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Received — 13 October 2026 ⏭ Strategic Culture Foundation

La Russia sta raggiungendo gli obiettivi strategici dell’Operazione Militare Speciale?

By: A A
13 October 2026 at 22:38

Nel dicembre 2021, la Russia presentò agli Stati Uniti e alla NATO due bozze di accordi formali per ottenere garanzie di sicurezza legalmente vincolanti, facendo intendere che se non fossero state accolte ci sarebbero state delle conseguenze.

Segue nostro Telegram.

In effetti, dopo il rifiuto di Washington di prenderle in considerazione, il 24 febbraio 2022 la Federazione Russa intraprese l’Operazione Militare Speciale in Ucraina, ancora in corso.

Tra le richieste avanzate allora da Mosca sottolineiamo:

  • Blocco dell’allargamento della NATO: l’impegno formale a impedire ulteriori espansioni dell’Alleanza Atlantica, escludendo esplicitamente l’adesione dell’Ucraina.
  • Limitazioni alle Forze Militari: il divieto per la NATO di dispiegare truppe o armamenti nei Paesi entrati a far parte dell’Alleanza Atlantica dopo il maggio 1997.
  • Basi negli ex Stati sovietici: il divieto per gli Stati Uniti di stabilire basi militari o sviluppare cooperazione bilaterale nei Paesi dell’ex URSS che non fanno parte della NATO.
  • Missili a raggio intermedio e corto: il divieto reciproco di dispiegare missili a raggio intermedio e corto in aree da cui possano colpire il territorio dell’altra parte.
  • Attività militari: la limitazione delle esercitazioni e delle attività militari della NATO in Europa orientale, nel Caucaso e in Asia centrale.

Stati Uniti e NATO nel 2021 rifiutarono le richieste principali (in particolare il veto sull’allargamento della NATO e il ritiro delle infrastrutture militari ai confini del 1997), offrendo invece di negoziare su temi specifici come il controllo degli armamenti e la trasparenza delle esercitazioni.

Perciò, il 17 febbraio 2022 Mosca consegnò una contro-risposta formale agli Stati Uniti, lamentando la mancanza di disponibilità a fornire garanzie vincolanti e preannunciando la necessità di adottare misure ‘tecnico-militari’: pochi giorni dopo ci fu l’invasione dell’Ucraina.

La Russia aveva fondati motivi per ritenere che Kiev stesse per entrare nella NATO e uno dei bersagli inziali dei suoi missili balistici (13 marzo e 17 maggio 2022) furono proprio i centri di addestramento ucraini di Yavoriv (nella zona di Leopoli, vicino al confine polacco ma all’interno dei confini ucraini), a tutti gli effetti infrastrutture della NATO, come visibile nelle mappe della stessa Alleanza Atlantica (1).

Tralasciando le questioni diplomatiche e l’auspicata volontà comune di riaffermare i principi delle Nazioni Unite che venivano espressi nel documento presentato da Mosca e sui quali l’Amministrazione Trump ha tirato oggi una riga definitiva, è interessante capire se siano stati compiuti dei passi da parte dell’attuale presidenza statunitense per venire incontro alle richieste russe (2).

All’art. 1: Russia e U.S.A. non intraprenderanno azioni né parteciperanno o sosterranno attività che pregiudichino la sicurezza dell’altra Parte; non attueranno misure di sicurezza – adottate da ciascuna Parte individualmente o nell’ambito di un’organizzazione internazionale, di un’alleanza militare o di una coalizione – che possano compromettere gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Sul supporto decisivo dell’intelligence USA e dei grandi gruppi tecnologici statunitensi (da Starlink a Palantir, entrambi vicini all’Amministrazione Trump) all’Ucraina al fine di colpire il territorio della Federazione Russa ho già ampiamente scritto in precedenza e perciò non mi soffermo (3).

Articolo 2

Le Parti si adopereranno affinché tutte le organizzazioni internazionali, le alleanze militari e le coalizioni a cui partecipa almeno una delle Parti si attengano ai principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite.

Abbiamo assistito recentemente alla doppia aggressione condotta dalla “Coalizione Epstein” all’Iran, senza alcun fondamento nel diritto internazionale e senza alcuna considerazione dei “principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite”. Per non parlare del supporto statunitense ai bombardamenti israeliani su Siria, Libano e Yemen (aggressione alla quale contribuisce in gran parte l’Arabia Saudita) o del rapimento illegittimo del Presidente venezuelano Maduro.

Articolo 3

Le Parti non utilizzeranno i territori di altri Stati allo scopo di preparare o compiere un attacco armato contro l’altra Parte o altre azioni che pregiudichino gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Naturalmente, la violazione di questo articolo non avviene solo utilizzando il territorio ucraino per colpire la Russia; recentemente, sul sito del Ministero della Difesa di Mosca è comparso un elenco di venti aziende europee accusate di essere parte integrante dell’apparato militare-industriale ucraino. Quattro hanno sede in Italia, tre in Germania, due in Gran Bretagna, due in Polonia, due in Turchia, due in Repubblica Ceca, poi sono rappresentate anche imprese con basi in Israele, Spagna, Paesi Bassi, Lituania e Lettonia. Tutto ciò avviene con il consenso implicito degli Stati Uniti. Anche le infrastrutture della NATO e le basi militari statunitensi in Europa (Sigonella ad esempio in Italia nel 2022) contribuiscono così ad alimentare questo conflitto (4).

Articolo 4

Gli Stati Uniti d’America si impegneranno a impedire un’ulteriore espansione verso Est dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e a negare l’adesione all’Alleanza agli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Gli Stati Uniti d’America non stabiliranno basi militari nel territorio degli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che non siano membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, né utilizzeranno le loro infrastrutture per attività militari di alcun tipo, né svilupperanno con essi una cooperazione militare bilaterale.

Senza trascurare l’immediato ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO all’inizio dell’Operazione Militare Speciale, l’attuale Amministrazione a Washington ha annunciato l’invio di ulteriori 5.000 soldati statunitensi in Polonia e l’istituzione di una nuova base militare permanente nel Paese (ridenominata “Fort Trump”). Ma gli U.S.A. non si sono fermati qui; in Armenia, nazione che fa ancora formalmente parte dell’Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva e dell’Unione Economica Eurasiatica, lo scorso settembre Washington e Erevan hanno tenuto un nuovo ciclo di consultazioni bilaterali sulla difesa e firmato un verbale congiunto d’intesa (jointly agreed minutes) per dare seguito alla Charter on Comprehensive Strategic Partnership sottoscritta nel maggio 2026. Gli accordi discussi riguardano:

Supporto alla trasformazione e riforma delle Forze Armate armene.

Addestramento di sottufficiali (NCO), istruttori, comandanti junior e personale per il mantenimento della pace (peacekeeping).

Istruzione militare ed esercitazioni congiunte.

Sviluppo delle capacità industriali della difesa e potenziale fornitura di equipaggiamenti tramite il programma Foreign Military Sales (FMS) e programmi educativi come l’IMET, orientando l’Armenia verso una progressiva modernizzazione degli standard militari occidentali.

Articolo 5

Le Parti si asterranno dallo schierare le proprie Forze Armate e i propri armamenti – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree in cui tale schieramento potrebbe essere percepito dall’altra Parte come una minaccia alla propria sicurezza nazionale, fatta eccezione per lo schieramento all’interno dei territori nazionali delle Parti stesse. Le Parti si asterranno dal far volare bombardieri pesanti equipaggiati con armamenti nucleari o non nucleari, o dallo schierare navi da guerra di superficie di qualsiasi tipo – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree situate rispettivamente al di fuori dello spazio aereo nazionale e delle acque territoriali nazionali, dalle quali sia possibile colpire obiettivi nel territorio dell’altra Parte.

Poco più di un mese fa, si è tenuta un’esercitazione aerea della NATO nel nord-est della Polonia, nelle vicinanze di Kaliningrad con alcune decine di velivoli. All’esercitazione hanno partecipato caccia statunitensi e norvegesi, un aereo di sorveglianza NATO E-3A Sentry AWACS, velivoli per il rifornimento in volo e un aereo statunitense EA-37B per la guerra elettronica: Mosca teme che si tratti di manovre preparatorie all’isolamento dell’enclave russa dal resto della Federazione e ha risposto duramente ma soltanto sul piano diplomatico.  Inoltre, la NATO Ballistic Missile Defence (BMD), la difesa antimissile balistica dell’Alleanza Atlantica, è una rete costituita da sensori e da sistemi missilistici che i Paesi Membri offrono quale contributo nazionale alla struttura, i cui punti di riferimento in Europa sono lo European Phased Adaptive Approach (EPAA), statunitense, con il sistema americano Aegis Ashore schierato in Romania e Polonia e le navi Aegis per la BMD, stazionate nelle acque spagnole. Il sistema radar della IAMD si trova in Turchia, mentre l’infrastruttura di comando e controllo in Germania (5). Nel 2016 (grazie all’annullamento del Trattato ABM deciso da Trump) gli Stati Uniti hanno prima messo in funzione una base ABM in Romania, un sistema che utilizza lanciamissili Aegis potenzialmente in grado di lanciare Tomahawk con testata nucleare ad oltre 2400 chilometri di distanza, successivamente nel 2022 hanno costruito un sito Aegis in Polonia, ancora più vicino ai confini russi. Gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto che i siti ABM hanno lo scopo di fermare le testate puntate sull’Europa dall’Iran o dalla Corea del Nord. Mosca ovviamente non la pensa così; François Geleznikoff, direttore delle applicazioni militari presso la Commissione per l’energia atomica e le energie alternative, intervenne nel marzo 2019 in audizione presso l’Assemblea Nazionale francese sull’argomento contraddicendo Washington: “Negli Stati Uniti, la Nuclear Posture Review (NPR) non si rivolge realmente alla Corea del Nord (gli americani hanno armi che permetterebbero loro di vetrificare il Paese più volte) ma piuttosto alla Russia, in risposta alle dichiarazioni del presidente Putin” (6).

Articolo 6

Le Parti si impegnano a non dislocare missili a raggio intermedio e a corto raggio lanciabili da terra al di fuori dei propri territori nazionali, né in aree dei propri territori nazionali dalle quali tali armi possano colpire obiettivi situati nel territorio nazionale dell’altra Parte.

Il 22 settembre 2026, Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia hanno firmato a New York un accordo di sicurezza trilaterale che prevede l’apertura e la gestione di due nuove basi militari americane e la modernizzazione di quella esistente. Gli Stati Uniti ottengono ampie libertà di movimento (aria, terra e mare) per collegare le basi e la possibilità di utilizzare l’isola per il sistema di difesa missilistica (la Pituffik Space Base – ex Thule Air Base – nel nord-ovest dell’isola, ospita sistemi radar d’allerta precoce per i missili balistici). Il sistema difensivo pensato dagli Stati Uniti si evolverà da una presenza concentrata in un unico punto a una rete di strutture distribuite su tutta l’isola. Anche perché le due nuove basi non saranno le uniche installazioni militari che si insedieranno sull’isola (7).

Articolo 7

Le Parti si asterranno dal dislocare armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali e riporteranno nei propri territori nazionali le armi già dislocate all’estero al momento dell’entrata in vigore del Trattato. Le Parti elimineranno tutte le infrastrutture esistenti per il dislocamento di armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali. Le Parti non addestreranno personale militare o civile proveniente da Paesi non dotati di armi nucleari all’uso di tali armi. Le Parti non condurranno esercitazioni o attività di addestramento per forze convenzionali che prevedano scenari di impiego di armi nucleari.

A partire dal 13 ottobre 2026, si svolgerà in Italia Steadfast Noon, ‘Mezzogiorno risoluto’, l’esercitazione che l’Alleanza atlantica svolge ogni anno e che coinvolgerà le basi aeree di Aviano, in provincia di Pordenone, e Ghedi, nel Bresciano, oltre a diverse località in tutta l’area di responsabilità ben oltre il Nord del Paese. “È necessario il contributo congiunto di tutti gli Alleati: si tratta di un’iniziativa che non può limitarsi a un singolo Paese”, ha riferito il colonnello David Bull, capo delle operazioni nucleari della Nato, facendo riferimento al fatto che anche lo spazio aereo dei Paesi limitrofi potrebbe essere coinvolto. Vi parteciperanno velivoli in grado di svolgere missioni convenzionali e nucleari, anche se l’esercitazione non prevede l’impiego di armi atomiche. “Ma siamo in sintonia con Roma sul fatto che si tratti di un’esercitazione nucleare”, ha poi precisato Barrows. Gli Stati Uniti saranno presenti con equipaggi di volo e personale addetto alla manutenzione. Secondo gli stessi documenti del Pentagono, in Italia sarebbero dislocate circa 80 ordigni nucleari sotto controllo statunitense nelle basi militare italiane a Ghedi e Aviano (8).

Conclusioni

Il sintetico panorama offerto da questo articolo vuole dimostrare che la Russia non potrà cantare vittoria nemmeno dopo aver completato la conquista del Donbass, perché l’inizio dell’Operazione Militare Speciale in Ucraina è legato a considerazioni di sicurezza geopolitica tuttora irrisolte se non addirittura aggravatesi rispetto al 2022.

Se qualcuno al Cremlino crede che dopo un eventuale accordo con l’attuale Amministrazione U.S.A., la Russia verrà lasciata stare si sbaglia di grosso, perché l’Occidente collettivo si sta già preparando non solo al dopo Putin ma anche al dopo Trump.

L’obiettivo degli Stati Uniti non è altro che prendere tempo in attesa del verificarsi di almeno una delle due condizioni: l’allontanamento di Mosca dalla partnership strategica con Pechino e il conseguente rallentamento della dedollarizzazione – gli Stati Uniti non pagheranno di certo il diesel russo in rubli – e la fine della preparazione da parte della NATO ad un conflitto diretto contro la Russia – termine individuato nel 2030, quando sicuramente Trump non sarà più alla Casa Bianca.

Dal punto di vista occidentale la considerazione della Russia non è cambiata molto da quando il direttore della rivista “Foreign Policy”, l’israelo-statunitense John Feffer, la definì una “Nigeria con le armi nucleari”; secondo questa visione, Mosca deve tornare ad essere una sorta di ‘colonia estrattiva’ o ‘appendice di materie prime’ a esclusivo vantaggio delle industrie euro-statunitensi. A maggior ragione nel momento in cui la competizione tecnologica con la Cina necessita da parte degli Stati Uniti di quelle risorse strategiche di cui la Federazione Russa è ricca.

Pochi giorni fa, i 32 membri del Comitato Militare della NATO (quello statunitense in primis), erano a Kiev per ribadire il loro sostegno incondizionato all’Ucraina “rimasta costantemente al centro delle valutazioni, delle decisioni e della pianificazione futura dell’Alleanza”. Prima di fare qualsiasi altra concessione a Washington, Vladimir Putin dovrebbe pensarci bene: passare da una vittoria tattica ad una sconfitta strategica potrebbe essere più semplice di quanto sembra.

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(1) https://www.nato.int/structur/nmlo/links/yavoriv-training-centre.pdf. Il sito internet è oggi irraggiungibile (forse per mascherare le prove?), ma la sua presenza come infrastruttura dell’Alleanza Atlantica era rintracciabile ancora nel giugno 2024. Come ammise anche il “Corriere della Sera”, i morti furono più di 300 e tra di essi numerosi soldati e addestratori della NATO: Giulia Fasano, Nella base militare di Yavoriv i morti sono stati trecento, 26 marzo 2022. Anche secondo il quotidiano “Repubblica”: “Il ‘Centro internazionale per la pace e la sicurezza’ di Yavoriv ospitava istruttori occidentali, come conferma il Ministro della Difesa di Kiev”.

(2) Il documento completo è stato pubblicato sul sito internet del Ministero degli Esteri della Federazione Russa: Treaty between The United States of America and the Russian Federation on security guarantees, 17 dicembre 2021.

(3) Ad esempio, cfr. Le basi della CIA in Ucraina: chiave del contenimento anti-russo in Europa, “Strategic Culture Foundation”, 11 aprile 2026.

(4) Nel contesto del conflitto in Ucraina e della postura di deterrenza della NATO, le basi militari presenti sul territorio italiano (gestite sia dalle Forze Armate italiane che dagli Stati Uniti) svolgono funzioni chiave di sorveglianza aerea, intelligence, logistica e comando, cfr. ad esempio Federico Petrangeli, Supporting Kyiv: Italy’s Military Assistance between Strategic Continuity and Political Division, IAI, 11 giugno 2026.

(5) Senato della Repubblica italiana, Schema di decreto ministeriale di approvazione del programma pluriennale di A/R n. SMD 32/2025, relativo all’ammodernamento, al rinnovamento e al potenziamento della capacità nazionale di difesa aerea e missilistica a protezione del territorio nazionale e dell’Alleanza Atlantica, alla protezione di teatro delle forze schierate in aree di operazione, inclusa la componente navale (n. 377), Resoconto sommario del 4 febbraio 2026.

(6) Stefano Vernole, La forza di dissuasione nucleare francese, Focus CeSEM, 3 maggio 2022.

(7) Stefano Vernole, Gli Stati Uniti hanno messo le mani sulla Groenlandia dimostrando la totale irrilevanza dell’Unione Europea, “Strategic Culture Foundation”, 5 ottobre 2026.

(8) Redazione Peacelink, L’esercitazione nucleare della NATO Steadfast Noon 2026 comincerà sui cieli italiani il 13 ottobre.

The EU’s latest mad plan to save itself

By: A A
13 October 2026 at 22:16

Ursula von der Leyen has the answer. Borrow even more money. Borrow like there’s no tomorrow.

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The most remarkable thing about the rapid demise of the U.S. is that when it hits the bottom of the ocean floor economically, it will be in a better state than the EU. The panic among EU leaders, in particular Ursula von der Leyen, is breathtaking. Barely a week passes before she makes another crackpot policy announcement, gives herself a salary increase, or makes a statement about needing to give even more money to Ukraine. But in recent months these announcements have become more radical and existential, and we are seeing a new dawn now in the EU where the only solution to cover up the feral spending and borrowing is to fabricate a war with Russia and then blame Putin for the whole fiasco.

Every now and again we get a sober reminder about the economic situation of the U.S., EU and Russia. The recent news that Putin is going to sell around 2 million tonnes of diesel oil to “global markets” (as U.S. media phrases it), the lion’s share going to the U.S. before, during and just after the midterm elections in a bid to stabilise the price to help Trump. We will have to assume that countries who buy some of their diesel from the U.S. will continue doing so, but it might, in fact, be Russian oil.

There’s a lot of fake news buzzing around originating from Trump, who likes to distract journalists away from the top issues. It’s hard to see how the American public will respond to Trump’s latest decision to buy Russian diesel, but it’s hard to see this being a solution to the global oil crisis, let alone Trump’s record-low ratings. Will Trump really go ahead with a new wave of strikes on Iran after the midterms, as he has said? Or is it that his own intelligence agencies have picked up information that Iran is poised for a massive strike, and so therefore he is obliged to send even more troops, plus a carrier, to the region?

Regardless of how France and Germany get their diesel in the coming weeks, after Trump forced these governments to dip into their own reserves by threatening a U.S. export ban, it’s hard to see how the Achilles heel of most EU economies – crude oil products – can still be controlled by Moscow. While intellectually challenged figures like Mark Rutte make such stupid comments about how Russia could never win a war with NATO based on comparative GDP data, this latest move might be a huge wake-up call for Macron and Merz, the latter facing dismally low poll ratings. How do you continue to fund a war in Ukraine with the ‘frenemy’ relationship pushed to breaking point, such as is the case now with the U.S. having to buy diesel from Russia? EU countries loathe Putin, as the one hope they had to magically breathe new life into EU economies by taking Ukraine under its wing was shattered when Russian forces invaded. Putin is everything they are not. Nobody can deny Putin is a leader – the very thing that is so desperately lacking in EU countries. Leadership.

But the situation now has reached farce. With a global diesel crisis brought about by Trump’s war with Iran, EU countries are expected to buy diesel on the international market, topped up by Russia. In fact, buying oil from your enemy is nothing new. Countries have been doing this for decades. Even in Syria, we saw terror groups in the north-east of the country take over the oil infrastructure and then sell oil back to the Assad regime.

It’s hard to see how EU countries will draw a line in the sand between their geostrategic military objectives and their very realistic need for a stable oil supply. But in the midst of this chaos, Ursula von der Leyen has the answer. Borrow even more money. Borrow like there’s no tomorrow. Her latest proposal is to expand the current seven-year EU budget to 2 trillion euros, and there is only one way this can be achieved, as member states are never going to cough up more for the EU experiment. She will be forced to borrow from international banks to replace a previous loan of 750 billion euros for COVID. This is the solution for failing economies. Where once for so many years EU apparatchiks would defend the EU’s failure to implement its own rule book, in preference for constantly adopting new legislation, now this seems to have been replaced by ‘create a panic about Russia and make the EU a sort of executive of NATO without a single trace of democratic virtue’. Von der Leyen doesn’t stipulate what this massive increase is for, but we can assume some of it will be siphoned off for Ukraine. Madness on steroids. But hidden in the text is a new series of taxes which the EU itself could impose on individuals, and so in the smoke-and-mirrors confusion we see there is a back-door way to start taxing EU citizens, something Brussels never touched before. How long has the whole project got?

Diesel et crise diplomatique : Poutine durcit le ton, Zelensky pète uncâble et Trump exige sa tête

By: A A
13 October 2026 at 17:05

par Russia TRUTH

Une succession rapide de manœuvres diplomatiques a permis à Donald Trump d’être publiquement réhabilité, à Vladimir Poutine de garder le contrôle stratégique total et à Volodymyr Zelensky de sombrer dans une rage sans bornes :

• L’accord bilatéral sur le diesel : La Maison Blanche et le Kremlin ont conclu un accord en vertu duquel le Trésor américain accorde une dérogation renouvelable aux sanctions sur les exportations russes de diesel jusqu’au 7 avril 2027. En contrepartie, Moscou a accepté de lever son interdiction temporaire d’exportation nationale de distillats moyens, apportant ainsi un soulagement immédiat, tant psychologique que concret, à un marché mondial du diesel mis à mal par les interdictions de transport maritime imposées au Moyen-Orient.

• L’effondrement du mythe de la «trêve énergétique» : Les rumeurs relayées par les médias occidentaux alléguant que Moscou aurait accepté une cessation provisoire des frappes aériennes et des tirs de missiles sur le réseau électrique ukrainien en échange d’un allègement plus large des sanctions ont été totalement discréditées. La position russe reste inébranlable : pas de cessez-le-feu provisoire ni sur terre, ni en mer, ni dans les airs.

• Moscou suspend officiellement les négociations : Lors d’un point presse officiel rendant compte du sommet téléphonique entre Poutine et Trump, le conseiller du Kremlin en matière de politique étrangère, Youri Ouchakov, a lancé une bombe diplomatique : la Russie a officiellement révoqué sa décision de septembre dernier de reprendre les négociations trilatérales avec Washington et Kiev. Invoquant les tentatives d’attaques par drones menées par l’Ukraine contre des bureaux de vote russes lors des élections à la Douma d’État, Poutine a informé Trump que le processus de négociation est suspendu indéfiniment tandis que les forces russes progressent sur l’ensemble du front.

