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Alessandro Ariosi racconta il metodo per scegliere gli artisti lirici da rappresentare

22 September 2026 at 09:44

Nel panorama internazionale del management lirico contemporaneo, l’idea che si possa rappresentare chiunque appartiene a un passato superato o a un’illusione di breve respiro. Quando si chiede ad Alessandro Ariosi, fondatore e guida di Ariosi Management, da dove nasca la complessità di questa professione, la riflessione muove immediatamente dall’essenza stessa dell’opera: non ci si trova a collocare un prodotto sul mercato, bensì ad affiancare esseri umani custodi di uno strumento delicato quale è la voce. Ogni interprete porta con sé un universo irripetibile fatto di carattere, radici, aspirazioni personali, dinamiche familiari e fragilità fisiche o emotive; elementi che rendono ogni percorso una trama unica e impossibile da standardizzare.

Interpellato sul significato profondo della selezione e sulla necessità di non accogliere chiunque nel roster di Ariosi Management, Ariosi rivendica con fermezza il valore della credibilità. Nel dialogo quotidiano con le istituzioni teatrali e le direzioni artistiche di tutto il mondo, la reputazione dell’agenzia è il primo capitale: garantire per un cantante significa porsi come interlocutore autorevole, trasparente e responsabile, capace di proporre professionisti pronti e all’altezza delle aspettative dei grandi cartelloni.

Alessandro Ariosi e i criteri per i giovani talenti lirici

Sollecitato su quali siano i criteri che guidano la scelta di un giovane talento oltre le doti innate, il focus del manager si sposta sulla concretezza. Una bella voce, una presenza scenica magnetica e una buona predisposizione attoriale sono qualità preziose, ma prese da sole rischiano di generare meteore destinate a esaurirsi nello spazio di poche stagioni. La vera discriminante risiede nel potenziale tecnico, nella solidità psicologica e nella capacità di ascolto. Davanti a una vocalità con qualità evidenti ma ancora immatura, la tentazione di bruciare le tappe e proporre l’interprete anzitempo a contesti prestigiosi può rivelarsi controproducente: le dinamiche e i ritmi serrati delle produzioni odierne rischiano di logorare prematuramente uno strumento non ancora consolidato. Il dovere primario di Ariosi Management consiste nell’onestà intellettuale di indicare all’artista dove lavorare, cosa perfezionare e quali carichi vocali evitare, proteggendone la maturazione prima del grande debutto.

Il rapporto con gli artisti affermati nel mondo dell’opera

Approfondendo la differenza di visione nella gestione di una carriera emergente rispetto a quella di una figura già consacrata, Alessandro Ariosi chiarisce come le priorità siano speculari ma profondamente diverse. Se per un giovane l’attenzione è tutta rivolta alla scelta mirata del repertorio e all’acquisizione graduale dell’esperienza, per un interprete affermato il lavoro si sposta sulla gestione dell’equilibrio complessivo: dosare gli impegni, preservare i tempi di recupero, selezionare collaborazioni di altissimo profilo artistico e concordare soluzioni che consentano di esprimere al meglio il proprio carisma sul palcoscenico in totale serenità.

Riguardo alla struttura ideale di una realtà di rappresentanza, il confronto tra agenzia boutique e grande roster diversificato si risolve a favore della cura sartoriale, cifra distintiva della linea di Ariosi Management. Fondamentale instaurare quel rapporto ravvicinato e costante che la delicatezza dello strumento “voce” impone, evitando la dispersione di energie e garantendo a ciascun artista una presenza attiva e tangibile in ogni fase della carriera.

Quando gli si domanda come debba svolgersi il primo incontro con un potenziale candidato, l’accento cade sulla reciprocità e sulla trasparenza. È indispensabile verificare l’allineamento delle visioni professionali. Senza una fiducia profonda e una disponibilità autentica al confronto leale, nessuna pianificazione strategica può reggere a lungo.

Infine, riflettendo sul valore del contratto di rappresentanza e sul tema dell’esclusiva, la conclusione mette al centro il concetto di partnership. L’accordo formale non deve essere vissuto come un vincolo rigido o un’imposizione burocratica, ma come un patto fiduciario condiviso, in cui l’esclusiva trova giustificazione unicamente nell’investimento reciproco di tempo, dedizione e cura strategica verso un progetto artistico comune e duraturo.

L'articolo Alessandro Ariosi racconta il metodo per scegliere gli artisti lirici da rappresentare su Vanilla Magazine scritto da Matteo Rubboli

Docenti universitari: concorso nazionale, ma inserimento locale

22 September 2026 at 09:09

Una riforma approvata a luglio rende il sistema di reclutamento dei docenti universitari più nazionale. Ma per promuovere l’apertura all’esterno degli atenei, bisogna affrontare anche il tema dell’inserimento del nuovo arrivato nell’organizzazione locale.

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Nella gara dei sussidi i paesi piccoli perdono*

22 September 2026 at 09:06

Nel 2024 la Germania ha erogato circa un quarto del totale degli aiuti di stato dell’Ue. Imitare le grandi economie su questo terreno è per i piccoli una strategia costosa. Servono politiche orizzontali, interventi verificabili e più coordinamento europeo.

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Più responsabilità agli infermieri francesi. E agli italiani?

21 September 2026 at 09:02

Una riforma della professione riconosce agli infermieri di Francia competenze e possibilità di prescrivere alcuni farmaci. Diversi paesi europei hanno già ampliato l’autonomia decisionale di questi professionisti. Si potrebbe farlo anche in Italia.

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Rifiuti nella Terra dei fuochi: il costo nascosto per la salute

17 September 2026 at 10:53

Lo smaltimento illegale di rifiuti tossici non produce solo danni ambientali. Si registra anche un aumento persistente dei decessi per tumore, che emerge dopo decenni ed è particolarmente marcato tra i più giovani. Cosa dice il confronto tra comuni vicini.

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Il bonus asilo nido aiuta le madri a lavorare, ma da solo non basta *

15 September 2026 at 08:36

Il bonus asilo nido funziona: riduce i costi dei servizi per la prima infanzia e aiuta le madri a rimanere occupate dopo la nascita di un figlio. Ma proprio le famiglie che ne avrebbero più bisogno lo utilizzano di meno. Il Piano per i nidi del Pnrr.

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Non si diventa anziani a 65 anni *

15 September 2026 at 08:08

Quando inizia l’età anziana? Una soglia anagrafica rigida non descrive bene la realtà. Meglio adottarne una prospettica, legata alla speranza di vita residua. Permette una migliore pianificazione dei sistemi pensionistici, sanitari e del mercato del lavoro.

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Na urna com o ex: Rivais históricos se unem por espaço e poder nas eleições 2026

11 September 2026 at 08:00

Investigamos o que importa para os brasileiros além do que passa na campanha eleitoral. Leia mais reportagens como essa clicando aqui.

Em 22 de julho, os brasileiros presenciaram a oficialização de uma das alianças mais improváveis na corrida eleitoral deste ano. Ciro Gomes (PSDB) publicou nas redes sociais um vídeo em que agradece ao Partido Liberal (PL), sigla do ex-presidente Jair Bolsonaro, pela aliança firmada em torno de sua candidatura ao governo do Ceará. Partiu do Partido Democrático Trabalhista (PDT), antiga sigla de Ciro, a ação que tornou Bolsonaro inelegível por oito anos.

Crítico ferrenho do ex-presidente, Ciro construiu trajetória recente em oposição ao bolsonarismo. Em entrevistas, chamava o ex-presidente de “corrupto”, “fascista”, “incompetente”, “imitador de Trump” e “ladrão de galinhas”. Em 2026, no entanto, mudou o tom da fala e passou a liderar uma frente que reúne candidatos de diferentes campos da política estadual, incluindo bolsonaristas que ele próprio criticava duramente.

Entre os integrantes do novo palanque de Ciro estão André Fernandes (PL) – deputado federal e uma das principais lideranças bolsonaristas, e Capitão Wagner (União Brasil), ambos antigos opositores a Ciro e seus aliados no Ceará. 

Ciro Gomes durante lançamento da candidatura 2026
Ciro Gomes e antigos adversários se unem no Ceará para disputar as eleições de 2026

A aliança rendeu críticas dentro do próprio PL. A ex-primeira dama e candidata ao Senado pelo Distrito Federal Michelle Bolsonaro (PL) se mostrou insatisfeita com a parceria por considerar Ciro “o principal responsável” pelo processo que resultou na inelegibilidade do marido, além de lembrar das ofensas de corrupção feitas não apenas ao ex-capitão do Exército, mas também a seus filhos.

Contra Elmano de Freitas (PT), que disputa a reeleição ao governo do estado, Ciro se juntou ao PL para a disputa e divulgou como mote: “É hora de união para mudar os rumos do Ceará”.

