello Robert, 200 mila corone a testa, circa 1,3 milioni di euro di oggi. A Emanuel, figlio dell’altro fratello Ludvig, 300 mila corone, circa 1,9 milioni di euro. A Mina, un’altra figlia di Ludvig, e a Ingeborg e Tyra, figlie di Robert, 100 mila corone ciascuna, circa 630 mila euro. La scelta di Alfred provocò resistenze tra alcuni eredi e non fu semplice assegnare subito i premi. Emanuel Nobel, importante industriale in Russia, fu tra i principali sostenitori del rispetto del testamento dello zio e contribuì all’accordo con gli altri familiari. Dopo quattro anni di trattative nacque la Fondazione Nobel. E i primi cinque premi furono assegnati nel 1901.

Aspetta, ma i premi Nobel sono cinque o sei?
Dipende da quanto vogliamo essere pignoli. Cinque sono quelli previsti dal testamento a cui si è aggiunto nel 1968 quello all’economia. Lo istituì la Sveriges Riksbank, la banca centrale svedese, per celebrare i propri trecento anni. Il nome completo infatti è Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel. Viene scelto dalla Reale Accademia Svedese delle Scienze, consegnato insieme agli altri e ha lo stesso valore economico.

Hai scritto “Accademia” in modi diversi finora, ma non ce n’è solo una?
L’Accademia Svedese e la Reale Accademia Svedese delle Scienze sono due istituzioni diverse. La prima nacque nel 1786 per volontà di re Gustavo III, sul modello dell’Académie française, e si occupa di lingua e letteratura: è lei ad assegnare il Nobel per la Letteratura. La seconda è più antica, fu fondata nel 1739 per promuovere la ricerca scientifica: assegna i Nobel per Fisica e Chimica e anche il premio per l’Economia. Poi ci sono altre due istituzioni: per la Medicina decide l’Assemblea Nobel del Karolinska Institutet, composta da cinquanta professori; per la Pace un Comitato Nobel norvegese di cinque membri nominati dal Parlamento norvegese.

Perché il premio per la Pace lo decidono in Norvegia?
Perché così volle Nobel. Nel testamento scrisse espressamente che il premio per la Pace sarebbe stato attribuito da un comitato di cinque persone scelto dal Parlamento norvegese, mentre gli altri sarebbero stati affidati a istituzioni svedesi. Perché abbia scelto proprio la Norvegia non lo sappiamo. All’epoca Svezia e Norvegia erano unite sotto lo stesso sovrano, anche se mantenevano proprie istituzioni politiche.

Come si diventa candidati al Nobel?
La candidatura deve arrivare da una persona abilitata. Non ci si può autocandidare mandando il curriculum a Stoccolma. Ogni premio stabilisce chi è autorizzato a presentare candidature: professori di determinate discipline, membri di accademie, precedenti vincitori, componenti dei comitati e, per il Nobel per la Pace, anche parlamentari e altre categorie indicate dal regolamento. I comitati raccolgono i nomi, fanno progressivamente una selezione, chiedono pareri a specialisti e preparano il materiale sul quale l’istituzione competente prenderà la decisione finale.

Quindi quando leggo che qualcuno è «candidato» o «favorito» al Nobel, quanto c’è di ufficiale?
Poco. Essere candidati significa soltanto che una persona autorizzata ha proposto quel nome. Le classifiche che escono ogni ottobre vengono da bookmaker, critici, accademici e indiscrezioni, non dalle istituzioni del Nobel. Una vera shortlist esiste, ma resta segreta. Per la Letteratura, per esempio, il comitato restringe progressivamente le candidature fino a una rosa corta sulla quale lavora poi l’Accademia. Tutte le candidature, valutazioni e discussioni restano segrete per cinquant’anni. La lista di quest’anno la conosceremo tra mezzo secolo. Anche questo è il fascino del Nobel.

Perché i Nobel vengono consegnati il 10 dicembre se li annunciano a ottobre?
Perché il 10 dicembre 1896 morì Alfred Nobel. Dal 1901 la cerimonia si tiene nell’anniversario della sua morte. Fisica, Chimica, Medicina, Letteratura ed Economia vengono consegnati a Stoccolma; il Nobel per la Pace a Oslo.

Torniamo al 2026: che cosa hanno scoperto esattamente i tre Nobel per la Medicina?
Immagina di voler scoprire quale interruttore accende una lampada in una casa con miliardi di fili elettrici. Il cervello contiene decine di miliardi di neuroni che lavorano contemporaneamente. Sapere che una certa zona si attiva durante la paura o un movimento non basta a dimostrare che siano proprio quelle cellule a provocarlo. Hegemann e Nagel hanno studiato delle proteine sensibili alla luce presenti in alghe unicellulari. Una di queste, la channelrhodopsin, funziona come una porta che si apre quando viene illuminata e permette il passaggio di ioni attraverso la membrana della cellula. Deisseroth ha contribuito a trasformare quel meccanismo in uno strumento per le neuroscienze: inserendo il gene appropriato in determinati neuroni, è possibile renderli sensibili alla luce e attivarli o spegnerli con grande precisione. È nata così l’optogenetica. Prima era molto più difficile intervenire con precisione su gruppi specifici di neuroni; con l’optogenetica possiamo attivarli o inibirli e vedere che cosa succede. È un salto enorme nello studio del rapporto tra cervello e comportamento.

Quindi grazie al Nobel di Medicina potremo controllare il cervello con una lampadina?
No. Per applicare l’optogenetica bisogna rendere determinate cellule sensibili alla luce, normalmente attraverso tecniche genetiche, e poi far arrivare la luce dove serve. Nei laboratori è uno strumento potentissimo; nell’uomo le applicazioni cliniche sono ancora circoscritte e sperimentali. Ci sono ricerche promettenti, per esempio sulla possibilità di restituire una certa sensibilità visiva in alcune forme di cecità, ma siamo lontani dall’idea fantascientifica di accendere e spegnere liberamente emozioni o ricordi nelle persone.

Perché Robert E. Hall e Michael Woodford hanno vinto il Nobel per l’Economia?
Perché hanno spiegato come le scelte di famiglie e imprese influenzano l’intera economia e come le banche centrali possono intervenire per contenere l’inflazione e le recessioni. Quando una banca centrale aumenta i tassi d’interesse, mutui e prestiti diventano più costosi. Le famiglie tendono a spendere meno e le imprese a ridurre gli investimenti. La domanda diminuisce e la crescita dei prezzi può rallentare. Ma gli effetti dipendono anche dalle aspettative delle persone. Chi prevede un aumento dei prezzi o una crisi modifica le proprie decisioni già oggi. Hall ha studiato come le famiglie distribuiscono i consumi nel tempo e come funziona il mercato del lavoro. Woodford ha analizzato il ruolo delle aspettative e dei tassi d’interesse nella politica monetaria. I loro studi hanno contribuito a costruire modelli economici che partono dalle scelte individuali per spiegare fenomeni collettivi come inflazione, disoccupazione e recessioni. È il principio dei «fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica», la motivazione ufficiale del premio.

Perché Francis Halzen ha vinto il Nobel per la Fisica?
Perché ha avuto un ruolo decisivo nella nascita di IceCube, un enorme rivelatore costruito nel ghiaccio dell’Antartide per intercettare i neutrini. Sono particelle difficilissime da osservare perché attraversano quasi tutta la materia senza interagire. Proprio per questo, però, possono arrivare fino a noi da zone lontanissime dell’universo senza essere deviate o assorbite lungo il percorso. Halzen ha capito che il ghiaccio profondo e trasparente del Polo Sud poteva diventare una specie di telescopio. Migliaia di sensori sepolti nel ghiaccio rilevano i minuscoli lampi prodotti nelle rare occasioni in cui un neutrino interagisce con la materia. Il risultato è un nuovo modo di guardare il cosmo: non soltanto attraverso la luce, le onde radio o le onde gravitazionali, ma anche seguendo queste particelle quasi invisibili.

IceCube l’ha costruito Halzen da solo?
No, è il risultato del lavoro di una grande collaborazione internazionale. Ma gli statuti del Nobel stabiliscono che un premio possa essere diviso tra non più di tre persone. È una regola che oggi mostra tutti i suoi limiti. La scienza contemporanea funziona sempre più spesso attraverso gruppi di centinaia o migliaia di ricercatori: basta pensare al CERN o ai grandi osservatori astronomici. Il Nobel purtroppo influenza il modo in cui immaginiamo la scienza: come il risultato di pochi geni individuali, quando spesso nasce da reti di ricerca.

Perché Kagan e Soai hanno vinto il Nobel per la Chimica?
Guardati le mani. Sono speculari, ma non puoi sovrapporle perfettamente. Alcune molecole hanno la stessa proprietà: esistono in due versioni speculari, chiamate enantiomeri. Hanno gli stessi atomi e gli stessi legami, ma una diversa disposizione nello spazio. Questa proprietà si chiama chiralità. La differenza è fondamentale perché il nostro organismo distingue tra le due forme. Enzimi e recettori hanno strutture tridimensionali precise: una versione di una molecola può interagire efficacemente con loro, mentre l’altra può avere effetti diversi. Per questo, nella produzione dei farmaci, ottenere la forma giusta può essere cruciale.

Perché negli esseri viventi prevale una delle due forme?
Non lo sappiamo ancora con certezza. Sappiamo però che gli esseri viventi costruiscono le proteine utilizzando quasi esclusivamente una delle due forme speculari degli amminoacidi. Questa preferenza si chiama omochiralità. Le scoperte di Kagan e Soai aiutano a capire come possa nascere una preferenza così forte. Anche se all’inizio una delle due forme è presente in quantità appena maggiore dell’altra, alcune reazioni chimiche possono amplificare questa differenza fino a farla diventare dominante. Non sappiamo se sia successo proprio così alle origini della vita, ma queste scoperte dimostrano come una differenza inizialmente minuscola possa diventare enorme.

I Nobel scientifici premiano solo scoperte fatte nell’ultimo anno?
No. Nel testamento Nobel parlava dell’«anno precedente», ma oggi quella formula non viene applicata alla lettera. Nelle scienze servono spesso molti anni per capire se una scoperta è corretta, riproducibile e davvero importante. Per questo un Nobel può arrivare anche decenni dopo il lavoro premiato. Quindi conta meno quando è stata fatta la scoperta e di più quanto ha resistito alla prova del tempo.

Il Nobel può essere assegnato a una persona già morta?
Di norma no. Dal 1974 il Nobel non può essere assegnato postumo. Se però il vincitore muore dopo l’annuncio, il premio resta valido. Prima di questa regola ci furono due Nobel realmente postumi: quello per la Letteratura a Erik Axel Karlfeldt nel 1931 e quello per la Pace a Dag Hammarskjöld nel 1961. Nel 2011 ci fu un caso eccezionale. Ralph Steinman era morto tre giorni prima dell’annuncio del Nobel per la Medicina, ma il comitato non lo sapeva. La Fondazione decise che il premio sarebbe rimasto valido perché la decisione era stata presa ignorando la sua morte.

Perché Anne Carson ha vinto il premio Nobel per la Letteratura?
Carson ha passato buona parte della carriera a rendere superflua la domanda «che genere di libro è?». È una classicista che conosce profondamente la letteratura greca, una traduttrice, una poetessa, una saggista e una scrittrice che spesso mette tutte queste cose nello stesso libro. In “Autobiografia del rosso” (La nave di Teseo) rilegge in chiave contemporanea il mito di Eracle e Gerione, il mostro a tre teste ucciso dal semi dio greco in una delle sue sette fatiche, e lo fa in una forma indefinibile: una prosa lirica frammentaria, che mescola filologia e fantasia e trasporta i due personaggi dalla Grecia antica al Novecento.“Nox”, pubblicato nel 2010 dopo la morte del fratello Michael, è un libro-oggetto a fisarmonica nato come una sorta di memoriale privato: Carson vi alterna fotografie, lettere, appunti, frammenti biografici e il lavoro di traduzione del carme 101 di Catullo, scritto per la morte del fratello del poeta. Più che un libro tradizionale, è un archivio del lutto costruito per frammenti. L’Accademia l’ha premiata perché usa la tradizione dei classici per creare forme letterarie difficili da incasellare nei generi tradizionali.

E Navi Pillay perché ha vinto il Nobel per la Pace se ha passato la vita nei tribunali?
Perché il Comitato norvegese ha premiato il suo lavoro sul diritto internazionale. Pillay è stata avvocata contro l’apartheid, giudice dell’Alta Corte sudafricana, del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale. Al tribunale sul Ruanda ha contribuito anche a riconoscere che stupro e violenza sessuale possono costituire atti di genocidio. Il punto del premio è questo: la pace non dipende solo dagli accordi tra governi, ma anche dall’esistenza di regole e tribunali capaci di perseguire i crimini più gravi.

Qualcuno ha mai rifiutato un Nobel?
Sì, ma non sempre per scelta. Jean-Paul Sartre rifiutò quello per la Letteratura nel 1964 perché aveva sempre respinto le onorificenze ufficiali e non voleva diventare, come disse, «un’istituzione». Le Duc Tho rifiutò invece il Nobel per la Pace del 1973, condiviso con Henry Kissinger per gli accordi di Parigi, sostenendo che in Vietnam non ci fosse ancora una vera pace. In altri casi il rifiuto fu imposto. Boris Pasternak accettò inizialmente il Nobel per la Letteratura del 1958, ma sotto fortissime pressioni sovietiche fu costretto a rinunciarvi. E Hitler vietò a tre scienziati tedeschi di accettare il premio: Richard Kuhn, Nobel per la Chimica del 1938 per i suoi studi su carotenoidi e vitamine; Adolf Butenandt, Nobel per la Chimica del 1939 per le ricerche sugli ormoni sessuali; e Gerhard Domagk, Nobel per la Medicina del 1939 per avere scoperto l’azione antibatterica del Prontosil, uno dei primi farmaci efficaci contro le infezioni batteriche. Dopo la guerra poterono ricevere medaglia e diploma, ma non il denaro del premio.

Un Nobel può essere ritirato, restituito o non assegnato?
Una volta assegnato, il Nobel non può essere ritirato: non esiste una procedura per cancellarlo se il vincitore diventa controverso o se il giudizio storico cambia. E non può neppure essere formalmente “restituito” per annullarlo. Dopo il contestatissimo Nobel per la Pace del 1973, Henry Kissinger fece sapere di essere disposto a riconsegnarlo, ma gli fu risposto che gli statuti non lo prevedevano. Può invece succedere che un premio non venga assegnato. Se l’istituzione competente ritiene che nessun candidato soddisfi abbastanza i criteri, può rinviarlo o lasciarlo vacante. È successo varie volte, soprattutto durante le guerre mondiali. Un caso italiano è Grazia Deledda: il Nobel per la Letteratura del 1926 fu tenuto in sospeso e assegnato a lei l’anno successivo.

