
C’è stato un momento martedì sera, mentre in un teatro di Londra Cesare Cremonini presentava il suo nuovo disco, e sotto il palco c’erano i fan e sopra, nella balconata, c’erano gli invitati, c’è stato un momento in cui ho pensato a John Lennon.
Cesare è sceso tra la folla, e nel secolo scorso il peggio che gli sarebbe potuto succedere era che gli sparassero, e invece oggi il peggio era quel che stavo vedendo: gente attorno al cantante ben attenta a tenere il telefono alto per inquadrare sé stessa e dire al mondo guardami, sono vicino a un famoso, sono anch’io one of the beautiful people. Poi ho guardato al centro della balconata, e c’erano giornalisti che, sporgendosi come Michael Jackson quando faceva dondolare neonati, riprendevano il tutto con la prontezza che una volta si aveva per le notizie e oggi si ha per creare contenuti che possano andare, che il dio delle parole mi perdoni, virali.
Un’ora dopo, fuori dal teatro, il vicolo in cui si trovava l’ingresso degli artisti – dal quale tre ore prima uscivano ed entravano piatti perché i giornalisti, che si accingono alla fatica di filmare quelli che si stanno filmando, vanno innanzitutto sfamati – era pieno di spettatori del concerto convinti che, come succede con gli attori di teatro, poi la popstar sarebbe uscita e loro si sarebbero potuti far firmare e filmare e ottenere testimonianze della loro contiguità con la beautiful people.
Ignari che il cantante era fuggito a concerto appena finito, prima che la platea potesse raggiungere la stage door, e in quel momento era già tre chilometri più in là a mangiare capesante e salutare gli amici e fare quelle cose che fa la beautiful people quando non si fotografa per creare contenuti per il pubblico. Ieri i giornali riportavano che Federico Lucia sarebbe stato denunciato da postulanti che a Milano volevano una foto e che lui invece di assecondare avrebbe fatto picchiare dalle guardie del corpo, e io pensavo: è quel che succede quando non hai capesante verso cui scappare e ti tocca subire l’assedio del pubblico (credo che il pubblico fosse il tormento sottinteso cui Bono diceva di non poter vivere né con te né senza di te).
Guardavo la folla in quel vicolo e non riuscivo a decidere: fanno una vita più d’inferno questi che vogliono la foto col famoso, o fa una vita più d’inferno il famoso con cui tutti vogliono la foto?
Mi sono fatta la stessa domanda ventisei ore dopo, nel foyer d’un teatro di Bologna nel quale avrei poco dopo visto lo spettacolo di Fabio De Luigi. Ero come sempre senza occhiali, e l’amica che mi accompagnava faceva l’audioguida, è entrata Virginia Raffaele, è entrato Samuele Bersani. Sono più infelici loro che non possono mai mettersi le dita nel naso perché c’è sempre qualcuno che li riconosce e li guarda, o noi che c’illudiamo di conoscere la beautiful people che abbiamo visto sui giornali e alla tele?
Questa ennesima stagione di riflessione sui meccanismi della fama l’aveva aperta un mese fa proprio Cesare Cremonini, facendo uscire una canzone, “Paparazzi”, che a un certo punto è “L’avvelenata” di cinquant’anni dopo. Dove Guccini aveva «un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete», Cremonini ha «volevo fare la popstar ma sono Diletta Leotta» (non sarò io a dire «declino delle élite»).
In “Abitavo a Penny Lane” (l’ha pubblicato Feltrinelli qualche mese fa), Riccardo Bertoncelli racconta della famigerata recensione in cui se la prendeva con quella che forse è la più bella frase del canzoniere gucciniano, «stare a letto il giorno dopo è l’unica mia mèta», di come Guccini scrisse “L’avvelenata” e poi gli spiegò che non aveva capito niente dei suoi dischi, di come la canzone fu inclusa in “Via Paolo Fabbri 43” consegnando Bertoncelli a fama perpetua (chissà se Diletta Leotta avrà la stessa sorte).
Nella sua autoanalisi, dice che a rileggersi in effetti era come quel tizio che andava a frugare nella spazzatura di Bob Dylan per dimostrare che si era venduto, dice di sé «ero un piccolo ayatollah». Cinquant’anni dopo, non abbiamo bisogno di frugare nella spazzatura, perché le “Stanze di vita quotidiana” non sono più un disco ma uno scroll: i famosi ce li abbiamo nel telefono – in compenso abbiamo conservato la disposizione d’animo degli ayatollah di fronte a tutto, e per ogni esponente della beautiful people che s’inquadra in cucina c’è uno di noi pronto a chiederne la testa perché ha visto in un angolo una bottiglia di plastica finire nella carta: non è rigoroso nella differenziata, a morte. È avvenuta quella mutazione che Bertoncelli racconta gli avesse pittato Guccini nel 1976: la trasformazione del personaggio pubblico in prigioniero pubblico.
