“A volte è stato travolgente e terrificante, ti senti disconnesso dal mondo che ti circonda; sono consapevole di essere un personaggio pubblico, so bene che le persone sono libere di farsi le loro idee ed esprimersi online e so che non posso cercare di accontentare tutti, di piacere a tutti… ma io non posso portare il peso del mondo sulle mie spalle, posso solo cercare di essere la versione migliore di me stessa e imparare il più possibile a essere gentile con chi mi circonda”. A dirlo è JennaOrtega alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Accolta da fan in attesa fin dalle prime ore del mattino e da una sala stampa gremita, la ventiquattrenne ha portato nella Capitale un’ondata di entusiasmo inedita per questa edizione, firmando decine di autografi sul red carpet con la consumata esperienza di una diva navigata. L’occasione è la presentazione, nella sezione Grand Public, di “Klara and the Sun“, pellicola diretta dal Premio Oscar Taika Waititi e tratta dall’omonimo romanzo distopico di Kazuo Ishiguro (Premio Nobel per la Letteratura 2017).
Quattro film per raccontare la leggenda dei Fab Four, ma Sir Paul ha già trovato qualcosa che non va. Il suo interprete Paul Mescal sembra più basso di John Lennon. E il regista Sam Mendes finisce sotto esame.
Hanno rivoluzionato la musica, conquistato il pianeta e trasformato quattro ragazzi di Liverpool in un fenomeno immortale. Ma a quanto pare la grandezza dei Beatles, almeno al cinema, si misura anche in centimetri.
A sollevare la questione è Paul McCartney, 84 anni e una carriera che basterebbe a riempire un’enciclopedia. Il problema? Nei quattro film dedicati ai Beatles, diretti da Sam Mendes, l’attore incaricato di interpretarlo, Paul Mescal, appare troppo basso rispetto al collega che veste i panni di John Lennon. Una faccenda apparentemente minuscola. Ma Sir Paul, evidentemente, non intende farsi ridimensionare. Nemmeno per esigenze cinematografiche.
Abbey Road, la guerra dei centimetri
La miccia si accende davanti a una fotografia delle riprese che ricrea la leggendaria copertina di Abbey Road. McCartney nota che Mescal sembra più basso di Harris Dickinson, il nuovo Lennon.
Apriti cielo. Durante il podcast Good Hang di Amy Poehler, il musicista racconta di aver contattato Mendes per protestare. Il regista lo tranquillizza: sarebbe soltanto una questione di falcata. E gli spedisce un’altra immagine nella quale le proporzioni tornano accettabili.
Del resto, McCartney rivendica una verità storica: John, Paul e George erano sostanzialmente della stessa altezza. Soltanto Ringo era leggermente più basso. Una specie di democrazia dei centimetri.
Quattro Beatles, quattro film e qualche malumore
Il progetto, atteso nell’aprile 2028, prevede quattro pellicole, una per ciascun componente della band. Mescal sarà McCartney, Dickinson interpreterà Lennon, Joseph Quinn sarà George Harrison e Barry Keoghan vestirà i panni di Ringo Starr.
Non è la prima volta che Paul contesta la propria rappresentazione cinematografica. Già nel film Nowhere Boy, del 2009, aveva trovato il suo personaggio troppo minuto e remissivo rispetto a Lennon. Intanto qualche mugugno arriva anche dall’universo femminile dei Beatles: Jane Asher non intende vedere i film, mentre Pattie Boyd ha lamentato di non essere stata consultata.
Insomma, Sam Mendes dovrà gestire quattro film, milioni di fan e una leggenda musicale praticamente intoccabile. Ma soprattutto dovrà ricordarsi una cosa: Paul McCartney può anche aver scritto Yesterday. Non per questo accetterà di essere ricordato come il Beatle formato tascabile.
Trenta spettacoli, incontri, rassegne cinematografiche ed eventi per attraversare il teatro contemporaneo senza rinunciare alla memoria, alla contaminazione tra linguaggi e alla curiosità verso ciò che ancora non conosciamo. È questa la nuova sfida dell’Off/Off Theatre, che dal 3 novembre al 9 maggio torna ad animare via Giulia con una stagione firmata dalla direzione artistica di Silvano Spada e racchiusa nella sua dichiarazione d’identità: “L’altro Teatro”. Un cartellone che sceglie di non seguire un’unica direzione, ma di costruire un percorso capace di mettere in dialogo grandi interpreti, nuovi talenti, autori contemporanei, cinema, musica, danza e teatro internazionale. Una programmazione nella quale la tradizione diventa punto di partenza per interrogare il presente.
