Milão. Segundo dia de pilhagens e confrontos

© MATTEO CORNER/EPA

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Il debito degli Stati Uniti è fuori controllo. Il Fondo Monetario Internazionale ha definito la sostenibilità del debito pubblico statunitense preoccupante, con una traiettoria giudicata insostenibile nel medio e nel lungo periodo.
I problemi americani, però, non resteranno dall’altra parte dell’Oceano e toccheranno anche l’Europa e l’Italia. Questo perché gli Stati Uniti, per finanziare il proprio maxi-debito, offrono rendimenti alti e privi di rischio reale.
Non bene. Gli Stati Uniti spenderebbero circa 2,9 miliardi di dollari al giorno solo per gli interessi sul debito. Sono i dati pubblicati dal Tesoro sull’anno fiscale chiuso il 30 settembre scorso.
Il deficit è a 1.990 miliardi di dollari, il 12% in più dell’anno precedente, e gli interessi sono diventati la terza voce del bilancio federale, dietro a pensioni e Medicare e prima della difesa. Gli interessi netti hanno raggiunto la cifra record di 1.050 miliardi, crescendo più delle entrate, della spesa complessiva e del PIL.
La difficoltà degli Stati Uniti è legata al costo del denaro: tasso medio al 3,53% (il doppio del 2021), debito lordo oltre i 40.000 miliardi e rendimento del decennale sopra il 5% dopo le tensioni e la guerra con l’Iran, contro il 4,1% previsto dal Congressional Budget Office.
Le stime, inoltre, rischiano di peggiorare: come calcola il Committee for a Responsible Federal Budget, se i rendimenti restassero un punto sopra le stime, nel 2030 gli interessi costerebbero 2.800 miliardi, pari al 5,9% del PIL.
Fin qui il problema sembra riguardare solo gli Stati Uniti, ma non è così. Il Tesoro americano deve rinnovare oltre 10.000 miliardi di dollari di debito a breve termine. Per convincere gli investitori a comprare i suoi titoli (i Treasury), sta offrendo tassi di interesse molto elevati, superiori al 5%.
Un grande vantaggio per risparmiatori e fondi di investimento, che preferiscono spostare i capitali negli Stati Uniti anziché investirli in Europa. Il rapporto Draghi metteva già in guardia sui circa 300 miliardi di euro di risparmio europeo che vanno ogni anno all’estero, principalmente verso i mercati americani.
Questo denaro finisce così per finanziare le innovazioni tecnologiche americane (data center, intelligenza artificiale, microchip) e la difesa degli Stati Uniti. Risorse che potrebbero andare a sostenere la transizione ecologica, la riconversione industriale e l’autonomia strategica dell’Unione Europea, ma gli USA offrono di più.
L’Europa sta già pagando il conto, ma l’Italia versa un prezzo doppiamente alto a causa dell’enorme dimensione del suo debito pubblico. Sul piano dei conti pubblici l’Italia si sta comportando bene e i mercati si fidano, come dimostra lo spread storicamente basso intorno ai 105 punti.
Il punto è che il rendimento dei BTP italiani non può scendere sotto un certo margine: se il debito americano (la valuta di riserva mondiale) rende il 5%, nessun investitore comprerebbe un BTP italiano a un tasso molto inferiore, ad esempio al 3%. I tassi USA stabiliscono una sorta di tetto minimo dal quale l’Italia non può prescindere.
Ed è in questo contesto che il Tesoro italiano si trova costretto a collocare il BTP Valore e il nuovo BTP Valore Insieme con rendimenti e cedole particolarmente alti, proprio per convincere le famiglie a trattenere i risparmi in patria.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale c’è il rischio che si inneschi un meccanismo difficile da arrestare: più debito porta a una maggiore esposizione all’aumento dei tassi e, se gli investitori iniziano a dubitare della sostenibilità dei conti, possono chiedere interessi ancora più alti per prestare denaro.
Secondo le stime del Fondo, il costo medio effettivo del finanziamento dei governi potrebbe salire dal 2,3% del 2021 al 3,7% nel 2031.
Il debito pubblico mondiale, già al 94% del PIL nel 2025, potrebbe così raggiungere il 100% entro il 2029. Cosa fare, dunque? La direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, ha indicato poche ma significative linee:
L’avvertimento finale, però, riguarda tutti: più si rinvia il riequilibrio dei conti pubblici, più diventerà costoso e doloroso raggiungerlo.
