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Iran has published a naive letter to the American People

by Paul Craig Roberts, Paul Craig Roberts: “As the first casualty of the endless wars waged by the US government has without exception been the truth, with the American people perpetually receiving the greatest harm as the result of the US government’s campaign of deception, we wish to highlight some of the facts that are […]
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Storia dell’Iraq – Parte I: l’Iraq prima e dopo l’Islam

Alla luce del recente rituro delle forze statunitensi dal Paese (esito anche della sciagurata aggressione all’Iran) si rende necessario ripercorrere storia e geopolitica dell’Iraq per meglio comprendere quelle che saranno le future direttrici di quello che per demografia, posizione e ricchezza (in termini di risorse naturali) si presenta come un sicuro protagonista nel futuro della regione.

Segue nostro Telegram.

Per comprendere la storia dell’Iraq sul piano della teoria geopolitica si rende necessario valutarne sia la posizione assoluta (ovvero, la collocazione geografico-spaziale) sia la posizione relativa (la collocazione geopolitica). La seconda, a differenza della prima, può variare in relazione a precise circostanze; è determinata dal rapporto con i vicini; e può donare o far perdere importanza ad un luogo nel corso del tempo (ad esempio, l’Italia che durante la Guerra Fredda, era “favorita” dalla sua condizione di Paese confinante con il “blocco socialista”, mentre oggi non gode più di tale “status”). La posizione assoluta dell’Iraq è quella di Paese inevitabilmente legato alla presenza di due corsi d’acqua (il Tigri e l’Eufrate) che assumono valore non solo in termini di idrografia ma anche come “immaginario geografico” (termine con il quale la “geopolitica accademica” cerca di descrivere la cosiddetta geografia sacra). La posizione relativa, a sua volta, è quella di confine tra due mondi, due spazi e civiltà all’apparenza differenti: il mondo nomadico del deserto arabico (con la sua religiosità “cruda”) e quello parzialmente sedentarizzato dell’Altopiano iranico con la sua cultura millenaria ed una innata tendenza all’afflato mistico. Allo stesso tempo, la sua storia è segnata dal rapporto conflittuale con il vicino siriano che risale sin dai tempi dei primi califfi dell’Islam.

I fiumi Tigri ed Eufrate hanno storicamente rappresentato una forte base di unità sociale per il popolo iracheno. La sua ricchezza idrica e la sua particolare posizione (al centro del quadrante geopolitico del Vicino Oriente) hanno attirato nel corso dei secoli una ragguardevole serie di invasioni e/o migrazioni che ne hanno costantemente sovvertito l’equilibrio.

All’inizio del VII secolo d. C., prima che l’Islam modificasse in modo definitivo il panorama culturale e religioso della regione mesopotamica, i territori che oggi corrispondono all’Iraq erano abitati in larga parte da comunità cristiane nestoriane (parlanti diversi dialetti aramaici), ebraiche e da diversi insediamenti greci e indiani. Lo zoroastrismo, invece, era limitato ai soldati ed agli amministratori persiani, i dahaqin (classe aristocratica composta in primo luogo di proprietari terrieri). I territori a ovest dell’Eufrate, a loro volta, erano abitati da tribù nomadi arabe. Per secoli il regno degli arabi Lakhmidi – che aveva la sua capitale nella città di Hira, sui margini del deserto arabico – aveva prosperato come regno autonomo, sebbene vassallo della Persia sasanide.

L’arrivo dell’Islam, sancito dalla sconfitta sasanide nella battaglia di Qadisiyya (636 d. C.), modificò solo in parte la geografia religiosa della regione. I nuovi conquistatori, chiusi all’interno di villaggi fortificati (gli amsar), in un primo momento non solo non cercarono di imporre la nuova religione (l’islamizzazione totale della regione richiederà diversi decenni), ma assunsero rapidamente molti aspetti culturali dei vinti sasanidi.

La rapida ed enorme espansione dell’Impero arabo-islamico comportò inevitabilmente diverse problematiche di gestione degli affari pubblici e militari, arrivate al culmine con la ribellione delle guarnigioni stanziate in Egitto e l’assassinio del terzo califfo Uthman nel 656. In questo contributo non vi è spazio per analizzare nel dettaglio ciascuna di esse. Tuttavia, è importante sottolineare il fatto che, nel momento della fitna (termine arabo che letteralmente significa “sedizione” ma che viene utilizzato per descrivere uno stato di vera e propria guerra civile), le basi dei belligeranti  erano rispettivamente situate in Iraq (Kufa e Bassora per i seguaci di Ali, cugino e genero del Profeta, nonché quarto califfo dell’Islam) ed in Siria (precisamente a Damasco, dove risiedeva Mu’awiya, governatore regionale e cugino di Uthman, con più di un’aspirazione al soglio califfale).

L’assassinio di Ali nel 661 e la definitiva affermazione della famiglia omayyade (della quale Mu’awiya era allora il principale esponente) diede inizio ad una nuova fase nella storia dell’Islam e sancì la momentanea vittoria della componente siriana su quella irachena. Di fatto, solo quarant’anni

dopo l’Egira (la migrazione del Profeta Muhammad dalla Mecca a Medina), il centro di potere dell’Impero arabo-islamico si era trasferito dalla città oasi al centro della Penisola Arabica all’Iraq prima ed all’assai ricca Damasco poi.