Por meio de nota, Wagner disse que a história dos recém aliados “é pública” e que “não foge dela”: “Eu e Ciro estivemos em lados opostos e tivemos embates muito duros. Em alguns momentos, o calor da disputa levou os dois a excessos. O próprio Ciro reconheceu publicamente que personalizou críticas, que foi injusto em algumas acusações e me pediu desculpa”. O candidato ao Senado resumiu a aliança da dupla como: “compreensão de que nenhum interesse pessoal, vaidade ou mágoa poderia ficar acima do Ceará”. Ciro Gomes e André Fernandes foram procurados por email e por telefone, mas não responderam à reportagem.

Para o advogado e analista político Melillo Dinis, os partidos políticos não se articulam necessariamente com base em afinidades ideológicas, mas em torno dos interesses e das vantagens de suas lideranças. “Não é uma conta de chegada. É um acordo de partida”, começou.

[Essas] movimentações políticas são reflexo do fenômeno que acaba por ser explicado pelas expectativas de resultado, antes das urnas apuradas. É um ciclo em que o rabo abana o cachorro e o comanda, sem a menor preocupação com a coerência.”
Melillo Dinis
Analista político em Brasília

A aliança política firmada entre os ex-rivais no Ceará não é evento isolado. Políticos que outrora trocaram acusações contra opositores e que, em alguns casos, chegaram a transformar a rivalidade em marca eleitoral mudaram de lugar nas trincheiras e passaram a dividir partido, chapa ou palanque com antigos inimigos. Alguns exemplos elencados pela Agência Pública chamam a atenção e confirmam como Relembrar é votar.

A candidatura à reeleição do governador Antonio Anastasia recebeu nesta segunda-feira (26/07) manifesto de apoio dos presidentes dos clubes de futebol mineiros e dirigentes das torcidas. América, Atlético e Cruzeiro se uniram, fora de campo, para abraçar a candidatura do governador Antonio Anastasia à reeleição. O encontro aconteceu no Comitê Central da coligação “Somos Minas Gerais”, em Belo Horizonte, e contou com a presença do ex-governador Aécio Neves, candidato ao Senado. Estiveram presentes também presidentes e diretores dos três clubes, Alexandre Kalli, Zezé Perrela e Marcos Salum, além de representantes de torcidas organizadas.
Kalil e Aécio já trocaram críticas duras. Agora, antigos rivais dividem a mesma chapa em Minas

De instinto “matador” a amizade eterna ao sabor mineiro

A aproximação do ex-prefeito de Belo Horizonte Alexandre Kalil (PDT) e do deputado federal Aécio Neves (PSDB) tem como antecedente uma das disputas mais incisivas da política mineira recente.

Em 2016, Kalil concorreu à prefeitura de Belo Horizonte contra João Leite (PSDB) –  candidato apoiado pelo grupo político de Aécio. À época, Kalil declarou ter tido “vontade de matar” Aécio quando o tucano se aliou a partidos contra ele, criticou duramente o deputado e, em uma das ocasiões, disse que não adiantava “quererem” que ele “lambesse o saco de Aécio”. Naquele ano, Kalil saiu vencedor.

Dez anos depois, a história é outra. Kalil se lançou candidato ao governo do estado e o PSDB passou a integrar a chapa, após articulação de Aécio. A aliança incluiu o anúncio do ex-deputado federal Carlos Mosconi (PSDB) como seu candidato a vice-governador. 

Presidente nacional do partido, Aécio chegou a ser cogitado para disputar o Senado na composição com Kalil, mas anunciou, em 4 de agosto, que não concorrerá a cargos em 2026.

Na sabatina realizada por Folha e UOL, Kalil reconheceu a mudança de relação. Disse que havia atacado Aécio em 2016 e afirmou: “Eu agredi o Aécio, mas ele nunca respondeu”. Também declarou que não guardava mágoa do tucano e classificou a aproximação como uma decisão política. 

Alexandre Kalil informou que não comentará a questão. O deputado federal Aécio Neves foi procurado por meio do email oficial de seu gabinete na Câmara dos Deputados e pela assessoria que o representa, mas não respondeu aos questionamentos. Este espaço será atualizado em caso de manifestação.

José Roberto Arruda (PSD) e Maria de Lourdes Abadia (PSD)
Rivais na eleição de 2006, Arruda e Abadia voltam a dividir o mesmo palanque no Distrito Federal

Um reencontro no planalto central

No Distrito Federal, a origem da ex-rivalidade entre José Roberto Arruda (PSD) e Maria de Lourdes Abadia (PSD) está na eleição de 2006. Abadia era governadora e disputava a reeleição, mas foi derrotada por Arruda. Os adversários permaneceram distantes politicamente por quase 20 anos até voltarem a dividir espaço neste pleito. 

A reaproximação passou pela mudança partidária de Abadia. Em março, a ex-governadora anunciou sua filiação ao PSD, partido que abriga o projeto de Arruda para voltar ao Palácio do Buriti. Abadia passou a participar das articulações do grupo de Arruda para 2026 e esteve ao lado do ex-governador em encontros partidários e na convenção que confirmou a candidatura dele ao governo. 

São duas trajetórias antes opostas que voltam a se encontrar no mesmo palanque em 2026.

Em resposta à Pública, Arruda declarou que “diferente dos tempos de hoje, onde as pessoas não são adversárias, mas sim inimigas”, ele e Abadia “nunca fizeram política assim”. “Nós mesmos já fomos aliados, muito aliados, e também já fomos adversários. No entanto, no tempo em que estávamos em caminhos diferentes, nunca deixamos de nos respeitar e isso nunca afetou a nossa relação de amizade pessoal”, disse o ex-governador do DF. Abadia não disponibiliza contato público,foi procurada por mensagem ao perfil oficial que mantém nas redes sociais Instagram, mas não respondeu aos questionamentos.

Débora Régis e Antônio Rosalvo
Após uma disputa acirrada em 2024, Débora Régis e Antônio Rosalvo agora são aliados na Bahia

Briga com tempero baiano

Em apenas dois anos, uma relação marcada por acusações de misoginia e suspeita de violência física e política evoluiu para parceria inabalável, em Lauro de Freitas (BA). Nas eleições de 2024, Débora Régis (União Brasil) derrotou por 60% a 40% o candidato Antônio Rosalvo (PT). Em 2026, eles são aliados.

Durante a campanha, os dois trocaram críticas públicas e acusações sobre a administração do município e o período foi marcado por episódios de tensão. Em maio daquele ano, Rosalvo afirmou, durante ato político, que iria “tapar a boca” de Débora ao responder a críticas feitas por ela sobre problemas da cidade. Ela o acusou de se valer do fato de ela ser mulher na política. 

Depois, ele afirmou à imprensa local que um apoiador de Débora teria sido responsável por um tiro que atingiu um de seus aliados, pediu calma e que a disputa não fosse marcada pela violência. 

Mas Rosalvo mudou de grupo político. Em 2026, deixou a base do PT, filiou-se ao PSDB e passou a integrar o campo político de ACM Neto – vice-presidente nacional do União Brasil. Agora, o ex-candidato a prefeito concorre a uma vaga de deputado estadual e recebe apoio público de Débora Régis para que integre a Assembleia Legislativa da Bahia.

Em agosto, Débora defendeu a candidatura de Rosalvo durante evento político em Lauro de Freitas: “Temos que colocar Rosalvo como deputado estadual para defender Lauro de Freitas.”

À Pública, Rosalvo explicou que “nenhum momento” afirmou que taparia a boca de Débora Régis “no sentido literal”, que o termo seria “uma figura de linguagem relacionada à disputa política e à resposta administrativa”: “Qualquer interpretação de que eu estivesse defendendo agressão, violência ou que pretendesse literalmente “tapar a boca” de uma mulher não corresponde ao que quis dizer”, pontuou. “Não pretendo apagar ou negar os embates ocorridos em 2024. Foi uma eleição extremamente disputada, com momentos de muita tensão e divergências profundas entre os grupos políticos”, concluiu em nota.

Régis foi procurada por meio do email oficial de seu gabinete, pelo telefone da prefeitura e pelo perfil oficial dela nas redes sociais, mas não respondeu.

Posse do Governador Wilson Witzel no Palácio Guanabara.
Anthony Garotinho
Witzel (à esq) desistiu da disputa pelo governo do Rio e declarou apoio ao antigo adversário, Garotinho (à dir)

Disputa pelo governo do Rio é samba para poucos

Dois ex-governadores do Rio de Janeiro estariam em embate direto nas urnas nas eleições 2026, mas os adversários agora estão no mesmo lado. Wilson Witzel (Democrata) desistiu de disputar o governo para apoiar Anthony Garotinho (Republicanos). 

Witzel havia lançado sua pré-candidatura ao Palácio Guanabara em julho. Menos de um mês depois, em 1º de agosto, retirou o nome da disputa e declarou apoio a Garotinho. A decisão foi oficializada durante a convenção estadual do Democrata.

A justificativa apresentada por Witzel foi eleitoral. Segundo ele, o objetivo era criar uma frente para levar Garotinho ao segundo turno. A aproximação ocorre entre dois políticos que já estiveram em lados opostos e tiveram trajetórias marcadas por confrontos. 

