Trump licenzia anche Paolo Zampolli: non è più l’inviato Usa per le partnership globali


di Alessandro Volpi
Senza che i media diano troppo risalto al fenomeno e mentre il governo Meloni ha approvato i favolosi schemi di intesa definitiva e i relativi disegni di legge per le quattro Regioni del Nord che hanno richiesto l'autonomia, nel Meridione si manifestano numerosi segnali di rivolta sociale.
La protesta che attraversa il mondo agricolo e dell'autotrasporto nasce dalla profonda sproporzione tra i prezzi di vendita all'origine e il costo finale del cibo al consumo. Un agricoltore riceve per prodotti di base come grano, latte o ortofrutta compensi inferiori ai costi sostenuti per coltivarli o raccoglierli, mentre sugli scaffali della grande distribuzione i consumatori pagano tariffe moltiplicate di cinque o sei volte.
Le cause risiedono nei passaggi intermedi della filiera agroalimentare, dove intermediari, piattaforme logistiche e la Grande Distribuzione Organizzata (GDO) impongono prezzi d'acquisto al ribasso attraverso aste al doppio ribasso e contratti capestro, scaricando sugli agricoltori i rischi di impresa e l'inflazione energetica.
A questo scenario si intreccia la mobilitazione degli autotrasportatori, in particolare dei piccoli cottimisti e padroncini monoveicolo, strozzati dal recente impennarsi del prezzo del gasolio e dal taglio delle agevolazioni sulle accise. Per un piccolo operatore con pochi tir, un aumento continuo del carburante trasforma ogni viaggio in una perdita netta, non riuscendo a scaricare i maggiori costi sui committenti o sui colossi della logistica, che impongono tariffe fisse e rigide.
L'esplosione di questa crisi si avverte con particolare violenza al Sud Italia per ragioni strutturali, geografiche e industriali. Il Mezzogiorno sconta un isolamento infrastrutturale gravissimo, una dipendenza quasi totale dal trasporto su gomma e mercati agricoli storicamente soggetti a speculazioni sulle materie prime importate via mare.
Inoltre, nel Sud la vertenza si lega a stretto filo alla crisi dell'ex Ilva di Taranto. Le proteste degli operai e dell'indotto siderurgico, sommate ai blocchi degli autotrasportatori, hanno cinto d'assedio snodi nevralgici come la raffineria Eni di Taranto e le principali arterie stradali meridionali.
L'ex Ilva rappresenta non solo l'ennesimo dramma occupazionale e industriale senza soluzione, ma anche una tessera fondamentale dell'economia locale dove ditte di trasporto dell'indotto vantano crediti non saldati, unendo la rabbia siderurgica a quella della terra e dei trasporti. Ma la rabbia del Mezzogiorno affonda le sue radici in un quadro di sofferenza economica ancora più ampio ed articolato.
A minare la tenuta sociale del Meridione si aggiungono la drammatica desertificazione bancaria e la contrazione del credito alle piccole imprese, che privano gli imprenditori locali della liquidità necessaria per sopravvivere.
Parallelamente, il progressivo smantellamento delle misure di sostegno al reddito e la mancanza di investimenti nell'innovazione tecnologica e nella transizione ecologica generano un senso di abbandono da parte delle istituzioni.
La persistente disoccupazione giovanile e il conseguente spopolamento demografico impoveriscono il tessuto sociale, lasciando un territorio privo di forza lavoro qualificata e di prospettive.
A tutto ciò si somma la piaga del lavoro nero e del caporalato, che altera la concorrenza sleale e schiaccia le aziende rispettose delle regole, e il divario nei servizi essenziali come sanità e trasporti locali.
Non è un caso allora che stiano scoppiando rivolte sociali, a cui questa politica sembra incapace di dare rappresentanza; una ribellione sorda e dura che mette in luce l'assenza di democrazia reale in terre dove vota meno del 40% degli aventi diritto, una parte dei quali appartiene direttamente o indirettamente ad un vero e proprio ceto politico,

Nicolás Maduro non arretra e respinge tutte le accuse formulate dalla giustizia statunitense. Il legittimo presidente venezuelano in carica e la moglie Cilia Flores sono comparsi il 15 ottobre davanti al giudice Alvin Hellerstein, presso il tribunale federale di New York, per rispondere a nuovi capi d’imputazione relativi alla presunta cospirazione per commettere torture. «Queste sono accuse false contro di me», ha dichiarato Maduro davanti al giudice, ribadendo poi di respingere integralmente l’atto d’accusa. Flores ha affermato a sua volta: «Sono completamente innocente». Le nuove contestazioni, presentate dalla Procura l’8 ottobre, si aggiungono alle precedenti accuse di narcotraffico e possesso di ordigni distruttivi.
La difesa considera questa evoluzione una manovra per mantenere in piedi un procedimento segnato da gravi problemi giuridici. Non è un dettaglio secondario che l’accusa abbia dovuto abbandonare il riferimento al cosiddetto ‘Cartel de los Soles’ come organizzazione diretta da Maduro, una delle principali argomentazioni utilizzate da Washington nella campagna contro Caracas, caduta perché infondata. Il punto centrale resta però la legittimità stessa dell’intero processo. Maduro e Flores sono stati sequestrati il 3 gennaio, durante l’aggressione militare statunitense contro il Venezuela, che ha provocato oltre cento morti tra civili e militari e un numero analogo di feriti. Trasferiti con la forza negli Stati Uniti e detenuti a Brooklyn, contestano la legalità della loro cattura e la competenza dei tribunali statunitensi.
Maduro si è definito un «prigioniero di guerra» e invoca l’immunità spettantegli in quanto capo di Stato in carica. Anche la situazione di Cilia Flores solleva interrogativi. Il giudice Hellerstein ha respinto la richiesta di arresti domiciliari avanzata dai suoi legali, nonostante le preoccupazioni per le sue condizioni di salute, i problemi cardiaci denunciati dalla difesa e una perdita di peso superiore agli undici chilogrammi durante la detenzione. La motivazione del magistrato è un presunto rischio di fuga. A complicare ulteriormente la vicenda sono le contestazioni dei legali sulle restrizioni imposte al finanziamento della difesa da parte del governo venezuelano, considerate una violazione del diritto a un’adeguata assistenza legale. Il processo è stato rinviato al 14 giugno 2027, mentre una nuova udienza è fissata per il 17 dicembre, quando saranno esaminate le richieste della difesa di archiviare il caso.
