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Due bambini uccisi a Gaza dagli attacchi dell’Idf in 24 ore: 340 minori morti dall’inizio del cessate il fuoco
Da più di un anno a Gaza è in vigore il cessate il fuoco, ma solo domenica due bambini palestinesi sono stati uccisi dal fuoco delle Forze di difesa israeliane, come riporta l’agenzia Wafa. Secondo una nota del ministero dell’istruzione di Hamas a Gaza, si tratta di Tamer Soboh, di cui non viene riportata l’età, ucciso a ovest di Beit Lahiya, nel nord della Striscia, e di Masak al-Dalu, una bambina di 7 anni, nei pressi del campo profughi al-Maghazi. La piccola è rimasta uccisa quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco tra le tende del campo profughi dove viveva, nel centro della Striscia di Gaza.
Dal 10 ottobre 2025, sono morti in totale 340 bambini durante la tregua. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, almeno 1.511 palestinesi sono stati uccisi e altri 5.375 feriti negli attacchi israeliani. Per le famiglie “che piangono la perdita dei propri figli, queste terribili statistiche non equivalgono a un cessate il fuoco”, ha sottolineato il portavoce dell’Unicef Ricardo Pires. Attacchi aerei, raid di droni e sparatorie continuano in tutta la Striscia. Si stima che circa 60mila bambini abbiano visto morire uno o entrambi i genitori durante la guerra o dopo il cessate il fuoco e, secondo l’Unicef, sarebbero 800mila i bambini sfollati a Gaza, “e la maggior parte vive in tende o in edifici pericolosi e bombardati”.
L’abbassamento delle temperature complica ulteriormente la situazione per le famiglie sfollate a Gaza, che riempiono i sacchi di farina vuoti con la sabbia per impedire all’acqua piovana di entrare nelle loro tende. I bombardamenti israeliani hanno gravemente danneggiato la rete fognaria: “Ci sono enormi bacini di acque reflue, come il bacino di raccolta delle acque piovane di Sheikh Radwan, che è mezzo pieno”, ha avvertito Pires. “Come avevamo già previsto un anno fa, l’acqua contaminata potrebbe straripare e inondare le zone residenziali a valle, con conseguenze potenzialmente letali per i bambini e le loro famiglie. Alcuni bambini sono annegati in acque contaminate da liquami”.
Secondo Wafa, cinque palestinesi sono rimasti uccisi dal fuoco dell’esercito israeliano da questa mattina. Il portavoce dell’Idf afferma di star controllando i dettagli delle notizie riferite dai media palestinesi. La Wafa riporta anche la morte di una donna di 28 anni, Wijdan Kamal Shurrab, rimasta uccisa da colpi di arma da fuoco nei pressi di Khan Younis. L’agenzia palestinese cita fonti ospedaliere che parlano di 25 feriti nelle ultime 24 ore.
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“Il segreto della mia longevità? Niente fumo né alcol, la mia dieta è fatta di verdure e minestroni. Sento tutti i giorni la messa e recito il rosario”: Pierina compie 110 anni, la sua storia
Un secolo e un decennio di storia, attraversando due guerre mondiali, le fatiche della vita contadina e le lunghe separazioni imposte dall’emigrazione lavorativa. Piera Tonello, conosciuta da tutti come “Pierina“, ha festeggiato il traguardo eccezionale dei 110 anni circondata dall’affetto di familiari, amici e istituzioni nella sua casa nel borgo di San Mauretto di San Michele, a pochi passi dalle rive del fiume Tagliamento.
Nata nel 1916 a Savorgnano di San Vito al Tagliamento, nel pieno del primo conflitto mondiale, la donna rappresenta oggi una memoria storica inestimabile e uno dei simboli di longevità più amati del territorio friul-veneto. Intervistata dal Messaggero, alla domanda su come si possa raggiungere una simile età mantenendo intatta la propria lucidità e serenità, Piera Tonello non ha dubbi e rivela la sua personale regola di vita: “Niente fumo e alcol e tanto amore verso gli altri“. Un elisir fatto di abitudini frugali e salde convinzioni morali, alimentato da una dieta sobria a base di verdure e minestroni. Nonostante le dure prove e i lutti familiari affrontati nel corso dei decenni, Pierina ha conservato la capacità di guardare avanti senza farsi piegare dallo sconforto. “La mia forza è l’amore per gli altri”, ribadisce, indicando nell’affetto incondizionato per il prossimo il vero motore della sua esistenza.
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“Credo che fosse destino che trovassi esattamente la cifra che mi serviva”. Compra per 30 euro una borsa usata in un mercatino, poi l’incredibile scoperta: all’interno c’era una busta piena di soldi
Frugare tra le bancarelle dei mercatini delle pulci può regalare sorprese che vanno ben oltre il fascino retrò di un capo d’abbigliamento. Lo ha scoperto in prima persona la ventisettenne Autumn Buesking, che durante un viaggio a New York ha acquistato una borsa vintage per circa 30 euro (35 dollari), trovando al suo interno un inaspettato “tesoro” in contanti: 400 dollari suddivisi in quattro buste rosse sigillate.
Una piccola fortuna piovuta dal cielo che la giovane, intervistata dal magazine americano People, ha deciso di rimettere in circolo per rispettare il significato simbolico e culturale di quel ritrovamento.
L’acquisto al mercatino di Manhattan
Tutto è avvenuto durante l’ultima giornata del suo soggiorno nella Grande Mela. Ormai esausta dal ritmo serrato delle visite culturali, Buesking ha optato per un pomeriggio più rilassato, dedicandosi alla sua grande passione per l’usato. Tra le decine di borse ammassate su una bancarella, l’attenzione della ragazza è stata catturata da un modello nero in pelle. Inizialmente convinta che si trattasse di una borsa vintage del noto marchio Coach, ha aperto le cerniere per verificarne l’autenticità.
In quel momento ha notato all’interno quattro misteriose buste rosse. Avendo una vaga memoria di come simili involucri venissero usati nella cultura asiatica per donare soldi, la sua curiosità è salita alle stelle. Il venditore le ha offerto un prezzo di saldo, precisando che l’accessorio era in realtà un modello firmato Michael Green, il cui valore sul mercato del nuovo può superare i 90 euro. A quel punto, Autumn non ha esitato: “O ho perso 35 dollari o ho fatto il miglior affare della mia vita in un negozio dell’usato”, ha scritto in tempo reale ai suoi amici.
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Drone nello spazio aereo lituano, le scuse di Kiev: “È nostro, forse deviato da Mosca”. Raid tra Russia e Ucraina: blackout a San Pietroburgo
Notte di intensi bombardamenti quella tra Russia e Ucraina, con l’esercito di Kiev che è tornato a colpire il cuore del Paese di Vladimir Putin sferrando attacchi a San Pietroburgo e provocando blackout parziali in città. I raid hanno preso di mira il centro dati VKontakte, il “Facebook russo”, e la sottostazione elettrica Vostochnaya. Mosca, da parte sua, ha attaccato l’Ucraina nella notte con un missile balistico Iskander-M e 180 droni d’attacco, con almeno tre persone che sono state uccise.
Dopo l’allarme della Nato su un drone sospetto nella spazio aereo lituano – con il decollo di due caccia italiani Eurofighter – sono giunte le scuse e le ammissioni di Kiev: il velivolo senza pilota era ucraino. Il presidente Gitanas Nauseda aveva subito tirato in ballo Mosca: “La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina si sta estendendo al fianco orientale della Nato e dell’Ue”. Il chiarimento è firmato dal portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhy: “Ci rammarichiamo per l’incidente” di stamattina. Il funzionario di Kiev chiama ancora in causa Putin, perché il drone gialloblu potrebbe essere stato deviato “da azioni di combattimento elettronico da parte della Russia“, durante “un’operazione contro obiettivi militari legittimi” nel territorio della Federazione. Infine, le scuse “per eventuali disagi, rischi e preoccupazioni”.