Dal cinema di ieri alle storie di oggi
A inaugurare la stagione, dal 3 all’8 novembre, è C’era una volta il cinema, scritto e diretto da Marco Risi, al debutto nella regia teatrale. Protagonisti Lucia Rossi, Marco Giustini e Andrea De Rosa, chiamati a evocare tre figure simbolo della grande stagione cinematografica italiana: Alberto Sordi, Silvana Mangano e Dino De Laurentiis. Un omaggio a un cinema capace di trasformarsi in sogno collettivo e di riempire le sale con la sua magia. Il rapporto tra palcoscenico e grande schermo prosegue con l’incontro dedicato a Luchino Visconti, il 12 novembre, presentato da Caterina D’Amico, Pino Strabioli e Silvano Spada, e con la rassegna cinematografica dedicata a Tomas Milian, dal 5 al 7 novembre, a dieci anni dalla scomparsa. In programma La notte brava di Mauro Bolognini, I Delfini di Citto Maselli e Delitto al ristorante cinese di Bruno Corbucci.
Pino Insegno e Pino Strabioli all’Off/Off Theatre per la presentazione della nuova stagione 2026/27
I grandi protagonisti della cultura
La stagione attraversa poi alcune delle figure più affascinanti della letteratura e dello spettacolo. Milena Vukotic sarà Colette in Colette, dal 9 al 13 dicembre, testo e regia di Silvano Spada, dedicato alla scrittrice che seppe trasformare la propria vita in materia letteraria e scandalizzare il proprio tempo. Nel centenario della nascita di Dario Fo, Parliamo di donne, in scena l’1 e 2 dicembre con Gilberta Crispino, porta sul palco la scrittura del grande autore, con la regia di Mattea Fo e Donatella Massimilla. Torna, dopo il successo della precedente stagione, Colazione da Truman, il 14 e 15 novembre, con Santino Fiorillo e la partecipazione di Marisela Federici, nei panni di Babe Paley, figura iconica del jet set newyorkese, per raccontare Truman Capote e il mondo scintillante e spietato che lo circondava.
Santino Fiorillo protagonista con lo spettacolo Colazione da Truman
A completare il viaggio nella letteratura e nei grandi personaggi sono Eleonora. Ultima notte a Pittsburgh, dall’8 all’11 aprile, scritto da Ghigo De Chiara con Elena Croce e la regia di Alessio Pizzech; De Profundis di Oscar Wilde, dal 20 al 22 aprile, con Salvatore Langella e Dario Guidi e la regia di Giuseppe Bucci; e Virginia & Vita di Valeria Moretti, con Patrizia Bellucci, Morgana Forcella e Sofia Bucci, diretto da Fabio Lombardi. A maggio, dal 7 al 9, Iaia Forte e Pino Strabioli saranno protagonisti di Notte Penna.
Silvia Salemi protagonista all’Off/Off Theatre con “La voce nel cassetto”, un viaggio tra musica, ricordi, interpretazioni e celebri cover
Quando il teatro incontra la musica
Musica, prosa e canzone trovano una sintesi naturale in diversi appuntamenti del cartellone. Dal 14 al 17 gennaioPeppe Barra sarà protagonista di Buonasera a tutti, mentre Alice De André, il 10 e 11 novembre, porta in scena Alice (non canta) De André, racconto ironico e disarmante di un nonno mai conosciuto. Dal 20 al 22 novembreSilvia Salemi sarà protagonista di La voce nel cassetto, un percorso tra interpretazioni e cover che mette insieme grinta e fragilità. Dal 23 al 28 febbraio, invece, Clara Galante sarà protagonista di Califano per sempre, dedicato alle canzoni disincantate e malinconiche di Franco Califano. Dal 17 al 19 dicembre, spazio al cabaret con Cabaret all’Off/Off di Pierfrancesco Poggi.