L’Italia ha in giacenza 195.044 tonnellate di olio di oliva, di cui oltre 150.000 tonnellate di extravergine. È quanto emerge dal report Frantoio Italia, pubblicato il 9 ottobre 2026 dall’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF).
L’analisi delle scorte consente di capire non soltanto quanto olio sia presente in Italia, ma anche dove si concentrino le disponibilità, quali tipologie prevalgano e quale spazio occupino le produzioni biologiche e quelle certificate Dop e Igp .
Secondo il report aggiornato mensilmente, al 30 settembre 2026 – rispetto alla rilevazione del 31 luglio 2026 – le scorte di olio in Italia sono diminuite del 16,4%, ma rispetto allo stesso periodo dello scorso anno risultano in aumento del 46,7%. Il dato è elaborato sulla base delle informazioni registrate nei circa 19.500 registri telematici dell’olio (Rto).
La parte più consistente delle disponibilità è costituita dall’olio extravergine di oliva, che raggiunge 150.203 tonnellate e rappresenta il 77% del totale. Seguono l’olio di oliva e raffinato, con 15.676 tonnellate, pari all’8%, e l’olio di sansa di oliva, con 14.915 tonnellate, equivalenti al 7,6%.
Le giacenze comprendono invece:
Inoltre, delle 195.044 tonnellate complessive:
Nel caso dell’extravergine:
Considerando le macroaree geografiche:
Osservando la distribuzione territoriale, nell’ultimo report risulta una forte concentrazione in Puglia, Toscana e Calabria, che detengono insieme il 61,3% dell’intero stock nazionale. In particolare:
Seguono:
Più distanti si trovano:
Chiudono le regioni con disponibilità più contenute, ovvero:
Procedendo con un’analisi interna degli stock, la Puglia ha in giacenza 46.285 tonnellate di extravergine, oltre a quantitativi di olio vergine, lampante, raffinato e di sansa. Da sola, la regione detiene più di un quarto delle scorte nazionali. La Toscana, invece, occupa il secondo posto con 30.885 di olio extravergine di oliva, con le province di Siena, Lucca e Firenze che figurano tra quelle con le maggiori disponibilità.
La Calabria, pur collocandosi al terzo posto della classifica generale delle scorte, possiede un volume di olio extravergine inferiore rispetto all’Umbria (che è quarta). Nello specifico, la regione dispone di 14.414 tonnellate di extravergine, affiancate da 5.071 tonnellate di olio lampante e 4.103 tonnellate di sansa. Al contrario, l’Umbria totalizza 19.510 tonnellate complessive, di cui 16.582 appartengono alla categoria extravergine. Non a caso, il territorio umbro si distingue per la disponibilità di prodotto di qualità, rappresentando il 10% dell’intero stock nazionale.
Infine c’è poi la Sicilia, le cui scorte comprendono 5.321 tonnellate di olio di sansa, a fronte di 7.701 tonnellate di extravergine.
Scendendo nel dettaglio territoriale:
Seguono:
La distribuzione provinciale è dunque ancora più concentrata di quella regionale. Infatti, le prime dieci province concentrano complessivamente il 66% dell’olio detenuto in Italia.
Ad oggi, l’olio extravergine rappresenta la componente principale delle giacenze nazionali, con 150.203 tonnellate. Di queste:
Mentre i blend, ossia le miscele, rappresentano 9.990 tonnellate.
In 12 mesi, rispetto a settembre 2025:
Prendendo però come riferimento l’ultima rilevazione disponibile, la dinamica è diversa. Tra il 31 luglio e il 30 settembre 2026:
Al 30 settembre 2026 le giacenze complessive di olio vergine ed extravergine biologico ammontano a 30.353 tonnellate, in aumento del 114,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In Italia quasi tutto il prodotto biologico in giacenza è extravergine. Le quantità raggiungono 30.175,8 tonnellate, pari al 99,4% del totale biologico. Di queste, 23.549,8 tonnellate sono di origine italiana, equivalenti al 77,6% delle scorte bio.
La Puglia guida ancora una volta questa classifica, con 10.740,1 tonnellate di olio biologico, pari al 35,4% del totale nazionale. Seguono:
Il report Frantoio Italia dedica infine una sezione anche agli oli con denominazione di origine protetta (Dop) e indicazione geografica protetta (Igp). In questo caso, al 30 settembre 2026 le giacenze certificate ammontano a 10.744.483 litri, in aumento del 129,5% rispetto ai 4,7 milioni di litri registrati il 30 settembre 2025. Le denominazioni geografiche registrate presenti nel report sono 50, ma la distribuzione delle scorte risulta concentrata:
La denominazione Terra di Bari occupa il primo posto, con 5.295.782 litri, pari al 49,3% delle giacenze Dop e Igp. Al secondo posto si trova la denominazione Sicilia, con 1.594.594 litri, equivalenti al 14,8%. Seguono:
Nel complesso, l’olio Dop e Igp rappresenta il 5,1% delle giacenze nazionali e il 6,6% dell’extravergine detenuto in Italia.