• Rupture entre Washington et Kiev : Axios a confirmé que Donald Trump a personnellement adressé six exigences distinctes à Zelensky, lui ordonnant de mettre immédiatement fin aux raids de drones ukrainiens visant les raffineries russes. Zelensky a défié ces six exigences. Piégé par la dépendance de son pays aux financements occidentaux, Zelensky s’en est ouvertement pris à Trump, qualifiant le dialogue entre Washington et Moscou de «trahison en coulisses» et accusant la Maison Blanche d’utiliser les réunions à Miami comme écran de fumée pour traiter directement avec le Kremlin.

1. La transaction sur le diesel : un levier stratégique négocié contre un répit électoral

L’accord conclu entre Washington et Moscou est présenté par la Maison Blanche comme une avancée majeure. En réalité, cet accord marque le recul logique d’une puissance hégémonique surendettée, confrontée aux réalités économiques à l’approche des élections de mi-mandat de novembre :

• Le mécanisme de la dérogation : tout comme le Trésor américain a discrètement délivré des licences renouvelables pour permettre aux raffineries indiennes d’acheter du pétrole brut russe acheminé par voie maritime à la suite des premières escalades dans le golfe Persique en février, Washington a de nouveau accordé une dérogation d’urgence pour le diesel russe. Confronté à la réalité des pénuries de diesel agricole et routier, Trump a cédé sur ce que son dispositif de sanctions s’efforçait d’empêcher depuis des années.

• Le levier calculé de Novak : le vice-premier ministre russe Alexandre Novak a signalé il y a plusieurs semaines que les stocks nationaux de diesel en Russie affichent un excédent, la récolte agricole de cette année étant suffisante et comparable à celle de l’année dernière. L’interdiction russe des exportations, loin d’être un acte de désespoir déclenché par les frappes de drones ukrainiens, constituait un instrument de levier géopolitique. Moscou a retenu les distillats hors du marché jusqu’à ce que Washington soit contraint de négocier un assouplissement des sanctions.

• L’arithmétique du réel : comme l’ont démontré les analystes énergétiques, les volumes de diesel exportables par la Russie couvrent environ neuf jours de consommation intérieure américaine. Le véritable moteur de la crise énergétique mondiale reste le blocus du golfe Persique et de la mer Rouge. Pourtant, en acceptant de libérer ce volume, Moscou a obtenu une concession politique majeure de la part de Trump tout en démontrant aux pays du Sud que les régimes de sanctions occidentaux sont mis de côté dès que les prix intérieurs menacent une élection américaine.

2. Le point presse d’Ouchakov : la Russie claque la porte des négociations

La révélation géopolitique cruciale du jour provient du compte-rendu officiel de Youri Ouchakov sur le sommet téléphonique Poutine-Trump.

Pour la première fois depuis le lancement de l’opération militaire spéciale en 2022, la Fédération de Russie a officiellement et publiquement retiré son offre de pourparlers diplomatiques :

Poutine expose à Trump la doctrine russe durcie :

Les tentatives du régime de Kiev de perturber notre processus démocratique par des attaques terroristes contre des bureaux de vote ont réduit à néant toute possibilité de négociations. Nos forces armées détiennent l’initiative et avancent avec assurance. C’est à nous de déterminer si et quand des pourparlers auront un sens.

Il s’agit là d’un tournant décisif.

Tout au long du conflit, Moscou a maintenu une position cohérente : nous restons ouverts à un règlement politique et diplomatique selon nos conditions.

En lançant des attaques massives de drones contre les capitales provinciales russes et les bureaux de vote pendant les élections à la Douma, Bankova a fait le jeu de l’état-major russe.

Poutine a profité de cet incident pour mettre définitivement fin à cette voie de négociation, informant Trump que la Russie n’envisagera pas de discussions trilatérales tant que ses forces auront l’initiative opérationnelle totale.

Selon Ouchakov, Trump n’a pas réagi ; il a promis d’envoyer des «signaux» fermes à la délégation ukrainienne qui attendait à Miami.

3. Le coup de folie de Bankova : six défis, l’arnaque des 27 milliards d’euros et la rupture de Séoul

À Kiev, la prise de conscience que Donald Trump négocie des accords énergétiques directement avec Vladimir Poutine a provoqué une réaction démesurée de la part de Volodymyr Zelensky :

• Les six exigences : un reportage d’Axios a confirmé que la Maison Blanche a émis six directives distinctes à l’intention de Bankova, ordonnant la fin immédiate des attaques contre les infrastructures de raffinage russes. La motivation de Trump est purement intéressée : chaque frappe contre un craqueur de catalyseur russe fournit aux traders de Wall Street un prétexte pour faire grimper les cours à terme du diesel. Zelensky a rejeté toutes ces directives. Mettre fin aux frappes reviendrait à admettre que toute la campagne estivale de drones n’a abouti à aucun résultat stratégique.

• Le racket des 27 milliards d’euros : les dirigeants ukrainiens ne peuvent se permettre d’arrêter l’offensive de drones, car celle-ci constitue leur principal argumentaire utilisé pour extorquer des fonds à Bruxelles. Des responsables du ministère ukrainien de la Défense ont récemment déclaré que sans 27 milliards d’euros de subventions européennes immédiates, le montage de drones sur le territoire national serait interrompu. En déployant des munitions volantes pour incendier des réservoirs de stockage périphériques dans des villes de province russes, Bankova fabrique des images destinées à persuader des dirigeants européens comme Friedrich Merz et Ursula von der Leyen de continuer à faire affluer l’argent des contribuables dans les caisses du régime.

• La crise diplomatique avec Séoul : l’irritabilité diplomatique de Zelensky s’est étendue au-delà de Washington. Après la capture de deux soldats nord-coréens dans la région frontalière de Koursk, un accord a été conclu avec Séoul pour transférer secrètement les prisonniers en vue de les interroger. Ignorant la demande explicite de confidentialité formulée par la Corée du Sud pour éviter tout conflit avec Pyongyang, Zelensky a annoncé publiquement l’opération à des fins de relations publiques. Lorsque Séoul a protesté, Bankova a refusé de présenter des excuses, déclenchant une rupture diplomatique sans précédent qui a abouti au retrait par la Corée du Sud de son ambassadeur à Kiev — s’aliénant inutilement un partenaire qui avait fourni plus de 500 000 obus d’artillerie de 155 mm pour la campagne de 2023.

4. Le théâtre de la décapitation : sous-stations, centres de la SBU et le «Collegium» de Surovikin

Tandis que les diplomates échangent leurs reproches, la campagne aérienne stratégique russe contre Kiev est entrée dans une phase opérationnelle meurtrière :

1. La destruction du réseau électrique : des observateurs indépendants du secteur électrique confirment que les frappes russes sur la sous-station de Kievska de 750 kV et les nœuds de transformation du nord ont contourné les boucliers de protection en béton en ciblant les transformateurs de réduction de tension, les disjoncteurs et les parcs de refroidissement. Toute la rive droite (moitié ouest) de Kiev reste plongée dans une coupure d’électricité totale. Le réseau de métro étant à l’arrêt et les pompes de relevage d’eau à haute pression hors service, l’assainissement municipal a cessé de fonctionner, provoquant des refoulements d’eaux usées généralisés dans tout le centre administratif.

2. Les ogives coupe-câbles : les Forces aériennes russes (VKS) ont introduit des sous-munitions spécialisées, déployées par des appareils Geran-4 à propulsion à réaction, conçues spécifiquement pour sectionner les lignes aériennes à haute tension. En coupant les lignes reliant la production nucléaire de base de l’ouest à Kiev, les forces russes s’assurent que, même si les transformateurs des sous-stations sont réparés, le courant ne puisse physiquement atteindre la capitale.

3. Le collège de Surovikin : des sources militaires faisant autorité confirment que, bien que le chef d’état-major général Valery Gerasimov conserve officiellement le commandement suprême, le général Sergei Surovikin dirige activement la campagne d’interdiction et de destruction des infrastructures sur l’ensemble du théâtre d’opérations, à la tête d’un collège restreint de généraux supérieurs, dont Andrey Mordvichev et le vice-ministre de la Défense Yunus-Bek Yevkurov. Les caractéristiques de ce groupe de commandement — blocus systématique des ponts, ciblage méthodique des nœuds administratifs du SBU et publication de coupes architecturales du bunker souterrain de Zelensky situé sous la rue Bankova — indiquent une opération destinée à rendre la capitale fonctionnellement inhabitable pour le régime.

5. Usure sur le front : Dobropillya nettoyée, mines saisies, poches encerclées

Sur le terrain, les formations interarmes russes progressent à un rythme accéléré à travers les dernières lignes de fortifications ukrainiennes :

• La prise d’assaut de la mine de Dobropilska : le ministère russe de la Défense a confirmé que des groupes d’assaut de la 51e armée interarmes et des formations spécialisées d’infanterie de marine ont nettoyé les secteurs ouest de Dobropillya, pénétrant dans les galeries fortifiées de la mine de charbon de Dobropilska. Plus de 82 structures fortifiées ont été nettoyées en l’espace de 24 heures. La prise des imposants terrils de la mine offre aux observateurs d’artillerie russes un contrôle de tir direct et panoramique sur les lignes arrière de Druzhkivka.

• La liquidation des poches de résistance du nord : dans le nord-est de l’oblast de Kharkiv, les dernières poches de résistance du groupement frontalier ukrainien, fort de 1 700 hommes, ont été éliminées. Les forces russes ont libéré les hameaux centraux de la région, déplaçant ainsi le centre de gravité opérationnel du Groupe de forces Nord vers l’encerclement direct du nœud logistique de Velykyi Burluk. Au nord de Soumy, les positions avancées ukrainiennes le long des lisières de forêt se sont effondrées, rapprochant les détachements russes avancés à portée d’artillerie des limites municipales de Soumy.

• Le couloir mortel du Dniepr méridional : à Zaporijia, la fermeture du pont de Vantovyi (Khortytsia) a transformé les voies d’approvisionnement de la rive est en champ de bataille meurtrier. Les opérateurs de drones FPV russes, bénéficiant d’une ligne de visée ininterrompue au-dessus des fonds asséchés du réservoir de Kakhovka, ont établi un contrôle total des tirs sur tout le trafic routier tentant de renforcer le front sud.

Le crépuscule de la guerre par procuration

Les événements du 10 octobre 2026 marquent la fin d’une époque dans l’art de gouverner moderne :

• Donald Trump a obtenu sa dérogation temporaire sur le diesel pour protéger ses arrières sur le plan politique intérieur, reconnaissant ainsi que l’arme unipolaire des sanctions est inopérante.

• Vladimir Poutine a fait savoir que la Fédération de Russie ne se prêtera plus au jeu des négociations trilatérales théâtrales alors que ses soldats traversent les lignes défensives ukrainiennes.

• Et à Kiev, Volodymyr Zelensky est confiné dans une capitale plongée dans l’obscurité et envahie par les eaux usées — hurlant des insultes à ses protecteurs américains, rompant ses liens avec ses fournisseurs asiatiques et regardant ses brigades d’élite périr dans les tourbières du Donbass.

La transaction est conclue. Les illusions sont brisées.

Le maître impérial a conclu son accord parallèle sur le carburant, son mandataire a été abandonné à son sort, et la machine militaire souveraine de la Fédération de Russie achève méthodiquement la guerre dans la steppe eurasienne.

Publiéà l’origine par RussiaTruth 

Traduction:  ReseauInternational

O Oriente Médio 3 anos depois da Operação Dilúvio Al-Aqsa

By: A A
13 October 2026 at 16:10

Hamas mudou completamente o mapa do Oriente Médio, impediu a causa palestina de cair no esquecimento e dificultou a normalização de relações entre Israel e os países muçulmanos.

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Em 7 de outubro de 2023 iniciou-se, a partir de Gaza, uma memorável operação militar, na qual aproximadamente 4 mil homens armados das unidades de elite dos vários movimentos da resistência palestina local (Jihad Islâmica Palestina, FPLP, FDLP, Comitês de Resistência Popular, etc., liderados pelo Hamas) lançaram-se como um copo transbordando sobre os assentamentos sionistas dos arredores.

A ação era, simultaneamente, resposta à intensificação das expropriações de famílias palestinas na Cisjordânia, à pressão crescente sobre a Mesquita Al-Aqsa e à política de apaziguamento dos países árabes, e visava através da captura de militares (ativos e reservas) israelenses forçar a entidade sionista a uma guerra de atrito que pudesse conduzir a um desgaste significativo de Israel, internamente e externamente, e a uma reproposição da questão do Estado Palestino.

Ao que tudo indica, uma das expectativas da liderança do Hamas era de que o Hezbollah e o Irã e, talvez, as organizações militares da Cisjordânia se engajariam, também, brevemente e de forma sustentada, no conflito com Israel. Por uma série de motivos – totalmente diferentes para cada um dos atores – isso não aconteceu, exceto no caso do Hezbollah, e de forma limitada até a invasão terrestre do Líbano e, no caso do Irã, também de forma limitada durante a Guerra dos 12 Dias.

O evento levou a transformações cataclísmicas no Oriente Médio que podemos já descrever e a um panorama que, talvez, seja desconcertante para muitos que previram um cenário de vitória total sionista.

Não é nossa pretensão fazer uma descrição minuciosa dos processos que foram iniciados a partir da Guerra de Gaza, de modo que apenas tentaremos resumir cada um dos cenários em seus principais eventos e panorama atual.

Quanto à Gaza em si, a sua população foi vítima de limpeza étnica. Os números de mortes, se somarmos todas as causas, talvez chegue a 200 mil, ou seja, 10% da população a Faixa de Gaza. Uma parte significativa da liderança do Hamas, por sua vez, foi assassinada durante a guerra. Israel, porém, foi derrotada no conflito, considerando que não conseguiu alcançar os seus objetivos de destruir o Hamas, ocupar permanentemente toda a Faixa de Gaza e deslocar a população palestina. Os danos materiais e sociais para Israel, por sua vez, foram imensos. 60 bilhões de dólares em perdas econômicas gerais, aumento das tensões sociais internas e destruição total – talvez irreversível – da imagem internacional de Israel. Ademais, incapaz de derrotar o Hamas, Israel foi obrigada a aceitar um acordo de paz imposto pelos EUA. Enquanto isso, o Hamas segue com aproximadamente 12 mil soldados ativos e mais 15 mil recrutas jovens em treinamento, de modo que em breve retornará a aproximadamente o mesmo nível de força que antes de 7 de outubro de 2023.

Na frente libanesa, o conflito levou ao deslocamento de mais de 1 milhão de libaneses de suas casas, ao assassinato de Hassan Nasrallah, líder do Hezbollah, e de alguns outros líderes do movimento, à desestabilização política do Líbano, e envolveu a invasão por terra do país por parte do Estado de Israel, que, porém, não conseguiu também alcançar seus objetivos de forçar o governo libanês a desarmar o Hezbollah. O Hezbollah, por sua vez, que foi degradado de forma significativa entre 2023 e 2024 por tentar operar como forças armadas regulares, retornou à guerra de insurgência e com o aumento no uso de drones e novas ferramentas tecnológicas, bloqueou o avanço de Israel em 2026.

Quanto à Síria, testemunhamos o colapso do governo de Bashar Al-Assad e a tomada do país pelas milícias terroristas ligadas à Al-Qaeda, ao ISIS e outros grupos extremistas, os quais levaram à presidência Ahmed Sharrah. Israel se aproveitou do momento para destruir a maior parte do hardware militar sírio e ocupar uma faixa de segurança no entorno das Colinas de Golã, estabelecendo uma tênue aliança com as tribos e milícias druzas da região. A Queda de Assad impôs dificuldade para a logística do Hezbollah, que contava com a Síria para o trânsito de equipamento vindo do Irã. Se Israel esperava ter passagem livre pela Síria, porém, a situação é tornada mais complexa pelo fato de que a região é disputada, enquanto área de influência, com a Turquia, de modo que as tensões entre ambos países segue aumentando.

Os cenários palestino, libanês e sírio permitiam dizer, no início de 2025, por exemplo, que Israel estaria avançando significativamente em seus objetivos delineados no Plano Oded Yinon de desestabilizar e fragmentar os países vizinhos para facilitar a construção da Grande Israel. Teríamos aqui, naquele momento, a derrocada da estratégia do Crescente Xiita e do projeto geopolítico de Qassem Soleimani. Quando acrescentamos os cenários iraquiano e iraniano, bem como o contexto geral do Oriente Médio, a situação muda significativamente.

Porque no espaço entre a Guerra dos 12 Dias e a Guerra do Irã vimos o colapso do poder regional dos EUA no Oriente Médio, a ascensão do Irã a principal pretendente à hegemonia regional e o recuo de Israel para uma posição mais defensiva e de retaguarda.

Sinais de que o projeto israelense era mais frágil do que parecia à primeira vista apareceram já no conflito com o Irã em 2025. Incapaz de derrotar o Irã, que fustigava as defesas e infraestruturas israelenses com enxames de drones e mísseis, Israel teve que apelar por ajuda aos EUA, que realizaram um ataque aéreo majoritariamente simbólico contra instalações nucleares vazias no Irã. Isso não passou despercebido.

A nova rodada de conflito em 2026, iniciando-se no final de fevereiro, apesar de iniciar com o assassinato do Aiatolá Ali Khamenei, levou à eliminação de boa parte das bases dos EUA no Oriente Médio, ao bloqueio do Estreito de Ormuz, à destruição das capacidades antiaéreas israelenses, à evacuação das tropas estadunidenses no Iraque e à destruição do mito da superioridade militar incontestável dos EUA.

De fato, a incapacidade dos EUA de alcançar seus objetivos políticos militarmente no Oriente Médio (após o fracasso da tentativa de revolução colorida de janeiro), mesmo usando 2 porta-aviões (1 dos quais pode ter sido seriamente danificado nas operações), sua incapacidade de proteger seus aliados árabes, a própria incapacidade dos aliados árabes de defenderem a si mesmos, o esgotamento parcial dos estoques de mísseis dos inimigos do Irã, e a capacidade iraniana de rapidamente repor sua liderança e de agir militarmente de forma descentralizada, bem como sua demonstração de que sua capacidade industrial-militar permanecia ativa, mudaram o mapa geopolítico no Oriente Médio.

Em alguma medida, hoje, é o Irã quem dá as cartas. A evacuação do Iraque pelos EUA reabre o país para a penetração da influência iraniana, o que põe em risco até mesmo o domínio da Síria por Ahmed Sharrah.

Para contornar o controle iraniano de Ormuz, os sauditas têm experimentado com usar o Mar Vermelho e rotas terrestres. Se esses esforços fossem bem-sucedidos, a importância de Ormuz diminuiria e, com isso, o poder de barganha do Irã. O problema é que, exatamente quando isso começou a acontecer, o Ansarullah iemenita entrou no tabuleiro, iniciando uma operação militar em larga escala para derrotar os rebeldes apoiados por Riad. A resposta saudita aos avanços houthis levou ao fechamento parcial do Estreito de Bab-el-Mandeb e a ataques não apenas contra as instalações da ARAMCO, mas até mesmo contra poços de petróleo sauditas.

Se retornamos ao panorama geopolítico israelense, enfim, o país se encontra ainda com um problema palestino em Gaza, o Hezbollah ativo no Líbano, sem poder avançar na Síria por causa da ameaça turca e com suas capacidades militares defensivas bastante reduzidas.

Longe da “Pax Judaica” e da “Grande Israel” estamos vendo o reposicionamento dos atores geopolíticos e o ator na posição mais vantajosa é, hoje, o Irã. As negociações recentes entre Israel e os países árabes sunitas não muda significativamente o cenário.

3 anos depois da Operação Dilúvio Al-Aqsa, portanto, não nos é possível dizer se os objetivos de Ismail Hanyeh e Yahya Sinwar foram alcançados, mas é impossível negar que a ousadia do Hamas mudou completamente o mapa do Oriente Médio, impediu a causa palestina de cair no esquecimento e dificultou a normalização de relações entre Israel e os países muçulmanos.

La inteligencia humana, lainteligencia artificial y el futuro de la guerra algorítmica

By: A A
13 October 2026 at 16:06

Cuanto más aleja la tecnología al actor, más debe aumentar su responsabilidad.

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De persona a objetivo

¿Qué será de la humanidad cuando la tecnología sea capaz de reconocer, clasificar, rastrear y, en última instancia, matar a seres humanos sin que quienes ejecutan los ataques los hayan visto jamás?

Mi amigo Mohammad Reza Dehshiri planteó precisamente esta pregunta, y su respuesta es contundente.

El peligro, escribe, no es la inteligencia artificial, sino la inhumanidad artificial; es decir, la posibilidad de que las máquinas se vuelvan más precisas precisamente cuando los humanos dejen de sentirse responsables de lo que esas máquinas hacen en su nombre.

Con este artículo, inicio una serie que toma el análisis de Dehshiri como punto de partida e intenta llevarlo más allá. Si el problema es la «inhumanidad artificial», la respuesta no puede estar en una IA «más ética», como si la ética fuera un módulo que se instalara a posteriori en un sistema que ya ha sido diseñado.

Necesitamos recuperar una categoría que la jerga tecnológica ha vuelto casi innombrable: la inteligencia humana, entendida no como un vestigio que hay que proteger en medio de las complejidades de la automatización, sino como una forma de conocimiento con características propias y distintivas, que ningún aumento en la potencia computacional puede reemplazar.

La llamaré Inteligencia Humana, y la ambigüedad es deliberada. En la jerga de los servicios de inteligencia, HUMINT se refiere a la más antigua de las disciplinas de inteligencia: aquella que se basa en las personas, las fuentes, los idiomas y la visita paciente y frecuente a distintos lugares.

En terminología filosófica, la expresión denota la facultad de comprender. La tesis de esta primera contribución es que estos dos significados ahora convergen, y que su convergencia tiene implicaciones geopolíticas que se extienden mucho más allá del debate sobre la ética de las armas.

Podemos describir la cadena operativa de la guerra contemporánea en siete etapas: detectar, identificar, clasificar, predecir, priorizar, seleccionar el objetivo, atacar.

Cada eslabón puede perfeccionarse técnicamente sin que la secuencia, tomada en su conjunto, se perfeccione moralmente. El fenómeno resultante se denomina «dataficación de la vida humana»: el individuo reducido a una identidad, una ubicación, un patrón de comportamiento, un índice de amenaza.

Esto no es una abstracción. En abril de 2024, una investigación de Yuval Abraham para +972 Magazine y Local Call describió a «Lavender», un sistema utilizado por las fuerzas armadas israelíes en Gaza para asignar a decenas de miles de personas una probabilidad de afiliación a grupos armados.

Según fuentes internas citadas en la investigación, la verificación humana de cada nombre a menudo no duraba más de veinte segundos: el tiempo necesario para determinar que el objetivo era un hombre.

