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La gallina vecchia e il tempo del brodo

23 October 2026 at 03:45

La paletta bucata passa appena sotto il disco giallo che si è formato durante la notte in frigorifero e lo solleva quasi intero. Sotto, il brodo di gallina è limpido e fermo: tornerà a muoversi quando sarà scaldato. È un gesto piccolo, ma spiega perché questa preparazione occupi più tempo che attenzione. «Gallina vecchia fa buon brodo» trasferisce quel tempo alle persone. Secondo il Vocabolario Treccani⁠, il proverbio attribuisce spesso maggior pregio e utilità alle cose vecchie, talvolta con un’allusione scherzosa a chi non è più giovane. L’immagine può suonare affettuosa o pungente: dipende da chi la pronuncia e da chi la riceve. Treccani distingue inoltre la gallina dalla più giovane pollastra e registra gallina vecchia proprio come espressione riferita scherzosamente a una persona.

Anche la parola brodo ha viaggiato: Treccani la fa risalire all’antico alto tedesco brod, accostandola all’inglese broth. In italiano è diventata abbastanza familiare da uscire dalla pentola. Si può «allungare il brodo» quando un discorso non finisce; si può «lasciar cuocere qualcuno nel proprio brodo». Il proverbio sceglie invece l’accezione più concreta: acqua, carne, ortaggi e una cottura lenta, un’immagine che si ricorda facilmente.

Per farla diventare pranzo, la ricetta del brodo di gallina del ⁠Cucchiaio d’Argento⁠ dà dosi per quattro persone: mezza gallina, una cipolla, una carota, un gambo di sedano e sale. Servono anche quattro litri d’acqua per la prima bollitura e altra acqua fresca per la seconda. Il sito indica 15 minuti di preparazione e 3 ore e 10 minuti di cottura. La procedura ha un passaggio che conviene leggere prima di accendere il fuoco. Mettete la gallina a pezzi e gli ortaggi in una pentola capiente con i quattro litri d’acqua. Dopo l’avvio del bollore, lasciate andare per dieci minuti a calore moderato; quindi eliminate quell’acqua, coprite di nuovo carne e verdure con acqua fresca e cuocete a fiamma bassa per almeno due ore. Salate alla fine. Per filtrare occorrono un colino e un telo da cucina; dopo il riposo in frigorifero, una paletta bucata permette di togliere il grasso affiorato. Conservate la carne cotta per un altro piatto. Il brodo, riscaldato, può arrivare in tavola da solo oppure accogliere una minestra, ma anche essere la prima base di un meraviglioso risotto. Per servirlo bastano fondine calde e un mestolo. Se si vuole dare rilievo anche agli oggetti, il mestolo Mami di Stefano Giovannoni ha una linea morbida, mentre il poggiamestolo Blip di Alessi offre un posto preciso all’utensile tra una porzione e l’altra.

In Abruzzo quel liquido può bagnare le scrippelle ’mbusse: sottili crespelle arrotolate con parmigiano, sistemate nelle fondine e raggiunte dal brodo di gallina bollente solo al momento di servire. Altrove la somiglianza sta nella pentola, mentre i piatti seguono strade proprie. La cock-a-leekie scozzese unisce brodo di pollo e porri e può essere addensata con orzo o riso. In Vietnam il phở gà porta il pollo nel mondo del phở, con noodles di riso e un diverso equilibrio di aromi e guarnizioni; l’ente nazionale del turismo vietnamita⁠ ne distingue la storia dalle versioni di manzo. Sono due modi di pensare una zuppa di pollo, ciascuno con il proprio nome e la propria tradizione.

Per incontrare il proverbio nel piatto, l’indirizzo più diretto è la Trattoria da Amerigo, in via Marconi 16 a Savigno, sui colli bolognesi. La Guida Michelin⁠ segnala espressamente i tortellini in brodo di gallina vecchia, e anche la stampa locale li loda tra i classici imperdibili.

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Mariam Saghatelyan e il rinascimento (di nicchia) del vino armeno come presidio del territorio

23 October 2026 at 03:45

InVino, Yerevan

Il tempo non esiste (almeno come misura assoluta), ci insegna la fisica quantistica, e proprio per questo la misurazione è relativa, può quindi essere funzione delle bottiglie aperte e delle persone che le bevono in un locale. Tra i tavoli affollati di InVino, il wine bar-enoteca che nel centro di Yerevan ha contribuito a plasmare l’esperienza enoica nella capitale armena, Mariam Saghatelyan lo fa partendo da uno stupore quasi incredulo. «Se quattordici anni fa qualcuno mi avesse detto che la scena del vino armeno sarebbe diventata quella di oggi, e che avremmo avuto a Yerevan l’evento clou annuale del Concours Mondial, sarei stata piuttosto scettica», ammette sorridendo. «All’epoca non avevamo quasi nessun vino da presentare al mondo, mentre oggi ne abbiamo così tanti da offrire».

È da questa distanza percorsa che parte il suo ragionamento sul presente e sulla prospettiva del vino armeno. Un futuro che, nella sua visione, non passa dai grandi numeri.

Piccoli è la scelta, non il limite
Saghatelyan è netta nel rifiutare l’idea di un’Armenia produttrice di massa. «Poiché l’Armenia è essenzialmente così piccola e abbiamo un terroir così interessante, una storia e una cultura della vinificazione millenarie – dichiara con convinzione – credo che il nostro futuro sarà fatto di produzioni molto piccole e di proposte di nicchia capaci di essere riconosciute in tutto il mondo. Dovremo raggiungere davvero le persone a cui piacciono i nostri vini e che vogliono capire questa storia, questa cultura».

Le proporzioni sono presto fatte, perché «l’Armenia del vino non arriva alle dimensioni di una piccola regione della Francia o dell’Italia». Da questo, però, non discende un complesso di inferiorità, ma – secondo Mariam – «una strategia orientata verso vini di qualità migliore, frutto di un approccio più interessante, vinificati nei karas tradizionali, in acciaio o in cemento, esplorando tecniche portate da tutto il mondo».

InVino, Yerevan
InVino, Yerevan

Trecento vitigni da studiare e una questione di origine
Il vero “vantaggio competitivo” armeno, secondo Saghatelyan, è un universo vitivinicolo ancora in larga parte inesplorato. «Abbiamo oltre trecento varietà endemiche – ricorda – quindi serve più ricerca su questi vitigni autoctoni e su come siano adattati alle diverse regioni».

Occorre allora capire quale uva dia il meglio in quale territorio, ma in prospettiva risulta utile anche un sistema di tutela. «Mi piacerebbe che avessimo un sistema di denominazioni con cui poter proteggere il consumatore – spiega – perché un Areni della Vayots Dzor e un Areni dell’Aragatsotn non sono la stessa cosa, e chi acquista dovrebbe poterlo leggere sull’etichetta».

I risultati sono spesso eccellenti, soprattutto con i vitigni autoctoni Areni e Voskeat o con l’originalissimo Nrneni vinificato da Moonq. Quello che fa la differenza non è però ciò che sta nel bicchiere. «Per noi il vino non è solo una bevanda: è sempre la connessione con la terra, con le persone che fanno il vino, i contadini e i produttori».

Antico e nuovo, il vino come esperienza
Se il nome delle varietà è complicato e la geografia intricata, la soluzione che Saghatelyan indica è tanto semplice quanto “radicale”: visitare l’Armenia. «Il modo migliore per capire non solo la complessità del nome, ma anche il concetto, le radici, la geografia complessa delle varietà in Armenia, è venire qui e viverlo. Si possono incontrare i produttori, si può toccare la terra, riconoscere la diversità di suoli, scoprire l’energia delle persone che danno vita al vino».

L’enoturismo diventa allora il vero biglietto da visita, forse più efficace di uno scaffale in un negozio all’estero – dove peraltro il prezzo potrebbe essere penalizzato dai dazi sulle importazioni. «Credo che il turismo esperienziale, soprattutto nel settore del vino, sia molto importante. E credo che le persone cerchino cose nuove da scoprire». Perché l’Armenia può giocare la carta di un paradosso affascinante: è «la più vecchia delle nuove» regioni vinicole – come recitava il claim del Concours Mondial de Bruxelles. È infatti un Paese di antichissima tradizione – poco importa se l’archeologia lo collochi prima o dopo la Georgia – che però si presenta al mondo come emergente. «Gli armeni hanno molte emozioni da dare, perché siamo stati fuori dal mondo del vino per così tanto tempo», chiosa Mariam.

Saghatelyan al Concours Mondial de Bruxelles
Mariam Saghatelyan al Concours Mondial de Bruxelles

Se infatti la vitivinicoltura ha radici antiche nella regione, la pianificazione sovietica ha portato nel Novecento a una focalizzazione sulla produzione di brandy (o konjak, come veniva anche chiamato) con relativo abbandono dei vitigni autoctoni più interessanti e con una piccola “resistenza” di una vitivinicoltura di sussistenza, a uso familiare.

