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Milei planeia cortar mais 20 mil empregos públicos

© JUAN IGNACIO RONCORONI/EPA
Argentine Police Face Criminal Complaint Over Repression of University March
Argentina’s Provincial Commission for Memory (CPM, in Spanish) filed a criminal complaint Monday against national government officials over the police operation that left more than 550 people injured during the fifth federal university march in Buenos Aires.
The complaint, submitted to the Federal Court led by Judge Sebastián Ramos, calls for an investigation into both the officers who took part in the operation and the political authorities who ordered the security deployment during the day of protest.
A report prepared by the autonomous body found that the police intervention stretched on for more than three hours.
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Security forces fired rubber bullets horizontally at the bodies of demonstrators, deployed water cannons at high pressure and launched more than 120 tear gas grenades in what the report described as a disproportionate use of force.
The formal filing also stated that the attacks reached medical assistance teams, press workers and human rights observers. At the same time, the National Committee for the Prevention of Torture monitored the street actions and warned of an abusive use of force that led to the detention of four adults and two teenagers.
Over 550 Injured
The figure of more than 550 people affected or injured gives the operation a scale recorded in Argentine protests. The Argentine Provincial Commission for Memory report documented the trajectory of the rubber bullets, the intensity of the water cannons and the volume of chemical agents deployed against a crowd that included students, teachers and ordinary citizens.
The fifth federal university march brought thousands of people into the streets across the country to demand that President Javier Milei enforce the University Financing Law. The legislation, approved by the National Congress and reaffirmed after being vetoed by the executive branch, has the backing of the judiciary to guarantee the budget of the public education system.
Human rights organizations demanded the urgent delimitation of criminal and institutional responsibilities in the face of the reported escalation of violence. Torture prevention bodies stressed that the use of less lethal weapons requires strict protocols to protect the integrity of those exercising their constitutional right to protest.
Judicial Action Advances
The advance of the legal actions keeps the conduct of the Ministry of Security and the management of social conflict in the Argentine capital at the center of national debate. The complaint before Judge Ramos seeks to establish who ordered the deployment and who allowed the operation to continue for hours despite the growing number of injuries.
University communities announced that they will maintain institutional and street actions to demand the budget allocation that the law grants to higher education institutions. The protest movement shows no sign of retreat, even as the judicial process begins to examine the events of the march.
The Provincial Commission for Memory (CPM, in Spanish), an autonomous body with a long record of documenting state violence, placed the operation within a broader pattern of concern. Its report argues that the use of force crossed the line separating legitimate public order maintenance from punishment aimed at those who dissent.
The case now rests with the Federal Court, which must decide whether to summon the security agents and the political officials identified in the filing. The outcome will shape how Argentina addresses the use of force against social protest, a question that has divided the country since the march left its toll of injured demonstrators on the streets of the capital.
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West Bank, i 10 arresti “spot” tra i coloni dopo l’aggressione ai diplomatici europei: “Il governo Netanyahu continua a frenare le indagini”
L’attacco ai diplomatici a Taybeh è stato troppo. La polizia israeliana è intervenuta e ha fatto sapere lunedì di aver arrestato dieci persone. Coloni estremisti, per cui “sono state rinvenute prove che li collegano ai presunti atti di violenza” contro la delegazione di rappresentanti europei – tra cui il sindaco 70enne del comune francese Aulnoye-Aymeries Bernard Baudoux – di sabato scorso tra i campi di olivi intorno all’unico villaggio cristiano rimasto in West Bank, sulla montagna di Ramallah. Del resto, gli eventi sono stati ampiamente documentati sui social, rilanciati da tutti i media internazionali e suscitato reazioni sdegnate dei Paesi europei, che già hanno scelto di alzare la voce sull’espansione inarrestata degli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania (non è il caso dell’Italia, mentre è capofila del fronte di pressione il governo di Londra di Andy Burnham).
Erano proprio una decina i giovani incappucciati e armati di sassi e bastoni, si vedevano chiaramente nei video girati dai palestinesi e dagli attivisti anti-occupazione che accompagnavano gli europei sabato. Le organizzazioni dei coloni hanno fatto sapere che uno dei luoghi perquisiti dalla polizia era un avamposto agricolo illegale vicino all’insediamento di Ofra, e un altro 15 km più a nord, l’insediamento di Shiloh. In base alle immagini, la polizia ha potuto sequestrare anche “diversi veicoli”.