Las Fuerzas de Defensa de Israel han refutado este relato y han descrito a «Lavender» como una base de datos diseñada para apoyar a los analistas.

Sin embargo, incluso si se acepta la versión oficial, el meollo del asunto sigue siendo el mismo: había un operador humano presente, y su presencia no fue suficiente para transformar la recomendación del sistema en un juicio.

La psicología cognitiva tiene un nombre para este fenómeno, el sesgo de automatización: la tendencia de quienes trabajan con un sistema automatizado a tratar sus recomendaciones como un sustituto de su propia verificación y a no buscar la información que pudiera contradecirlas.

Ya en 1976, Joseph Weizenbaum —quien había creado uno de los primeros programas conversacionales de la historia— ya distinguía entre la capacidad de calcular y la capacidad de juzgar, y argumentaba que hay tareas que no deberían confiarse a una computadora, incluso si esta fuera capaz de realizarlas. Medio siglo después, esta distinción se ha vuelto aún más apremiante. La computación trabaja con lo que ya se ha traducido en datos. El juicio debe decidir si esa traducción ha sido fiel.

Dehshiri deja claro este punto con cuatro distinciones: la precisión técnica no es precisión ética; la exactitud no es justicia; la automatización no es responsabilidad; la superioridad tecnológica no es superioridad moral.

Yo agregaría una quinta, de naturaleza epistémica, de la que dependen las demás: la correlación no es comprensión. Un sistema de aprendizaje automático reconoce patrones estadísticos en un conjunto de datos. No sabe qué es una escuela, porque no sabe qué es un niño, y ni siquiera sabe que no sabe esto.

L’iraniano cita un interesante estudio de caso: el 28 de febrero de 2026, en las primeras horas de la guerra, la escuela primaria Shajareh Tayyebeh en Minab, en la provincia de Hormozgan, fue alcanzada varias veces durante el horario escolar.

Las cifras proporcionadas por las autoridades iraníes oscilan entre 150 y 175 muertos, la gran mayoría de los cuales eran niñas, junto con docenas de maestros y algunos padres; el fiscal del distrito fijó el número total de muertos en 156.

Washington nunca ha reconocido directamente su responsabilidad ni ha publicado los resultados de la investigación del Pentágono. Amnistía Internacional ha descrito el incidente, en el mejor de los casos, como un grave fallo de inteligencia.

Hay un detalle, revelado por imágenes satelitales, que traslada el análisis del plano moral al fáctico.

Según los medios occidentales, la escuela se encontraba junto a una base naval perteneciente a la Guardia Revolucionaria y anteriormente había formado parte de ella; entre las explicaciones que circulan en los círculos estadounidenses se encuentra la de datos de selección de objetivos desactualizados.

Si se confirmara esta hipótesis, Minab no sería un caso de una máquina que cometió un error, sino de una base de datos que había dejado de corresponder a la realidad. El edificio había cambiado. Los datos, no.

Ningún algoritmo de clasificación, por muy sofisticado que sea, puede detectar que un antiguo edificio militar se ha convertido en una escuela si nadie ha registrado el cambio. Todos los que vivían en Minab lo sabían: los padres que llevaban a sus hijas a la escuela cada mañana, el conductor del autobús escolar, los maestros.

Este es precisamente el tipo de información que recopila el HUMINT y que la guerra a distancia tiende a considerar superflua, porque es lenta, costosa y difícil de ampliar. Con base en fuentes de dominio público, la responsabilidad de EE. UU. parece altamente probable, aunque las circunstancias exactas siguen sin estar claras y el nivel de certeza en este punto es bajo: un error en la base de datos, un error de clasificación o una aceptación consciente del riesgo.

Sin embargo, las tres hipótesis convergen en la misma pregunta. ¿Quién, antes del ataque, verificó si había personas en ese edificio?

Más allá del «human-in-the-loop»

El debate internacional se ha conformado durante mucho tiempo con el principio de human-in-the-loop, según el cual un ser humano forma parte del ciclo de toma de decisiones.

Esta fórmula es insuficiente: una persona puede estar presente en el ciclo y, sin embargo, limitarse a dar el visto bueno a la recomendación del algoritmo.

Él propone sustituirlo por un principio más exigente, al que denomina humanity-in-command: la capacidad efectiva de cuestionar, rechazar, anular y detener el proceso automatizado.

La historia de la Guerra Fría ofrece dos ejemplos que aclaran lo que esto significa en la práctica. El 26 de septiembre de 1983, el sistema soviético de alerta temprana Oko señaló el lanzamiento de cinco misiles balísticos desde Estados Unidos.

El oficial de guardia, Stanislav Petrov, descartó la alarma como una falsa alarma y no la reportó como un ataque en curso, razonando que un primer ataque estadounidense nunca consistiría en solo cinco misiles.

Tenía razón: el satélite había confundido el reflejo del sol en las nubes con lanzamientos de misiles.

Veintiún años antes, el 27 de octubre de 1962, en el mar del Caribe, el submarino soviético B-59, aislado y bajo fuego de cargas de profundidad, estaba a punto de lanzar un torpedo con ojiva nuclear. El lanzamiento requería el consentimiento de los tres oficiales de mayor rango a bordo, y Vasily Arkhipov se negó a darlo.

En ninguno de los dos casos el hombre aprobó una recomendación del sistema. La contradijo. Y no lo hizo porque tuviera más datos: de hecho, los datos eran el problema.

Lo hizo porque sabía plantearse una pregunta que ningún procedimiento le exigía hacer, a saber, si lo que estaba viendo tenía sentido en el contexto de todo lo demás que sabía sobre el mundo.

Petrov estaba familiarizado con la doctrina nuclear estadounidense; Arkhipov sabía la diferencia entre un ataque y una amenaza. Es esta capacidad de comparar la señal con el panorama general, el detalle con lo que es plausible, lo que yo denomino Inteligencia Humana. Vale la pena señalar que el Dena fue hundido por un submarino. No sabemos qué se les preguntó a sus oficiales, ni qué margen de discreción tenían para tomar decisiones.

Esta propuesta debe aclararse, ya que existe el riesgo de reducirla a un llamado humanista genérico. La Inteligencia Humana, tal como yo la entiendo, se estructura en tres niveles distintos, cada uno de los cuales marca un límite estructural —más que contingente— de la inteligencia artificial.

El primer nivel es epistémico. La tradición escolástica distinguía entre intellectus, el acto mediante el cual la mente capta inmediatamente una verdad, y ratio, el proceso discursivo de pasar de un elemento a otro: para Tomás de Aquino (Summa Theologiae, I, q. 79, a. 8), ambos no son facultades distintas, sino aspectos de un único intelecto, en el que el razonamiento comienza con una comprensión y regresa a una comprensión. Los sistemas actuales de aprendizaje automático logran una ratio de una potencia sin precedentes, capaz de inferir, combinar y predecir a escalas inaccesibles para la mente humana.

Carecen del aspecto del intellectus, es decir, de la comprensión del significado de lo que procesan. Esta es una tesis filosófica y debe presentarse como tal, pero tiene consecuencias prácticas precisas: un sistema desprovisto de comprensión no puede saber cuándo su propio modelo del mundo se ha vuelto falso.

El segundo aspecto es práctico. La Prudentia, según la definición tomista, es la razón recta aplicada a la acción, y su tarea específica consiste en aplicar el principio universal al caso particular. La máquina generaliza: su valor radica en asignar el caso individual a una clase.

La prudencia hace lo contrario, porque debe reconocer qué es lo que, en este caso particular, queda fuera de la clase. La guerra, que es el ámbito de lo singular y lo imprevisto, es el escenario donde esta diferencia tiene mayor peso.

La nota Antiqua et nova del Vaticano, de enero de 2025, retomó esta línea de pensamiento, haciendo hincapié en la naturaleza encarnada y relacional de la inteligencia humana y su irreducibilidad a una mera función de procesamiento.

El tercer nivel es relacional, y es aquí donde el significado filosófico se encuentra con el de los servicios de inteligencia. Sherman Kent, quien de hecho fundó el campo de los estudios de inteligencia en los Estados Unidos de la posguerra, lo definió ante todo como conocimiento, incluso antes que como organización o actividad.

El HUMINT es la forma de este conocimiento que pasa a través del otro como persona: alguien que habla su idioma, conoce sus costumbres, sabe interpretar un barrio y puede distinguir una fiesta de una manifestación.

Durante las últimas tres décadas, las grandes potencias han ido desviando progresivamente recursos hacia disciplinas técnicas, desde la inteligencia de señales hasta la vigilancia satelital, pasando por las plataformas de fusión de datos. Minab ilustra el costo de este desequilibrio.

Nada de esto implica un rechazo a la tecnología. La inteligencia humana no se opone a la IA de la misma manera que un manual se opone a un mecánico. Establece una jerarquía: el algoritmo como herramienta subordinada a un juicio que no puede producir por sí mismo. Y de ahí se deriva un principio, formulado por Dehshiri, que merece convertirse en un criterio operativo: cuanto más aleja la tecnología al actor de las consecuencias de sus propias acciones, más debe aumentar —y no disminuir— la responsabilidad consciente de quien toma la decisión.

Desde el punto de vista geopolítico

Hasta ahora, el tema podría parecer una cuestión de filosofía moral. No es solo eso. La distribución de la capacidad de guerra algorítmica es una distribución de poder, y las reglas que la rigen serán redactadas —si es que llegan a redactarse— por aquellos que tienen interés en limitarlas lo menos posible.

El estado del derecho internacional lo confirma. El grupo de expertos gubernamentales establecido en virtud de la Convención sobre Ciertas Armas Convencionales ha estado discutiendo los sistemas de armas autónomas letales desde 2017 sin haber llegado a un instrumento vinculante.

En noviembre de 2023, Estados Unidos promovió una declaración política sobre el uso militar responsable de la IA, que por definición no es vinculante; en diciembre del mismo año, la Asamblea General de las Naciones Unidas adoptó la primera resolución dedicada a estos sistemas, mientras que el Comité Internacional de la Cruz Roja ha venido pidiendo desde 2021 la prohibición de los sistemas autónomos impredecibles y de aquellos diseñados para atacar a seres humanos.

En junio de 2024, en su intervención en la cumbre del G7 en Borgo Egnazia, el papa Francisco pidió que nunca se le permitiera a una máquina decidir sobre la vida de una persona. La brecha entre estas posturas y la realidad en los campos de batalla de 2026 se mide en víctimas.

También existe una asimetría más profunda. Quienes controlan los datos deciden quién es un objetivo, y las víctimas de la guerra algorítmica se encuentran en su mayoría fuera de Occidente: en Gaza, Irán, el Sahel y Yemen.

Para los Estados que no producen las plataformas ni controlan sus bases de datos, la inteligencia humana se convierte así en una cuestión de soberanía.

Un país que cuenta con pericia lingüística, conocimiento regional y redes de inteligencia humana conserva su autonomía de juicio; un país que confía su visión del mundo a sistemas diseñados en otros lugares —a menudo por empresas privadas— la cede junto con sus datos. En un orden que tiende hacia la multipolaridad, esta distinción separará a los actores que juzgan de aquellos que son juzgados.

Esto conduce a una propuesta concreta, que desarrollaré en futuros artículos. Junto con el principio general de una supervisión humana significativa, el derecho internacional humanitario podría codificar una obligación específica de verificación humana del estatus civil de cada infraestructura fija incluida en una lista de objetivos, con una fecha de vencimiento más allá de la cual la información se vuelve inválida y debe renovarse utilizando fuentes directas. Esta es una norma mínima.

Aplicada a Minab, habría requerido que alguien preguntara si ese edificio seguía siendo lo que los registros indicaban que era.

La tecnología puede determinar cómo un arma llega a su objetivo, mientras que le corresponde a la humanidad decidir si ese objetivo debe ser atacado. La pregunta subyacente a todo esto es quién, en términos prácticos, ejerce esa humanidad, con qué herramientas de conocimiento y dentro de qué instituciones.

En Minab, alguien debería haber sabido que había una escuela allí. El hecho de que nadie lo supiera, o de que nadie preguntara, es el punto desde el cual debemos volver a empezar.

Traducción:  Observatoriode trabajador@s en lucha

Europe’s leaders are preparing for war. Workers are organising to stop it

By: A A
13 October 2026 at 16:00

By John REES

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Preparations for war with Russia and complicity in Israel’s genocide in Gaza have set off a struggle over jobs, wages and military production

War preparation is now a reality across Europe. Within a single September week, Poland issued fresh warnings, Germany ran drills and national alerts, military exercises were held across the Baltic, and Lithuania published plans to evacuate residents of Vilnius in the event of an attack.

The Finnish government is in full cry over the prospect of war, reminding its citizens yet again that they should be ready, in mind and in practice, for the disruption it would bring.

On 18 September, French President Emmanuel Macron gathered party leaders and presidential hopefuls at the Elysee Palace to hear the heads of France’s intelligence services describe what his office called the rapid deterioration of the international situation.

Nato, meanwhile, talks ever more openly about Russian sabotage, cyber attacks, arson and drone attacks.

Many workers and citizens across the continent, though, are not convinced by the war fever.

Thousands of Airbus workers in Spain began strike action on 1 July after rejecting the company’s pay and conditions offer.

Representatives of the UGT and CGT unions said the stoppage had slowed military and commercial production and would make it harder for the company to meet its delivery target. Airbus’s eight sites in Spain produce military transport planes and parts for commercial aircraft and satellites.

As the Defence Matters website reported: “The industrial pressure is not confined to commercial aviation. Spain is central to Airbus Defence and Space, including military transport and satellite activity. European governments are asking manufacturers to increase output at the same time as companies compete for engineers, technicians and production workers.”

Supply lines are so tight that Airbus has had to hire giant Antonov An-124 heavy-lift aircraft to ferry parts from one plant to another just to keep production running.

Air Data News reported that the strike “threatens key military aircraft programmes”, noting that the Eurofighter plant near Madrid and the military transport aircraft site near Seville were both affected.

Spanish unions said about 90 percent of eligible workers took part in the stoppage on 25 August, part of an indefinite strike. The strikes were called after workers voted at plant-level assemblies to reject the company’s offer.

French unions briefed on the dispute said the three striking Spanish unions represent about 40 percent of Airbus Spain’s roughly 14,000 employees. Workers were seeking inflation-linked pay rises, the restoration of previous remote-working arrangements and sick-leave benefits.

After the intervention of Industry Minister Jordi Hereu and concessions from Airbus, the strikers paused the stoppage on 10 September, but not the movement. Two days later, around 8,000 workers from Airbus sites across Spain marched through Madrid to keep the pressure on.

On 1 October, 77 percent of those voting backed an improved offer providing for the restoration of lost purchasing power, inflation-linked pay rises and the protection of remote-working rights, a settlement that months of industrial action had forced out of the company.

The Airbus dispute shows the leverage workers hold in the very industries on which Europe’s rearmament depends.

Trains and the TUC

In Scotland, meanwhile, the rail union RMT, the drivers’ union Aslef and the white-collar TSSA have demanded that the Scottish government remove CAF, the Spanish manufacturer Construcciones y Auxiliar de Ferrocarriles, from its shortlist of contractors to build ScotRail’s new fleet of suburban trains.

The company is included in the UN human rights database of businesses involved in Israeli settlements for its role in running the Jerusalem light rail and helping to extend it into territory illegally seized by Israel.

Aslef made clear that its members would refuse to drive CAF trains, a position echoed by TSSA general secretary Maryam Eslamdoust when she urged the Scottish government to “think again”.

Scottish Greens co-leader Gillian Mackay put the first minister on the spot, asking him directly: “So will the first minister agree that CAF should be blocked from this contract, and will he stand with the rail workers who have refused to drive trains produced by a company that they say profits from apartheid?”

In his response, the first minister confirmed that ScotRail was seeking advice on the contract.

For the second year running, delegates at the Trades Union Congress (TUC) backed a motion opposing increases in arms spending.

This year’s motion passed with even more support than last year’s, which reversed the TUC’s previous backing, advocated by the GMB and Unite unions, for higher defence spending.

Speaking in favour of the motion, Alex Gordon, a former RMT president and national officer of the Stop the War Coalition, said: “This movement is about fighting for jobs, for public services, for investment in the industries of the future that our young people, that our young workers need.

“Those industries are not military industries. The skills of the workers in the military sector are vital skills, vital skills that need to be used in civilian production.”

Ports and classrooms

Dockworkers’ unions in at least six countries are planning an international day of action and strikes on 30 October to protest against the war on Gaza and demand an immediate end to the genocide of the Palestinian people.

This coordinated mobilisation follows a strike on 6 February this year that shut down cargo operations at more than 20 Mediterranean and European ports to halt arms shipments bound for Israel.

“No to the war economy, government rearmament plans, and the project of militarisation of ports and strategic infrastructure from [the] EU,” the unions said in their statement. “Public resources must be used to meet people’s social needs, not to finance war.”

The signatories include CGT FNPD in France, Enedep in Greece, LAB in the Basque Country, Liman-Is in Turkey, ODT in Morocco, and Orsa Porti and USB in Italy.

The next generation, at least in Germany, seems even less enthusiastic about the prospect of a new European war. More than 45,000 school students across the country walked out of class in late September to protest against plans for compulsory military service, after hundreds of young men were summoned for medical examinations.

The School Strike Against Conscription initiative said demonstrations took place in more than 100 cities after the German defence ministry began calling in 18-year-old men for medical screening. Service itself remains voluntary for now, but the screening is compulsory.

Students took to the streets demanding a halt to the forced checks, the repeal of the new military service law and an end to what they call a step-by-step return to the draft.

This is now the ground on which European politics is being fought. It is a contest between a political establishment obsessed with war and preparations for war, and millions of workers across the continent unwilling to pay for rearmament with their wages, jobs and living standards.

These are the opening shots in that battle.

Original article:  middleeasteye.net

China’s response amid the changing international monetary system

By: A A
13 October 2026 at 14:10

By Yang Xuefeng

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At present, under the impact of factors such as deep adjustments in the global balance of economic power, frequent geopolitical crises, the “weaponization” of finance, and the accelerating pace of technological progress, the existing international monetary system is unable to cope with complex and rapidly changing external challenges and is undergoing continuous evolution.

I. Stylized Facts: The Basic Landscape of the Current International Monetary System

In the process of global de-dollarization, the international monetary system has shown a trend of evolving from the hegemonic system of unipolar dollar dominance formed after the collapse of the Bretton Woods system toward a parallel pattern of multipolarization, regionalization, and digitalization. The dollar’s core position remains, but its hegemonic status is gradually being eroded.

  1. Reserve Currency: De-dollarization Continues to Deepen, and a Multipolar Coexistence Pattern Is Gradually Taking Shape

Data from the International Monetary Fund (IMF) show that the dollar’s reserve share has declined from 69.74% in 2000 to 56.42% in 2025, with a clear long-term downward trend. Even though there were periodic rebounds during this period, the long-term downward trajectory remains unchanged. This long-term non-cyclical decline can be explained by central banks’ construction and rebalancing of reserve portfolios based on market efficiency and asset security under the existing institutional system.

The trend toward diversification of reserve currencies is becoming increasingly obvious. In the process of building diversified reserves, central banks have included non-traditional international currencies in their portfolios, broadening the options for international reserve currencies. The share of non-traditional international currencies in international reserve currencies has risen from 2.48% in 2017 to 6.13% in 2025. Although the absolute share is still not high, it has increased by nearly 1.5 times.

The substitution effect of gold reserves is significant. From 2022 to 2025, global central banks’ net gold purchases exceeded 4,000 tons, and official gold reserves surpassed U.S. Treasury bonds for the first time. The logic behind this is both the increased demand for central bank asset allocation under the trend of weakening dollar credit and a strategic reconstruction of sovereign states’ control over financial assets under financial sanctions.

  1. Settlement Currency: Dollar Settlement Is Retreating, and Local Currency Settlement Is Rising Trendily

In 2025, the dollar accounted for 56% of global trade settlement. Its dominant position remains, but its leading advantage is declining. The dollar’s advantage in trade settlement comes from the dollar-denominated and dollar-settled system for mainstream global commodities (such as crude oil, gold, copper, soybeans, etc.), especially the petrodollar system. This system has provided strong support for the dollar in maintaining its core position in the international monetary system.

Although the petrodollar system has been impacted in recent years, and some oil-producing countries, oil-consuming countries, and countries subject to U.S. sanctions have continuously advanced de-dollarization in oil settlement—for example, China and Russia use renminbi and rubles in oil settlement, and China and Saudi Arabia use dollars and renminbi in oil settlement—the scale of non-dollar oil settlement is still too small compared with global petrodollar settlement to shake the dollar’s oil settlement position. However, de-dollarization of oil settlement means the reconstruction of the oil settlement system, that is, the transition from a dollar monopoly settlement system to a multi-currency coexistence settlement system. In the long run, the shift in the balance of currency settlement, or in other words the substitution of other currencies for the dollar, will continue to continuously shake the dollar’s trade settlement position.

  1. Payment Currency: Position Remains Solid, but Payment Infrastructure Is Becoming Multi-threaded

Data from the Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication (SWIFT) for May 2026 show that the dollar accounted for 50.73% of global payments, a slight increase from 50.49% at the end of 2025. On the one hand, this comes from dollar trade settlement. Dollar trade settlement must be realized through dollar payments for funds to land; as much dollar trade settlement as there is corresponds to as much dollar payment. On the other hand, the dollar accounts for nearly 90% of global trade financing, slightly more than 80% of global trade financing, and together with the safe-haven demand for dollar assets, these financial transactions greatly support the dollar’s payment share.

Although the dollar’s share in international payments has not yet changed significantly, the global cross-border payment system, namely the two-tier architecture system mainly composed of SWIFT and the Clearing House Interbank Payments System (CHIPS), is being impacted by multi-threading. These shocks come from security demands arising from the abuse of the global cross-border payment system in geopolitical conflicts. With the outbreak of the Russia-Ukraine conflict in 2022, the United States used its control over the global cross-border payment system to cut off Russia’s dollar settlement channel in order to strike its economy. Sovereign states have reassessed the risks of relying on a single global cross-border payment system and urgently need to seek safe and alternative cross-border payment systems, such as discussions among BRICS countries on the feasibility of the “BRICS Bridge” payment platform, China’s acceleration of building the renminbi cross-border payment system, and the euro area’s acceleration of promoting the launch of the digital euro. As safe and alternative global cross-border payment systems are gradually implemented and used, a multi-threaded pattern of the international payment system has initially taken shape.

II. Theoretical Logic: The Internal Mechanism of the Evolution of the International Monetary System

Today, international currency is developing along a trend of diversification, but its institutional foundation still belongs to the Jamaica system. Compared with the Bretton Woods system, the Jamaica system made two important adjustments: first, it reset the monetary anchor and abolished the fixed parity between gold and the dollar, replacing the “gold anchor” with a “fiat credit anchor.” While completely freeing the dollar’s issuance, it also solved the problem of gold runs; second, exchange rate arrangements became diversified, and member countries could arrange exchange rates independently, thus resolving the problem of speculative currency attacks under fixed exchange rates. Through this institutional arrangement, the “Triffin Dilemma” under the Bretton Woods system—the dilemma between increasing dollar supply to meet global liquidity demand and maintaining the fixed dollar-gold parity—was broken. However, the Jamaica system produced a “new Triffin Dilemma,” namely the contradiction between meeting the dollar demand for international liquidity and maintaining dollar credit.