Fuori dallo schema
C’è un vantaggio nascosto nell’essere arrivati per ultimi, o quasi. Quando dagli anni Novanta ai primi Duemila si affermava l’idea che il vino dovesse seguire un canone preciso – il rovere da barrique, un certo processo, uno stile riconoscibile – l’Armenia era altrove. E oggi questo la rende più libera di essere sé stessa. «Con l’attenzione ai vitigni locali e a uno stile produttivo originale ­­– osserva Mariam – in qualche modo l’Armenia sembra al sicuro dal paradigma del “devi fare così”. È questo il bello. L’Armenia sta ancora esplorando tecniche e processi per trovare la sua strada, quindi stiamo ancora sperimentando, cercando ancora noi stessi».

Anche il posizionamento di mercato è, dichiaratamente, un cantiere aperto. «In questo momento abbiamo vini che partono da cinquemila dram (meno di tredici euro) e altri che arrivano oltre i duecento euro, con produzioni molto piccole da vecchie vigne. Stiamo ancora cercando di trovare un posizionamento, si sperimenta ed è tutta qui la bellezza del mondo del vino in Armenia».

Secondo Mariam, la vera scommessa rimane però il prodotto stesso. «Una volta che le persone trovano il nostro vino – dice – e capiscono che vale la pena provarlo, perché è una nicchia preziosa, allora abbiamo già raggiunto il nostro obiettivo. E questo ci aiuterà a trovare uno spazio nostro nel mercato».

Conquistare uno spazio, però, non basta. Perché bisogna difenderlo. «Se ci ritroviamo su uno scaffale da qualche parte, che garanzia c’è che un altro Paese vinicolo nuovo, soprattutto con il cambiamento climatico e tutto quello che sta succedendo, non emerga e ci prenda il posto? Una volta trovato il nostro spazio, dobbiamo fare tutto il possibile per tenercelo. Per questo cerchiamo sostegno e confidiamo nelle persone che capiscono che questo è un gioiello sconosciuto». In questo senso, oltre al consumo locale legato all’enoturismo e oltre alla curiosità dei wineloverinternazionali, i produttori contano anche sulla diaspora che ha portato milioni di armeni nel mondo.

InVino, Yerevan
InVino, Yerevan

Lavorare la terra, presidiare il confine
Il momento non è dei più facili e Mariam non finge di dimenticarsene. «Il comparto del vino va sempre su e giù ­– dice – e noi ne siamo semplicemente parte. L’Armenia è un Paese sopravvissuto: siamo passati attraverso molte guerre, molte situazioni diverse nel corso della storia». E non si parla solo dei secoli andati, perché anche la recente guerra con l’Azerbaigian per il controllo sul Nagorno-Karabakh ha impattato su cantine e viticoltori costretti a fuggire, perdendo tutto.

È qui che il discorso di Saghatelyan cambia registro e tocca il nervo scoperto per il Paese. Il vino, in Armenia, non è soltanto cultura: è un modo di tenere abitata la terra. «L’idea è che dobbiamo lavorare la terra» proclama. «L’Armenia conta oltre dieci milioni di espatriati con la diaspora e solo tre milioni di persone vivono in Armenia. Credo che, per preservare la nostra cultura, i nostri confini, tutto quello che abbiamo oggi, dobbiamo essere qui, a lavorare la terra».

Nata fuori dall’Armenia e rientrata con tutta la famiglia, Mariam non nasconde la commozione nel ricordare i tempi difficili della guerra. «Nei momenti più duri dell’aggressione, parlavamo (quasi ironicamente) di viticoltura estrema, perché mentre i vignaioli cercavano di portare a termine la vendemmia, altri gli sparavano addosso. Per fortuna ora, almeno temporaneamente, la situazione sembra pacificata e allora bisogna presidiare la nostra terra».

Gena-ts, alla vita
Va detto che l’Armenia, dopo la rinascita enoica, si ri-affaccia al mercato globale del vino in un momento non certo facile sotto il profilo del clima culturale che circonda il consumo di alcol in questi anni. E Saghatelyan affronta di petto la questione. «Il mondo è in un momento folle – chiosa con convinzione – e la gente dice che l’alcol non fa bene. Certo, lo capiamo, ma noi non lo scegliamo per la salute. Io non bevo vino per essere più sana; bevo vino perché, alla fine di una giornata stressante, voglio solo rilassarmi, stare con gli amici o prendermi il mio tempo, respirare e godermi la vita, perché la vita non è troppo lunga».

Ed è proprio in una parola che si raccoglie tutto il senso della sua visione del vino e della storia di InVino. «Noi armeni siamo stati schiacciati e perseguitati per tutta la nostra storia, ma la parola armena per dire brindisi è gena-ts, che significa “alla vita”. Ecco, noi beviamo sempre alla vita».

Mariam Saghatelyan
Mariam Saghatelyan

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Galtellì, canne al vento e pane carasau

23 October 2026 at 03:45

Davanti a una domus de jana a Galtellì. Dietro, il Monte Tuttavista, ph. Alex Valenti

Dicono che il segreto per fare un buon pane carasau sono l’esperienza e il saper lavorare in squadra. Guardando Giovanna e suo figlio seduti accanto al forno a legna, con le guance arrossate per il caldo, non si fatica a capirne il motivo. Con gesti coordinati, resi rapidi e precisi dall’abitudine, formano in pochi minuti una consistente pila di pane lentu, che solo dopo la seconda passata in forno verrà carasato, che in sardo significa tostato.

Siamo a Galtellì, nella Sardegna centro-orientale, in provincia di Nuoro. Un paese di poco più di duemila abitanti nella verde valle del fiume Cedrino e alle pendici del Monte Tuttavista, che lo separa dal Golfo di Orosei e dal mare. Qui e altrove, fino a una quindicina di anni fa, fare il pane carasau in casa era ancora una pratica abbastanza diffusa. «Ultimamente è diventato meno comune», dice Giovanna, che in una tarda mattinata di inizio ottobre ci ha aperto le porte della sua cucina. Quando arriviamo, sta dividendo l’impasto già lievitato in piccole porzioni, come hanno fatto innumerevoli volte sua mamma e sua nonna prima di lei. Se gli uomini di famiglia erano tipicamente addetti all’impastamento, infatti, le donne erano responsabili del resto del processo, a partire dalla stesura con il mattarello e, oggi, anche con la macchina sfogliatrice.

Galtellì, ph. Alex Valenti
Galtellì, ph. Alex Valenti

Acqua tiepida, sale, lievito e semolato, una farina di grano duro di produzione sarda: per il più celebre prodotto gastronomico dell’isola non serve altro. Se non, forse, una buona dose di pazienza. Occorrono infatti circa tre ore dall’impasto alla cottura, che tradizionalmente dovrebbe avvenire in un forno alimentato con la legna di lentisco, sempreverde tipico del Mediterraneo dalle cui bacche si ricava un olio che, oggi riscoperto dalla gastronomia di nicchia, era un tempo appannaggio esclusivo di chi non poteva permettersi il più costoso olio d’oliva.

Nelle produzioni industriali i dischi di pasta stesa passano in forni studiati su misura per ottenere la cottura desiderata in pochi secondi, producendo quintali di pane al giorno. Invece in casa, perché in questa zona della Sardegna non c’è la tradizione del forno comunitario, il processo richiede una certa manualità. Bisogna far gonfiare delicatamente l’impasto vicino alla fiamma, toglierlo al momento giusto, separare le due facce con il coltello, ripassare ogni disco in forno per la carasatura e pressarlo. E poi ripetere di nuovo. Ancora, ancora e ancora. «Ogni tanto, quando mi siedo a tavola, guardo il pane che abbiamo fatto e penso: quante volte l’ho già preso in mano», dice Giovanna.

Giovanna fa il pane carasau, ph. Chiara Beretta
Giovanna fa il pane carasau, ph. Chiara Beretta

Telai, affreschi e altorilievi
Borgo di forti tradizioni, anche religiose, Galtellì fa da sfondo a “Canne al vento”, l’opera più celebre di Grazia Deledda, che nel 1926 fu la seconda donna in assoluto e la prima (e per ora unica) italiana a vincere il premio Nobel per la Letteratura.