Per la Russia, la situazione più critica è appunto quella nell’ex capitale zarista che ha provocato interruzioni su larga scala nel social network, dato che a essere colpiti sono stati il centro dati, così come la sottostazione adiacente, che si trovano nel villaggio di Novosergievka, nel distretto di Vsevolozhsk, nell’oblast di Leningrado, al confine amministrativo con San Pietroburgo. Gli utenti lamentano seri problemi nel funzionamento della piattaforma e dei servizi correlati. L’ufficio stampa dell’azienda ha confermato l’attacco, ma ha assicurato che i servizi sono operativi: “Un attacco di droni è stato effettuato contro il centro dati VK nell’oblast di Leningrado. I servizi VK sono accessibili agli utenti in modalità normale”.
Un attacco massiccio, quello di Kiev, come testimoniano le comunicazioni diffuse dalle autorità russe, secondo le quali le forze di difesa aerea hanno abbattuto 126 droni nella regione di Leningrado, dove un terminal petrolifero è stato colpito e le operazioni all’aeroporto di Pulkovo sono state limitate. Il governatore Alexander Drozdenko ha scritto su Telegram che è hanno dovuto respingere un “attacco su larga scala” con velivoli senza pilota. I detriti dei droni sono caduti su abitazioni, automobili e linee elettriche, provocando brevi interruzioni della corrente, anche se non sono stati segnalati feriti. Il governatore di San Pietroburgo, Alexander Beglov, ha riferito che l’attacco ha provocato un incendio al terminal petrolifero della città, già colpito dall’Ucraina a giugno. I sistemi di difesa aerea sono entrati in funzione, mentre l’aeroporto internazionale di Pulkovo ha introdotto restrizioni alle operazioni “per motivi di sicurezza”. L’agenzia di stampa russa Tass ha segnalato disagi anche alle partenze.
Nei giorni in cui si è registrato il riavvicinamento, forse decisivo, di Donald Trump a Vladimir Putin, Volodymyr Zelensky vuole quindi sottolineare come dal Cremlino non ci sia mai stata una reale volontà di aprire un tavolo e avviare dei colloqui di pace: “Da quando il presidente americano ha annunciato una tregua energetica una settimana fa, la Russia ha colpito deliberatamente il sistema energetico e il settore petrolifero e del gas dell’Ucraina già 76 volte – ha scritto su X – Solo questa notte ci sono stati attacchi contro sottostazioni nelle regioni di Vinnycja, Zytomyr, Chmelnyckyj e Odessa. Decine di migliaia di famiglie restano senza luce. Di fatto, gli operatori energetici e le squadre di riparazione lavorano ininterrottamente per il ripristino. Durante la notte i russi hanno colpito anche edifici residenziali nelle nostre regioni. Al momento si sa di 12 feriti, tra cui due bambini. Due persone sono morte. Le mie condoglianze ai familiari e ai loro cari”. E continua ricordando che “in mattinata c’è stato un attacco contro un’impresa agricola in Volinia. Tutti i servizi necessari stanno lavorando sul posto. In totale, nell’ultima settimana i russi hanno lanciato contro l’Ucraina quasi 2.700 droni d’attacco, 1.700 bombe aeree e 66 missili, la maggior parte dei quali balistici. Gli obiettivi principali di questi attacchi sono proprio le infrastrutture energetiche; i russi cercano di provocare un blackout”.
Nonostante ciò, Donald Trump continua a sostenere la bontà della sua decisione di stipulare l’accordo sul gasolio con Mosca e sospendere le sanzioni alla Federazione nel tentativo di provocare un ribassamento dei prezzi dell’energia e, di conseguenza, dei prodotti: “Molti di voi non sanno ancora quale sia la mia decisione, ma lo scopriremo e lo scoprirete anche voi – ha detto in merito alla sospensione del Graham Act – È un’ottima decisione, sarà una scelta positiva per il Paese e, credo, anche per il mondo, dato che ci troviamo davvero su un palcoscenico globale”. Dall’Europa, invece, una delle voci che torna a farsi sentire dopo la richiesta di ulteriori 70 miliardi di aiuti per il 2027 da parte di Zelensky è quella del ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, che annuncia: “Entro la fine dell’anno probabilmente ci sarà un nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina”.
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Kim Jong Un e la lussuosa nave-piscina: simbolo del potere nella Corea del Nord povera

Francia, 1800 fermi dopo le violenze. A Parigi manifestante morto dopo un malore. Macron parla alle 20
È salito a 1.800 il numero delle persone fermate in Francia durante le proteste contro il carovita, segnate da saccheggi e violenze in diverse città. A Parigi, un manifestante è stato colto da un malore ed è morto dopo essere stato trasportato in ospedale. Lo riferisce Bfmtv, citando un rapporto della polizia secondo cui “una persona è morta a seguito di un arresto cardiorespiratorio“. A rendere noto il numero dei fermi è stato il ministro dell’Interno francese, Laurent Nuñez.
Nella capitale i disordini si sono protratti fino a notte fonda, con negozi saccheggiati e attacchi agli edifici. La prima vicesindaca di Parigi, Lamia El Aaraje, ha denunciato una carenza di risorse a disposizione delle forze dell’ordine per contenere le violenze. “Direi che ieri sera c’è stata chiaramente una carenza di risorse nella capitale”. El Aaraje, socialista e braccio destro del sindaco Emmanuel Grégoire, ha definito “inaccettabile” vedere persone vandalizzare i negozi e attaccare fisicamente gli edifici. El Aaraje ha inoltre descritto il livello di violenza registrato a Parigi come “senza precedenti, credo”.
La richiesta dei sindaci al premier
Le conseguenze dei disordini riguardano anche Marsiglia e Lione, le altre due grandi città francesi coinvolte nelle proteste. In una dichiarazione congiunta, i sindaci Emmanuel Grégoire, Benoît Payan e Grégory Doucet hanno chiesto di essere ricevuti dal primo ministro Sébastien Lecornu all’inizio della prossima settimana, insieme ai primi cittadini degli altri comuni colpiti.
“Di fronte all’entità dei danni e alla gravità della situazione, chiediamo di essere ricevuti dal primo ministro all’inizio della prossima settimana”, scrivono nella nota, sollecitando anche “un’analisi precisa e trasparente” per ricostruire la sequenza degli eventi che ha portato ai disordini. “Tali eventi non possono né devono ripetersi”, aggiungono.
A Marsiglia, il sindaco Benoît Payan ha denunciato una carenza di forze dell’ordine. In città alcuni facinorosi hanno fatto irruzione nel municipio, sfondando la porta. La richiesta di un confronto con il governo arriva dunque dopo una giornata di proteste accompagnate da danni, saccheggi e scontri, mentre resta da chiarire la dinamica della morte del manifestante a Parigi.
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La cartolina scritta da un prigioniero in un lager nazista arriva alla famiglia dopo 82 anni: “Il mio bisnonno tornò a casa, ma i suoi figli non lo riconobbero e scapparono impauriti”
Un messaggio scritto a mano il 5 giugno 1944 dal campo di prigionia tedesco di Heilbronn-Neckargartach ha impiegato ottantadue anni per coprire la distanza che lo separava da Selva di Cadore, nel Bellunese. A riannodare i fili di una memoria familiare interrotta dalla Seconda guerra mondiale è stato un appello lanciato sui social, che ha permesso alla pronipote Martina Pallua di stringere finalmente tra le mani la cartolina scritta dal bisnonno, l’internato militare Orlando Dell’Andrea.