Sul piano prettamente geopolitico, dunque, la ribellione di Hussein (figlio di Ali) contro Yazid (il dispotico figlio di Mu’awiya), ed il martirio del primo insieme ai suoi uomini a Kerbala nel 680, può essere interpretata non solo come l’istante di manifestazione del più puro spirito dei partigiani di Ali (l’idea del sacrificio di sé in nome della giustizia), ma anche come un nuovo episodio dello scontro plurisecolare tra Siria e Iraq. Sempre i “siriani” omayyadi, per mano del califfo Abdul-Malik (685-705) inviarono in Iraq il “duro” governatore al-Hajjaj ibn Yusuf al preciso scopo di soffocare la nascente minaccia sciita. Questi ha un posto del tutto particolare all’interno della storia dell’Iraq, tanto che ancora oggi i giovani iracheni imparano a memoria parti di un suo celebre discorso rilasciato nella moschea di Kufa nel 694: “Il comandante dei fedeli [il califfo omayyade] ha vuotato la sua faretra e morso le sue frecce e ha trovato in me la più dura e più amara di tutte. Perciò mi ha mandato a voi. A lungo siete stati pronti alla sedizione; siete giaciuti nei covili dell’errore e avete fatto della trasgressione la vostra regola. Per Dio, io vi scorteccerò come si fa con gli alberi, vi legherò come una fascina di stecchi, vi batterò come cammelli randagi […] Per Dio, quello che prometto, mantengo; quello che propongo, realizzo; quello che misuro, taglio”.

Le dure riforme di al-Hajjaj ed il processo di arabizzazione forzata da lui portato avanti, paradossalmente, favorirono lo sviluppo di Kufa e Bassora come centri di studio della teologia e della giurisprudenza islamica aperti (per il tramite siriano) all’influenza dello gnosticismo cristiano e più in generale del mondo ellenico da una parte e persiano, dall’altra.

Come riporta lo studioso Thabit A. J. Abdullah, “con l’aumento delle conversioni all’Islam, la contraddizione insita fra l’appello universalistico islamico ed il dominio di una casta militare araba divenne insostenibile”. I primi califfati musulmani (e quelli omayyadi in particolare), di fatto, posero particolare enfasi sull’identità etnica araba del potere. In altri termini, si trattava di uno “Stato” retto da un’aristocrazia militare composta da guerrieri tribali arabi, legati tra loro dalla comune fedeltà al dettato coranico. Va da sé che il termine “Stato” in questo caso viene utilizzato nel senso che ad esso venne attribuito dal geopolitico tedesco Friedrich Ratzel: ovvero di “qualsiasi organizzazione politica” (clanica o tribale comprese), visto che, alla pari dello “Stato moderno”, anche queste nascono per difendere la comunità dai pericoli esterni e per assicurarne il sostentamento attraverso l’accentramento del potere. Solo gli epigoni/successori di Ratzel hanno limitato la geografia politica alla geografia dello Stato nel senso moderno del termine.

Ora, la suddetta prospettiva universalistica dell’Islam metteva in conto la possibilità della conversione. Questa, inizialmente, veniva attivamente scoraggiata anche per ragioni economiche, essendo i sudditi non musulmani costretti a pagare una tassa assai più onerosa rispetto ai musulmani. Nonostante ciò, i primi convertiti erano tenuti ad associarsi ad una particolare tribù come “clienti” (mawali), entrando di fatto nel sistema di protezione tribale proprio della Penisola arabica. Il problema sorse nel momento in cui le conversioni (soprattutto in Iraq e Persia, regioni estremamente popolose per il periodo) divennero un fenomeno di massa e l’espansione, sia verso Oriente che Occidente, conobbe una brusca interruzione, lasciando migliaia di soldati privi di occupazione per un lungo periodo.

Il malcontento nei confronti degli Omayyadi crebbe a dismisura fino ad arrivare all’aperta rivolta iniziata sotto la guida di alcuni membri della tribù dei Banu ‘l-Abbas che vantavano una diretta discendenza dalla famiglia del Profeta Muhammad per il tramite di un suo zio. Questi si appellarono sia al sentimento di giustizia dei partigiani di Ali (gli sciiti), sia alle rivendicazioni estremiste dei kharijiti (coloro che, a suo tempo, si opposero alla pace di compromesso tra Ali e Mu’awiyya) che a quelle di natura più propriamente economiche e di mera rappresentanza politica dei mawali.

La ribellione prese il via dalla regione del Khorasan, ma la battaglia decisiva ebbe luogo nell’Iraq settentrionale, nel 750, sulle sponde del Grande Zab, dove l’esercito lealista omayyade venne sbaragliato.

Non è errato affermare che l’ascesa della dinastia abbaside abbia rappresentato sia un evento rivoluzionario nella storia dell’Islam (con i mawali che vennero finalmente riconosciuti uguali agli arabi musulmani e, di conseguenza, divennero capaci di influenzare in modo determinante l’evoluzione di questa religione); sia una nuova vittoria dell’Iraq sulla Siria.

L’epoca abbaside viene tendenzialmente considerata come l’età dell’oro per l’Iraq, più ancora dell’Antica Babilonia. Nel 900, l’Iraq aveva già raggiunto una popolazione di oltre 20 milioni di abitanti (cifra indubbiamente ragguardevole per il periodo). La figura del califfo, allo stesso tempo, assunse una statura quasi divina, imperniato (com’era) dalla sontuosa tradizione imperiale persiana.