Nel frattempo, le manifestazioni di solidarietà organizzate davanti al tribunale di Manhattan testimoniano come la vicenda abbia ormai superato i confini di un procedimento penale, diventando una protesta contro la tracotanza dell’imperialismo statunitense. Il caso Maduro-Flores si inserisce nella più ampia offensiva statunitense contro la sovranità della Repubblica Bolivariana.

Il «debole» Donald Trump non riesce (ancora una volta) a far valere la propria autorità sull’Ucraina
Venerdì scorso, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato un accordo relativo all’esportazione di diesel russo. I pagamenti per i prodotti petroliferi russi erano in precedenza soggetti a sanzioni da parte degli Stati Uniti; subito dopo l’annuncio di Trump, il Dipartimento del Tesoro ha revocato tali restrizioni. L’afflusso di diesel russo verso gli Stati Uniti e i mercati globali porterebbe a una diminuzione dei prezzi presso i distributori di carburante americani.
Trump ha inoltre annunciato una «tregua energetica» in Ucraina. La Russia, che sta colpendo le centrali elettriche e altre infrastrutture energetiche ucraine, non è stata informata dell’iniziativa; lo stesso vale per l’Ucraina, che a sua volta sta cercando di colpire le raffinerie russe.
Nello specifico, Trump ha chiesto al presidente ucraino Volodymyr Zelensky di cessare gli attacchi contro le raffinerie russe, sostenendo che i prodotti petroliferi russi siano attualmente necessari sui mercati globali.
Zelensky ha respinto la proposta di Trump, definendolo «debole». Poche ore dopo, alcuni droni ucraini hanno colpito i terminali russi per l’esportazione di petrolio a Rostov sul Don.
Come ho già osservato:
È probabile che Trump sia furioso per questo attacco. È proprio la sfida aperta di Zelensky all’iniziativa di Trump a far apparire quest’ultimo come una figura debole.
Le comunicazioni militari dell’Ucraina sul campo di battaglia dipendono dalla rete satellitare Starlink, controllata dagli Stati Uniti. Anche la capacità di colpire il territorio russo dipende, in larga misura, dall’intelligence statunitense sugli obiettivi.
Se Trump vuole essere preso sul serio, dovrà porre fine immediatamente a entrambi i tipi di sostegno.
Nel corso del fine settimana sono trapelate notizie secondo cui gli emissari di Trump, durante i colloqui con l’Ucraina, avrebbero minacciato di procedere in tal senso.
Nonostante il rifiuto della richiesta di Trump, Zelensky si è astenuto dal colpire le infrastrutture energetiche russe per tre giorni.
Ha sfruttato questo lasso di tempo per recarsi in Gran Bretagna, dove ha incontrato re Carlo e l’attuale primo ministro. Ha inoltre avuto colloqui telefonici con vari altri leader europei e con politici filo-ucraini a Washington D.C., i quali sembrano avergli garantito il proprio sostegno.
Nella notte tra mercoledì e giovedì (13-14 ottobre), l’Ucraina ha attaccato alcune raffinerie russe nelle regioni di Saratov e Rjazan’. In un’intervista al Financial Times, pubblicata mercoledì, Zelensky ha dichiarato che non intende più sottostare alla richiesta di Trump.
Sempre mercoledì, Kiev è stata nuovamente bersaglio del fuoco russo. Le ultime tre centrali termoelettriche della città sono state rese inutilizzabili.
Kiev ha sostenuto di non aver ricevuto, come di consueto, l’avviso dell’imminente attacco da parte dell’intelligence statunitense. Improvvisamente, Starshield — la versione militare della rete di comunicazioni satellitari Starlink, controllata dal Pentagono — ha smesso di funzionare per i droni e i missili ucraini.
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Pubblicato da b alle 15:14 UTC | Commenti (61)
14 ottobre 2026
L'articolo Zelenski disobbedisce a Trump. Senza conseguenze proviene da Blondet & Friends.
“Con governo progressista invieremo armi per davvero”. “A patto che gliele porti lui personalmente, se le carica e gliele porta”. Alle parole del senatore del partito Democratico, Filippo Sensi, sull’invio di armi con un governo di centrosinistra, “Conte vuole discontinuità sull’Ucraina? Sono d’accordo: con il governo progressista invieremo armi per davvero”, replica Francesco Silvestri del Movimento 5 Stelle.
“C’è già un governo che invia armi, può unirsi a loro se vuole, non c’è nessun problema, io credo invece che un governo progressista debba fare l’esatto contrario di quello che ha fatto la meloni, Salvini e Tajani fino a questo momento – ovvero – smettere di inviare armi per aiutare gli ex colleghi di Crosetto e invece credo che dobbiamo aiutare quella parte di Europa che vuole dialogare con Putin per cessare una guerra che sta massacrando le nostre economie. Se lui (Sensi, ndr) si diverte tanto ad inviare armi lo può fare in forma personale o può aiutare questo governo a farlo. E’ legittimo”.
Con il Partito Democratico continueranno le differenze sul come sostenere l’Ucraina, se sotenererla anche militarmente? “O come danneggiare l’Ucraina – ribatte Silvestri – perché per me non è un diverso modi di aiutare l’Ucraina. Dopo quattro anni se continui a mandare armi e non gli dai sostegno stia peggiorando quelle che sono le condizioni degli ucraini e che gli ucraini stessi vogliono cambiare”.
“Parliamo di cose serie, noi siamo felicissimi come 5 Stelle di aver fatto un lavoro diplomatico importante all’interno della coalizione di centrosinistra per essere arrivata ad una mozione (quella sul Documento Programmatico di Finanza Pubblica, ndr) che dice basta riarmo, come coalizione, quindi Pd, riformisti, non riformisti, tutte le correnti del mondo e anche Italia Viva, sul no al 5% del Pil in spese militari, siamo contenti. Ma io – prosegue l’ex capogruppo dei deputati pentastellati – se riuscissi a portare su questa nostra posizione anche la Meloni sarei contento. Qui non faccio differenze Renzi, Meloni, Salvini. Se io riesco a portare tutte le forze politiche a dire il patto che ha firmato la Meloni del 5% è una boiata e ci massacrerà, non lo facciamo e no alle spese del riarmo, se il 5 Stelle è riuscito a farlo con la coalizione progressista, se riuscisse a farlo in tutto il Parlamento probabilmente sarebbe probabilmente il più grande atto della storia del Movimento perché stiamo andando verso un muro economico e sociale e stiamo anche accelerando”.