Tutto inizia settimana mese fa, quando la rete digitale restituisce alla famiglia un pezzo di storia materiale rimasto sospeso per otto decenni: «Questa storia inizia una sera di fine settembre», racconta Martina Pallua, «quando mi arriva un messaggio apparso sul gruppo Facebook “Son da Selva”. Diceva più o meno così: “Cerchiamo i familiari o i discendenti di un internato militare, Orlando Dell’Andrea, originario di Selva di Cadore, località l’Andria, del quale conserviamo documentazione postale originale”». A lanciare la ricerca era stato Pasquale Alessandro Campo, ricercatore storico e collezionista. «Poche righe. Eppure, dietro quelle parole c’era una storia rimasta sospesa per più di ottant’anni», prosegue la pronipote. «Inutile dire lo stupore, l’emozione e la curiosità che ho provato nello scoprire che esisteva una cartolina scritta dal mio bisnonno e mai arrivata a destinazione. È così che è iniziato un viaggio alla scoperta di un uomo che non ho mai conosciuto».
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Ricercatrice per un progetto Ue sospesa dal suo istituto in Argentina per aver svelato le conseguenze sulla popolazione dell’uso massiccio di agrofarmaci
Ha eseguito una ricerca sulla presenza di veleni agricoli in esseri umani e animali, nel sudovest di Buenos Aires, coinvolgendo 73 volontari. Lo studio, iniziato nel 2020, finanziato da fondi Ue nell’ambito del progetto Sprint, Sustainable plant protection transition, con l’approvazione dell’Inta, Instituto nacional de tecnología agropecuaria, ha rilevato la presenza di almeno due pesticidi nel sangue del 100% dei volontari coinvolti e di glifosato nelle urine dell’84%. In alcuni test si registra la presenza di decine di fitofarmaci diversi nell’organismo dei volontari. I veleni sono ovunque, anche nella polvere domestica, che nasconde fino a 86 molecole chimiche differenti. L’esito non è piaciuto affatto ai vertici dell’Inta né ai colossi agricoli, i cui rappresentanti siedono nel Consiglio direttivo dell’ente. E ora Virginia Aparicio, 53 anni, responsabile scientifica della ricerca, affronta una procedura di esonero che comporterebbe il licenziamento e l’esclusione da ogni incarico pubblico per i prossimi cinque anni.
“La mia vita è cambiata profondamente”, confida Aparicio a Ilfattoquotidiano.it. Dopo più di vent’anni di lavoro presso l’Inta, affronta una decisione di esonero dalla pubblica amministrazione vincolata a una ricerca scientifica internazionale. “È una decisione che compromette il mio percorso professionale e la mia continuità lavorativa”. L’Inta l’accusa di diverse irregolarità, come l’aver “scavalcato i superiori” e “occultato informazioni“, ma Aparicio ha notificato per iscritto ogni singola azione, protocollo e avanzamento del progetto. Sotto pressione degli agroindustriali, l’ente ha provato a fermare la divulgazione dei risultati, che invece erano già arrivati in Europa. Per rappresaglia, l’Argentina si è formalmente ritirata dal progetto Sprint. Aparicio, già ritenuta la migliore ricercatrice dell’Inta in materia di agrochimici con oltre 150 pubblicazioni e 3.500 citazioni scientifiche dice: “Temo per il mio futuro lavorativo e personale. Ma a preoccuparmi di più è il messaggio che, con questa situazione, viene trasmesso ad altri ricercatori. Produrre e comunicare la conoscenza scientifica può avere ripercussioni negative per chi lo fa”.
Interpellata sui risultati della ricerca, Aparicio racconta: “Ho provato preoccupazione, ma anche un’enorme responsabilità scientifica ed etica. I risultati costituiscono un’evidente esposizione che occorre indagare, comunicare e tenere in considerazione nell’attuazione di politiche pubbliche”. E rilancia con una domanda: “Cosa succede quando i risultati di una ricerca scomodano chi ha potere decisionale?”. La ricercatrice rivendica perciò “l’indipendenza” della scienza pubblica nel “porre domande, ottenere risultati e comunicarli, anche quando mettono in discussione prassi prestabilite e interessi economici”.
La sua ricerca ha non a caso smentito il discorso ufficiale della lobby degli agrofarmaci, secondo cui i fitofarmaci sono “strumenti sicuri per l’uomo e per l’ambiente“, come affermato da Aacrea, Asociación argentina de consorcios regionales de experimentación agrícola. Tesi sostenuta anche da Sociedad rural argentina e Coninagro che in Argentina gestiscono la logistica dell’utilizzo dei prodotti Bayer (già Monsanto) e Syngenta. “Se invece i ricercatori temono di perdere il lavoro per le loro scoperte si favorisce l’autocensura. E questo impoverisce tutta la società”, aggiunge.
Aparicio esorta i colleghi a “difendere la scienza con dignità, indipendenza e rigore” e alla cittadinanza a “tutelare il proprio diritto alla conoscenza”. È una questione di principio: “La ricerca finanziata con fondi pubblici dev’essere posta al servizio del bene comune – osserva – I dati scientifici non appartengono a governi, imprese e ricercatori. La conoscenza che produciamo è un patrimonio della società“.
Negli ultimi giorni, la causa di Aparicio ha riscosso l’adesione di diverse realtà che vanno da sindacati locali a istituti di ricerca esteri. “La sanzione massima contro una ricercatrice per fatti prodotti nell’ambito del suo progetto istituzionale avrebbe conseguenze su tutto il personale e indebolirebbe la ricerca pubblica”, ha denunciato il sindacato nazionale del personale dell’Inta. Reagiscono anche la Facoltà di Agronomia dell’Università di Buenos Aires e la Coordinadora de pueblos fumigados (rete di popoli irrorati) per i quali la procedura contro Aparicio punta a “ostacolare il diritto cittadino di sapere chi inquina i territori”. Anche i rappresentanti del progetto Sprint hanno difeso la trasparenza dell’operato di Aparicio e il rispetto dei protocolli. “È evidente che ciò che abbiamo trovato non è stato conveniente per molte persone”, ha commentato a El País la ricercatrice Violette Geissen, dell’Università di Wageningen (Paesi Bassi) e coordinatrice generale dell’intero progetto. Il governo di Javier Milei, più volte interpellato sulla vicenda, resta in silenzio.
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La Germania introduce la sugar tax per incentivare un’alimentazione più sana: 900 milioni di gettito a regime
Il governo tedesco introdurrà una tassa sulle bevande zuccherate. A partire dal 1° luglio 2027, è prevista l’applicazione di un’imposta di 26 centesimi sulle bevande con un contenuto di zucchero pari o superiore a cinque grammi per 100 millilitri. Da un contenuto di zucchero di otto grammi per 100 millilitri, l’aliquota sale a 32 centesimi. L’imposta non si applicherà ai produttori che realizzano meno di un milione di litri di bevande zuccherate all’anno. Tuttavia questa esenzione, costituendo di fatto un aiuto di Stato, dovrà ricevere il via libera della Commissione europea. L’Italia ha introdotto la sugar tax nel 2019 con l’obiettivo di disincentivare il consumo di prodotti dannosi per la salute, ma l’effettiva entrata in vigore è stata da allora sempre rinviata rinunciando a un gettito di poco meno di 300 milioni l’anno.
All’inizio del mese, la Cancelleria aveva temporaneamente bloccato i piani del Ministro delle finanze Lars Klingbeil (SPD). Negli ambienti governativi si sosteneva che la sua bozza si discostasse dalla proposta della Commissione finanziaria per la sanità e che, in tale forma, non avrebbe ottenuto la maggioranza in seno al governo. Il testo iniziale è stato poi ammorbidito: è saltato il terzo scaglione di 38 centesimi per un contenuto di zucchero pari o superiore a 10 grammi per 100 millilitri, è arrivata l’esenzione per i piccoli produttori e sono stati esclusi succhi di frutta, bevande a base di latte, birre, vini e cocktail analcolici e bevande con altri dolcificanti. L’imposta si applicherà adesso a bevande a base di cola, aranciate, bevande a base di frutta e acqua gassata zuccherate, tè freddi, sciroppi zuccherati ed energy drink.