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Italia e Commissione europea hanno raggiunto un’intesa preliminare sulle misure del decreto Bollette per contenere il costo dell’elettricità per famiglie e imprese. L’accordo, maturato il 16 ottobre dopo un confronto tecnico tra Roma e Bruxelles, apre la strada a un intervento sul prezzo dell’energia senza modificare le regole europee sulle emissioni.
Il risultato rappresenta un passaggio importante per il governo guidato da Giorgia Meloni, che da tempo chiede maggiore flessibilità per affrontare il caro energia. Il punto centrale riguarda la possibilità di ridurre l’impatto del prezzo del gas sulla formazione del prezzo dell’elettricità, attraverso un meccanismo di compensazione dei costi sostenuti dalle centrali elettriche.
L’intesa, tuttavia, non equivale ancora all’approvazione definitiva del provvedimento. L’Italia dovrà notificare formalmente alla Commissione europea il testo aggiornato del piano, che sarà esaminato alla luce delle norme comunitarie sugli aiuti di Stato e sulla concorrenza. Bruxelles ha annunciato l’intenzione di procedere rapidamente con la valutazione una volta ricevuta la documentazione.
Per capire la portata dell’accordo bisogna partire dal funzionamento del mercato elettrico. In Italia l’elettricità viene prodotta attraverso diverse fonti, tra cui solare, eolico, idroelettrico e gas naturale. Il prezzo all’ingrosso, però, è generalmente determinato dall’impianto più costoso necessario a soddisfare la domanda in un determinato momento.
Spesso si tratta di una centrale a gas, soprattutto quando le fonti rinnovabili non sono sufficienti a coprire il fabbisogno. Di conseguenza, un aumento del costo del combustibile può far salire il prezzo dell’elettricità sul mercato, influenzando anche l’energia prodotta da impianti solari ed eolici, che non devono acquistare gas per funzionare. È questo il meccanismo sul quale il governo vuole intervenire. L’ipotesi è introdurre un tetto convenzionale al costo del gas utilizzato per produrre elettricità, così da ridurre il peso dei rincari nella determinazione del prezzo finale dell’energia.
In concreto, il sistema dovrebbe prevedere un livello di riferimento per il costo del combustibile. Se il prezzo effettivo del gas supera tale soglia, la differenza verrebbe compensata attraverso un apposito meccanismo. Il costo riconosciuto per la produzione elettrica risulterebbe così più contenuto e potrebbe contribuire a ridurre il prezzo dell’elettricità sul mercato all’ingrosso. La misura non consiste quindi nell’imporre un tetto generalizzato al prezzo del gas per tutti gli utilizzi, ma nell’intervenire sul costo del combustibile impiegato dalle centrali elettriche. Le modalità operative, la soglia di riferimento e il sistema di finanziamento dovranno essere precisati nel testo definitivo del decreto.
Uno degli aspetti centrali del piano riguarda il finanziamento delle compensazioni. Secondo il meccanismo descritto dal governo, lo Stato dovrebbe coprire la differenza tra il costo effettivo del gas e quello convenzionale riconosciuto ai fini della produzione elettrica.
L’obiettivo è evitare che il prezzo elevato del combustibile continui a trasferirsi integralmente sul mercato dell’elettricità. In questo modo, il sistema dovrebbe contribuire a contenere i costi sostenuti dagli operatori e, attraverso la riduzione dei prezzi all’ingrosso, favorire un alleggerimento delle bollette. La Commissione europea ha fissato però alcuni paletti: l’intervento dovrà essere temporaneo, non dovrà alterare in modo significativo la concorrenza e dovrà garantire che i benefici arrivino integralmente ai consumatori.
Il riferimento è l’esperienza di Spagna e Portogallo, che nel 2022 ottennero dalla Commissione europea l’autorizzazione a introdurre un meccanismo straordinario per contenere l’impatto del gas sui prezzi elettrici. Il cosiddetto modello iberico interveniva sui costi di approvvigionamento delle centrali alimentate da combustibili fossili, con l’obiettivo di ridurre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità durante la crisi energetica.