Così, camminando nel centro storico del borgo, si incontrano alcuni dei luoghi resi immortali dal romanzo, toccati dai percorsi di visita del Parco Letterario Grazia Deledda. Ad esempio, la casa in cui ha soggiornato la scrittrice, che nella finzione diventa la residenza delle protagoniste, le dame Pintor: al momento l’edificio è visibile dall’esterno, ma quest’anno l’amministrazione comunale è finalmente riuscita ad acquistare l’immobile con l’intenzione di renderlo un centro culturale. Oppure la piccola chiesa di San Pietro, custode di un affascinante ciclo di affreschi medievali e vegliata da una tozza torre campanaria eretta alla fine del Cinquecento.

Per ritrovare le atmosfere del passato fuori dalla pagina scritta si può visitare altrimenti Sa Domo ‘e Marras, un’antica casa padronale risalente al diciottesimo secolo attentamente restaurata e resa un museo etnografico, con stanze arredate, suppellettili d’epoca, telai di ginepro, macine in pietra e altri attrezzi da lavoro.

Il monte Tuttavista visto da Sa Domo ’e Marras, ph. Chiara Beretta
Il monte Tuttavista visto da Sa Domo ’e Marras, ph. Chiara Beretta

Incontrare le eredità di questi antichi mestieri al di fuori del museo non è difficile. Davanti all’Infopoint, nel cuore del borgo, si trova ad esempio il Laboratorio Tessile “Gaia Due”, storica bottega di tessitura tradizionale che organizza anche esperienze e lezioni per i visitatori. Le due “padrone di casa”, Rita e Rita, siedono al telaio orizzontale fin dal 1979 e tirando fili di lino grezzo e di lana di pecora sarda realizzano tappeti, asciugamani, tende e altri complementi d’arredo.

Fatevi aprire le porte anche da Zizzu Pirisi Spanu, apprezzato artista locale. Molte delle sue opere sono esposte tra il laboratorio e la galleria vicino alla sua casa, ma almeno una è visibile anche semplicemente passando dalla strada. Tra il 2022 e il 2023 Zizzu ha infatti realizzato un grande altorilievo sul muro esterno: una reinterpretazione di Guernica sia per celebrare l’anniversario della morte di Picasso, sia per mandare un messaggio di pace mentre l’Ucraina veniva trascinata in guerra.

Rita al telaio, ph. Chiara Beretta
Rita al telaio, ph. Chiara Beretta

Tra fede e feste (anche a tavola)
Abitata fin dall’epoca prenuragica, come dimostrano le domus de janas (ovvero le tombe preistoriche scavate nella roccia) qui eccezionalmente rinvenute anche a pochi passi dal centro storico, Galtellì è stata nel corso dei secoli un centro di potere difeso dal castello di Pontes e una sede vescovile. La sua è in effetti una storia segnata dalla spiritualità e dalla fede: lo dimostrano le varie chiese del paese, tra cui l’importante chiesa del Santissimo Crocifisso. La statua di Gesù in croce che capeggia all’interno ha barba e capelli veri, donati dai galtellinesi, ed è oggetto di venerazione anche per via di un miracoloso sanguinamento che le venne attribuito nel 1612. Secondo la leggenda, la statua sarebbe arrivata direttamente dal mare, restituita dalle onde sulla spiaggia di Orosei. Fu trasportata in paese su un carro trainato da buoi, che si fermarono testardamente proprio nel luogo in cui sorge la chiesa, che fu ingrandita per ospitare la maestosa statua.

Da sempre il calendario liturgico, con quello agricolo, ha determinato i ritmi di vita del borgo: la festa del raccolto, il giorno di Sant’Andrea per celebrare il vino nuovo, la Pasqua e naturalmente il Patrono Santissimo Crocifisso, con la processione che attraversa il centro storico. Se l’alimentazione quotidiana era semplice, con pane carasau e formaggio trasportati nelle bisacce dai pastori, queste giornate diventavano, e diventano ancora oggi, una festa anche di sapori. Si cucinano il maialino, l’agnello e la pecora, si portano in tavola i dolci e i formaggi impregnati di s’abbathu, decotto di miele tipico della cultura rurale sarda. Imperdibili le paste tipiche di Galte, come Deledda chiamava il paese: i maccarones de punzu, a metà tra un’orecchietta e un malloreddu, e i maccarones de busa, una sorta di bucatino ricavato avvolgendo pezzi di pasta intorno a ferri sottili.

Facendo i maccarones de busa, ph. Alex Valenti
Facendo i maccarones de busa, ph. Alex Valenti

Dal Tuttavista al Golfo di Orosei
Le strade acciottolate del borgo invitano alla lentezza, ma basta alzare lo sguardo per trovare la voglia di salire in sella a una bici o di mettersi in cammino su un sentiero. Il paese è dominato dalla sagoma del Monte Tuttavista che, arrivati in cima, non tradisce la promessa del suo nome e regala un panorama che abbraccia l’entroterra sardo dal mare alle vette del Supramonte, e oltre. Lungo l’escursione si incontra Sa Preda Istampata, una parete calcarea con un’ampia apertura creata dall’erosione.

Sulla vetta, invece, svetta la monumentale opera in bronzo di Pedro Angel Terrón Manrique: un Cristo Crocifisso alto dodici metri ispirato a quello custodito nella chiesa del borgo. Il percorso escursionistico che sale al Tuttavista e poi scende al Golfo di Orosei è tra l’altro la prima tappa del Cammino dei Beati, itinerario naturalistico e spirituale lungo circa novanta chilometri che, in cinque tappe, prosegue verso Dorgali, Oliena e Orgosolo. Il Cammino è in fase di strutturazione (al momento si percorre con le tracce Gpx: manca ancora la segnaletica), ma promette raccoglimento e paesaggi mozzafiato a coloro che sono in grado di affrontare i tratti selvaggi del Supramonte.

Sa Preda Istampata, ph. Alex Valenti
Sa Preda Istampata, ph. Alex Valenti

Nei dintorni di Galtellì si estendono invece le verdi pianure del fiume Cedrino, attraversate da quieti percorsi da godersi in bici o e-bike (noleggiabili presso Active Holiday Sardinia). Le rive sono coperte di canne mediterranee, le stesse che si ritrovano nel titolo del romanzo di Deledda e nel suo significato più profondo: «Siamo canne, e la sorte è il vento», dice Efix a donna Ester. Tra la vegetazione spiccano anche numerosi eucalipti: una pianta non autoctona, portata qui negli anni Settanta per rifornire una cartiera, oggi chiusa, che all’epoca si pensava potesse contribuire al rilancio economico dell’isola. È l’ennesimo esempio di come, a Galtellì, la storia non sta chiusa nelle teche: la raccontano i sentieri, le chiese e le cucine. Per leggerla serve la pazienza di farsi guidare e di fermarsi a parlare con chi vive questo territorio, perché sono loro a tradurla per chi è solo di passaggio.

È un viaggio dal passo più lento, ma ripaga. Si riparte con il profumo del pane carasau appena uscito dal forno ancora addosso, negli occhi le pianure del Cedrino e le montagne ammirate dalla cima del Tuttavista, nelle orecchie le voci dei Cantores de Garteddi, che di generazione in generazione si tramandano le melodie dei canti sacri popolari. Un bagaglio leggero, ma difficile da disfare.

La statua sul Monte Tuttavista, ph. Alex Valenti
La statua sul Monte Tuttavista, ph. Alex Valenti

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Bisogna spiegare anche il vino famoso

23 October 2026 at 03:45

Il nome arriva al 94 per cento degli italiani, il metodo produttivo al 42 per cento, e tra questi due numeri si apre la questione più interessante della ricerca Ipsos Doxa presentata dal Consorzio Franciacorta in occasione della Milano Wine Week: quanto sappiamo davvero di un vino che riconosciamo quasi tutti? Il 75 per cento dichiara di averlo assaggiato almeno una volta, il 50 per cento di consumarlo con maggiore o minore frequenza. La familiarità con il nome, dunque, non coincide con quella con il bicchiere, e il riconoscimento del prestigio può precedere la comprensione delle caratteristiche che lo giustificano.

L’indagine restituisce un’immagine nitida del posizionamento: l’86 per cento associa Franciacorta alle occasioni importanti, l’84 per cento a una qualità elevata, l’80 per cento lo definisce prestigioso. L’85 per cento gli riconosce la capacità di esprimere e valorizzare il territorio e l’italianità, dimostrando nei fatti un patrimonio di reputazione consistente. Ma il legame con i momenti speciali pone anche una domanda: quale spazio resta nelle altre occasioni di consumo? Il passaggio dalla reputazione alla conoscenza richiede spiegazioni comprensibili. Che cosa significa rifermentazione in bottiglia? Quale lavoro precede la vendita? In che modo le scelte in vigneto e in cantina diventano caratteristiche riconoscibili all’assaggio? Anche l’analisi delle conversazioni online rileva interesse per il metodo, le cantine e le differenze rispetto ad altre tipologie di vino: al di là della superficie, dunque, c’è l’esigenza di approfondimento

«La notorietà è ampia, ma resta spazio per far conoscere il metodo produttivo, il lavoro delle cantine e il legame con il territorio», osserva il presidente del Consorzio Emanuele Rabotti. Il punto è dare un significato ai dettagli tecnici, senza presumere che chi acquista possieda il vocabolario di chi produce.