Con la tassa sullo zucchero, Klingbeil (SPD) intende non solo generare entrate per il bilancio, ma anche incentivare i produttori a ridurre il contenuto di zucchero e a rendere più sani i propri prodotti. Se il tributo sarà approvato dal Parlamento secondo l’attuale accordo, il governo stima che l’imposta frutterà circa 690 milioni di euro nel 2027 e 925 milioni di euro nel 2028, mentre per gli anni successivi fino al 2031 la cifra si aggirerà sui 890 milioni di euro ciascuno. Le entrate saranno utilizzate per ridurre il previsto taglio al contributo federale al fondo sanitario e mantenere stabili i contributi per l’assicurazione sanitaria obbligatoria. Si spera inoltre che ciò incoraggi le persone a seguire un’alimentazione più sana riducendo, nel lungo periodo, i costi per il sistema sanitario causati dall’eccessivo consumo di zucchero.
Il tributo peraltro colpirà solo le bevande e non anche i molti alimenti talvolta eccessivamente zuccherati, come cioccolato, biscotti e piatti pronti. Solo nei cereali per la prima colazione c’è stata una certa riduzione progressiva degli zuccheri dal 2016 introdotta autonomamente da parte dei produttori. L’Associazione dell’industria dei cereali, della molitura e dell’amido (VGMS) vanta di aver ridotto il contenuto medio di zucchero nei cereali destinati ai bambini di circa il 44%. Il che non equivale a un minor apporto calorico. A differenza di quanto avviene per le bevande, negli alimenti solidi lo zucchero non può essere semplicemente sostituito con l’acqua. Al suo posto, secondo l’associazione, vengono impiegati ingredienti a base di cereali ricchi di amido, in grado di fornire un apporto energetico paragonabile. Parallelamente, i produttori dichiarano di puntare sempre più sui cereali integrali, il che aumenta il contenuto di fibre, ma comporta anche un leggero incremento della quota di grassi, dato che il chicco integrale contiene il germe, ricco di grassi.
Fino all’ultimo, l’introduzione di una tassa sulle bevande zuccherate ha incontrato notevoli resistenze. Anche i nove ministri dell’agricoltura e della tutela dei consumatori dei Länder appartenenti all’Unione (CDU/CSU) si erano espressi pochi giorni fa contro la sua introduzione in una lettera indirizzata al Cancelliere Friedrich Merz (CDU) perché il tributo punta sull’intervento statale e grava inutilmente sull’acquisto di determinati prodotti alimentari. Anche dopo il raggiungimento dell’accordo, non sono mancate nuove critiche: il governatore dell’Assia Boris Rhein (CDU), rispondendo al quotidiano Kölner Stadt-Anzeiger, l’ha definita una “tassa che fa lievitare i prezzi”. L’aumento del costo della vita rappresenta una delle principali criticità e secondo Rhein “una tassa sullo zucchero invierebbe un segnale sbagliato” mettendo a rischio posti di lavoro in un settore, quello delle bevande, caratterizzato prevalentemente da imprese di medie dimensioni.
La struttura dell’imposta sulle bevande zuccherate è concepita effettivamente in modo idoneo ad essere trasferita sui consumatori con aggiunta dell’Iva, ma non se i produttori riducono gli zuccheri per evitare il tributo. Nel mese di gennaio, l’Istituto scientifico dell’Associazione delle imprese di assicurazione sanitaria privata (WIP) – indica ARD – è giunto alla conclusione che una tassa sulle bevande zuccherate potrebbe ridurne sensibilmente i consumi, contribuendo, a lungo termine, alla prevenzione di malattie. Le bevande zuccherate sono infatti considerate corresponsabili di obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e carie.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda di assumere meno di 50 grammi al giorno di cosiddetti “zuccheri liberi”, idealmente meno di 25 grammi. Sono compresi gli zuccheri aggiunti agli alimenti dal produttore o dal consumatore e quelli naturalmente presenti in miele, sciroppi e succhi di frutta. In Germania questa soglia viene ampiamente superata: secondo i dati del Max Rubner-Institut – cita sempre ARD – le donne consumano 61 grammi al giorno e gli uomini 78 grammi. Chi consuma una porzione (200 ml) di una di queste bevande ingerisce tra i 20 e i 34 grammi di zuccheri liberi.
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Esplosione e vasto incendio nella base militare di Wainwright in Canada: almeno 7 morti e decine di feriti. Il premier Carney: “Un grave incidente di vaste proporzioni”
Un’esercitazione con munizioni reali trasformatasi in tragedia, una condotta del gas centrata dai colpi e un’esplosione seguita da un incendio fuori controllo che ha provocato almeno sette morti e decine di feriti. È il bilancio provvisorio del grave incidente avvenuto sabato pomeriggio all’interno della base militare delle Forze Armate canadesi di Wainwright, nella provincia centro-orientale dell’Alberta.
Secondo le prime ricostruzioni diffuse dall’emittente Global News e basate su fonti militari, il disastro si è innescato intorno alle ore 16:00 locali. Durante un’esercitazione a fuoco vivo all’interno di un’area di addestramento, una serie di proiettili avrebbe accidentalmente raggiunto e perforato un pozzo o una condotta di gas situata nel perimetro militare. La deflagrazione ha innescato un incendio di vaste proporzioni.
L’avanzata delle fiamme è stata accelerata dalle estreme condizioni meteorologiche: nell’area erano infatti previste raffiche di vento fino a 88-100 km/h. La spinta eolica ha permesso al rogo di propagarsi rapidamente, costringendo il distretto municipale di Wainwright a diramare un bollettino di allerta. “L’incendio a sud di Wainwright ha oltrepassato la recinzione della base militare nella giornata di oggi ed è attualmente sotto controllo”, hanno comunicato le autorità municipali diverse ore dopo l’innesco. Vigili del fuoco provenienti da diverse giurisdizioni stanno lavorando “per proteggere le persone, le proprietà e le infrastrutture critiche”.
La base di Wainwright (situata a Denwood, a circa 250 chilometri dalla capitale provinciale Edmonton) è una delle strutture militari più attive del Paese. Ospita quasi 700 soldati e circa 300 civili, ed è la sede primaria del Canadian Manoeuvre Training Centre e del 3rd Canadian Division Training Centre, poli dedicati alla simulazione di scenari di battaglia e alla preparazione al combattimento.
Ospedali al collasso e “Codice Arancione”
L’alto numero di feriti ha immediatamente saturato la rete sanitaria locale. Il Wainwright Health Centre è stato descritto come “completamente sopraffatto”, obbligando il distretto a istituire un centro di coordinamento per le emergenze e a chiedere ai cittadini di evitare le strade, recandosi al pronto soccorso esclusivamente per “un’urgente necessità medica critica”. L’amministrazione ha intimato alla popolazione: “Evitate la zona e lasciate libere le strade per i veicoli di soccorso. Non dirigetevi verso il luogo dell’incidente e non cercate di avvicinarvi per osservarlo”.
Il flusso di pazienti, supportato dai trasporti gestiti da Acute Care Alberta, è stato dirottato verso gli ospedali di Edmonton, dove è scattato il “Codice Arancione”, un protocollo di massima emergenza per l’afflusso massiccio di feriti. Il dottor Warren Thirsk, medico del pronto soccorso del Royal Alexandra Hospital di Edmonton, ha descritto la criticità della situazione: “Si tratta di un numero di pazienti superiore a quello che chiunque di noi vorrebbe contare in questo momento. È un disastro. È un disastro che si verifica una volta ogni 15-25 anni”. Per far fronte all’emergenza, le cliniche cittadine hanno richiamato personale extra: “Questo numero di pazienti travolgerebbe la città di Edmonton, ed è per questo che stiamo predisponendo tutte le nostre risorse e mobilitandoci per rispondere come se si trattasse della nostra città”. La portata dell’evento è stata confermata anche dal deputato dell’ovest di Edmonton, Dane Lloyd, che ha parlato di “molte vittime”.