Ecco, parliamo degli italiani, quanti l’hanno vinto?
Di solito se ne contano ventuno. Sei hanno vinto per la Fisica, sei per la Medicina, sei per la Letteratura. Poi ci sono un Nobel per la Chimica, uno per la Pace e uno per l’Economia. Ma anche qui bisogna aggiungere un asterisco. La nazionalità dei Nobel non è sempre semplice. Salvatore Luria, Emilio Segrè, Riccardo Giacconi, Mario Capecchi e Franco Modigliani nacquero in Italia ma svolsero una parte decisiva della carriera negli Stati Uniti e acquisirono la cittadinanza americana. Daniel Bovet nacque invece in Svizzera e divenne italiano.

Esulto comunque. Mi metti tutti i nomi così ritorno qui ogni volta che mi sento patriottico?
Iniziamo dalla Fisica. Guglielmo Marconi (1909) per lo sviluppo della telegrafia senza fili, insieme a Karl Ferdinand Braun. Enrico Fermi (1938) per gli studi sulle reazioni nucleari prodotte dai neutroni e, in particolare, sul ruolo dei neutroni lenti. Emilio Segrè (1959) con Owen Chamberlain, per la scoperta dell’antiprotone. Carlo Rubbia (1984), con Simon van der Meer, per il contributo decisivo al progetto che portò alla scoperta delle particelle W e Z, fondamentali per comprendere la forza nucleare debole.
Riccardo Giacconi (2002) per i contributi pionieristici all’astrofisica che portarono alla scoperta delle sorgenti cosmiche di raggi X. Giorgio Parisi (2021) per avere scoperto come disordine e fluttuazioni interagiscano nei sistemi fisici complessi. Proseguiamo con la Medicina. Camillo Golgi (1906), insieme a Santiago Ramón y Cajal, per il lavoro sulla struttura del sistema nervoso. Daniel Bovet (1957) per avere scoperto composti sintetici capaci di bloccare l’azione di alcune sostanze dell’organismo, un lavoro che comprende lo sviluppo dei primi antistaminici e di altri importanti farmaci. Salvatore Luria (1969), con Max Delbrück e Alfred Hershey, per le scoperte sui meccanismi di replicazione e sulla struttura genetica dei virus. Renato Dulbecco (1975) per avere chiarito il rapporto tra alcuni virus tumorali e il materiale genetico delle cellule. Rita Levi-Montalcini (1986), con Stanley Cohen, per la scoperta dei fattori di crescita e in particolare per il lavoro che portò all’identificazione dell’NGF, il fattore di crescita nervoso. Mario Capecchi, (2007), con Martin Evans e Oliver Smithies, per avere sviluppato tecniche che permettono di modificare selettivamente determinati geni nei topi attraverso cellule staminali embrionali: alla base dei cosiddetti topi knockout.

Puoi prendere una pausa.
Grazie. Chimica. Giulio Natta (1963), con Karl Ziegler, per le scoperte sulla chimica e sulla tecnologia degli alti polimeri. Il suo lavoro rese possibile produrre plastiche con strutture più controllate, tra cui il polipropilene isotattico. Economia. Franco Modigliani (1985) per le analisi pionieristiche del risparmio e dei mercati finanziari, compresa l’idea del ciclo vitale del risparmio: tendiamo a organizzare consumi e risparmi pensando all’intera vita, non soltanto al reddito del momento. Pace. Ernesto Teodoro Moneta, (1907), giornalista ed ex combattente risorgimentale diventato una delle figure principali del pacifismo italiano, lavorò per l’arbitrato internazionale, i congressi di pace e la cooperazione tra gli Stati. È tuttora l’unico italiano ad avere ricevuto il Nobel per la Pace.

Un ultimo sforzo.
Letteratura. Giosuè Carducci (1906): l’Accademia citò la sua cultura e ricerca critica, ma soprattutto l’energia creativa, la freschezza dello stile e la forza lirica della sua poesia. Grazia Deledda (1926), per opere capaci di rappresentare con forza la vita della sua Sardegna e, insieme, problemi umani universali. Luigi Pirandello (1934), per «l’audace e ingegnoso rinnovamento dell’arte drammatica e scenica». Salvatore Quasimodo (1959), per una poesia lirica che esprimeva «con fuoco classico la tragica esperienza della vita del nostro tempo». Eugenio Montale (1975), per una poesia capace di interpretare i valori umani attraverso una visione della vita «senza illusioni». Dario Fo (1997), perché, nella formulazione diventata famosissima, «seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi».

Ma Dario Fo come fece a vincere un Nobel per la Letteratura se era un attore?
Perché per l’Accademia la letteratura non significa soltanto romanzo o poesia stampata. Fo era autore dei testi che recitava, drammaturgo, regista e interprete. Utilizzava una tradizione che andava dalla commedia dell’arte ai giullari, dal teatro popolare alla satira politica. Il caso più famoso è “Mistero Buffo”, spettacolo del 1969 costruito come una serie di monologhi ispirati ai giullari e al teatro popolare medievale, spesso recitati usando il grammelot, un linguaggio fatto di suoni, cadenze, frammenti dialettali e gesti, che imita una lingua anche senza usare parole comprensibili. Per l’Accademia la letteratura poteva anche essere scritta per essere detta, recitata e trasformata sulla scena.

Chi sono stati il vincitore più giovane e quello più anziano?
La più giovane in assoluto è Malala Yousafzai, che aveva 17 anni quando vinse il Nobel per la Pace nel 2014. Lawrence Bragg aveva 25 anni quando vinse la Fisica nel 1915, mentre Frederick Banting ne aveva 31 quando ricevette quello per la Medicina nel 1923 per la scoperta dell’insulina. All’estremo opposto c’è John Goodenough: aveva 97 anni quando nel 2019 condivise il Nobel per la Chimica per lo sviluppo delle batterie agli ioni di litio.

Qualcuno è riuscito a vincerlo più di una volta?
Pochissimi. Marie Curie vinse la Fisica nel 1903 e la Chimica nel 1911 ed è ancora l’unica persona ad avere ricevuto Nobel in due diverse discipline scientifiche. Linus Pauling vinse invece la Chimica nel 1954 e la Pace nel 1962: è l’unico ad avere ottenuto due Nobel senza condividerne nessuno. John Bardeen vinse due volte la Fisica, Frederick Sanger e Barry Sharpless due volte la Chimica. Tra le organizzazioni il record è del Comitato internazionale della Croce Rossa, premiato tre volte per la Pace. E poi c’è la famiglia Curie. Oltre ai due Nobel di Marie, il marito Pierre Curie condivise con lei quello per la Fisica del 1903. La figlia Irène Joliot-Curie e suo marito Frédéric Joliot vinsero insieme la Chimica nel 1935. L’altra figlia, Ève Curie, non vinse un Nobel, ma suo marito Henry Labouisse era direttore dell’Unicef quando l’organizzazione ricevette quello per la Pace nel 1965. È difficile trovare un’altra famiglia con una concentrazione simile di Nobel.

Una cosa la so: Einstein vinse il Nobel per la Fisica grazie alla sua scoperta della relatività.
No. Lo vinse nel 1921, anche se fu consegnato nel 1922, «per i suoi servizi alla fisica teorica e soprattutto per la scoperta della legge dell’effetto fotoelettrico». All’epoca il Comitato era ancora prudente davanti alle implicazioni e alla verifica sperimentale della relatività, mentre l’effetto fotoelettrico offriva un risultato considerato solidamente dimostrato.

Quali sono i grandi nomi che non hanno mai vinto il Nobel?
Il caso più famoso è Mahatma Gandhi: fu candidato cinque volte al Nobel per la Pace, ma non lo vinse mai. Venne assassinato nel 1948 e quell’anno il Comitato decise di non assegnare il premio. Anche la Letteratura ha i suoi esclusi illustri: Lev Tolstoj non vinse mai e nel 1901, primo anno del premio, non fu neppure candidato; Jorge Luis Borges, uno degli scrittori più influenti del Novecento, comparve invece decine di volte tra le candidature senza essere premiato. Sigmund Freud fu candidato 32 volte per la Medicina e una per la Letteratura, senza mai vincere: nel 1929 un esperto incaricato dal comitato concluse che le sue teorie non avessero un valore scientifico sufficientemente dimostrato. Lise Meitner, fisica austriaca, ebbe un ruolo decisivo nella scoperta della fissione nucleare: lavorò per anni con Otto Hahn e fu lei, insieme al nipote Otto Frisch, a spiegare teoricamente che il nucleo dell’uranio poteva spezzarsi liberando un’enorme quantità di energia. Nel 1944, però, il Nobel per la Chimica premiò soltanto Hahn per la scoperta della fissione. Meitner, nonostante le numerose candidature successive, non ricevette mai il Nobel.

Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede.

Perché ne parlano tutti?

Punto primo
Perché è uno dei grandi riti del ciclo dell’informazione mondiale, come la persona dell’anno di Time, gli Oscar, il Leone d’oro, la Palma d’oro, il Pallone d’oro, i Golden Globe e, in misura minore, altri appuntamenti meno dorati, ma comunque rilevanti come Emmy, Grammy, Tony Award e Pulitzer. Sono premi diversissimi, ma hanno tutti una cosa in comune: ci dicono chi è stato considerato il migliore in qualcosa. È un meccanismo umano. In psicologia si parla di confronto sociale: tendiamo a valutare persone, risultati e perfino noi stessi mettendoli a confronto con gli altri. I social hanno trasformato questa inclinazione in un genere: classifiche, piramidi, tier list, «questo o quello». Nello sport è più semplice: Maradona o Messi? Michael Jordan o LeBron James? Ovviamente LeBron. Nei Nobel il confronto diventa più interessante perché riguarda campi nei quali stabilire un vincitore non è così semplice. Una volta all’anno è un modo per fare il punto sullo stato dell’arte, o meglio delle arti, delle scienze e delle discipline umanistiche: quali libri, quali scoperte e quali idee siano abbastanza importanti da rappresentare un’epoca.

Punto secondo
Nel giornalismo ogni tornata dei Nobel produce due filoni abbastanza prevedibili. Il primo è il racconto di chi ha vinto. È l’occasione per scoprire i libri già pubblicati da uno scrittore, capire quali progressi si stiano facendo nella medicina, nella fisica o nella chimica, oppure quali idee economiche siano diventate abbastanza importanti da meritare il premio. Ogni nicchia guarda alla propria categoria, con una combinazione di curiosità, emulazione e qualche volta anche invidia. Chi vuole scrivere un romanzo cerca di capire che cosa abbia visto l’Accademia in quell’autore. Un giovane ricercatore guarda quale filone di studi è stato consacrato. Un economista discute se quella teoria abbia davvero cambiato la disciplina. E poi ci sono tutti gli altri lettori. Il Nobel trasforma per qualche giorno temi normalmente riservati agli specialisti in argomenti da prima pagina.

Il secondo filone riguarda invece chi non ha vinto. Succede soprattutto con la Letteratura, perché è il premio sul quale il pubblico può discutere più facilmente senza conoscere la fisica delle particelle o la chimica molecolare. Per anni ogni ottobre tornava Philip Roth, morto nel 2018 senza Nobel; oggi uno dei nomi ricorrenti è Haruki Murakami. Con un piccolo particolare: le vere candidature e le discussioni dell’Accademia restano segrete per cinquant’anni. Quindi spesso gli «eterni candidati» sono candidati soprattutto dei giornali, dei critici e dei bookmaker.

Punto terzo
Fuori categoria c’è il Nobel per la Pace, che gioca un campionato a parte. Da solo può far partire decine di editoriali sulla situazione del mondo, perché la scelta del vincitore viene letta inevitabilmente anche come un giudizio politico su che cosa significhi, in quel momento, lavorare per la pace. È però un pendolo che oscilla moltissimo a seconda del nome. Quando nel 2009 fu premiato Barack Obama, dopo pochi mesi alla Casa Bianca, si discusse per settimane se il riconoscimento non fosse arrivato troppo presto, quando il presidente degli Stati Uniti aveva fatto ancora poco di ciò per cui veniva premiato. E quando Donald Trump ha ripetutamente sostenuto di meritare il Nobel per la Pace, la sua stessa rivendicazione è diventata una notizia indipendente dal premio. Quando invece vince una figura poco conosciuta dal grande pubblico, come Navi Pillay quest’anno, il meccanismo è opposto. La notizia viene coperta, ma per spiegare chi sia quella persona e perché il Comitato norvegese abbia deciso che dovremmo conoscerla. In un caso è la celebrità del vincitore a trascinare il Nobel; nell’altro è il Nobel a creare una celebrità.

Punto quarto
Un altro motivo per cui la notizia interessa in Italia è più semplice: vedere se ha vinto un connazionale. Non succede spesso, ma quando accade improvvisamente smettiamo per qualche giorno di essere commissari tecnici della Nazionale, costituzionalisti o esperti di geopolitica e diventiamo tutti fisici, neuroscienziati o economisti. Con Giorgio Parisi nel 2021 espressioni come «sistemi complessi» e «disordine» finirono nei telegiornali e nelle conversazioni di persone che probabilmente non le avevano mai incontrate prima. Chi vince riceve poi una scia lunghissima di interviste, profili, editoriali e inviti televisivi. Ed è uno dei rari meccanismi distorti dell’informazione che produce un’eterogenesi dei fini positiva: per qualche giorno una categoria normalmente poco visibile, quella di professori, ricercatori ed esperti, riceve un’attenzione solitamente riservata a politici, calciatori e personaggi dello spettacolo. Magari alla fine non avremo davvero capito la fisica di Parisi, ma almeno sappiamo che esiste.

Punto quinto
Qualche volta, ma raramente, il Premio Nobel attira più critiche del solito. Come accadde per il Nobel per la Letteratura a Bob Dylan nel 2016. A molti la scelta sembrò semplicemente non avere senso: Dylan era certamente uno dei più importanti autori di canzoni del Novecento, ma i suoi testi erano stati scritti per essere cantati, accompagnati dalla musica e interpretati da una voce. Premiarlo significava allargare la definizione tradizionale di letteratura e, secondo i critici, togliere il premio a romanzieri, poeti o drammaturghi che lavoravano precisamente dentro quella disciplina. L’Accademia ragionò al contrario: la poesia è esistita oralmente ben prima dei libri e Dylan aveva creato «nuove espressioni poetiche» dentro la tradizione della canzone americana. La polemica è interessante proprio perché riguarda una domanda più grande: che cosa sia davvero letteratura e chi abbia il potere di stabilirne i confini. Con il premio di quest’anno ad Anne Carson, l’Accademia ha allargato ancora una volta quei confini, premiando un’autrice che mescola poesia, saggio, traduzione, memoir e teatro. Ed è forse una delle ragioni per cui continuiamo a parlare dei Nobel: non decidono soltanto chi vince. Ogni tanto ci costringono anche a discutere che cosa stiamo premiando.

Questa è “Non ho capito”, la newsletter di Linkiesta che ogni sabato mattina rimette in ordine la notizia di cui parlano tutti e spiega perché i giornali ne parlano. È curata da Andrea Fioravanti. Se vuoi riceverla due giorni prima della pubblicazione online, puoi iscriverti, cliccando qui.