C’è una domanda che ho smesso di fare ai famosi; è inutile chieder loro se la fama sia l’inferno (certo che lo è), perché ti risponderanno sempre e comunque: eh però ti trovano sempre il tavolo al ristorante. La risposta articolata si è incomodato a scriverla Fabio De Luigi, sta nel suo spettacolo, in un pezzetto che parte dalla morte, se non ci fosse la quale saremmo coevi di tutti i grandi mai passati sul pianeta.
Quegli esilaranti minuti lì passano per il tentativo di Fabio di farsi dare un tavolo telefonando al ristorante, dicendo che è De Luigi, il comico, l’attore, quello famoso, sciorinandogli tutto il suo repertorio di personaggi che il ristoratore conosce ma non importa, perché quella sera al ristorante c’è Sordi, c’è Troisi, c’è Gaber, c’è Tognazzi, mica uno li può far alzare per De Luigi; e approdano alla frase che non capisco perché non ho trovato stampata su magliette da comprare nel foyer del teatro (i teatranti hanno molto da imparare dalle popstar, quanto a merchandising). La frase è: «Posso dire? Meno male che si muore. Pensa, con tutti quelli bravi vivi, che vita di merda per noi mediocri».
Per quanto Guccini vedesse il futuro, l’organizzazione sociale e culturale dei pubblici prigionieri di cinquant’anni fa prevedeva ancora l’esistenza delle opere, e infatti di Guccini ricordiamo il verso in rima, mica un autoscatto con Bertoncelli. L’oggi ha visto, nei giorni scorsi, una polemica perché una spettatrice d’uno spettacolo di Argentero ha scritto in un gruppo di fan la propria indignazione perché, come Cremonini, Argentero non si è affacciato alla stage door permettendo al pubblico pagante di portarsi a casa le prove d’aver toccato il famoso, prove con cui fare invidia alla cognata: io ho la foto e tu no.
«Siamo venuti solo per te, lo spettacolo era penoso noioso e orrendo», scrive la signora rivolgendosi ad Argentero, e io trovo molto affascinante un’economia basata sul fatto che io compro il tuo biglietto, il tuo disco, il tuo libro, ma quei soldi non te li do per l’opera, te li do per il sottinteso obbligo di farmi la dedica, il vocale per mio cugino, la foto abbracciati.
Samuele Bersani e Virginia Raffaele si alzano mentre Fabio De Luigi sta ancora facendo inchini alla platea, perché l’unico modo in cui la beautiful people può salutare i propri amici in camerino è fuggire come un ricercato prima che il tragitto tra la platea e il camerino diventi un calvario di foto e vocali e altre stazioni del martirio.
Però la punizione c’è comunque, perché attardarsi a salutare in camerino vuol dire affacciarsi all’uscita degli artisti quando già, fuori, sono accampati i cacciatori di luce riflessa, che hanno pagato il biglietto del teatro e per ciò ritengono d’avere diritto al tempo del famoso, all’attenzione del famoso, alla simulazione di consuetudine col famoso, sia esso il famoso titolare dello spettacolo o il famoso amico che è andato a salutarlo.
E già se hanno pagato il biglietto è qualcosa. Quest’estate sono stata a vedere uno spettacolo con Gary Oldman, a Londra, e ho fatto l’unica fila alla transenna della mia vita: in posti in cui questo rituale è organizzato, ti metti in fila a fine spettacolo, e a un certo punto il famoso sbuca in uno spazio tra l’ingresso degli artisti e una transenna e tu ti fai firmare qualcosa mentre occhiute guardie del corpo badano che tu non ti prenda indesiderate confidenze.
L’organizzazione del rituale prevedeva una figura professionale che passava lungo la fila e controllava che noi derelitti cacciatori di fama avessimo il biglietto: c’è, mi spiegavano, chi si mette in fila solo per la firma, mica prima ha visto lo spettacolo. Qualcuna protestava: io l’ho visto un mese fa ma ho il diritto di fare la fila alla transenna tutte le sere.
Di recente Gillian Anderson, che sta facendo a teatro “Chi ha paura di Virginia Woolf?”, ha sgridato una abbastanza fanatica da essersi presentata venti volte, e il nostro tempo sbandato trasforma quell’osservazione in un meme, clicca qui, Gillian Anderson riprende la fan, invece di farci pensare a John Lennon: che distanza c’è tra venire venti volte a simulare consuetudine col famoso e andargli una sola volta sotto casa armato?
Chissà a quelli fuori dall’ingresso degli artisti per Cesare a che ora hanno detto «guardate che qui non lo vedrete», chissà se ci hanno creduto, chissà se sono andati a dormire o sono corsi in un gruppo di fan a indignarsi. Io ripenso a quella fila per Gary Oldman che non so neppure perché ho fatto – per avere qualcosa da scrivere o perché sono taleqquale alla fan di Argentero? – quella fila in cui credevo d’essere Bertoncelli ed ero Diletta Leotta, e mi chiedo se valga la pena per noi, che al massimo ci rivendiamo l’autografo su eBay, e per loro, che al massimo trovano il tavolo al ristorante.
L'articolo De Luigi benedice i morti, Cremonini e Argentero fuggono dai vivi che vogliono una foto proviene da Linkiesta.it.