Le reazioni del governo e la mobilitazione federale
Il ministro della Difesa canadese, David McGuinty, ha confermato l’impatto letale dell’evento durante una conferenza stampa: “Ci sono stati morti e feriti a seguito di un incidente nella base”. Rifiutandosi di validare un bilancio numerico definitivo per quella che ha definito una “situazione molto delicata e in piena evoluzione”, ha aggiunto: “Non ricordo un incidente di questo tipo negli ultimi tempi. Avremo ulteriori informazioni da comunicare nelle prossime ore e nei prossimi giorni”. McGuinty ha garantito che Forze armate, Dipartimento della Difesa nazionale ed enti federali operano congiuntamente “per mobilitare tutto il sostegno necessario e per ricostruire i dettagli di quanto accaduto”.
Il primo ministro Mark Carney ha utilizzato il suo account X per rivolgersi alla nazione: “Un grave incidente, che ha provocato un incendio di vaste proporzioni, si è verificato presso la base militare di Wainwright. I nostri pensieri vanno a tutte le coraggiose donne e agli uomini colpiti. Stiamo lavorando a stretto contatto con il governo dell’Alberta e le autorità locali. Il premier Smith ed io siamo in stretto contatto, così come i nostri ministri e funzionari competenti”.
Immediata la reazione delle province canadesi. La premier dell’Alberta, Danielle Smith, ha dichiarato di essere venuta a conoscenza di un rogo “significativo e tragico che sta colpendo molti dei nostri coraggiosi militari”. Aiuti logistici sono già in viaggio dalla provincia del Saskatchewan, come annunciato dal premier Scott Moe: “I nostri pensieri vanno a tutte le persone coinvolte presso la CFB Wainwright e nelle comunità circostanti, così come ai soccorritori e a coloro che si trovano in prima linea di fronte a questo tragico evento”. Sostegno istituzionale è stato confermato anche dal premier della Columbia Britannica, David Eby, il quale ha contattato l’Alberta “per offrire tutta l’assistenza possibile”, invitando i cittadini a stringersi attorno al Paese: “Questa sera, vi invito a tenere nei vostri pensieri i membri delle Forze armate canadesi, le loro famiglie e gli operatori dei servizi di emergenza”.
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Trump scommette sull’intesa con Putin come biglietto da visita per il voto di midterm: così l’Ucraina potrebbe diventare centrale alle elezioni
È una scommessa che, per Donald Trump, non sarà facile vincere. La scommessa è il cosiddetto “diesel deal”, l’accordo stipulato tra il presidente Usa e Vladimir Putin per la fornitura sul mercato statunitense e globale di migliaia di tonnellate di diesel. L’obiettivo dichiarato è bloccare l’aumento record dei costi energetici negli Stati Uniti e riuscire a farlo in modo consistente e rapido, prima delle elezioni di midterm del 3 novembre. Con lo stesso obiettivo, il tycoon ha poi deciso di sospendere le sanzioni nei confronti di Mosca. Gli elementi in gioco sono però molti, molto incerti, tali da rendere la strategia di Trump un azzardo, prima ancora che una scommessa.
Il “diesel deal” è una storia globale, che dalle pianure del Montana porta all’Iran e dall’Iran alla Russia. L’evento da cui partire è sicuramente il 28 febbraio 2026, quando i jet militari Usa lanciano le prime bombe su Teheran. Il midterm è ancora lontano e gli americani sono certi della vittoria totale nel giro di “4/5 settimane”. Cosa è successo è noto. Nonostante i proclami di Trump, la vittoria non c’è stata e gli Stati Uniti le hanno tentate tutte – minaccia di distruzione, aperture al negoziato, promessa di affari miliardari per gli ayatollah – prima di rendersi conto che le cose non sono andate come previsto. È a questo punto – più o meno nel corso dell’estate 2026 – che tra i responsabili dell’amministrazione si fa strada la possibilità più temuta, quella di un voto di midterm a guerra in corso, Stretto di Hormuz chiuso, americani furibondi per l’esorbitante costo della vita. A Washington si cerca quindi di correre ai ripari e il riparo trovato ha un nome: Ucraina. Un conflitto dimenticato per mesi, lasciato tragicamente vivacchiare perché considerato insolubile, torna improvvisamente d’attualità.
È chiaro ciò cui Trump e i suoi pensano, nel disegnare il “diesel deal”. Pensano di aggirare il “problema Iran” promuovendo un accordo tra Mosca e Kiev che faccia affluire sul mercato centinaia di migliaia di tonnellate di diesel e serva come calmiere dei prezzi. Trump sa ovviamente molto bene che europei e soprattutto ucraini non sono per nulla convinti da una strategia che appare come una resa di fronte alle richieste del Cremlino. Il suo problema in questo momento non sono però europei e ucraini, bensì gli agricoltori del Montana, l’industria manifatturiera e siderurgica del Midwest, i consumatori delle grandi città, tutti gli americani che subiscono costi della vita troppo alti e che il 3 novembre andranno a votare. È in nome della difesa del voto repubblicano, e della sua sopravvivenza politica, che il presidente riapre il canale d’affari con la Russia di Putin e abbandona gli ucraini al loro destino.
Il “diesel deal” è quindi ciò che dovrebbe risollevare l’America dalla crisi in cui è precipitata a partire dal 28 febbraio scorso. Le incognite sono però molte. Perché il piano abbia successo, gli Stati Uniti hanno anzitutto bisogno di piegare le resistenze degli ucraini. I messaggi partiti nei giorni scorsi da Washington, direzione Kiev, sono molto chiari. Trump ha chiesto agli ucraini di sospendere gli attacchi sulle raffinerie russe, mentre i russi continuano tranquillamente a bombardare le infrastrutture energetiche ucraine. Ancora Trump si è scatenato in una filippica contro Volodymyr Zelensky, chiedendone le dimissioni. L’esercito ucraino ha quindi perso, senza preavviso, l’accesso a una versione militare di Starlink, Starshield, pagata dal Pentagono e che ha sinora consentito di scambiarsi intelligence sul campo di battaglia. Ci sono pochi dubbi sul fatto che il “diesel deal” rappresenti la morsa che Mosca e Washington stringono attorno alle speranze di Kiev di opporsi all’invasione russa. Non sembra, almeno per ora, che il piano abbia sicuro successo. L’intervista di Zelensky al Financial Times giovedì, con l’annuncio della ripresa delle operazioni militari sulle raffinerie russe, è una sfida ai piani di Trump e la prova che l’Ucraina non ritiene inevitabile una conclusione del conflitto ai suoi danni.
Ciò in cui Zelensky confida, oltre all’immutato appoggio europeo, è infatti l’aleatorietà del piano. L’intesa con la Russia viola anzitutto l’Ending Importation of Russian Oil Act del 2022 che vieta l’importazione di prodotti energetici russi sino a quando Mosca non porrà fine alla guerra, riconoscendo l’integrità territoriale dell’Ucraina. Trump potrebbe certo, lo ha fatto altre volte, trascurare il dettato della legge e impegnarsi in una prova di forza con il Congresso. In questo caso, dovrà però affrontare non solo l’ostilità dei Democratici, ma anche la resistenza di vasti settori del suo partito. “L’accordo che hai concluso con il presidente Putin il 9 ottobre non porterà a cose giuste, né andrà a vantaggio degli americani. L’accordo è un regalo al nostro avversario e un tradimento nei confronti dei nostri alleati. Deve essere revocato”, ha scritto in una lettera un gruppo bipartisan di senatori, tra cui i repubblicani Mitch McConnell, Alan Armstrong e John Cornyn. Ci sono poi i ricorsi in tribunale per violazione della legge del 2022 ed eccesso di potere esecutivo che affluiranno sicuramente numerosi da parte di associazioni, membri del Congresso, soggetti commerciali.