Una delle più grandi imprese degli Abbasidi fu sicuramente la costruzione di una nuova capitale imperiale: Baghdad (nome di probabile origine persiana che significa “dono di Dio”). Il sito della nuova città venne scelto personalmente dal califfo Ja’far al-Mansour, che vide nel confluire dei due fiumi (il Tigri e l’Eufrate) il luogo migliore per garantire alla capitale la necessaria centralità sia in termini di agevole accesso alle vie di comunicazione/commercio fluviali, sia in termini di fertile retroterra agricolo.

Sempre gli Abbasidi favorirono il mecenatismo, lo sviluppo delle arti e del sapere, ed almeno inizialmente il loro rapporto con la classe dei religiosi non fu conflittuale. In questo periodo, infatti, si formarono le quattro scuole giuridiche ortodosse dell’Islam sunnita e lo stesso potere imperiale assunse quella particolare caratteristica di commistione tra diritto e religione che ha portato molti a trovare delle similitudini evidenti tra la Roma dei cesari ed il califfato islamico.

I fondatori di tre di queste scuole, Abu Hanifa (699-767), Muhammad al-Shafi’i (767-820), Ahmad ibn Hanbal (780-855), vissero e insegnarono a Baghdad, nel frattempo trasformatasi in vero e proprio “centro del mondo”: “la più grande città, che non ha uguali né a Oriente né a Occidente”, secondo un’affermazione riportata nel celebre Tarikh al-Ya’qubi, opera storica del periodo che, ancora una volta, non tralascia aspetti propriamente collegati  alla geografia sacra.

Ibn Hanbal in particolare, fondatore della radicale scuola hanbalita, si scontrò apertamente con il potere centrale, quando i califfi abbasidi cercarono di imporre la corrente filosofico-teologica mutazilita (di ispirazione neoplatonica) come “religione di Stato” e, addirittura, crearono un sorta di vero e proprio tribunale dell’inquisizione (la minha) che avrebbe dovuto vigilare sulla corretta applicazione della dottrina. Le vicende che riguardano il processo di Ahmad ibn Hanbal vengono così raccontate dallo storico Tamim Ansary: “Hanbal fu trascinato alla corte imperiale e costretto a dibattere con un filosofo mutazilita di spicco sul tema del Corano creato o increato, un argomento che racchiudeva in sé tutta la questione del ruolo della ragione nella ricerca della morale. Il filosofo affrontò Hanbal con lo strumento della logica, ma quest’ultimo rispose con le parole delle Scritture. Il filosofo lo bloccò con i nodi dell’argomentazione, ma Ibn Hanbal si liberò invocando Allah […]. Quando Ibn Hanbal si rifiutò di rinnegare le proprie idee fu picchiato e gettato in prigione. Ma anche lì continuò a rimanere fedele ai propri principi: non avrebbe mai permesso alla ragione di scavalcare la Rivelazione. Allora le autorità aumentarono le pressioni nei suoi confronti, lo picchiarono nuovamente, lo incatenarono e lo tennero in prigione per anni. Ma Ibn Hanbal si rifiutò di rinunciare al suo punto di vista e gli abusi subiti non fecero altro che incrementare a dismisura il suo prestigio […]. Quando il vecchio e dolorante Ibn Hanbal uscì di galera, grandi folle lo accolsero e lo applaudirono. Nel vedere questo la corte imperiale divenne sempre più diffidente nei confronti della filosofia islamica e delle idee greche che l’avevano ispirata. Il califfo al-Mutawakkil ridimensionò il ruolo dei mutaziliti e ricoprì di onori Ibn Hanbal, un segno del prestigio calante dei mutaziliti e con esso dei filosofi”.

La sua vittoria nello scontro teologico sancì in qualche modo il primato degli ulema sulle questioni teologiche rispetto al potere politico ed alle disquisizioni filosofiche degli intellettuali (un esito che si rifletterà anche sulla successiva, quanto celebre, diatriba tra il filosofo Ibn Rushd o Averroè ed il religioso e mistico Muhammad al-Ghazali).

A cavallo tra il X e l’XI secolo, tuttavia, il potere centrale iniziò ad indebolirsi a causa dell’affermazione in diverse province dell’Impero di dinastie locali sempre più autonome ed indipendenti sul piano politico. Tanto che, intorno all’anno Mille, l’effettivo potere del califfo abbaside non superava i confini dell’attuale Iraq. Allo stesso tempo, si arrivò ad una decisiva separazione tra il potere politico-militare e quello religioso che portò la figura del califfo a divenire una carica meramente nominale.

In questo contesto, nel 945, il capo del clan persiano dei Buyidi si assicurò il titolo di amir al’-umara (emiro degli emiri) e fondò una potente dinastia militare che governò di fatto su Iran e Iraq per oltre un secolo, garantendo, tra le altre cose, una libertà religiosa che portò ad una notevole affermazione dello sciismo nella regione dopo secoli travagliati e carichi di persecuzioni per i partigiani di Ali. I Buyidi, in particolare, diedero forte impulso alle celebrazioni di festività tipicamente sciite come l’Ashura (dove si celebra il martirio dell’Imam Hussein) ed alla costruzione di santuari e mausolei come quelli di Ali a Najaf e quello di Hussein a Kerbala. Gli studiosi sciiti, inoltre, vennero generosamente incoraggiati e le scuole in cui si studiava l’operato dei dodici Imam (diretti discendenti di Muhammad e, di conseguenza, legittimi detentori del potere politico e religioso all’interno della umma islamica, secondo lo sciismo) si moltiplicarono rapidamente.