La soluzione italiana si ispira a quella esperienza, ma dovrà rispettare le condizioni concordate con Bruxelles e le caratteristiche del mercato nazionale. Il precedente dimostra che è possibile introdurre misure temporanee sul funzionamento del mercato elettrico, purché siano compatibili con le regole europee e non compromettano la concorrenza.
Dopo l’intesa preliminare, il prossimo passaggio spetta al governo italiano, che dovrà presentare formalmente il piano alla Commissione europea. L’esecutivo comunitario procederà quindi a verificare la compatibilità del provvedimento con il diritto europeo e con il quadro temporaneo sugli aiuti di Stato predisposto per affrontare le conseguenze della crisi in Medio Oriente.
Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha annunciato che la notifica del nuovo testo dovrebbe arrivare a breve. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha accolto positivamente il risultato della trattativa, considerandolo un passo avanti nella strategia del governo contro il caro energia.
L’accordo segna quindi un avanzamento nel confronto tra Italia e Unione europea. Il governo ottiene la possibilità di intervenire sul costo del gas utilizzato per produrre elettricità, mentre Bruxelles mantiene i vincoli sulla concorrenza e sulla politica climatica. La riduzione delle bollette resta l’obiettivo del piano, ma la sua portata concreta dipenderà dalle condizioni definitive del provvedimento e dalla sua applicazione.
Gli ultimi sondaggi elettorali mostrano come Fratelli d’Italia (27,2%) continui a mantenere il proprio consenso ed anzi torni a crescere (+0,4%) pur essendo al quarto anno di legislatura e di governo.
Sensibile calo, invece, per il Partito Democratico (20,1% / -0,3%) e per il Movimento 5 Stelle (12,4% / -0,4%).
Qui sotto la Supermedia Youtrend per Agi dei sondaggi sulle intenzioni di voto diffusa giorno 15 ottobre (fra parentesi si inserisce la variazione rispetto al 1° ottobre):
* Non rilevato da Eumetra, Noto, Only Numbers e Swg.
** Non rilevato da Emg, Eumetra, Only Numbers e Youtrend.
La Supermedia Youtrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione odierna include sondaggi realizzati dal 1° al 14 ottobre ed è stata effettuata il 15 ottobre sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti Emg (data di pubblicazione 8 ottobre), Eumetra (8 ottobre), Noto (6 ottobre), Only Numbers (2 e 10 ottobre), Piepoli (9 ottobre), Swg (5 e 12 ottobre) e Youtrend (8 ottobre). La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale sondaggipoliticoelettorali.it.
Della situazione dei primi tre partiti si è già detto. Lo ripetiamo brevemente: Meloni (Fratelli d’Italia) cresce mentre Schlein (Partito Democratico) e Conte (Movimento 5 Stelle) calano.
Per il resto, Vannacci (Futuro Nazionale) sembra essersi definitivamente assestato attorno al suo perno elettorale che vale più o meno il 7%: la corsa elettorale del generale si è arrestata ed è in fase di ritracciamento. Oggi FN perde il -0,5% e cala al 7,2%, dietro FI, diventando così il quinto partito d’Italia.
Lieve crescita per la Lega (6,0% / +0,3%), da quando il segretario Salvini ha annunciato le dimissioni (salvo aggiungere l’intenzione di ricandidarsi al congresso per ottenere un nuovo consenso).
Per il resto, ci sono due importanti movimenti al centro.
Il primo: Sud chiama Nord (1,1%) di Cateno De Luca ha annunciato che su base nazionale intende allearsi con il centrodestra, mentre su base regionale tiene le mani libere.
Il secondo: il Partito Liberaldemocratico (1,4%) di Luigi Marattin apre al centrodestra. “Se siamo interessanti lo dovrebbe chiedere al centrodestra. Noi siamo qui, abbiamo una identità liberale e parliamo con chi ci vuole parlare, anche col centrosinistra. Lo ripeto, se son rose fioriranno”, ha detto. C’è una sola condizione: Vannacci deve restare fuori dalla coalizione.
Il quotidiano La Stampa riporta un retroscena elettorale: i tre leader del centrodestra (Meloni, Tajani, Salvini) non hanno un’idea unica su quando sia meglio votare nel 2027: aprile, maggio, giugno o settembre? A pesare sulla scelta c’è il fattore Vannacci: se il generale cala nei consensi, la compagine di governo tirerà avanti ancora. Se il generale dovesse ricominciare a correre, si potrebbe andare al voto anticipato per azzopparlo.