È un evento raro, quello della repressione attiva delle autorità israeliane contro i coloni violenti, e ancor più raro è vedere decine di arresti in una volta sola. Di certo contano le pressioni internazionali, non solo europee ma anche statunitensi, dove l’amministrazione Trump ha più volte esortato l’alleato Benjamin Netanyahu a liberarsi di queste frange “impresentabili” ed evitare di finire un giorno su due sulle prime pagine dei media di mezzo mondo per eventi violenti. Vista anche l’aggressione alla fotoreporter del Washington Post Heidi Levine, domenica il Segretario di Stato Usa Marco Rubio ha affermato che l’amministrazione è “molto turbata” e che si aspetta un intervento da parte di Israele.
Netanyahu continua a minimizzare: sabato il suo ufficio ha diramato una nota che invitava a considerare anche le violenze dei palestinesi nella regione, domenica in una rara conferenza stampa con i reporter israeliani (non ne faceva una in presenza dal 7 ottobre 2023, ma ora ci sono le elezioni), ha detto di ritenere la violenza dei coloni “un’enorme esagerazione. Penso che il vero pericolo sia che ci troviamo di fronte a una grande campagna di propaganda incentrata su questi giovani rivoltosi, che ci stanno davvero causando danni enormi”. Le violenze sono campagna elettorale anche per la destra di Ben-Gvir e Smotrich, che ritengono di guadagnare voti sostenendo i movimenti più estremisti dei “giovani delle colline”, ma danneggiano anche i partiti più tradizionali della destra ebraica. Per questo il premier non è contrario a mettere un freno al fenomeno, anche solo simbolico. “Per la prima volta ho coinvolto lo Shin Bet”, ha annunciato domenica Netanyahu, e ha promesso misure “per sradicare completamente questo fenomeno”.
Sotto la patina mediatica, però, la realtà è più complessa, e la realtà è che il governo Netanyahu sta facendo di tutto per limitare gli strumenti di chi intende fermare la violenza dei coloni, come denunciano del resto ong anti-occupazione come Peace Now. Lunedì, reagendo più alle parole di Netanyahu che alle richieste di sanzioni dei Paesi europei, il ministro della Difesa Israel Katz ha messo in chiaro che dal suo punto di vista la repressione delle violenze in Cisgiordania è una questione di ordine pubblico, perché i coloni sono dei civili, e quindi andrebbe affidata alla polizia e non all’esercito. “La gestione della grave violenza perpetrata da una manciata di rivoltosi ebrei in Cisgiordania deve essere interamente responsabilità della polizia israeliana, comprese la prevenzione, le indagini e il perseguimento penale. Le Forze di difesa israeliane non devono e non possono impegnarsi in attività di controllo civile, ma devono piuttosto combattere il terrorismo palestinese”, ha detto Katz.
Calata sul terreno, però, questa logica si traduce in una risposta molto blanda alle violenze. Non solo perché la polizia risponde al ministero della Sicurezza nazionale guidato dall’estremista Itamar Ben-Gvir, ma anche perché i territori in cui avvengono i fatti sono sempre più spesso quelli dell’area A e B, e la responsabilità di sicurezza sono fondamentalmente appannaggio dell’Idf.
Katz ha parlato anche di questo, domenica. Ha annunciato di aver elaborato una “direttiva per regolamentare le attività di controllo civile in Cisgiordania, che suddivide le competenze tra le Idf e la polizia“. Il piano, ha aggiunto però, “non include raccomandazioni per il ripristino dei provvedimenti di detenzione amministrativa nei confronti dei coloni. I provvedimenti amministrativi non sono la soluzione: la soluzione è un’azione di polizia forte ed efficace”.
Anche l’Idf, comunque, è sotto accusa da parte dei palestinesi e delle organizzazioni che difendono il rispetto del diritto internazionale in West Bank. In molti casi non è intervenuto in tempo: per una precisa strategia, dicono i critici, per mancanza di mezzi e perché il governo lega le mani ai militari, secondo lo stesso esercito.
Lunedì, alcuni funzionari della difesa israeliani hanno confermato al quotidiano Haaretz che ci sono precise pressioni del potere politico volte a impedire all’esercito di contrastare il terrorismo ebraico in Cisgiordania. I comandanti sono riluttanti a sfidare i leader dei coloni o ad agire contro soldati e civili che attaccano i palestinesi, perché temono di rischiare ripercussioni al livello politico e di carriera. E, oltrettutto, i leader dei coloni hanno interlocutori diretti nel governo e sono sempre più numerosi i riservisti o i membri delle forze armate che esplicitamente sposano le posizioni dell’estrema destra favorevole alle colonie, e omettono di intervenire.