O ex-juiz usava sua trajetória na magistratura para questionar o adversário, enquanto Garotinho respondia atacando Witzel ao dizer que ele tinha “problemas de corrupção”.

Agora, ao justificar o apoio, Witzel também faz referência à trajetória jurídica de ambos e aponta que os dois tinham “uma história de injustiças” e destacou que processos que levaram Garotinho à prisão haviam sido posteriormente anulados pela Justiça.

A reportagem tentou contatar Wilson Witzel e Anthony Garotinho por email, telefone e rede social, mas não obteve retorno. Em caso de manifestação, este espaço será atualizado.

Como Mário Frias chegou ao centro da máquina de propaganda da família Bolsonaro

10 September 2026 at 22:36

Duas armas de cano longo e cinco pistolas de fabricantes variados, inclusive internacionais, como Glock, Sig Sauer e FXR. Esse pequeno arsenal foi apreendido pela Polícia Federal (PF) nesta quinta-feira, 10 de setembro, em nome do deputado Mário Frias (PL). Segundo a corporação, as armas não estavam no endereço registrado, o que configuraria crime de porte ilegal de armas de fogo.

Embora o arsenal irregular não tenha sido o que motivou a ida da polícia atrás de Frias — o mandado de busca e apreensão mira o que seria uma organização criminosa que usaria dinheiro de emendas parlamentares para alimentar a produtora do filme de Jair Bolsonaro, o Dark Horse —, são as armas que explicam como o deputado se aliou ao bolsonarismo e ganhou poder político.

Ex-galã da Malhação, Frias tem um currículo “artístico” antes de chegar à política: passou pela Globo, Record e RedeTV antes de ingressar no Governo Federal. A estreia na política formal aconteceu em maio de 2020, quando a também colega atriz Regina Duarte foi demitida do cargo de Secretária Especial de Cultura após uma passagem rápida e problemática, que incluiu uma entrevista que minimizou a ditadura militar brasileira.

A saída de Duarte levou Frias a assumir a Secretaria, onde pôde unir dois mundos que interessam a ele e ao bolsonarismo: armas e cultura.

Armas de cano longo e cinco pistolas apreendidas hoje durante operação da Polícia Federal
Armas de cano longo e cinco pistolas apreendidas hoje durante operação da Polícia Federal

O plano para a cultura de 2020 a 2022: dinheiro para grupos armamentistas

Em 2022, a Agência Pública revelou como Frias, ao lado do então secretário nacional de Incentivo e Fomento à Cultura, André Porciuncula, prometeram R$ 1 bilhão da Lei Rouanet para conteúdo pró-armas.

“Pela primeira vez, vamos colocar dinheiro da Rouanet em eventos de armas de fogo, vai ser super bacana isso”, disse Porciuncula. A estratégia era convocar grupos armamentistas a submeterem projetos que usassem a isenção de impostos da Rouanet para conseguirem aprovar projetos elogiosos à cultura do uso de armas no Brasil. Uma pauta, no mínimo, contraditória, visto que a Rouanet é historicamente criticada por bolsonaristas e já foi chamada de “desgraça” por Jair Bolsonaro.

“Estou à disposição, qualquer dúvida, enquanto estiver na secretaria — que eu devo sair agora esta semana para concorrer —, mas nós vamos deixar uma equipe totalmente alinhada ao secretário especial de cultura. Qualquer dúvida estamos de portas abertas, o Mario é CAC, nós adoramos atirar. Essa pauta é importantíssima, uma pauta de liberdade e eu peço senhores, usem (a Lei Rouanet) e não deixem de usar”, frisou Frias.

A promessa foi feita durante a Convenção Nacional Pró-armas, realizada pelo grupo presidido pelo hoje deputado Marcos Pollon (PL-MS) — que hoje aparece novamente ao lado de Frias, justamente no escândalo do Dark Horse. Pollon é um dos deputados suspeitos de enviar emendas para o filme de Jair. Segundo a PF, Pollon enviou R$ 1 milhão à Academia Nacional de Cultura (ANC), entidade presidida por Karina Ferreira da Gama, produtora do longa-metragem. Foi também durante a gestão de Frias na Secretaria que ele teria conhecido Karina Gama, segundo apurou a Folha de S. Paulo.

A promessa de Frias gerou ao menos um resultado. A Pública mostrou com exclusividade que, em novembro de 2025, foi lançado um livro sobre a história das armas no Brasil com recursos captados via Lei Rouanet. Todo o dinheiro para bancar o livro veio da Taurus, a maior fábrica de armas do Brasil e a maior fabricante de revólveres do mundo, que patrocinou R$ 336 mil e doou outros R$ 85 mil para o livro. A fabricante pode abater impostos a partir dessa produção.

Após a Secretaria de Cultura de Bolsonaro, Frias foi para o Congresso. Catapultado pela visibilidade que alcançou no governo de Bolsonaro e por mais de R$ 1,4 milhão da direção nacional do PL, ele se elegeu em 2022 deputado federal por São Paulo.

Mário Frias durante a Convenção Nacional Pró-Armas, realizada em 28 de março de 2022, quando ainda era secretário da Cultura do governo Jair Bolsonaro.
Mário Frias durante a Convenção Nacional Pró-Armas, realizada em 28 de março de 2022, quando ainda era secretário da Cultura do governo Jair Bolsonaro

A atuação como deputado de 2023 a 2026: produção e dinheiro para filme de Bolsonaro

É durante o mandato de deputado federal que Frias se envolve no escândalo atual: os pedidos de dinheiro para o filme autobiográfico de Jair Bolsonaro e o envio de emendas parlamentares — isto é, dinheiro público — para o Instituto Conhecer Brasil, o ICB, da mesma Karina Gama, produtora do filme. Segundo a PF, foram duas emendas de Frias no valor de R$ 2 milhões. Além de Frias e Pollon, os negócios de Karina teriam recebido também emendas de Bia Kicis, no valor de R$ 150 mil.

A investigação também aponta um círculo de favores: o dinheiro das emendas sai dos cofres públicos, por meio de Frias, para o ICB de Karina; do outro lado, pessoas ligadas a outras empresas de Karina doam para a campanha de Frias em 2022.

A Pública mostrou como Karina tem acesso a gabinetes de ministérios e prefeituras e comanda empreendimentos que prometem uma revolução no empreendedorismo cristão. Dentre os principais apoiadores, está o prefeito de São Paulo, Ricardo Nunes (MDB), que abriu portas para Karina em ao menos três ocasiões, para os muitos negócios da empresária — o ICB, a ANC e o grupo lobista GT Cristão. O ICB tem um contrato de R$ 108 milhões com a Prefeitura de Nunes para a instalação de wi-fi na periferia de São Paulo.

Frias também é próximo do marido de Karine, Wemerson Marinho dos Santos. Os dois participaram de reuniões com Frias enquanto ele era secretário da Cultura de Bolsonaro. 

Além do envolvimento financeiro, Frias é o principal idealizador do filme sobre Jair. O embrião já estava na sua gestão na Secretaria de Cultura quando apoiou a criação de heróis nacionais alinhados à pauta bolsonarista para disputar os corações dos jovens — uma ideia que dialoga com o ex-mentor dos Bolsonaro, o falecido Olavo de Carvalho. “Se a gente acredita em armas, a gente precisa criar os heróis. A gente precisa entender que as narrativas, principalmente pra população mais jovem, não são a partir de estatística, coronel, não são a partir de números que a gente vai convencer essa garotada de que nós queremos um Brasil melhor, e sim a partir da cultura”, disse à época.

Como a Pública mostrou com exclusividade, o argumento inicial do filme — e um dos principais — era atacar a imprensa e associá-la a uma suposta conspiração para matar Jair Bolsonaro durante a campanha eleitoral de 2018. O texto criava a figura de uma jornalista com passado comunista, Iara, que representaria o antagonismo da imprensa contra Jair, e que se envolvia numa teoria da conspiração com Adélio Bispo, autor das facadas contra o ex-presidente em 2018.

A Pública também mostrou que Frias se ausentou da Câmara dos Deputados, dizendo que faria uma viagem em missão oficial para “participar de debates sobre implantação de escolas cívico-militares”. No mesmo período, foram realizadas gravações do filme.

Mario Frias (ao centro) no set de Dark Horse
Mario Frias (ao centro) no set de Dark Horse

Os escândalos de 2026: o envolvimento não explicado dos filhos de Jair

Todo o escândalo envolvendo o Dark Horse envolve não apenas Frias, mas também ambos os filhos de Jair Bolsonaro.