Il tema Ucraina è la spia che bisogna accelerare sul programma condiviso all’interno della coalizione progressista? “No. Il danno vero di questa storia dell’Ucraina sta facendo sembrare che 5 Stelle, Pd e Avs non abbiano un programma condiviso. Visto che c’è un problema, una divisione sembra che noi non abbiamo niente in comune, questo è il più grande danno. In realtà non è così. Noi abbiamo lavorato in questi quattro anni in maniera forte insieme, abbiamo trovate tante soluzioni sulla casa, sul diritto all’abitare, sul salario minimo e trovato anche tante altre soluzioni che vorremmo mettere in pratica, c’è questa decisione, è vero che è abbastanza netta”.
Come risolverla? “Con le primarie. Se c’è una divisione, visto che l’asse progressista non è solo dei suoi segretari, ma è anche degli elettori e se gli elettori possono darci un’indicazione, magari anche contro quello che dice il Movimento 5 Stelle ma perché non sfruttare la democrazia anche per capire l’indirizzo politico, cioè perché limitarsi a considerare la democrazia un esercizio che elegge un capo piuttosto che un altro, molte volte – conclude Silvestri – la democrazia può essere uno strumento per capire in che direzione andare. Quindi credo che le primarie saranno un buono strumento per questo”.
L'articolo “Sensi del Pd vuole più armi per Ucraina con un governo di centrosinistra? Gliele porti lui personalmente”. La risposta di Silvestri (M5S) alle parole del senatore dem proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ha ragione Giuseppe Conte a volere discontinuità sull’Ucraina. Siccome l’attuale governo non dà armi da più di un anno, come ha detto peraltro in una trasmissione televisiva, vantandosene, Claudio Borghi, quindi certo che c’è bisogno di una discontinuità e un governo di centrosinistra che voglia dirsi tale, che non è il governo della Le Pen, di Vannacci e di tutti quelli che hanno posizioni filorusse, dovrà dare le armi all’Ucraina”. A parlare così è il senatore del Partito Democratico Filippo Sensi.
Dichiarazione che allontana Pd e Movimento 5 Stelle? “Non c’è alcuna divisione. Le armi all’Ucraina continueranno ad essere date. Uno può dire tutto quello che vuole, opinioni tutte rispettabili, quindi Conte può dire quello che gli pare sulle armi all’Ucraina, sicuramente le armi all’Ucraina continueranno ad essere date”.
Sensi è uno dei parlamentari dem che ieri mentre Meloni parlava di Ucraina ha applaudito il presidente del Consiglio. “Ho applaudito le sue parole, non trovo condivisibile che alle parole non seguano i fatti. I decreti armi e di sostegno all’Ucraina ancora latitano. Oggi ho sentito Tajani dire ‘presto il decreto armi’, presto siamo ad ottobre, questo vuol dire che da inizio anno non abbiamo dato nulla se non dei generatori, importanti, ma con i generatori non ci si protegge dalle bombe e dai missili che sparano i russi – e conclude – io dico che il partito Democratico è stato e starà sempre per il sostegno all’Ucraina, sostegno politico, civile, economico e militare”.
Ma le divisioni sul come sostenere l’Ucraina ci sono anche all’interno della maggioranza e del governo guidato da Giorgia Meloni. Proprio ieri mentre il presidente del Consiglio, in Parlamento, ribadiva il sostegno all’Ucraina; il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini affermava che non si può continuare ad inviare miliardi all’infinito e che serve una svolta diplomatica. Segnale di queste diverse vedute all’interno dei partiti di maggioranza è il decreto armi che, annunciato per lo scorso luglio, ad oggi, ancora non è stato varato. Il Ministro della Difesa Guido Crosetto, alle domande dei cronisti, uscendo da Palazzo Madama affida un laconico: “lo vedrete quando arriverà”.
L'articolo “Conte vuole discontinuità sull’Ucraina? Sono d’accordo, con il governo progressista invieremo armi per davvero”. Così il senatore Pd Filippo Sensi proviene da Il Fatto Quotidiano.
(Agenzia Vista) Usa, 13 ottobre 2026
“E adoro la mia famiglia. Li amo. Sono la mia priorità. Amo stare con i miei figli. L’idea di non trascorrere le serate con loro è assolutamente inaccettabile. Quindi, mio marito – scusate, ho detto “presidente”, che svista! – è qui con noi per tutta la settimana, perché in famiglia abbiamo due compleanni e ci teniamo moltissimo a festeggiarli tutti insieme. Così ha portato qui l’intera truppa. È un tesoro! C’è un bel po’ di gente. E presto ci trasferiremo qui”, così Katie Zacharia, nuova portavoce di Trump, al primo confronto con i cronisti alla Casa Bianca.
WhiteHouse
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev
L'articolo Chiama il marito “Presidente”, il lapsus di Katie Zacharia, nuova portavoce di Trump proviene da Affaritaliani.it.

(Agenzia Vista) Roma, 13 ottobre 2026
Il cantante Tommaso Paradiso è arrivato al Festival del Cinema di Roma e cammina sul red carpet.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev
L'articolo Tommaso Paradiso sul red carpet del Festival del Cinema di Roma proviene da Affaritaliani.it.

(Agenzia Vista) Roma, 13 ottobre 2026
“Tutto, diciamo, no, non è una commedia, questa, quindi già questa è una grande differenza, è un film più intimo che racconta molto da vicino la storia di tre coppie ed ha un linguaggio diverso, non è l’ironia della commedia, ma era realtà della vita, ecco”. Lo ha detto il regista Paolo Genovese sul red carpet della Festa del Cinema di Roma.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev
L'articolo Genovese su ‘Il rumore delle cose nuove’: Film intimo che racconta tre coppie con linguaggi diversi proviene da Affaritaliani.it.

Duplice omicidio a Mirandola, centro di 25mila abitanti in provincia di Modena, dove due anziani coniugi italiani sono stati trovati decapitati all’interno della loro abitazione, un casolare di campagna. Il marito aveva ottant’anni, la moglie settanta. Non è noto chi abbia contattato le forze dell’ordine avvertendo della presenza dei due cadaveri.