C’è poi il prezzo, che è un fattore rilevante per una parte dei consumatori. E anche in questo caso, raccontare il lavoro necessario ad arrivare a una bottiglia può renderne comprensibile il costo; anche se la disponibilità economica segue una logica distinta, perché occorre distinguere la capacità di spesa dalla comprensione del valore: un consumatore può riconoscere la qualità e scegliere comunque di destinare altrove le proprie risorse.

Il territorio offre un’altra possibilità di incontro. Il 32 per cento dichiara di avere visitato la Franciacorta; tra questi, il 51 per cento riferisce una maggiore propensione all’acquisto dopo la visita. Tra chi non c’è ancora stato, il 62 per cento ritiene che andarci potrebbe influenzare positivamente le proprie scelte. Dati che indicano quanto l’esperienza dei luoghi e l’enoturismo possano contare nel rapporto con il vino.

Sul fronte dei giovani adulti, infine, la sintesi segnala margini di crescita tra i maggiorenni della Gen Z e i Millennials più giovani.

Il tema che emerge resta solido come domanda di lavoro: come trasformare un nome riconosciuto in una scelta compresa? Per Franciacorta significa spiegare ciò che succede prima del brindisi. E verificare quanto quel racconto incontri curiosità, occasioni di consumo e possibilità di spesa delle persone.

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Torna il Gastronomika Festival

23 October 2026 at 03:45

Manca un mese al nuovo appuntamento live che Gastronomika organizza al Teatro Franco Parenti di Milano, in questa occasione nell’ambito di Linkiesta Festival. Il tema di questo secondo appuntamento live del 2026 è “L’era dell’intelligenza”, che comincia da un pizzico di sale: dall’abilità umana del sapere quanto ne serve, dove metterlo e quando fermarsi. Nell’artigianato del cibo, l’intelligenza è tecnica, emotiva e pratica: passa dalla testa, dai sensi e arriva le mani.

Sabato 21 novembre per l’intera giornata si alterneranno talk, incontri, masterclass. La giornata sarà aperta dalla nostra ormai mitica “Prima, colazione” che in questa occasione sarà anche accompagnata dalla rassegna stampa con i giornalisti di Linkiesta e da una speciale puntata live di “Non ho capito”, la newsletter che ci spiega i gradi temi di attualità curata dal giornalista Andrea Fioravanti. In degustazione per il pubblico le delizie degli artigiani selezionati dalla redazione che offriranno ai partecipanti una colazione dolce e salata.

Inoltre, la mattina di sabato la redazione animerà uno speciale Sweet Date dedicato ai pasticceri e ai professionisti dell’ambito dolce.

Se sei un pasticcere e vuoi unirti a noi per il confronto aperto con i colleghi, chiuso al pubblico e solo su invito, puoi candidarti e partecipare. Scrivici subito a gkfestival@linkiesta.it

Uno spoiler sugli argomenti e i protagonisti:

Un’altra agricoltura è possibile

Maurizio Martina, vicepresidente FAO; Stefano Lorenzi, esperto di agroforestazione

Tenera è la carne 

Marella Levoni, direttrice comunicazione di Levoni

Come si attualizza l’alta cucina? 

Enrico Marmo chef, Ester Azzola, Chef, FoodFellas, Federico Andreini, pastry chef 

Pane e parole 

Fulvio Marino presenta il nuovo libro “Nel forno di casa. Le mie ricette per tutti”. 186 ricette di focacce, pizze, pani e dolci per mettere le mani in pasta

Durante la giornata, tante masterclass

Con Franciacorta scopriremo il fascino del vino e del suo terroir, con Petra Molino Quaglia e il pasticcere Fabio Longhin impareremo tutto sui biscotti e con la scuola ALMA coglieremo tutte le sfumature del Parmigiano Reggiano. Inoltre, avremo l’occasione di conoscere il nuovo progetto di Marco Magnocavallo, Selvatiq, e scopriremo come si crea un brand start up di gin nell’era del consumo consapevole. 

L’evento è possibile grazie ai contributi di Petra Molino Quaglia, Barilla, Levoni, Franciacorta, Rational, Galbusera, Tre Marie. Partner tecnico: Grand Hotel et de Milan. 

Sabato 21 Novembre, dalle 9 alle 18
Teatro Franco Parenti e Bagni Misteriosi
Milano 

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De Luigi benedice i morti, Cremonini e Argentero fuggono dai vivi che vogliono una foto

23 October 2026 at 03:45

C’è stato un momento martedì sera, mentre in un teatro di Londra Cesare Cremonini presentava il suo nuovo disco, e sotto il palco c’erano i fan e sopra, nella balconata, c’erano gli invitati, c’è stato un momento in cui ho pensato a John Lennon.

Cesare è sceso tra la folla, e nel secolo scorso il peggio che gli sarebbe potuto succedere era che gli sparassero, e invece oggi il peggio era quel che stavo vedendo: gente attorno al cantante ben attenta a tenere il telefono alto per inquadrare sé stessa e dire al mondo guardami, sono vicino a un famoso, sono anch’io one of the beautiful people. Poi ho guardato al centro della balconata, e c’erano giornalisti che, sporgendosi come Michael Jackson quando faceva dondolare neonati, riprendevano il tutto con la prontezza che una volta si aveva per le notizie e oggi si ha per creare contenuti che possano andare, che il dio delle parole mi perdoni, virali.

Un’ora dopo, fuori dal teatro, il vicolo in cui si trovava l’ingresso degli artisti – dal quale tre ore prima uscivano ed entravano piatti perché i giornalisti, che si accingono alla fatica di filmare quelli che si stanno filmando, vanno innanzitutto sfamati – era pieno di spettatori del concerto convinti che, come succede con gli attori di teatro, poi la popstar sarebbe uscita e loro si sarebbero potuti far firmare e filmare e ottenere testimonianze della loro contiguità con la beautiful people.

Ignari che il cantante era fuggito a concerto appena finito, prima che la platea potesse raggiungere la stage door, e in quel momento era già tre chilometri più in là a mangiare capesante e salutare gli amici e fare quelle cose che fa la beautiful people quando non si fotografa per creare contenuti per il pubblico. Ieri i giornali riportavano che Federico Lucia sarebbe stato denunciato da postulanti che a Milano volevano una foto e che lui invece di assecondare avrebbe fatto picchiare dalle guardie del corpo, e io pensavo: è quel che succede quando non hai capesante verso cui scappare e ti tocca subire l’assedio del pubblico (credo che il pubblico fosse il tormento sottinteso cui Bono diceva di non poter vivere né con te né senza di te). 

Guardavo la folla in quel vicolo e non riuscivo a decidere: fanno una vita più d’inferno questi che vogliono la foto col famoso, o fa una vita più d’inferno il famoso con cui tutti vogliono la foto? 

Mi sono fatta la stessa domanda ventisei ore dopo, nel foyer d’un teatro di Bologna nel quale avrei poco dopo visto lo spettacolo di Fabio De Luigi. Ero come sempre senza occhiali, e l’amica che mi accompagnava faceva l’audioguida, è entrata Virginia Raffaele, è entrato Samuele Bersani. Sono più infelici loro che non possono mai mettersi le dita nel naso perché c’è sempre qualcuno che li riconosce e li guarda, o noi che c’illudiamo di conoscere la beautiful people che abbiamo visto sui giornali e alla tele?

Questa ennesima stagione di riflessione sui meccanismi della fama l’aveva aperta un mese fa proprio Cesare Cremonini, facendo uscire una canzone, “Paparazzi”, che a un certo punto è “L’avvelenata” di cinquant’anni dopo. Dove Guccini aveva «un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete», Cremonini ha «volevo fare la popstar ma sono Diletta Leotta» (non sarò io a dire «declino delle élite»).

In “Abitavo a Penny Lane” (l’ha pubblicato Feltrinelli qualche mese fa), Riccardo Bertoncelli racconta della famigerata recensione in cui se la prendeva con quella che forse è la più bella frase del canzoniere gucciniano, «stare a letto il giorno dopo è l’unica mia mèta», di come Guccini scrisse “L’avvelenata” e poi gli spiegò che non aveva capito niente dei suoi dischi, di come la canzone fu inclusa in “Via Paolo Fabbri 43” consegnando Bertoncelli a fama perpetua (chissà se Diletta Leotta avrà la stessa sorte).

