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Tesserati a loro insaputa e centinaia di iscritti nella stessa abitazione: dalla Puglia alle Marche, i casi “misteriosi” di Futuro nazionale

“Vogliono aprire un comitato accanto al mio, per farmi fuori. Me lo hanno garantito”. E come fanno? “Possono farlo da un giorno all’altro. E sono sicuro che andrà così”. Che non fosse arduo aprire un comitato per il partito di Roberto Vannacci – bastano dieci iscritti, maggiorenni, e un referente – lo si era capito da tempo. Però quella confidenza raccolta quest’estate da ilFattoQuotidiano.it da un presidente di comitato campano segnala qualcosa di più: un terreno poroso tra le cui pieghe si sono giocate – e forse si continuano a giocare – le mire carrieristiche di chi intendeva scalare le gerarchie all’interno di Futuro nazionale. Ed ecco che spuntano i ras delle tessere, persone che gestiscono comitati lungo tutta la penisola; e ancora: referenti che, in contrasto coi vertici di FnV, decidono di chiudere il proprio comitato e, in un colpo solo, di portare via centinaia di iscritti. È successo in Calabria, a Sassari, in provincia di Cuneo.

Eppure a tutto ciò si stanno sommando sia notizie di iscrizioni se non altro ambigue, sia notizie di iscrizioni “a loro insaputa”. A fine luglio, dal Barese, arriva la storia di Francesca Caterina Laquale, 20 anni: un giorno apre la cassetta della posta e si ritrova tra le mani la tessera di FnV con su scritto il proprio nome. Solo che lei quell’iscrizione non l’aveva mai chiesta, così presenta la denuncia ai carabinieri, chiede al partito di essere cancellata dal registro mentre, sempre dalla stessa zona, emergono testimonianze simili: giovani che avrebbero aderito a Futuro nazionale senza consenso. Due giorni fa, su Repubblica, il racconto che coinvolge una 17enne di Acquaviva delle Fonti. “Mia figlia non ha mai aderito al partito di Vannacci, anche perché è di tutt’altra formazione politica” ha detto la madre. Intanto a settembre il partito del generale comunica di aver raggiunto 150mila adesioni.

Tre settimane fa è lo stesso partito di Vannacci a denunciare qualcosa che non va a Sassari. Questi i fatti: l’ex consigliere regionale Marcello Orrù comunica che lui e i 500 iscritti al suo comitato, poiché delusi dal generale, fanno armi e bagagli e se vanno; restituzione della tessera e, da ciò che dicono, ingresso nel movimento di Marco Rizzo. A questo punto è Gianluca Dessì, coordinatore regionale di FnV, a gettare una luce grottesca sulla vicenda: “Dalle nostre verifiche emerge che 488 tesserati su circa 500″ risultano “associati allo stesso numero di telefono, alla stessa mail e alla medesima residenza, riconducibile a un’edicola“. Orrù ha respinto le accuse: nessun dato gonfiato. Nonostante ciò la notizia è rimbalzata sui giornali.

E ora l’ultimo caso, in ordine di tempo, denunciato da Cronache maceratesi, secondo cui 226 iscritti a Civitanova Marche sono registrati nella stessa abitazione, che corrisponde alla residenza di un dipendente comunale, definito “fedelissimo” del sindaco Fabrizio Ciarapica, passato con Vannacci e nominato coordinatore regionale. Il primo cittadino ha spiegato che “non c’è nulla di misterioso, l’indirizzo associato è quello del responsabile organizzazione Marche del partito. La tessera viene spedita direttamente a casa“. Il quotidiano maceratese ha raccolto le testimonianze di persone che si sono trovate, a loro insaputa, nel registro degli iscritti a FnV. “Tutte illazioni” ha replicato Ciarapica, “abbiamo conferito mandato al nostro legale di intraprendere ogni opportuna azione giudiziaria a tutela dell’onorabilità di Futuro nazionale”. Il Resto del Carlino ha visionato file Excel più completi, con 603 nominativi, il 90% dei quali residente nello stesso appartamento, in via Cesare Battisti. Tra di loro c’è Roberto Belardinelli, ex assessore e vicesindaco di Civitanova, avvocato, ex Pci, Pds e Pd. Per carità, al trasformismo non c’è mai fine, però il diretto interessato ha negato di essersi mai tesserato per Vannacci: “Sono allibito. È ovvio che non ho mai sottoscritto la tessera, questa cosa non finisce qui”. A il Giornale ha annunciato, lui che è avvocato, di volersi recare in Procura.