Le indagini sono affidate alla Polizia e coordinate dalla Procura di Modena. Sul posto il dirigente della Squadra mobile Mario Paternoster e il pm di turno, il sostituto procuratore Marco Niccolini, oltre alla Scientifica per i rilievi,. L’unico dettaglio trapelato è che il figlio della coppia è stato sentito dagli investigatori: a quanto si apprende, le prime indagini sono orientate in ambito familiare.
“Questa è una tragedia che sta scuotendo nel profondo la nostra comunità, soprattutto per la dinamica. Poco fa ho parlato con il Questore e resto in attesa di aggiornamenti”, è l’unico commento rilasciato all’agenzia AdnKronos dalla sindaca di Mirandola, Letizia Budri.
L'articolo Duplice omicidio nel Modenese: coppia di anziani trovata decapitata in casa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Milan travolge il Salisburgo in Austria e conquista i primi tre punti in Europa League. È la miglior prestazione stagionale della squadra di Amorim, trascinata dalla tripletta del giovane italiano Alphadjo Cissé. In gol anche Ramos, mentre l’unica nota negativa è l’espulsione di Terracciano nel finale.
Ecco finalmente il grande Milan di Ruben Amorim. I rossoneri travolgono 4-0 il Salisburgo in Austria, conquistano la prima vittoria in Europa League e regalano all’Italia il primo successo di questa tornata europea. È probabilmente la miglior partita del Milan dall’inizio della stagione, quella in cui si è visto con maggiore continuità il gioco richiesto dal tecnico portoghese. Il Salisburgo, c’è da dire, oppone poca resistenza, ma sarebbe riduttivo spiegare il risultato soltanto con i demeriti degli austriaci. Il Milan gioca con intensità, sfrutta bene le fasce, trova gli inserimenti dei centrocampisti e costruisce occasioni con continuità. Una prestazione convincente per qualità del gioco, gestione della gara e capacità di concretizzare le opportunità create.
Il grande protagonista della serata è Alphadjo Cissé, giovane talento italiano che firma la sua prima tripletta in carriera. Il baby rossonero sblocca il risultato al 15′ con un colpo di testa su assist di Hutchinson, raddoppia al 32′ con il sinistro sfruttando il servizio di Bartesaghi e completa la sua notte da sogno al 49′, finalizzando un contropiede orchestrato da Rabiot. Tre reti che mettono in evidenza il suo fiuto del gol e la capacità di farsi trovare pronto negli spazi. L’ultima tripletta di un italiano nel Milan? Bisogna tornare a Pippo Inzaghi.
Buone risposte arrivano anche dagli altri interpreti. Jashari e Hutchinson offrono una prestazione positiva, mentre Tomori, reintegrato in rosa nell’ultimo giorno di mercato dopo un’estate complicata, convince alla sua prima presenza stagionale. Amorim può essere soddisfatto anche della gestione dei cambi: dalla panchina arriva Gonçalo Ramos, che al 72′ firma il definitivo 4-0 e riesce finalmente a sbloccarsi. Una serata quasi perfetta, rovinata soltanto dall’espulsione di Terracciano all’83’. Il difensore viene punito con il cartellino rosso per una spinta su Schmid, lanciato verso la porta al limite dell’area. Un episodio evitabile in una partita ormai ampiamente indirizzata.
Dopo la sconfitta contro il Benfica a San Siro, il Milan conquista i primi tre punti nella fase campionato di Europa League e torna in corsa per le prime otto posizioni, che garantiscono l’accesso diretto agli ottavi di finale. Per Amorim arriva una vittoria importante anche sul piano del gioco. I rossoneri torneranno in campo domenica a San Siro contro l’Atalanta, prima della trasferta europea di giovedì prossimo contro il Bournemouth.
L'articolo Milan, che Diavolo! Poker al Salisburgo: prima vittoria italiana del turno. Tripletta da sogno del baby Cissé proviene da Affaritaliani.it.

In Simest quattro manager su dieci sono donne e circa il 35% delle posizioni di responsabilità è affidato a professionisti con meno di 40 anni. È la fotografia dell’organizzazione della società del gruppo Cdp emersa dall’intervento di Elisabetta Calise, direttore persone e organizzazione di Simest, al “Future @Work 2026”, l’iniziativa promossa da Hrc Community per approfondire i cambiamenti in atto nel mondo del lavoro e le nuove sfide nella gestione delle risorse umane.
«In Simest circa il 35% dei ruoli di responsabilità è ricoperto da manager under 40 e le donne rappresentano il 40% delle posizioni manageriali». I numeri illustrati da Calise testimoniano l’attenzione della società alla valorizzazione delle competenze e alla costruzione di un ambiente professionale nel quale età e genere non rappresentino ostacoli all’assunzione di responsabilità e alle opportunità di crescita.
Il confronto tra generazioni e l’evoluzione dei modelli organizzativi sono stati tra i temi principali dell’intervento, che ha posto l’accento sulla necessità di ripensare i tradizionali criteri con cui le aziende riconoscono il talento e attribuiscono ruoli e responsabilità. In questa visione, l’esperienza professionale e il potenziale delle nuove generazioni devono diventare elementi complementari, capaci di rafforzare la qualità delle decisioni e favorire l’innovazione.
«La distanza non è tanto anagrafica, quanto organizzativa. A fare la differenza – ha osservato Calise – è la capacità di riconoscere competenze e potenziale, distribuendo fiducia e responsabilità senza che l’anzianità si traduca automaticamente in maggiore autorevolezza o che la giovane età diventi una sala d’attesa. La sfida per le imprese è superare le gerarchie implicite e creare le condizioni perché ciascuno possa esprimere il proprio valore e generare impatto, indipendentemente dall’età e dalla posizione ricoperta».
Un approccio che trova applicazione anche nelle iniziative avviate da Simest per accompagnare lo sviluppo professionale delle proprie persone. Tra queste figura Empower Professionals, il progetto dedicato all’individuazione e alla valorizzazione delle professionalità in grado di generare un contributo significativo ai risultati aziendali, attraverso la promozione di una leadership diffusa e il riconoscimento delle competenze individuali. «Crescere non significa necessariamente salire nella gerarchia. Significa anche costruire e rendere riconoscibile il proprio contributo all’organizzazione» ha aggiunto la manager di Simest.