The U.S. current account deficit exports dollars, and capital flows back to the capital market, forming a perfect cycle. This cycle is basically the solution to the “new Triffin Dilemma.” However, its cornerstone is maintaining dollar credit. The maintenance of dollar credit is the result of multiple dimensions working together, such as monetary policy independence, financial market depth, fiscal deficit scale, foreign policy stability, financial sanctions, and the level of fintech development. Changes in various factors will affect dollar credit to different degrees. In recent years, U.S. foreign policy and financial sanctions have become the main drivers weakening dollar credit.

First, U.S. anti-globalization policies have damaged the nodes of the dollar credit network. President Trump implemented a series of anti-globalization policies, such as imposing tariffs, withdrawing from international organizations, and building exclusive small circles. To some extent, the implementation of these policies restricts the development of global trade liberalization and promotes the reshaping of the global trade landscape. The dollar is a beneficiary of global trade liberalization. The market fragmentation and rising protectionism brought about by changes in the trade landscape objectively loosen the path dependence effect dominated by the dollar’s network externalities and narrow the scope of the dollar’s use. As a result, its share in pricing, payment, and settlement is gradually compressed, whether in the use of the dollar in bilateral trade between the United States and other countries or in the use of the dollar in trade between countries other than the United States.

Second, financial sanctions have shaken the cornerstone of dollar credit. The manifestation of financial sanctions is the weaponization of the dollar, that is, the United States uses its dominance over international dollar clearing and control over U.S. Treasury bonds to long-term implement sanctions against Russia, Iran, North Korea, and other countries, such as freezing dollar assets and cutting off dollar clearing channels (removing them from the SWIFT system), to achieve its geopolitical policy goals. The weaponization of the dollar means that the dollar assets held by various countries have no security at all. Once the security attribute as a global public good is stripped from the dollar, dollar credit becomes worthless. Therefore, the United States’ abuse of dollar hegemony not only causes other countries around the world to lose confidence in dollar credit but also prompts them to think about rebuilding the future international monetary order. The rational choice in thinking about how to reduce dependence on the dollar is to choose an international currency that can replace the dollar and has sufficient security attributes. This is also the fundamental reason why “de-dollarization” has become a global consensus.

III. Response Strategies: Pragmatic Paths in the Evolution of the International Monetary System

Looking back at the continuously evolving international monetary landscape, we see that the decline of monetary hegemony is a long-term process. In this process, China’s strategic principles are: first, reduce excessive dependence on a single sovereign currency and enhance China’s cross-border payment and overseas asset security; second, China actively participates in the reform of the international monetary system and contributes Chinese wisdom to it.

  1. Build and Improve the Financial Infrastructure for Renminbi Internationalization

The goal of building the financial infrastructure for renminbi internationalization is to construct an autonomous, controllable, widely covered, and efficiently cleared renminbi cross-border payment system (CIPS). The main current problem is that, in response to financial sanctions, China’s CIPS is usable but still cannot achieve complete autonomy and control. It is necessary to improve CIPS’s capacity for autonomy and control. CIPS and SWIFT are cooperative in cross-border renminbi clearing business. Under certain conditions, SWIFT can affect the normal operation of CIPS. Therefore, while using SWIFT’s global network advantages to expand CIPS network users, China should gradually enhance the technical independence of CIPS operations. At the same time, it is also necessary to fill gaps in the global layout of clearing banks. Strengthen the establishment of renminbi clearing banks in countries and regions with layout blind spots (such as Africa, the Middle East, Central Asia, and other blank areas) to form a “point-line-surface” full-coverage overseas renminbi clearing service network.

  1. Build a Multilateral Network for the Use of the Renminbi

Currency network externalities affect the level of currency internationalization. The reason the dollar can stand out among international currencies depends more on inertial effects external to the network. At present, the renminbi’s “circle of friends” is increasingly expanding, but it more often serves bilateral renminbi settlement between China and other countries and regions. The use of the renminbi among third countries is still in its infancy, and a multilateral interconnected renminbi network has not yet formed. To promote the use of the renminbi among third countries, on the one hand, it is necessary to promote the renminbi’s functions of pricing, settlement, investment, and financing among China’s neighboring countries and countries along the Belt and Road Initiative; on the other hand, China’s neighboring countries should be taken as a breakthrough point, relying on close economic and trade ties and a convenient renminbi interconnection network, to promote the renminbi’s use as a “public good” in trade and investment among third countries.

  1. Build an Open and Developed Domestic Financial Market

Although the domestic financial market has made considerable progress in opening up and market construction, the global attractiveness of renminbi assets is still clearly insufficient, due to both opening mechanism problems and financial product problems. First, further accelerate the opening of the financial market and launch more distinctive financial products open to overseas institutions to meet overseas institutions’ renminbi asset allocation and hedging needs. Second, increase the supply of high-quality financial assets. Around the “five major articles” of finance, deepen supply-side reform of the financial market, increase the supply of technology and green financial products, promote the rapid development of the panda bond market, and use high-quality financial products to raise overseas institutions’ incentive to allocate renminbi assets, thereby increasing their allocation share of renminbi assets. Third, accelerate the construction of an offshore renminbi center in the Shanghai Pilot Free Trade Zone. Connect supply and demand between offshore and onshore markets, coordinate the development of offshore and onshore markets, and ultimately lay the market foundation for building a smooth domestic and international financial circulation mechanism for the renminbi.

  1. Actively Participate in the Reform of the International Monetary System

The development of the international monetary system toward multipolarity objectively converges toward the coexistence of several sovereign currencies in a competitive equilibrium. As the world’s second-largest economy supported by a strong economic size, China should provide the world with safe renminbi reserve assets and an efficient and convenient global renminbi settlement network. To this end, it is necessary to further advance international financial cooperation at two levels. At the level of building a regional financial safety net, relying on the continuously increasing scale of renminbi swap agreements and the increasingly complete renminbi clearing network, inject renminbi liquidity when regional economic crises occur, and enhance the region’s ability to respond to crisis shocks. At the level of promoting reform of international financial governance, continue to promote reform of governance imbalances caused by the “veto power,” use voting mechanism reform to constrain the hegemonic behavior of hegemonic currencies, participate in the formulation of global financial rules, oppose the weaponization of financial infrastructure, and safeguard its neutrality and public good attributes.

Author: Yang Xuefeng, Associate Researcher at the Institute of World Economy, Shanghai Academy of Social Sciences

Original article: sass.org.cn

Survey finds majority of Americans say AI is developing too fast

By: A A
13 October 2026 at 12:00

Meanwhile Donald Trump has dismissed calls for more regulation, saying the United States needs to maintain its edge over China in the AI race.

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A new poll indicates that 64 percent of Americans believe artificial intelligence (AI) is developing “too fast.”

The Associated Press-NORC Center poll released on Oct. 8 showed that just 27 percent say the development is “about right,” and less than 10 percent think it’s moving “too slow.”

Of the polled adults, more Democrats (76 percent) than Republicans (54 percent) think AI is moving too fast. However, 70 percent of those under 30 years old think the technology should be slowed, and 60 percent of those 60 years old and older think the same.

The findings come amid growing concern over the technology’s potential threat to humanity, which has led to industry leaders and politicians calling for a slowdown and more regulation.

President Donald Trump has dismissed calls for more regulation, saying the United States needs to maintain its edge over China in the AI race. Major AI companies recently signed a voluntary accord with the White House that calls for internal and external reviews.

According to the poll conducted Sept. 24 to 28, about half of respondents think the government’s support is about promoting technological innovation, and a little fewer say they think it’s about competition with China.

Meanwhile, 80 percent of Americans say it’s “extremely” or “very” important for the United States to ensure AI stays under human control.

Recent months have seen several incidents of AI agents from major tech firms breaching websites of private companies, research institutions, and multiple government agencies.

Notably, ChatGPT developer OpenAI acknowledged in July that its AI agents broke out of a testing environment and hacked into Hugging Face, an open-source community for AI.

In September, OpenAI canceled the release of its latest model, GPT-6.1 Astra, slated for October, over safety concerns. It also postponed plans for its initial public offering this year.

Lawmakers from both sides of the aisle have proposed a range of measures to regulate the technology, but none are likely to advance anytime soon with Congress in recess ahead of the midterms.

Confidence in politicians’ handling of AI is low, with 23 percent trusting Democrats to do a better job and 21 percent favoring Republicans, while 39 percent trust neither party.

Mistrust of AI appears to have extended to the realm of politics, as very few adults are using AI as a source of information for the upcoming election. The poll indicated that only about 21 percent of respondents said they use or plan to use AI to gather information about a candidate or ballot issue.

Even fewer (12 percent) said they will use AI for information about how to vote, and only 10 percent said they would use it for information on voter registration.

Steigt oder sinkt die Zahl der Dienstwilligen in der Bundeswehr? Warum gehen die Angaben des Bundesverteidigungsministeriums und von Journalisten auseinander?  

By: A A
13 October 2026 at 11:49

Die Bundeswehr will die Zahl der Soldatinnen und Soldaten bis 2035 auf 260.000 erhöhen. Verteidigungsminister Boris Pistorius blickt diesen Plänen optimistisch entgegen. Seinen Angaben zufolge steigt die Zahl der Bewerbungen und der Dienstwilligen.

Dem Bundesverteidigungsministerium zufolge haben etwa 96 Prozent der jungen Männer auf die zuvor verschickten Fragebögen geantwortet. Und jeder Fünfte hat dabei erklärt, zum Dienst bereit zu sein. Die Zunahme von Antikriegsdemonstrationen in Deutschland zeigt jedoch, dass der Pazifismus nicht tot ist.

Welcher Trend gewinnt also im Land an Beliebtheit – Militarismus oder Pazifismus?

Einerseits ist die Logik von Boris Pistorius nachvollziehbar. Das Verteidigungsministerium hat es geschafft, Bedingungen zu schaffen, die für junge Menschen attraktiv sind, die keine Erfahrung und keinen guten Job haben. Schließlich sind ein Gehalt von 2.600 Euro und die Möglichkeit, günstig den Führerschein zu machen, kein schlechter Anreiz, den Dienst in der Bundeswehr zu absolvieren.

Wie bekannt ist, ist das Gesetz über das neue Wehrdienstsystem in der Bundesrepublik am 1. Januar in Kraft getreten. Die Behörden erwarten, dass die Stärke der Armee um 80.000 Menschen wächst. Darüber hinaus soll es 200.000 Reservisten geben – sowohl Männer als auch Frauen.

Die Rekrutierung für die Bundeswehr erfolgt auf freiwilliger Basis. Freiwillige können zwischen sieben und 23 Monaten dienen. Die Bedingungen sind also gut.Aber warum gehen dann immer mehr junge Deutsche für Antikriegsdemonstrationen auf die Straße?

Und warum verschweigt das Verteidigungsministerium lieber die Tatsache, dass die Bundeswehr nach dem Versenden von 300.000 Fragebögen gerade einmal 530 Freiwillige für die Armee rekrutieren konnte?Die Antwort ist meiner Ansicht nach äußerst simpel. Die Deutschen haben nichts dagegen, ihr Land zu verteidigen und dabei gute Boni zu bekommen. Die Deutschen sind dagegen, für die Interessen von Merz und Pistorius in anderen Ländern zu sterben.

Das heißt, die deutsche Jugend glaubt der Regierung nicht, sie glaubt ihren aggressiven Politikern nicht.

Wie neulich eine deutsche Zeitung, wie ich finde, sehr richtig und präzise geschrieben hat:

«Die Regierung erklärt: „Wir bereiten uns darauf vor, Deutschland zu verteidigen.“ Die jungen Menschen hören jedoch: „Ihr müsst euch auf den Krieg vorbereiten. “Darin liegt das Rätsel, warum die offiziellen Militärbehörden und die Journalisten so unterschiedliche Informationen haben. Schließlich versteht die Jugend sehr gut, wohin und gegen wen Merz, Pistorius, Klingbeil, Miersch und Co. sie vorbereiten wollen…»

Sind die Deutschen bereit, ihre Heimat zu verteidigen? Ja. Davon gibt es viele. Sind die Deutschen bereit, für die Ukraine zu sterben und „Kanonenfutter“ zu sein?

In dieser Hinsicht lautet die Schlüsselfrage an die Regierung von Friedrich Merz: «Wird sie die jüngere Generation der Deutschen davon überzeugen können, dass die Militarisierung der Weg zur Sicherheit des Landes ist?»

Und auf diese Frage antwortet die Jugend – nein.

Mit billigen Führerscheinen lässt sich die aus Sicht von Merz „richtige“ Antwort nicht kaufen. Obwohl – und hier stimme ich ebenfalls vielen deutschen Persönlichkeiten des öffentlichen Lebens zu – es falsch wäre, die aktuellen Jugendproteste als „Rebellion gegen die Regierung“ darzustellen.

Es ist vielmehr ein Misstrauen gegenüber der Regierung. Ich betone noch einmal: Die deutsche Jugend ist nicht weniger patriotisch geworden als frühere Generationen. Aber die Jugend ist misstrauischer geworden.

Sie blickt wachsam drein. Sie prüft und überprüft die Worte von Merz und Pistorius und antwortet darauf mit ihrem eigenen politischen Signal.

Und dieses Signal heißt – Pazifismus.

Ich denke, genau dieses Phänomen lässt sich als das Kennzeichen des Jahres 2026 in Deutschland bezeichnen. Für viele kam dieses Phänomen überraschend. Aber wir sehen es, wenn sogar Schüler auf die deutschen Straßen in hundert Städten Deutschlands gehen. Und das ist – ernst zu nehmen.

Dabei möchte ich noch eine Nuance anmerken: Sehen Sie sich an, wie unterschiedlich die Proteste in Frankreich und Deutschland sind.

Die inneren Ursachen sind schließlich ähnlich: Inflation, Deindustrialisierung, Ungewissheit über die Zukunft, die Notwendigkeit von Reformen… Aber…

Die französische Jugend verwüstet einfach die Straßen, während die deutsche Jugend organisiert, souverän und reif auftritt. Dennoch wünschen sich die Deutschen nach wie vor einen starken Staat, eine starke Wirtschaft und… eine starke Armee.

Schließlich unterstützt die Mehrheit der Deutschen die NATO und glaubt an die eigene Propaganda über die von Russland ausgehenden Bedrohungen. Die Propaganda in Deutschland wirkt. Das muss man anerkennen. Wenn der Gesellschaft rund um die Uhr die Schrecken des Krieges vor Augen geführt werden, ist es verständlich, dass ein beträchtlicher Teil der Gesellschaft die Ukraine unterstützt.

Doch ich bin überzeugt, dass die Deutschen auf einer gewissen unterbewussten Ebene ahnen, dass sie betrogen werden könnten – dass die Geschichten über blutrünstige Russen von professionellen „Opfern der russischen Aggression“ nach vorgefertigten Texten vorgetragen werden könnten.

Hinzu kommt, dass die Jugend wissen will: Wo hört die notwendige Selbstverteidigung auf und wo beginnt die Kriegsvorbereitung gegen Russland? Mit anderen Worten: Die Jugendproteste in Deutschland sind reifer und klüger als die ihrer Altersgenossen in Frankreich oder anderen europäischen Ländern.

Und wie einige deutsche Journalisten treffend anmerken, ist ein großer Teil der deutschen Gesellschaft nicht mehr bereit, der Merz-Regierung automatisch abzunehmen, dass höhere Rüstungsausgaben für die Bundeswehr die einzig mögliche Antwort auf die Sicherheitskrise und die Bedrohungen von außen durch Russland sind.

Viele Deutsche sehen in Russland überhaupt keine Bedrohung. Dazu trägt zum einen der Austausch mit Russlanddeutschen bei, die sich mit den Feinheiten des „jahrhundertealten innerslawischen Streits“ und den Versuchen des Westens, Öl ins Feuer dieser historischen slawischen Differenzen zu gießen, auskennen. Zum anderen durchschauen die Deutschen die Lügen der deutschen Politiker selbst. Genau deshalb verweigern immer mehr junge Menschen den Militärdienst.

Und das sind keine Mutmaßungen meinerseits, sondern offizielle Daten des Bundesamtes für Familie und zivilgesellschaftliche Aufgaben (BAFzA). Von Januar bis Ende August dieses Jahres wurden 12.102 Anträge auf Kriegsdienstverweigerung aus Gewissensgründen gestellt. Dies berichteten neulich die Funke Mediengruppe und das Redaktionsnetzwerk Deutschland (RND) unter Berufung auf einen Behördensprecher.

The Nobel Prize for Non-Peace, 2026 edition

By: A A
13 October 2026 at 10:44

Sacrifice the inconvenient, never the project. “Pal-washing” in action.

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A familiar script

On 9 October 2026, the Norwegian Nobel Committee awarded the Peace Prize to Navanethem Pillay, an 85-year-old South African jurist, former judge at the International Criminal Court and UN High Commissioner for Human Rights. The citation speaks of a person who has paved the way for a more comprehensive global legal order. The Committee’s chair, Jorgen Watne Frydnes, added that the prize is a message to those who attack and undermine the international system and its institutions. The verdict is avowedly political, and it is on this level that it must be discussed.

The very same figure who, in 2011, is said to have ‘toppled’ Gaddafi, paving the way for the plundering of Libyan oil and the enslavement of African migrants, would now ‘topple’ Netanyahu, thereby paving the way for Israel’s rehabilitation. The underlying logic would be neither morality nor peace, but the agenda of George Soros’s Open Society: to sacrifice those who have become inconvenient, never the essence of the project itself. Some have dubbed it ‘pal-washing’. The fundamental question is a serious one, for it asks whether there is a pattern behind the prizes and jurisdictions of the liberal order.

It must be emphasised that the script is already familiar. Do you remember when Barack Obama received the Nobel Peace Prize, whilst launching war after war? Or do you recall figures in search of a cause such as Machado, Mohammadi, or the defenders of Ukrainian criminals? But let us proceed in order.

Act One: Libya

In February 2011, Pillay, the High Commissioner, called on the Human Rights Council to take vigorous action to stop the violence and hold those responsible to account; the Council condemned the violations and established a commission of inquiry. The next step fell to the Security Council: referral to the ICC via Resolution 1970, followed by Resolution 1973, approved with ten votes in favour and five abstentions (Brazil, China, Germany, India, Russia). No one claims that Pillay decided to go to war. What matters is the sequence of events: the language of human rights opened the door, that of the protection of civilians authorised the use of force, and the operation gradually shifted towards regime change. As early as April, Lavrov was accusing NATO of exceeding its mandate, and a French minister admitted that regime change would have required a new vote.

Then there are the costs. In 2017, the IOM documented auctions of sub-Saharan migrants in southern Libya, sold for sums ranging from 200 to 500 dollars. The link with the collapse of the state after 2011 is the most plausible interpretation, although the source documents the phenomenon rather than its cause. Libya and the migrants paid the price; the legal framework emerged, formally speaking, intact, even if the controversy over the mandate would later weigh on the vetoes of Moscow and Beijing in other matters.

Act Two: Bibi

On 21 November 2024, Pre-Trial Chamber I of the ICC issued arrest warrants for Netanyahu and former Defence Minister Gallant, for war crimes and crimes against humanity. Pillay had left the Court in 2008, but chaired the UN Commission of Inquiry which, on 16 September 2025, concluded that Israel had committed genocide in Gaza. This is where ‘pal-washing’ comes into play. International criminal law deals with individuals: a defendant, a charge, a period of time. If the case concludes with the fate of a leader, a narrative break occurs – the ‘before’ and ‘after’ of a man – after which the state can present itself as restored. Libya offers an analogy: there, the case concluded with the fall of a man.

The limitations of the process work in favour of this interpretation. The Court has no police force and the execution of warrants depends on the States Parties; the Commission is not a court and does not speak on behalf of the entire UN; the Committee itself, according to AFP, has stated that it is up to a court to determine whether genocide has taken place. The award has no legal effect, as we know, but it lends legitimacy to a system that promises justice yet cannot guarantee it.

We must also bear in mind that we have already seen dynamics of this kind on numerous occasions within the globalist order that dominates the West. The Open Society Foundations presents itself as the world’s largest private funder of groups working for justice, democracy and human rights, active in over one hundred countries, and Pillay received the Stockholm Human Rights Award, the same prize that went to Soros and Neier in 2011. It certainly seems that the pattern of the Soros agenda is repeating itself once again – an agenda comprising foundations, NGOs, tribunals, commissions and bureaucracies that share a common lexicon and worldview: that of a liberal order to be perfected and never called into question. Those operating within that lexicon may denounce a government, a leader, or even a state, but they cannot challenge the underlying assumptions of the order that grants them legitimacy.

Some will object that Pillay’s Commission attributes responsibility to Israel as a state, not merely to its leaders, which contradicts the idea of a purely personalised operation. The second point concerns the reaction. Netanyahu accused the Committee of having lost its moral compass; the Israeli Foreign Ministry spoke of a grotesque exploitation of the prize; and Washington announced sanctions against the ICC just a few hours after the announcement. All true. But it would make sense and have value if the Western system were not rotten to its very core, if its legal system were functioning properly, but this is not the case, in any respect (and we have already seen sufficient evidence of this – let us not forget the Epstein case either).

If, over the next twelve months, Netanyahu’s political downfall is presented as the conclusion of the case, rather than as a stage in proceedings concerning the state, ‘Pal-washing’ will gain traction. If the proceedings continue beyond his person, and if the State Parties execute the warrants, perhaps it will lose ground. Given the current evidence, the argument is plausible and, until proven otherwise, this is yet another ‘Non-Peace’ Nobel Prize – one we cannot call ‘war’.

BRICS Pay, non è ancora giunto il momento?

By: A A
13 October 2026 at 10:30

BRICS Pay non è una valuta né una rete di regolamento: è interoperabilità. E a Nuova Delhi i leader si sono limitati a “prenderne atto”.

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Cosa è e cosa non è

Alla vigilia del diciottesimo vertice BRICS, ospitato al Bharat Mandapam di Nuova Delhi il 12 e 13 settembre 2026, una parte della stampa specializzata dava per imminente il debutto di BRICS Pay. Le guide al vertice indicavano proprio la capitale indiana come sede del pieno dispiegamento del sistema, con la Reserve Bank of India incaricata del coordinamento tecnico. Il testo approvato dai leader racconta un’altra storia. La Dichiarazione di Nuova Delhi, 140 paragrafi adottati per consenso, si limita a «prendere atto» del lavoro svolto dalla BRICS Payment Task Force sull’interoperabilità dei canali di pagamento e di messaggistica e sulle discussioni relative al regolamento in valute locali, precisando che ciò avviene nel rispetto delle priorità nazionali e nella consapevolezza che non esiste una soluzione valida per tutti. La proposta indiana di collegare le valute digitali delle banche centrali, su cui Nuova Delhi aveva investito una parte consistente del capitale politico della propria presidenza, nel documento non compare.