Ci sono infine due altri elementi che rendono così incerto il futuro del dell’intesa. Anzitutto, non si sa quanto la Russia sia in grado di sostenerla in termini produttivi. Gli attacchi dei droni ucraini hanno seriamente danneggiato gli impianti di raffinazione. La ripresa delle operazioni militari, orgogliosamente rivendicata da Zelensky, rischia di aggravare la situazione e rendere impraticabile il rispetto dei target di esportazione fissati. Quelle esportazioni non rappresentano del resto l’affare del secolo per Mosca – le 300 tonnellate iniziali valgono circa 400 milioni di dollari – e si può supporre che Putin non sia disponibile a svuotare il mercato interno per salvare Trump al midterm. Per il capo del Cremlino, il “diesel deal” ha un valore soprattutto politico, più che economico, in quanto segnala come Trump abbia deciso di scaricare Zelensky. C’è infine quella che potrebbe diventare la pietra tombale sull’intesa. L’accordo risolve molto poco. I volumi fissati per le esportazioni sono troppo bassi, le raffinerie russe troppo malmesse, la crisi energetica troppo profonda e carica di ostacoli logistici. Non sarà insomma l’accordo con Putin a risollevare Trump. Come in altre fasi della sua irresistibile ascesa, il presidente ha sperato che un annuncio, una promessa, la rappresentazione di qualcosa che non c’è bastasse a ridargli lo slancio perduto. È un gioco che oggi, in America, non funziona forse più.
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Attentato a Starlink in Polonia, la pista verso il clan turco Dalton e il suo capo: mai estradato dopo l’arresto in Russia
Il 23 settembre scorso, in Polonia, villaggio di Wola Kabroska, viene incendiata una stazione Starlink, in grado di fornire servizi internet in Ucraina. Il governo di Varsavia ritiene che sia stato l’ennesimo atto di “guerra ibrida” ispirata dalla Russia. A 24 ore di distanza, dopo aver vagliato i risultati degli accertamenti, il ministro per gli affari digitali, Krzysztof Gakowski, dichiara senza mezzi termini: “Il modus operandi è chiaramente russo”. Il 10 ottobre, in Germania, i reparti speciali tedeschi arrestano due cittadini turchi: Umit E. 38 anni, e Müslüm T., 34 anni, alla stazione di Neurtingen (Baden-Württemberg); una terza persona, che avrebbe fatto da autista secondo la ricostruzione del quotidiano tedesco Bild, è stata fermata a Berlino.
I cronisti di Der Spiegel si concentrano sulle personalità dei due arrestati, giungendo ad una conclusione: Umit e Müslüm farebbero parte della gang criminale turca Dalton. I giornalisti scrivono: “La notizia è stata confermata da fonti indipendenti di diversi paesi”. Il capo dell’organizzazione criminale, Berat Can Gokdemir, poco meno di 30 anni, in patria è ricercato per scontare una condanna a due ergastoli per omicidio plurimo, istigazione all’omicidio, rapine, aggressioni a mano armata. Nel 2024, Can Gokdemir è stato arrestato in Russia. Ankara ha chiesto a Mosca di estradarlo, ma non ha ottenuto soddisfazione. Come spesso accade, il dramma della guerra Ucraina si intreccia con avvenimenti collaterali. Dopo l’arresto dei due turchi, il ministro Siemoniak ha detto al quotidiano di Varsavia Gazeta Wyborcza: “Non abbiamo dubbi che i servizi segreti russi siano dietro questo atto di sabotaggio: e vale la pena aggiungere che i servizi segreti russi si avvalgono sempre più spesso di persone legate alla criminalità organizzata. Non si servono mai dei propri cittadini”.
A provare in modo inappellabile la connessione tra i due arrestati, l’attentato alla stazione Starlink, e la loro appartenenza alla gang turca, dovranno essere investigatori e magistrati. Certamente l’approfondimento di Der Spiegel apre uno scenario fino a questo momento inedito e riporta l’attenzione sui nuovi clan cresciuti sul Bosforo, che diversi media hanno ribattezzato: “I gangster della generazione Z”. Di questa corrente una figura apicale è quella di Berat Can Gokdemir, la cui locazione non è certa. Dopo la richiesta di estradizione da parte della Turchia, non è chiaro se Gokdemir sia rimasto in Russia. Alcuni giornalisti tedeschi che sono entrati in contatto con un “portavoce” della banda, avrebbero avuto conferma che Gokdemir si trova in Russia e da una località non specificata continua a coordinare le attività del suo gruppo che non sono concentrate solo in Turchia, ma hanno avuto una forte espansione anche in Germania – oltre Polonia e Grecia – dove si sono specializzati in estorsioni ed altri reati.
La possibile connessione tra la criminalità turca e le attività dei servizi segreti russi ha attirato l’attenzione non solo dei giornalisti tedeschi. I Verdi hanno approfondito il tema con il documento “Risultati dell’indagine del governo federale sulla cooperazione della Russia con la criminalità organizzata in Germania e in Europa” presentato il 26 marzo 2026, e Konstantin von Notz, deputato dello stesso partito e responsabile della supervisione dei servizi segreti, ha lanciato un monito riguardante i governi autoritari che utilizzano gruppi criminali per portare a termine sabotaggi.
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Crosetto: “Sbaglia Trump a limitare Starlink per Kiev. Sovranità irrinunciabile”. Mentre l’Italia dipende da Usa e Cina
“La tecnologia è potere e la sovranità irrinunciabile”, secondo il ministro della Difesa Guido Crosetto. Peccato che l’Italia dipenda da Trump e Xi per gli investimenti e i device, con il marchio americano e cinese in settori chiave come cloud, data center, mail della pubblica amministrazione, telecomunicazioni, internet 5G. Esiste la possibilità tecnica del “kill switch”: staccare la spina, da remoto, premendo il pulsante off. Le conseguenze dell’interruttore, azionabile a distanza, si possono celare in tempi di pace, ma esplodono negli scenari di guerra. L’esempio è l’Ucraina con le limitazioni alle comunicazioni satellitari imposte da Starlink, il gigante americano di Elon Musk. Gli Usa premono off e spengono il servizio, ma l’esercito di Kiev paga un prezzo enorme mentre gioisce Putin. Lo sa bene Crosetto: “Se gli Stati Uniti privano l’Ucraina delle risorse, questo crea debolezza, allora” Mosca “crederà di poter vincere, quindi di continuerà la guerra”, ha dichiarato in un’intervista all’emittente pubblica inglese Bbc. Ecco gli effetti della dipendenza tecnologica: la difesa di un Paese alle mercé di un altro. L’opposto della “irrinunciabile sovranità” citata dal ministro durante l’interrogazione al Senato del 15 ottobre. Il giorno dopo, alla presentazione del computer quantistico Volta B1, l’esponente di Fratelli d’Italia ha posto l’Italia al bivio: una nazione che subisce, oppure in grado di “contribuire a determinare l’evoluzione e l’applicazione” delle regole su dati, intelligenza artificiale e infrastrutture. Un crocevia decisivo, perché “la tecnologia sta diventando una forma di potere”.
Il caso Starlink in Ucraina e la dipendenza dagli Usa su cloud e Difesa
Starlink ne è l’esempio. L’Ucraina, secondo Crosetto, pagherà il “grave e completo errore” compiuto dagli Stati Uniti di Donald Trump, con la decisione di limitare l’accesso ai satelliti e alle informazioni di intelligence. Una mossa “assolutamente priva di senso”, con il rischio di allontanare la pace, aumentare il numero dei morti e le sofferenze tra i civili. Offrendo l’incentivo a Mosca, perché Putin cesserà agli attacchi – prosegue Crosetto – solo quando “sarà convinto che ci sia una situazione di stallo, che non possa avanzare ulteriormente”.