Flávio, candidato à presidência, apareceu em áudio, revelado pelo Intercept, pedindo R$ 134 milhões a Daniel Vorcaro, ex-dono do Banco Master, para bancar a produção do filme. “Irmão, estou e estarei contigo sempre, não tem meia conversa entre a gente”, disse em mensagem. Inicialmente, ele negou o envolvimento, dizendo “É mentira”. Depois, admitiu, negando qualquer ilegalidade. A apuração mostrou que Vorcaro teria pago R$ 61 milhões entre fevereiro e maio de 2025. Depois, a revista piauí mostrou que os pagamentos foram ainda maiores, com mais R$ 8,2 milhões, e aconteceram após o período que Flávio havia admitido.

Áudio obtido pelo Intercept mostrou Frias agradecendo a Vorcaro pelo apoio ao filme Dark Horse.

Já a ligação com Eduardo aparece em um rascunho de contrato com uma empresa com braços na Hungria e na Holanda, a Freeway Cam B.V., que moveria fundos para o filme, como revelou a Pública. Ele e Karina procuraram a empresa, e Eduardo assumiu o compromisso de financiar a produção mesmo com o risco do filme não sair.

Ele também aparece no escândalo através do fundo Havengate, sediado nos EUA, onde o ex-deputado vive com muitas mordomias. O advogado de imigração Paulo Calixto, próximo de Eduardo, é quem administra o fundo. Ele teria recebido cerca de R$ 69 milhões através do doleiro Antonio Carlos Freixo Júnior, o “Mineiro”, também para o filme de Jair.

Mário Frias no ato de 7 de Setembro na Avenida Paulista, convocado e liderado por Flávio Bolsonaro.
Mário Frias no ato de 7 de Setembro na Avenida Paulista, convocado e liderado por Flávio Bolsonaro

A operação de hoje: as acusações contra Frias

A operação desta quinta, 10 de setembro, leva o nome de Make Up, expressão do inglês que remete a algo fabricado e também faz alusão à Go Up, empresa que produz o filme de Jair. Autorizada pelo ministro Flávio Dino — que é relator das investigações envolvendo o desvio de emendas para a produção do filme no STF (Pet 16669) —, a operação acontece em São Paulo, Rio de Janeiro, Ceará e Distrito Federal.

Assim como Frias, Karina também é um dos alvos. São investigados os crimes de peculato, falsidade documental, lavagem de dinheiro, organização criminosa e crimes licitatórios.

A polícia, utilizando informações do Conselho de Controle de Atividades Financeiras (Coaf), aponta envios de Frias no valor de R$ 645,4 mil à Go Up em um período de menos de 60 dias, que seriam incompatíveis com o rendimento do deputado, de cerca de R$ 44 mil mensais. O deputado está impossibilitado de deixar o país por ordem de Dino, mas ainda não há ordens de prisão.

Ao todo, o relatório aponta que a produtora movimentou R$ 19 milhões entre 10 de novembro e 30 de dezembro de 2025. O período de gravação do filme Dark Horse seria praticamente o mesmo, de 20 de outubro a 7 de dezembro de 2025.

As investigações são um desdobramento da ação Compliance Zero, que investiga os desvios no Banco Master e levou à prisão de Vorcaro em 2025. No STF, o ministro André Mendonça é o relator das investigações sobre as fraudes envolvendo o banco. É esse o inquérito que gerou o relatório envolvendo o também ministro Alexandre de Moraes, divulgado na semana passada, e que deu início à crise atual envolvendo o STF. Dino, que é relator do inquérito sobre irregularidades no orçamento de emendas do Congresso, conduz investigações envolvendo a produção do filme Dark Horse por envolverem emendas parlamentares.

Medici con le valigie: come frenare la fuga?

10 September 2026 at 09:40

I giovani medici vorrebbero restare in Italia. Ma per trattenerli in patria non conta solo lo stipendio. Contano anche le condizioni di lavoro: carichi e turni, stabilità contrattuale e opportunità di ricerca, formazione e crescita professionale.

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Na Alemanha, o fascismo perdeu a vergonha

9 September 2026 at 16:00

Não esqueço quando ouvi pela primeira vez, em uma conferência a portas fechadas em Berlim, a declaração: “Os alemães precisam voltar a ter orgulho de sua nação e de sua nacionalidade. Não vamos mais olhar para o passado”, dada por uma estrategista política norte-americana próxima ao MAGA (o movimento Tornar a América Grande Novamente, presidente dos EUA).

A reação também me marcou. O que começou com aplausos tímidos da audiência de direita, se tornou uma ovação emocionada. 

O ano era 2024 e ali eu senti que os ventos estavam mudando no país. Porque até então, o Alternativa para a Alemanha (AfD), partido que já chegou a ser classificado várias vezes pela inteligência alemã como perigoso e extremista de direita, era isolado não apenas dentro dos parlamentos por um cordão sanitário imposto pelos outros partidos, mas pela própria extrema direita europeia. Essa ideia do “orgulho nacional alemão” não era ouvida frequentemente mesmo nos círculos mais radicais.

Passei então a acompanhar a AfD mais de perto e tentar decifrar o que tinha dado errado no trabalho de memória da Alemanha pós nazismo, que é mundialmente reconhecido como um bom trabalho. A cada canto há um monumento às vítimas do Holocausto, um museu que conta as atrocidades cometidas pelos nazistas, ou as Stolpersteine – pequenas placas de metal dispostas no chão das ruas, com informações pessoais de judeus que foram raptados, perseguidos ou mortos na região. Nas escolas, as crianças também aprendem sobre os horrores do Holocausto e desde pequenas são ensinadas a dizer “Nie Wieder”, nunca mais. 

Cheguei a escrever sobre isso em um texto para o ICL no ano passado, dizendo que enquanto a memória é essencial para que atrocidades não se repitam, a culpa é um sentimento complexo, já mostrava Freud, porque tem a ver com desejo, conflito, recalque, remorso, mas também neurose. E a culpa pelo Holocausto se desenvolveu de várias maneiras na subjetividade da sociedade alemã, gerando inclusive ressentimento, que parece ser o sentimento que impulsiona o extremismo de direita em nossa época.

Nesses dois anos, a AfD foi ganhando cada vez mais espaço e popularidade. Trump, Elon Musk, Steve Bannon e outras figuras da direita norte-americana e europeia começaram a divulgar o partido e suas ideias sem constrangimento. Nesse tempo, o fascismo também foi se “desavergonhando” cada vez mais em todo o mundo. A pauta anti imigração passou a ser a resposta rápida da direita populista para todas as crises trazidas pelo capitalismo neoliberal: da falta de emprego às desigualdades sociais, do aumento da criminalidade a suposta perda de um “purismo cultural”. 

Também em 2025 entrevistei membros da AfD e fui a dois eventos do partido na Turíngia, no centro-leste da Alemanha, e entendi que esse orgulho alemão, e ao mesmo tempo o ódio aos imigrantes, vêm vindo com força em uma sociedade que está há alguns anos passando por uma crise econômica. A principal pauta é a da deportação em massa, não há meias palavras. A abertura da Alemanha aos refugiados em 2015 é apontada pelo partido como o maior erro da história recente e os jovens dizem que querem voltar a ouvir o idioma alemão nas ruas.

Um dos jovens inclusive me disse, quando perguntei o que o fazia defender a pauta anti imigração, que não era nada exatamente relacionado a fatos, era mais “um sentimento”.

Há também, é claro, diversos outros fatores para essa popularidade, desde os mais específicos e nacionais, como uma divisão entre leste e oeste — que nunca acabou de fato —, até os mais globais, como o voto de protesto e a imagem sedutora do outsider que diz o que pensa sem medo das consequências.

Por tudo isso, a vitória da AfD nas eleições na Saxônia-Anhalt, neste fim de semana, não é surpreendente. É triste, alarmante, sintomática, mas não surpreendente. Com 43,8% dos votos depositados (39 dos 83 assentos parlamentares), a AfD já anunciou que vai se mover a partir desta semana para tentar obter uma coalizão majoritária.

Na Alemanha, a formação de governos estaduais é parlamentarista. Um partido que obtém mais da metade dos assentos na Assembleia Legislativa conquista o posto de governador do estado. Como nenhum dos partidos obteve a maioria necessária na eleição de domingo, eles terão que fazer alianças. As legendas podem se unir em coalizões para governar juntas em maioria ou angariar apoio de outras para liderar um governo minoritário. Para governar, na prática, a AfD precisaria ultrapassar o “cordão sanitário”, compromisso de outros partidos de não cooperar com a ultradireita e, assim, mantê-la longe do poder.

Durante a campanha, todos os partidos descartaram parceria com a AfD, exceto pelo partido nanico Aliança por Justiça Social e Racionalidade Econômica (BSW), uma legenda populista “antiwoke”, comandada pela ex-comunista Sahra Wagenknecht, que levou pouco mais de 5% e que compartilha com a AfD discursos anti-imigração e em favor da Rússia.

O sistema eleitoral alemão é super complexo e pode se abrir em diversos cenários possíveis de negociações, coalizões, novas eleições, por isso ainda não está claro o que vai acontecer. 