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La Russia porta la guerra ibrida fin dentro l’industria europea della difesa

Recruits attend an oath-taking ceremony of the German army at the Defence Ministry in Berlin, Germany, Monday, July 20, 2026. (AP Photo/Ebrahim Noroozi) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

La Russia sta intensificando i tentativi di colpire i vertici delle aziende europee della difesa, fino a pianificare attentati contro la loro vita. È l’allarme lanciato da cinque agenzie d’intelligence europee al Financial Times, secondo cui il Cremlino sta ampliando le operazioni di sabotaggio e di guerra ibrida in Europa per indebolire il sostegno occidentale all’Ucraina. Tra i bersagli ci sono soprattutto gli amministratori delegati e i dirigenti delle società che producono armamenti, ma anche le aziende più piccole impegnate nella fabbricazione di droni e componenti.

La nuova fase arriva mentre il conflitto in Ucraina resta bloccato sul campo di battaglia e l’economia russa attraversa difficoltà. Secondo le fonti dell’intelligence citate dal quotidiano britannico, gli omicidi di obiettivi civili europei, considerati in passato un limite anche per i servizi segreti russi, stanno assumendo un peso crescente nei piani di Mosca. «Il livello di minaccia in Europa è aumentato. Nei confronti delle proprietà, ma anche delle persone», ha dichiarato un alto funzionario dell’intelligence europea.

In Germania, il servizio di intelligence interno (BfV) ha intensificato i contatti con i dipendenti e i dirigenti delle aziende della difesa, raccomandando anche di ricorrere a squadre di protezione personale private. «La Russia sta pianificando deliberatamente atti di violenza contro individui attraverso soggetti statali o controllati dallo Stato», ha avvertito lunedì il capo del BfV, Sinan Selen. Secondo il funzionario, si sta ampliando anche il ricorso a strutture della criminalità organizzata.

La responsabilità di queste operazioni, definite nel gergo dei servizi russi «lavori sporchi», ricadrebbe soprattutto sul Gru, l’intelligence militare di Mosca. Le modalità operative starebbero cambiando: gli ufficiali russi collaborano sempre più con gruppi criminali, utilizzano reti di agenti che attraversano le frontiere e distribuiscono le diverse fasi dei complotti – dalla sorveglianza alla logistica, fino all’esecuzione – tra cellule e individui distinti. Non più soltanto singoli esecutori reclutati online in cambio di denaro.

Alcuni piani sono già stati scoperti e sventati. In altri casi gli investigatori hanno rilevato attività sospette di sorveglianza sistematica delle potenziali vittime, nelle loro abitazioni e nei luoghi di lavoro. Ma, secondo le fonti citate dal Financial Times, l’obiettivo russo non è necessariamente portare a termine gli attentati: basta alimentare la percezione di essere nel mirino per ottenere un effetto sulle scelte delle aziende. «L’obiettivo principale, dal punto di vista russo, resta psicologico», ha spiegato un funzionario. «Facendo semplicemente credere alle persone di poter diventare un bersaglio, ottengono già il loro effetto. Vogliono che gli individui ci pensino due volte prima di fare affari con l’Ucraina».

Le conseguenze sono già visibili nelle misure di sicurezza. Diversi dirigenti della difesa hanno rafforzato la propria protezione negli ultimi sei mesi su indicazione delle autorità, mentre alcune imprese stanno valutando anche il trasferimento degli stabilimenti. Ad agosto, in Svezia, due giovani turisti russi erano stati arrestati dopo aver piantato una tenda nei pressi della proprietà di Micael Johansson, amministratore delegato del gruppo della difesa Saab. Sono stati rilasciati poco dopo, senza che questo episodio dimostri di per sé l’esistenza di un complotto.

L’allerta è alta almeno dall’inizio del 2024, quando i servizi segreti statunitensi e tedeschi scoprirono un piano russo contro Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall, uno dei principali produttori europei di armi e sostenitore della fornitura di armamenti a Kiev. Papperger ha dichiarato di essere ora protetto ventiquattr’ore su ventiquattro da guardie private e polizia. Il costo di queste misure, insieme a quello della protezione degli impianti, rischia di diventare un onere significativo soprattutto per le imprese più piccole, proprio mentre l’industria europea della difesa è chiamata ad aumentare la produzione per sostenere l’Ucraina.

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Glucksmann vuole riunire la sinistra francese senza passare da Mélenchon

Candidate in the left-wing primary Raphael Glucksmann waits before a TV debate organized by BFM in Paris, Sunday, Oct. 4, 2026. (AP Photo/Thomas Padilla)

Raphaël Glucksmann ha vinto al primo turno le primarie della sinistra socialdemocratica francese, diventando il candidato sostenuto dal Partito socialista e dai suoi alleati alle presidenziali del 2027. Il fondatore di Place Publique ha ottenuto il 66,13 per cento dei voti, staccando nettamente il segretario socialista Olivier Faure, fermo al 14,48 per cento. Terza Ségolène Royal, candidata socialista alle presidenziali del 2007, con il 7,62 per cento. Gli altri due candidati, Emmanuel Maurel e Jérôme Guedj, hanno raccolto poco meno del sei per cento ciascuno. Alla consultazione hanno partecipato oltre centoventimila elettori.

«Questa sera abbiamo vinto insieme queste primarie. Questo risultato dice qualcosa di forte: una sinistra fedele ai propri valori può unirsi, governare e vincere. Può parlare di giustizia, ambiente e Repubblica senza rinunciare a nulla», ha scritto Glucksmann su X. Nel discorso della vittoria a Parigi, l’eurodeputato ha promesso di essere «il candidato della sinistra democratica (…) capace di battere l’estrema destra». Faure ha riconosciuto il risultato e invitato la sinistra a fare fronte comune: «Abbiamo un candidato, ora dobbiamo costruire insieme uno spirito di vittoria». Royal, delusa dal proprio piazzamento, ha assicurato che sosterrà il vincitore.

La sfida di Glucksmann, scrive Le Monde, è riunire il centrosinistra senza consegnarne la guida a Jean-Luc Mélenchon, il leader di La France insoumise, escluso dalle primarie. L’obiettivo è costruire un’alternativa tanto alla sinistra radicale quanto al Rassemblement National di Marine Le Pen, da tempo in testa nei sondaggi. Glucksmann vuole inoltre presentarsi come una terza via rispetto al macronismo, in una competizione in cui il centrodestra e l’estrema destra stanno già lavorando alle proprie candidature. «Non siamo qui per vincere una disputa a sinistra. Siamo qui per vincere le elezioni presidenziali: voltare pagina rispetto al macronismo, fermare l’estrema destra e cambiare la vita», ha dichiarato.

Quarantasei anni, europarlamentare dal 2019, Glucksmann ha già guidato la campagna dei socialisti alle elezioni europee del 2024, quando la lista alleata di Place Publique raggiunse il 13,8 per cento, arrivando terza. La sua linea è europeista e favorevole al sostegno all’Ucraina, oltre che attenta alle politiche ambientali. La vittoria alle primarie gli consegna ora una candidatura forte dentro l’area socialdemocratica, ma non risolve il problema della frammentazione della sinistra francese. La partecipazione al voto e la disponibilità degli altri partiti a convergere saranno decisive per capire se il risultato interno potrà trasformarsi in un’alternativa competitiva alle presidenziali del 2027.

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Due nuovi libri raccontano il cibo attraverso l’arte e la poesia

Foto di Sixteen Miles Out su Unsplash

Cinquesensi editore porta in libreria due nuove pubblicazioni dedicate al mondo enogastronomico interpretato secondo due diverse chiavi artistiche: l’epica e il poetare in versi sono protagonisti del primo volume, pittura, design, architettura, musei del secondo.

Il 12 ottobre, data scelta perché centotrentesimo anniversario della nascita di Eugenio Montale, è il giorno di uscita di “Piccole epiche per cuochi e altri apprendisti” di Ro (Roberta) Corradin. La scrittrice e saggista, autrice di fumetti e di libri come “Ho fatto un pan pepato – ricette di cucina emotiva” (Zelig 1995), “Le cuoche che volevo diventare” (Einaudi 2008), “Cannoli siciliani” (Giunti 2023), ha composto 75 poemetti (più un breve racconto) dove mescola dèi e miti classici, ingredienti, ricette, città del mondo, cucine, momenti di vita vissuta in prima persona ed episodi universali, il tutto in forma lirica, ma senza disdegnare neologismi e contaminazioni linguistiche.

Leggiamo nell’introduzione: «Mi sono divertita a cogliere la componente mitica insita nelle storie di chi il cibo lo prepara, lo coltiva, lo alleva, lo affina, lo cucina, lo progetta, lo serve a tavola. Strada facendo, si è imposta la mia passione per il mito greco, materiale duttile nelle mani di noi scrittori da oltre due millenni. Scrivendo, ho pensato e sperato che queste piccole epiche, dedicate a cuochi e cuoche, possano tornare utili («la poesia è di chi gli serve») anche ad altri, a tutti noi che nella vita, per attitudine e curiosità, continuiamo a sentirci sempre in apprendistato».

Il 13 ottobre è previsto invece l’arrivo nelle librerie di “A tavola con l’arte. Il cibo d’autore nei luoghi dell’arte e l’arte nei luoghi del cibo d’autore”, a cura della giornalista e divulgatrice culturale Ilaria Guidantoni e dal giornalista e critico enogastronomico Antonio Paolini. Percorrendo tutte le regioni italiane, il volume racconta i principali luoghi a vocazione artistica del nostro Paese (musei, castelli, ville storiche, borghi) che ospitano anche locali o realtà ristorative (sezione “Cucina nei luoghi d’arte”), e viceversa ristoranti, bar, alberghi arricchiti da opere artistiche o da un contesto storico e culturale particolarmente pregevole (sezione “Arte in tavola”). Una sezione a parte (“Arte nel bicchiere”) è riservata alle cantine e alle aziende vinicole le cui vigne spesso sono spazio espositivo per sculture e architetture.

I due autori così raccontano la loro ispirazione: «Si può dare di più. È il motore che ha portato alla genesi di questo lavoro. Ed è la constatazione fatta proprio andando a esplorare il mondo che ne è divenuto l’oggetto. Si può dare di più di uno splendido spettacolo, una mostra, un concerto dotando lo spazio che ne è (in senso proprio e figurato) teatro d’un luogo di ristoro che abiuri i vecchi cornetti avanzati dal mattino (o, peggio, incellofanati) e le bibite tristi delle vecchie buvette e dei caffè da museo (attenzione: quando c’erano, mancando sovente perfino quelli) e renda olisticamente felice l’esperienza. E, viceversa, si può dare di più, oltre a menu, piatti e sapori (d’ogni genere, assolutamente non solo “fine dining”, ma a sorpresa anche splendide trattorie e luoghi di intrattenimento gastronomico di ogni tipo farciti di tesori) offrendo ai clienti la compresenza di opere e oggetti d’arte, a loro volta senza limiti di genere. Ne abbiamo repertati centinaia e abbiamo potuto constatare che si stavano felicemente moltiplicando».

“Piccole epiche per cuochi e altri apprendisti” di Ro Corradin, Cinquesensi Editore, 176 pagine, 18 euro

“A tavola con l’arte. Italia – Il cibo d’autore nei luoghi dell’arte e l’arte nei luoghi del cibo d’autore” di Ilaria Guidantoni e Antonio Paolini, Cinquesensi Editore, 640 pagine, euro 30,00

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Dalle auto ai missili, l’industria europea cambia strada

A una trentina di chilometri da Ingolstadt, nel bosco di Schrobenhausen, Mbda produce missili da crociera e sistemi per la difesa aerea. Presto, in questo distretto industriale della Baviera, potranno lavorare anche alcuni dipendenti Audi. Il programma si chiama Regionaler Personaleinsatz, letteralmente impiego regionale del personale: per due anni, su base volontaria, alcuni lavoratori potranno essere assegnati temporaneamente a imprese della difesa, mantenendo il contratto e il trattamento economico di Audi e il diritto di tornare in azienda. L’iniziativa coinvolge anche Knds, Diehl Defence e Airbus e si rivolge inizialmente a ingegneri, responsabili della qualità, project manager e personale delle aree tecniche dello stabilimento di Ingolstadt.

Il nome burocratico nasconde una trasformazione più ampia. Mentre l’industria automobilistica europea riduce i costi e la capacità produttiva, quella della difesa fatica a soddisfare una domanda in crescita. La prima dispone di competenze nella produzione in serie, nell’automazione e nel controllo della qualità; la seconda ha bisogno di trasferirle rapidamente in un settore abituato a lavorare su volumi più contenuti.

Il trasferimento, però, non è automatico. Le imprese militari devono fare i conti con verifiche di sicurezza, requisiti specifici e formazione sui prodotti. Un ingegnere abituato a progettare un’automobile non diventa dall’oggi al domani uno specialista di missili o sistemi antiaerei. Ma può portare con sé metodi di lavoro e conoscenze industriali preziosi per aumentare la produzione.

Il caso Audi è anche un riflesso della crisi che attraversa il gruppo Volkswagen. Lo stabilimento di Neckarsulm, con oltre 15.500 dipendenti, è tra i quattro siti tedeschi del gruppo per i quali non è ancora garantito un impiego produttivo competitivo a partire dal 2031. Volkswagen sta valutando utilizzi alternativi per gli impianti, mentre cerca di ridimensionare una capacità produttiva che supera la domanda.

Secondo dati riportati dalla stampa tedesca e attribuiti ad ambienti del gruppo, produrre un’automobile a Neckarsulm costa poco meno di 6.000 euro, contro circa 3.000 nei siti europei più competitivi. Il confronto va letto tenendo conto delle diverse categorie di vetture: nello stabilimento si assemblano modelli di fascia alta come A5, A6 e A8, che richiedono tempi di lavorazione maggiori. Anche al netto di queste differenze, resta un divario di costo significativo.

Il problema è trovare alternative. Volkswagen sta ridimensionando strutture e occupazione, mentre il suo amministratore delegato, Oliver Blume, ha indicato le collaborazioni con aziende cinesi e le attività legate alla difesa tra le possibili strade per salvaguardare gli impianti. Il gruppo deve trovare nuovi impieghi per capacità produttive che non riesce più a sostenere con il solo mercato dell’auto.

Da Ingolstadt a Osnabrück, il passo successivo è provare a riconvertire le fabbriche. Volkswagen ha raggiunto un accordo sui termini della possibile cessione dello stabilimento di Osnabrück al fondo Aurelius e al Land della Bassa Sassonia. La produzione automobilistica dovrebbe terminare nell’estate del 2027. L’obiettivo è trasformare il sito in un centro per le tecnologie della sicurezza e della difesa, con un primo progetto sviluppato insieme all’israeliana Rafael per produrre sistemi e componenti destinati alla difesa aerea. Il progetto potrebbe coinvolgere anche tecnologie legate all’Iron Dome, il sistema antiaereo israeliano.

La vicenda mostra quanto la riconversione sia condizionata da fattori politici. Il Qatar Investment Authority, azionista rilevante di Volkswagen, aveva espresso riserve sulla collaborazione diretta tra il gruppo tedesco e Rafael. La struttura ora delineata, con il coinvolgimento di Aurelius e del governo regionale, punta a superare quell’ostacolo. Il progetto, tuttavia, non equivale ancora alla certezza che tutte le attività previste saranno realizzate nei tempi e nei modi annunciati.