Non solo l’Ucraina e i satelliti di Starlink, ma l’intera Europa dipende dagli Usa per una vastissima galassia tecnologica. Il rischio del kill switch pesa anche sul settore Difesa, secondo il noto rapporto “Cloud Defense: An Exposed European flank”, pubblicato lo scorso aprile. Il documento cita l’Italia nell’elenco dei Paesi a rischio medio, insieme a Francia e Spagna, mentre gran parte dell’Europa è ad alto rischio. La Francia ha appena imboccato la lunga e toruosa via dell’autonomia tecnologica, già tracciata dall’Austria. L’Italia, invece, “ha trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (Psn)“, con “tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy”, si legge nel rapporto. Ministeri e Pubbliche amministrazioni custodiscono le informazioni nel ricettacolo del Psn. Un “contenitore” strategico, con servizi gestiti “in partnership con Google, Microsoft Azure, AWS e Oracle“. Big tech al gran completo. Eppure, Il Polo strategico nazionale doveva essere la soluzione “sovrana” per il cloud nazionale, in primis per escludere la minaccia del kill switch. Il documento sulla “Strategia cloud”, firmato nel 2021 da palazzo Chigi e dall’Agenzia nazionale per la cybersecurity, mette in guardia dai rischi di affidarsi ad aziende con sede fuori dai confini Ue. I pericoli? “Modifiche unilaterali delle condizioni dei servizi forniti, che potrebbero determinare variazioni significative degli stessi (dall’aumento dei costi di erogazione all’interruzione del servizio), in ragione di intenti potenzialmente non controllabili dal Paese”.
Mail, data center per l’IA, pubbliche amministrazioni: dominio Big Tech
Non solo sul cloud. Il gioco statunitense pesa sulla posta elettronica e sui nuovi data center per alimentare l’Intelligenza artificiale, in Italia e nel Vecchio Continente. Le caselle di posta per inviare e ricevere mail, in quasi tutte le pubbliche amministrazioni sono made in Usa, amministrate da Amazon, Google e Microsoft. Non solo Stati e governi, anche le aziende strategiche dipendono sovente dai servizi a stelle e strisce. In Italia il 69% delle aziende quotate in borsa si affida agli americani per le mail, secondo il rapporto pubblicato a luglio 2025 da Proton, l’azienda svizzera specializzata nella privacy digitale. Il documento cita le banche italiane, “uno dei settori più dipendenti (73%)”, al contrario dell’ Europa, dove è “uno dei meno dipendenti dai provider statunitensi”.
E le “nuove cattedrali” dei data center, il “motore” dell’Intelligenza artificiale? In Italia la dipendenza dagli Usa è conclamata: circa la metà degli investimenti sarà di Amazon, Google e Microsoft, secondo le stime dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, dal 2026 al 2028. La fetta dei capitali italiani? Meno della metà, perché anche le aziende europee mangiano un pezzo della torta. Gli americani non controllano solo gli edifici dei data center, ma soprattutto i server, le tecnologie e i servizi all’interno delle “cattedrali”, con un dominio lampante.
Staccare la spina e l’accesso ai dati: i rischi e i precedenti delle sanzioni Usa
Cosa accadrebbe se un’organizzazione italiana fosse sanzionata dagli Usa? Un’azienda a stelle strisce, a termine di legge, deve spegnere il servizio. Può bastare un ordine esecutivo del governo, come accaduto al collettivo di attivisti per la privacy digitale Autistici Inventati, obbligandolo (di fatto) a chiudere i battenti. Washington ha già sanzionato organizzazioni e individui europei: come Thierry Breton, l’ex commissario Ue che aveva esortato Big Tech al rispetto delle regole del Vecchio Continente. Oppure quattro magistrati della Corte penale internazionale (Cpi), per aver sostenuto indagini sull’esercito statunitense in Afghanistan e il mandato d’arresto per Benjamin Netanyahu. A Karim Khan, giudice della Cpi, è stata disattivata la mail di Microsoft. Oltre alle sanzioni, incombe il cloud act: il governo Usa può accedere ai dati sui server delle aziende americane in ogni parte del mondo, in virtù di un mandato giudiziario.
L’Italia dipende anche dalla Cina. E Starlink è sugli appennini con il 5g
La tecnologia italiana dipende dagli Stati Uniti, ma anche dalla Cina giunge il pericolo Kill switch. Pechino ha conquistato una grossa fetta di mercato nel settore delle telecomunicazioni. Strumenti made in China sono molto diffusi nelle pubbliche amministrazioni, con router per la connessione WiFi, dispositivi di rete, componenti per server e data center. Buona parte delle telecamere di videosorveglianza, gestite da Comuni e Regioni, giungono dal paese del Dragone. Device di Pechino sono importanti anche per le nuove reti 5g, a banda larga e senza fili. In questo campo, anche Starlink gioca un ruolo. Guido Crosetto ha confermato a ilfattoquotidiano.it l’accantonamento del progetto per la Difesa da 1,5 miliardi. Ma il gigante di Elon Musk ha stretto un accordo con Fastweb-Vodafone per portare internet veloce nelle aree rurali d’Italia, con una una sperimentazione sugli Appennini centrali. Se la tecnologia è potere, come dice Crosetto, siamo sicuri che l’Italia sia una nazione sovrana?
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Proteste in Francia, a Lione saccheggiato e dato alle fiamme l’ufficio del turismo. Il video dell’assalto
Una filiale dell’ufficio del turismo di Lione è stata saccheggiata e incendiata oggi a margine della mobilitazione contro il carovita. L’incendio doloso – riporta l’Afp – è avvenuto su un lato di Place Bellecour, dove gruppi di giovani incappucciati hanno lanciato oggetti e fuochi d’artificio contro le forze dell’ordine, che hanno replicato facendo uso di un idrante, di gas lacrimogeni e granate stordenti. “Le forze dell’ordine stanno mettendo in atto manovre per disperdere i gruppi violenti”, mentre ai vigili del fuoco viene impedito di raggiungere l’incendio nella sede dell’ufficio del turismo, ha precisato la prefettura del Rodano.
Video X/Charlotte Rocher
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I coloni israeliani assaltano i diplomatici Ue: mascherati e armati di bastoni, lanciano pietre contro le auto
Coloni israeliani hanno attaccato un gruppo che comprende anche diplomatici europei che si trovavano nei pressi del villaggio palestinese di Taybeh, vicino a Ramallah, per la raccolta delle olive. Sul posto erano presenti diplomatici belgi, polacchi e francesi, tra cui il console francese a Gerusalemme secondo quanto riportato dagli attivisti sul campo e dalla radio militare. I coloni mascherati e muniti di bastoni hanno lanciato pietre contro i veicoli diplomatici e minacciato i diplomatici.
Immagini e testimonianze indicano che una decina di coloni israeliani con il volto coperto sono arrivati nella zona a bordo di quad, hanno circondato il convoglio, minacciando il gruppo chiedendo i documenti d’identità e hanno poi infranto a sassate il finestrino dell’auto del consolato belga. Secondo quanto riportato da Haaretz, tra le persone aggredite vi è anche Bernard Baudoux, 70enne sindaco della città francese Aulnoye-Aymeries. In un video il primo cittadino è ripreso a terra appoggiato a una vettura.