Alla base del progetto c’è una concezione dello sviluppo professionale che supera la tradizionale corrispondenza tra carriera e progressione gerarchica. La crescita delle persone viene così interpretata anche come possibilità di ampliare le proprie competenze, assumere nuove responsabilità e contribuire in maniera sempre più incisiva agli obiettivi dell’organizzazione, indipendentemente dalla posizione occupata.
La prospettiva delineata da Simest punta, dunque, a favorire un modello aziendale nel quale il patrimonio di conoscenze maturato dalle figure più esperte possa integrarsi con le capacità, le sensibilità e le idee dei professionisti più giovani. Un incontro tra esperienze differenti che diventa occasione di apprendimento reciproco e strumento per affrontare con maggiore efficacia le trasformazioni del lavoro. L’obiettivo è costruire un’organizzazione nella quale la diversità generazionale e professionale rappresenti un fattore di competitività e nella quale il riconoscimento del merito, la circolazione delle competenze e la partecipazione delle persone contribuiscano alla crescita dell’intera azienda.
L'articolo Simest, il 40% dei manager è donna e oltre un terzo ha meno di 40 anni. Calise: “La giovane età non sia una sala d’attesa” proviene da Affaritaliani.it.

Si spende di più, ma nel carrello della spesa finisce meno cibo. E di minor qualità. Un paradosso nella patria del made in Italy e di quel cibo che sempre più spesso gli italiani non possono permettersi. A pagare di più le conseguenze del caro vita e delle rinunce delle famiglie sono soprattutto i più giovani, bambini e ragazzi. I dati dell’Istat sulla spesa alimentare pubblicati nei giorni scorsi, contribuiscono a delineare la situazione in Italia, dove oltre 2,1 milioni di famiglie sono in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di persone. In occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione, ActionAid pubblica però un report sulla povertà alimentare in Italia che esamina le difficoltà legate all’acquisto di cibo, le forme più gravi di insicurezza alimentare e la spesa delle famiglie. La povertà alimentare, in Italia, continua a crescere: nel 2024 ha riguardato il 12,7% della popolazione, oltre 6,4 milioni di persone. Il fenomeno riguarda sempre più persone sopra la soglia di povertà: nel 2024 sono 4,2 milioni, il doppio di quelle classificate a rischio. L’aumento delle spese essenziali, dagli affitti alle bollette influenza le scelte delle famiglie: quando una parte maggiore del bilancio serve a coprire questi costi, resta meno margine per il cibo. “Il paradosso è evidente: mentre l’Italia si interroga sul calo delle nascite, crescere dei figli e diventare adulti è sempre più difficile” commenta Roberto Sensi, responsabile del programma povertà alimentare ActionAid Italia. Nell’analisi, ActionAid fa riferimento ai dati Istat ma, per raccontare la complessità del problema, si prendono in considerazione l’indice Dams sulle difficoltà materiali e sociali legate al cibo, la scala Fies della Fao e l’indice di Povertà alimentare relativa. Perché la povertà alimentare è un fenomeno multidimensionale: riguarda quantità e qualità del cibo, ma anche l’esperienza di accesso e di consumo, la possibilità di scegliere cosa mangiare, di condividere i pasti e di vivere l’alimentazione nelle sue dimensioni psicologiche ed emotive.
Come rilevato dall’Istat, nel 2025 sono cresciute le spese delle famiglie per l’acquisto di prodotti alimentari e bevande analcoliche, che passano da 533 a 552 euro mensili. Si tratta del 3,6 per cento in più, dovuto anche all’effetto dell’aumento dei prezzi (+3% la variazione su base annua dell’Indice dei prezzi al consumo armonizzato e che era stata +2,5% nel 2024). La quota di spesa totale destinata a questi prodotti sale dal 19,3% al 19,8%: crescono significativamente le spese destinate a caffè (+14,6%), acqua (+8,3%), pesce (+7,8%), oli e grassi (+6,7%), tè e infusi (+6,7%), carne (+5,4%), latte, altri prodotti lattiero-caseari e uova (+4,2%). Eppure, il 29,4% delle famiglie italiane dichiara di aver limitato la spesa per il cibo nel 2025, riducendo quantità o qualità dei prodotti acquistati. La quota è sì in calo rispetto al 31,1% del 2024 (lo è anche quella per le bevande, che passa dal 35,3% al 33,8%), ma l’inflazione ha remato contro. Sintesi perfetta quella di Assoutenti: “Il carrello della spesa degli italiani è sempre più vuoto, ma sempre più costoso”.
Rispetto al Centro-Nord, la spesa delle famiglie residenti nel Sud e nelle Isole, che generalmente hanno minori disponibilità economiche, si concentra maggiormente su beni e servizi destinati al soddisfacimento dei bisogni primari, come i beni alimentari. La quota di spesa totale destinata a prodotti alimentari e bevande analcoliche, che in media nazionale si attesta al 19,8%, nel Sud raggiunge il 25,4% (24,1% nelle Isole), mentre nel Nord-ovest si ferma al 17,7%. Eppure, rispetto al 2024, è nel Centro e nel Nord-est che aumenta significativamente la spesa per prodotti alimentari e bevande analcoliche (rispettivamente del 5,9% e del 4,9%), mentre nel Sud quella cresce soprattutto quella per abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili (+3,6%).