Nella sua autoanalisi, dice che a rileggersi in effetti era come quel tizio che andava a frugare nella spazzatura di Bob Dylan per dimostrare che si era venduto, dice di sé «ero un piccolo ayatollah». Cinquant’anni dopo, non abbiamo bisogno di frugare nella spazzatura, perché le “Stanze di vita quotidiana” non sono più un disco ma uno scroll: i famosi ce li abbiamo nel telefono – in compenso abbiamo conservato la disposizione d’animo degli ayatollah di fronte a tutto, e per ogni esponente della beautiful people che s’inquadra in cucina c’è uno di noi pronto a chiederne la testa perché ha visto in un angolo una bottiglia di plastica finire nella carta: non è rigoroso nella differenziata, a morte. È avvenuta quella mutazione che Bertoncelli racconta gli avesse pittato Guccini nel 1976: la trasformazione del personaggio pubblico in prigioniero pubblico.

C’è una domanda che ho smesso di fare ai famosi; è inutile chieder loro se la fama sia l’inferno (certo che lo è), perché ti risponderanno sempre e comunque: eh però ti trovano sempre il tavolo al ristorante. La risposta articolata si è incomodato a scriverla Fabio De Luigi, sta nel suo spettacolo, in un pezzetto che parte dalla morte, se non ci fosse la quale saremmo coevi di tutti i grandi mai passati sul pianeta.

Quegli esilaranti minuti lì passano per il tentativo di Fabio di farsi dare un tavolo telefonando al ristorante, dicendo che è De Luigi, il comico, l’attore, quello famoso, sciorinandogli tutto il suo repertorio di personaggi che il ristoratore conosce ma non importa, perché quella sera al ristorante c’è Sordi, c’è Troisi, c’è Gaber, c’è Tognazzi, mica uno li può far alzare per De Luigi; e approdano alla frase che non capisco perché non ho trovato stampata su magliette da comprare nel foyer del teatro (i teatranti hanno molto da imparare dalle popstar, quanto a merchandising). La frase è: «Posso dire? Meno male che si muore. Pensa, con tutti quelli bravi vivi, che vita di merda per noi mediocri».

Per quanto Guccini vedesse il futuro, l’organizzazione sociale e culturale dei pubblici prigionieri di cinquant’anni fa prevedeva ancora l’esistenza delle opere, e infatti di Guccini ricordiamo il verso in rima, mica un autoscatto con Bertoncelli. L’oggi ha visto, nei giorni scorsi, una polemica perché una spettatrice d’uno spettacolo di Argentero ha scritto in un gruppo di fan la propria indignazione perché, come Cremonini, Argentero non si è affacciato alla stage door permettendo al pubblico pagante di portarsi a casa le prove d’aver toccato il famoso, prove con cui fare invidia alla cognata: io ho la foto e tu no.

«Siamo venuti solo per te, lo spettacolo era penoso noioso e orrendo», scrive la signora rivolgendosi ad Argentero, e io trovo molto affascinante un’economia basata sul fatto che io compro il tuo biglietto, il tuo disco, il tuo libro, ma quei soldi non te li do per l’opera, te li do per il sottinteso obbligo di farmi la dedica, il vocale per mio cugino, la foto abbracciati.

Samuele Bersani e Virginia Raffaele si alzano mentre Fabio De Luigi sta ancora facendo inchini alla platea, perché l’unico modo in cui la beautiful people può salutare i propri amici in camerino è fuggire come un ricercato prima che il tragitto tra la platea e il camerino diventi un calvario di foto e vocali e altre stazioni del martirio.

Però la punizione c’è comunque, perché attardarsi a salutare in camerino vuol dire affacciarsi all’uscita degli artisti quando già, fuori, sono accampati i cacciatori di luce riflessa, che hanno pagato il biglietto del teatro e per ciò ritengono d’avere diritto al tempo del famoso, all’attenzione del famoso, alla simulazione di consuetudine col famoso, sia esso il famoso titolare dello spettacolo o il famoso amico che è andato a salutarlo.

E già se hanno pagato il biglietto è qualcosa. Quest’estate sono stata a vedere uno spettacolo con Gary Oldman, a Londra, e ho fatto l’unica fila alla transenna della mia vita: in posti in cui questo rituale è organizzato, ti metti in fila a fine spettacolo, e a un certo punto il famoso sbuca in uno spazio tra l’ingresso degli artisti e una transenna e tu ti fai firmare qualcosa mentre occhiute guardie del corpo badano che tu non ti prenda indesiderate confidenze.

L’organizzazione del rituale prevedeva una figura professionale che passava lungo la fila e controllava che noi derelitti cacciatori di fama avessimo il biglietto: c’è, mi spiegavano, chi si mette in fila solo per la firma, mica prima ha visto lo spettacolo. Qualcuna protestava: io l’ho visto un mese fa ma ho il diritto di fare la fila alla transenna tutte le sere.

Di recente Gillian Anderson, che sta facendo a teatro “Chi ha paura di Virginia Woolf?”, ha sgridato una abbastanza fanatica da essersi presentata venti volte, e il nostro tempo sbandato trasforma quell’osservazione in un meme, clicca qui, Gillian Anderson riprende la fan, invece di farci pensare a John Lennon: che distanza c’è tra venire venti volte a simulare consuetudine col famoso e andargli una sola volta sotto casa armato?

Chissà a quelli fuori dall’ingresso degli artisti per Cesare a che ora hanno detto «guardate che qui non lo vedrete», chissà se ci hanno creduto, chissà se sono andati a dormire o sono corsi in un gruppo di fan a indignarsi. Io ripenso a quella fila per Gary Oldman che non so neppure perché ho fatto – per avere qualcosa da scrivere o perché sono taleqquale alla fan di Argentero? – quella fila in cui credevo d’essere Bertoncelli ed ero Diletta Leotta, e mi chiedo se valga la pena per noi, che al massimo ci rivendiamo l’autografo su eBay, e per loro, che al massimo trovano il tavolo al ristorante.

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3h. Ventura gastou quase 4 mil milhões nas presidenciais

23 October 2026 at 03:12
O presidente do Chega recebeu apenas 760 euros em donativos de particulares e gastou mais em cartazes. Ainda, Israel não vai atacar o Irão antes das eleições do pais, marcadas para terça-feira.

Artistas brasileños ratifican apoyo a Lula en transmisión en vivo

23 October 2026 at 02:58

Brasilia, 22 oct (Prensa Latina) El presidente brasileño, Luiz Inácio Lula da Silva, reunió hoy a artistas e influenciadores en una transmisión digital que movilizó a unos dos millones de espectadores simultáneos, a tres días de la segunda vuelta electoral.

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Enviados de Trump a Argentina velan por intereses de EEUU en Malvinas

23 October 2026 at 02:50

Buenos Aires, 22 oct (Prensa Latina) Los enviados del presidente Donald Trump a Argentina, el subsecretario de Estado, Christopher Landau, y el subsecretario adjunto para Asuntos del Hemisferio Occidental, Juan Pablo Segura, defendieron hoy los intereses de empresas norteamericanas en Islas Malvinas.

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Golpe mortal a los Grapo

By: Jorge · Vilches
23 October 2026 at 00:46

El 26 de octubre de 1976, la Dirección General de Seguridad facilitó una nota a la prensa: las fuerzas del orden habían detenido a 43 terroristas de los Grupos de Resistencia Antifascista Primero de Octubre (Grapo). Las autoridades identificaron a estos como la rama armada del Partido Comunista de España (reconstituido), formación nacida de la antigua Organización de Marxistas-Leninistas Españoles tras su escisión del Partido Comunista marxista-leninista. Eran las típicas divisiones en la extrema izquierda por una cuestión doctrinal o estratégica. La ofensiva policial permitió neutralizar seis pisos francos e incautar abundante armamento, municiones, vehículos robados con matrículas falsas, material de propaganda y equipos de multicopia para la agitación subversiva. Los arrestos se distribuyeron en tres zonas estratégicas: 22 detenidos en Galicia, 16 en Barcelona y 5 en Madrid. A la organización se le atribuía la autoría de los atentados con explosivos del 18 de julio contra edificios oficiales y monumentos del Movimiento Nacional, así como el asesinato de cuatro policías en Madrid el 1º de octubre de 1975, fecha que tomó la banda terrorista para su nombre. En un año desde su fundación habían conseguido una estructura nacional potente, pero con fisuras de información.

Galicia se reveló como el núcleo logístico de los Grapo al albergar los seis pisos descubiertos por la policía. Allí cayeron 22 integrantes, destacando la captura de Juan Carlos Delgado de Codes. La policía lo situaba como organizador del asesinato de un guardia civil en Madrid en el otoño de 1975, además de su participación en el atentado contra los cuatro policías armados. Junto a Delgado fue detenida su esposa, Guadalupe Núñez Morales. Ambos fueron puestos en libertad por la Ley de Amnistía de 1977, pero volvieron al crimen. Delgado murió en un enfrentamiento con la policía en 1979, y ella fue detenida en 1981 tras organizar el asesinato del general González de Suso.