Paradossalmente questa prima affermazione (reale) dello sciismo non portò ad una accesa conflittualità con la componente sunnita della popolazione. Anzi, sunniti e sciiti iracheni fecero fronte comune contro il sempre più aggressivo controcaliffato fatimide (sciita ismailita) d’Egitto che si era assicurato il controllo sulla Siria, aprendo così un nuovo capitolo dell’eterna rivalità tra le due regioni de Levante. La presenza in Siria dei Fatimidi, di fatto, rappresentò per lungo tempo un antemurale all’influenza mediterranea sull’Iraq. Sotto i Buyidi prima, ed i Selgiuchidi poi (di etnia turca), l’Iraq si orientò in modo deciso verso la Persia e l’Oriente. Ed in questo periodo, fino almeno al XII secolo, l’Islam giuridico e formale (legato alle scuole ortodosse) perse la sua centralità in favore della diffusione delle correnti mistiche sufi, molte delle quali nate proprio in Iraq. Ad esempio, a Baghdad nacque la confraternita della qadiriyya (il cui nome deriva da Abdul-Qadir al-Gaylani, morto nel 1146) che avrà un ruolo di primo piano anche nell’islamizzazione del Caucaso. A Bassora, invece, mossero i primi passi i membri dell’ordine rifa’iyya (seguaci di Ahmad al-Rifa’i, divenuti celebri per pratiche pittoresche quali camminare sui carboni ardenti o ingoiare spade).

Una parziale riaffermazione dell’Islam “legale” si ebbe con gli sforzi della dinastia zangide e del celebre condottiero arabo-curdo Salah al-Din ibn Ayyub (che, a sua volta, diede vita alla dinastia ayyubide) che, dapprima riportò Gerusalemme sotto sovranità islamica e, successivamente, sconfisse il controcaliffato fatimide e riportò l’Egitto sotto l’autorità simbolica del califfo abbaside di Baghdad. Tuttavia, lo stesso Salah al-Din (Saladino) finì per rappresentare una minaccia al califfato, visto che in più di un’occasione strinse d’assedio Mosul nella speranza di aprirsi la strada verso Baghdad e riunificare il cuore dell’Islam sunnita sotto un’unica e completa autorità: la sua.

Al termine di una serie di lotte interne all’Impero creato da Gengis Khan, nel 1251 Mongke, nipote di Temujin, assunse il pieno comando delle forze mongole ed inviò suo fratello Hulagu a conquistare l’Asia occidentale. Questi, alla testa di un esercito di oltre 70.000 uomini, entrò in Iraq nel 1257 e l’anno dopo pose sotto assedio la capitale del califfato abbaside. Lo scontro che portò alla caduta della dinastia califfale ed al saccheggio di Baghdad è stato descritto in questi termini dallo storico Ibn al-Athir: “Il racconto comprende la storia di una terribile sciagura, che non ha precedenti nella storia e che ha colpito il mondo intero, anche se soprattutto quello musulmano […] Essi si scatenarono nella città come falchi affamati che attaccano uno stormo di colombe o come lupi rabbiosi che assaltano un gregge di pecore, correndo a briglia sciolta e con volti protervi, uccidendo e seminando terrore […] Il massacro fu così immane che il sangue degli uccisi scorreva in un fiume più grande del Nilo […] Essi spazzarono via i tesori degli harem di Baghdad […] e la luminosità del giorno si mutò in tenebra”.

Il prezzo pagato dalla popolazione civile di Baghdad, a prescindere da alcune evidenti esagerazioni, fu altissimo. Quella che soffrì di più fu la componente sunnita della popolazione. La comunità cristiana venne in parte risparmiata grazie all’intercessione della moglie (cristiana) di Hulagu, mentre quella ebraica ne uscì praticamente indenne. Gli sciiti, a loro volta, senza alcun fondamento, vennero accusati di aver favorito l’ingresso dei mongoli. In particolare, uno dei ministri dell’ultimo califfo abbaside, lo sciita Ibn al-‘Alqami, venne additato come responsabile della disfatta e come traditore in quanto aiutante della causa gengiskhanide.

In realtà, è cosa nota che Hulagu avesse consiglieri sia sunniti che sciiti ben prima dell’arrivo a Baghdad. Uno di essi, il celebre filosofo, fisico e teologo sciita Nasir al-Din Tusi, nell’opera autobiografica Sayr wa-Suluk, aveva già avuto modo di descrivere la distruzione della biblioteca di Alamut (dove risiedeva, sebbene piuttosto critico con gli abitanti ismailiti della città-fortezza), sempre da parte dei mongoli. Una volta presa Alamut, Hulagu, particolarmente interessato alle scienze naturali, risparmiò lo stesso Tusi che, dopo la caduta di Baghdad, assunse il ruolo di direttore degli affari religiosi per il Khan, favorendo (in modo decisivo secondo alcuni) la diffusione dello sciismo duodecimano tra la Persia e l’Iraq.

Nonostante ciò, i mongoli non risparmiarono affatto dalla profanazione e distruzione i santuari sciiti e molte eminenti figure sunnite irachene non tardarono a conferire la loro consacrazione alla nuove autorità di Hulagu in virtù del fatto che fosse preferibile un sovrano giusto, sebbene non musulmano, ad uno musulmano ingiusto (magari sciita).