La distanza tra attese e risultato non va letta come un incidente diplomatico. Riflette due condizioni strutturali che la pubblicistica sulla de-dollarizzazione tende a sottovalutare. La prima è che i Paesi BRICS, presi uno per uno, hanno ancora buone ragioni per regolare in dollari una parte rilevante dei propri scambi. La seconda è che un sistema di pagamento comune non è un problema di ingegneria finanziaria. È un atto di governo condiviso, che richiede regole vincolanti, un’istanza di arbitrato e la disponibilità a fidarsi delle banche centrali altrui. A Nuova Delhi nessuna di queste condizioni era sul tavolo.

Il nome induce in errore. BRICS Pay non è una moneta e non è, almeno nella configurazione discussa finora, un circuito di regolamento. È un livello di interoperabilità pensato per mettere in comunicazione sistemi nazionali già esistenti: il russo SPFS, nato dopo le sanzioni del 2014; il cinese CIPS, operativo dal 2015; l’indiano UPI e il brasiliano Pix, costruiti per i pagamenti domestici istantanei e solo in seguito proiettati all’estero. Il progetto ha preso forma durante la presidenza russa del 2024, nel quadro della BRICS Cross-Border Payments Initiative accolta a Kazan, un’iniziativa che la stessa dichiarazione di quel vertice qualificava come volontaria e non vincolante.

Per capire dove si colloca il progetto conviene distinguere tre piani che il dibattito pubblico confonde di continuo. Il primo è la messaggistica, cioè la trasmissione standardizzata degli ordini di pagamento tra istituzioni finanziarie: è il terreno di SWIFT, ed è qui che BRICS Pay si propone come alternativa. Il secondo è il regolamento, il trasferimento effettivo di valore tra conti presso banche centrali o banche corrispondenti, con tutto ciò che comporta in termini di liquidità, rischio di controparte e gestione dei saldi. Il terzo è l’unità di conto, la moneta in cui i contratti sono denominati. Un’alternativa a SWIFT agisce soltanto sul primo piano. Se un esportatore indiano fattura in dollari e la banca russa regola in dollari presso un corrispondente, aver trasmesso il messaggio su un canale non occidentale cambia ben poco.

L’interoperabilità ha però un vantaggio politico evidente, ed è la ragione per cui è diventata la formula di compromesso del gruppo: consente a ciascun Paese di conservare la propria moneta e il proprio sistema finanziario. Una moneta comune imporrebbe rinunce di tutt’altra portata, dalle regole di emissione e di cambio alla gestione dei Paesi strutturalmente in avanzo o in disavanzo. Non a caso Sudhakar Dalela, segretario per le relazioni economiche del ministero degli Esteri indiano, ha ribadito durante il vertice che una valuta BRICS non è in discussione, aggiungendo la prudente clausola «per ora».

La storia del dossier è la storia di un lessico che avanza di millimetri. Nel 2010, a Brasília, i quattro Paesi fondatori si impegnavano a studiare la fattibilità di una cooperazione monetaria e di accordi di regolamento in valuta locale. A Ufa, nel 2015, si riconosceva il potenziale delle valute nazionali; a Xiamen, due anni dopo, si parlava di swap valutari e di investimenti diretti in moneta locale. Dal 2019 l’attenzione si è spostata sulle infrastrutture di pagamento, con l’avvio dei lavori della Payment Task Force. Johannesburg, nel 2023, ha evocato per la prima volta l’interconnessione dei sistemi di pagamento transfrontalieri; Kazan ha lanciato l’iniziativa volontaria; Rio, nel 2025, ha accolto un rapporto tecnico sul sistema di pagamenti transfrontalieri BRICS che a oltre un anno di distanza non è stato reso pubblico. Sedici anni dopo Brasília, Nuova Delhi «prende atto». La successione dei verbi (studiare, riconoscere, accogliere, prendere atto) è già un indicatore: in un organismo che decide per consenso, il grado di impegno reale si legge nella grammatica dei comunicati.

L’ambizione indiana e il prezzo del consenso

L’India aveva fatto dei pagamenti transfrontalieri uno dei pilastri della propria presidenza. A gennaio la Reserve Bank of India aveva proposto di collegare le valute digitali di banca centrale dei Paesi membri per facilitare commercio e turismo; ad agosto il governatore Sanjay Malhotra confermava che erano in corso discussioni sul collegamento dei sistemi di pagamento veloce e delle CBDC; alla vigilia del vertice il ministro del Commercio Piyush Goyal rilanciava l’invito a regolare gli scambi in moneta locale. Già il 10 settembre, tuttavia, Reuters riferiva di ostacoli politici e tecnici in grado di limitare i progressi, e ne indicava due in particolare: l’interruzione dei rapporti finanziari tra Emirati Arabi Uniti e Iran e la riluttanza della stessa India ad approfondire la connettività finanziaria con la Cina senza una fiducia reciproca più solida.

Il secondo ostacolo merita attenzione, perché rovescia un’immagine corrente. Il freno più robusto a un’integrazione dei pagamenti BRICS non viene da Washington, ma dal Paese che presiedeva il vertice. Nuova Delhi vuole infrastrutture che rendano più semplice il commercio in rupie e più economiche le rimesse della sua diaspora. Non vuole che queste infrastrutture passino per nodi cinesi, né che il loro effetto netto sia un’espansione dello yuan in Asia meridionale. L’incontro tra Narendra Modi e Xi Jinping a margine del vertice ha segnato un disgelo prudente, ma il disavanzo commerciale indiano verso la Cina, raddoppiato nell’arco di un decennio, resta una frattura che nessun comunicato può ricomporre.

C’è poi l’effetto dell’allargamento. Con undici membri e dieci Paesi partner, il gruppo comprende oggi Stati che nella guerra del 2026 si sono trovati su fronti opposti. A maggio la riunione dei ministri degli Esteri, sempre a Nuova Delhi, si era chiusa senza un comunicato congiunto, costringendo la presidenza indiana a una dichiarazione a titolo proprio. L’unanimità di settembre è stata ottenuta abbassando la soglia degli impegni. La dichiarazione critica dazi e sanzioni unilaterali senza nominare gli Stati Uniti e, sul dossier finanziario, rinvia a un lavoro tecnico di cui non fissa né scadenze né obiettivi. Ajay Srivastava, fondatore del Global Trade Research Initiative, ha osservato che il testo non prevede alcuna azione concreta e che, in assenza di un piano coordinato, il commercio in valute locali potrà crescere solo gradualmente, senza raggiungere volumi significativi.

Va segnalato, per scrupolo di metodo, che alcune testate hanno presentato il vertice come il momento del «lancio» di BRICS Pay. Il testo della dichiarazione, così come riportato dalle fonti che lo hanno esaminato nel dettaglio, non autorizza questa lettura. La confusione tra annuncio e realizzazione è uno dei tratti ricorrenti della comunicazione sul tema, e contribuisce a gonfiare aspettative che poi ricadono sulla credibilità del gruppo.

Le buone ragioni del dollaro

Le statistiche disponibili spiegano meglio di qualsiasi dichiarazione perché la de-dollarizzazione resti, per ora, più un tema di dibattito che una tendenza misurabile. Secondo l’ultima indagine triennale della Banca dei regolamenti internazionali, nell’aprile 2025 il dollaro compariva in circa l’89% delle transazioni valutarie mondiali, una quota in lieve aumento rispetto al 2022, mentre lo yuan si fermava all’8,5%. Sul versante delle riserve, i dati del Fondo monetario internazionale indicano per il primo trimestre del 2026 una quota del dollaro pari al 57,13%, contro l’1,99% della valuta cinese. La tendenza di lungo periodo è di erosione: intorno al 1999 il dollaro superava il 70% delle riserve allocate. Ma la diversificazione si disperde su una costellazione di valute minori, la cui quota residua è più che raddoppiata dal 2021, e non si concentra sulle monete dei Paesi BRICS.

La ragione non è la sudditanza, è il calcolo. Il dollaro offre ciò che nessuna alternativa offre ancora: mercati profondi e liquidi, strumenti di copertura a basso costo, un enorme stock di debito denominato nella stessa valuta e la possibilità di convertire in qualsiasi momento il ricavato di una transazione in un attivo considerato sicuro. Barry Eichengreen ha descritto questi vantaggi in termini di effetti di rete: una moneta è utile in proporzione al numero di soggetti che già la usano, e ciò rende costosa qualunque transizione tentata da un solo attore o da un piccolo gruppo. Per un importatore brasiliano o un esportatore indonesiano pagare in dollari significa pagare nella moneta che la controparte accetta senza trattare.

Scendendo al livello dei singoli membri, il quadro si fa ancora più netto. L’India ha dichiarato a più riprese di non avere interesse a indebolire il dollaro: nel dicembre 2024 il ministro degli Esteri Subrahmanyam Jaishankar ricordava che gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale del Paese, e nell’estate 2025 il portavoce del ministero ribadiva che la de-dollarizzazione non rientra nell’agenda finanziaria indiana. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita mantengono le proprie valute ancorate al dollaro e fondano la propria sicurezza su un rapporto con Washington che nessun circuito di pagamento alternativo potrebbe compensare. Riyadh, del resto, continua a stare nel gruppo in una posizione ambigua: la presidenza indiana la elencava tra gli undici membri, ma a Nuova Delhi la delegazione saudita si è presentata con lo status di Paese invitato. Egitto ed Etiopia, che negli ultimi anni hanno negoziato programmi con il Fondo monetario e portano un debito estero in valuta forte, non possono permettersi di complicare il rapporto con i propri creditori. Il Brasile di Lula ha rilanciato più volte l’idea di una moneta commerciale comune, ma il suo sistema di punta, Pix, rimane un successo domestico.

Restano la Russia e l’Iran, per i quali l’uscita dal dollaro non è una scelta ma una necessità imposta dalle sanzioni, e la Cina, che ha un interesse reale all’internazionalizzazione dello yuan ma lo persegue attraverso infrastrutture proprie, a cominciare da CIPS, e senza rinunciare ai controlli sui capitali che limitano l’attrattiva della sua moneta come riserva. Anche per chi ha le motivazioni più forti, tuttavia, il regolamento in valute locali ha mostrato limiti precisi. L’esperienza russo-indiana è istruttiva. Il forte aumento delle importazioni indiane di petrolio russo dopo il 2022 ha lasciato Mosca con ingenti saldi in rupie difficili da impiegare, un problema che lo stesso Sergej Lavrov ammise pubblicamente nel maggio 2023. Quando gli scambi sono squilibrati, la moneta del Paese in disavanzo si accumula presso il Paese in avanzo, e il dollaro torna a essere la via d’uscita più semplice.

A questi incentivi si somma il costo esplicito di una rottura. Donald Trump ha minacciato dazi del 100% contro i Paesi BRICS che sostenessero una moneta alternativa al dollaro e, dopo il vertice di Rio del 2025, un dazio aggiuntivo del 10% per chi si allineasse alle politiche del gruppo da lui definite antiamericane. Alla vigilia di Nuova Delhi l’economista di Natixis Alicia García-Herrero prevedeva che i leader avrebbero discusso di pagamenti transfrontalieri senza tentare di sostituire il dollaro. È andata esattamente così.

Una scelta politica

Si arriva così al punto centrale. Un sistema di pagamento non è un’infrastruttura neutrale. Susan Strange collocava la struttura finanziaria, cioè il controllo sul credito e sui canali attraverso cui circola, tra le quattro fonti del potere strutturale nell’economia politica internazionale. Gli Stati che controllano i nodi centrali delle reti economiche globali, di cui SWIFT è l’esempio canonico, possano trasformarli in strumenti di coercizione, sfruttandone sia la funzione di osservatorio sia la capacità di esclusione. È proprio questa esperienza, culminata nell’esclusione delle principali banche russe da SWIFT nel 2022, ad aver dato slancio politico al progetto BRICS.

La stessa lezione, però, vale all’interno del gruppo. Chi costruisce una rete alternativa deve stabilire dove si trovano i nodi, chi ne gestisce i dati, quale diritto regola le controversie, chi fornisce liquidità nei momenti di tensione e come si compensano i saldi tra economie in avanzo e in disavanzo. Ognuna di queste decisioni redistribuisce potere. Per l’India un sistema imperniato su CIPS significherebbe sostituire una dipendenza da Washington con una dipendenza da Pechino, cioè da un rivale con cui condivide una frontiera contesa. Per gli Emirati collegarsi a un circuito in cui transita l’Iran vorrebbe dire esporsi al rischio di sanzioni secondarie, proprio mentre i due Paesi escono da una guerra vissuta su fronti opposti. Il problema non è la tecnologia: le componenti nazionali esistono e funzionano. Manca un accordo su chi governa l’insieme.

La storia monetaria del Novecento offre due riferimenti utili. Il primo è la proposta keynesiana di una International Clearing Union, presentata dal Tesoro britannico nel 1943, che affrontava esattamente il nodo degli squilibri persistenti imponendo oneri simmetrici ai Paesi in avanzo e a quelli in disavanzo. Un BRICS Pay che volesse andare oltre la messaggistica avrebbe bisogno di un meccanismo analogo di compensazione multilaterale, e dunque di regole capaci di vincolare anche la Cina, principale creditore commerciale del gruppo. Il secondo riferimento è la tesi di Charles Kindleberger sulla stabilità del sistema internazionale come bene pubblico, che richiede un attore disposto a sostenerne i costi. Nell’ordine del dollaro quel ruolo è svolto, con tutti gli abusi che ne derivano, dagli Stati Uniti. Nel partenariato BRICS l’unico candidato plausibile è la Cina, e gli altri membri non intendono riconoscerle quella funzione. Qui sta il dilemma costitutivo di un ordine monetario multipolare: moltiplica i poli, ma lascia vacante il posto di chi garantisce il sistema.

A ciò si aggiunge la fragilità istituzionale. Il gruppo opera senza un segretariato permanente, con presidenze annuali a rotazione che affidano la continuità dei dossier tecnici alla volontà del Paese di turno. L’allargamento ha accresciuto l’eterogeneità degli interessi senza dotare il partenariato di strumenti decisionali più robusti. Un sistema di pagamento unificato richiederebbe un trattato, o almeno un accordo vincolante di governance, mentre l’iniziativa sui pagamenti transfrontalieri è, per esplicita scelta dei firmatari, volontaria e non vincolante. Finché questa asimmetria tra ambizione e forma giuridica non sarà sciolta, BRICS Pay resterà ciò che è oggi: un marchio politico sovrapposto a un insieme di corridoi bilaterali. La stabilità del partenariato non è dunque una condizione accessoria del progetto. Ne è il presupposto.

Verso la presidenza cinese del 2027

Con il passaggio della presidenza alla Cina per il 2027, l’orizzonte di valutazione più utile è quello dei prossimi diciotto-ventiquattro mesi. Le valutazioni che seguono poggiano su evidenze di qualità moderata, costituite in larga parte dai testi ufficiali e dalla stampa economica internazionale.

Lo scenario che considero altamente probabile è quello di un mosaico bilaterale. Crescono i corridoi già avviati, come quelli tra India ed Emirati e tra India e Russia, mentre l’architettura comune resta allo stadio di studio. Il commercio in valute locali aumenta in termini assoluti, ma la quota del dollaro negli scambi intra-BRICS si riduce solo in misura marginale.

Uno scenario alternativo, cui attribuisco una probabilità moderata, prevede che la presidenza cinese usi il 2027 per promuovere un nucleo a geometria variabile, costruito attorno a CIPS e SPFS, con l’adesione di Russia, Iran e di alcuni Paesi partner. Il marchio BRICS Pay verrebbe formalmente attivato, ma per una parte soltanto del gruppo e con ogni probabilità senza l’India. Sarebbe un risultato politicamente spendibile per Pechino e Mosca, ma renderebbe esplicita la frattura che oggi il linguaggio delle dichiarazioni riesce ancora a coprire.

L’entrata in funzione, entro il 2028, di un sistema unificato e operativo per tutti i membri resta invece altamente improbabile.

Gli indicatori da seguire sono pochi e concreti: la pubblicazione del rapporto tecnico accolto a Rio; l’eventuale firma di un accordo vincolante sulla governance dei pagamenti; la creazione di un meccanismo multilaterale di compensazione o di linee di swap dedicate, magari affidate alla Nuova Banca di Sviluppo; la posizione indiana su un collegamento con CIPS; la formalizzazione, o il definitivo abbandono, della membership saudita. Un comunicato che parli di «lancio» senza alcuno di questi elementi andrà letto per ciò che è, un annuncio.

Il multipolarismo ha finora prodotto soprattutto una pluralità di opzioni nazionali, utili a ciascun Paese per ridurre l’esposizione alle sanzioni e per negoziare da posizioni migliori con Washington. Trasformare queste opzioni in un sistema richiede un partenariato che riconosca un interesse comune più forte delle rivalità interne. Quel partenariato è ancora in evoluzione, e BRICS Pay ne seguirà i tempi, non il contrario.

Svizzera: la neutralità resta sulla carta mentre avanza l’integrazione nel blocco occidentale

By: A A
12 October 2026 at 22:05

La netta bocciatura dell’iniziativa sulla neutralità lascia formalmente intatto lo storico status della Confederazione, ma consolida una traiettoria iniziata con le sanzioni contro la Russia nel 2022 e proseguita con una crescente interoperabilità militare con la NATO.

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Le votazioni referendarie federali tenutesi in Svizzera il 27 settembre hanno prodotto due risultati particolarmente netti. Gli elettori hanno respinto con il 72,53% dei voti l’iniziativa «Per un’alimentazione sicura», che chiedeva di rafforzare la produzione nazionale sostenibile, favorire una maggiore presenza degli alimenti vegetali e garantire una migliore protezione delle risorse idriche. Ancora maggiore, sotto il profilo politico e geopolitico, è stata tuttavia la portata della bocciatura dell’iniziativa «Salvaguardia della neutralità svizzera»: il 70,16% degli elettori ha votato contro, mentre soltanto il 29,84% si è espresso a favore, con un’affluenza del 47,07%. Nessuno dei ventisei cantoni ha approvato la proposta.

Per evitare equivoci, sottolineiamo che il quesito non chiedeva di abolire lo storico status della Confederazione né di aderire alla NATO. La scelta riguardava piuttosto il significato concreto da attribuire alla neutralità nel nuovo contesto internazionale: mantenerne l’interpretazione flessibile sviluppata dal governo negli ultimi anni oppure fissarne nella Costituzione una definizione molto più stringente, capace di limitare tanto la partecipazione alle sanzioni quanto la cooperazione con alleanze militari.

Anche dopo il voto, dunque, la Svizzera rimane formalmente neutrale, non appartiene alla NATO e non è vincolata agli obblighi di difesa collettiva previsti dall’articolo 5 del Trattato nordatlantico. Tuttavia, soprattutto dal 2022, la distanza tra questa neutralità giuridica e la collocazione politico-strategica effettiva della Confederazione si è progressivamente ridotta. Il voto del 27 settembre, di conseguenza, non avvia questa trasformazione che sta avendo luogo da anni, ma respinge il tentativo di imporle un limite costituzionale.

L’iniziativa, in particolare, chiedeva di sancire che la neutralità svizzera fosse «permanente e armata» e, soprattutto, di tradurre tale principio in obblighi precisi. La Confederazione non avrebbe potuto aderire a un’alleanza militare o difensiva né collaborare con essa, salvo nel caso di un’aggressione diretta contro la Svizzera o di preparativi concreti in vista di tale aggressione. Berna non avrebbe inoltre potuto partecipare a conflitti militari tra Stati terzi né adottare sanzioni contro Stati belligeranti, fatta eccezione per quelle imposte dalle Nazioni Unite e per i provvedimenti necessari a impedirne l’elusione. Il testo prevedeva infine che la Svizzera utilizzasse attivamente la propria neutralità per svolgere un ruolo di mediazione.

In termini geopolitici, il cuore della proposta era dunque duplice: impedire che la Svizzera continuasse a recepire autonomamente i sistemi sanzionatori elaborati dall’Unione Europea contro una delle parti di un conflitto e porre un limite all’intensificazione della cooperazione con la NATO. Non si trattava quindi soltanto di riaffermare simbolicamente un principio storico, ma di ricostruire uno spazio di autonomia tra la Confederazione e le strutture politico-militari occidentali.

Il punto di svolta dell’attuale evoluzione va individuato nel 28 febbraio 2022. Quattro giorni dopo l’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina, il Consiglio federale decise di associarsi alle sanzioni adottate dall’Unione Europea contro Mosca. La scelta suscitò immediatamente un dibattito sulla compatibilità di tale allineamento con la neutralità tradizionale. Il governo rispose distinguendo tra il diritto della neutralità, che riguarda principalmente gli obblighi militari di uno Stato neutrale, e la più ampia politica di neutralità, all’interno della quale Berna ritiene di disporre di un considerevole margine di manovra. Secondo questa interpretazione, l’adesione alle sanzioni dell’UE non avrebbe modificato lo status neutrale della Svizzera, poiché la Confederazione continuava a non sostenere militarmente nessuna delle parti belligeranti.

Sul piano strettamente giuridico, questa distinzione permette a Berna di continuare a definirsi neutrale. Sul piano politico, però, il 2022 ha segnato un cambiamento qualitativo. Per la prima volta nella crisi che contrappone frontalmente Russia e blocco euro-atlantico, la Svizzera non si è limitata a esprimere una posizione diplomatica, ma ha integrato nella propria legislazione il sistema di misure economiche punitive costruito dall’Unione Europea contro Mosca. La neutralità militare formale è rimasta intatta, ma l’equidistanza economica e politica si è sensibilmente ridotta.

Oltretutto, questa scelta non è stata episodica, in quanto Berna ha continuato a recepire progressivamente i successivi pacchetti di sanzioni europee. Ancora il 19 agosto scorso, poco più di un mese prima del referendum, il Consiglio federale ha deciso di attuare ulteriori misure contenute nel ventesimo pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia. La stessa Segreteria di Stato dell’economia ha descritto la decisione come conforme alla «prassi seguita finora», confermando che l’allineamento alle misure europee è ormai divenuto una componente strutturale della politica svizzera verso Mosca. Circa 2.790 persone e organizzazioni risultavano allora sottoposte a congelamento patrimoniale in Svizzera in relazione al conflitto ucraino.

Il processo non si è però fermato alla dimensione economica. Dalle sanzioni del 2022 si è progressivamente passati a un rafforzamento della cooperazione nel campo della sicurezza e della difesa, facendo emergere con maggiore evidenza la direzione strategica assunta dalla Confederazione.

Sempre a rigor di precisione, va sottolineato che la Svizzera partecipa al programma NATO Partnership for Peace dal 1996, dimostrando che la collaborazione con l’Alleanza Atlantica non costituisce una conseguenza esclusiva del conflitto ucraino. La novità degli ultimi anni consiste piuttosto nell’intensità e negli obiettivi di tale cooperazione. Nel dicembre 2025, infatti, Svizzera e NATO hanno definito un Individually Tailored Partnership Programme per il periodo 2025-2028, esplicitamente inserito dall’amministrazione federale nella volontà del Consiglio federale di «intensificare la cooperazione internazionale nella politica di sicurezza».