I casi sono molti, tra i più espliciti c’è quello dell’attacco a una troupe della Cnn da parte di soldati del 941° battaglione di riserva ultraortodosso, a marzo di quest’anno. Dopo l’incidente il battaglione è stato ritirato dalle attività operative sul campo e sono state annunciate misure disciplinari nei confronti dei soldati coinvolti, ma i comandanti del battaglione non sono stati destituiti, e le indagini sono finite nel vuoto. Successivamente si è saputo che il comandante della brigata si era recato alla base dove alloggiavano i soldati, li aveva incoraggiati e si era unito a loro nella preghiera.
Messaggi impliciti ma chiari sono anche quelli mandati dallo Stato maggiore dell’Idf, che dopo la nomina di Eyal Zamir voluta da Netanyahu è diventato molto più aperto a valutare le priorità politiche del governo. L’anno scorso, ad agosto 2025, Zamir e il capo del comando centrale Avi Bluth hanno visitato l’avamposto illegale di Ma’oz Shaul: il messaggio è piuttosto esplicito.
A rendere ancora più improbabile il contrasto ai coloni c’è anche il fatto che le inchieste che vengono aperte su di loro sono contese tra Idf e polizia, ed entrambe le autorità cercano di scaricare sull’altra la responsabilità di andare ad arrestare i militari coinvolti in violenze, cercando di evitare ripercussioni politiche. “Ogni comandante e ufficiale di alto rango sa che l’arresto di un soldato sospettato di aver ucciso un palestinese potrebbe trasformarsi nel giro di poche ore nel prossimo caso Elor Azaria”, ha dichiarato ad Haaretz un funzionario della sicurezza, citando l’ex soldato condannato per aver ucciso un palestinese nel 2016: poi è stato graziato.
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“Quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità”: l’appello di Pep Guardiola per la Palestina
“Non sono morti, sono persone assassinate. Non sono statistiche, sono vite con nomi, volti, famiglie, sogni e ricordi”. Comincia così il video–appello per la Palestina pubblicato sui social da Pep Guardiola. Il più influente allenatore di calcio del nuovo millennio ha infatti scelto di sposare la causa dell’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi. Il video è stato rilanciato dal canale spagnolo dell’UNRWA, che chiede di continuare a “parlare di Palestina”.
È il messaggio di fondo dell’appello di Guardiola, che dice: “Quando smettiamo di chiamare le cose con il loro nome, quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità“. Il tecnico catalano invita quindi a continuare a denunciare ciò che accade a Gaza e al popolo palestinese: “Le loro vite contano quanto le nostre; il loro dolore non ci è estraneo. Non dimentichiamolo”. Quindi l’appello a sostenere all’Agenzie delle Nazioni Uniti: “Da oltre 75 anni, l’UNRWA sostiene i rifugiati palestinesi fornendo assistenza sanitaria, protezione e aiuti umanitari. Ma l’UNRWA è molto più che aiuti. È anche memoria“.
Il discorso integrale di Pep Guardiola
Non sono morti, sono persone assassinate. Non sono statistiche, sono vite con nomi, volti, famiglie, sogni e ricordi. Non sono danni collaterali, sono bambini. E quando smettiamo di chiamare le cose con il loro nome, quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità. Stiamo vivendo un momento molto buio della nostra storia.
Vediamo bambini a Gaza che cercano i loro genitori tra le macerie, che implorano aiuto, che soffrono la fame, che vengono lasciati soli. Li vediamo perdere tutto prima ancora di aver avuto la possibilità di crescere, e l’inferno continua, insieme alla disumanizzazione del popolo palestinese. Le loro vite contano quanto le nostre, il loro dolore non ci è estraneo. Non dimentichiamolo. La solidarietà con la Palestina non può fermarsi.
Né può fermarsi la nostra responsabilità. Oggi, proprio oggi, il governo israeliano ha ucciso più di 74.000 persone a Gaza e continua a ostacolare l’ingresso degli aiuti umanitari. E mentre Gaza continua a essere devastata, la demolizione delle case palestinesi e gli sfollamenti forzati in Cisgiordania continuano. In questo contesto, è importante ricordare una cosa.
Per milioni di rifugiati palestinesi, la sofferenza non è appena iniziata. Hanno sopportato decenni di sfollamento, violenza, perdite, dolore, traumi, incertezza e ingiustizia. Eppure, perseverano. Quanto ammiriamo la resilienza del popolo palestinese. Ma non dovrebbero essere costretti a essere resilienti. Nessun popolo dovrebbe dover trascorrere generazioni a dimostrare la propria capacità di sopportare la sofferenza.