A partire da due domande dell’indagine europea EU-SILC sulle condizioni di vita e sul reddito, ActionAid ha elaborato il Dams, l’indice di Deprivazione Alimentare Materiale e/o Sociale, che considera la possibilità economica di permettersi un pasto con carne, pollo o pesce, o un equivalente vegetariano, almeno una volta ogni due giorni, e quella di incontrarsi con amici o familiari per mangiare o bere qualcosa almeno una volta al mese. Negli anni segnati dalla pandemia, dall’inflazione e dai conflitti internazionali, il Dams è passato dal 14,1% nel 2019 al 10,5% nel 2022, per salire all’11,8% nel 2023 e al 12,7% nel 2024, anno in cui la deprivazione riguarda oltre 6,4 milioni di persone (quasi 470mila in più rispetto al 2023 e 407mila in più rispetto al 2021). Nel 2025, l’incidenza è del 9,3% per la deprivazione materiale e del 5,9% per quella sociale. Frutto dell’aumento dei prezzi e del rientro delle misure straordinarie, ma è anche il segno che “l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità incide su una quota più ampia di famiglie, non soltanto su quelle già in condizioni di vulnerabilità socioeconomica”. Essere sopra la soglia di rischio di povertà, dunque, non mette al riparo. Le persone in condizione di deprivazione ma non a rischio di povertà assoluta o relativa sono state oltre 4,2 milioni (su 6,4 milioni), quasi il doppio delle persone a rischio povertà(2,2 milioni). In questo gruppo l’incidenza è aumentata dell’1,6 per cento rispetto al 2023 (67.726 persone in più). Tra le persone a rischio di povertà, invece, la deprivazione è diminuita (dal 26,1% al 23,9%). “L’aumento dei prezzi di cibo, casa ed energia riduce le risorse disponibili anche per le famiglie sopra la soglia. Per quelle in condizioni economiche più fragili – spiega ActionAid – le misure straordinarie introdotte durante la pandemia hanno contribuito a contenere la deprivazione”. Significativa anche l’analisi geografica. Nel 2024, infatti, la deprivazione alimentare è cresciuta anche in diverse regioni del Nord, mentre il Sud e le Isole restano l’area con l’incidenza più alta e la Calabria registra il valore regionale massimo. Nel Nord l’incidenza è passata dal 7,6% all’11,2% (da 1,7 milioni a 2,6 milioni di persone). In Lombardia da 714mila a 1,2 milioni di persone. In Friuli-Venezia Giulia, da oltre 65mila a 213mila. In Veneto, la quota sale dal 9,5% al 13,5% e le persone coinvolte da 396mila a quasi 566mila (+169.824).
Gli impatti della povertà alimentare si riscontrano sempre di più sui giovani. Nel 2024, circa 430mila bambini e ragazzi sotto i 16 anni risultano in condizione di deprivazione alimentare materiale o sociale, o entrambe. L’aumento riguarda specialmente i bambini e le bambine dai 6 agli 11 anni. In questa fascia, la deprivazione materiale è passata dal 2% del 2021 al 2,8% del 2024 mentre quella sociale, che comprende anche la possibilità di invitare amici a casa per giocare o mangiare insieme, è salita dal 3,8% al 6,8%. Si parla di circa 220mila bambini, quasi 90mila in più rispetto a tre anni prima. La rinuncia non riguarda solamente il cibo ma, quindi, occasioni di relazione importanti per la crescita. La deprivazione alimentare resta più alta tra i gruppi economicamente vulnerabili, ma aumenta anche in diverse fasce finora considerate più protette: tra gli occupati, i diplomati e i laureati, alcune famiglie e i proprietari di casa. I dati indicano quindi un’estensione della vulnerabilità, non la sostituzione dei gruppi più esposti. Il titolo di studio protegge sempre meno. La deprivazione è più alta tra le famiglie numerose, ma cresce anche tra single e genitori soli
La povertà alimentare relativa emerge come il risultato di una tensione persistente tra le risorse familiari e le spese essenziali, soprattutto quelle abitative. La deprivazione alimentare è più alta tra gli affittuari: raggiunge il 22,6% tra chi ha un affitto agevolato, pur diminuendo di 2,3 punti, e il 20,9% tra chi paga un affitto a prezzo di mercato. Tra i proprietari, sale dall’8,9% al 10,8% (+1,9 punti), mentre diminuisce tra i proprietari con mutuo, dal 12,3% all’8,6%. Aumenta anche tra chi vive in un’abitazione a titolo gratuito, dal 16,6% al 17,3%. Poi ci sono le spese. Nel 2024, infatti, l’abitazione assorbe il 54% della spesa delle famiglie in povertà alimentare relativa, contro il 38,8% delle altre. E questo ha un peso. A causa delle spese abitative, spesso difficili da ridurre nel breve periodo, rimane infatti meno spazio nel bilancio per le altre necessità. La quota destinata all’alimentazione, di conseguenza, è molto più bassa tra le famiglie in povertà alimentare relativa: l’11,3%, contro il 22,8% delle altre. “Questa differenza non significa necessariamente che consumino meno cibo. La spesa alimentare – spiega il rapporto – può essere ridotta più facilmente di quella per la casa, per esempio acquistando prodotti meno costosi e rinunciando alla qualità”.
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È uno dei più grandi film italiani di sempre e compie sessant’anni. L’8 settembre del 1966 usciva nelle sale italiane La battaglia di Algeri, il film di Gillo Pontecorvo che pochi giorni dopo avrebbe vinto il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia. Un trattato politico e cinematografico, in uno stile per certi versi semi-documentaristico, in bianco e nero, quasi tutto girato nella Qasba della città, la zona più antica, fatta di vicoli stretti. La vicenda inizia nel1957, quando i militari francesi del colonnello Mathieu entrano nell’appartamento dove si nasconde il rivoluzionario Ali La Pointe (interpretato da Brahim Haggiag un attore non professionista come quasi tutto il cast), un contadino analfabeta diventato eroe del Fronte di liberazione nazionale algerino (Fln), iniziata nel 1954. Il contesto in cui nacque – la centralità dell’Algeria nella lotta anti coloniale, nell’Italia di Enrico Mattei che supportava l’Fln, e del Pci che, al contrario del partiti socialisti europei, sosteneva i movimenti di liberazione, allora come ora bollati come “terroristi” – lo stile, le musiche, la tensione che pervade tutta la storia, lo rendono tutt’ora uno dei punti più alti, e forse ineguagliati, raggiunti dalla cinematografia italiana. “Un film a suo modo leggendario, con una forza dirompente”, racconta suo figlio Simone, 51 anni, il più giovane dei tre figli di Gillo, di cui cura l’archivio. Venerdì 16 ottobre al Teatro Olimpico di Roma verrà proiettatala la versione restaurata in 4k del film.
Chi era tuo padre Gillo?