Ad ogni modo, la caduta di Baghdad e del califfato abbaside ha segnato un punto di svolta nella storia dell’Islam e della regione. Da quel momento in poi, i principali pensatori sunniti, dall’hanbalita Ibn Taymiyya (nato poco dopo l’invasione mongola) al ben noto sociologo ante litteram Ibn Khaldun (1332-1406), concentrarono i loro sforzi sulla descrizione di ciò che sarebbe dovuto essere il “califfato ideale”. Ibn Taymiyya in particolare (da taluni considerato in modo anche fuorviante come il precursore dell’estremismo islamista del XX e XXI secolo) indicò nel ritorno alla purezza dell’Islam delle origini e nella denuncia decisa delle deviazioni (causa dello sfaldamento dell’unità islamica) la via per la restaurazione di un autentico califfato. Altre importanti conseguenze della conquista mongola prima e delle successive devastazioni delle confederazioni nomadi-tribali turche (i cosiddetti “montoni bianchi” ed i “montoni neri”) e degli eserciti timuridi furono l’accentuarsi della divisione tra l’Iraq e l’area mediterranea (Egitto e Siria soprattutto), l’affermazione definitiva dello sciismo, delle tendenze mistiche dell’Islam e di alcuni movimenti ad esse collegati.

Di particolare interesse, in questo senso, fu la diffusione intorno al XV secolo della confraternita della Naqshbandiyya (originaria dell’Asia centrale e diffusasi soprattutto tra la popolazione curda ed in parte tra quella arabo-sunnita dell’Iraq), e l’apparizione del movimento di ribellione musha’sha’.

Il fondatore di questo movimento, Muhammad ibn Falah, discendente diretto del Profeta profondamente influenzato dalla dottrina messianica sciita, rivendicò il possesso di una conoscenza mistico-esoterica; si arrogò il titolo di Mahdi (il Salvatore atteso che diffonderà la giustizia nel mondo) e quello appunto di al-Musha’sha’ (il Radioso). Il suo successore, invece, si spinse fino ad affermare di essere la reincarnazione spirituale di Ali.

A prescindere da questi aspetti, il movimento conobbe una certa fortuna sia grazie all’alleanza con alcune importanti confederazioni tribali della regione, sia perché le istanze religiose si mischiavano ad altre di carattere prettamente sociale (denuncia delle sofferenze dei poveri, dei rapporti feudali e della ricchezza dei proprietari terrieri); un qualcosa che da qui in poi contraddistinguerà sempre le periodiche rivolte di movimenti di ispirazione sciita in tutto l’arco del mondo islamico.

All’inizio del XVI la forza propulsiva del movimento musha’sha’, che portò lo stesso a spingersi dall’Iraq meridionale fino alla periferia di Baghdad, conobbe una brusca frenata. E lo “Stato” da esso creato venne gradualmente inserito all’interno di una nuova entità territoriale di ispirazione sciita: l’Impero safavide.

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Un monde sens dessus dessous

Les civilisations peuvent-elles rassembler les fragments d’aperçus et de savoirs plus anciens pour redonner le contexte permettant de rendre le discours moral à nouveau intelligible ?

D’après une intervention donnée à la Higher School of Economics, Moscou, 7 septembre 2026

L’avenir global est souvent présenté comme celui d’un monde multipolaire ou multi-nodal, avec l’hypothèse implicite que les États s’entendraient mieux – et résoudraient leurs différends plus facilement par la discussion que par la guerre.

Ce fut un mème largement répandu dans les années précédant la Première Guerre mondiale. Des livres furent écrits pour suggérer que la guerre ne pouvait pas avoir lieu : le texte définitif sur ce concept, initialement publié en 1910 sous le titre The Great Illusion, devint un best-seller international.

Son auteur, Norman Angell, soutenait que, parce que les nations dépendaient fortement d’un système commercial mondial hautement imbriqué, le coût économique de la guerre dépasserait largement tout gain potentiel. Il affirmait qu’une nation victorieuse subirait tout autant de ruine économique que la vaincue – rendant obsolète le concept traditionnel de conquête militaire. Son argument fut populairement interprété comme rendant la guerre « impossible ».

Son argument se révéla fallacieux ; la Grande Guerre éclata en temps voulu.

Aujourd’hui, l’idée d’une certaine interaction multipolaire persiste, mais la menace de guerre demeure et est exacerbée par le refus de l’Occident d’entendre – ou de comprendre – ce que disent les États souverains civilisationnels. Cette incapacité à écouter avec un engagement empathique est à la racine des lectures catastrophiquement erronées du renseignement occidental concernant l’Iran et la Russie. Et de la présentation de la Chine comme si « autre » qu’elle en devient un livre fermé aux oreilles occidentales.

Dans son influent ouvrage de 1981, After Virtue, Alasdair MacIntyre soutenait que le projet des Lumières avait coupé l’homme occidental de ses racines traditionnelles, mais avait échoué à produire une morale contraignante fondée sur la seule Raison. Par conséquent, beaucoup de ceux qui vivent en Occident vivent dans un monde de « chaos moral et de fragmentation, où des forces “chaotiques” et désintégratrices ont presque entièrement effacé la véritable enquête morale de la culture européenne ».

Ce qu’il est important de comprendre, c’est que le « chaos moral et la fragmentation » de MacIntyre sont délibérément encouragés pour affaiblir l’attachement national, communautaire et religieux – précisément afin de cibler et d’affaiblir la cohésion nationale et la souveraineté civilisationnelle.