Anche Mercedes-Benz sta esplorando il settore. A maggio l’amministratore delegato Ola Källenius ha dichiarato al Wall Street Journal che il gruppo sarebbe disposto a entrare nella produzione per la difesa, a condizione che l’operazione abbia senso economico. Il manager ha descritto questo mercato come una possibile nicchia in crescita, non come un’alternativa alla produzione automobilistica.

A giugno, alla fiera aerospaziale Ila di Berlino, Mercedes-Benz e la società tecnologica tedesca Tytan Technologies hanno firmato un memorandum d’intesa per valutare sistemi mobili basati sui fuoristrada Classe G e sui furgoni Sprinter. Il progetto comprende una piattaforma per contrastare i droni e un veicolo in grado di trasportarli. Mercedes mette a disposizione i veicoli, Tytan le proprie competenze tecnologiche. Per ora l’accordo riguarda la valutazione e lo sviluppo delle possibili applicazioni: non sono stati annunciati volumi e tempi definitivi di produzione.

La convergenza tra auto e difesa riguarda anche la Francia. A febbraio Renault ha confermato un progetto con l’azienda di difesa Turgis Gaillard per assemblare droni militari Chorus nello stabilimento di Le Mans. Il gruppo automobilistico è stato coinvolto su richiesta del ministero delle Forze armate, interessato alle sue capacità di progettazione industriale e produzione in serie. L’obiettivo dichiarato è sviluppare in meno di un anno una capacità produttiva fino a 600 droni al mese. Renault ha precisato che il progetto si inserisce in un’iniziativa guidata dallo Stato e che le attività sono state definite dopo la consultazione delle rappresentanze dei lavoratori.

La trasformazione non passa soltanto dalle grandi case automobilistiche. Può essere più semplice per i fornitori specializzati, le cui competenze sono già utilizzabili in altri settori. È il caso di Deutz, produttore tedesco di motori, che il 9 luglio ha annunciato un accordo per acquisire il 100 per cento di Ffg Flensburger Fahrzeugbau, azienda specializzata in veicoli militari, per un corrispettivo complessivo di circa 1,6 miliardi di euro. L’operazione, che combina una componente in denaro e nuove azioni Deutz, segna un’espansione strategica nella difesa.

Anche componenti, sistemi di propulsione e tecnologie di precisione possono entrare nella filiera militare senza che l’intera fabbrica debba cambiare produzione. È una prospettiva importante perché consente di sfruttare capacità industriali esistenti, anziché costruire da zero impianti e competenze.

È qui che la questione riguarda anche l’Italia. In un’analisi pubblicata nelle scorse settimane, il Royal United Services Institute think tank britannico specializzato in sicurezza e difesa, indica Torino insieme a Wolfsburg, Detroit e alle Midlands britanniche tra i poli industriali che potrebbero contribuire allo sviluppo della robotica militare. Le competenze della filiera automobilistica — batterie, attuatori, motori elettrici, sensori ed elettronica — sono in parte sovrapponibili a quelle necessarie per produrre droni e sistemi robotici.

Il vantaggio, tuttavia, non va sopravvalutato. Le fabbriche automobilistiche sono organizzate attorno a cicli di produzione pluriennali; i sistemi senza equipaggio, soprattutto i droni, richiedono invece aggiornamenti rapidi e iterazioni che possono misurarsi in settimane. La sfida non è trasferire semplicemente una linea da un prodotto all’altro, ma adattare competenze, fornitori e processi a esigenze industriali differenti.

Il governo italiano ha introdotto un riferimento normativo con la legge 30 dicembre 2025, n. 199, la legge di bilancio per il 2026. Il comma 280 dell’articolo 1 prevede decreti del ministro della Difesa, di concerto con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, per individuare attività, aree, opere e progetti infrastrutturali di interesse strategico destinati a realizzare, ampliare, convertire, gestire e sviluppare capacità industriali della difesa. La disposizione opera nell’ambito delle risorse previste dalla legislazione vigente e non istituisce, da sola, un nuovo fondo per la riconversione. Resta da capire come sarà attuata e quali progetti verranno individuati.

Per Torino, dunque, l’opportunità non è ancora un piano industriale. Non risulta un programma pubblico paragonabile a quello avviato da Audi per trasferire temporaneamente personale alla difesa, né un censimento pubblico delle aziende locali già pronte a partecipare a programmi militari. Ma la presenza di competenze automobilistiche, meccatroniche ed elettroniche offre una base da cui partire.

Un segnale concreto è arriva proprio da Torino ieri, con Edgewing, la società partecipata da Leonardo, dalla britannica Bae Systems e dalla giapponese Japan Aircraft Industrial Enhancement Company, ha inaugurato la propria sede italiana, la prima delle tre previste nei Paesi partner del Global Combat Air Programme (Gcap). Il centro ospiterà centinaia di ingegneri italiani, britannici e giapponesi impegnati nella progettazione del futuro aereo da combattimento di nuova generazione. La società prevede che la struttura italiana arrivi a un migliaio addetti, a cui si aggiungeranno le risorse di Leonardo coinvolte nel programma. Non è una riconversione dell’industria automobilistica, ma dimostra che Torino dispone già di un ecosistema ingegneristico e industriale su cui costruire nuove attività legate alla difesa. La sfida è capire se una parte delle competenze sviluppate nella componentistica, nella meccatronica e nell’elettronica per l’auto potrà trovare spazio anche al di fuori della filiera aerospaziale tradizionale.

La partita europea si giocherà su due piani. Il primo riguarda gli stabilimenti: se e come potranno essere riconvertiti per produrre veicoli, sistemi di supporto e componenti militari. Il secondo riguarda la filiera: quante imprese dell’auto riusciranno a diventare fornitori della difesa senza abbandonare il proprio mercato originario. Il programma Audi suggerisce anche una cautela. Se i dipendenti possono passare per due anni alla difesa conservando il diritto di rientrare, è perché il trasferimento è concepito come temporaneo e non implica una riconversione definitiva dell’azienda. La formula può aiutare a salvaguardare competenze e occupazione, ma non garantisce da sola una soluzione strutturale alla crisi dell’auto. Per l’Europa, quindi, la questione non è soltanto stabilire quali fabbriche produrranno armi. È capire se il patrimonio industriale accumulato in decenni di produzione automobilistica potrà sostenere una nuova capacità manifatturiera della difesa, senza trasformare una crisi settoriale in una semplice migrazione di posti di lavoro.

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Non tutto il vino è vegano

Il vino nasce dall’uva, eppure non sempre può essere definito vegano. È una delle sorprese che più spesso spiazzano i consumatori, convinti che un prodotto ottenuto dalla fermentazione di un frutto non possa contenere alcun elemento di origine animale. La realtà è più complessa e riguarda una fase della produzione che chi beve raramente vede: la chiarifica. Quando si vuole ottenere maggiore limpidezza, stabilità o eliminare alcune sostanze indesiderate dal vino si procede alla chiarifica e si possono impiegare coadiuvanti tecnologici capaci di legarsi alle particelle target in sospensione e trascinarle sul fondo della vasca. Non tutti i vini vengono chiarificati, e molti produttori scelgono di imbottigliare il vino così com’è oppure utilizzano la semplice decantazione e la filtrazione. Ma chi chiarifica, per farlo può usare anche prodotti di origine animale. L’albume d’uovo è stato utilizzato per secoli soprattutto nei grandi vini rossi, grazie alla sua capacità di ammorbidire la componente tannica eliminando i tannini più astringenti e verdi al palato. La caseina, proteina del latte, è impiegata soprattutto per correggere difetti cromatici o ossidativi nei vini bianchi. La gelatina ottenuta dal collagene animale e l’ittiocolla, ricavata dalla vescica natatoria di alcuni pesci, sono altri chiarificanti tradizionali ancora utilizzati in molte cantine.

Queste sostanze, però, non diventano ingredienti del vino, ma svolgono una funzione tecnologica, si legano alle particelle indesiderate del momento e vengono eliminate insieme ai sedimenti durante le lavorazioni successive. Nel prodotto finale, se il processo è eseguito correttamente, non dovrebbero rimanerne traccia o comunque quantità significative. Questo però basta per escludere questi vini dalla dieta di un vegano. Chi sceglie di evitare qualsiasi impiego di prodotti animali considera infatti rilevante anche il processo produttivo, non soltanto il contenuto finale della bottiglia. Un vino chiarificato con albume, proteine del latte o gelatine animali, anche se non ne contiene residui apprezzabili, non viene quindi considerato vegano.

Negli ultimi anni molte aziende hanno adottato chiarificanti alternativi ma che spesso svolgono altre attività o non svolgono l’azione desiderata in maniera così performante. Tra i più diffusi ci sono la bentonite, un’argilla naturale utilizzata soprattutto nei vini bianchi per illimpidire ed evitare intorbidimenti, esistono poi le proteine estratte dal pisello, dalla patata o dal frumento e altri coadiuvanti di origine vegetale o estratti dalla parete cellulare del lievito. In alcuni casi il produttore rinuncia del tutto alla chiarifica. È grazie a queste soluzioni che oggi esistono sempre più vini certificati vegan.

Diverso è il discorso per chi è allergico o intollerante. La normativa europea richiede l’indicazione in etichetta quando durante la produzione vengono utilizzati latte o uova e nel vino possono rimanere residui superiori alle soglie fissate dalla legge. In pratica, se esiste un rischio concreto per il consumatore allergico, questo deve essere dichiarato. Per chi soffre di intolleranza al lattosio la situazione è ancora diversa. Il lattosio è lo zucchero del latte, mentre la caseina utilizzata nella chiarifica è una proteina, e le due sostanze non coincidono. Inoltre, la caseina viene rimossa durante il processo produttivo e proprio per questo un vino chiarificato con caseina non contiene normalmente lattosio e non rappresenta un problema per chi è intollerante al lattosio.

Il piccolo simbolo verde, o spesso una foglia stilizzata, che negli ultimi anni ha iniziato a comparire sul retro delle bottiglie, ed è diventato per molti un lasciapassare risponde a una domanda, non a un’altra, e le due domande vengono confuse più spesso di quanto si creda. Vegano o Biologico non è sinonimo di sicuro per chi soffre di allergie, e nemmeno di adatto a chi è intollerante al lattosio. Sono questioni diverse, regolate da logiche diverse, che il marketing ha la tendenza a impacchettare insieme come se fossero la stessa cosa.

Partiamo dall’equivoco poco sopra, che si dovrebbe dipanare in fretta: nel vino il lattosio, di fatto, non esiste. È lo zucchero del latte, resta nel latte, e nessun disciplinare enologico prevede di aggiungerlo in cantina. Chi è intollerante al lattosio, quello per cui manca l’enzima lattasi, può bere un calice senza pensarci due volte. Il tema riguarda piuttosto chi è allergico alle proteine del latte, una condizione completamente diversa e potenzialmente più seria: non un deficit digestivo ma una risposta del sistema immunitario, che nei casi più gravi arriva allo shock anafilattico, e che nel vino riguarda come detto la caseina, non lo zucchero del latte.

Un vino è vegano quando in nessuna fase della produzione, dalla vigna alla bottiglia, è stata usata una sostanza di origine animale, indipendentemente dal fatto che ne restino tracce. Un vino chiarificato con bentonite, con proteine di pisello o con proteine di patata o chitosano o ancora con estratti di lievito, le alternative vegetali che oggi molte cantine adottano al posto dei chiarificanti di origine animale, è vegano per definizione. Un vino sicuro per chi è allergico al latte, invece, è un vino che non presenta residui rilevabili di quella proteina nel prodotto finito, anche se in cantina la caseina è stata usata (in ogni caso, l’aggiunta va indicata in etichetta per legge). Sono risposte a domande diverse, ed è qui che il consumatore rischia di non avere le idee chiare.

Per secoli la chiarifica con prodotti di origine animale è stata considerata una pratica normale, quasi invisibile. Oggi la crescente attenzione verso le scelte alimentari, l’etica e la trasparenza ha spinto molte aziende a ripensare tecniche consolidate senza modificare il carattere del vino. È una dimostrazione di come anche un prodotto antico continui a evolversi, rispondendo alle domande che la società gli rivolge.

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Le manovre di Conte, e il grottesco tutti contro tutti del centro del centrosinistra

Maionese

La maionese centrista del campo largo impazzisce ogni giorno di più: tanto forti sono gli appelli a unirsi tanto deboli sono i segnali che vanno in questa direzione. È forse il terreno più scivoloso di tutti, dove si moltiplicano, si intrecciano e si scontrano appetiti più diversi: passa l’autobus che porta in Parlamento, bisogna saltarci sopra, ora o mai più, anche a costo che qualcuno cada dal predellino. Mors tua vita mea.

Va da sé che dietro le mosse di questo o di quello ci possono essere motivazioni nobili – per il bene del Paese – o tentativi di salvare gloriose tradizioni politiche, i radicali, i socialisti. Ma ci sono anche e soprattutto giochi politici pesanti, come quello di far fuori Matteo Renzi utilizzando il nuovo soggetto di Alessandro Onorato e della sua lista Progetto Civico Italia (Pci).

È Giuseppe Conte, in particolare, nel solito tandem con Goffredo Bettini, mentore di Onorato, a lavorare per quest’ultimo cercando di favorire la presentazione della sua lista. Infatti ieri il senatore contiano Luigi Nave è passato al gruppo misto (nella componente di Alleanza Verdi-Sinistra), una mossa formale per agevolare la raccolta delle firme di Progetto civico. Ma un senatore non basta: chi gliene darà altri? Si assiste così a una sotto-partita tra Elly Schlein e l’avvocato del populismo, a riprova che i due continuano a pestarsi i piedi più o meno su tutto: la leader del Pd lavora per tenere Renzi dentro la coalizione – i due filano d’accordo da tempo – mentre Conte, che odia Renzi, gli mette tra le ruote il bastone onoratiano nella speranza che l’assessore romano lo scavalchi e entri il suo Progetto civico in Parlamento invece di Italia Viva.

È un disegno che rende l’idea del livello di parossismo raggiunto dall’uomo di Volturara Appula e che conferma la confusione in quel pezzo di centrosinistra che, fatti i conti, è decisivo per vincere.

Da parte sua, il leader di Italia Viva continua a cercare di allargare Casa riformista, ma non sono chiare le prospettive di Più Europa e dei socialisti che in un primo momento erano sembrati disponibili al progetto di Casa riformista: adesso invece il segretario socialista Enzo Maraio ha scelto di stare con Onorato, in aperta contraddizione con la scelta delle Europee. Ed è ben strambo, per un socialista, appoggiare un disegno di un personaggio come Conte. Vedremo poi il destino della formazione “Più uno” di Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, che dovrebbero essere esentati dalla raccolta delle firme grazie a Bruno Tabacci che gli ha prestato il suo simbolo (e la piccola componente parlamentare con annessa agevolazione nella raccolta delle firme). Il tutto mentre Silvia Salis sta entrando in scena, ieri sera a Genova con Massimo D’Alema per parlare del libro di quest’ultimo, “Eravamo comunisti”, domani con l’ospitata da Fabio Fazio.