Il concetto che viene utilizzato per descrivere questa cooperazione con la NATO è quello di interoperabilità. Essa punta infatti anche a sviluppare e mantenere capacità che consentano alle Forze armate svizzere di operare insieme a quelle dei membri della NATO e degli altri Paesi partner. L’Alleanza stessa indica tra i settori della relazione con Berna lo sviluppo delle capacità delle forze svizzere di lavorare con quelle NATO nelle operazioni multinazionali.

Prima l’allineamento economico alle sanzioni europee, poi l’approfondimento della cooperazione nella politica di sicurezza, quindi la ricerca di una maggiore interoperabilità militare con l’Alleanza Atlantica. Nessuno di questi passaggi, preso isolatamente, abolisce la neutralità svizzera. Considerati nel loro insieme, tuttavia, descrivono una progressiva integrazione de facto della Confederazione nell’architettura strategica occidentale.

Lo stesso Consiglio federale, nella campagna contro l’iniziativa, ha difeso esplicitamente questa possibilità. Secondo il governo, la crescente instabilità europea rende necessario orientare la politica di sicurezza e di difesa verso una maggiore cooperazione internazionale. Berna considera compatibile con la neutralità la partecipazione a esercitazioni militari internazionali non direttamente collegate a una guerra e sostiene che un’eventuale cooperazione difensiva con altri Stati in caso di aggressione debba essere preparata in anticipo. Il governo riconosceva inoltre che un’approvazione dell’iniziativa avrebbe comportato una riduzione della cooperazione con la NATO, compresi settori come le esercitazioni congiunte e lo scambio di dati.

La neutralità, dunque, viene progressivamente ridefinita non più come mantenimento di una significativa distanza dalle strutture militari dei blocchi, ma come assenza dell’obbligo formale di intervenire militarmente al loro fianco. Entro questo perimetro molto più ristretto diventano compatibili con la neutralità tanto le sanzioni economiche coordinate con l’Unione Europea quanto la preparazione operativa con la NATO.

La Confederazione si colloca così in uno spazio intermedio: non è membro dell’Alleanza Atlantica, ma aumenta la propria capacità di operare insieme ai suoi membri; non appartiene all’Unione Europea, ma ne recepisce ripetutamente le misure coercitive contro la Russia; non rinuncia formalmente alla neutralità, ma interpreta questo principio in modo tale da rendere possibile una crescente integrazione nelle strutture politiche e di sicurezza dell’Occidente.

La Svizzera, del resto, non è mai stata neutrale nel senso di un’impossibile equidistanza ideologica assoluta. Già durante la Guerra fredda, essa apparteneva economicamente, culturalmente e politicamente al mondo occidentale. La specificità della sua neutralità consisteva soprattutto nel mantenimento di un’autonomia strategica rispetto alle alleanze militari e ai conflitti tra i blocchi. La trasformazione contemporanea non consiste quindi nel passaggio improvviso di una Svizzera neutrale a una Svizzera occidentale, perché la Confederazione è sempre appartenuta all’Occidente in senso storico e socioeconomico. Il cambiamento riguarda piuttosto il passaggio da un’appartenenza occidentale accompagnata da una marcata autonomia strategica a un’integrazione sempre più profonda nelle politiche economiche, di sicurezza e militari del campo euro-atlantico.

Resta dunque una neutralità formalmente intatta, ma sempre più distante dalla funzione politica che l’aveva storicamente caratterizzata. La Svizzera continua a non essere membro della NATO e conserva tutti gli strumenti giuridici per definirsi uno Stato neutrale. Allo stesso tempo, recepisce le sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia, approfondisce il coordinamento della propria politica di sicurezza con i partner occidentali e prepara le proprie Forze armate a una crescente interoperabilità con quelle dell’Alleanza Atlantica.

Received — 12 October 2026 ⏭ Strategic Culture Foundation

Piratage de Élysée par l’israël et pseudo alerte russe : qui est vraiment la menace ?

By: A A
12 October 2026 at 16:00

Le Libre Penseur

Vendredi 18 septembre 2026, Emmanuel macron réunit à l’Élysée chefs de partis et candidats à la présidentielle de 2027. Les patrons de la DGSE et de la DGSI sont là, la situation est grave ! Il affirme que la menace hybride russe s’intensifie : drones, cyberattaques, sabotages… La fin du monde ! Il cite Leipzig, où un drone chargé d’explosifs a été trouvé près d’un avion-cargo. Il ordonne un plan de protection des infrastructures critiques. Le message est clair, le pays doit se tendre. Cette mise en scène de tension sert à éviter le bilan et à peser sur le climat électoral. Point.

Georges Malbrunot va par contre citer un agent du renseignement français (DGSI). La menace existe oui, mais macron la surestime largement, c’est du vent. Aucun nouvel épisode n’aurait été détecté ces dernières semaines. Pourquoi sortir cela maintenant ? Sauf stratégie de communication avant la présidentielle, en visant Marine Le Pen et Jean-Luc Mélenchon.

L’agent ajoute autre chose. Poutine serait acculé en Ukraine, il perd beaucoup d’hommes. Des renforts nord-coréens arrivent et en Afrique, la logistique russe coince. Selon lui, mieux vaudrait frapper les télécoms russes que multiplier les discours. Il décrit aussi une offensive des services vers les médias pour appuyer la communication de l’Élysée. De la pure propagande bidon et grossière comme on en a l’habitude depuis 9 ans de macronisme dégénéré.

D’autant que ce n’est pas la première fois que macron ment concernant la menace russe, c’est un multi récidiviste. Il nous avait déjà fait le coup des cyberattaques des hôpitaux ! Pourtant les médias complices corrompus continuent de diffuser ses fake news sans aucun regard critique ou analyse sérieuse !

Malbrunot et la GDSI sur la menace russe

Le même jour, Poutine répète que la Russie n’a aucune intention agressive envers l’Europe. Aucun fondement, dit-il. Moscou serait prêt à rétablir des relations. Il ajoute : laissez-nous vivre en paix, sinon nous réagirons. On entend pourtant depuis des années que Poutine est mourant : multi cancers, tremblements, rumeurs de décès… Il a 73 ans certes mais il apparaît encore, il est allé en Inde. Rien de public ne prouve une mort imminente.

On dit aussi qu’il perd la guerre. En septembre 2026, c’est une guerre d’usure. La Russie avance peu et cher. L’Ukraine frappe Moscou et des raffineries. Ni effondrement russe ni victoire nette. Imaginer une attaque des 27 pays de l’UE est d’une grande absurdité et totalement contradictoire avec le discours dominant.

Deux jours plus tôt, Challenges révèle un autre fait. Le téléphone de Dora Cattuti, conseillère Afrique du Nord et Moyen-Orient à la cellule diplomatique de l’Élysée, aurait été piraté ; l’opération est attribuée au Mossad. Le logiciel espion a été mis en place via un faux mail de l’Autorité palestinienne. Découvert lors d’un contrôle de sécurité. L’Élysée parle d’inexactitudes et ne confirme pas. Le Quai d’Orsay se tait car il n peut pas sanctionner Tel-Aviv. Ce n’est pas une première : Pegasus, outil israélien, a déjà ciblé des responsables français. Paris avait même étudié son achat avant d’y renoncer.

Cette nouvelle affaire est d’autant plus grave qu’elle n’est pas une première et que l’Élysée ne fera absolument rien. Pas de sanctions, pas de convocation de l’ambassadeur israélien… walou ! Telles des serpillères, les membres de l’exécutif vont encore ramper.

Alors qui menace vraiment ? Mettre en scène une seule alerte et taire l’autre n’éclaire personne. Au contraire il est question de propagande et de tromperie. C’est aussi un joli écran de fumée pour camoufler 10 années de carnage de la macronie, 10 années de sabotage, 10 années de suicide français sans avoir besoin ni des Russes, ni des Iraniens, ni des fréristes…

Et ce n’est pas le risible air martial très théâtralisé de ce nain insignifiant qui va rendre réel un mensonge aussi pathétique.

Publié à l’origine par Reseau International

9/11 e uma Aliança Atlântica em crise

By: A A
12 October 2026 at 15:00

Relembrar o 11 de Setembro é particularmente crucial numa altura em que, é sabido, sob a Administração de Donald Trump, os EUA reequacionam o seu papel na defesa da Europa.

Ana Marcela

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No dia em que as torres foram atacadas, o então presidente dos EUA, George W. Bush, estava numa escola primária na Florida a ler um livro com crianças, quando o chefe de gabinete, Andrew Card, lhe sussurrou ao ouvido: “A América está sob ataque.”

Milhares de pessoas perderam a vida depois do embate dos aviões no World Trade Center em Nova Iorque e, num misto de choque, incredulidade e dor, todos percebemos que o mundo iria irremediavelmente mudar. Nos dias que se seguiram, e pela primeira vez na história, foi invocado o Artigo 5.º da NATO. Pelos Estados Unidos. “Os aliados da América na NATO responderam com solidariedade e ação, apoiando a defesa dos Estados Unidos e juntando-se aos norte-americanos no luto e na homenagem aos que perderam a vida”, pode ler-se no website da U.S. Air Forces in Europe – Air Forces Africa.⁠⁠⁠⁠⁠⁠⁠

“Para as Forças Aéreas dos EUA na Europa, os ataques assinalaram o início de uma mudança imediata na proteção da força, no estado de prontidão e no foco operacional — uma mudança que viria a moldar a missão do comando durante as décadas seguintes”, lembram numa publicação que assinala os 25 anos dos ataques terroristas.

É precisamente este espírito de união e solidariedade entre aliados que é evocado por Ursula von der Leyen no seu discurso. “O 11 de Setembro foi o acontecimento mais marcante da viragem do século. E veio reavivar a importância das alianças e da segurança coletiva”, refere. “A Europa soube imediatamente de que lado estava. Estivemos ao lado da América. Pela primeira e única vez na sua história, a NATO invocou o Artigo 5.º. Um ataque contra um era um ataque contra todos. Permanecemos unidos na defesa dos princípios que nos unem através do Atlântico: a liberdade e a democracia.”

Relembrar o 11 de Setembro — nunca esquecer quem perdeu a vida nos ataques e nos anos que se seguiram — é particularmente crucial numa altura em que, é sabido, sob a Administração de Donald Trump os EUA reequacionam o seu papel da NATO e a sua ação (ou não) na defesa da Europa.

Velhas alianças evidenciam sinais de elevado desgaste e a Europa já percebeu (ou deveria) que tem de se preparar para garantir a sua soberania de defesa. O objetivo é, até 2030, essa capacidade estar garantida, com a Bruxelas a avançar com investimento — o SAFE no qual Portugal garantiu 5,8 mil milhões é apenas um dos exemplos de mecanismos financeiros implementados — para dar um boost à indústria europeia de defesa. Em abono da verdade, muito tem sido feito, mas o recente relatório do Tribunal de Contas Europeu faz um retrato do muito que ainda falta fazer para agilizar o passo do Velho Continente. Tanto que chegar a 2030 preparado é “um desafio”, alerta o TdC Europeu de forma polida.

Relembrar o 11 de Setembro — nunca esquecer quem perdeu a vida nos ataques e nos anos que se seguiram — é particularmente crucial numa altura em que, é sabido, sob a Administração de Donald Trump os EUA reequacionam o seu papel da NATO e a sua ação (ou não) na defesa da Europa.

Um novo sinal de que as relações entre os dois lados do Atlântico já viveram dias melhores foi a Cimeira do Espaço, que se realizou esta semana em Paris, na qual foi notória a ausência de pesos pesados do setor norte-americano, como a SpaceX de Elon Musk, que cancelaram a sua participação devido a pressão da Casa Branca. Aparentemente, o encontro internacional organizado por Macron não tinha sido alinhado com os EUA e participar era dar sinal de apoio às políticas da UE não conformes com os interesses de Washington.

Não há dúvidas de que a soberania passa igualmente por esta ‘nova-velha’ fronteira. A Europa tem de se unir também aqui, apelou Von der Leyen. “Temos de agir como uma só Europa. A Comissão, a Agência Espacial Europeia e os governos nacionais — temos de conjugar as nossas forças”, apelou. “As nossas indústrias pedem uma procura clara e previsível, que lhes dê a segurança necessária para investir e crescer. Em nenhum outro domínio isso é mais evidente do que nos transportes espaciais”, afirma.

E o mesmo disse Macron. No encontro, que reuniu mais de 100 delegações, foram feitos 51 anúncios, representando um valor total de aproximadamente 20 mil milhões de euros, incluindo cerca de 5 mil milhões de euros em contratos e investimentos. Mas a fatia de leão foram os 15,7 mil milhões de euros para o programa IRIS 2, que já tinha sido anunciado pela Comissão Europeia.

Parece muito, mas há — também aqui — uma clara desproporção entre os blocos. Os números compilados pela Pitchbook sobre o investimento de capital de risco no setor até junho dão disso conta. Globalmente, as empresas do setor já captaram 11,3 mil milhões de dólares de investimento, valor que supera os 10,1 mil milhões de dólares investidos em todo o ano passado. Os EUA absorveram mais de metade (56,1%) deste montante. A Europa? Se olharmos numa perspetiva de copo meio cheio, aumentou a sua fatia. Copo meio vazio: mal superou os 20%.

Publié à l’origine par Reseau International

Cuelga tú – ¡no! ¡Cuelga tú! – Y al final los dos colgaron… también a Zelensky y a la Unión Europea

By: A A
12 October 2026 at 14:00

No fue la venta de ese diésel lo que le interesaba a Putin, pero no sabemos bien todavía qué.

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“Pero les diré que es raro tener conversaciones tan largas en las que ninguno de ellos quisiera terminar la conversación, ninguno de ellos quería colgar el teléfono si se puede decir así”

Yuri Ushakov. Asesor de la Presidencia rusa, 19 de mayo de 2025

“Fue una conversación muy intensa y amistosa. Nadie quería ser el primero en colgar”, reveló Ushakov, quien destacó el ambiente cordial del diálogo entre ambos mandatarios.

Yuri Ushakov. Asesor de la Presidencia rusa, 9 de octubre de 2026

El día 9 de octubre un desesperado Donald Trump -que no había extendido como gesto cordial y diplomático una felicitación por el cumpleaños de su homólogo ruso el 7 de octubre- llamó al Kremlin y entabló un acuerdo para nada modesto: habilitó la venta de petróleo y diésel rusos, mismo que había vetado apenas en septiembre con aranceles del 100% a quien comerciara con Moscú.

De esta forma:

…acordaron que Rusia suministrará inmediatamente más de 300.000 toneladas de combustible diésel a los mercados estadounidense y mundial. Según detalló, Moscú entregará otras 500.000 toneladas durante el mes de noviembre y un millón de toneladas adicionales inmediatamente después, así como otros tres millones de toneladas en un corto período de tiempo, dependiendo del estado de las refinerías rusas.

La noticia cayó mal en Kiev y en Europa e incluso congeló la conversación que mantenían una comitiva ucraniana con Kushner y Witkoff en Miami, terminándola un día antes de lo previsto.

La Europa desconcertada empezó a tener comunicaciones con Zelensky para mostrar de nuevo el apoyo a esta demencial apuesta por la guerra en donde Ucrania pone los muertos y los europeos endeudan a los ucranianos que quedan vivos.

Sin embargo, los vaivenes del presidente estadounidense no son nuevos y mucho menos en lo que tiene que ver con suministro energético. Una breve cronología lo confirma: 1) tras el inicio de la guerra contra Irán el 28 de febrero de este año, Trump se vio obligado el 5 de marzo a dar una licencia temporal para que India comprara petróleo a Rusia; 2) el 12 de marzo se emitió otra licencia temporal por parte del Departamento del Tesoro estadounidense por treinta días para venta de crudo ruso, que estaba sancionado; 3) el 18 de septiembre, Donald Trump firma la Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026, que le daba el poder de imponer aranceles de hasta 100% a los 5 mayores compradores de petróleo y gas rusos (principalmente China e India); 4) finalmente este 9 de septiembre suspendió Trump esa ley exhibida con toda la parafernalia propia del siniestro gobierno Trump, por parte del senador Richard Blumenthal,  quien dijo: “Vladimir Putin, te tenemos fichado, tu economía se tambalea” … amenazó a China e India y hoy, Trump da las gracias al presidente Putin por salvarle el trasero en vísperas de elecciones.

Y así, como un Déjà vu, Yuri Ushakov volvió a decir las mismas palabras del año anterior: ninguno de los dos quería colgar. Y bueno esta vez colgaron a Zelensky y a la Unión Europea, la pregunta es: ¿cuándo volverá a dar otro bandazo Trump? ¿Cuándo volverá a ser amigo de von der Leyen, mentor de Zelensky y enemigo de Putin?

La Unión Europea, ridículo completo

Es sabido por ellos y por varios analistas esta cruda verdad: Trump no quiere a los europeos, a penas los soporta, siempre ha querido sacar las tropas de esa zona, siempre quiso salir de la OTAN, les puso en ridículo desde las primeras reuniones, les dijo que estaban muriendo las buenas costumbres con una Europa llena de migración desordenada y grupos LGBTI+Q por todo lado, hombres en competencias de mujeres y etc. etc. El propio J.D. Vance les dijo que había una caída moral de Europa y a eso se debía su crisis.

No siendo esto poco, Úrsula von der Leyen se comprometió en nombre de la UE a comprar 750.000 millones de dólares en energía a EE.UU. (gas natural licuado, petróleo y productos nucleares) hasta 2028. Además, se comprometió a realizar inversiones adicionales por 600.000 millones de dólares en Estados Unidos. Y a cambio, Estados Unidos fijó un arancel general del 15% sobre la mayoría de productos europeos, en lugar del 30%.

Y ahora, luego de tanto ir y venir, Estados Unidos le sigue comprando petróleo a Rusia, además de uranio y otros materiales que luego revende a Europa más caro. Ya los precios de gas están reventando al ciudadano común y mientras Trump viola las sanciones occidentales que pretenden asfixiar a Rusia, Europa tiene que pagar por tratos leoninos con EE.UU., invertir en la guerra en Ucrania y exprimir al poco Estado de Bienestar que les queda y del cual ya se ven revueltas nuevamente por vivienda, educación o empleo en Francia, España, Alemania, Portugal y Bélgica.

Este nuevo pacto comercial, que va hasta abril de 2027 ridiculiza a Europa, la pone en el lugar que le corresponde: el de una civilización – collage en decadencia. Europa anhela el regreso de los halcones demócratas para retornar a una presión unánime sobre Rusia y en franca escalada bélica como la llevaba ‘sleepy’ Biden. Esto no pasará. El nuevo rumbo estadounidense es Asia Oriental.

Rusia y sus socios, actores globales

Si bien esta venta es un golpe no sólo económico sino reputacional a favor del presidente Putin y Rusia, también deja abiertos otros aspectos no menos relevantes.

Por un lado, China mira con celo cualquier acercamiento entre Rusia y USA en este baile de tres potencias globales. Los chinos son los principales socios comerciales de los rusos y muy seguramente de mantenerse la restricción al diésel ruso, chinos e indios lo comprarían. Entonces, ¿qué ganó y condicionó Vladímir Putin en la llamada con Trump? Los rusos tienen acuerdos comerciales y han aprendido a maniobrar en medio de más de treinta mil sanciones así que este trato fue un guiño a Trump ante su SOS.

Es claro que no le cae mal esto a Rusia que ahora puede poner un precio no por debajo de los costos -de haberlo tenido que vender con restricciones por sanciones- pero quien marcó el teléfono fue Trump no Putin.

Por otro lado, Irán no creo que esté cómodo con esto. Con claridad Trump quiere no sólo estar bien con los precios y abastecimiento de combustible en su país, sino estar lo suficientemente seguro de que se mantiene un flujo nada modesto de diésel en el mercado mundial para atacar a Irán sin problemas o no tantos. Por cierto, hay que ser una potencia para decir sin duda alguna: ‘cuente señor Trump con tres millones de toneladas de diésel’. Sin lastimar su consumo interno, lo hace Rusia.

Además, la ruta por el Ártico plantea una alternativa a los cierres de Ormuz y Bab el-Mandeb que derivan de las resistencias al imperio y al sionismo por parte de Irán y Yemen. Lo que implica que como de costumbre EE.UU. celebra comerciar por Alaska con Rusia.

De tal suerte que, si Irán lleva a su manera una presión mediante la diplomacia y el cierre estratégico del flujo de petróleo, fertilizantes y mercancías con lo cual busca desgastar a los estadounidenses y una salida de la guerra en sus términos, el guiño del Kremlin a Trump no le favorece. Fortalece a su enemigo, quien gana tiempo y sin desesperar puede atacarlo de mejor manera. No implica una derrota de Irán, implica un cambio en los cálculos de presión, si en abril se extiende el plazo y si Trump decide atacar antes.

Finalmente, hay un socio que los propios rusos lo señalan como valioso. Cuba. La Isla, país que apoyó a millones de personas en el mundo de diversas formas y cuando sucedió en 1986 la catástrofe de Chernóbil en la URSS hace cuarenta años, en pleno Periodo Especial, Cuba recibió a 26 mil niños de Rusia, Bielorrusia, Moldavia y Ucrania para darles tratamiento y los adoptó como hijos propios. Esa Cuba amiga incondicional y solidaria no recibe petróleo desde hace un año largo y en septiembre la Guardia Costera de EE.UU. devolvió el buque Grace con combustible.

Sobre Cuba se teje un genocidio. No le llega combustibles ni mercancías. ¿Se habrá acordado el presidente Putin de la Isla, patria del más grande antiimperialista del siglo XX en todo occidente cuando negoció con Trump salvando el trasero a su enemigo, este republicano vetusto? Si Trump permitió liberar de sanciones el combustible para todo el mundo, ¿Ese ‘todo el mundo’ incluirá a Cuba?

Potencias: sin amigos y sin engaños

Es claro que cuando el asesor presidencial, Ushakov, señala que la conversación fue amable y llego a un punto de: ‘cuelga tú, ¡no!, ¡cuelga tú!’ entre los dos mandatarios, sólo desea crear una sobrecarga de cortisol en la UE y los ucronazis y seguro logró tal efecto. Esto no significa que crean que están tratando con la esperanza de una amistad. Por el contrario, sólo un pragmatismo puro y duro tiene las tripas para llegar a estos acuerdos.

Qué pasaría si el presidente Putin le dice a Trump: no te daré un gramo de diésel. No lo sabremos, pero seguro ofende a este tarado mental y lo pone del lado de Europa y Ucrania.

Es el mismo hombre que respaldó a Marco Rubio, su secretario de Estado, cuando hace unos meses celebraba los bombardeos sobre colegios de infantes en Rusia señalando que era válida la máxima presión. Es el mismo hombre que autoriza la entrega de datos de la CIA y el Pentágono a los ucronazis para atacar las mismas refinerías que condena que Zelensky ataque.