Mas o quanto é efetivo, em uma democracia, fazer todas as manobras possíveis para impedir um partido mais votado de governar? Será essa a melhor maneira de enfrentamento da extrema direita? Ou o melhor seria entender o que está na raíz dessa popularidade da AfD para que o nazismo e o fascismo, em suas variadas formas, não se repitam? 

Os alemães têm uma palavra para o espírito do tempo: Zeitgeist. A eleição do último domingo representa uma sombria e inquietante adequação da Alemanha ao Zeitgeist, num país que há menos de 100 anos levou Hitler ao poder.

Aiuti contro il caro diesel, il reddito non basta

8 September 2026 at 09:22

Lo sconto sul diesel costa ed è poco selettivo. Ma aiuti basati sul solo reddito delle persone non garantirebbero più equità. Perché, a parità di risorse disponibili, la necessità di usare l’auto e quindi consumare carburante può essere molto diversa.

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Como uso da violência para responder problemas de segurança virou aposta para ganhar votos

6 September 2026 at 08:00

No dia 11 de agosto, Cláudio Rafael Landeiro, 37, foi linchado nas ruas de Copacabana, no Rio de Janeiro. Ele parou em um estabelecimento comercial com a bicicleta da irmã, quando seguranças particulares e alguns entregadores, que estavam por perto, o acusaram de ter roubado a bicicleta que conduzia. Cláudio foi atacado com socos, chutes e pauladas, não resistiu aos ferimentos e morreu.

O caso expõe uma prática que não é nova no Brasil, mas tem ganhado força nos discursos políticos às vésperas das eleições: o uso da violência como resposta aos problemas de segurança pública. Para discutir o tema, o Pauta Pública recebe o jornalista e pesquisador Bruno Paes Manso, autor de A República das Milícias e A Fé e o Fuzil. Na entrevista a Andrea Dip, ele comenta o caso do ciclista e reflete sobre os discursos que associam violência à produção de ordem.

“Essa ideia de que a violência tem um aspecto pedagógico, que a violência produz ordem, está muito arraigada na crença e no cotidiano do brasileiro, e gera tragédias. A violência, em vez de produzir ordem, produz covardia e desordem.”

Leia os principais pontos da conversa e ouça o podcast completo abaixo.

EP 232 A violência como promessa em ano eleitoral – com Bruno Paes Manso

4 de setembro de 2026 · Jornalista e pesquisador fala sobre o avanço do discurso de violência e seus efeitos no Brasil

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O Brasil registrou 227 casos de linchamento em 2025 e nesse ano, até maio, já eram 88 casos. Como você vê o episódio com esse ciclista e como ele se conecta com o que parece ser um crescimento desse “justiçamento”? 

Eu acho que faz parte da linguagem das redes sociais hoje, o linchamento. Faz parte desse universo em que você, de repente, identifica um bode expiatório e vai todo mundo contra ele com força e junto, porque é muito covarde. Normalmente o linchamento tem esse componente de covardia. 

E, nesse caso, acaba, de alguma maneira, indo para as ruas porque, principalmente no cotidiano das cidades, essa criminalidade ligada ao roubo e furto de celulares é muito presente. Isso acumulando um ranço, um ódio e uma tentativa de controlar o problema. E você começa a ter uma articulação entre pessoas que se oferecem como dispostas a solucionar esse problema. 

Parece que foi justamente o que aconteceu neste grupo. Rapidamente eles se articularam e, de alguma maneira, tentaram usar a violência como forma de dar uma lição e a gente vê isso fazer parte da história do Brasil, de uma forma geral. 

Essa ideia de que a violência tem um aspecto pedagógico, que a violência produz ordem, está muito arraigada na crença e no cotidiano do brasileiro e gera tragédias. A violência, em vez de produzir ordem, produz covardia e desordem.

Em 2025 aconteceu o massacre da Penha-Alemão, a Operação Contenção, com imagens terríveis de corpos enfileirados nas ruas, mais de 120 mortos. Depois, uma pesquisa da Genial/Quaest saiu dizendo que mais de 67% dos brasileiros aprovavam a operação. Você acha que o Rio tem um componente especial nessa violência? E o que essa aprovação representa? 

O Rio tem um aspecto bem próprio da história do crime na cidade e do que isso acabou gerando, porque, em primeiro lugar, você tem o aspecto que a governança criminal está muito ligada ao controle territorial armado dos territórios. Desde a época do jogo do bicho. Mas quando chegou o tráfico de drogas, esse controle territorial armado significava que o mercado da droga era conquistado a partir do controle do bairro vizinho, o que acabava gerando muitos conflitos.

Então, você tem um caldeirão de medo, ressentimento e ódio muito grande. Ao mesmo tempo, nos morros, onde esses grupos controlam e tiranizam os territórios, dependendo do grupo, você tem as incursões da polícia cotidiana. Então, sete da manhã as mães estão indo trabalhar, os filhos estão indo para a escola e começam aqueles tiroteios por causa das operações policiais.

Ao mesmo tempo tem os proibidões, os bailes funk e toda essa cena de droga que de alguma maneira acaba sendo associada ao descontrole, à irracionalidade, ao prazer em excesso e as mães morrem de medo que seus filhos sejam seduzidos por isso e se tornem viciados ou trabalhando para o crime, a tensão é muito grande nesses lugares. 

E, por causa disso, uma operação como aquela, que causou 122 mortes, muitas vezes é usada como uma forma de manipular esse medo pelos governantes. Era uma coisa que o Cláudio Castro vinha fazendo quando a candidatura dele estava fragilizada, para atiçar e manipular esses medos, para continuar no poder com suas conexões com o crime e com as facções, enganando a população, porque, mais uma vez, as pessoas acreditam que violência produz ordem e produz efeitos pedagógicos. Então, ele continua apostando na desordem para que as pessoas tenham medo e ele possa manipular esse medo, ganhar dinheiro e poder com a guerra.

Agora, Bruno, existe também um componente racial nessa ideia de quem é o bandido que precisa morrer…

Com certeza. Isso faz parte da nossa história. A gente não consegue entender o que está acontecendo hoje, no fundo, sem pensar nos nossos mais de 500 anos de história. Então, você tem 450 anos de um Brasil rural, 350 anos de escravidão. As pessoas vivem nas cidades de 50 em diante. Até então, viviam num ambiente rural e nos latifúndios com coronelismo muito presente. 

Laços de vizinhança e religiosos, muito próprios do ambiente rural, migram para as cidades, começam a despertar o medo das pessoas que vivem nas cidades, que começam a usar a violência policial como forma de tentar produzir algum tipo de ordem. Isso começa a gerar ciclos viciosos, mas sempre com o negro, com o preto e com o pardo, visto como aquele que ameaça, visto como cidadão perigoso, que mora num lugar que tem uma idade específica, que tem um gênero específico.

Então, o homem jovem, morador de periferia, negro, é visto como essa ameaça e a guerra se volta contra eles. Ao mesmo tempo, o aprisionamento passa de 90 mil para 900 mil. Quem vai para as prisões são essas pessoas que vivem nesses bairros considerados perigosos, que são presos em flagrante. E aí, começa uma articulação dentro das prisões voltada para gerir o crime. Mas é uma questão muito focada na raça e focada na nossa história de injustiças, colonização e industrialização – e como é que isso é reinventado nas cidades, como as polícias passam a lidar com isso, como a justiça passa a lidar com isso? E os efeitos colaterais que isso provoca, os ressentimentos, os ódios.

Entregadores de iFood estavam falando que era bom, por exemplo, se pôr em risco ou fazer sacrifícios no seu trabalho, porque isso era ‘ser homem’, era ser ‘macho’. O transbordamento da violência, do punitivismo, do “justiçamento” se relacionam com essa exacerbação de um masculinismo?

Sem dúvida. Como escrevo sobre homicídios, eu acabo sendo um pesquisador de comportamentos relacionados ao gênero masculino, porque 95% dos homicídios são feitos por homens, isso independente da idade, independente da classe, independente do país, independente do tempo na história. Poucos comportamentos são tão vinculados a gênero como a violência. Então, é algo que se faz pensar a respeito das masculinidades. 

Eu acho que a gente vive justamente esse momento de crise, de transformações históricas muito profundas, e uma das mudanças mais importantes e mais fundamentais e estruturais tem a ver com o gênero, com o feminismo e com o papel que as mulheres passam a ter na sociedade na cidade. 

Depois de mais de 5 mil anos com o homem mandando e controlando e estabelecendo o cotidiano e a estrutura da rua e da casa, de alguma maneira essa mudança da presença das mulheres no dia a dia, no trabalho, na política e tudo mais, causa uma insegurança muito grande, e aí a violência e guerra surgem como o último artifício da masculinidade em crise.

O uso da força é a única forma de você restituir uma autoridade perdida. É uma maneira de você tentar voltar para o passado, ao que era antigamente, você impor sua autoridade e ser obedecido porque você é violento, porque você é mais forte fisicamente. É um ato meio desesperado de uma masculinidade em crise com essa transformação dos tempos.