Secondo quanto ricostruisce su X il corrispondente militare della radio israeliana Galei Tzahal, Doron Kadosh, l’attacco è iniziato alle 13.29, quando sono stati ripresi i primi aggressori mentre si avvicinavano ai veicoli diplomatici. Alle 13.31 uno degli attivisti che accompagnavano i diplomatici ha inviato un messaggio alla sala operativa militare della Brigata Binyamin, comunicando la posizione e trasmettendo le immagini dell’accaduto. “Sono passate tre ore e fino a questo momento nessuna unità dell’esercito o della polizia ha raggiunto i diplomatici per raccogliere testimonianze o prove”, ha denunciato Kadosh, aggiungendo che i diplomatici hanno lasciato il villaggio quando hanno capito che nessuno sarebbe arrivato ad aiutarli. “Tre ore e nessun esercito”, ha sottolineato.
Nei giorni scorsi i coloni israeliani hanno continuato ad attaccare diversi villaggi palestinesi in Cisgiordania, incendiando auto e alberi e picchiando i residenti. Tra le persone ferite vi è anche la reporter e fotografa del Washington Post Heidi Levine: la donna è stata sottoposta a un intervento chirurgico a un dito, rimasto quasi completamente staccato dalla mano in seguito a all’aggressione. A riferirlo è stata sua figlia, come riporta il Times of Israel. Ashley Milner ha dichiarato all’Associated Press che il dito della mano sinistra della madre presentava un taglio profondo fino all’osso, con un tendine visibile. Ha aggiunto che Levine ha riportato anche la frattura di una costola e di diverse vertebre, oltre a numerose lacerazioni su tutto il corpo.
Notizia in aggiornamento
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Migliaia di persone in corteo a Marsiglia: cassonetti bruciati e lancio di petardi
Migliaia di manifestanti si sono radunati nel centro di Marsiglia, bloccando il traffico e dando fuoco ai cassonetti dei rifiuti durante la giornata nazionale di proteste contro l’aumento del costo della vita. La folla, composta da attivisti dei Gilet Gialli, studenti e altri manifestanti, sventola bandiere francesi e accende razzi di segnalazione in vista di una manifestazione più imponente prevista nel corso della giornata.
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Le tende in piazza per l’emergenza casa infiammano anche il Portogallo: “Dov’è la casa del premier?”
Nao consigues pagar a tua renda? Traz a tua tenda: “Non riesci a pagare l’affitto? Porta la tua tenda”. Come spesso accade nel Portogallo di un genio della letteratura come Fernando Pessoa, anche nelle lotte sociali il richiamo della poesia è fortissimo. Lo striscione simbolo della protesta che dalla fine della scorsa settimana ha trasformato la centralissima Praça D.Joao I° di Porto in un camping urbano, dopo gli scontri con la polizia avvenuti nella notte tra mercoledì e giovedì, è stato sostituito da quello più amaro A violéncia è o ùnico argumento da ignorància (e qui la traduzione è inutile). Il movimento di lotta per la casa, esploso nelle piazze di Madrid, alla fine è arrivato anche nel vicino Portogallo, dove negli ultimi quindici anni il mercato immobiliare ha avuto un’impennata clamorosa: Lisbona e Porto come Londra e Milano, siamo a questi livelli.
Il cuore della protesta è Porto, dove sono in corso maxi-lavori per l’ampliamento della rete metropolitana e dove nell’ultimo decennio è esploso il turismo. La piazza è stata occupata in modo progressivo. Ai giovani, si sono aggiunte persone di mezz’età e anziani. Il problema degli alloggi è trasversale. Unisce tutta quella fascia di popolazione che non possiede una casa. Il contrasto con i “proprietari”, che hanno spesso ereditato abitazioni anche in rovina e sono diventati improvvisamente ricchi, è notevole. Non c’è da sorprendersi se il premier Luìs Montenegro, capo del governo conservatore, ha liquidato la questione accusando i protestanti di essere “egoisti” perché turbano pace e quiete pubblica. Facile per lui pontificare: possiede una casa a Espinho, tre a Bragança e altre cinquanta sparse nell’impero immobiliare dell’azienda di famiglia.
Le parole più dure sono però state espresse dal sindaco di Porto, Pedro Duarte, anche lui esponente del partito socialdemocratico al governo. Il suo richiamo all’ordine e allo sgombero della piazza ha preceduto l’intervento della polizia, scattato tra il 14 e il 15 ottobre, in piena notte, quando ormai non erano più presenti giornalisti e televisioni. Gli agenti hanno usato le maniere forti. Gli scontri hanno provocato il ferimento di 37 persone, 2 delle quali in modo grave. La protesta non si è fermata. Giovedì sera, sono tornate le tende, ma qualche ora dopo c’è stato l’autoscioglimento perché è circolata la voce dell’infiltrazione di militanti dell’estrema destra. Un ritiro temporaneo. Venerdì notte la piazza è stata nuovamente occupata, i toni della protesta sono diventati più forti e nelle tv si è dato spazio a chi minacciava “dobbiamo trovare la casa di Montenegro”.
Il movimento raggiungerà oggi Lisbona, con un corteo che partirà da Cais do Sodré, vicino al fiume Tago e raggiungerà Praça Rossìo, cuore della capitale, dove il sindaco Pedro Moedas, anche lui del PSD, ha annunciato il ritiro dei monopattini elettrici condivisi per ragioni di sicurezza. Un altro sit-in è in programma a Coimbra, città universitaria, dove la crisi delle abitazioni colpisce soprattutto gli studenti. Le manifestazioni sono state organizzate dalla CGTP (Confederazione Generale dei Lavoratori Portoghesi) contro il “brutale aumento” dei prezzi di case, carburante e beni di prima necessità. A Faro, in Algarve, regione turistica dove i prezzi hanno raggiunto livelli elevatissimi, in solidarietà con “le tende di Porto” si svolgerà un raduno presso la Rotonda do Fórum, organizzato da diversi movimenti e collettivi.
In Portogallo la situazione esplosiva degli alloggi è stata prodotta da tre fattori: aumento della popolazione grazie anche al contributo degli immigrati delle ex colonie (Brasile e Angola in particolare), alterazione del mercato prodotta dai pensionati sbarcati nel paese per approfittare delle agevolazioni fiscali e carenza strutturale dell’edilizia popolare. L’affitto di un monolocale a Porto e Lisbona costa come uno stipendio. I giovani sono tagliati fuori e sono costretti a restare in famiglia. I lavoratori con i salari più bassi abbandonano i grandi centri urbani e cercano un tetto in aree rurali, lontane da uffici e fabbriche. Il movimento non ha ancora espresso un leader. Lo slogan è “oggi parlano alcuni, domani parlano altri”. Sono stati finora respinte affiliazioni politiche: “La lotta per un alloggio dignitoso è trasversale e attraversa tutta la nostra società”.
E’ stata aperta un’inchiesta sugli scontri di Porto, ma la linea dura ha raccolto i consensi anche del partito populista di estrema destra Chega. “L’intervento delle forze dell’ordine è stato corretto – il commento del deputato Pedro Pinto -. Il Portogallo non è un paese di tende in strada”. Il governo si appella alla legge che vieta le proteste pubbliche dopo le 0.30, ma gli attivisti replicano citando l’articolo 45 della Costituzione, nel quale si esprime il diritto alla manifestazione. Una posizione, questa, sostenuta dal presidente della Repubblica, il socialista Antonio José Seguro: “Difendo il diritto di manifestare, ma nel rispetto della legge”.
La protesta per la casa potrebbe travolgere l’intero Portogallo e non vanno sottovalutate le sue potenzialità. E’ la tesi del sociologo Fernando Bessa Ribeiro, professore dell’Università del Minho: “Con la questione degli alloggi, nel nostro paese siamo in uno stato di emergenza. La situazione potrebbe diventare esplosiva. Il governo farebbe bene a non sottovalutarla perché potrebbe sfuggire di mano. Dopo decenni di resistenza passiva, in Portogallo stiamo assistendo a una forma di protesta proattiva. C’è un risveglio di partecipazione e di coscienza civile. Non sappiamo dove possa portare”.
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