En Barcelona, la intervención policial de octubre de 1976 se saldó con la captura de 16 miembros de los Grapo, desarticulando una célula activa en sabotajes y atracos. Entre los arrestados figuraba Francisco Gutiérrez Álvarez, responsable de organización y finanzas, acusado de participar en el ataque con cócteles molotov contra la Delegación de Sindicatos de Cornellá el 11 de septiembre. La nómina de detenidos en Barcelona puso al descubierto a Manuel Fraga Sánchez (alias «Toni»), Manuel García González («Tino») y Antonio Tosina García («Luis»), organizadores del atentado del 17 de julio contra la delegación del Movimiento en el distrito de Sants. Tosina salió a la calle también por la Ley de Amnistía del 77 y mató a tres personas en 1979. Del mismo modo, en octubre de 1976 se detuvo a Antonio Pedroso Donoso («Jorge») acusado de sustraer armamento del Parque de Artillería de Madrid. Pedroso fue puesto en libertad condicional por orden del Juez de Instrucción de Barcelona, bajo fianza de 25.000 pesetas. El terrorista aprovechó para escapar y siguió matando. En 1984 asesinó en Sevilla al empresario Rafael Padura de un tiro en la cabeza en el despacho de su empresa de Artes Gráficas. Tenía 37 años.

La caída del grupo terrorista

El aparato de propaganda catalán sufrió otro golpe con la detención de Eugenio Jesús Bueno de Pablos («Santiago»), responsable del grupo de aquella comunidad, arrestado previamente en marzo por el robo de explosivos en el polvorín de La Reigosa, Pontevedra. Asimismo, la lista incluyó a Francisco Aguilar-Galindo Jiménez («Pedro»), y a los atracadores Joaquín Pérez Alcario («Rafa») y Francisco Martín Valero («Vicente»). Finalmente, se aprehendió a José María Álvarez Zurdo, hallado gravemente herido por los disparos de un vigilante durante el atraco al Banco Garriga Nogués. Algunos de estos se beneficiaron de sobreseimientos y amnistías, y volvieron al terrorismo.

En Madrid, la policía detuvo a cinco personas en esa operación de octubre de 1976, que integraban la célula local. Según la DGS, los arrestados en Madrid tenían programados varios atentados durante una «jornada de lucha». Los objetivos seleccionados eran entidades bancarias situadas en la avenida del Generalísimo, hoy, Paseo de la Castellana. La caída de los Grapo el 26 de octubre de 1976 coincidió con el descubrimiento en Sevilla de un artefacto explosivo de gran potencia en la quinta planta de la Organización Sindical, siendo desactivado por artificieros del Ejército. La acción coordinada contra las células de Galicia, Barcelona y Madrid supuso un golpe importante a la infraestructura, finanzas y capacidad operativa de los Grapo, pero no acabó ni mucho menos con la pesadilla terrorista.

Logotipo del GRAPO

Crítica de "Clayface": ¿quién añora a Batman? ★★★

23 October 2026 at 00:44

Director: James Watkins. Guion: Mike Flanagan, Hossein Amini (basado en en la histioria de DC Comics). Fotografía: Rob Hardy. Intérpretes: Tom Rhys Harries, Ruby Sear, Naomi Ackie, Eddie Marsan. EE UU, 2026. Terror.

Si el gran David Cronenberg, creador del pertubador y perverso «concepto de la nueva carne» viese la película de James Watkins («Eden Lake», «La mujer de negro», «No hables con extraños», es decir, terror del bueno), estoy segura de que se haría un admirador, al menos a tiempo parcial, de la factoría DC, y no precisamente porque le vayan los señores con capa. Solo con observar la evolución del protagonista y su chorreante, viscosa y mutable piel, lo que le parecería primoroso.

Bienvenidos a la historia de Matt Hagen/Clayface (Tom Rhys Harries), uno de los villanos más icónicos y trágicos entre los enemigos de Batman, otrora prometedor actor de Gotham que, tras acostarse con la joven equivocada, recibe de su mafiosa pareja una somanta de cuchilladas en el rostro que lo desfiguran completamente. Con la carrera destrozada, sin dinero y acusado de numerosas fechorías, decide someterse a un tratamiento científico de vanguardia dirigido por la atractiva doctora Caitlyn Corr (Naomi Ackie). Y, aunque resulta un éxito, los efectos secundarios alteran su percepción de la realidad y transforman su cuerpo en una especie de viscosa arcilla capaz de adoptar la imagen de cualquiera.

No, esta vez no es otra película más sobre tipos con mallas o bodys ajustados, sino un filme pavoroso, todo un «body horror» a vueltas con la pérdida de la identidad y los caprichosos y tantas veces peligrosísimos vaivenes de la fama. Exacto, David, un estupendo mal rato.

Lo mejor: Es, sin duda, una de las mejores películas del universo DC en bastante tiempo

Lo peor: Una advertencia para quienes no conozcan la historia: aquí no hay capas, pero si mucha sangre

© La Razón

Crítica de "Clayface": ¿quién añora a Batman?

«Superthings»: cuando la animación española puede competir con cualquiera

23 October 2026 at 00:42

Los Superthings, esos objetos cotidianos transformados en villanos y superhéroes que llevan una década conquistando a los niños, dan el salto a la gran pantalla. «Superthings: La película» amplía su universo con una aventura que aspira a impulsar la expansión internacional de la franquicia sin renunciar al espíritu de los juguetes. La cinta mantiene la mitología de los muñecos, los cómics y la serie televisiva, pero incorpora nuevos personajes y un humor más gamberro, pensado para los adultos que acompañan a los pequeños al cine. «Hemos creado un producto que tiene mensaje para los niños, para los padres, que es potente, que es un tiro, que va a toda velocidad», explica su director, Víctor Monigote, que ha buscado una combinación de acción y humor capaz de mantener al espectador pegado a la pantalla durante hora y media. «Me he dedicado profundamente a buscar gags y guiños para que los padres que vayan no se aburran», confiesa.

Asimismo, Monigote defiende el potencial de la animación española frente a las grandes industrias internacionales. «En España tenemos una tradición artística muy potente. Somos de los países del mundo que más artistas ha dado», afirma. El cineasta destaca también la capacidad de nuestros profesionales para resolver proyectos con recursos limitados: «con lo que se nos agudiza el ingenio». A su juicio, el sector ha experimentado una notable transformación en los últimos años y debe superar la idea de que los dibujos animados son exclusivamente para niños. «La animación es una técnica, no un género», sentencia.

Un mensaje importante

El relato propone una reflexión sobre la amistad, la cooperación y la necesidad de comprender al adversario. Inspirados en el yin y el yang, héroes y villanos no son enemigos irreconciliables, sino contrarios que se necesitan. «No puede haber luz sin oscuridad», sostiene su director, que rechaza la división entre buenos y malos absolutos. «Hay que mirar todo con perspectiva y quizás puedas llegar a entender al de enfrente sin necesidad de prejuzgarlo antes», afirma. Una enseñanza que invita a los más pequeños a ponerse en el lugar del otro.

© La Razón

Superthings»: cuando la animación española puede competir con cualquiera

«Arriba tutto»: contra los tanques, una nariz de payaso

23 October 2026 at 00:42

La película que hace unos meses vimos puede que no haya dejado ninguna cicatriz en nuestra memoria cinéfila. No obstante, aquellas que nos acompañaron durante nuestra infancia, da igual su calidad fílmica, son imborrables. José Mota recuerda con 13 años ver en el cine «Rocky» y salir de la sala siendo una persona distinta. «Es inaudito el poder que puede llegar a tener una cinta», expresa a través de una llamada telefónica.

Al que se erige como uno de los humoristas más aclamados dentro de nuestras fronteras le parece una declaración de intenciones que el cerebro mantenga vivo el recuerdo de esas proyecciones pasadas. Él apunta que nunca deberíamos perder la inocencia que poseíamos durante nuestros primeros años de vida. De hecho, considera que «el alma juguetona e ilusionada» que forjó en sus años mozos, y que mantiene en la actualidad, le ayudó a decantarse por la profesión que sigue ejerciendo y que le catapultó al estrellato. «Si bien de pequeño los magos me sorprendían, la verdadera magia me la transmitían cómicos como Pajares o Tip y Coll», dice.