Social, web e intelligenza artificiale
Uno dei tratti più significativi della nuova stagione è la volontà di interrogare il presente e i suoi cambiamenti. In Cyberwar, dal 12 al 14 marzo, Alessandro Blasioli affronta il lato oscuro della rivoluzione digitale in uno spettacolo prodotto dal Teatro Stabile d’Abruzzo: dietro le potenzialità della tecnologia e le meraviglie del mondo digitale emergono le minacce del Dark Web, la manipolazione dell’informazione, la criminalità, la guerra e la violazione della privacy. Il rapporto tra teatro e nuovi linguaggi prosegue con Fuori programma, dal 5 al 7 febbraio, interpretato da Leonardo Bocci e Mario De Lillo, due volti seguitissimi sul web, con la regia di Danila Stalteri. Una scelta che conferma la volontà dell’Off/Off di confrontarsi con una realtà nella quale il confine tra palco, rete e vita quotidiana è sempre più sottile.
Donne, identità e nuove libertà
A completare il programma è Ribalta Giovani, concorso dedicato ad attori, attrici e danzatori under 35, nel quale sarà il pubblico a votare gli spettacoli. Per la prosa arrivano L’età più bella e La soffitta di Anne, rilettura teatrale del Diario di Anna Frank; per la danza Nostalgia dell’Altrove. Un modo per trasformare il pubblico non soltanto in spettatore, ma in parte attiva del percorso di selezione e scoperta dei nuovi talenti.
Silvano Spada presenta la nuova stagione del Teatro Off/Off di Roma 2026/27
La creatività resta patrimonio dell’essere umano
A chiudere idealmente il percorso della nuova stagione è la riflessione di Silvano Spada sull’intelligenza artificiale e sul rapporto sempre più stretto tra tecnologia e cultura. Non sono tech geek e tantomeno total nerd, racconta il direttore artistico, ricordando di aver scoperto quasi casualmente come l’intelligenza artificiale descrive l’Off/Off Theatre. Una definizione che lo ha colpito per la sua capacità di restituire l’identità del teatro: uno spazio culturale moderno nel cuore di Roma, inaugurato nel 2017, dedicato alla prosa, alla musica, al cinema, agli incontri e agli eventi, con una particolare vicinanza tra pubblico e artisti. Ma proprio questa incursione dell’intelligenza artificiale apre una riflessione più ampia. Da una parte l’entusiasmo per le possibilità offerte dalle nuove tecnologie, dall’altra il timore per i rischi etici, la perdita di controllo e le conseguenze di un cambiamento destinato a ridisegnare profondamente la realtà. Resta, però, una certezza: la tecnologia può cambiare gli strumenti, ma la creatività e il valore aggiunto dell’arte appartengono ancora all’essere umano. E il teatro, nella sua capacità di creare un rapporto irripetibile tra chi è sul palco e chi guarda, continua a custodire quella magia che nessuna AI può sostituire.
L’ex re dei paparazzi avrebbe tallonato il conduttore di Rai 1 per le strade di Milano. I carabinieri lo fermano, lui resta senza Suv e si ritrova con una denuncia. Ma quale segreto stava cercando di scoprire?
Protagonista di una serata milanese che sembra scritta da uno sceneggiatore sotto psicofarmaci, l’ex sovrano del gossip avrebbe dato la caccia nientemeno che a Stefano De Martino, il golden boy della televisione italiana. A svelare il retroscena è Alberto Dandolo su Oggi. La scena è da cinema: De Martino sfreccia sulla sua motocicletta nuova di trinca, Corona lo segue lanciato a bordo di un Suv. Mancano soltanto la colonna sonora di Mission: Impossible e Tom Cruise che salta da un cavalcavia.
Da Affari tuoi agli affari dei carabinieri
Milano, 14 ottobre, ore 20.30. Siamo tra corso Sempione e via Moscati. Secondo la ricostruzione del settimanale Oggi, sarebbe stato proprio De Martino a segnalare alle forze dell’ordine la guida spericolata dell’inseguitore. Arrivano i carabinieri del Radiomobile, intimano l’alt, ma Corona avrebbe deciso di proseguire. Una fuga durata poco più di cinquecento metri. Praticamente meno di una pausa pubblicitaria.
Poi il finale: caserma di via Vincenzo Monti, controlli e sorpresa. Il Suv risulta sottoposto a fermo amministrativo, Corona è senza patente e il veicolo viene sequestrato. Per lui scatta la denuncia per non essersi fermato all’alt dei militari.
Insomma, voleva forse portarsi a casa uno scoop e invece si è portato a casa un procedimento. Da re dei paparazzi a principe delle contravvenzioni, il passo è breve.