Nel frattempo Vannacci si è presentato per la prima volta alle elezioni. Alle suppletive di Reggio Calabria il risultato, quasi l’11%, si è prestato a una doppia lettura: da una parte il consenso in doppia cifra (già di per sé notevole per un partito nato ufficialmente lo scorso giugno) è stato di almeno tre punti più alto rispetto ai sondaggi nazionali; dall’altra FnV non ha influenzato l’esito del voto, dal momento che il candidato del centrodestra ha vinto senza particolari patemi. Perciò non stupisce che il generale abbia preferito rinunciare alle prossime suppletive a Chieti, in programma il 15 e 16 di novembre. Ciò che si registra, da più di tre settimane, è che la crescita di Futuro nazionale sembra essersi fermata: la Supermedia YouTrend del 15 ottobre valuta il partito di Vannacci al 7,2%, in calo di mezzo punto rispetto al 7,7% di due settimane fa.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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Le liste di attesa non sono ‘percepite’. Ai politici che minimizzano dico: basta spingere verso il privato

Sono sempre più allibito quando leggo sui nostri quotidiani, spero mai su quello per il quale scrivo, che le liste di attesa sono un finto problema.

Avete capito bene ed ora che si avvicina l’annus mirabilis, con elezioni nazionali, con elezioni locali importanti come Milano, e con la nomina del nuovo Presidente della Repubblica, pare che tutti stiano peggio visto che tutti parlano a gran voce di sanità.

Allora partiamo con il Ministro della Salute, il collega Schillaci, che non più tardi di qualche giorno fa dice: “Cure negate? Dati basati su autopercezione”. Ma il Ministro Schillaci, e qui chiedo venia del mio “non sapere”, fa ancora il medico? Se si in quale struttura romana? Perché dovrebbe comunque sapere il ginepraio in cui qualunque cittadino si trova quando ha necessità di salute senza avere la possibilità di eseguire qualunque visita, esame o intervento a pagamento.

Poi leggo che nella mia regione, la Lombardia, che si vanta di essere all’avanguardia, una delle prossime richieste che deve essere posta dai medici di base non è, come dovrebbe, quali sono i suoi sintomi, per cercare di porre una diagnosi ed avviare il paziente ad un percorso di cura, ma: “Lei ha l’assicurazione?” Certo una domanda che viene mascherata come volontà di conoscere quanti cittadini lombardi possono avere una forma alternativa al Servizio Sanitario Nazionale. Ma siamo sicuri sia questa l’unica motivazione visto che già sanno che una ricetta su due viene cestinata dopo essere stata prescritta? Questo vuol dire che hanno già la risposta sia a livello nazionale per le liste di attesa infinite che deviano, per chi può, verso il privato puro.

Chissà se non è un’altra volontà mascherata di spingere verso il privato. Consiglierei a questi politici di rivedere con attenzione la puntata PresaDiretta dell’11 ottobre scorso dove viene spiegato a chiare lettere il disastro della sanità molisana in mano ad associazioni che gestiscono le strutture private accreditate che attendono rimborsi milionari dalla regione e che chiudono, uno dopo l’altro, gli ospedali pubblici.

Vorrei vedere ad esempio i bilanci dell’Oftalmico di Milano, ospedale pubblico puro, che ha numeri enormi di prestazioni e di interventi di cataratta ma poi ne esegue solo pochi, sulle dita di una mano, al mese. Oppure i bilanci dell’Ospedale di Niguarda che ha solo qualche letto privato per tutti i reparti della città della salute del capoluogo lombardo.

Questa la realtà di strutture che funzionano. Per quello ho costruito l’Osservatorio Cataratta Lombardia (www.oclombardia.it) perché desidererei indicazioni certe dai cittadini visto che i nostri politici danno i numeri. A caso!