Hoje em dia, a sensação é que os gêneros nunca estiveram tão descolados, tem uma dificuldade de diálogo e a sensação é, um pouco, que os homens estão indo para um caminho e as mulheres estão indo para outro. Então, esses interregnos são sempre muito complicados. A gente não sabe para onde vai com uma disputa permanente acontecendo.

Come superare la logica dell’emergenza nella gestione dell’acqua

2 September 2026 at 09:24

Su siccità e disponibilità di acqua si possono fare previsioni molto precise. Ma quando la risorsa diventa scarsa non ci sono regole per distribuire i sacrifici tra i diversi comparti che la utilizzano. Lo dimostra il caso esemplare del bacino del Po.

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Diventare medico è una scelta, non una vocazione

1 September 2026 at 09:30

Una buona programmazione del fabbisogno di medici è indispensabile. Però non basta. Perché il numero dei posti può essere deciso amministrativamente, ma le scelte dei giovani dipendono dagli incentivi che le diverse professioni e specialità mediche offrono.

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E se l’inverno demografico non fosse una tragedia?

1 September 2026 at 09:28

Un autorevole studio mette in discussione alcune certezze che riguardano la demografia. Ha suscitato polemiche, ma porta a riflettere sulle risorse e sulle capacità di reazione spesso imprevedibili dell’intelligenza umana.

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Saldos e diversão animam Stock Out 2026 em São Brás de Alportel

31 August 2026 at 13:20

O comércio local são-brasense volta a estar em destaque no primeiro fim de semana de setembro, com mais uma edição do Stock Out – Feira de Saldos de Verão, que regressa ao Jardim Carrera Viegas no fim de semana, de 4 a 6 de setembro.

A iniciativa promovida pelo Município de São Brás de Alportel faz a fusão perfeita entre saldos e oportunidades de compra, produtos locais e muita animação, num ambiente de convívio para toda a família.

Nesta edição, o destaque vai para as atuações de valores musicais da região, nomeadamente Edmundo Inácio, na noite de sexta-feira e Rafael Sousa no sábado!

A diversidade e a qualidade do comércio local estarão em destaque, acompanhadas pela presença de quase quatro dezenas de artesãos e produtores locais e por um programa de animação para todas as idades, com especial atenção aos mais novos, que poderão contar com atividades e várias surpresas.

Este ano, participam no Stock Out – São Brás de Alportel as lojas: 100 Limites, Babaloo, Loja Coelho, Julie Boutique, Sublime Fashion Store e Tininha, a que se juntam artesãos e produtores locais para proporcionar três dias de oportunidades e experiências num ambiente de festa.

Com entrada livre, o Stock Out abre portas na sexta-feira e no sábado, das 19h00 à 01h00, e no domingo, das 17h00 às 23h00.

A música e o baile marcam presença ao longo dos três dias

Na sexta-feira, dia 4, a noite conta com David Brito, às 21h30 e 23h00, e com Edmundo Inácio, às 22h00, um dos nomes que mais se tem destacado no panorama musical nacional.

No sábado, dia 5, a animação começa às 21h30, com Vítor Alves, seguindo-se São Brás Bailando, às 22h00, e Rafael Sousa, às 22h30, mais um talento em ascensão no panorama musical algarvio, com um carreira a solo.

No domingo, dia 6, o programa começa às 18h00 com Luís José, seguindo-se Laura Pereira, às 18h30, e Alma do Fado, às 19h30, um projeto musical de grande qualidade com uma plêiade de valores locais.

O Desfile de Moda Clube do Museu, às 22h00 seguindo-se bailarico, encerra a programação, cumprindo a tradição.

O Motoclube São Brás “Unidos da Estrada” mantém a parceria com a Câmara Municipal de São Brás de Alportel, assegurando a colaboração com a organização e um espaço  petiscos.

Festa e Feira de Setembro mantém viva a tradição

Como já é tradição, a Feira de Saldos renova a tradicional Feira de Setembro cuja história se perde no tempo.

No domingo, dia 6, a animação estende-se também ao Parque Roberto Nobre, que recebe a tradicional Festa e Feira de Setembro, com Feira Tradicional, artesanato e animação.

Organizada pelo Município de São Brás de Alportel, a iniciativa complementa o programa deste fim de semana, proporcionando um encontro com a tradição, os produtos e os saberes locais.

Com o Stock Out e a Festa e Feira de Setembro, São Brás de Alportel prepara-se para um fim de semana que junta compras, artesanato, música, animação e tradição, valorizando o comércio e a produção local e proporcionando momentos de convívio para toda a comunidade.

Como a caça conservadora ao voto feminino alimenta a violência contra a mulher

28 August 2026 at 14:00

Investigamos o que importa para os brasileiros além do que passa na campanha eleitoral. Leia mais reportagens como essa clicando aqui.

Maioria entre o eleitorado brasileiro, as mulheres estão no centro de uma ofensiva que cresce nas redes sociais. Falas disfarçadas de opinião política questionam o espaço feminino na vida pública e se misturam a ataques de ódio envolvendo desqualificações, ameaças ou associações a contextos de violência sexual – justamente no período em que a participação delas nas urnas se torna decisiva.

O voto feminino foi reconhecido no Brasil pelo Código Eleitoral de 1932. Antes disso, propostas de participação de mulheres na política enfrentaram resistência e argumentos de que elas não teriam a mesma capacidade intelectual dos homens. Quase cem anos depois, a discussão mudou de linguagem e plataforma, mas não desapareceu e encontra eco em várias partes do mundo.

Na primeira semana de julho deste ano, um vídeo da influenciadora bolsonarista Pietra Bertolazzi ganhou projeção em todo o país por mostrá-la se juntando a uma campanha contra o voto feminino. “Sou contra”, disse, ao se referir ao voto de mulheres, bem como ao feminismo. O movimento espelha manifestações entoadas pela extrema direita em outros países, em especial, nos Estados Unidos.

Print do vídeo da influenciadora bolsonarista Pietra Bertolazzi
Print do vídeo da influenciadora bolsonarista Pietra Bertolazzi

No dia 21 do mesmo mês, o influenciador bolsonarista Paulo Figueiredo retomou declaração feita por Jair Bolsonaro contra a deputada Maria do Rosário (PT-RS) em 2014, quando disse que não estupraria Maria do Rosário porque ela “não merecia”, em referência à aparência da parlamentar. Figueiredo classificou como “genialidade” a fala de Bolsonaro e utilizou o episódio para atacar novamente a deputada, bem como a parlamentar Jandira Feghali (PCdoB-RJ).

O caso chegou à esfera judicial. Em agosto, a desembargadora do Tribunal Regional Eleitoral do Rio Grande do Sul (TRE-RS), Vânia Heck, classificou a manifestação como misógina e determinou que o Google removesse trechos da transmissão por propaganda eleitoral antecipada negativa contra Maria do Rosário. Na decisão, a magistrada afirmou que as referências a Jandira Feghali não eram de competência da Corte gaúcha.

O link mencionado na ação foi retirado do ar. No entanto, cortes que replicam as falas de Figueiredo continuam disponíveis no canal do próprio influenciador. Procurado, o Google respondeu que a empresa cumpriu integralmente a decisão judicial.

“O YouTube é uma plataforma aberta, comprometida com a liberdade de expressão, com a integridade do debate público e atua em conformidade com a legislação. Agimos prontamente ao sermos notificados sobre violações à lei local, avaliando e processando ordens judiciais e notificações que atendam aos requisitos legais”, disse.

O episódio envolvendo Figueiredo expôs, ainda, outra camada do discurso contra a participação feminina na política. Em uma segunda transmissão analisada pela Justiça, o influenciador afirmou que mulheres “votam estatisticamente muito mal”, especialmente “as solteiras”. Nesse caso, a magistrada reconheceu a presença de “linguagem grosseira, sexista e socialmente reprovável”, mas não determinou a retirada imediata da gravação.

Print de transmissão do influenciador de extrema direita Paulo Figueiredo no YouTube
Print de transmissão do influenciador de extrema direita Paulo Figueiredo no YouTube

Para a professora do Grupo de Estudos e Pesquisas em Psicodinâmica do Trabalho Feminino (Psitrafem) da Universidade de Brasília (UnB) Carla Antloga, o discurso contrário ao voto feminino e outras “manifestações misóginas” não são casos isolados, mas representam a “reativação de argumentos históricos que defendiam a exclusão das mulheres da vida política”.

Nesse contexto, conforme relatou, falas como as de Paulo Figueiredo funcionam como uma tentativa de silenciar mulheres que ocupam espaços públicos e políticos. “A pesquisadora Rita Segato vai chamar isso de ‘pedagogia da crueldade’”, disse Antloga. “[É] o uso da violência sexual verbalizada como piada que termina cumprindo uma função de ensinar para todas as mulheres que, se elas ocuparem a cena política, se falarem ou se manifestarem, [o ataque] também pode acontecer com elas. Por isso, [o termo] ‘pedagógica’, usado no sentido de ensinar por meio da crueldade”, explicou.