Il punto politico è che il centrosinistra rischia di diventare una coalizione nella quale ciascuno lavora per conquistare il voto dell’elettore avversario, ma soprattutto per sottrarlo al proprio vicino di banco. Una singolare forma di competizione, nella quale il nemico comune resta sullo sfondo e il nemico interno occupa tutta la scena. Insomma, la maionese del centro del centrosinistra per ora sta impazzendo alla grande. Come ha sintetizzato con una certa efficacia Carlo Calenda, «è un casino, come tutto il campo largo».

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Rispondere alle email di lavoro la sera non è mai necessario

Email

Il telefono vibra alle 21:30: non è un direct su Instagram, è una email del capo. Rispondere subito o aspettare domattina? Con la digitalizzazione del lavoro, il confine tra professione e vita privata sta scomparendo con delle conseguenze negative sul benessere delle persone. La legge prevede alcune tutele che meritano di essere conosciute dai milioni di white collar che lavorano in Italia.

Il tema con più hype è la legge sul lavoro agile, in vigore dal 2017 ed entrata nella vita dei lavoratori soprattutto dopo la pandemia del 2020. L’accordo individuale con l’azienda deve indicare i tempi di riposo e le misure che assicurano la disconnessione dagli strumenti di lavoro. Il mancato rispetto delle previsioni legali o contrattuali può comportare responsabilità di carattere civile o, nei casi più gravi, anche penale per il mancato rispetto della disciplina che tutela la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Inoltre lo smart worker ha diritto di disconnettersi senza incorrere in conseguenze negative né sul rapporto di lavoro né sulla retribuzione che sarebbero giudicate illegittime in Tribunale.

Per chi deve andare in ufficio valgono le regole generali che disciplinano l’orario di lavoro in Italia. In pochissime parole, ogni lavoratore ha diritto ad almeno undici ore consecutive di riposo al giorno. Pretendere risposte a tarda sera significa, molto spesso, chiedere di lavorare fuori orario. Questa richiesta deve deve essere remunerata in conformità a quanto previsto dalla contrattazione collettiva applicabile al rapporto di lavoro.

Se sei un dirigente o un quadro direttivo queste tutele non si applicano. Ma le best pratice e un’interpretazione sistematica della normativa ci dicono che anche i loro accordi di lavoro agile dovrebbero garantire il diritto alla disconnessione. Essere all’apice della gerarchia aziendale non comporta l’obbligo di controllare ossessivamente la casella di posta elettronica. D’altra parte, i manager beneficiano comunque delle tutele in materia di riposo settimanale e di ferie minime garantite dall’ordinamento alla generalità dei dipendenti. Inoltre, la giurisprudenza riconosce a tutti i dipendenti il risarcimento del danno da usura psicofisica quando l’impegno supera ogni ragionevole limite.

L’organizzazione del lavoro ha un ruolo fondamentale nel benessere delle persone. Le fasce di disconnessione degli smart workers devono essere fissate per iscritto dalle imprese e i turni di lavoro non dovrebbero essere soggetti a cambiamenti dell’ultimo minuto. Fuori da reperibilità ed emergenze, non rispondere la sera non è una mancanza disciplinare che può essere legittimamente sanzionata. La mail delle 21:30 può aspettare: in fondo, se fosse davvero urgente, avrebbero chiamato i vigili del fuoco.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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“The Social Reckoning” è un manifesto anti Facebook, ma Zuckerberg ha già cambiato maschera

Il peccato capitale di Facebook, secondo Aaron Sorkin, è aver scoperto quanto fosse redditizio far arrabbiare le persone e aver continuato a guadagnarci anche dopo averne compreso le conseguenze. Il suo nuovo film “The Social Reckoning”, racconta cosa è accaduto sedici anni dopo “The Social Network”. L’azienda che prometteva di connettere il mondo si trova davanti a un bivio: correggere i propri algoritmi o conservare i profitti prodotti dalla polarizzazione. Mark Zuckerberg non porta davvero il peso di questa scelta ed è il personaggio meno interessante del film. Sorkin lo riduce a una caricatura che Jeremy Strong esegue col metodo Stanislavskij: scandisce le parole con pause innaturali, si muove come un robot umanoide ed è sprezzante con chi non riesce a tenere il passo dei suoi ragionamenti. «The debate is over», ripete almeno quattro volte in scene diverse. Con lui non si discute perché ha già preso la decisione migliore. Ma non è detto coincida con ciò che servirebbe alla società. 

È difficile riconoscere il giovane genio arrogante, logorroico e socialmente frustrato interpretato da Jesse Eisenberg nel Social Network del 2010. Allora Sorkin era interessato al paradosso di un ragazzo introverso incapace di inserirsi nelle gerarchie sociali di Harvard, che avrebbe inventato uno strumento destinato a rivoluzionare le relazioni di miliardi di persone. Era sgradevole, spesso crudele, ma conservava una vulnerabilità che lo rendeva affascinante. Quello di Strong è un uomo, se così possiamo definirlo, che sembra aver perso ogni dimensione umana. Il potere ha consumato il personaggio e Sorkin ha smesso di cercarne le contraddizioni.

Per chi cerca personaggi capaci di evolversi nel corso di una storia, è un limite. Il film resta però godibilissimo, perché Sorkin è come Arjen Robben. Il calciatore olandese faceva sempre la stessa finta, rientrando dalla destra sul sinistro, e segnava valanghe di gol anche se i difensori sapevano perfettamente cosa avrebbe fatto. Lo sceneggiatore americano ha una tecnica altrettanto riconoscibile. Prende una quantità enorme di informazioni, le mette in bocca a personaggi intelligentissimi e le fa viaggiare a una velocità incompatibile con qualsiasi conversazione normale. Ogni tanto interrompe il flusso con una battuta, una digressione personale o qualche minuto di cazzeggio. Poi riparte e chiude con la battuta lasciata in sospeso. Sappiamo che andrà a finire così, ma ci piace lo stesso.

Anche in “The Social Reckoning”, Sorkin ripropone una tecnica che ha particolarmente funzionato in “Steve Jobs”, il film del 2015 diretto da Danny Boyle, costruito intorno a tre presentazioni del fondatore di Apple. Nei minuti che precedevano l’ingresso sul palco, Jobs veniva assediato da collaboratori ed ex amici che gli chiedevano conto delle sue decisioni. Anche qui Sorkin sceglie il dietro le quinte, dove il potere, lontano dal pubblico, è costretto a rendere conto delle proprie scelte. Il conto alla rovescia prima del lancio di un computer lascia il posto alla preparazione della celebre audizione parlamentare del marzo 2021, quella in cui Zuckerberg, sudaticcio e robotico, fu chiamato a rispondere davanti al Congresso americano del ruolo di Facebook nella diffusione della disinformazione e dell’estremismo politico, dopo l’assalto al Campidoglio. Nella simulazione il ruolo del grillo parlante è affidato al comico Bill Burr, nei panni di Charlie, un ex investitore di Facebook diventato uno dei suoi critici più feroci, che smonta le risposte preparate dai consulenti e cerca inutilmente di costringere Zuckerberg ad ammettere le responsabilità dell’azienda. La differenza è che in “Steve Jobs”, attraverso quegli scontri, emergeva progressivamente la complessità del protagonista. In “The Social Reckoning” il meccanismo serve soprattutto a confermare il giudizio che il film ha già espresso su Zuckerberg.

La parte migliore è il secondo binario del film, quello che segue Frances Haugen, interpretata da Mikey Madison, premio Oscar per “Anora”, e Jeff Horwitz, il giornalista del “Wall Street Journal” a cui dà il volto Jeremy Allen White, protagonista di “The Bear”. Nel 2021 Haugen, un’ex dipendente di Facebook, consegnò al quotidiano americano migliaia di documenti interni che sarebbero diventati i Facebook Files. 

Sorkin costruisce un thriller d’inchiesta che non prova a scimmiottare la gravitas di “Tutti gli uomini del presidente” o l’esaltazione del giornalismo de “Il caso Spotlight”. Sceglie una strada più adatta all’opacità del mondo tecnologico, dove il problema è prima di tutto capire come funzionano le cose. Ribalta così il rapporto tradizionale fra fonte e cronista: al centro della storia c’è una donna che conosce già la verità e deve trovare il coraggio di renderla pubblica, spiegandola a un giornalista che, all’inizio e anche per un bel pezzo, non capisce quasi nulla della macchina che dovrebbe raccontare. Le loro conversazioni hanno la vitalità del primo Social Network. Si interrompono, si provocano, divagano su dettagli apparentemente irrilevanti, poi tornano a discutere di algoritmi e documenti riservati. Sorkin riesce a far convivere l’idealismo con il cazzeggio. E quando gli riesce, è difficile trovare qualcuno che lo faccia meglio. Qualcuna sì: Amy Sherman-Palladino in “La fantastica signora Maisel”.

C’è molto idealismo di “The Newsroom”, la serie in cui Sorkin affidava a una redazione il compito quasi impossibile di rimettere ordine nel dibattito pubblico americano. Ma Haugen sembra uscita soprattutto da “The West Wing”, il capolavoro televisivo dove i collaboratori del presidente Jed Bartlet credevano che la competenza e la forza degli argomenti potessero ancora piegare il potere alla ragione. Frances conserva quella fiducia quasi ostinata nelle istituzioni: è convinta che basti mettere le prove davanti alle persone giuste per costringerle ad agire. Il mondo è cambiato e gli spettatori sono diventati più cinici. Soprattutto dopo aver visto “Digger”. A circa due terzi del film, Sorkin se lo ricorda e fa dire alla sua protagonista: «Non sono mica un personaggio di Frank Capra». Il riferimento è al regista italoamericano che raccontava di cittadini onesti capaci di sfidare il potere facendo appello alla coscienza delle istituzioni. Bel tentativo di pararsi dalla critica che viene rivolta da anni a Sorkin: continuare a credere in un’America che forse non esiste più.

Il funzionamento degli algoritmi di Facebook non è materiale da cinema. Sorkin lo rende digeribile con la stessa sfacciataggine didattica di The Big Short, dove Margot Robbie spiegava i mutui subprime immersa in una vasca da bagno. Proviamo a riassumerlo, senza vasca da bagno: nel 2018 Facebook modificò il News Feed per privilegiare le interazioni sociali significative (Meaningful Social Interactions). L’algoritmo attribuiva maggiore importanza ai contenuti capaci di generare commenti e ricondivisioni. Il problema è che la rabbia produce moltissime interazioni. Le persone condividono più facilmente ciò che le indigna e discutono più a lungo di ciò che le divide. I post che fanno arrabbiare finiscono così per essere premiati da un sistema progettato per trattenere gli utenti sulla piattaforma. La disponibilità di Facebook a lasciare circolare contenuti estremisti, unita alla capacità dell’algoritmo di amplificarli, avrebbe contribuito a creare un ambiente favorevole alla radicalizzazione trumpiana

I responsabili della sicurezza propongono a Zuckerberg una modifica all’algoritmo capace di ridurre sensibilmente la diffusione dei contenuti che alimentano la radicalizzazione. Il prezzo sarebbe un calo dell’engagement dell’un per cento. Tradotto, nei suoi calcoli: 30 milioni di utenti a rischio. Per il fondatore di Facebook è un sacrificio inaccettabile. Ma ogni antieroe ha bisogno di un principio dietro cui ripararsi. Il suo è la libertà di espressione: Facebook, sostiene, è soltanto una bacheca sulla quale chiunque può pubblicare liberamente i propri messaggi. Sorkin la pensa diversamente: Facebook è un giornale che non scrive gli articoli, ma decide quali mettere in prima pagina. E se l’algoritmo premia sistematicamente quelli che fanno più arrabbiare i lettori, lasciare le cose come stanno è già una scelta editoriale. E politica.

“The Social Reckoning” sembra un messaggio in bottiglia destinato al prossimo presidente americano, possibilmente democratico di partito e anche di convinzioni. Dentro c’è un Bignami dei danni prodotti dagli algoritmi alla politica americana, accompagnato da un sermone su come rimediare. Ammesso che qualcuno raccolga la bottiglia e sappia ancora parlare la lingua di Sorkin.

C’è però un problema. Lo Zuckerberg sudato e robotico di “The Social Reckoning” appartiene ormai a un’altra epoca. Nel 2023, dopo essersi appassionato alle arti marziali durante la pandemia, ha vinto medaglie d’oro e d’argento in un torneo di Brazilian jiu-jitsu e ha persino discusso pubblicamente la possibilità di combattere contro Elon Musk. Nel 2024 si è fatto riprendere mentre cavalcava le onde in smoking, con una birra in mano e la bandiera americana nell’altra. La vecchia uniforme grigia ha lasciato il posto a capelli ricci, collane d’oro e orologi da collezione. Nel febbraio 2026 era in prima fila alla sfilata di Prada a Milano, accanto alla moglie Priscilla Chan. Il 23 settembre, presentando Muse Charm, una sorta di Tamagotchi con intelligenza artificiale, è salito sul palco con una T-shirt che recitava «Building is my love language». Costruire è il mio linguaggio dell’amore. La stessa rivendicazione con cui, sedici anni prima, aveva contestato il ritratto che Sorkin aveva fatto di lui nel primo “The Social Network”. 

Insieme a Zuckerberg è cambiata anche la sua creatura. Nell’ottobre 2021, appena sei settimane dopo le prime rivelazioni dei Facebook Files, il fondatore ribattezzò l’azienda Meta, scommettendo sul metaverso come futuro del gruppo. La scommessa si è rivelata un flop, ma la galassia Meta gode ancora di ottima salute. Facebook somiglia ormai a un camposanto digitale frequentato dai boomer, pur continuando a macinare miliardi in pubblicità. Instagram, con due miliardi di utenti quotidiani, è diventato uno dei principali arbitri della cultura visiva e dell’economia dei creator. WhatsApp è qualcosa di ancora più pervasivo: un’infrastruttura della vita quotidiana, attraverso cui si organizzano relazioni private. Complessivamente, 3,6 miliardi di persone utilizzano ogni giorno almeno un’applicazione del gruppo. Zuckerberg ora punta sull’intelligenza artificiale per costruire la prossima piattaforma tecnologica. 

Durante gli ultimi US Open è andato in onda uno spot particolarmente riuscito: mentre gli spettatori seguono uno scambio di tennis attraverso gli schermi degli smartphone, una donna lo riprende semplicemente muovendo la testa, senza distogliere gli occhi dal campo. Il messaggio è astuto. L’azienda che ha costruito la propria fortuna trattenendo le persone davanti a uno schermo ora vende un dispositivo che promette di liberarle da quello schermo. 

Zuckerberg è un animale cangiante e Sorkin ha scattato una fotografia perfetta di una vecchia versione. “The Social Reckoning” conserva la fiducia di un’America democratica nel potere correttivo del giornalismo. Haugen e Horwitz hanno trovato le prove, denunciato gli abusi e costretto Facebook a rispondere. Risultato? Cinque anni dopo, il pubblico è più consapevole, ma Meta continua a macinare miliardi con la pubblicità e il suo fondatore ha trovato un’intesa assai più conveniente con la nuova amministrazione americana. Ha persino allentato le regole sulla moderazione che il film vorrebbe rafforzare. Forse servirà un terzo capitolo.