Un uomo di grandi passioni, dal tennis alla pesca, che amava la libertà, con un suo modo di fare le cose, molto personale. Ha avuto una vita avventurosa e ricca di incontri. Nell’esilio antifascista a Parigi, tra il ’38 e il ’40, ha fatto amicizia con Giorgio Amendola, Celeste Negarville, Giancarlo Pajetta e molti altri, già amici di suo fratello Bruno, che stava lì dal 1936. Poi la fuga verso il Sud della Francia, con l’arrivo dei tedeschi a Parigi, e a Saint Tropez, dove viveva di pesca subacquea e delle lezioni di tennis che dava. Ma anche l’incontro con Tristan Tzara, uno dei padri del surrealismo e l’amicizia con il compositore René Leibowitz. Gillo ha fatto fatto la Resistenza in Italia, con un ruolo importante nel coordinamento del movimento giovanile unitario a Milano e Torino. Verso la fine della guerra ha avuto il comando della Brigata Sap Giovani Eugenio Curiel, ereditato dopo la morte dell’eroe al quale era intitolata. E poi l’amicizia con Berlinguer. Dopo il rientro a Parigi nel ’47, da delegato per l’Italia alla Federation Mondiale de la Jeunesse Democratique, è diventato amico anche di di Picasso, Sartre ed Eluard. La sua vita è stata una sorta di passaggio attraverso gli eventi, i mondi, le problematiche e le personalità che in fondo avevano connotato quel secolo. Questo ha reso il suo sguardo cinematografico come qualcosa di rivolto all’uomo, alle sue lotte e alla sua storia nel mondo. Uno sguardo obiettivo, ed equilibrato, che però non gli ha mai impedito di arrivare a emozionare il suo pubblico. In ogni cosa che ha fatto, la sua straordinaria personalità gli ha permesso di lasciare il segno: dalla guerra di liberazione al suo cinema fino al suo impegno in ambito di politica culturale.
Perché Gillo ha deciso di girare il film?
Dopo la candidatura all’Oscar per Kapò, tra 1961 e 1962 aveva ricevuto molte proposte, anche dall’America, e aveva vari progetti, ad esempio una sceneggiatura del suo grande amico Franco Solinas, lo sceneggiatore di quasi tutto il suo cinema. Il film aveva come sfondo la guerra d’Algeria e si doveva chiamare Parà. Pur essendo una storia totalmente diversa da La battaglia di Algeri è stato una sorta di prologo. Il protagonista era un ex-paracadutista della guerra d’Indocina che si trovava in Algeria come reporter di guerra. A Parigi lui e Solinas avevano sentito vari paracadutisti, quelle testimonianze sono poi servite per la scrittura della Battaglia di Algeri, in particolare per creare il complesso personaggio del colonnello Mathieu. Due anni dopo, nel 1964, mio padre, che per vari motivi aveva accantonato Parà, venne contattato da Salah Baazì e Saadi yacef, venuti in Italia a nome del governo algerino per cercare un regista che potesse fare un film sull’indipendenza raggiunta dal loro paese. Gli algerini cercavano uno sguardo esterno e con un certo legame con la tradizione neorealista. Proposero quindi questa impresa a Rosi, a Visconti e a mio padre. Gli altri due rifiutarono perché già impegnati, mentre lui, anche per il fatto di essersi già avvicinato al tema, disse di sì. La prima cosa che gli proposero, però, era una sceneggiatura già fatta, che a papà non piaceva: voleva ripartire da zero con Solinas, attingendo agli archivi e alle informazioni che gli algerini potevano fornirgli. Il lavoro fu complesso, fecero tre stesure, una diversa dall’altra, prima di giungere a quella definitiva.
Come è stato girare ad Algeri?
Mi ha sempre raccontato soprattutto del clima di entusiasmo per la libertà che avevano conquistato, questo slancio l’aveva già visto al momento stesso della liberazione nel 1962 quando era stato in Algeria con Solinas per Parà per documentare, ma anche proprio per vivere, i festeggiamenti della guerra vinta dagli algerini. Nel 1965, durante le riprese della Battaglia di Algeri la popolazione algerina era stata molto disponibile: oltre alle centinaia di comparse selezionate, per le scene più imponenti ha potuto anche contare su molte persone che si aggiungevano spontaneamente. Il film è stato co-prodotto dagli algerini e dagli Italiani. Dalla Casbah-film, fondata per l’occasione da Saadi Yacef, che aveva contattato mio padre nel ’64, mentre la produzione italiana era affidata alla Igor film, fondata anch’essa per l’occasione da mio padre e da Antonio Musu. Yacef era stato uno dei capi del Fronte di liberazione nazionale algerino (Fln) e con mio padre parlavano una lingua comune: sapevano bene entrambi cosa fosse una guerra di liberazione perché l’avevano vissuta sulla loro pelle. Gillo trovava interessante anche la sua espressività e infatti gli propose di recitare la parte di se stesso nel film e lui lo fece.
Com’è riuscito un film che sembra quasi un documentario, su un tema difficile, a vincere il Leone d’oro al festival di Venezia?
C’era una grande tensione con la Francia, dove poi il film fu vietato fino al ’71. La delegazione di critici francesi aveva disertato la proiezione, era qualcosa che ancora bruciava sulla carne viva nazionale. Credo però che la giuria presieduta da Giorgio Bassani non potesse ignorare la capacità del film di dominare una materia così attuale e scottante senza per questo rinunciare alla forza dirompente che il film ha.
La Battaglia di Algeri ha influenzato profondamente il cinema, viene studiato ancora nelle scuole di regia.
La quantità di citazioni che ha ricevuto è incredibile. L’ultima è in Una battaglia dopo l’altra, con DiCaprio, ma prima il film era già stato citato da Tarantino in Bastardi senza gloria. Cuarón ne parlava come del film che aveva ispirato lo stile de I figli degli uomini. Sono tanti i tegisti che non hanno fatto mistero di ammirarlo, ad esempio Soderbergh. Negli Anni 70 lo studiavano nei campus universitari. Le nuove ondate di giovani cineasti americani ed europei, da Spielberg a Terrence Malick, a Roland Joffé, lo consideravano un esempio da seguire. In quegli anni era stato anche preso a modello da organizzazioni di lotta anti-sistema, come le Black Panthers, ma la lettura e l’analisi in chiave politica del film si sono estese anche in senso opposto. L’hanno proiettato più volte a West Point, ma anche al Pentagono nel 2003 nel contesto della seconda guerra all’Iraq.
Perché, a distanza di sessant’anni, è impossibile trovare un film simile?