A professora ressalta que a violência contra a mulher utilizada como linguagem política não é um evento exclusivamente brasileiro. Para ela, o fenômeno está relacionado a uma “articulação internacional entre fundamentalismo religioso, extrema direita e populismo autoritário”.

Esses discursos, segundo Antloga, não foram criados pelas redes sociais, mas encontraram nelas um ambiente de disseminação e radicalização “por meio de algoritmos que dão a impressão de que essas ideias são compartilhadas por uma multidão”. “Uma coisa é importante a gente entender: violência como linguagem não é uma exceção. A violência como linguagem é a regra”, resumiu.

Mulheres fazem passeata no Dia Internacional da Mulher - 8M, por direitos e contra a violência e o feminicídio
A violência contra a mulher utilizada como linguagem política é um fenômeno que está relacionado a uma “articulação internacional entre fundamentalismo religioso, extrema direita e populismo autoritário”

Violência silenciosa e “importada”

Pesquisadores da Fundação Getúlio Vargas (FGV) analisaram 7 milhões de conteúdos trocados em 85 grupos no Telegram desde 2015. As comunidades fazem parte do que a equipe chama de “machosfera”, ambientes de formação política virtual, compostos predominantemente por homens, nos quais são compartilhados discursos misóginos e de ordem social.

As manifestações contra o voto feminino em 18 desses grupos, realizados entre 2020 e 2026, motivaram um estudo à parte de Julie Ricard, Mario Aquino Alves e Ergon Cugler. Nesse universo, 87% do conteúdo trocado nesses grupos repetia veredito negativo ao direito por meio de declarações como “um dos maiores erros da sociedade ocidental”.

A deslegitimação do voto feminino, segundo a pesquisa, “se alimenta diretamente do repertório norte-americano”. O estudo cita o compartilhamento de “ideias importadas” e picos em publicações nas comunidades, como ocorreu após uma repostagem feita pelo secretário de Defesa dos Estados Unidos, Pete Hegseth, em 2025. O conteúdo defendia a revogação da 19ª Emenda – que proíbe a negativa ou restrição do direito de voto por qualquer estado com base no gênero.

Para a doutora em ciências políticas e doutoranda em história na Universidade de Brasília (UnB) Ana Prestes, o discurso não é propriamente sobre a capacidade das mulheres de votar, mas sobre a autonomia feminina.

“Historicamente, esse foi justamente um dos argumentos utilizados contra o sufrágio feminino e o direito da mulher de votar e ser votada. Durante muito tempo, se afirmou que a família deveria ter uma única representação política e que essa representação caberia ao pai, ao marido, ao irmão mais velho, ou seja, a algum homem destacado no núcleo familiar. A mulher estaria representada politicamente por ele”, explicou. É esse o argumento que vem sendo requentado em discussões para tentar instituir o “voto familiar”.

Segundo Prestes, essa também seria uma tentativa de limitar a própria cidadania feminina. “Quanto mais as mulheres conquistam autonomia econômica, sexual, familiar e política, mais aparecem movimentos que pretendem restaurar hierarquias que pareciam ser superadas. Portanto, não é contraditório que discursos contra direitos femininos apareçam justamente depois de décadas de avanços. Em alguma medida, eles aparecem justamente por causa desses avanços”, disse a doutora.

Violência de gênero on e offline

Para Prestes, as redes sociais contribuem para esse cenário de violência de gênero ao criarem uma “espécie de economia política da indignação”. “Quanto mais ofensiva, chocante ou polarizadora é uma declaração, maior a possibilidade de circulação, comentários, compartilhamentos e engajamento. A misoginia pode, ainda, transformar-se em produto de engajamento no ambiente digital. Há influenciadores que constroem audiência transgredindo deliberadamente limites do que antes seria considerado aceitável no debate público”, explicou.

De acordo com Prestes, o comportamento criminoso segue um padrão: primeiro é dito algo aparentemente absurdo nas redes, depois a fala vira meme, discussão, conteúdo e controvérsia: “Pela repetição, determinadas ideias começam a entrar no repertório do debate público”.

A misoginia digital também é um instrumento de mobilização política nas redes, e a falta de legislação e regulação permite a sensação de normalidade destas condutas.”
Ana Prestes
Doutora em ciência política

No Brasil, a Lei nº 14.192/21 define a violência política de gênero como qualquer ação ou omissão que tenha como objetivo impedir, dificultar, desvalorizar ou anular o exercício dos direitos políticos das mulheres. Esse tipo de violência pode atingir tanto candidatas quanto mulheres que já ocupam cargos eletivos.

De acordo com a legislação, esse tipo de violência pode se manifestar por meio de ameaças, assédio físico ou psicológico, constrangimento, discriminação, humilhação e perseguição. Nesses casos, a lei prevê pena de um a quatro anos de prisão, além de multa. Punição que pode ser aumentada em até um terço quando a vítima estiver grávida, tiver mais de 60 anos ou for pessoa com deficiência.

O crime cometido por meio digital também sofre elevação na pena. Apesar da existência da lei, ataques a mulheres que tentam ocupar espaço na vida pública continuam frequentes, especialmente na internet.

Em julho de 2025, por exemplo, o Tribunal Regional Eleitoral do Pará (TRE-PA) manteve a sentença condenatória de um homem identificado como Elton Carlos do Nascimento por violência política de gênero contra uma vereadora de Primavera (PA). Em uma transmissão ao vivo no Facebook, ele proferiu ofensas misóginas contra a parlamentar com o objetivo de constrangê-la e dificultar o exercício de seu mandato.

A ocorrência do crime foi comprovada por vídeos, e a autoria foi confirmada a partir de depoimentos de testemunhas. O réu foi condenado a dois anos de prisão e pagamento de multa – pena substituída por prestação de serviços à comunidade.

A Agência Pública procurou Elton por meio do telefone de um dos advogados que o representou na ação, mas não obteve sucesso. Em caso de manifestação este espaço será atualizado.

Mesmo no ambiente físico e entre colegas de mandato, os casos de violência política de gênero passam longe de incomuns. No início de agosto, o Tribunal Superior Eleitoral (TSE) condenou o ex-vereador de Nova Friburgo (RJ) José Sebastião Rabello (Solidariedade), conhecido como Zezinho do Caminhão, por humilhar uma colega durante uma discussão na Comissão de Saúde da Câmara.

O ex-vereador de Nova Friburgo (RJ), José Sebastião Rabello (Solidariedade), foi condenado por humilhar uma colega durante uma discussão na Comissão de Saúde da Câmara

Após a vereadora apresentar emenda exigindo critérios técnicos para nomeações em uma clínica psiquiátrica, Rabello a xingou de vagabunda, mentirosa, sem competência e disse que a isolaria politicamente, interação presenciada por testemunhas.

O Tribunal Regional Eleitoral (TRE) do Rio de Janeiro chegou a considerar as provas insuficientes para a caracterização da violência política de gênero, mas o TSE reconheceu a prática e declarou a inelegibilidade do político pelo prazo de oito anos. Ele também teve os direitos políticos suspensos.

Zezinho do Caminhão foi procurado por mensagem em seu perfil oficial nas redes sociais, mas não respondeu aos questionamentos da reportagem. Em caso de manifestação, este espaço será atualizado.

A voz feminina no parlamento brasileiro

Em 2022, 107 parlamentares mulheres foram eleitas para vagas no Congresso Nacional, representando 18% do total de 594 cadeiras — sendo 91 deputadas federais e 16 senadoras.

Apesar do aumento da presença feminina na política, em comparação com legislaturas anteriores, a atuação das parlamentares não é homogênea quando o assunto são políticas de enfrentamento à violência contra a mulher.

Sessão presidida por parlamentares na Câmara dos Deputados
Sessão presidida por parlamentares na Câmara dos Deputados

Um dos episódios que ilustrou a divergência foi a votação do agora sancionado Projeto de Lei nº 3.880/24, que passou a reconhecer a chamada violência vicária — quando o agressor atinge filhos, familiares ou pessoas próximas para provocar sofrimento na mulher — como modalidade de violência doméstica e familiar.

Durante análise no Plenário, algumas deputadas se opuseram ao projeto. Entre elas, Julia Zanatta (PL-SC). Em declaração de voto contra a inclusão da violência na Lei Maria da Penha, a parlamentar defendeu que a legislação deveria considerar homens e mulheres como potenciais vítimas e agressores.

Para a doutoranda em Ciência Política na Universidade de São Paulo (USP) Carolina Bianchini Bonini, a presença de mais mulheres no parlamento é democraticamente relevante “sobretudo porque a política brasileira foi historicamente construída como um espaço masculino”: “Mas a presença de mulheres, por si só, não significa que haverá defesa de políticas feministas ou de direitos das mulheres”.