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Ciò che rimane di una vita a bordo, nelle fotografie di Max Cavallari

«L’ultima volta che abbiamo provato ad attraversare, il telefono satellitare che il trafficante ci aveva dato per le emergenze era scarico e senza credito, il carburante del motore era completamente esaurito e l’acqua stava entrando nella barca […]. La cosa più confortante per me ora è che, per la prima volta in anni, non ho paura. Posso dormire profondamente senza preoccuparmi per le mie figlie».

Fidaa è siriana. Nel luglio del 2012 è fuggita da un sobborgo di Damasco con i suoi cinque figli, il più piccolo di appena otto giorni. Ha vissuto dieci anni in Giordania, poi è partita per la Libia: un anno chiusa nei “magazzini” dei trafficanti, poi otto tentativi di traversata. È stata soccorsa dalla Humanity 1 nel 2024. La sua è una delle tante testimonianze raccolte a bordo.

Storie come questa attraversano ogni giorno il ponte delle navi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Alcune di queste sono state raccontate dal fotografo Max Cavallari nel progetto Acquaintance, esposto al Festival di Fotografia Etica di Lodi, aperta fino al 25 ottobre. Per Cavallari, nato in un piccolo paese in provincia di Cremona, il Festival è stato il primo incontro con il fotogiornalismo, all’età di sedici anni.

 Foto di Max Cavallari per SOS Humanity

Acquaintance è un progetto che nasce dalla sua prima missione a bordo di una nave umanitaria di ricerca e soccorso dell’Ong SOS Humanity nell’autunno del 2022, poco prima dell’insediamento del governo Meloni. Tra il 22 e il 24 ottobre la nave effettua diversi salvataggi, ritrovandosi con 179 persone a bordo, resta bloccata per oltre una settimana in attesa di ricevere l’assegnazione di un porto sicuro. Sono servite 21 richieste prima di attraccare, finalmente, a Catania.  «A un certo punto a bordo non si sapeva più come spiegare alle persone quando sarebbero sbarcate», racconta Cavallari.

Nello stesso periodo la Geo Barents di Medici Senza Frontiere e la Ocean Viking di SOS Mediterranée  si trovavano nella stessa situazione. In totale erano più di mille le persone ad attendere, su quattro navi. A Catania, dopo gli sbarchi, circa quaranta persone vengono lasciate a bordo perché la loro condizione viene considerata “non emergenziale”. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi le definì “carico residuale”. Restarono ferme in banchina per tre o quattro giorni prima di essere fatte sbarcare.  Fu l’ultima missione prima del decreto-legge Piantedosi sulle Ong e sui flussi migratori, entrato in vigore il 2 gennaio 2023, che introduce l’obbligo a raggiungere subito il porto assegnato, spesso lontano.

Acquaintance significa “conoscenza”, inteso come legame intenso e allo stesso tempo superficiale  «perché è quello poi che rimane di di quello che che vivi su su una nave. Non riesci mai ad entrare completamente all’interno, anche se ti sembra di farlo nel momento in cui sei in questo ambiente chiuso. In verità sono conoscenze che stimolano sentimenti molto forti, ma che rimangono sulla superficie». In due giorni le persone a bordo della missione si moltiplicano, dalle trenta persone dell’equipaggio si arriva presto a duecento. Molte delle persone a bordo sono appena sfuggite a una tempesta. Ognuno arriva con la propria storia, le proprie fragilità, la propria scala di valori.

Foto di Max Cavallari per SOS Humanity

Quello che Cavallari ha cercato di osservare sono le interazioni sulla nave. Spiega come in un contesto così compresso sentimenti, sensazioni e rapporti umani, nel bene e nel male, si amplificano a livelli che non avevo mai visto altrove. Ogni persona è diversa, ognuno reagisce in maniera diversa, ci sono persone che sono più abituate a quella stanza, altre persone che come me ci sono entrate per la prima volta. Acquaintance è una conoscenza superficiale, è quello che poi rimane di quello che vivi su una nave. È ciò che rimane di una vita a bordo».

Acquaintance è anche una scelta di campo sul modo di raccontare. «Si cerca in qualche modo di dare un punto di vista diverso, un po’ anche per un’utilità perché alla gente non interessano le immagini drammatiche, non stimolano più l’empatia. E quindi ce lo sta chiedendo anche il pubblico stesso che che frequenta, che legge i nostri articoli o che guarda le nostre fotografie. E dall’altro credo che sia fondamentale ad un certo punto trovare una scala diversa di raccontare di raccontare un’immagine al di là della persona che fugge in mare», spiega Cavallari. Fa riferimento all’ “ennesima foto del bambino in braccio o della donna piangente”, che “buca lo schermo”, senza chiedersi se la persona ritratta sarebbe d’accordo a mostrarsi così.

Nel lavoro sul campo, spiega, si fotografa, si scrive, si fa. Il taglio si decide dopo, quando si sistema il materiale e si sceglie come parlare al pubblico. Una riflessione che rischia talvolta di portare all’autocensura, spiega il fotoreporter, che sottolinea come la verità, spesso, stia nel mezzo. Si tratta di capire quando un’immagine è davvero essenziale e quando invece aggiunge soltanto altro dolore.

Foto di Max Cavallari per SOS Humanity

Allo stesso tempo, Cavallari rifiuta la romanticizzazione del lavoro di giornalista. Sottolinea come il suo compito sia quello di documentare, essere sul posto e raccontare con i propri occhi. Ricorda un’esperienza personale. Nell’agosto 2025 si trovava a bordo della Ocean Viking quando una motovedetta libica ha sparato contro la nave. Lui si trovava sul ponte mentre i vetri andavano in frantumi. «Il rischio per chi lavora in mare c’è. E sul campo ci sono sempre pochi giornalisti, spesso freelance che pagano tutto di tasca propria».

Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) dal 2014 a oggi sono oltre 26.800 le persone annegate nel Mediterraneo centrale. Ma il bilancio generale potrebbe essere superiore, considerando i naufragi che sfuggono a ogni registrazione. Nel 2026 sono stati almeno mille i morti e i dispersi tra Libia, Tunisia, Italia e Malta: l’inizio d’anno più letale dal 2014. Nel 2025, secondo i dati raccolti da Missing Migrant Project sarebbero almeno 1.340 le persone che hanno perso la vita lungo questa rotta. 

SOS Humanity è un’organizzazione non governativa di ricerca e soccorso che lavora perché nessuno muoia mentre fugge. Con la Humanity 1, operativa da agosto 2022, ha soccorso 5.105 persone in 91 operazioni, quasi un terzo delle quali minori (1.451). Dalla sua fondazione nel 2015 come SOS
MEDITERRANEE Germania,  l’organizzazione ha salvato in tutto 39.736 persone.

Cavallari ha continuato a imbarcarsi: quattro missioni in tre anni, e ancora oggi si occupa di ricerca e soccorso, in mare e sulla terraferma. A chi fa il suo mestiere consiglia di fare questa esperienza almeno una volta nella vita «perché qualcuno deve raccontare ciò che si cerca di tenere nascosto».

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Da Colombo a Bangkok il cibo resta in casa, a Londra restano fuori gli amici

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Una radice viola che non può più imbarcarsi, tre milioni di galline perse sotto l’acqua, gamberi australiani allevati dove la sabbia copre quasi tutto. La settimana passa dalle Filippine alla Thailandia, dallo Xinjiang alla Colombia, fino al Regno Unito. Ogni storia ruota attorno allo stesso gesto: in ognuna qualcuno decide che cosa lasciar andare e che cosa tenersi stretto. È un riflesso che il commercio globale sembrava aver reso superfluo, e che torna ogni volta che le scorte si assottigliano.

Si comincia da Londra. Qui l’ube, tubero dalla polpa viola originario delle Filippine, è finito nel latte, nei dolci e perfino nei menu delle grandi catene di caffetterie, spinto soprattutto dal suo colore. Proprio mentre la domanda cresce, racconta The Guardian, Manila ne ha bloccato l’esportazione allo stato fresco, per due ragioni: mancano le radici da destinare alle nuove semine, e il governo non vuole che le varietà filippine vengano coltivate all’estero, in concorrenza con i produttori locali. Il divieto risparmia il surgelato e il lavorato, cioè ciò che in Europa si usa di più. Alcuni ristoratori britannici segnalano comunque già difficoltà a rifornirsi. Prima di finire in una bevanda londinese, l’ube deve assicurare il raccolto successivo.

Se nelle Filippine trattenere è una scelta, in Thailandia è un’emergenza. Secondo Reuters, le inondazioni nella provincia di Chachoengsao, a est di Bangkok, hanno ucciso circa tre milioni di galline ovaiole. Il governo ha chiesto alle aziende di ridurre fino a dicembre le esportazioni di uova, tra il trenta e il cinquanta per cento. Per non lasciare scoperti i rivenditori, le autorità cercano forniture nelle zone risparmiate dall’acqua. Valutano anche di allungare la vita produttiva delle galline da ottanta a ottantacinque settimane, e chiedono ai grandi allevamenti di tenere il prezzo alla produzione a quattro baht per uovo. Le uova che restano nel Paese mancheranno altrove: nel 2025 la maggior parte dell’export thailandese è finita a Singapore. Un’alluvione in una sola provincia rischia così di diventare un problema di approvvigionamento in un altro Stato.

C’è poi chi, per non dipendere dagli altri, porta la produzione dove non dovrebbe esserci. Nella contea di Maigaiti, nello Xinjiang in Cina, la sabbia copre il novanta per cento del territorio. Ai margini del deserto del Taklamakan, riporta il South China Morning Post, un’azienda alleva cryfish, gamberi d’acqua dolce originari dei fiumi australiani. Dalle sue vasche ne raccoglie tra i duecentocinquanta e i trecento chili al giorno. L’allevamento rientra in una spinta più ampia del governo cinese verso l’acquacoltura nei terreni salini e alcalini e la pesca nelle acque interne. L’obiettivo dichiarato è diversificare le fonti di cibo e mettere a frutto terre difficili da coltivare. Resta da capire se modelli simili possano crescere davvero nelle regioni aride. Intanto la Cina, per sentirsi più sicura a tavola, ha messo un crostaceo australiano in mezzo al deserto.

In Colombia la logica è rovesciata. Il caffè di migliore qualità è destinato da sempre al mercato estero, mentre nelle tazze dei colombiani finisce la pasilla, cioè i chicchi difettosi scartati per l’esportazione. Come scrive El País, la Federazione nazionale dei coltivatori di caffè ha deciso di pagarla di più, da diecimila a dodicimila pesos al chilo, con un aumento del venti per cento. L’obiettivo è proteggere i produttori in vista di El Niño, perché il caldo e la siccità che porta con sé favoriscono la broca, un insetto che danneggia i chicchi. È un aiuto limitato, visto che da inizio anno il prezzo pagato ai coltivatori è sceso di circa un quarto. Intanto l’industria compra sempre più caffè straniero a basso costo, e la Federazione chiede di indicarne chiaramente l’origine sulle confezioni. Così anche il caffè che resta in Colombia deve ora dimostrare di essere colombiano.

L’ultima porta a chiudersi è la più vicina. Nel Regno Unito, racconta ancora The Guardian, si invitano sempre meno amici a cena, o anche solo per un caffè. Le ragioni sono legate al tempo, ai costi e alle energie che servono per cucinare per altri, e di padroni di casa che finiscono per godersi poco la serata. Pesano le case piccole, gli impegni familiari e soprattutto l’idea, alimentata dai social, che tavola e salotto debbano essere impeccabili. Per qualcuno il disordine domestico è diventato motivo di vergogna davanti agli ospiti. Così ci si vede fuori, in un locale, dove nessuno deve mostrare come vive. Il pezzo ricorda quello che si perde: aprire casa significa condividere uno scorcio di vita quotidiana, oltre al piatto. Più si alza l’asticella della buona ospitalità, più diventa difficile ricevere e basta.

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Schifani ha trovato il metodo perfetto per restare al potere in Sicilia

Non è vero che non ha fatto nulla. Che vi pare? Anzi, è come in quella canzone di Fabrizio De André: «Si costerna, si indigna, si impegna». Poi fa finta di gettare la spugna. E infine, rieccolo qua. Renato Schifani, l’uomo-sfinge, imperturbabile a tutto, che in questi quattro anni tutti gli scandali ha vissuto, subito, attraversato: la crema degli uomini che sostengono, consigliano o orbitano attorno al suo governo in qualche caso arrestata, in altri indagata o imputata per corruzione et similia.

L’ultimo è Gaetano Armao, l’avvocatone, già vicepresidente della Regione, presidente della Commissione tecnica specialistica per le autorizzazioni ambientali e, fino all’altro ieri, consigliere giuridico di Schifani. Per lui la Procura di Palermo ha chiesto l’arresto. Secondo l’accusa, le telecamere della polizia lo avrebbero ripreso mentre riceveva denaro in auto e poi nascondeva buste e mazzette dietro un orologio a pendolo. Armao contesta tutto e promette di dimostrare l’infondatezza delle accuse. E quel pendolo sembrava suonare finalmente l’ora per Schifani. Troppo grave quest’ultimo scandalo. Persino Forza Italia ha detto basta: a tutto c’è un limite, e soprattutto a tutto c’è un congresso, una successione e qualcuno che nel frattempo ha già cominciato a misurare le tende di Palazzo d’Orléans.

Il commissario regionale Nino Minardo ha chiesto una «proposta politica completamente nuova». Traduzione simultanea dal politichese: «Caro Renato, grazie di tutto, per il bis vedremo, ma possibilmente non vedremo te». Schifani l’ha presa bene. Cioè malissimo. Ha annunciato di stare «valutando le decisioni da assumere», ha fatto sapere di essersi sentito tradito, ha avuto una telefonata ad alta temperatura con Antonio Tajani. E ha lasciato filtrare l’arma atomica: le dimissioni immediate, la caduta dell’Assemblea regionale, elezioni già a dicembre, niente Finanziaria e soprattutto niente pensione per i deputati al primo mandato, ai quali mancavano ancora alcuni mesi per raggiungere la mitica soglia dei quattro anni, sei mesi e un giorno. In Sicilia le coalizioni possono litigare su tutto, ma davanti al requisito previdenziale ritrovano immediatamente la Costituzione materiale.

Il Parlamento regionale ama definirsi il più antico d’Europa e certamente non è il più economico. Minacciare di mandarlo a casa prima della maturazione delle pensioni è l’equivalente siciliano del mettere un cerino vicino a un deposito di benzina: improvvisamente tutti diventano ragionevoli, responsabili, istituzionali. Persino affettuosi.

Schifani si sente assediato, circondato da traditori e cortigiani. Parte il penultimatum. Riunioni, telefonate, luci accese a Palazzo nelle ore piccole come negli stati di crisi. Il presidente si scervella, si asciuga la fronte, tace, convoca la Giunta con all’ordine del giorno i «provvedimenti più urgenti».

La Sicilia trattiene il fiato. Dimissioni? Azzeramento? Voto anticipato? La fine della legislatura? L’Armageddon con granita? E infine arriva il grande annuncio. Ma quali dimissioni? Quale azzeramento? Quale voto? La Giunta degli assessori sotto processo – il governo che ha avuto come azionisti politici Salvatore «Totò» Cuffaro e come consulente Armao – se ne esce con l’ennesimo provvedimento anticorruzione. Insomma, non siamo più dalle parti della politica. Siamo entrati nella leggenda.