L’argument de MacIntyre est que seule la tradition culturelle, et ses récits moraux, fournissent un contexte aux termes tels que bien, justice et telos :

« En l’absence de traditions, le débat moral est disloqué et devient un théâtre d’illusions où la simple indignation et la simple protestation occupent le devant de la scène. »

« Les lignes sont tracées tôt, et les participants se précipitent pour prendre parti. Mais en prenant parti, ils semblent se rendre incapables d’entendre l’autre… Tout le monde ressent la chaleur, mais personne ne voit la lumière », souligne MacIntyre.

Ce que nous possédons aujourd’hui, suggère MacIntyre, ne sont rien de plus que de simples fragments d’une tradition plus ancienne (la société héroïque). Ces fragments sont tout simplement trop rares, puisque notre discours moral, qui utilise des termes comme bien, justice et devoir, a été dépouillé du contexte qui le rendrait intelligible. En d’autres termes, cela place la vertu du monde héroïque et homérique hors de portée de l’Occident.

Les lignes sont tracées. On se précipite pour prendre parti. Les forces « chaotiques » et désintégratrices d’aujourd’hui ont presque entièrement effacé l’enquête morale de la culture européenne. Le trait le plus frappant des débats moraux est leur tendance à ne jamais aboutir à une résolution.

Quand tous les jugements moraux – dépouillés de leur contexte – ne deviennent guère plus que des expressions de préférence, d’attitude ou de sentiment – l’émotivisme, en d’autres termes – le débat est disloqué ; il se transforme en un théâtre de récits où l’indignation et la polarité occupent le devant de la scène.

Mais, en prenant de tels partis émotifs, les acteurs se rendent incapables d’entendre l’Autre. Les « Autres », alors, qu’il s’agisse de la Russie, de l’Iran ou de la Chine, deviennent simplement invisibles selon les normes de cette approche – car leurs façons d’orienter l’attention humaine vers le monde sont tout à fait distinctes.

Ainsi, nous pouvons être (et sommes) conduits à la guerre par des messages narratifs spécifiquement destinés à contraindre les humains à spatialiser le monde d’une certaine manière, sans que nous en soyons conscients. Nous sommes conduits vers un « seul monde » issu des Lumières, dans lequel toute « altérité » – qu’elle soit russe, iranienne ou chinoise – devient invisible selon les normes, le mode de présence, par lesquels nous abordons les « choses ».

Dans cette « guerre », le monde est mis « sens dessus dessous ». La plupart des gens ne spatialisent pas activement le monde autour d’eux, mais semblent s’être contentés qu’il soit spatialisé pour eux. Les récits sont pétris et étalés sous nos yeux. C’est ainsi que la machine fonctionne. La plupart des gens en Occident croient avoir une prise ferme sur la réalité – les faits, les preuves et les conclusions. Mais en réalité, nous faisons face à une structure qui retourne délibérément comme un gant cette prise imaginaire sur la réalité.

Dans la machine, la « spatialisation » se fait à l’envers : d’abord, ils reçoivent le message, puis ils pétrissent et étalent un récit de la « réalité » comme de la pâte, jusqu’à ce qu’il corresponde au dessein. Et si nécessaire, ils mettent la machine médiatique en marche arrière et pétrissent cette même réalité dans la direction opposée.

Alors, comment les civilisations souveraines peuvent-elles échapper au « piège de MacIntyre » ? Les civilisations peuvent-elles rassembler les fragments d’aperçus et de savoirs plus anciens pour redonner le contexte permettant de rendre le discours moral à nouveau intelligible ?

Sortir de l’espace fustien de la pensée mécaniste et du récit manipulé n’est ni facile ni simple. Bien au contraire. Mais remarquez ce que cela exige – un changement dans notre mode de présence ; la manière dont nous disposons notre attention vers le monde.

La façon dont vous disposez la conscience vers le monde, nous dit le neurologue Iain McGilchrist, est cruciale : car la manière dont vous le faites altère et détermine ce que vous trouverez et comprendrez. Et à mesure que nous spatialisons le monde autour de nous différemment, la perception s’élargit et la spaciosité (jusque-là cachée) de ce qui se trouve au-delà devient visible.

Une récupération de modes de pensée plus anciens – la manière de penser « tout à la fois, tous ensemble » (penser par l’image) et d’autres sources de cognition – peut ouvrir une voie vers une médiation entre les polarités apparemment opposées du subjectif et de l’objectif que la rationalité mécanique laisse si souvent durcies en impedimenta insolubles. L’approche apophatique peut aussi émousser les arêtes vives de la pensée conceptuelle en introduisant l’« entre-deux », trouvant son espace entre les arguments angulaires et tranchants. Ces modes de pensée possèdent leur propre logique qui se tient à l’écart des rigidités des Lumières.

C’est la leçon que l’Iran et sa redécouverte de la pensée ancienne offrent au monde aujourd’hui.

Albert Einstein a un jour fait remarquer que « l’esprit rationnel est un serviteur ; mais l’esprit intuitif est un don précieux. Notre monde, cependant, honore le serviteur – mais oublie [ignore] le don ».