«La comedia nos hace libres»

Él ya se consideraba a sí mismo un cineasta durante todos esos años en que su cara alumbró los televisores españoles, consiguiendo así mitigar los debates políticos que podrían concluir en un envenenamiento a través de la copa de champán de Nochebuena. Y, a pesar de esta prolífica carrera, acaba de estrenar su primera película como director y protagonista: «Arriba Tutto». «Solemos denostar la ficción que se hace en televisión, pero hay algunos productos que no le tienen nada que envidiar. La serie “Breaking bad”, para mí, vuela por encima de muchas películas», alaba él.

En esta reciente incursión audiovisual, José Mota pretende, una vez más, ensalzar el arte de la risa, capaz de «hacernos libres». Aquí presenta un cuento que alterna los roles, pues es un niño el que narra una historia a un adulto. Michi (Pablo Cabello) tiene 7 años y vive junto a su padre y su familia circense. Su padre, interpretado por Karra Elejalde, le ha enseñado a ver la vida desde un prisma más optimista y ensoñador. Ya convertido Michi en adulto (Mota), y con la Guerra Civil y la segunda contienda de telón de fondo, vivirá una aventura en la que esas enseñanzas paternales le permitirán cumplir viejas promesas y, además, salir de varios aprietos.

Las inspiraciones de José Mota son «La vida es bella», «Cinema paradiso» y «Ser o no ser», entre otras

«Esta cinta es como poner una nariz de payaso frente a un tanque, pues sabe que le va a ganar», compara su cineasta y también guionista. Esa imagen que usa de símil se parece a una de las más famosas de «La vida es bella», la obra culmen de Roberto Benigni. Si bien aclara que en ella el hilo conductor era inverso (adulto ocultando los horrores a un joven Giorgio Cantarini), sí que le sirvió de referencia. Menciona, igualmente, «El viaje a ninguna parte», «El gran dictador» y «Cinema paradiso».

Películas aparte, no faltan tampoco los guiños autóctonos: el protagonista es un trasunto de Don Quijote, paisano de Mota. «Él es el padre de todos los cómicos, el gran soñador», reconoce el artista. «La comedia no deja de ser una semblanza de la imaginación y de la utopía», prosigue sobre su veneración al hidalgo más icónico de tierras manchegas.

De ese deseo de colorear un mundo mejor está llena su ópera prima, un canto al séptimo arte, sobre todo el clásico, y a la alegría. «La comedia cose la infancia con la adultez, puesto que con el paso del tiempo nos damos cuenta de que queremos seguir viendo la vida como un juego, sin comernos la cabeza», explica el cómico. «Tutti» a jugar, pues.

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José Mota protagoniza, dirige y escribe esta historia sobre la necesidad de la comedia en tiempos oscuros

«Leones en invierno»: el thriller español vuelve a rugir de nuevo

23 October 2026 at 00:39

Aunque «Leones en invierno» no escatima a la hora de mostrar brutalidad física, verbal y efectos sonoros de pistolas, acompañados de los correspondientes gritos de dolor, auxilio e, incluso, redención, hay una sensación que le cuesta proyectar: cómo reaccionan unos padres cuando se les comunica que su hija ha fallecido. La cámara no siente pavor de enseñar a una joven María Romanillos ser atropellada en plena Gran Vía por un coche deportivo que no respeta ninguna norma de seguridad vial. No obstante, cuando, acto seguido, cambia el escenario y el teléfono suena en la casa de Inma Cuesta y Luis Zahera, que toman las riendas de progenitores, una elipsis nos transporta directamente a la morgue. «Dicen que no hay nada más aterrador que una llamada de madrugada. Me parecía paja incluir lo que sucede entremedias», considera el director Albert Pintó.

Para preparar esa sensación tan terrorífica, el intérprete gallego y la andaluza admiten que tuvieron bastante libertad. Bajo una premisa mínima concedida por el realizador, pudieron construir su desasosiego del modo que mejor estimasen. «Pudimos ser egoístas en la toma en el depósito de cadáveres», reconoce Zahera. Más allá de esa autonomía dramática, en los detalles de esa escena reside el germen de esta obra: ella se muestra en su versión más vulnerable. Él, completamente hierático. «Esta es una película sobre hombres violentos con una masculinidad mal gestionada», reconoce el que ganara su segundo Goya gracias a su trabajo en la también oscura y claustrofóbica «As bestas».

«Leones en invierno», sin embargo, no se traslada al rural para mostrar el odio y la venganza, pues las calles de Madrid son el enclave en el que brotan los sentimientos más destructivos del ser humano. Adaptando una novela de Carlos Augusto Casas, el que fuera realizador de algunos episodios de «La casa de papel» edifica un thriller con mucha acción y tragedia.

«La violencia la generan los hombres, es una respuesta muy masculina y egoísta»

Luis Zahera

Tras perder a su única hija, sin estar esclarecida la identidad del perpetrador del accidente, Zahera y Cuesta tratan de volver a la normalidad. Ella, buscando una reparación legal, con la ayuda de una periodista de investigación. Él, por el contrario, con la ley del talión, pues en su juventud formó parte de una agrupación «skinhead», y su sed de mal ha resurgido.

Si bien Pintó expone que el libro, posee un ritmo frenético, al igual que su filme, sí que anhelaba que la adaptación alcanzara un trasfondo más sensible. «Mientras que la novela sigue mucho más las acciones violentas de Hidalgo (el protagonista), para mí era necesario crear un universo donde intervinieran más personajes», expone él, razón por la que le aconsejó al reparto que no se leyeran la pieza literaria y, así, evitaran las comparaciones.

Esa voluntad de articular un mayor rango de personalidades da lugar a un diverso elenco, que incluye a Jordi Mollà como jefe de un clan mafioso, José Manuel Poga ejerciendo de policía infiltrado en el mundo de la droga y Ana Wagener, la única agente que conoce la identidad de su compañero. «Durante todo el metraje vemos un abanico de posibilidades de cómo gestionar el tormento. Quizá no te sientes identificado con las decisiones que toman los personajes, pero sí puedes identificar conductas y entender su porqué», aplaude ella.

Tramas mafiosas españolas

Precisamente, Mollà aplaude estos espejos curvos que el guion de Juma Fodde acristala. «Todos los personajes son víctimas, y por eso no consiguen superar sus problemáticas. No pueden evitar tener una mentalidad de “sálvese quien pueda”», asegura el catalán. Esta carrera por no caer en las garras del hampa es la que consigue que, durante las casi dos horas que dura el largometraje, el espectador no tenga ni un momento de descanso. No hay «zonas valle», como define Wagener. «Cada escena te propone una emoción distinta, saltando todo el rato sin dejarte reflexionar sobre la anterior. Sabiendo que nuestra capacidad de distracción es cada vez más alta, es un logro que la película consiga mantenernos activos», alaba Mollà, también contento de que desde España se apueste por narrativas mafiosas. «No hay que trasladarse al barrio de Harlem para plasmar estas vivencias. Mi personaje, por ejemplo, no renuncia a su acento andaluz», continúa.

Albert Pintó también se muestra feliz de poder representar ante la cámara un conflicto de narcotráfico, pues estima que en la industria nacional sigue habiendo reparo en llevar a cabo este tipo de sinopsis al parecer inverosímil que sucedan en terrenos ibéricos. Sin embargo, «Leones en invierno» nace para recordar que el mal puede provenir de cualquier punto geográfico. Para Zahera, además, tiene género: «La violencia la generan los hombres, es una respuesta muy masculina y egoísta», expresa. Él nos invita a esta producción «rock and roll», como lo define su compañera Cuesta, que se mueve entre el cine gánster neoyorquino y el tremendismo más visceral. «Yo tenía en mente la crudeza de “Perros de paja” mientras rodaba», confiesa Pintó. Todo puede arder en cualquier instante.

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Luis Zahera junto a Roberto Álamo y Luis Callejo, los tres integrantes en su juventud de un grupo radical

Svitlana Buchyna promove Quarteira em Paris com honras de top-ten no OMC Hairworld 2026

22 October 2026 at 19:21

O Império Beauty School, em Quarteira, revela que Svitlana Buchyna, cabeleireira profissional e empresária, levou o nome de Quarteira e do Algarve até ao palco internacional do OMC Hairworld 2026, realizado em Paris, nos dias 10 e 11 de outubro.

Com mais de 22 anos de experiência profissional e 15 anos à frente do seu salão em Quarteira, Svitlana tem construído uma carreira marcada pela dedicação, criatividade e paixão pela arte do cabeleireiro.

Ao longo dos anos, Svitlana tem participado em competições nacionais e internacionais, conquistando vários prémios e afirmando o seu percurso num setor altamente competitivo.

Para além da sua atividade como profissional e empresária, Svitlana Buchynaintegra também a direção da NNAC, contribuindo para a valorização e o desenvolvimento do setor do cabeleireiro em Portugal.