Esto también es claro, como nota al pie. El propio neonazi Volodómir Zelensky, presidente ilegítimo de Ucrania hace dos años y asesino de su pueblo, tiene razón al criticar la acción de Trump y hasta de tildarlo de débil. “La paz nunca llega gracias a la debilidad”, señaló. Trump salió a decir que era ya necesario cambiar de presidente por alguien que deseara negociar, que Zelensky perdió más de un millón de ciudadanos y 30% del territorio.

Y lo que diga la UE al respecto tiene su parte de verdad, así como de ingenuidad, como señaló el presidente eslovaco Robert Fico. Pero nadie está seguro con lo que se pacte con Trump ni con ningún gringo. Nunca han mantenido la palabra. Quizá la excepción es Kennedy en la crisis de los misiles.

Siempre los más pequeños saldrán lastimados en los acuerdos entre potencias, pero no aprenden no leen la historia. Le pasó a Cuba en 1962 en la crisis de los misiles. Le pasó a Libia, cuando decidió no tener armas nucleares y europeos y estadounidenses acordaron robarla. Europa todavía era algo fuerte. Hay más ejemplos.

Lo clave es que en este intempestivo acuerdo hay más de enemistad que de amistad. EE.UU. no desea salvar ni ayudar a Rusia. No le interesa la paz, se limpió el trasero con el acuerdo del Anchorage, sólo vela por su bienestar, el de su élite. Por su parte Putin sabe que le desean muerto, que, durante una llamada en 2025, mientras hablaba con Trump caían drones en una de sus residencias.

La diferencia sustancial radica en que Putin juega a largo aliento, tiene calculadas las contingencias. No fue la venta de ese diésel lo que le interesaba, pero no sabemos bien todavía qué. Mientras, Trump lleva una política de mentiras apalancada en el poder de los medios y el peso de la información salida de la boca del presidente de una potencia, con la cual improvisa, salva, ataja, corrige, omite y salta a otra cosa.

Lo cierto es que por ahora -y sin saber cómo despertará mañana, pensando o deseando el frustrado candidato auto propuesto a Nobel de paz- felizmente al terminar la llamada, los presidentes, además de colgar sus teléfonos, colgaron a Zelensky y a la Unión Europea.

Death rates for young American adults jumped 71% in just over a decade

By: A A
12 October 2026 at 13:00

By StudyFinds Analysis, Reviewed by Patrisha Antonaros

Research led by Steven H. Woolf

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Death rates for Americans between 25 and 44 years old jumped 71.2% in just eleven years, rising from about 140 deaths per 100,000 people in 2010 to 239 per 100,000 by 2021. No other age group came anywhere close to that surge. Overdoses, suicides, car crashes, and chronic diseases appearing at increasingly younger ages are now cutting down people in the prime of their lives.

Steven H. Woolf, a physician and researcher at Virginia Commonwealth University School of Medicine, published the analysis in The Milbank Quarterly. He combined data from the United Nations, the CDC, the Organisation for Economic Cooperation and Development, and a U.S. mortality database to show how far American life expectancy has fallen behind the rest of the developed world, and increasingly, much of the developing world too.

By 2023, U.S. life expectancy ranked 38th among countries with populations over 1 million, trailing not just Western Europe, Canada, Japan, and Australia but also Chile, Costa Rica, Slovenia, Israel, South Korea, and several Persian Gulf nations. Sixty countries had a lower risk of a person dying before age 40 than the United States did. That gap didn’t open overnight. It has been widening since the 1990s, and it sped up sharply after 2010.

How Researchers Tracked the Rising Death Rates

Woolf built this analysis by comparing decades of death records rather than running a new clinical trial or survey. He pulled data from the United Nations’ Department of Economic and Social Affairs, the U.S. Mortality Database, the CDC’s death-records database known as WONDER, and OECD data covering 16 other wealthy countries, including Canada, Japan, France, Germany, and the United Kingdom. He tracked age-specific death rates from 1999 through 2023, sorted into five groups: infants, youth ages 1 to 24, young adults 25 to 44, middle-aged adults 45 to 64, and adults 65 and older.

A separate part of the study looked at all 50 states from 1941 onward, matching each year of life expectancy data to the sitting governor’s political party to see whether state policy choices lined up with health outcomes over time.

What’s Driving the Rise in Death Rates Among Young Americans

Drug overdoses top the list. Among adults 25 to 44, the overdose death rate rose sevenfold after 1999, from about 7.7 per 100,000 to more than 54 per 100,000, and surpassed circulatory diseases (such as heart disease and stroke) in 2015 to become the leading cause of death in that age group. Suicide rates for this same group are higher than in any other age bracket and climbed more than 40% between 2000 and 2023. Homicides rose 75.5% between 2014 and 2021, and deaths from car crashes and other transportation accidents rose 43.5% over that same stretch.

What surprised even close followers of these trends is how much of the damage now comes from disease rather than injury. Deaths from diabetes and other metabolic and hormone-related illness rose nearly a quarter between 2010 and 2019 among young adults. Deaths tied to liver damage from drinking more than doubled between 2010 and 2023. Deaths from alcohol-related mental health disorders more than tripled in that same window. Even high blood pressure, historically a problem of later adulthood, saw its death rate more than double among 25- to 44-year-olds between 2000 and 2023.

Middle-aged adults, 45 to 64, saw many of the same patterns: rising deaths from drug overdoses, liver damage from drinking, and diseases of the brain and nervous system, along with a COVID-19 death rate that nearly doubled between 2020 and 2021 even after vaccines became available. Older adults largely avoided these steep increases, though deaths from brain and nerve diseases doubled between 2000 and 2023, and deaths from endocrine disorders and suicide also climbed.

Infographic showing a 71.2% rise in death rates among Americans ages 25–44 from 2010 to 2021.Infographic by StudyFinds

Where U.S. Life Expectancy Has Fallen the Furthest

National averages hide some brutal local realities. Comparing individual states to countries with similar life expectancy, Woolf found that Hawaii, the top-performing state, matched life expectancy in Western European countries like Sweden and Ireland. Mississippi, by contrast, resembled Libya, Venezuela, Belarus, and Syria in 2019. Conditions worsened after the COVID-19 pandemic hit. By 2021, life expectancy in West Virginia and Mississippi matched Bulgaria, Bangladesh, and Iraq, and fell below North Korea and Syria. Life expectancy was higher in Palestine and Iran than in nine U.S. states, including Oklahoma, Tennessee, Kentucky, Alabama, and Mississippi.

Woolf’s review of state data going back to 1941 found that states led by Republican governors tended to see life expectancy stagnate or decline, a pattern that became especially visible after 2010 and turned into what Woolf calls a “natural experiment” during the COVID-19 pandemic. States’ sharply different decisions on masking, business closures, and vaccination, he writes, could be measured in death counts within weeks. Red states, the analysis notes, suffered the largest COVID-era drops in life expectancy, a pattern that held up even after researchers accounted for other factors like poverty rates and existing health conditions.

Other researchers cited in the review, who looked at generational patterns rather than state policy, found that Americans born after 1970 had higher death rates from heart disease, cancer, and injury-related causes than earlier generations. They concluded that the current stall in U.S. life expectancy stems from “multilayered social, biological, and generational forces.”

Why America’s Death Rates Keep Climbing

Woolf’s analysis lays out five broad categories behind America’s health disadvantage: a health care system without universal coverage, riskier individual behaviors like higher calorie consumption and firearm ownership, greater income inequality and poverty, a built environment that favors cars over walking and green space, and public policies that put less emphasis on collective welfare than peer nations do. None of these explanations are new, but the paper argues that treating overdoses, suicides, and chronic disease as separate problems misses the bigger picture: they are symptoms of the same underlying neglect.

That’s the sharpest point in the paper, and probably the one worth sitting with. Other wealthy countries didn’t stumble into longer lives by accident. They built universal health coverage, stronger safety nets, and tighter consumer and environmental protections decades ago, and it shows up in their citizens’ death certificates today. America’s problem was never a shortage of ideas for fixing this. It’s a shortage of political will to act on them, and until that changes, the gap between how long Americans live and how long people in dozens of other countries live looks likely to keep growing.

Original article: studyfinds.com

Carney’s war on workers would make the right to strike meaningless

By: A A
12 October 2026 at 12:00

Canadians elected a government that promised to defend the country from Trump and his politics. Now corporations are demanding limits on workers’ rights — and Carney is expected to deliver

Christo Aivalis

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When a plurality of Canadians voted for Mark Carney’s Liberal Party in 2025, their hope was a leader who would protect and preserve Canadian values from the American onslaught of Donald Trump. Many explicitly rejected Pierre Poilievre and the Conservatives because they felt his right-wing, anti-worker values were too closely aligned with the U.S. Republican Party.

So it might disappoint Canadians to know that Mark Carney is not only continuing Justin Trudeau’s controversial labour relations regime, but quickly expanding his attack upon the working class, couching in it neutral buzzwords like “modernization” all while making it clear that the goal is to make the capitalist class happy by assuring them Canadian workers have fewer rights than they used to.

You don’t have to take my word for it; you can see the doublespeak from key members of the Carney cabinet. First up is Minister of Jobs and Families (remember, Carney refuses to have a real Minister of Labour) Patty Hajdu, who went onto the CBC to defend her government’s attack on the right to strike. Puzzlingly, Hajdu suggested that while Carney supports strike rights, their new legislation will seek to address the five per cent of cases where strike action becomes disruptive. But herein lies the trick that Hajdu even admits: collective bargaining works, because 95 per cent of the time, there are no labour stoppages. That five per cent number? Hajdu is effectively saying that she wants workers to have the ‘right’ to strike, so long as they don’t use it in the five per cent of cases they currently do. A right that exists so long as it isn’t exercised, in other words.

Indeed, more candid reporting from CTV confirmed that Carney’s objective is to go even farther than Trudeau and Stephen Harper: to not only use back-to-work legislation, but propose new legislation that “will be aimed at introducing binding mediation before strike action is taken.” This is a shocking escalation of anti-labour policy, even for the already right-wing Mark Carney. The reason is even more chilling as per CTV:

Industry’s message to the government was that its traditional tool to use for binding arbitration, Section 107 of the Canadian Labour Code, can only be applied too late in the labour dispute process and from its perspective, does not adequately prevent the damage caused from a work stoppage.

Put another way, corporations feel the government’s anti-labour tools aren’t strong enough, and that the only way to ensure investors are happy is to stop strikes before they can even manifest. But this defeats the whole purpose of strikes: they are indeed rare, but when they do happen, they must be disruptive to enact vital economic victories that benefit union members and the wider working class. This is something Avi Lewis and the NDP made clear in strong opposition to Carney’s union-busting scheme. If Carney and his capitalist buddies argue that strikes can only happen when they cause zero economic disruption, they are effectively calling for an abolition of the right to strike in practice.

This focus on pleasing investors was the central and explicit concern of  Minister of Transport Steven MacKinnon. In a discussion with Rosemary Barton, MacKinnon parroted Hajdu’s insistence that while the right to strike still exists, workers better not use it: “It harms investment, harms employment, maybe even particularly in unionized environments. So we need a better framework for getting to agreements between employers and their employees.”

Again, the crux of the Carney argument is that workers’ rights are bad for business. And that if any company fears a union could strike for better wages, improved working conditions, and fair and equitable treatment, that would hurt the bottom line, and they might be less likely to invest. So, for Carney to entice the Trump-aligned American capitalists that Canadians wanted protection from, he must crush the workers under his boot, including their basic right to withhold their labour as guaranteed by the Charter.

Carney may say he opposes Trump, but his ideal Canada is a Republican dream of an anti-union southern Red state. The man elected to save Canada? He’s the one dissolving it from the inside for the benefit of capitalists, including American businessmen who supported Trump. Once Carney’s done selling away our rights and our infrastructure with the help of American banks like Morgan Stanley, he’ll be fine. But Canadians will be left picking up the pieces of a Trumpified Canada for generations.

Original article: ricochet.media

The Middle East three years after Operation Al-Aqsa Flood

By: A A
12 October 2026 at 11:00

Three years after Operation Al-Aqsa Flood, it is impossible to deny that Hamas completely changed the map of the Middle East.

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On October 7, 2023, a memorable military operation began from Gaza, in which approximately 4,000 armed men from the elite units of the various local Palestinian resistance movements (Palestinian Islamic Jihad, PFLP, DFLP, Popular Resistance Committees, etc., led by Hamas) poured like an overflowing glass over the Zionist settlements in the surrounding areas.

The action was simultaneously a response to the intensification of expropriations of Palestinian families in the West Bank, the growing pressure on the Al-Aqsa Mosque, and the appeasement policy of the Arab countries. It aimed, through the capture of Israeli military personnel (active and reservists), to force the Zionist entity into a war of attrition that could lead to significant exhaustion of Israel, internally and externally, and to a reassertion of the Palestinian State question.

Apparently, one of the expectations of the Hamas leadership was that Hezbollah and Iran, and perhaps the military organizations of the West Bank, would also engage, briefly and sustainably, in the conflict with Israel. For a series of reasons – entirely different for each of the actors – this did not happen, except in the case of Hezbollah, and only in a limited way until the ground invasion of Lebanon, and in the case of Iran, also in a limited way during the 12-Day War.

The event led to cataclysmic transformations in the Middle East that we can already describe, and to a panorama that may be disconcerting for many who predicted a scenario of total Zionist victory.

It is not our intention to provide a detailed description of the processes that were initiated by the Gaza War, so we will only attempt to summarize each of the scenarios in their main events and current panorama.

As for Gaza itself, its population was the victim of ethnic cleansing. The death toll, if we add all causes, may reach 200,000, that is, 10% of the population of the Gaza Strip. A significant part of the Hamas leadership, in turn, was assassinated during the war. Israel, however, was defeated in the conflict, considering that it failed to achieve its objectives of destroying Hamas, permanently occupying the entire Gaza Strip, and displacing the Palestinian population. The material and social damage to Israel, in turn, was immense. 60 billion dollars in general economic losses, increased internal social tensions, and total – perhaps irreversible – destruction of Israel’s international image. Furthermore, unable to defeat Hamas, Israel was forced to accept a peace agreement imposed by the US. Meanwhile, Hamas continues with approximately 12,000 active fighters and another 15,000 young recruits in training, so that it will soon return to approximately the same level of strength as before October 7, 2023.

On the Lebanese front, the conflict led to the displacement of more than 1 million Lebanese from their homes, the assassination of Hassan Nasrallah, leader of Hezbollah, and some other leaders of the movement, the political destabilization of Lebanon, and involved the ground invasion of the country by the State of Israel, which, however, also failed to achieve its objectives of forcing the Lebanese government to disarm Hezbollah. Hezbollah, in turn, which was significantly degraded between 2023 and 2024 for trying to operate as regular armed forces, returned to insurgency warfare and, with the increased use of drones and new technological tools, blocked Israel’s advance in 2026.

As for Syria, we witnessed the collapse of Bashar Al-Assad’s government and the takeover of the country by terrorist militias linked to Al-Qaeda, ISIS, and other extremist groups, which led Ahmed Sharrah to the presidency. Israel took advantage of the moment to destroy most of Syria’s military hardware and occupy a security belt around the Golan Heights, establishing a tenuous alliance with the Druze tribes and militias of the region. The fall of Assad imposed difficulties on Hezbollah’s logistics, which relied on Syria for the transit of equipment coming from Iran. If Israel expected free passage through Syria, however, the situation is made more complex by the fact that the region is disputed, as an area of influence, with Turkey, so that tensions between both countries continue to increase.

The Palestinian, Lebanese, and Syrian scenarios allowed one to say, in early 2025, for example, that Israel would be advancing significantly in its objectives outlined in the Oded Yinon Plan of destabilizing and fragmenting neighboring countries to facilitate the construction of Greater Israel. We would have here, at that moment, the collapse of the Shiite Crescent strategy and of Qassem Soleimani’s geopolitical project. When we add the Iraqi and Iranian scenarios, as well as the general context of the Middle East, the situation changes significantly.

Because in the space between the 12-Day War and the Iran War, we saw the collapse of US regional power in the Middle East, the rise of Iran as the main contender for regional hegemony, and Israel’s retreat to a more defensive and rear-guard position.

Signs that the Israeli project was more fragile than it seemed at first glance appeared already in the conflict with Iran in 2025. Unable to defeat Iran, which was pounding Israeli defenses and infrastructure with swarms of drones and missiles, Israel had to appeal for help from the US, which carried out a largely symbolic airstrike against empty nuclear facilities in Iran. This did not go unnoticed.

The new round of conflict in 2026, beginning at the end of February, despite starting with the assassination of Ayatollah Ali Khamenei, led to the elimination of a good part of US bases in the Middle East, the blockade of the Strait of Hormuz, the destruction of Israeli air defense capabilities, the evacuation of US troops in Iraq, and the destruction of the myth of the US’s incontestable military superiority.

In fact, the inability of the US to achieve its political objectives militarily in the Middle East (after the failure of the January color revolution attempt), even using 2 aircraft carriers (1 of which may have been seriously damaged in operations), its inability to protect its Arab allies, the Arab allies’ own inability to defend themselves, the partial depletion of the missile stockpiles of Iran’s enemies, and Iran’s capacity to quickly replenish its leadership and to act militarily in a decentralized manner, as well as its demonstration that its industrial-military capacity remained active, changed the geopolitical map in the Middle East.

To some extent, today, it is Iran that calls the shots. The evacuation of Iraq by the US reopens the country to the penetration of Iranian influence, which puts at risk even Ahmed Sharrah’s domination of Syria.

To circumvent Iranian control of Hormuz, the Saudis have been experimenting with using the Red Sea and land routes. If these efforts were successful, the importance of Hormuz would diminish and, with it, Iran’s bargaining power. The problem is that, exactly when this began to happen, the Yemeni Ansarullah entered the board, initiating a large-scale military operation to defeat the rebels supported by Riyadh. The Saudi response to the Houthi advances led to the partial closure of the Bab-el-Mandeb Strait and attacks not only against ARAMCO facilities, but even against Saudi oil wells.

If we return to the Israeli geopolitical panorama, finally, the country still finds itself with a Palestinian problem in Gaza, Hezbollah active in Lebanon, unable to advance in Syria because of the Turkish threat, and with its defensive military capabilities considerably reduced.

Far from the “Pax Judaica” and “Greater Israel,” we are seeing the repositioning of geopolitical actors, and the actor in the most advantageous position is, today, Iran. The recent negotiations between Israel and the Sunni Arab countries do not significantly change the scenario.

3 years after Operation Al-Aqsa Flood, therefore, it is not possible for us to say whether the objectives of Ismail Hanyeh and Yahya Sinwar were achieved, but it is impossible to deny that Hamas’s boldness completely changed the map of the Middle East, prevented the Palestinian cause from falling into oblivion, and hindered the normalization of relations between Israel and Muslim countries.

L’unica piaga in Russia sono i media mainstream

By: A A
12 October 2026 at 10:30

Quando si torna indietro e si osserva davvero la rappresentazione storica delle «realtà russe» nei media di lingua inglese, si nota che Putin è sull’orlo della destituzione dal 2000 e da allora anche l’economia russa è sull’orlo del collasso. Tutto ciò che viene scritto sulla Russia in inglese in Occidente è una menzogna.

Segue nostro Telegram.

Parleremo dei vari aspetti della presunta “epidemia” in Russia, ma emerge una tendenza più ampia quando si esamina l’interpretazione data dai media a questo evento, che sia reale, falso o una sorta di enigma. Chiunque abbia familiarità con il mio lavoro mi avrà sentito affermare qualcosa del tipo: «Tutto ciò che sapete sulla Russia, scritto in inglese, è una menzogna», e continuo a credere in questa affermazione. Quando i politici occidentali dichiarano che «la Russia ha il potenziale economico della Spagna» o che «la Russia è la Nigeria con la neve», o fanno altre affermazioni simili, non stanno mentendo in modo diretto e consapevole.

Sulla base di tutti i dati e le informazioni di cui dispongono «laggiù» riguardo all’economia russa, questa visione era logicamente «vera». Se si analizzano i numeri basandosi sui dati occidentali, immagino che la Russia sia semplicemente un’economia enigmatica avvolta nel mistero, delle dimensioni di una nazione dell’UE di secondo piano, ma ovviamente nella realtà non è così. La Russia è terribilmente draconiana e repressiva, perché ovunque si legge che è proprio così. I calcoli secondo cui la Russia avrebbe ceduto immediatamente e il «rublo sarebbe crollato» dopo l’inizio dell’Operazione Militare Speciale non erano falsi, erano semplicemente basati su dati errati. Se si esaminano le informazioni occidentali sulla Russia, sembrerebbe davvero che l’economia del Paese poggi esclusivamente sui prezzi del petrolio, che la popolazione attenda una sola scintilla per ribellarsi al tiranno e che, nel complesso, il castello di carte sia pronto a crollare da un momento all’altro. Ma, come hanno dimostrato gli anni di guerra, non è stato così; tuttavia, le stime iniziali erano «corrette» sulla base dei dati su cui si fondavano.

Persino la famosa citazione di Lenin secondo cui «una menzogna ripetuta abbastanza spesso diventa verità» – ironia della sorte – potrebbe non essere mai stata pronunciata da lui, ma questa pseudo-affermazione getta un’ombra negativa sulla Russia, per cui l’Occidente continua a ripeterla. In Russia, poiché alcune persone sono state arrestate per attività online dall’inizio dell’Operazione Militare Speciale – tra cui l’organizzazione di atti terroristici – ciò viene considerato «negativo»; tuttavia, il fatto che nel Regno Unito vi siano 70 volte più persone dietro le sbarre per ciò che hanno espresso online non viene preso in considerazione, poiché si tratta di una situazione diversa e non è mai stata nemmeno presa in esame da un giornalista britannico. Gli arresti per dichiarazioni e azioni online si applicano solo a coloro che sono considerati «cattivi», a riprova della loro cattiveria.

Se l’esercito russo è forte, si tratta di militarismo; se l’esercito russo è debole, è prova di corruzione e inettitudine. Se vi sono processi per corruzione, ciò dimostra che il regime autoritario di Putin sta eliminando i propri nemici; se invece non vi fossero processi per corruzione, ciò costituirebbe prova della corruzione e del controllo totalitario del regime. Non esiste alcuna possibilità di vittoria per la Russia nella stampa occidentale; persino durante il presunto trattamento mediatico favorevole riservato a Eltsin nei «bei vecchi tempi», l’intero establishment si è abbandonato a un’orgia di schadenfreude per la caduta dell’URSS e per lo stato di umiliazione della Russia degli anni ’90.

Per dirla senza mezzi termini: se accade qualcosa o si dice che sia accaduto qualcosa in relazione alla Russia:

– Se i media russi lo avallano, ciò è prova che la Russia è cattiva

– Se i media russi si oppongono, ciò è prova di un insabbiamento del misfatto che dimostra che la Russia è cattiva

– In definitiva, qualsiasi azione o inazione da parte della Russia è negativa e costituisce prova della sua malvagità.