Qui lo stato della coalizione conservatrice:
Qui lo stato della coalizione progressista:
Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Italia di fornire uova per far fronte all’aumento dei prezzi che, dopo la crisi nel 2025, hanno registrato un’impennata senza precedenti. Alla base dell’emergenza americana soprattutto i focolai di influenza aviaria, che avevano provocato la perdita di milioni di galline ovaiole, riducendo l’offerta proprio mentre le famiglie continuavano ad acquistare un alimento fondamentale nella loro dieta.
Nel marzo 2025, l’amministrazione statunitense ha contattato diversi Paesi per aumentare le forniture di uova e contenere l’aumento dei prezzi sul mercato interno. Tra i territori interpellati figuravano il Veneto e la Danimarca, mentre altri accordi o iniziative di importazione hanno coinvolto Paesi come la Turchia e la Corea del Sud.
La richiesta rivolta al Veneto non è stata casuale, poiché si tratta della prima regione in Italia per produzione di uova, con circa 2 miliardi di esemplari all’anno, pari al 26% del totale nazionale. La richiesta americana è arrivata in un momento politicamente delicato. Donald Trump era tornato alla Casa Bianca da meno di due mesi, dopo aver promesso durante la campagna elettorale di ridurre il costo della vita e dei generi alimentari, e proprio le uova, diventate progressivamente più care, erano state utilizzate anche come argomento di scontro politico con la precedente amministrazione di Joe Biden.
Quando i prezzi hanno continuato a salire, quindi, il tema si è trasformato in un problema anche per il nuovo governo.
La crisi aveva raggiunto dimensioni tali che alcuni supermercati americani avevano introdotto limiti agli acquisti, mentre la catena di ristoranti Waffle House aveva applicato un supplemento di 50 centesimi per ogni uovo servito. La ricerca di fornitori esteri risponde quindi all’esigenza di aumentare la disponibilità di prodotto per provare a ridurre la pressione sui prezzi.
La causa principale della crisi americana è stata l’influenza aviaria, un’infezione virale che ha colpito duramente gli allevamenti, imponendo l’abbattimento di milioni di galline ovaiole. Dal 2022, l’epidemia ha provocato perdite enormi nel patrimonio avicolo statunitense e ha ridotto la capacità produttiva proprio in un mercato caratterizzato da consumi elevati.
E come in ogni altro mercato, quello che succede è che quando un bene diminuisce drasticamente, se la domanda rimane elevata, il prezzo tende a salire, soprattutto quando non esistono scorte sufficienti per compensare rapidamente il calo dell’offerta.
La reperibilità è stata fin da subito un problema, ma il fenomeno è diventato particolarmente evidente nei primi mesi del 2025. Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics, il prezzo medio di una dozzina di uova è passato da 4,25 dollari nel dicembre 2022 a 4,82 dollari nel gennaio 2023, fino a raggiungere il picco di 6,23 dollari nel marzo 2025. In alcune situazioni, una confezione da dodici è arrivata a costare circa 8 dollari.
Considerando anche la centralità che le uova hanno nella dieta americana, l’impatto sui consumatori è stato evidente, tanto che a risentirne è stato prima di tutto il budget delle famiglie destinato alla spesa alimentare. L’impossibilità di riportare rapidamente i prezzi a livelli più bassi ha quindi reso necessario cercare soluzioni alternative, comprese le importazioni.
Nelle cantine italiane risultano a oggi presenti oltre 41 milioni di ettolitri di vino, il 14,2% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Lo confermano i dati del report Cantina Italia, pubblicati dal ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (Masaf) il 9 ottobre 2026.
Tuttavia, dall’analisi emerge una distribuzione delle giacenze tutt’altro che equilibrata. Nonostante i circa 23.600 operatori sparsi in tutta la penisola, infatti, oltre il 57% delle scorte di vino si concentra solo in alcune regioni.
Al 30 settembre 2026, il Veneto è la regione italiana con il maggior quantitativo di vino in giacenza. Con oltre 10,2 milioni di ettolitri, questo territorio beneficia del peso delle produzioni legate al Prosecco e di altre importanti denominazioni. Le cantine qui primeggiano in quanto a scorte soprattutto se si considera la distanza rispetto alle altre regioni. Basti pensare che la Toscana, seconda in classifica, si ferma a circa 5,1 milioni di ettolitri. Le sue scorte sono per la maggior parte dei casi produzioni a denominazione di origine protetta. I vini Dop nelle cantine – tra cui Chianti e Chianti Classico – raggiungono infatti i 3.228.140 ettolitri, mentre quelli a indicazione geografica protetta (Igp) risultano essere in quantità pari a 1.498.107 ettolitri.