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Pakistan’s Saudi Commitment Must Not Become a Gateway to War

Pakistan should honor its defense commitments to Saudi Arabia through strictly defensive cooperation and protection of maritime commerce, while avoiding offensive military action against the Houthis that could drag Islamabad into a wider Middle Eastern conflict, alienate Iran, and deepen its domestic and strategic vulnerabilities. The Makkah Joint Defense Agreement between Turkey, Pakistan, and Saudi […]
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The Leipzig Drone Attack: Is Europe Escalating the Threat It Cannot Contain?

The Leipzig drone episode shows how jumping the gun turns suspicion into a weapon: NATO intelligence found no Russian trace, yet Berlin keeps insisting otherwise — and the real question is no longer who is to blame, but why Germany needs this narrative at all. “In war, truth is the first casualty.” (Aeschylus) Imagine getting […]
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Operation Interflex: Britain Is Bankrolling a War Europe Cannot Pay For

While posing as a defender of European security, Britain is in fact fuelling the fire: its military programmes and century-long partnership with Kyiv make peace with Moscow ever less attainable and militarise the continent for decades to come. While Britain tries to pose as a major protector of the European security, its military actions are […]
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Can the Conflict Between Türkiye and Israel Lead to the Fall of NATO?

The stabilization of the Iran-Israel confrontation could well be the calm before the storm, only this time the storm would be between Israel and Türkiye. In this context, the question arises: how would such a conflict affect NATO? Reasons for Escalation Relations between Ankara and Tel Aviv are rapidly deteriorating amid the war in the […]
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The Iran War and the Erosion of US Global Primacy

The Iran War has exposed the limits of US military power and weakened its credibility as a global security provider, accelerating the erosion of US-led unipolarity while reinforcing the emergence of a more competitive and multipolar international order. The US President Donald Trump termed the US-Israeli war on Iran a mere “short-term excursion”. However, even […]
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Bishkek 2026: Multipolar Reality Continues Without Western Permission

On September 1, the leaders of some of Eurasia’s most consequential states gathered in Bishkek for the 26th meeting of the Shanghai Cooperation Organization’s Council of Heads of State. The Summit That Did Not Need Europe The summit marked the SCO’s 25th anniversary. Vladimir Putin, Xi Jinping, Narendra Modi, Masoud Pezeshkian, Shehbaz Sharif, Aleksandr Lukashenko, […]
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America’s Middle East Gamble: Less Military, More Power

Washington is changing some of its most reliable military partnerships in the Middle East because it believes states, markets, and diplomacy can deliver what American troops and Kurdish proxies increasingly cannot. The End of the Post-ISIS* Bargain The juxtaposition could hardly be more striking. On August 24, the United States removed Syria from its list […]
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Two Fronts, One Strategy: What Putin Told the World in Bishkek

On 1 September in Bishkek, Vladimir Putin used one summit to tell Iran that Russia would keep supplying what Tehran needs and to tell the world that Russia is winning in Ukraine and will not negotiate with Kyiv. The same day was not two stories. It was one strategy spoken into two microphones. One Room […]
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Oil prices surge as US-Iran strikes heighten supply fears

NEW YORK: Oil prices climbed in early trading Wednesday, building on the previous session’s sharp gains, as overnight military exchanges between the United States and Iran escalated tensions in the Middle East and revived fears of supply disruptions through a critical global shipping chokepoint. Brent crude futures rose $1.03, or 1.1%, to $95.68 a barrel ... Read more

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Ukraine : Macron, Merz and Burnham Close Ranks as Russia Steps Up the War

coalition of vontiers in Paris (Flickr)

coalition of vontiers in Paris (Flickr)

The Coalition of the Willing for Ukraine meets this Monday, August 24 — the 35th anniversary of Ukrainian independence — under the joint chairmanship of Emmanuel Macron, Friedrich Merz and Andy Burnham. The meeting comes at an urgent moment: fighting is intensifying on the ground and Moscow is preparing a new mobilization, while in Kyiv, Volodymyr Zelensky has just ruled out holding elections in wartime.

The ‘Volontaies’ Coalition at the Élysée (Élysée Palace)
The ‘Volontaies’ Coalition at the Élysée (Élysée Palace)

A Meeting Under Heavy Diplomatic Pressure

According to a statement from the Élysée Palace released Friday, August 21, the Coalition of the Willing — an international alliance supporting Ukraine formed in March 2025 at the initiative of Czech President Petr Pavel — will meet this Monday at 1 p.m. in a hybrid format, with Volodymyr Zelensky taking part. The session will be jointly chaired by Emmanuel Macron, via videoconference, German Chancellor Friedrich Merz, and, for the first time, new British Prime Minister Andy Burnham. About a dozen leaders, including European Council President António Costa, are expected to be in Kyiv alongside the Ukrainian head of state, while European Commission President Ursula von der Leyen is not expected to attend in person.
According to a European official cited by several news agencies, talks are expected to focus primarily on strengthening Ukrainian air defenses, as the country faces a shortage of interceptors against Russian strikes. The Élysée says leaders will reaffirm “their determination to increase pressure on Russia” and continue coordinating measures aimed at drying up the resources funding Russia’s war effort, including the fight against the “shadow fleet” Moscow uses to circumvent oil sanctions. The meeting is also meant to advance work on security guarantees intended to underpin a “just, robust and lasting” peace, building on the Paris Declaration of January 6, 2026.