Il mistero del motociclista senza nome
C’è però un particolare che trasforma la commedia in un piccolo thriller televisivo… o forse lo rende somigliante ad un’inedita puntata tragicomica del L’Ispettore Coliandro. Nei verbali, secondo quanto riportato, Stefano De Martino non viene nominato. Compare soltanto un generico «motociclista». L’identità del conduttore resta dunque un’indiscrezione giornalistica, non una circostanza confermata dagli atti citati. E soprattutto rimane sospesa la domanda delle domande: perché Corona avrebbe inseguito proprio De Martino? Un’indiscrezione sentimentale? Un segreto televisivo? Un colpo di scena da servire al prossimo appuntamento social? Velleità canore Sanremesi?!? Nessuna risposta verificata, soltanto interrogativi.
Una certezza, però, c’è: Stefano De Martino continua a far girare i pacchi in televisione, mentre Corona, per una sera, ha fatto girare le pattuglie. E stavolta il pacco più clamoroso se l’è preso lui.
Tra atmosfere oniriche, sedute spiritiche e il palcoscenico dell’Opéra Garnier, Deva Cassel fa il suo debutto da protagonista sul grande schermo. Alla Festa del Cinema di Roma, l’attrice ventiduenne ha presentato L‘amore immortale (in uscita per 01 Distribution), una rilettura cinematografica del classico Il fantasma dell’Opera di Gaston Leroux. Un progetto che ha richiesto mesi di allenamento per calzare le scarpette da ballo, ma che l’ha attratta fin dal primo momento per la sua forte componente sovrannaturale. Un tema verso il quale Cassel confessa un’intima e inaspettata connessione.
Il legame con l’occulto e le forze invisibili
Interrogata sulla dialettica tra reale e soprannaturale che permea la pellicola, l’attrice non si sottrae e svela un lato personale legato all’invisibile. “Se credo ai fantasmi? Non lo so, ma mi piace pensare che esistano entità e forze più grandi di noi, capaci di guidarci”, confessa Cassel. Una fascinazione che affonda le radici in episodi vissuti in prima persona: “Ho avuto esperienze quasi paranormali e, quando mi hanno proposto questo progetto, ero molto interessata a come Alexandre volesse mettere in scena questo aspetto”.
La regia di Alexandre Castagnetti asseconda questo mistero, ma ne ribalta le prospettive tradizionali. Il regista ha infatti scelto di narrare la vicenda interamente dal punto di vista della giovane protagonista, “trasformando il mito di Orfeo in mito di Euridice”, con l’obiettivo di “sottolineare la forza delle donne”, portando finalmente le eroine al centro della scena.
La danza come disciplina e libertà
Nel film, Cassel interpreta Anastasia Marescu, una ragazza che dalle montagne della Romania riesce ad accedere alla prestigiosa compagnia dell’Opéra di Parigi, ritrovandosi subito coinvolta nella messa in scena di un’opera maledetta, L’Orpheus di Ernest Dupré. Prima di affrontare il valzer per la serie Il Gattopardo, l’attrice non aveva mai studiato danza. Per calarsi nel ruolo di Anastasia, si è sottoposta a tre mesi di studio costante, affiancata dalla sua controfigura e dall’attrice Laïka Blanc-Francard.
“Serve molta disciplina. E costanza”, ammette ripensando alla preparazione. “È stato un lavoro da zero, ogni giorno più interessante. Mi ha aiutato a trovare una coscienza della fisicità che prima non avevo, una sincronizzazione tra il corpo e la mente. Il movimento ti regala libertà, Anastasia di prova in prova si lascia andare”. Una fisicità culminata nelle scene finali del balletto, girate dal vero all’interno dell’Opéra Garnier e rese complesse dalla presenza dell’acqua, elemento centrale legato al lago sotterraneo in cui si nasconde il fantasma.
La gestione della pressione e l’insegnamento dei genitori
Al centro del racconto gotico si snoda anche l’amore impossibile tra la ballerina e lo spettro pianista (interpretato da Julien de Saint-Jean). Un sentimento che per l’attrice muta forma con il tempo: “L’amore assoluto è qualcosa difficile da definire. Credo cambi con l’età. Per me è sinonimo di ascolto e pazienza, in modo incondizionato. Il vero regalo — me l’hanno insegnato i miei genitori — non è essere amato ma amare”.