A seguire, in graduatoria, si posizionano:
Chiudono la classifica:
Nel complesso:
Il primato del Veneto è confermato anche dall’analisi provinciale. Infatti:
Le due province, da sole, superano gli 8,1 milioni di ettolitri, una parte determinante delle giacenze regionali. Treviso è particolarmente rilevante per la filiera del Prosecco, mentre Verona ospita importanti produzioni, tra cui quelle della Valpolicella.
A completare la top 10 delle province con più vino in cantina troviamo:
Oltre alla distribuzione geografica, il report permette di comprendere quali tipologie di vino costituiscono la maggior parte delle giacenze nazionali. E in questo caso:
Anche all’interno delle singole categorie:
Un accumulo di vino nelle cantine non è necessariamente una cattiva notizia in assoluto, ma rappresenta un campanello d’allarme. Numeri a confronto, se si tiene conto del fatto che al 30 settembre 2025 le giacenze di vino in Italia ammontavano a 35.952.457 ettolitri, rispetto ai 41.040.109 ettolitri di quest’anno l’incremento delle scorte è stato oltre 5 milioni di ettolitri (+14,2%) nel 2026.
Per il settore vitivinicolo, un aumento delle giacenze richiede attenzione perché può influire sull’equilibrio tra disponibilità di prodotto, domanda e prezzi. Questi dati, da soli, non sono però sufficienti per concludere che esista un eccesso strutturale di offerta. Tutto dipende infatti anche dalle vendite, le esportazioni, i prezzi medi, i volumi della nuova produzione e le prospettive dei diversi segmenti di mercato.
Quando il vino non riesce a trovare sbocchi commerciali e le bottiglie o i grandi contenitori restano pieni, la filiera si trova a fronteggiare criticità come costi di gestione e una conseguente erosione dei margini di guadagno che spesso costringe i produttori a svendere il prodotto per fare cassa, con il rischio di svalutare l’intera denominazione.

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L’inflazione accelera in Italia e passa dal 3,3% di agosto al 4,2% di settembre 2026. Lo conferma l’Istat, con la rilevazione relativa ai dati definitivi sui prezzi al consumo.
La variazione congiunturale è pari al +0,7%. A pesare soprattutto l’aumento dei costi dell’energia e degli alimentari freschi. Il rialzo riguarda anche il carrello della spesa in generale, la cui crescita annua passa dallo 0,9% all’1,5%.
Entrando nello specifico, i beni energetici regolamentati passano dal +18,6% al +25,8%, mentre quelli non regolamentati vanno dal +17% al +22,5%.
L’inflazione di fondo si porta a +1,6% (da +1,5%) e la variazione media annua, acquisita a settembre, a +3,1%. Per inflazione di fondo si intende una misura dei prezzi al consumo che esclude le componenti più volatili, ovvero l’energia e i beni alimentari non lavorati. Questo lo stato dell’inflazione al netto dei soli beni energetici: da +1,7% a +2%.
L’inflazione acquisita per il 2026 è pari a +3,1% per l’indice generale e a +1,9% per la componente di fondo.
Per quanto riguarda l’inflazione nel suo complesso, viene così confermata la stima preliminare.
I prezzi, in generale, sono spinti dalla nuova accelerazione dei prezzi dei beni energetici. Quando aumenta l’energia, infatti, costa di più produrre le merci ed anche distribuirle. E le aziende hanno meno soldi da investire in innovazione e personale. E, a cascata, interi settori vedono aumentare i prezzi.
Aumentano anche i prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +2,6% a + 2,9%), mentre anche i trasporti registrano una crescita più sostenuta su base annua (da +0,8% a + 1,6%).
La crescita dei prezzi dei beni passa dal +4,1% al +5,4%. Supera, dunque, la crescita dei prezzi relativa ai servizi (da +2,4% a +2,6%). Il differenziale tra il comparto passa così da -1,7 a -2,8 punti percentuali.
Questo l’andamento dei prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona: da +0,9% a +1,5%. E qui si mostra l’andamento dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto: da +4,3% a +5,2%.