Dico da anni che “La percezione del controllo riduce il rischio di abuso”. Dobbiamo, tutti insieme cercare di trovare il modo che siano controllati i controllori che non controllano. A cominciare dalle loro parole fino ad arrivare alle loro azioni. Senza mai pensare alle fasce deboli, le più esposte, che rendono il tessuto della nostra società molto malata.

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Le due inflazioni delle regole di bilancio Ue

L’alta inflazione incide sull’andamento della finanza pubblica e sul funzionamento delle regole europee. Sono due le questioni principali: il trattamento del fiscal drag e i margini di flessibilità rispetto a un percorso di spesa pubblica fissato nel 2024.

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Screening neonatali a due velocità, la Puglia è già oltre i nuovi Lea: test su oltre 500 malattie contro le 58 garantite a livello nazionale

Dopo anni di attesa, l’approvazione dei nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) ha finalmente ampliato gli screening neonatali garantiti gratuitamente in tutta Italia. Sulla carta, un passo in avanti verso un accesso più equo alla diagnosi precoce, che però per produrre effetti tangibili dovrà essere effettivamente attuato dai territori, garantendo a tutti i bimbi, indipendentemente dal luogo di nascita, un percorso chiaro e tempestivo di presa in carico. Ora il pannello nazionale dello Screening neonatale esteso (Sne) – un test obbligatorio e gratuito – copre 58 patologie. Nove in più rispetto alle 49 precedentemente garantite a livello nazionale, tra cui l’Atrofia muscolare spinale (Sma), il cui screening era già stato introdotto autonomamente solo da alcune Regioni. Ma questo tentativo di uniformare i diritti dei cittadini non basta a superare le disuguaglianze territoriali. I bimbi nati in Puglia hanno accesso a un servizio molto più avanzato. Tutti i neonati possono accedere gratuitamente, su base volontaria, a uno screening genomico che analizza 433 geni associati a oltre 500 malattie. Una differenza rilevante, che riapre subito il tema delle disparità: a seconda del Cap, aumentano o diminuiscono le possibilità di arrivare a una diagnosi precoce. E, di conseguenza, di intervenire prima della comparsa dei sintomi.

Il programma è diventato strutturale nell’aprile 2025, dopo una prima fase sperimentale. Secondo gli ultimi dati, sono ormai circa 33mila i neonati sottoposti allo screening, con un tasso di adesione del 90,6%. A differenza dello Sne previsto dai Lea, infatti, Genoma-Puglia non è obbligatorio: i genitori, dopo essere stati informati, devono firmare un consenso. In ogni caso, il servizio è totalmente gratuito ed è finanziato dalla Regione con circa 5 milioni di euro l’anno. Il numero di geni indagati, inizialmente più basso, è stato progressivamente ampliato fino agli attuali 433. Ma la differenza rispetto a quanto garantito dai Lea non è solo quantitativa. Lo screening genomico, infatti, oltre a cercare direttamente nel Dna alterazioni associate a un numero molto più ampio di patologie, permette continuamente di aggiornare il pannello di geni e malattie, sulla base delle nuove conoscenze e possibilità di cura. “Possiamo incrementarlo man mano che ci sono nuove scoperte e nuovi trattamenti”, spiega a ilfattoquotidiano.it Mattia Gentile, direttore dell’Unità complessa di Genetica medica dell’ospedale Di Venere della Asl Bari e responsabile clinico di Genoma-Puglia. Lo screening si concentra solo sulle condizioni per le quali scoprire precocemente un rischio può consentire di intervenire con una terapia, con la prevenzione o con controlli mirati. Non su tutto ciò che è scritto nel Dna.

La possibilità di intervenire prima che la malattia si manifesti è decisiva. Per alcune patologie, infatti, aspettare il comparire dei sintomi significa agire quando una parte del danno è già avvenuta. Gentile racconta il caso di una bambina che a circa un mese di vita appariva perfettamente sana, ma nella quale lo screening aveva individuato un’alterazione associata a una malattia che normalmente si sarebbe manifestata mesi più tardi con problemi nello sviluppo neuromotorio. Gli accertamenti successivi hanno confermato il rischio e la terapia è stata avviata subito. “La bambina sta andando bene”, spiega il genetista. Questo non significa però che trovare un’alterazione genetica equivalga automaticamente a diagnosticare una malattia. A una possibile positività devono seguire accertamenti, consulenza e, se necessario, la presa in carico da parte di un centro specializzato. Ed è anche qui che si gioca la possibilità di replicare il modello pugliese: oltre alle tecnologie e ai finanziamenti, servono una rete sanitaria e professionisti in grado di accompagnare rapidamente il bambino dalla segnalazione alla diagnosi e alle eventuali cure.