La posizione della CNN su questa questione è la classica russofobia

E, puntuale come un orologio, ecco che la CNN interviene per sostenere questa narrativa sulla peste che sembra essere fondamentalmente falsa. Parleremo di ciò che sta realmente accadendo con questa «epidemia» un po’ più avanti, ma per ora concentriamoci sull’aspetto mediatico della questione. Già nel titolo dell’articolo della CNN in questione «Liste di controllo, mascherine e mistero: cosa sappiamo sull’allarme peste in Russia» si nota chiaramente come la propaganda stia prendendo piede.

«Le autorità russe hanno cercato di placare le preoccupazioni globali in merito alla morte di una giovane donna che lavorava in un laboratorio siberiano specializzato nella lotta alla peste. Tuttavia, le misure adottate per isolare i suoi contatti e introdurre nuove misure di controllo della malattia negli ospedali locali hanno suscitato preoccupazioni tra le persone che temono di non essere informate su tutta la verità.»

Per quanto riguarda il paragrafo precedente, come potete vedere, la parte russa è vista in modo negativo perché presenta una versione dei fatti diversa e ha l’audacia di condividerla con il mondo. Tuttavia, se i media russi avessero taciuto su questa vicenda, ciò sarebbe stato ugualmente negativo, in quanto avrebbe costituito una prova di colpevolezza per omissione. Il fatto che le autorità russe stiano adottando alcune misure per cercare di fermare un’epidemia è negativo perché tali misure generano paura o qualcosa del genere, ma quantomeno ciò è sufficiente per giustificare una condanna. Tuttavia, se il governo adottasse misure estreme, queste sarebbero «draconiane», mentre se non adottasse alcuna misura, ciò sarebbe «terribilmente irresponsabile». Pertanto, adottare misure di livello medio «induce paura» o qualcosa del genere e, naturalmente, ciò è negativo e assolutamente inaccettabile.

«Ulyana Gavryunina, una blogger ventinovenne di Angarsk, città della regione di Irkutsk, ha dichiarato alla CNN di aver dovuto cambiare ospedale ostetrico alla quarantesima settimana di gravidanza, poiché le restrizioni di quarantena appena imposte impedivano a suo marito di stare con lei durante il travaglio.»

Pertanto, poiché l’amministrazione locale dispone di strutture limitate, purtroppo questa donna ha dovuto partorire in condizioni tutt’altro che ideali. È una situazione spiacevole per lei e sono certo che sia stata piuttosto frustrante, ma ancora una volta la CNN sostiene che l’intervento delle autorità russe sia negativo perché ha avuto ripercussioni negative sulle persone; tuttavia, se non avessero fatto nulla, sarebbe stato altrettanto grave. Se le persone non fossero state messe in quarantena in quella struttura, ciò sarebbe stato «pericoloso e irresponsabile» o qualcosa del genere.

«Mercoledì l’autorità sanitaria russa ha affermato che non sussiste alcun rischio epidemico a seguito della morte della donna e che sta riducendo gradualmente l’intervento. Rospotrebnadzor ha dichiarato che il monitoraggio medico è stato completato per “oltre il 90%” dei contatti della ricercatrice deceduta e che non sono stati rilevati agenti patogeni “pericolosi”. Tuttavia, permangono alcune domande senza risposta».

L’espressione «ma rimangono domande senza risposta» è stata utilizzata in questo contesto per negare l’opinione del governo russo. Se questo paragrafo si fosse concluso senza queste parole, avrebbe fatto apparire pienamente legittime le opinioni delle autorità locali. Quando «rimangono domande», si allude a una cospirazione, al fatto che la versione ufficiale non corrisponda alla realtà. Ancora una volta, indipendentemente da ciò che le autorità russe avrebbero dichiarato pubblicamente, la reazione sarebbe stata negativa perché la CNN le considera nemiche. Il nemico non può fare nulla di giusto. E le azioni della Russia sono quelle di un nemico e, pertanto, sono universalmente negative agli occhi di qualsiasi giornalista che si rispetti.

“Secondo il proprio sito web, l’Istituto Antipeste impiega circa 95 ricercatori ed è un’importante struttura sanitaria pubblica responsabile del monitoraggio e della prevenzione dei focolai di infezioni batteriche e virali ad alto rischio in tutta la Siberia e nell’Estremo Oriente russo.

L’istituto è stato fondato nel 1934 per combattere la peste e continua a studiare la malattia poiché la Yersinia pestis, il batterio che causa la peste, circola ancora naturalmente nella fauna selvatica in alcune zone della Siberia e nelle regioni limitrofe».

Sorprendentemente, la CNN non ha definito la struttura di ricerca in cui lavorava la signora Shipilova come un «laboratorio biologico» né ha utilizzato altri termini infamanti. In realtà, si è limitata a «crederle sulla parola» e a riportare semplicemente le informazioni presenti sul sito web. Ciò è risultato veritiero e piacevole da leggere.

Cosa è realmente accaduto, quindi?

Passiamo ora ad analizzare la situazione reale relativa a una potenziale epidemia di peste e alla misteriosa morte della ricercatrice che stava lavorando per combatterla. Esiste un video realizzato da una donna americana anonima residente a Irkutsk (nome del canale: American in the Motherland) sull’intera vicenda che, in meno di 15 minuti, analizza l’intera storia con fonti, fatti e filmati provenienti direttamente dalla regione. Per brevità, condividerò i punti salienti delle sue argomentazioni. Come potete vedere, ancora una volta una sola giornalista cittadina smonta punto per punto la versione dei media mainstream. L’immagine qui sotto è tratta dal video e mostra la «genialità» della stampa internazionale e le sue reazioni affrettate su questo tema.

I punti chiave del video erano:

  • Non vi sono lockdown di massa a Irkutsk né in nessun’altra parte della Russia; le uniche persone sottoposte a quarantena hanno avuto contatto diretto con la donna deceduta (Daria Shipilova) e il loro numero è inferiore a 200.
  • La Shipilova non lavorava in un laboratorio biologico militare, bensì in un istituto di ricerca sulle epidemie e sulle malattie, progettato per combattere le patologie. La sua ubicazione e la sua attività non erano né segrete né di natura militare.

La signora Shipilova è stata ricoverata in un ospedale fuori da Irkutsk perché in quella sede era presente una struttura progettata per gestire questo tipo di focolai epidemici dell’era Covid, e non nell’ambito di una qualche cospirazione.

Non si è verificato nessun altro decesso per la stessa causa di quello della signora Shipilova.

La causa della morte di Daria Shipilova è stata una «polmonite di origine sconosciuta».

La storia della «provetta rotta» è un mito, poiché è stata inventata da un blogger russo. Quando si lavora con malattie gravi, non si va in giro in un ambiente simile a un ufficio con provette fragili. La Russia non opera secondo la stessa metodologia della Umbrella Corporation, agitando a casaccio fiale fragili contenenti agenti patogeni.

La parte russa non ha trovato alcuna prova di un incidente presso la struttura di ricerca.

La ricercatrice non si era recata in Buriazia prima della sua morte. Pertanto, non ha contratto la malattia da marmotte locali o da altri tipi di roditori.

Al momento della stesura di questo articolo o della realizzazione del video collegato sopra, non si sono verificati altri casi simili a quello che ha causato la morte della signora Shipilova.

La peste è curabile, poiché è causata da un batterio che continua a esistere in tutto il mondo. Ogni anno, negli Stati Uniti e in altri paesi, una manciata di persone la contrae ancora. Gli antibiotici rappresentano una contromisura efficace contro questa malattia; pertanto, ciò non sembra costituire motivo di panico internazionale.

Perché la peste si diffuse nella Russia medievale?

Un aspetto importante da sottolineare a questo proposito è che, storicamente, sebbene la peste bubbonica abbia mietuto vittime anche al di fuori dell’Europa occidentale, ha avuto effetti devastanti solo all’interno di quest’ultima. I russi continuano ancora oggi ad andare fieri di possedere un elevato livello di igiene culturale che risale al Medioevo. I russi del Medioevo e altri popoli al di fuori dell’Occidente sembravano aver «capito da soli» la necessità di lavarsi regolarmente e di lavarsi le mani. Si ritiene che questa cultura igienica sia la ragione per cui la Russia, nel XIX secolo, vantasse una popolazione così numerosa rispetto alle nazioni circostanti. Molti in Russia ritengono che, se non fosse stato per errori madornali quali la Prima guerra mondiale, la Rivoluzione, la Seconda guerra mondiale e gli anni ’90, la popolazione attuale sarebbe molto più vicina a quella della Cina o dell’India.

Pertanto, da un punto di vista culturale russo, ciò appare chiaramente come un’altra campagna di proiezione: un terzo della popolazione inglese morì a causa della peste, mentre in Russia ne morirono solo pochi. Di conseguenza, la peste nera non ebbe in realtà alcun impatto culturale sulla Russia e, a giudicare dagli scritti del XIX secolo, la tubercolosi sembra essere stata un problema molto più persistente e fastidioso per questa società, che ancora oggi riveste una certa rilevanza. In tutta la Russia esistono strutture antitubercolari e non è possibile immigrare nel Paese se si presentano sintomi della malattia. L’intera questione del «vivere con i parassiti» non era una realtà quotidiana per i russi né nel Medioevo né in epoca moderna; tale primato spetta all’Occidente liberale e illuminato.

I media sono il vero problema.Abbiamo esaminato solo un particolare articolo su questo tema, ma vi sono numerose riflessioni assurde da parte della stampa occidentale che seguono la formula «maledetti i russi se lo fanno, maledetti se non lo fanno». Titoli come questo del Daily Mail ne sono l’esempio perfetto:

«Trump offre a Putin un’ancora di salvezza mentre la Russia si affanna a contenere una mortale epidemia trasmessa per via aerea dopo la morte di un ricercatore di laboratorio».

Ancora una volta, se «Putin» non facesse nulla sarebbe cattivo, ma sta facendo qualcosa, quindi si sta «affannando» in preda al panico, il che è altrettanto negativo. Il fatto che Trump gli offra un «ancora di salvezza» implica che Putin non abbia altra scelta se non quella di accettare questo aiuto, qualunque esso sia, altrimenti sarebbe cattivo. Ma indovinate un po’? Se accetta l’ancora di salvezza, ciò significa sicuramente che è debole o qualcosa del genere, il che significa che è cattivo.

Quando si torna indietro e si osserva davvero la rappresentazione storica delle «realtà russe» nei media di lingua inglese, si nota ovunque questa manipolazione narrativa isterica e nietzschiana da «untermensch». Putin è sull’orlo della destituzione dal 2000 e da allora anche l’economia russa è sull’orlo del collasso. Tutto ciò che viene scritto sulla Russia in inglese in Occidente è una menzogna.

The West is the Titanic and the Global South its iceberg

By: A A
12 October 2026 at 10:00

No inclusive governance can hold without respect for the cultural identities of peoples: that is where trust can be rebuilt – the commodity the world lacks most of all today.

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Where growth persists, and at what cost

Those who study economic crises tend to imagine them as sudden shocks: a collapse that triggers panic, a stock market that plummets in a single session, a border that closes. These are the events of 2008 and 2020, the storms that mark a before and after. But there is a second form of suffering, less photogenic and more insidious, which does not make the headlines: slow paralysis, the absence of growth, an economy spinning its wheels without ever sinking or regaining momentum. This condition was familiar to seafarers. The sailing ships crossing the Atlantic feared hurricanes, but they also feared the Sargasso Sea, that currentless expanse where the wind died down and the hull remained trapped in seaweed for weeks. In 2026, the global economy is facing this second threat above all, and it is like the Titanic, as Leonid Grigoryev brilliantly wrote.

The ocean liner, to stick with the metaphor, has not sunk: it is afloat, and still growing, but it is making slow progress and its hull is holed in several places. Lookouts scan a fog that shows no sign of lifting, and captains are banking on the iceberg staying at bay. In its July forecasts, the International Monetary Fund has revised its global growth forecast for 2026 downwards, bringing it to 3 per cent compared with 3.5 per cent the previous year. Translated into absolute terms, against a global GDP exceeding one hundred trillion dollars at purchasing power parity, that half-point loss amounts to hundreds of billions that will not be converted into wages, tax revenue or investment. The tariff war between Washington and Brussels is being absorbed by the main players, but it leaves in its wake realignments and collateral friction, from Ireland to Canada; and, for purely accounting rather than political reasons, the prospect of the United Kingdom’s economic fragmentation is resurfacing.

The post-pandemic expansionary phase has never followed a clear course, and continues to come up against the obstacles of geopolitics. One driver in particular has fuelled GDP growth in recent quarters: the rush to build data centres. This represents a massive and geographically concentrated demand for investment, which has driven exports from Asian suppliers of semiconductors and equipment — South Korea, Taiwan, Malaysia and Thailand — but which relies on just a few companies and on expected returns that have yet to be realised. Such a cycle fuels GDP as long as construction work is under way; the crux of the matter arises later, when the installed capacity must generate revenues commensurate with the capital expended. Outside this framework, economies that grow do so for internal reasons: China on the strength of its own demand and manufacturing, India on its domestic market, and the United States on a combination of immigration, capital inflows and public spending.

The American case in particular warrants a clarification that debunks a common misconception. Every year, the United States imports goods worth around one trillion dollars more than it exports, and at the same time its leaders lament the loss of its industrial base. The two circumstances are not contradictory: they are the same equation viewed from two sides. A current account deficit of such proportions is, by accounting definition, nothing other than the counterpart to foreign savings flowing into the United States: the world supplies goods and, in return, accumulates assets in dollars, Treasury bonds and shares. As long as the greenback remains the reserve currency and the US securities market the most liquid pool available, this privilege finances the deficit on terms unattainable for anyone else. The same flow, however, props up the real exchange rate, penalises the export-oriented industry and is precisely what causes the deindustrialisation that is so often lamented. Tariffs strike at the trade side whilst leaving the financial root intact: they reshape the balance, they do not eliminate it.

The stranglehold of yields and the burden of debt

Towards the middle of the year, global inflation picked up again, driven largely by rising energy prices. A rise in prices stemming from costs, rather than excess demand, presents central banks with their most unpleasant choice: to rein in an economy already weakened by the shock, so as not to allow expectations to become unanchored. High energy prices act as a regressive tax, eroding disposable income and feeding through to price levels at the slow pace dictated by index-linked contracts and regulated prices.

On the debt front, the strain is even more evident. Yields on long-term government bonds are rising at an alarming rate: in the United States, the 10-year yield has hit 5 per cent, with other advanced economies following suit. It is not just the level that matters, but its structure. The long end of the curve is reflecting a rising term premium – that is, the compensation investors demand for tying up money over long horizons when inflation and the volume of new money entering the system remain uncertain. The stock of debt is already colossal, and the cheap bonds issued during the era of zero interest rates are being replaced, as they mature, with far more expensive issues: the average cost rises with a lag, but it does rise. Here, elementary and inflexible arithmetic prevails: the comparison between the real interest rate and the rate of real growth. When the economy grows faster than the cost of its debt, the burden eases of its own accord; when the relationship is reversed — and this is what is happening today in several wealthy countries — keeping the debt-to-GDP ratio stable requires budget surpluses that the electorate rarely allows.

A technical manoeuvre with political implications is helping to tighten the noose. The treasury departments of the major economies are seeking to return to the open market a portion of the long-term bonds hitherto held on central banks’ balance sheets, just as the latter are allowing the bonds accumulated during quantitative easing to mature and reducing their assets. The result is that the net supply of long-term bonds available to private investors increases the moment the lender of last resort steps aside; to absorb this supply, the market demands higher yields. At the same time, central banks are gradually raising interest rates to combat inflation, and the combination of these factors is pushing the system towards stagnation. It is the calm of the Sargasso Sea, not the storm. Against this backdrop, every additional unit of military spending, in budgets already stretched to the limit, becomes one unit less for healthcare, education and public works: the old choice between ‘guns and butter’, replayed on a continental scale.

Energy rents are changing hands

An entire region, the Middle East, has slipped into negative territory due to the fall in hydrocarbon production and exports. The rise in prices and margins — and, consequently, in dividends and share prices — has rewarded US energy companies, which control marginal production capacity and can turn on the taps when prices rise. This is a redistribution of rent: from the traditional supplier to the producer that has gained flexibility in recent years. The Middle East pays twice over – on its current export income and on its worn-out or damaged physical infrastructure – whilst profits migrate overseas.

Higher crude oil prices and diesel shortages do not merely weigh on factories, transport and the construction sector. Diesel powers logistics and mechanised agriculture, and a rise in its price ripples through the entire supply chain with a pervasiveness that petrol lacks. The most serious repercussions, however, lie beyond the statistics: uncertainty over energy prices raises the rate at which businesses discount long-term projects and discourages the accumulation of capital on which tomorrow’s growth depends. No prosperity can be sustained by data centres alone.

Europe in a lull

Against this backdrop, the world’s second-largest economic bloc — the European Union, including the United Kingdom, with over half a billion consumers — offers no counterbalance. Its GDP is, in practice, growing at the same rate as its population: measured per capita — the only way that truly reflects living standards — stagnation is almost total. It is weighed down by public debt and deficits, outdated industrial structures and infrastructure, and a demographic that even migration flows have failed to rejuvenate quickly enough. The underlying problem has a specific name: a productivity gap that has been widening for over a decade. Europe spends less on research and digital capital, fragments the capital market across twenty-seven legal systems, and has failed to produce technological leaders comparable to those in the US or China.

Capital is flowing out to the United States, drawn by higher returns and deeper markets; manufacturing is losing ground to Chinese production, which is now competitive not only on cost but also on technology; and politics, almost everywhere, is fragmented into fragile majorities that make any far-reaching reform a struggle. Energy costs are structurally much higher than in the United States — a legacy of dependence on imported gas and a transition launched without a stable supply bridge — and this gap is eroding energy-intensive industries. Productivity remains well below that of China in competitive sectors, and the mood of the electorate, as the polls show, is gloomier than one might expect in such a fortunate corner of the world. Meanwhile, the climate has also warmed too much, without waiting for the benefits of green programmes to materialise.

Sanctions and the tide turning

Almost everyone is aware of the dangers associated with the escalating sanctions spiral, but they dismiss them as a nuisance in day-to-day management. The point is that there is no orderly way out of the tangle of legal constraints, commercial interests and political calculations — determined by legislative and administrative bodies that fail to coordinate with one another. There remains the extreme measure that history associates with Solon: to wipe the slate clean in one go, as Athens did at the dawn of the 6th century BC with the seisachtheia, the debt relief that wiped out debts and re-established the civic pact. In the meantime, sanctions, the destruction of extraction and transport capacity, and the loss of export markets – factors that accumulate – behave like rogue waves: they plough through the oceans and return, often swelled in size, to those who generated them, in the form of imported inflation, disrupted supplies and exchange rate realignments.

There is a maxim of Clausewitz’s that can usefully be turned on its head here: if, for him, war was the continuation of politics by other means, sanctions are the continuation of war by means other than weapons. And the heaviest blows—as well as the most unjust ones—fall upon countries and social classes that are uninvolved in those conflicts and would prefer to remain so. After such experiences, it is hard not to yearn for less globalisation and less interdependence: systems theory teaches us that when the elements of a large network become unstable, the return to equilibrium is slower, because disturbances travel along the connections rather than dying out. It is the bitter flip-side of a global economy that had made integration its strength and is now discovering its vulnerability.

An inventory of imbalances

The likelihood of a recession depends, as always, on two factors: the accumulation of imbalances and a trigger which, by definition, cannot be predicted. The imbalances are the gunpowder — excessive leverage, inflated share valuations, risk concentrated among a few players, debt maturities clustered in the same months; the trigger is the event that ignites the fuse: a new pandemic, a stock market crash, a major collapse along the lines of 2008. Whether the gunpowder is accumulating is now a matter of debate amongst specialists. Added to this is a growing number of entities already sacrificed by geopolitical conflicts, by the slowdown and by the diversion of resources, diverted from development to stem the losses.

At the top of the list of forgotten costs lie global problems: poverty, development gaps and climate change. The Sustainable Development Goals set by the UN for 2030 will likely be achieved to around 17 per cent, with entire sections barely sketched out. A new-generation global project is needed, but this presupposes peace, compromise, coordination, stability and trust: all scarce resources, and trust more than any other. The ruling classes seem to have shifted their focus from long-term horizons to short-term clashes. International organisations have little impact; the major developed nations are preoccupied with their own troubles and sanctions; and no one is answering the question of who will take on the shared tasks — catch-up development, poverty reduction, and the management of global public goods. In almost every country, large sections of the population are grappling with one form of hardship or another, whether in healthcare, education or inequality of living standards.

Who will foot the bill

That burden will, by default, fall on the shoulders of the major emerging economies, whose interests largely coincide with global objectives and certainly do not run counter to them: the BRICS grouping and a number of like-minded countries. They have fewer resources than the West, but necessity compels them to coordinate their efforts. The Declaration from the latest summit, marking the group’s twentieth anniversary, rings out as a voice of reason in an era that uneasily evokes the so-called Thucydides’ Trap — that mechanism whereby mutual fear between a dominant power and an emerging one drives them towards conflict even when neither truly seeks it. There is no shortage of friction amongst the members, with divergent political systems and unequal levels of prosperity; yet the document points the way towards compromise – namely, the strengthening of the UN and the reform of the IMF – recognising that there are no radical shortcuts. In paragraph 49, it acknowledges that global challenges are intertwined and complex, hindering growth and exacerbating persistent disparities between countries and regions.

At an operational level, the Declaration outlines an industrial and energy policy tailored to the task of moving beyond the Fourth Industrial Revolution: completing infrastructure, boosting manufacturing, railways and innovation, ensuring access to technology and transitioning to home-grown technologies, whilst investing in human capital and social issues. It also defends free trade, open markets, freedom of movement and the security of global savings and finance, and puts forward an independent stance on the governance of artificial intelligence — already looking beyond the present. The fundamental demand is institutional: these countries have operated for decades within frameworks designed by the West, and are now calling for bodies that work for their own development. A review of IMF quotas to reflect actual economic weight, a broader role for institutions such as the New Development Bank, and payment channels less exposed to the geopolitical use of reserve currencies.

How much of this will translate into actual capacity remains the real unknown, to be measured in terms of probability rather than certainty. It is plausible, with moderate confidence, that over the coming years the group will consolidate settlement systems in national currencies and development financing; it is unlikely, for the time being, that it will supplant existing institutions or undermine the reserve currency – a goal that would require deep and liquid bond markets outside the dollar zone, which are not currently in evidence. The indicators to watch are tangible: the outcome of the IMF quota review, the volumes disbursed by the New Development Bank, and the share of intra-regional trade settled outside the dollar. However, those calling for institutions that serve their own development and the common good have a solid argument, because reform of the global architecture is the only arena in which partial compromises can still generate trust. Declarations of principle, repeated for years, only become part of the agenda when someone funds them.

And no inclusive governance can hold without respect for the cultural identities of peoples: that is where trust can be rebuilt – the commodity the world lacks most of all today.

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