Qui sotto l’andamento degli indici dei prezzi al consumo Nic per divisione di spesa a settembre 2026 (Nic sta per l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività):
| Divisione di Spesa | Inflazione (%) |
|---|---|
| Prodotti alimentari e bevande analcoliche | +2,1 |
| Bevande alcoliche e tabacchi | +2,5 |
| Abbigliamento e calzature | +0,8 |
| Abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili | +6,2 |
| Arredamenti, apparecchi per uso domestico e manutenzione corrente dell’abitazione | +1,8 |
| Sanità | +1,1 |
| Trasporti | +4,8 |
| Informazione e comunicazione | -0,2 |
| Ricreazione, sport e cultura | +1,3 |
| Servizi di istruzione | +1,4 |
| Servizi di ristorazione e servizi di alloggio | +4,2 |
| Servizi finanziari e assicurativi | +2,9 |
| Assistenza alla persona, protezione sociale e beni e servizi vari | +3,1 |
| Indice generale | +3,1 |
Come viene evidenziato, aumenta tutto con un’unica eccezione: quella che riguarda i servizi relativi all’informazione e alla comunicazione (-0,2%). È possibile ipotizzare che, di fronte all’aumento del costo della vita, famiglie e imprese prestino maggiore attenzione a queste spese anche se il dato sui prezzi, da solo, non consente di stabilire se sia effettivamente diminuita la domanda.
E per quanto riguarda le famiglie? Nel terzo trimestre del 2026, l’aumento dei prezzi misurato dall’indice armonizzato IPCA è stato più elevato per i nuclei con livelli di spesa più bassi (+4,4%) rispetto a quelli con livelli di spesa più alti (+2,9%). Traduzione: chi stava male, ora sta anche peggio.
Si ricorda, per concludere, che negli ultimi 25 anni i prezzi sono aumentati fino al +120%.
L’approvazione della legge delega non significa l’adozione automatica e immediata del nucleare. È l’atto con cui il Parlamento chiede al governo di scrivere le regole del gioco. Due le grandi decisioni da prendere: il tipo di reattori e dove localizzarli.
L'articolo Sul nucleare siamo solo all’inizio proviene da Lavoce.info.
A partire dal 15 ottobre in diverse città italiane è possibile accendere il riscaldamento. Alcune amministrazioni cittadine, considerata la qualità dell’aria e le temperature relativamente miti, stanno ordinando riduzioni degli orari o stanno direttamente posticipando l’accensione del riscaldamento.
Il tema è comunque caldissimo, considerato il caro energia. Vediamo, dunque, come è possibile risparmiare sul riscaldamento della casa con semplici accorgimenti.
Con le attuali tariffe del mercato libero a prezzo bloccato, solo per riscaldare casa il costo medio può arrivare a 1.016 euro. A parità di consumi rispetto all’anno passato, ciò si traduce in una spesa superiore del +26%.
La stima è stata effettuata dagli esperti di Facile.it su dati Enea e Arera considerando un prezzo del gas nel mercato libero pari a 1,57 euro/Smc.
Il portale, leader fra i comparatori di prezzi e tariffe, ha stilato un sintetico vademecum per ridurre i consumi.
Partiamo dalla temperatura ottimale della casa: gli esperti puntualizzano che abbassare il riscaldamento di un solo grado permette di ottenere un risparmio in bolletta che può arrivare a quasi 95 euro.
E ridurre il tempo di accensione dei termosifoni, anche solo di un’ora al giorno, consente di ridurre la spesa circa 32 euro all’anno.
Ma quale sarebbe la temperatura ideale a casa? Nel settembre del 2022 il quotidiano Il Messaggero intervistò Alfredo Pontecorvi, professore ordinario di endocrinologia alla Cattolica del Sacro Cuore e primario al Policlinico Gemelli. “La temperatura ideale per il nostro benessere è di 19 gradi, quindi non è un dramma e ci farà perdere qualche chilo di troppo”, spiegò.
Chi riscalda casa con una caldaia deve osservare uno stretto regime di controlli. Non si tratta di un’opzione, ma di un obbligo relativo alla sicurezza e alla salubrità degli ambienti domestici. La revisione della caldaia deve essere almeno annuale. Una caldaia non controllata a norma di legge può comportare (oltre ai rischi per la sicurezza) anche multe salatissime: fino a 3.000 euro.
Il secondo consiglio è quello di installare valvole termostatiche. Attualmente sono obbligatorie solo per gli immobili con riscaldamento centralizzato. Ma le valvole termostatiche sono consigliate ai fini del risparmio anche a chi ha il riscaldamento autonomo.
Passiamo alla domotica: un termostato smart attivabile a distanza può aiutare a tenere sotto controllo il riscaldamento di casa in base ai propri orari.