On the Ground, Moscow Prepares a New Mobilization

The meeting comes as the war enters a phase of intensification. Volodymyr Zelensky said this weekend that Russia plans to mobilize an additional 300,000 troops for the Ukrainian front after Russia’s parliamentary elections, scheduled for September 16-20, with a longer-term goal of recruiting 500,000. The Ukrainian president described a “peripheral mobilization” that would spare Russia’s major cities but, he said, would be hard to conceal. He also cited a Russian goal of producing roughly 1,300 ballistic missiles a year, while Ukraine expects to receive only 264 interceptor missiles this year, down from 364 in 2025 and 675 in 2023 — a shortfall Kyiv is trying to offset through new agreements, including delivery of at least one SAMP/T air-defense system from France and roughly 600 missiles from Germany.
These statements echo converging battlefield reports. Recent military bulletins point to intense fighting on the Zaporizhzhia, Kherson and Dobropillya fronts and in Dnipropetrovsk region, along with exchanges of soldiers’ remains between the two sides. This information comes from both Ukrainian and Russian sources, whose respective figures cannot be independently verified and should be treated with caution.

BACKGROUND

Formed in March 2025 at the initiative of Czech President Petr Pavel, and later organized under French and British leadership, the Coalition of the Willing brings together roughly thirty countries supporting Kyiv. It notably held a summit in Paris on July 13, 2026, on the eve of the Bastille Day parade, building on the G7 summit in Évian and the Paris Declaration of January 6, 2026.

Zelensky Rules Out Elections That Would “Destroy the Country”

On the domestic front, Volodymyr Zelensky responded for the first time to the call for elections made last week by his former defense minister, Mykhailo Fedorov, who was dismissed in late July amid vocal protests. In remarks made Saturday and released Sunday, the Ukrainian president said holding a wartime vote, absent a major cessation of hostilities, would “destroy the country by splitting society,” calling the prospect a “tsunami.” Ukrainian law bars elections under martial law, in effect since Russia’s full-scale invasion began in February 2022; Mr. Zelensky’s presidential term technically expired in May 2024.
Mr. Zelensky pointed to the practical hurdles such a vote would have to overcome — including how to enable voting by mobilized troops, millions of refugees abroad, and residents of Russian-occupied territory. According to an analysis by CNN, an incomplete or contested vote would hand Moscow a propaganda win, since the Kremlin already cites the wartime ban on elections to question the Ukrainian president’s legitimacy, even as Russia’s own electoral process is not considered free by Western observers. Polling suggests former armed forces commander Valery Zaluzhny or Mr. Fedorov himself would be the frontrunners in any eventual election.

Two Fronts for Kyiv: Military and Political

The convergence of these two issues — international military support and the debate over the democratic legitimacy of Ukraine’s leadership in wartime — casts Monday’s meeting in a particular light. For the Western leaders gathered around Emmanuel Macron, the goal is to demonstrate the durability of their commitment at a moment when Moscow is betting on wearing Kyiv down before winter, and when the question of security guarantees still has no concrete bearing on any ceasefire.

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🔴 MAGAZZINO VUOTO | LEVANTE

📡 A Levante questa sera, mercoledì 5 agosto 2026, live alle 18,30, Margherita Furlan dialoga con Antonio Mazzeo e Paolo Borgognone.
🚢 Washington annuncia di essere a poche ore da un’intesa provvisoria di sessanta giorni sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. 💥 Nelle stesse ore un’inchiesta di Reuters rivela che cinque mesi di guerra hanno prosciugato quasi per intero le scorte americane di missili tattici a lungo raggio. 🇮🇹 E a Roma, dentro l’ambasciata degli Stati Uniti, si chiude il settimo round dei colloqui fra Israele e Libano.
⚡ Tre notizie che i telegiornali raccontano separate. Le leggiamo come un solo movimento: la potenza egemone consuma, l’Europa paga, l’Italia presta il territorio. Il magazzino è vuoto, e la diplomazia improvvisa di Washington somiglia molto a un inventario.
🎙 AFFRONTIAMO INSIEME
⚓ L’accordo su Hormuz e chi tratta davvero con chi: Teheran ribadisce che il negoziato è con l’Oman e non con Washington
🚀 L’inchiesta sugli arsenali americani esauriti e cosa significa per la deterrenza verso Russia e Cina
💶 Le comunicazioni di Giorgetti alla Camera: 21,7 miliardi per la difesa e 14,4 per l’energia, con la flessibilità energetica incastrata dentro la clausola militare
🏦 I 14,9 miliardi del fondo europeo SAFE, prestiti da restituire, e lo scontro sul mandato parlamentare
🛰 Roma sede del negoziato Israele-Libano mentre l’Idf costruisce nuove basi nel sud del Paese dei cedri
🧭 Cosa resta della tradizione di sovranità mediterranea da Mattei a Moro a Craxi
📉 Perché la borsa festeggia insieme la pace sullo Stretto e il titolo della prima azienda italiana della difesa
📚 LIBRI DEGLI OSPITI
✍ Antonio Mazzeo
▪ La scuola va alla guerra. Inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in Italia, Manifestolibri
▪ I padrini del ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina
▪ Sicilia armata. Basi, missili, strategie nell’isola portaerei della NATO
▪ Il MUOStro di Niscemi. Per le guerre globali del XXI secolo
✍ Paolo Borgognone
▪ Populismo e «democrazia illiberale», Il Cerchio, 2023
▪ La dottrina Stranamore, La Vela, 2022
▪ Goodbye globalism!, Il Cerchio, 2022
▪ Storia alternativa dell’Iran islamico, Oaks Editrice, 2019
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