Nessun bambino dovrebbe crescere imparando a sopravvivere anziché a vivere. E in questo terribile contesto, c’è un’organizzazione che non li ha mai abbandonati, nemmeno per un solo giorno. Si chiama UNRWA. Da oltre 75 anni, l’UNRWA sostiene i rifugiati palestinesi fornendo assistenza sanitaria, protezione e aiuti umanitari. Ma l’UNRWA è molto più che aiuti. È anche memoria.
Ed è l’istituzione che ha preservato la storia, l’identità e i diritti di generazioni di rifugiati palestinesi. È la prova che la loro esistenza non può essere cancellata. Oggi, sostenere l’UNRWA è più necessario che mai. Sostenere l’UNRWA significa sostenere coloro che continuano a resistere alla fame, alla violenza, alla paura e all’abbandono. Perché per continuare a distruggere, bisogna imporre il silenzio. E noi non ci faremo mettere a tacere.
Oggi il silenzio è una forma di schieramento, ma non possiamo voltarci dall’altra parte. La Palestina conta, e la Palestina ha bisogno di giustizia e pace. Ora, per favore, continuate a parlare della Palestina. Continuate a difendere l’umanità di fronte all’indifferenza. Per favore, se potete, sostenete l’UNRWA affinché possa continuare a fornire aiuti a chi ne ha più bisogno. Grazie di cuore.
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© ESTELA SILVA/LUSA
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Global South Media Center: 4 Outlets Launch Bold New Platform in China
Global South Media Center launches in China with teleSUR, Prensa Latina, Brasil de Fato and Pan Africa TV to strengthen Southern media cooperation.
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Global South Media Center Launches in China
The Global South Media Center was established in China on Sunday as a new platform for cooperation among media organizations from Latin America, Africa and Asia.
The initiative, known by its Spanish acronym CMPSur, was created by four media outlets with correspondents in China: teleSUR, Cuba’s Prensa Latina, Brazil’s Brasil de Fato and Ghana’s Pan Africa TV.
The launch took place during the Global South Academic Forum, held in Shanghai on October 17 and 18 under the theme “Global South Political Parties: Governance and Modernization.”
The forum brought together political leaders, academics, researchers and media representatives from Asia, Africa, Latin America and other developing regions.
Jeff Xiong, secretary general of the Global South Academic Forum, said the new media center seeks to strengthen joint journalistic production and build narratives from the perspective of the peoples of the South.
The platform aims to deepen links between China and other Global South countries while challenging the dominant communication frameworks of the Global North.
Xiong highlighted the role of the Global South Academic Forum in creating the conditions for multinational cooperation. He also expressed hope that additional media organizations from developing countries would join the initiative.
The Global South Media Center plans to expand the circulation of stories about China among audiences in Africa, Asia and Latin America through collaboration among outlets from different regions.
The initiative reflects a growing effort by Southern media to coordinate reporting, share content and develop common perspectives on development, governance and international relations.
The center will not replace the editorial independence of its founding organizations. Instead, it is expected to provide a framework for exchanging material, coordinating coverage and promoting joint productions.
The creation of the platform comes at a time when media organizations in developing countries face increasing pressure from concentrated technology platforms, algorithmic distribution and dependence on foreign digital infrastructure.
The Global South Academic Forum has become a space for discussing those challenges alongside broader questions of governance, development and international cooperation.
Global South Media Center Focuses on AI and Sovereignty
Global South Academic Forum | UNESCO—Media development and information
The Global South Media Center was announced during a panel on communication, party governance and social mobilization.
Participants discussed how media organizations can respond to the expansion of artificial intelligence and growing technological inequalities between developed and developing countries.
Alejandro Gómez, vice president of Prensa Latina, defended technological sovereignty and informational independence as essential conditions for Southern media.
He said developing countries must build their own capacities rather than relying exclusively on infrastructure and platforms controlled by external actors.
Gómez proposed the creation of a permanent training mechanism in artificial intelligence for journalists and media organizations in the Global South.
The initiative would be developed in cooperation with Chinese institutions and other specialized organizations. It could include training in AI-assisted reporting, data verification, digital security, content production and responsible use of new technologies.
The Prensa Latina executive also emphasized the need for Southern media to produce their own narratives about international transformations.
He argued that dominant global media frameworks often condition coverage of countries such as Cuba and limit the visibility of perspectives from developing nations.
The proposal reflects a broader concern that artificial intelligence may reinforce existing inequalities if Southern countries do not participate in the design, regulation and use of these technologies.
AI tools can help journalists analyze information, translate content, identify trends and improve audience engagement. However, they can also reproduce biases, amplify misinformation and concentrate power in companies that control the underlying models.
For media organizations in the Global South, the challenge is to use new technologies without becoming dependent on foreign platforms or losing control over editorial decisions.