Facile.it consiglia poi di fare attentamente la propria tariffa, confrontandola con le altre presenti sul mercato. Gli esperti del portale stimano che sia possibile risparmiare fino al 27% passando dalla tariffa meno vantaggiosa a quella migliore.
Occhio poi alle stufette elettriche, che devono però essere usate con parsimonia, altrimenti rischiano di costare fino a 2 euro al giorno.
Altro consiglio: se il ricambio d’aria è indispensabile per questioni di salubrità, meglio limitarlo quando i riscaldamenti sono accesi. Abbassare le tapparelle o le persiane la sera può poi aiutare a ridurre la dispersione di calore. I radiatori, poi, (che devono essere regolarmente spurgati) non vanno coperti con mobili, tende pesanti o altro. Questo ostacolo alla circolazione del calore può far salire la bolletta anche del +5%.
È di 218 miliardi il valore dell’economia non osservata nel solo 2024. Si tratta di un dato in aumento rispetto al 2023 (+0,3%) a fronte di una crescita del Pil del 3,2%. L’incidenza di questo valore rimane inferiore rispetto allo scorso anno (dal 10,2% al 9,9%). Mentre l’economia sommersa si attesta intorno ai 198,4 miliardi, con le attività illegali che scendono a 19,8 miliardi, il lavoro irregolare è di 3.277.000 unità, in aumento rispetto al 2023.
Sono questi i dati dell’ultimo report sull’Economia non osservata nei conti nazionali per gli anni 2021-2024, pubblicati dall’Istat il 16 ottobre 2026.
L’Istat ha pubblicato il report su “Economia non osservata nei conti nazionali”, ovvero tutte quelle attività produttive di mercato che sfuggono all’osservazione diretta. Si parla di economia sommersa ed economia illegale, che insieme raggiungono un valore di 218,2 miliardi di euro, in aumento dello 0,3% rispetto all’anno precedente (217,6 miliardi).
Un valore a fronte di una crescita del Pil a prezzi correnti del 3,2%, sul quale l’economia non osservata incide per il 9,9%, in diminuzione rispetto al 10,2% del 2023.
La dinamica dell’economia non osservata viene sostenuta dalla crescita del valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare, che aumenta del 3,9%. Nel 2024 cambia la composizione delle componenti dell’economia non osservata:
Per gli anni 2021-2024, la tabella:

Il valore dell’economia sommersa si attesta intorno ai 198,4 miliardi di euro, in aumento rispetto all’anno precedente (+0,4%). Incide sul Pil per il 9%, tornando ai livelli del 2021 e interrompendo la tendenza mostrata nel biennio precedente. La componente delle sotto-dichiarazioni è pari a 107,6 miliardi di euro, mentre quella connessa all’impiego di lavoro irregolare raggiunge gli 80,3 miliardi di euro.
La diffusione del sommerso, spiega l’Istat, è legata al tipo di mercato di riferimento e non alla tipologia di bene o servizio prodotto. Nel complesso il peso del sommerso sul valore aggiunto è più elevato:
Aumenta anche il lavoro irregolare, ovvero le posizioni lavorative per le quali non viene rispettata la normativa in materia fiscale e contributiva, relative ad attività illegali e quindi non osservabili direttamente attraverso le fonti amministrative. Di queste unità di lavoro, nel 2024 se ne contano oltre 3 milioni (nello specifico 3.277.000) e di queste 2.396.000 sono occupate come dipendenti, ma con contratti irregolari.
L’incremento del tasso di irregolarità è dovuto alla crescita del lavoro non regolare (+4,6%) e si conferma più elevato tra i dipendenti rispetto agli indipendenti.
Il lavoro irregolare è aumentato in numerosi settori; gli unici comparti in controtendenza sono l’istruzione, la sanità e l’assistenza sociale. Mentre i comparti dove si osserva l’aumento più consistente sono:
In generale, l’incidenza del lavoro irregolare pesa di più nel terziario e raggiunge livelli particolarmente elevati nel comparto degli “altri servizi alle persone”. Ma risulta significativa anche la presenza di lavoratori irregolari nell’agricoltura, nel commercio, nei trasporti, negli alloggi e nella ristorazione.
Un dato positivo è quello riferito all’economia illegale, che nel 2024 è stimata a 19,8 miliardi di euro. Si tratta di un dato in diminuzione di 0,2 miliardi di euro. Tra questi risalta il traffico di stupefacenti, che registra una lieve diminuzione, mentre si confermano marginali l’attività di contrabbando di sigarette e le irregolarità nel settore dei trasporti e del magazzinaggio.

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