E proprio dalla famiglia, Monica Bellucci e Vincent Cassel, ha ereditato gli strumenti per gestire il peso delle aspettative e l’invadenza della fama. “Certo, l’esposizione è molto forte, può essere invasiva”, riconosce. “Ma i miei mi hanno insegnato a trovare tempo e modo per isolarmi, credo tutti ne abbiamo bisogno. Mi hanno ripetuto più volte: prenditi i tuoi tempi, anche i silenzi. Non c’è sempre bisogno di spiegare tutto“.
Una barriera protettiva che le permette di affrontare i set cinematografici con lucidità e senza soccombere alle dinamiche di rivalità, diversamente da quanto accade alla sua Anastasia. L’ambiente del cinema, osserva, si è rivelato meno insidioso rispetto alle sue esperienze precedenti: “Il cinema lo è meno, anche rispetto alla moda dove ho iniziato e dove ho imparato molto. Io, semmai, la competizione la sento con me stessa: sei tu che devi metterti in gioco“. E il gioco, per Deva Cassel, continuerà presto con un nuovo ruolo da protagonista: sarà Maria di Nazareth nel film Zero A.D. diretto da Alejandro Monteverde.
La notte romana cambia radicalmente ritmo e si appresta a vivere mesi di restrizioni. Dal 17 ottobre e fino all’11 aprile 2027, il Campidoglio tenta di arginare la malamovida attraverso una rigorosa ordinanza siglata dal sindaco Roberto Gualtieri. Nel mirino delle nuove disposizioni finiscono alimentari e minimarket focalizzati sulla vendita da asporto di cibo e bevande, con un’attenzione particolare agli alcolici. Nelle giornate di venerdì, sabato e domenica, all’interno di numerose aree della Capitale, le attività prive di tavoli interni dovranno obbligatoriamente abbassare le serrande alle ore 22, per poi riaprire soltanto alle 5 del mattino. Si tratta di una stretta incisiva che attraverserà le stagioni fredde e la primavera, estendendosi anche a diverse giornate festive.
La mappa dei municipi coinvolti nella stretta
L’obiettivo primario dell’amministrazione è limitare assembramenti, schiamazzi e degrado, fenomeni che creano nelle vie storiche un problema di sicurezza urbana. Il raggio d’azione del provvedimento è estremamente vasto e coinvolge integralmente i territori dei Municipi I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI e XIII. Per quanto riguarda il Municipio XII, il blocco si applica al quadrante tra via Nino Bixio Bettoni, lungotevere degli Artigiani, via Antonio Bellani e viale Trastevere. Restrizioni mirate colpiscono anche il Municipio XIV, da Primavalle a Monte Mario, e il Municipio XV, sfiorando la Cassia, Labaro-Prima Porta e l’area di Ponte Milvio, storico epicentro della movida giovanile.
Calendario dei blocchi e sanzioni economiche
Il calendario dei divieti non guarda solo ai fine settimana ordinari. Le serrate obbligatorie scatteranno infatti anche lunedì 7 e martedì 8 dicembre per il ponte dell’Immacolata, oltre a lunedì 29 e martedì 30 marzo 2027 durante la pausa pasquale. Per i commercianti che violeranno la norma sono già pronte sanzioni amministrative da 75 a 450 euro. La misura imporrà una pesante riorganizzazione aziendale alle attività commerciali proprio nelle fasce orarie a più alta redditività. La sfida per la città resta quella di coniugare il diritto al riposo dei residenti con la vivibilità degli spazi pubblici, mentre la vita notturna si adegua già da domani al nuovo coprifuoco.
I danni della malamovida tra degrado e violenza
I motivi alla base dell’intervento risiedono in una lunga scia di danni ambientali, economici e sociali che hanno segnato i quartieri centrali e periferici negli ultimi anni. Le strade della Capitale si risvegliano regolarmente sommerse da tonnellate di rifiuti, bottiglie di vetro frantumate e lattine, con ingenti costi di pulizia straordinaria a carico della collettività e frequenti atti di vandalismo ai danni dei monumenti storici e dell’arredo urbano. A questo quadro si sommano i costanti episodi di microcriminalità, risse e inquinamento acustico che hanno compromesso la salute psicofisica degli abitanti, spingendo la svalutazione degli immobili residenziali e costringendo molti storici residenti all’abbandono del proprio quartiere.
Certe notti non si dimenticano. Emanuele Lulli non scorderà mai il minuto numero 68 di Roma – Genoa quello del suo primo gol in serie A. Il suo volto dopo la rete del 2-0 al Genoa, è la fotografia più bella della serata giallorossa. L’istantanea di un ragazzo che vive un sogno con la maglia della squadra del cuore. Emozione e incredulità si mescolano in una espressione così genuina da strappare un sorriso paterno anche ad un sergente di ferro come Gasperini che ha creduto in lui e passa alla cassa con gli interessi.