Segundo Bonini, existe, ainda, uma disputa social pelo significado de “defender as mulheres”. “Uma parlamentar conservadora pode não se perceber como alguém contrária aos direitos femininos. Ela pode afirmar que está protegendo mulheres, crianças ou famílias, mas partir de uma concepção completamente diferente sobre gênero, sexualidade, autonomia e sobre quais devem ser as funções do Estado”, disse.

Para a especialista, a questão é entender quais projetos de sociedade as parlamentares representam. “Ampliar numericamente a presença feminina é fundamental, mas representação política não pode ser analisada contando corpos. Precisamos perguntar quais mulheres chegam ao poder, quais interesses representam, quais desigualdades reconhecem e quais políticas ajudam a construir”, finalizou.

Julia Zanatta (PL-SC), deputada federal de extrema direita de Santa Catarina

PL da Misoginia: Resistência enfrenta até vozes femininas

Tramita no Congresso Nacional o Projeto de Lei (PL) 896/23, cujo objetivo é justamente garantir punição mais severa para manifestações misóginas. De autoria da senadora Ana Paula Lobato (PSB/MA), a proposta quer incluir a misoginia – ódio, desprezo ou aversão direcionados às mulheres – entre os crimes previstos na Lei do Racismo.

Em março deste ano, o Senado aprovou o substitutivo do PL por 67 votos a zero. Em seguida, enviou a matéria à Câmara. Na Casa Legislativa, no entanto, o texto encontrou resistência.

Um grupo de trabalho formado por parlamentares de diferentes partidos foi criado e discutiu a proposta durante maio e junho. Em 1º de julho, a Câmara aprovou por 293 votos a 158, com três abstenções, o regime de urgência para o projeto.

Os partidos Liberal, Novo e Missão orientaram seus parlamentares a votarem contra a redação. Uma das vozes mais contundentes contra a proposta foi a de Zanatta. Em discurso oficial, a deputada afirmou que o texto teria conceitos subjetivos e poderia transformar opiniões e convicções religiosas em matéria penal, além de produzir censura. O texto aprovado pelo Senado, contudo, apenas define misoginia como conduta que exteriorize ódio ou aversão às mulheres.

Júlia Zanatta foi procurada por e-mail e por meio de sua assessoria, mas não respondeu aos questionamentos na reportagem. O espaço segue aberto para manifestação e será atualizado em caso de resposta.

À Pública, a professora e pesquisadora da UnB, Carla Antloga, avalia que vincular o PL da Misoginia à criminalização da opinião é uma “distorção completa de uma lógica civilizatória”. “Primeiro que misoginia não é opinião”, pontuou. “A gente tem que entender que o patriarcado é uma estrutura que pode ser sustentada por qualquer pessoa que se beneficie dela, inclusive por mulheres.”

“Nós temos várias pesquisas e evidências de que muitas mulheres que ascendem na política e que são de bancadas religiosas e conservadoras, frequentemente vão consolidar sua viabilidade eleitoral justamente por reforçarem pautas antifemininas e antifeministas. Isso as torna porta-vozes muito eficazes desse discurso dos colegas homens, porque a fala delas termina carregando uma legitimidade que o discurso masculino sozinho não tem”, declarou.

Como é viver na Alemanha nas eleições que podem entregar governos à AfD

26 August 2026 at 18:00

Eu moro na periferia de Berlim, em um conjunto habitacional construído para os trabalhadores pelo governo comunista, na época em que a cidade ainda era dividida por um muro. São prédios grandes, de arquitetura brutalista, com muitos apartamentos, que rodeiam praças com bastante verde. 

Por serem condomínios geridos por cooperativas, longe do centro e com valor de aluguel baixo, o bairro todo é naturalmente composto por uma maioria de imigrantes. Como em quase toda metrópole, os imigrantes, pessoas com trabalhos informais e com baixos salários são empurradas para as bordas, ou no caso de Berlim, para fora do “Ring”, como falamos aqui, já que a cidade tem o formato de um anel.

No último fim de semana eu caminhava pelo bairro, prestando atenção aos diferentes idiomas que ouvia: russo, chinês, inglês, quando notei um cartaz preso bem alto, em um poste de luz. “Migração precisa de Fronteira”, escrito em tons de azul, assinado pelo partido de extrema direita Alternativa para Alemanha, AfD na sigla em alemão. Alguns passos à frente outro cartaz do partido: “Deportar imigrantes criminosos”. E outro: “Na escola, o alemão é mandatório”. O bairro todo estava tomado por essas mensagens. 

Agora, em meados de setembro acontecem eleições estaduais em Saxônia-Anhalt, Berlim e Mecklemburgo-Pomerânia Ocidental, além de eleições municipais na Baixa Saxônia, e por isso as propagandas políticas estão por toda a parte. Mas não é apenas irônico – pelo passado comunista deste pedaço – como muito violento que a AfD tenha escolhido esses slogans para espalhar pelo meu bairro. 

Não é propaganda eleitoral, é um recado. 

“Deportar migrantes criminosos”
“Na escola, o alemão é obrigatório”
“Migração Precisa de Fronteiras”

A AfD tem se tornado cada vez mais radical em seus discursos, ao mesmo tempo em que cresce vertiginosamente nas pesquisas. Desde as eleições federais que elegeram o chanceler Friedrich Merz da União Democrata Cristã (CDU) em 2025, a principal pauta do partido tem sido a deportação em massa como solução mágica para a crise política, econômica e o aumento na criminalidade. “Deportar aos milhares”, cantavam jovens alemães em comícios do partido, que ficou em segundo lugar naquelas eleições.

No fim do ano passado, eu me infiltrei em um evento da AfD na Turíngia, que fazia um “balanço” dos 10 anos desde que a ex-chanceler Angela Merkel “abriu as porteiras” do país aos refugiados, como eles dizem. Logo na entrada, uma pasta com uma longa lista de nacionalidades e porcentagem de crimes cometidos na Alemanha era entregue aos participantes. No telão, fotos de criminosos árabes procurados pela polícia rodavam em looping. Na plateia lotada, alemães de todas as idades aplaudiam e gritavam por deportações e pelo fim do multiculturalismo.

E com esse tom cada vez mais violento e ultranacionalista, na Saxônia-Anhalt, o partido está com 43% das intenções de voto para as eleições de 6 de setembro.

“Vamos formar o governo na Saxônia-Anhalt”, disse a co-líder do partido, Alice Weidel, em entrevista à emissora pública ZDF. Até hoje, a AfD ainda não conseguiu entrar em um governo estadual ou federal porque todos os outros principais partidos descartaram cooperar com o partido extremista, algo que ficou conhecido como “cordão sanitário”. 

O problema é que esse cordão dá sinais de desgaste. Primeiro porque, como aconteceu no Brasil com o PSDB, os partidos de direita clássica e centro direita estão perdendo cada vez mais espaço nos parlamentos e já esboçam abraçar pautas mais radicais para cair no gosto dos eleitores. 

Segundo que, em um governo que precisa de coalizões, a manobra para evitar a AfD está se tornando cada vez mais complicada. Nas eleições federais, por exemplo, como a Alemanha tem regime parlamentarista, o partido de Merz precisou “pular” a AfD que ficou em segundo lugar e fazer coligações com dois outros partidos menores para governar – foi um processo super delicado e demorado. 

Por último, essas eleições regionais contam com algumas novidades, sobretudo na Saxônia. Com vários partidos menores obtendo resultados próximos ao limite eleitoral de 5% na Alemanha, a AfD pode ter uma maioria absoluta das cadeiras e seu principal candidato, Ulrich Siegmund, poderá se tornar o primeiro governador de um estado alemão a ocupar o cargo desde a fundação do partido em 2013. 

Mas essa não é a única possibilidade. A fundadora do partido nanico BSW, que se diz de extrema esquerda (com muitas controvérsias), Sahra Wagenknecht, declarou que caso seu partido tenha os mais de 5% necessários para entrar no parlamento, vai quebrar o cordão sanitário e fazer coalizão com a AfD. 

Já em Berlim, estado mais progressista da Alemanha, o partido de esquerda Die Linke está na frente nas pesquisas, com a CDU atrás. AfD e Verdes disputam pau a pau as posições seguintes.

O que assusta nessas eleições de setembro não é só a possibilidade de a extrema direita chegar ao poder em alguns estados, mas o fato de que ela já está reorganizando o cotidiano, transformando a paisagem, a linguagem e a convivência. 

Os projetos autoritários não vencem só quando levam as urnas, eles vencem quando o medo passa a morar no bairro junto com a gente. 

Os cartazes da AfD no meu bairro não tentam angariar votos, eles marcam território e anunciam exclusão. Presos no alto dos postes, acima das cabeças dos imigrantes e longe do alcance das nossas mãos. 

L’IA serve se entra nei processi

26 August 2026 at 08:40

L’IA si diffonde nelle imprese italiane, restando però spesso confinata a singole attività. Mentre ha effetti sulla produttività e li propaga lungo le filiere solo se è integrata nei processi. È poi necessaria la disponibilità di dati e competenze.

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