Ricorda molto il falso storico più celebre della storia di Napoli, il presunto ordine della Marina borbonica noto come «Facite ammuina»: All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora; chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta; tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio, passann’ tutti p’o stesso pertuso; chi nun tene nient’ a ffà, s’aremeni a cca e a llà. Nota bene: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. A Palazzo d’Orléans funziona allo stesso modo: chi può convochi una Giunta, chi non può organizzi una commemorazione antimafia, qualcun altro inventi un protocollo, tutti pronuncino un severo «mai più». Nota bene: da utilizzare in occasione di indagini di qualche Procura.

Per carità, il disegno di legge approvato dalla Giunta è persino sensato. Prevede un Registro pubblico dei rappresentanti di interessi, un’Agenda degli incontri, l’obbligo di indicare partecipanti, finalità e procedimenti amministrativi interessati. Dovranno essere tracciati anche i contatti sull’ordine di trattazione delle pratiche, sui tempi, sull’assegnazione dei fascicoli, sulla scelta degli istruttori e sulle valutazioni tecniche. Gli obblighi riguarderanno presidente, assessori, consulenti, dirigenti e organismi con funzioni istruttorie o consultive. Praticamente la Giunta ha preso il decreto di perquisizione dell’inchiesta Armao e lo ha trasformato in un programma di governo.

Nelle accuse rivolte all’ex presidente della Cts si parla infatti proprio di rapporti con imprenditori, indicazione di funzionari, corsie preferenziali, informazioni anticipate, tempi delle pratiche e incontri informali. La risposta del governo è: «D’ora in poi scriviamo tutto nell’agenda». Un’ottima idea. Come installare l’allarme antincendio quando il salotto è già pieno di fumo e i pompieri stanno chiedendo dove sia il contatore del gas.

Schifani ha dichiarato che «il risanamento morale delle istituzioni è una responsabilità che la politica deve assumersi». Parole impeccabili. Il problema di Schifani è proprio questo: le parole gli vengono benissimo. Sono i nomi che gli creano qualche difficoltà. Il provvedimento, precisa la Regione, era allo studio da tempo. E può anche essere vero. Ma in politica il calendario conta quasi quanto il contenuto. Se approvi la legge sulla trasparenza il giorno in cui tutti aspettano le tue dimissioni per una sequenza di scandali, stai eseguendo un numero da prestigiatore. La mano destra mostra il Registro dei lobbisti. La sinistra nasconde le dimissioni. Applausi.

Naturalmente vale la presunzione di innocenza. È sacrosanta. Armao non è stato condannato; la misura chiesta dalla Procura deve ancora essere valutata dal giudice e le sue responsabilità sono tutte da accertare. Ma non deve stabilire la colpevolezza penale; deve valutare responsabilità, opportunità, credibilità, permanenza negli incarichi. Il catalogo, del resto, è impressionante.

Il presidente dell’Assemblea regionale, Gaetano Galvagno, è a processo per corruzione, peculato, falso e truffa. L’assessora al Turismo Elvira Amata è imputata per corruzione e continua a sedere in Giunta, respingendo le accuse. Sono entrambi esponenti di Fratelli d’Italia. Il vicepresidente della Regione e assessore all’Agricoltura Luca Sammartino è a processo per due presunti casi di corruzione nell’inchiesta Pandora. Nel 2024 si dimise dopo la sospensione dalle funzioni pubbliche; terminata l’interdizione, Schifani lo ha richiamato in Giunta. Roberto Di Mauro, già assessore all’Energia, è coinvolto nell’inchiesta sugli appalti per la rete idrica di Agrigento. Le indagini sono state chiuse e la Procura si preparava a chiedere il processo.

Cuffaro non faceva formalmente parte della Giunta, ma la sua Democrazia Cristiana ne occupava due caselle e il suo peso sulla maggioranza era tutt’altro che metafisico. Nel maggio scorso ha patteggiato tre anni per corruzione e traffico di influenze in una vicenda riguardante sanità e appalti. E poi Armao: ex vicepresidente, ex assessore, ex presidente della Cts e, fino alle perquisizioni, consigliere giuridico di Schifani. Non sono situazioni giuridicamente uguali. Alcuni sono indagati, altri imputati, uno ha patteggiato. È bene distinguere. Ma è proprio la somma politica a impressionare. Per tutti vale la presunzione di innocenza. Comincia invece a essere difficile difendere la presunzione di normalità.

Schifani ha elaborato negli anni una dottrina costituzionale tutta sua: qualunque cosa accada alle persone che ha nominato, confermato o avuto accanto non riguarda mai il governo. L’assessore sotto processo? È una vicenda personale. Il consulente accusato di vendere accessi e favori negli uffici regionali? Non riguarda l’attività dell’esecutivo. Il presidente della commissione che avrebbe interferito sull’assegnazione delle pratiche? La commissione era collegiale. Il partito alleato travolto da un’inchiesta? La responsabilità penale è individuale. Tutto vero, preso singolarmente. Ma quando le vicende personali cominciano a riempire la Giunta, l’Ars, gli assessorati, gli uffici di consulenza e le segreterie politiche, smettono di essere una collezione di coincidenze e assumono un nome antico: classe dirigente.

Il governo Schifani somiglia a un albergo nel quale ogni stanza brucia per ragioni strettamente private. Il proprietario, dalla reception, assicura che l’incendio non riguarda la struttura. E poi distribuisce il regolamento antincendio. Alla fine Schifani non si è dimesso. Non ha azzerato la Giunta. Non ha sciolto nulla. Ha approvato le nomine, gli aiuti contro il caro carburante e il disegno di legge sulla trasparenza. La crisi con Forza Italia è stata rinviata al vertice romano con Tajani e Minardo. Non risolta: rinviata. Che è l’attività amministrativa nella quale la Regione Siciliana vanta la maggiore esperienza.

Schifani, in realtà, ha scoperto una forma estrema di potere: non la capacità di vincere, ma quella di far perdere tutti. Se si dimette, cadono i deputati, salta la manovra, si vota in fretta, si interrompono carriere, incarichi e soprattutto conteggi previdenziali. Se resta, costringe il suo partito a negoziare con un presidente che non vuole più ricandidare ma che non può accompagnare serenamente all’uscita. È la deterrenza nucleare applicata a Palazzo d’Orléans: «Io non sopravvivo, ma voi venite con me». E così il governatore che sembrava finito è ancora lì. Ferito, delegittimato, forse senza prospettiva per il 2027, ma ancora presidente. Ha agitato le dimissioni non per andarsene, ma per ricordare agli altri quanto costerebbe mandarlo via.

Il pendolo, dunque, non segnava l’ora dell’addio. Nello studio di Armao, secondo l’accusa, nascondeva le buste. A Palazzo d’Orléans nasconde la decisione. Oscilla da «sto valutando» a «andiamo avanti», dalle dimissioni alla trasparenza, dalla crisi al comunicato stampa. È il tempo dell’ammuina: tutti cambiano posto, così nessuno deve cambiare mestiere.

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Perché le tensioni sui titoli di Stato europei non sono ancora una crisi del debito

La Francia paga interessi più alti dell’Italia sui titoli di Stato, la crisi petrolifera spinge verso l’alto i tassi d’interesse e gli investitori internazionali mettono sotto pressione i paesi Ue più vulnerabili. L’Europa sta vivendo una nuova crisi del debito paragonabile a quella del 2010-2012 oppure siamo di fronte a una rivalutazione, per quanto brusca, del prezzo che i mercati chiedono per prestare denaro agli Stati? Il futuro conosce già la risposta, gli economisti non ancora perché dietro le vendite di titoli di Stato si muovono quattro fenomeni che potrebbero rafforzarsi a vicenda. Il primo è una crisi obbligazionaria internazionale, alimentata dal ritorno dell’inflazione e dalla prospettiva che le banche centrali mantengano i tassi elevati più a lungo del previsto. Gli investitori chiedono inoltre un rendimento supplementare per prestare denaro a lunga scadenza, esponendosi al rischio che nei prossimi anni l’inflazione o i tassi risultino superiori alle attese.

Il secondo fenomeno riguarda la sostenibilità del debito francese: i mercati potrebbero dubitare della capacità dei prossimi governi di stabilizzarlo, soprattutto se Marine Le Pen vincerà le elezioni presidenziali del 2027. Il terzo è la frammentazione dell’Eurozona. Se i rendimenti dei titoli dei paesi più vulnerabili aumentassero molto più di quelli tedeschi, considerati il principale riferimento del mercato europeo, le condizioni di finanziamento diventerebbero diverse all’interno della stessa unione monetaria. Le decisioni sui tassi della Banca centrale europea finirebbero così per produrre effetti differenti sulle imprese e sulle famiglie dei singoli paesi.

Il quarto scenario è il più imprevedibile e potenzialmente il più pericoloso. È il rischio di una crisi di liquidità, segnalata dalla Banca centrale europea. Un repentino ribasso dei titoli di Stato potrebbe costringere i grandi fondi speculativi che operano con denaro preso in prestito a vendere per coprire le perdite o fornire nuove garanzie ai finanziatori. A loro volta quelle vendite accentuerebbero la caduta dei prezzi, coinvolgendo altri investitori in una spirale difficile da arrestare. È così una correzione del mercato obbligazionario potrebbe trasformarsi in una crisi. I quattro cavalieri dell’apocalisse finanziaria non sono ancora partiti tutti al galoppo. Alcuni non hanno neppure messo la sella. Ma il primo, quello del rialzo dei rendimenti, trotterella. 

Nel frattempo, il rincaro del petrolio e del gas causato dalla guerra in Iran rischia di mantenere alta l’inflazione, riducendo lo spazio a disposizione della Bce per abbassare il costo del denaro. Se l’energia continua a rincarare, le imprese spendono di più per produrre, mentre le famiglie perdono potere d’acquisto. I governi si trovano così davanti a una combinazione particolarmente scomoda: crescita più debole e maggiori difficoltà a contenere la spesa pubblica.

Le vendite si sono concentrate sui titoli di Stato francesi, per poi estendersi anche a quelli italiani e greci. Per Roma e Atene è un film già visto. Per Parigi è un’opera prima. La Francia è stata a lungo considerata parte del nucleo più affidabile dell’Eurozona, insieme alla Germania. Ora gli investitori pretendono un interesse sensibilmente superiore per prestarle denaro. Il rendimento dei titoli francesi a dieci anni, gli OAT, è arrivato a sfiorare il 5 per cento, mentre la differenza rispetto ai corrispondenti titoli tedeschi ha raggiunto circa 140 punti base. 

Per sua fortuna, la Francia non dovrà pagare da subito il 4,92 per cento su tutti i suoi 3.500 miliardi di debito pubblico. La durata media del debito francese, superiore agli otto anni, concede a Parigi un po’ di respiro. Se però i rendimenti restassero vicini al 5 per cento per anni, la spesa per interessi finirebbe per sottrarre risorse sempre maggiori al bilancio pubblico.

A prima vista, l’Italia dovrebbe trovarsi in condizioni peggiori. Il rapporto fra debito e prodotto interno lordo italiano è intorno al 135 per cento, contro circa il 116 per cento registrato dalla Francia l’anno scorso. Ma gli investitori non valutano soltanto il debito accumulato, quanto piuttosto la traiettoria futura dei conti pubblici e la capacità politica di correggerla. 

Il deficit francese dovrebbe raggiungere quest’anno il 5,4 per cento del PIL, mentre l’economia, secondo le ultime previsioni della Banque de France, crescerà appena dello 0,4 per cento. A complicare il risanamento dei conti è la frammentazione parlamentare, che rende politicamente difficile approvare i tagli alla spesa necessari a frenare l’aumento del debito pubblico. La prospettiva di una presidenza di Marine Le Pen preoccupa ancor di più i mercati. Un programma credibile, sostenuto da una maggioranza stabile, potrebbe ridurre il premio richiesto sui titoli francesi. In caso contrario, la pressione potrebbe proseguire.

Parigi conserva però un vantaggio importante: un mercato dei titoli di Stato ampio e liquido, capace di attrarre capitali internazionali anche nelle fasi di turbolenza. Non a caso, nella valutazione pubblicata a luglio, il Fondo monetario internazionale considerava ancora basso il rischio di una crisi del debito francese nel breve periodo, pur segnalando vulnerabilità crescenti nel medio termine.

La crisi francese peggiora la situazione italiana che negli ultimi quattro anni è andata piuttosto bene. Lo spread dei Btp italiani con i Bund tedeschi è sceso dai circa 250 punti base del settembre 2022 a meno di 60 a febbraio di quest’anno. Secondo il Fondo monetario internazionale, circa metà di questo miglioramento dipende dai progressi italiani nella gestione dei conti pubblici e dalla minore incertezza politica; l’altra metà dalle condizioni favorevoli dei mercati europei. Il vento sta cambiando. Le difficoltà francesi spingono gli investitori a cercare riparo nei titoli tedeschi. Così lo spread italiano è risalito a 115 punti base l’8 ottobre. Non perché i conti di Roma siano improvvisamente peggiorati, ma perché i mercati sono tornati a chiedere un premio più alto per finanziare i paesi indebitati.

Nessuno spera nel ritorno dei bond vigilantes, gli investitori che puniscono i governi quando ritengono che stiano spendendo troppo o accumulando debiti insostenibili. Non aspettano le elezioni per esprimere il loro giudizio. Vendono i titoli di Stato o pretendono interessi più alti per comprarli, facendo aumentare il costo del debito e mettendo sotto pressione i bilanci pubblici. Non sono un gruppo organizzato, ma grandi gestori, fondi pensione, compagnie assicurative e fondi speculativi che agiscono ciascuno nel proprio interesse. E quando molti di loro decidono di vendere contemporaneamente, possono trasformare la sfiducia in una crisi.

Durante quella europea del 2010-2012, la fuga dai titoli dei paesi periferici contribuì ad ampliare drasticamente gli spread. La Germania beneficiò della ricerca di investimenti sicuri, mentre l’Italia subì una pressione crescente nonostante disponesse di un avanzo primario. Non che ci volesse una scienza per capire quali economie fossero considerate sicure. La novità è che oggi la vecchia geografia del rischio europeo non funziona più come prima. Alcuni investitori stanno acquistando BTP mentre riducono l’esposizione ai titoli francesi, senza che questo significhi che siano scomparse le vulnerabilità strutturali italiane.

Non tutti, infatti, stanno vendendo. Secondo il Financial Times, Aberdeen Investments ha assunto posizioni favorevoli ai titoli italiani rispetto a quelli tedeschi, mentre Schroders ha ridotto il proprio sottopeso su Italia e Spagna. Altri gestori hanno approfittato della caduta dei prezzi per acquistare obbligazioni societarie europee, comprese quelle di gruppi francesi come Axa e BNP Paribas. È una strategia definita bottom fishing: comprare attività deprezzate nella convinzione che il mercato abbia esagerato nella valutazione del rischio. Questi acquisti non equivalgono a un voto di fiducia generalizzato verso l’Europa. Gli investitori possono considerare conveniente un’obbligazione societaria francese e continuare a giudicare troppo rischioso il debito pubblico di Parigi.