Svitlana Buchina

Este ano, Svitlana voltou a participar no OMC Hairworld, uma das competições internacionais de referência na área, levando consigo uma equipa de profissionais portugueses para representar o país.

Num campeonato que reuniu participantes de mais de 60 países, a equipa portuguesa alcançou um lugar entre o top-ten a nível mundial.

Esta participação representa mais um momento marcante no percurso de Svitlana Buchyna e um motivo de orgulho para Quarteira e para o Algarve. O seu trabalho demonstra como a experiência, a dedicação e a vontade de evoluir podem levar os profissionais da nossa região a competir num dos mais exigentes palcos internacionais do setor.

1.ª edição da INCULTA afirma Tavira como lugar de palavra, criação e participação

22 October 2026 at 18:40

A primeira edição da INCULTA – Iniciativa Cultural Álvaro de Campos | Tavira –, que decorreu de 15 a 17 de outubro na Biblioteca Municipal Álvaro de Campos, confirmou a palavra como ponto de encontro entre escola, criação e comunidade.

Organizada pela Casa Álvaro de Campos, em parceria com o Município e os Agrupamentos de Escolas Dr. Jorge Augusto Correia e D. Manuel I, a iniciativa afirmou-se, logo na estreia, com uma programação viva, plural, cidadã e participada, tendo a contribuição ativa de alunos e professores sido um dos traços mais marcantes desta edição.

Na exposição Os Campos de Álvaro de Campos, inaugurada a 15 de outubro, os trabalhos plásticos dos jovens revelaram leituras pessoais, sensíveis e criativas da obra do poeta e de outros criadores.

Na oficina Ritmo e Poesia — Do Beat ao Videoclipe, os versos da Ode Triunfal de Campos ganharam novo fôlego através do hip-hop e da criação videográfica Rap Triunfal.

Também foi apresentada a performance O menino de sua mãe, integrada no projeto CriarLab, aberto a toda a comunidade educativa com o objetivo de sensibilizar para a criação e interpretação artística.

O resultado coletivo destas diversas propostas criativas teve uma assinalável qualidade artística. O empenho dos docentes foi decisivo para integrar as artes no percurso educativo.

Os Diálogos INCULTA, com Manuel Moya, Ana Cristina Matias, Adriana Nogueira, Pedro Prista e Lídia Jorge distinguiram-se pela profundidade e originalidade das intervenções.

Os autores e investigadores convidados apresentaram propostas de reflexão sobre Álvaro de Campos e as relações entre palavra, cultura, identidade, território, alteridade e lusofonia, deixando lançadas as bases de um debate exigente e estimulante, a retomar e a aprofundar.

O espetáculo Mulheres que escreveram e não li finalizou o programa, servido com talento e sensibilidade, devolveu voz a autoras algarvias pouco conhecidas, cruzando poesia, performance e música e confirmando a pertinência de resgatar patrimónios literários injustamente esquecidos.

Com um balanço muito positivo, a INCULTA lança as bases de uma programação continuada, afirmando Tavira como território onde património e contemporaneidade se cruzam ao serviço da palavra, do conhecimento, da cidadania, da expressão e da participação cultural.

Quarteira celebra o Halloween com animação na Praça do Mar

22 October 2026 at 18:22

A Praça do Mar em Quarteira, transforma-se numa “Praça Assombrada” no dia 31 de outubro, com animação de rua, música, dança e um concurso de disfarces com prémios para os três primeiros classificados de cada escalão.

Quarteira prepara-se para celebrar a noite mais assustadora do ano com mais uma edição do Halloween. Entre as 18h00 e as 23h00, a Praça do Mar será palco de um programa repleto de atividades para todas as idades, convidando a comunidade a entrar no espírito do Dia das Bruxas.

Quem visitar a “Praça Assombrada” irá encontrar pinturas faciais, atuações de grupos de dança locais, animação de rua e DJ Set, num ambiente inspirado pelo imaginário desta celebração. O evento contará ainda com tasquinhas de comes e bebes.

Um dos momentos de destaque será o concurso de disfarces, que desafia os participantes a dar asas à imaginação e a apresentar as suas criações mais originais. A competição estará dividida em três escalões (infantil, juvenil e adulto), com prémios para os três primeiros classificados de cada categoria. As inscrições decorrem no local, no próprio dia, entre as 19h00 e as 21h00.

A festa de Halloween em Quarteira é um evento de entrada livre organizado pela Junta de Freguesia de Quarteira, com o apoio da Câmara Municipal de Loulé, e em colaboração com o Centro de Apoio à Criança de Quarteira, o Colégio Origami, a Fundação António Aleixo e a Associação Talentos Unidos.

Liga Parlamentaria: Perú debe votar contra el bloqueo de EEUU a Cuba

23 October 2026 at 01:21

Lima, 22 oct (Prensa Latina) La Liga Parlamentaria Perú-Cuba declaró hoy que el Gobierno debe mantener la política tradicional del país y votar por el cese del bloqueo de Estados Unidos contra Cuba, la próxima semana en las Naciones Unidas.

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Governo intensifica reforços para combater incêndios no Pará

Logo Agência Brasil

O governo federal anunciou nesta quinta-feira (22) que vai intensificar as ações de resposta aos incêndios florestais no Pará.

As ações vão se concentrar na região Oeste do Pará, com o envio de o uso de aeronaves para combater o fogo, reforço nas equipes de brigadistas para atuar em campo e apoio de órgãos de segurança em áreas de conflito.

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Em entrevista coletiva na tarde de hoje, o ministro do Meio Ambiente e Mudança do Clima, João Paulo Capobianco, disse que a operação conta com 522 brigadistas do Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renováveis (Ibama) e do Instituto Chico Mendes de Conservação da Biodiversidade (ICMBio), além de 41 veículos terrestres e 13 aeronaves.

A operação se concentra na chamada região do Chapadão, na divisa dos municípios paraenses de Santarém e Uruará. As aeronaves mobilizadas são seis aviões do modelo Air Tractor, utilizados para lançar água sobre as chamas. Os aviões ficarão baseados na região de Santarém.

Segundo os dados apresentados nesta quinta-feira, o Pará registra 321 eventos de fogo ativos, distribuídos em 76 municípios. Entre 14 e 20 de outubro, o Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais (Inpe) identificou 2.991 focos de calor no estado, 610 a mais

Os dados mostraram ainda 62 incêndios florestais na região do Chapadão. A região é próxima a rodovia estadual PA 370, um entrocamento da Transamazônica (BR-230) e também abrange o município de São Félix do Xingu.

Segundo o Ministério do Meio Ambiente e Mudança do Clima (MMA), os incêndios se concentram em invasões irregulares em assentamento da reforma agrária e reservas legais. Nesses locais, o MMA identificou a ocorrência de práticas irregulares de manejo, com uso intencional do fogo. 

“Acionamos a Força Nacional de Segurança para auxiliar no trabalho dos brigadistas”, disse o ministro que relatou eventos para dificultar o trabalho dos brigadistas.

Capobianco disse ainda que as forças policiais estão investigando uma possível ação criminosa na região para promover os incêndios.

“Não estamos afirmando que há ocorrência direta [de incêndios criminosos], mas isto está sendo investigado”, resumiu o ministro.

Capobianco destacou que o apoio da sociedade é fundamental para o enfrentamento aos incêndios, seja evitando fazer fogo sem o devido manejo e, principalmente, denunciando possíveis criminosos. 

O Pará é o estado com mais ocorrências de incêndios florestais no país, de acordo com a plataforma Queimadas, do Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais (Inpe).

Situação de emergência

Os incêndios na região levaram a Prefeitura de Altamira, no sudoeste do Pará, a decretar situação de emergência. A medida abrange regiões urbanas, rurais e ribeirinhas.

Até o momento, 16 municípios paraenses decretaram situação de emergência em razão da estiagem e dos incêndios florestais. Outros sete pedidos de reconhecimento federal estão em análise. 

Ontem (21), o governo federal encaminhou ao Congresso Nacional a Medida Provisória (MP) 1398/26, abrindo crédito extraordinário de R$ 300 milhões no Orçamento de 2026 para ações da Defesa Civil em várias regiões, em particular para o combate ao aumento dos focos de queimadas na Amazônia.

O governo justificou a medida diante do cenário de chuvas escassas na região, em razão do El Niño, que levou a um aumento expressivo de municípios em condição de seca moderada a severa.

O governo destacou ainda a capacidade limitada de resposta dos municípios, o que torna o apoio necessário para agilizar os repasses por parte do governo federal.

“Estamos trabalhando nas ações preventivas em relação a esse fenômeno que vem tornando nossas florestas mais suscetíveis a incêndios desde 2024”, disse o ministro.

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