Per la sua maniera di raccontare innovativa, che ti porta a seguire e ad entrare nello sviluppo delle storie dei personaggi principali, intrecciando quest’azione in quella di molti altri personaggi, ma non solo. Ti porta negli avvenimenti usando, insieme ai linguaggi più tradizionali come quello del flashback, ad esempio per Alì la Pointe, anche quello proprio del racconto cronachistico, come la serie di comunicati dell’Fln. Il tutto con incredibile fluidità e realismo. L’altro aspetto è il lavoro intenso sul ritmo, che ti fa sentire il polso di un fenomeno così complesso come una rivoluzione. Una parte fondamentale del film è la forza delle scene delle manifestazioni di massa che portano al finale, scene più volte paragonate alla Corazzata Potemkin, perfino dal Pauline Kael del New Yorker.
Il film ha quasi solo attori non professionisti. Chi è il vero protagonista?
In realtà è un personaggio corale. Si sente che mio padre e il suo sceneggiatore sono per la liberazione del popolo algerino, ma questa dimensione tiene conto anche dell’altra parte, in questo caso dando voce soprattutto al personaggio del Colonnello Mathieu. Gillo e Solinas hanno molto studiato sulla sua figura, cercando delinearlo come un uomo intelligente ed esperto di tattica militare, non un semplice sadico o il classico cattivo ma un uomo che era li per la sua nazione e che doveva fare tutto il possibile per la sua missione: far rimanere la Francia in Algeria. Proprio il fatto di distogliere l’attenzione da una figura stereotipata di antagonista, secondo loro, avrebbe aiutato il pubblico a concentrarsi sul vero mandante della vicenda, che è il colonialismo. Essendo il cinema di mio padre centrato sull’uomo e sulla sua lotta per uscire dalle situazioni che rendono più dura la sua condizione, credo che quest’ultimo atto della decolonizzazione rientri pienamente nei suoi obiettivi.
La lotta dell’Fln già all’epoca venne etichettata come “terrorismo”, ma poi è passata alla storia come uno dei più importanti movimenti di liberazione nazionale, supportato dagli intellettuali più importanti del ‘900 da Fanon a Sartre. Le vicende in Palestina oggi sollevano gli stessi temi, come la violenza, che nel film emerge emerge in tutto il sua ferocia. Qual è la lezione, per così dire politica, che rende questo film attuale?
Risiede in una cosa che mio padre disse in un’intervista a Lietta Tornabuoni: il fatto che il film fosse un atto di accusa contro il colonialismo, la violenza e la guerra e che in tutto ciò il suo personale atteggiamento fosse quello della pietà umana. Il film è un serrato racconto dell’inarrestabilità di certi processi storici, come quello dell’autodeterminazione dei popoli, che lui infatti accostava al processo dei fiumi carsici che, pur nascondendosi più volte, finiscono sempre per arrivare al mare. M voleva anche raccontare quante perdite e quanto dolore da entrambe le parti ci fossero stati in questa vicenda storica. Lo si capisce dalla musica di mestizia e dolore che aveva fatto mettere a Ennio Morricone nelle scene con i morti e i feriti dalle bombe. La musica era la stessa sia dopo le bombe messe dai francesi che dopo quelle messe dagli algerini. Questo riesce a farti alzare lo sguardo per considerare le ragioni e le sofferenze dell’altra parte. E’ chiaro, e lo si intuisce, che gli autori siano per la fine dei 130 anni di dominazione francese in Algerino ma non fa sconti. Alla vigilia della presentazione a Venezia, Saady Yacef aveva mandato un telegramma a papà in cui chiedeva di tagliare l’inquadratura del bambino francese che mangiava il gelato appena prima che scoppiasse la bomba algerina nella caffetteria. Lui non aveva nessuna intenzione di tagliarla, rientrava pienamente nella logica di quello sguardo che ogni tanto riesce ad innalzarsi anche oltre il personale punto di vista degli autori e va in prospettiva. In questo senso è indicativa la scena delle torture: nostro padre non voleva rappresentarle in maniera cruda e violenta, per questo gli ha dato un senso di pietà con una musica struggente che Morricone gli ha scritto, vagamente ispirata allo stile di Bach. Le immagini sono quasi tutte nella penombra, certamente realistiche ma anche filtrate, stilizzate. Una donna che guarda a quanto accade davanti ai suoi occhi, muove le pupille da una parte all’altra, non sa più dove guardare. Un’altra cosa che prende una prospettiva differente, pur rimanendo nel vestito del realismo che pervade tutto il film, è il finale, traslato come un balletto: quello della storia che si ripete.
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Ad agosto Alphadjo Cisse aveva conquistato il Milan di Ruben Amorim con il gol all’esordio da titolare contro il Torino. Oggi, 15 ottobre 2026, si è preso anche la scena europea con una tripletta contro il Salisburgo. Il più giovane italiano di sempre a farlo in una competizione europea. A Salisburgo arriva la consacrazione europea di Alphadjo Cisse. Il diciannovenne del Milan firma una tripletta contro gli austriaci e si prende una serata da protagonista assoluto, confermando le impressioni lasciate nei primi mesi in rossonero. E se ad agosto Amorim aveva raccontato di essere rimasto stregato dalle sue qualità, adesso il campo sta dando ragione all’allenatore portoghese.
Prima un colpo di testa che non lascia scampo al portiere del Salisburgo. Poi due gol da bomber vero, da rapace d’area di rigore su assist di Bartesaghi prima e di Rabiot poi. Per capire però quanto sia cambiato il percorso di Cisse negli ultimi mesi bisogna tornare all’estate. Il Milan lo aveva acquistato dall’Hellas Verona nel febbraio 2026, lasciandolo in prestito al Catanzaro fino al termine della stagione. In Calabria il trequartista aveva mostrato le proprie qualità, collezionando sei reti in 22 presenze, prima che un infortunio agli adduttori lo costringesse a fermarsi per diversi mesi.
Il rientro in rossonero ha rappresentato una nuova occasione. Durante il precampionato Cisse ha conquistato progressivamente la fiducia di Amorim, che non ha mai nascosto la propria ammirazione per il ragazzo. “Adoro Cisse“, aveva dichiarato il tecnico portoghese, lasciando intendere quanto credesse nelle sue potenzialità. “Di Cisse ho notato alcuni dettagli a Milanello. È molto furbo e sta perdendo peso, dopo esser stato fuori per qualche mese. È orgoglioso di essere tornato e sono felice per lui. Già nel primo tempo ha fatto molto bene, dimostrando di essere quasi il più maturo dei giocatori in campo”, aveva dichiarato dopo l’esordio con gol contro il Torino.
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