Negli anni anche altre Regioni, tra cui Toscana, Lombardia ed Emilia-Romagna, hanno anticipato il livello nazionale introducendo autonomamente alcune patologie negli screening o avviando progetti pilota. Ma sul fronte genomico la Puglia rimane un caso a sé. “Il nostro è uno dei programmi più importanti a livello mondiale nella sanità pubblica – sintetizza Gentile -. Nel resto d’Italia esistono sperimentazioni, ma non un servizio strutturale di queste dimensioni offerto a tutta la popolazione neonatale”. Di fatto, mentre una parte d’Italia deve ancora organizzarsi per applicare pienamente gli standard previsti dai nuovi Lea, una Regione è già a un livello ulteriore di prevenzione. Un primo nodo per portare il modello su scala nazionale è quello delle risorse. Il gruppo di Gentile sta lavorando a una valutazione più precisa del rapporto tra costi e benefici, considerando anche quanto può essere risparmiato, in spese sanitarie e assistenziali, evitando diagnosi tardive, ricoveri, disabilità e trattamenti iniziati quando la malattia ha già prodotto conseguenze permanenti. “Ma non è solo un problema di fondi”, avverte il genetista: servono laboratori, personale, centri specialistici e soprattutto un’organizzazione capace di prendere in carico i bambini individuati dallo screening.

La questione è già arrivata in Parlamento. Nel marzo 2025 i senatori Alberto Losacco e Beatrice Lorenzin hanno presentato un disegno di legge per inserire lo screening genomico neonatale nei Lea e offrirlo a tutti i nuovi nati. Il testo è stato assegnato alla commissione Sanità del Senato, ma il suo esame non è ancora iniziato. È la stessa direzione indicata a ilfattoquotidiano.it da Fabiano Amati, avvocato e promotore della legge regionale che ha dato origine a Genoma-Puglia: “Invece di continuare ad aggiungere una malattia alla volta, bisognerebbe inserire nei Lea lo screening genomico”, mantenendo il pannello limitato alle condizioni per le quali esistono terapie o possibilità concrete di intervento. Oggi, osserva, il programma pugliese viene finanziato con risorse proprie della Regione: significa che la possibilità di accedervi continua a dipendere dal territorio in cui si nasce. “È un problema di uguaglianza”, sottolinea Amati. Gentile ricorda che tecnologie che solo pochi anni fa sembravano difficili da utilizzare su larga scala oggi consentono al suo laboratorio di processare centinaia di campioni ogni settimana. La prospettiva dei prossimi anni è che lo screening genomico possa acquisire un ruolo progressivamente sempre più importante nella medicina preventiva. Resta il dubbio se questa evoluzione procederà, com’è successo finora, a velocità diverse da Regione a Regione. O se diventerà un’opportunità garantita a tutti i neonati dal Servizio sanitario nazionale.

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Gasolio, il prezzo della geopolitica

Il costo del gasolio in Italia dipende oggi da vicende geograficamente lontane e da un decreto annunciato e non ancora arrivato. Finché l’Europa resta dipendente dalle importazioni, ogni crisi internazionale si traduce prima o poi in un rincaro alla pompa.

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Perché non c’è stata una grande crisi economica e finanziaria

Dalla pandemia ai venti di guerra sono tante le crisi che le economie mondiali hanno dovuto affrontare negli ultimi anni. Finora hanno dimostrato capacità di resistenza. Perché varie condizioni sono mutate e le banche centrali hanno più spazio di manovra.

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Nella globalizzazione il sovrano è spuntato

Inflazione, tassi d’interesse, crescita, debito pubblico e privato sono oggi sotto l’influenza dei mercati globali e spesso sfuggono al controllo delle autorità di politica economica nazionale. Una ragione in più per rafforzare la cooperazione internazionale.

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