Accanto a questi operatori agiscono fondi che utilizzano derivati e finanziamenti a leva per sfruttare differenze anche modeste fra i rendimenti dei vari paesi. Secondo un’analisi del Meccanismo europeo di stabilità, gli hedge fund rappresentano ormai oltre la metà dei volumi sul mercato elettronico dei titoli di Stato dell’Eurozona, contro circa un quarto nel 2018. In condizioni normali contribuiscono alla liquidità. Quando la volatilità aumenta, invece, possono essere costretti a vendere per coprire perdite o rimborsare finanziamenti, amplificando la caduta dei prezzi.

Questa turbolenza è diversa dalla crisi dei debiti sovrani anche perché allora era in gioco la sopravvivenza stessa dell’euro. Gli investitori temevano che alcuni paesi potessero abbandonare la moneta unica e ripagare i debiti in valute svalutate. Fu Mario Draghi, nel luglio 2012, a spezzare quella spirale promettendo che la BCE avrebbe fatto «whatever it takes» per salvare l’euro. Bastarono quelle parole a cambiare le aspettative dei mercati. Del resto, il mercato obbligazionario non sfugge alla psicologia delle folle descritta da Gustave Le Bon: una promessa credibile può valere più di mille rapporti economici.

Oggi l’Eurozona è più attrezzata. La BCE dispone del Transmission Protection Instrument,  programma introdotto nel 2022 per contrastare tensioni ingiustificate sui mercati. Ma non può intervenire ogni volta che uno spread sale. Deve distinguere la speculazione dai problemi reali dei conti pubblici. L’Ue non può garantire a uno Stato il diritto di indebitarsi a basso costo, mantenendo il deficit elevato, neanche alla Francia. Per questo la Commissione europea ha avviato una procedura per disavanzo eccessivo. Anche così si consolida la credibilità dell’eurozona.

C’è però un altro ostacolo. La BCE sta riducendo il proprio portafoglio di titoli di Stato attraverso il quantitative tightening, il contrario del quantitative easing con cui, negli anni della crisi e della pandemia, aveva acquistato enormi quantità di obbligazioni per sostenere l’economia e tenere bassi i tassi. Ora, quando quei titoli arrivano a scadenza, Francoforte non reinveste più il denaro incassato. I governi devono quindi trovare più compratori privati per finanziare il proprio debito, proprio mentre gli investitori chiedono interessi più alti.

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Chi ha creato l’intelligenza artificiale non ha idea di chi potrà fermarla

Cervello intelligenza artificiale

A settembre Jacob Coxon, un matematico britannico di ventisette anni, ha lasciato Anthropic, dove ricopriva il ruolo di capabilities researcher: lavorava cioè per rendere i modelli più potenti e autonomi. Nel comunicare le dimissioni ha scritto che non voleva più essere parte dei piani dell’azienda per gli anni successivi. Nei giorni scorsi, parlando con il New York Magazine, ha spiegato perché: guardando le capacità previste per la prossima generazione di modelli aveva pensato, molto semplicemente, di avere davvero paura del modello che Anthropic sta per addestrare.

Da mesi l’industria dell’intelligenza artificiale è al centro di un dibattito che va molto oltre la Silicon Valley. A Washington si discute se rallentare lo sviluppo dei modelli più potenti, quali regole imporre alle aziende e quanto ci si possa fidare della loro capacità di controllarsi da sole. I dirigenti dei grandi laboratori si dividono tra chi chiede più prudenza e chi avverte che fermarsi significherebbe lasciare campo libero alla Cina – quindi allo sviluppo di modelli controllati dal governo di Pechino. L’opinione pubblica è forse più preoccupata dei suoi politici, e comincia a chiedere apertamente limitazioni alle nuove tecnologie.

Anche dentro le aziende che stanno costruendo questi sistemi c’è molto fermento. Alcune delle persone che hanno lavorato alla frontiera dell’intelligenza artificiale hanno iniziato a lasciare i laboratori proprio perché non si fidano più della direzione che hanno preso. Molti vanno via perché hanno visto abbastanza. Coxon è tra questi, e nelle scorse settimane è stato intervistato dal New York Magazine con altri sette ex dipendenti di OpenAI, Anthropic e Google DeepMind. Le ragioni per cui se ne sono andati sono tutte diverse – il rapporto con il Pentagono, la perdita di posti di lavoro, la cultura aziendale, la convinzione che la sicurezza si possa studiare meglio fuori dai laboratori – ma nelle loro parole c’è un comune denominatore: più aumentano le capacità dei modelli, più diventa difficile per chi ci lavora mettere in discussione la direzione presa.

Per Coxon non siamo molto lontani dal momento in cui la capacità di discernimento umana diventerà obsoleta, o quasi. Oggi gli enormi modelli di Anthropic, OpenAI o Google hanno bisogno dei ricercatori umani per trovare idee e controllare i risultati, cioè per scegliere una direzione. Forse in un futuro non lontano il ricercatore dovrà semplicemente dire al modello: «Ok, fai buona ricerca», e lasciarlo lavorare. «È una situazione visceralmente spaventosa», ha detto Coxon.

Daniel Kokotajlo, che ha lasciato OpenAI nel 2024, aveva provato a cambiare le cose dall’interno. Poi ha perso fiducia nella capacità dell’azienda di autoregolarsi. «Non credo davvero che le aziende possano essere lasciate a regolarsi da sole», dice. La leadership, racconta, era molto brava ad ascoltare le critiche, dichiararsi d’accordo e poi non cambiare davvero direzione. Fuori dall’azienda, invece, parlando pubblicamente e facendo ricerca, ritiene di avere avuto più impatto.

Le aziende del settore hanno lanciato degli appelli alla regolamentazione – per paura o solo per liberarsi da alcune responsabilità morali, civili e penali – ma sono sempre annunci superficiali. Dopotutto, sono sempre società private che competono per il talento umano, la potenza di calcolo e il vantaggio sui concorrenti, proprio come tutte le società private: ogni scelta di rallentare espone alla possibilità che qualcun altro non lo faccia. E alla fine anche chi considera l’IA pericolosa ha almeno una buona ragione per continuare a svilupparla.

Anthropic è il caso più paradossale. È nata anche dalla convinzione che OpenAI stesse procedendo con troppa disinvoltura verso l’Agi (intelligenza artificiale generale, in grado di superare l’intelligenza umana). Eppure i suoi ex dipendenti la descrivono oggi una società convinta che la competizione sia inevitabile e che fermarsi significhi concedere un vantaggio alla concorrenza. Esattamente come tutte le altre. Jeff Wu, che ha lavorato sia a OpenAI sia ad Anthropic, riassume così la differenza: a OpenAI la narrazione era concentrata soprattutto sui benefici dell’AGI, mentre ad Anthropic è molto più presente quella dei rischi. Ma proprio quei rischi possono diventare una ragione per spingere ancora più forte: se OpenAI e la Cina sono irresponsabili, bisogna arrivare prima di loro.

Coxon descrive un clima di guerra in cui si parla continuamente di quello che fanno i concorrenti, della loro velocità, delle loro intenzioni. E lui ha vissuto dall’interno la quotidianità di Anthropic, cioè la società che vorrebbe sembrare moralmente più retta delle rivali. Da Dario Amodei in giù, tutti ad Anthropic si dicono sinceramente convinti che l’intelligenza artificiale possa diventare una tecnologia tpotenzialmente pericolosa. Ma proprio per questo ritengono di dover restare tra gli attori che la sviluppano. Con un’acrobazia intellettuale che dovrebbe dar loro un’aura da santoni, o da ipocriti.

Le dimissioni dalle aziende da parte dei ricercatori sono la presa d’atto che dall’interno dei laboratori è sempre più difficile incidere sulla direzione presa. Miles Brundage, ex dirigente di OpenAI, ha fondato una nonprofit per sottoporre i laboratori a verifiche indipendenti. «Non puoi lasciare alle aziende il compito di correggere i propri compiti», dice. Le aziende hanno punti ciechi e pressioni competitive: servono dunque controlli esterni.

L’inchiesta del New York Magazine mostra il limite dell’idea che basti rendere più sicuri i modelli. L’argine andrebbe posto prima, nello stabilire chi decide quanto devono diventare potenti i modelli, e chi può decidere di fermare la corsa. Servirebbe una specie di Carta Costituzionale dell’intelligenza artificiale.

Non sappiamo se gli allarmi più estremi siano fondati. E non è impossibile che alcuni di questi ricercatori abbiano buone ragioni personali per enfatizzarli: essere tra i primi a denunciare i pericoli dell’IA è un ottimo modo per costruirsi una reputazione e trovare fuori dai laboratori nuovi incarichi e stipendi più alti. Ma per ora sappiamo che hanno denunciato ciò che hanno visto dall’interno. E forse vale la pena ascoltarli prima di scoprire se avevano ragione.

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Andiamo ancora al ristorante per mangiare?

Foto di Tanja Tepavac su Unsplash

A leggere giornali, newsletter e social sembra che in Italia, soprattutto nelle grandi città, apra continuamente un nuovo ristorante. Il posto da provare, l’indirizzo appena inaugurato, il format arrivato dall’estero, lo chef che cambia insegna, il gruppo che apre un’altra sede. La sensazione è quella di un settore in espansione permanente, ma i numeri raccontano una storia diversa.

Nel 2025 in Italia erano attive 324.436 imprese della ristorazione, l’uno per cento in meno rispetto all’anno precedente. I ristoranti erano 194.899, in calo dello 0,4 per cento, mentre i bar sono diminuiti del 2,2 per cento. Nello stesso anno i consumi fuori casa hanno raggiunto i cento miliardi di euro, ma in termini reali sono rimasti ancora del 5,4 per cento sotto i livelli del 2019. (fonte: FIPE)

Anche guardando più vicino a Milano l’immagine della crescita inarrestabile si incrina. Al 30 giugno 2026, nell’area di Milano, Monza Brianza e Lodi le imprese attive nel comparto alloggio e ristorazione risultavano diminuite dell’1,8 per cento rispetto a un anno prima. Perché continuiamo a percepire la ristorazione attraverso ciò che apre e molto meno attraverso ciò che chiude?

Una risposta riguarda il modo in cui raccontiamo il settore. L’apertura ha tutti gli ingredienti per diventare una notizia. Ci sono un progetto da presentare, fotografie nuove, un menu da raccontare, spesso un ufficio stampa, un evento inaugurale e persone interessate a far circolare la notizia. Una chiusura difficilmente dispone dello stesso apparato narrativo. Il risultato è un’immagine parziale, e vediamo continuamente nascere locali rischiando di dimenticare quanto rapidamente molti scompaiano.

I dati FIPE basati su InfoCamere aiutano a dare una dimensione al fenomeno. Nel 2024, ultimo anno per il quale il Rapporto Ristorazione 2025 fornisce il dettaglio completo dei flussi, nei servizi di ristorazione italiani erano nate 10.719 imprese e ne erano cessate 29.097, con un saldo negativo di 18.378. Restringendo il campo a ristoranti e attività di ristorazione mobile, le iscrizioni erano state 6.760 e le cessazioni 16.256. In Lombardia, nello stesso comparto dei ristoranti, il saldo tra iscrizioni e cessazioni era negativo per 1.047 imprese. Eppure la regione contava ancora 26.711 attività, un numero rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2023. Sono numeri che descrivono soprattutto un ricambio continuo.

Il dato forse più significativo riguarda ciò che succede dopo l’inaugurazione. Tra le imprese della ristorazione nate nel 2019, l’83 per cento era ancora attivo dopo un anno, il 66 per cento dopo tre e il 53 per cento dopo cinque. Considerando specificamente i ristoranti, dopo cinque anni ne rimaneva attivo il 55 per cento. Quasi la metà, dunque, non arriva al quinto compleanno.

Nel frattempo bisogna trovare persone che in quei locali lavorino. Nel 2025 l’occupazione dipendente della ristorazione italiana è diminuita di oltre 114 mila unità, il 10,3 per cento, e un’impresa su due ha dichiarato difficoltà nel reperire personale. La proliferazione delle insegne incontra quindi un limite molto concreto: ogni nuovo locale richiede investimenti, clienti e lavoratori in un mercato nel quale la sostenibilità economica e quella occupazionale sono già sotto pressione.

Dentro questo sistema siamo cambiati anche noi, che sempre più spesso diciamo «voglio provare quel ristorante». È una frase apparentemente innocua, ma racconta una trasformazione, perché provare significa andare una volta, verificare, confrontare, formulare un giudizio, mentre tornare significa costruire una relazione. La continua disponibilità di novità rende la seconda scelta meno attraente. Se ogni settimana esiste un nuovo indirizzo da conoscere, tornare dove siamo già stati significa rinunciare a qualcosa che avremmo potuto scoprire. È la FOMO applicata alla ristorazione, una sorta di Foodmo nella quale l’esperienza gastronomica acquista valore anche perché può essere aggiunta all’elenco delle cose fatte.

I social hanno accelerato il processo: il ristorante diventa contemporaneamente luogo nel quale mangiare e contenuto da produrre. Si fotografa, si pubblica, si commenta. Il cliente assume sempre più facilmente il ruolo del recensore e arriva al tavolo sapendo già quali piatti sono quelli «da ordinare», quale angolo fotografare e che cosa dovrebbe aspettarsi. L’offerta smisurata produce così un paradosso: abbiamo più possibilità di scegliere, mentre rischiamo di concedere meno tempo a ciascuna scelta. Un locale ha bisogno di tempo per diventare qualcosa di più di un’apertura, e deve trovare il proprio pubblico, correggere gli errori, costruire una squadra, definire una cucina, creare abitudini. Anche chi lo frequenta ha bisogno di tempo per conoscerlo. Un pasto permette di avere una prima impressione, ma la conoscenza autentica arriva con il ritorno.

Eppure l’intero sistema della novità spinge nella direzione opposta. L’apertura genera attenzione, il posto appena scoperto produce racconto, ciò che conosciamo già perde parte della propria capacità di attrazione. Così la ristorazione rischia di assumere la stessa logica di consumo di molti altri settori: cercare continuamente il prossimo oggetto del desiderio.

I dati suggeriscono però che dietro questa rappresentazione esiste un mercato molto meno euforico. Nel 2025 il numero delle imprese è diminuito. Nel primo semestre del 2026, nell’area milanese allargata, alloggio e ristorazione hanno continuato a perdere attività. E i dati sulla sopravvivenza mostrano quanto sia difficile trasformare un’inaugurazione in un’impresa capace di durare. Vale allora la pena di cambiare domanda. Davanti all’ennesima apertura possiamo certamente chiederci se valga la pena provarla. Ma chi racconta la ristorazione dovrebbe cominciare a chiedersi anche chi la finanzia, quale modello economico abbia, quali condizioni di lavoro possa sostenere e quanto realisticamente possa durare. E noi clienti potremmo recuperare una domanda ancora più semplice, che è la domanda che fa il successo o l’insuccesso di qualsiasi ristorante: dove abbiamo davvero voglia di tornare?

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