The Global South Media Center could therefore play a role in training, research and the development of shared technological standards.
teleSUR President Patricia Villegas also defended South-South cooperation as a means of strengthening communication sovereignty.
She said media organizations in the South must reduce their dependence on digital infrastructures and technological platforms controlled by external actors.
Villegas warned about the influence of algorithms on the circulation of content. She argued that platforms can determine which stories reach audiences and which voices remain marginal.
The teleSUR president called for greater collaboration among Southern media, including the exchange of productions and the transfer of technological capacities.
She highlighted China’s role as a strategic partner for expanding communication cooperation and strengthening the ability of developing countries to produce and distribute their own content.
Villegas also referred to the creation of teleSUR+ in July 2026. The collaborative platform brings together audiovisual material, texts and photographs produced by media organizations and creators from the Global South.
She also mentioned the Global South correspondent network in Beijing, which includes Brasil de Fato, Prensa Latina and Brazil’s TVT, with the planned incorporation of an African media outlet.
The correspondent network provides a practical model for the new media center. It allows participating outlets to share reporting, coordinate coverage and reduce the costs of maintaining international bureaus.
Southern Media Seek a Common Global Voice
UNESCO—Global Media and Information Literacy | International Federation of Journalists
The Global South Media Center represents an effort to build a more coordinated voice for developing countries in the international information system.
Media organizations from the South often face unequal access to technology, advertising revenue, satellite capacity, distribution networks and international audiences.
Many outlets rely on platforms owned or controlled by companies based in the Global North. Those platforms can shape visibility through algorithms, moderation policies and commercial priorities.
The new center seeks to address that imbalance by promoting cooperation among media with shared interests in sovereignty, development and multilateralism.
The initiative also responds to the need for greater representation of Southern perspectives in coverage of China, Africa, Latin America and the Caribbean.
Mainstream media in the Global North have often presented developing countries through narratives focused on crisis, instability or dependence. Southern media organizations argue that those narratives ignore local experiences, historical context and the diversity of development models.
The Global South Media Center aims to provide alternative coverage that reflects the voices of communities, governments and social movements in the South.
The platform could support reporting on infrastructure, public health, education, food sovereignty, climate adaptation, digital governance and regional integration.
It could also promote stories about cooperation among developing countries, including China’s role in infrastructure, technology and trade.
The center’s creation is part of a wider effort to strengthen South-South cooperation in communication.
The Global South Academic Forum has promoted exchanges among academics, institutional representatives and media organizations on governance, development, international cooperation and the role of developing countries in global affairs.
The forum’s discussions have included state capacity, social mobilization, institutional innovation and the use of party organizations to strengthen governance.
Those themes are closely connected to the media agenda. Communication is not only a technical issue; it is also part of how societies organize political participation and respond to global challenges.
The panel in Shanghai emphasized that media organizations must prepare for the impact of artificial intelligence while defending editorial independence and public interest journalism.
Participants argued that technological innovation should not replace journalists but should support their work by improving research, verification and audience access.
The Global South Media Center could therefore become a space for developing ethical guidelines on AI, protecting journalists’ rights and promoting responsible use of new technologies.
Geopolitical Context
The launch of the Global South Media Center has geopolitical significance because communication has become a central arena of global competition.
Countries and media organizations increasingly compete to shape narratives about development, security, technology and international cooperation.
China’s role in the initiative reflects its growing engagement with Africa, Asia and Latin America. Beijing has expanded partnerships in infrastructure, trade, education and digital technology through initiatives such as the Belt and Road Forum and the Forum on China-Africa Cooperation.
For Southern media, cooperation with China offers access to training, technology and new distribution channels. It also allows them to diversify their sources of information and reduce dependence on traditional Western media networks.
For China, the platform provides an opportunity to strengthen its image among Global South audiences and present its development experience through media organizations from the region.
The initiative does not eliminate political differences among participating countries. Media organizations in the Global South have different political systems, editorial traditions and national interests.
However, the center reflects a shared concern about technological dependence and the unequal distribution of global communication power.
The platform could also influence debates about digital sovereignty, data governance and the regulation of artificial intelligence.
Developing countries have increasingly argued that international standards should address the concentration of technological power and protect the right of nations to control their own digital infrastructure.
The Global South Media Center may become part of that broader discussion by promoting training, content exchange and cooperation among media organizations.
Its success will depend on whether participating outlets can sustain joint projects, develop shared standards and expand the initiative beyond its founding members.
The launch of the Global South Media Center marks an attempt to build a stronger communication network for countries seeking greater influence over the global information order.
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