Emanuele Lulli, la scommessa vinta di Gasperini
Quella di Emanuele Lulli è la favola di un ragazzo che ha la fortuna di incontrare un artigiano visionario come Gasperini, tecnico capace di individuare una pepita dove altri avevano intravisto un talento grezzo. Il ragazzo, considerato un buon giocatore ma non straordinario sino all’under 17, esplode, come accade a molti giovani, crescendo fisicamente. Mette in mostra coesa, accelerazione resistenza. In una parola quella “gamba” che lo rende il calciatore ideale per Gasperini che prima lo monitora, poi lo aggrega alla prima squadra, quindi lo porta in ritiro in Galles e infine lo lancia sin dalla prima giornata contro la Fiorentina. Contro la viola gioca tutti i 90’ e convince il tecnico di Grugliasco che gli rinnova totale fiducia anche contro il Lecce. Altri 54’ molto positivi a Lecce, ancora titolare (88’in campo) contro il Torino. Rifiata con Come e Inter e si ripresenta in grande spolvero contro il Genoa. Ara la fascia, attacca la profondità come vuole Gasperini e al 68’ della sfida contro i rossoblù la scommessa è definitivamente vinta.
Molto più di una alternativa a Molina
Al di là della prima gioia in campionato e in carriera, Lulli ha tutte le qualità per ritagliarsi un posto nell’undici titolare della Roma. È il classico giocatore alla Gasperini, capace come nessuno di costruire esterni a tutta fascia lavorando su capacità di abbinare corsa, resistenza e straripante prepotenza atletica. Doti che appartengono al bagaglio di Lulli che, considerando la giovanissima carta d’identità dell’esterno ha anche enormi margini di miglioramento tecnico. Ecco perché Lulli può essere molto più di una alternativa a Molina, non più intoccabile sulla fascia. Anche perché dal punto di vista tattico, rispetto all’argentino, offre più spinta e maggiori garanzie nella lettura del gioco in fase di non possesso sia in fase difensiva sia nella scelta dei tempi di inserimento in accompagno all’azione offensiva: è suo il lavoro che ha portato alla conquista del corner da cui è nato il gol dell’1-0 di Castro, prima di farsi trovare al posto e al momento giusto nell’azione del 2-0.
Lulli, il “dannato” nel senso buono: abnegazione, grinta e serietà
Una soddisfazione meritata, per un ragazzo che, all’unanimità, è apprezzato soprattutto per costanza, applicazione e serietà. “Si allena come un cane”: pensieri e parole di Castro, rendono l’idea del rispetto dei compagni verso un ragazzo capace di costruirsi sin dai primi passi. Nei primi anni, a Palestrina, era uno dei “dannati”, affettuoso epiteto che definiva un gruppo di ragazzi capaci con grinta, abnegazione e straordinaria forza di volontà di vincere tornei giovanili regionali a metà del decennio contro Roma e Lazio. Crescendo, Emanuele non è cambiato: stesso approccio. Lavoro, lavoro e lavoro, con l’approccio e la testa necessaria per non disperdere il talento. Per farsi una idea del ragazzo, basta cliccare sul profilo Instagram. Assolutamente e straordinariamente professionale nel senso più pieno del termine, ovvero fuori dall’ordinario per un ragazzo di 19 anni. Pochissimi scatti e tutti legati al calcio e alla sua esperienza con la Roma. In un’epoca dominata dall’apparire, Lulli ha scelto evidentemente di essere.
La Corte d’Assise d’Appello di Roma ha confermato la condanna all’ergastolo per Giandavide De Pau, l’uomo ritenuto responsabile del triplice femminicidio consumato il 17 novembre 2022 nel quartiere Prati e con un passato da autista del boss Michele Senese. L’imputato, presente in aula per la prima volta durante il procedimento, è l’autore dell’omicidio di due cittadine di nazionalità cinese, accecate e accoltellate all’interno di un appartamento al primo piano di via Riboty, e della sessantacinquenne colombiana Marta Castano Torres, trucidata nel seminterrato di via Durazzo. I giudici di secondo grado hanno così blindato la decisione emessa il 20 novembre dello scorso anno, in seguito all’esito della perizia psichiatrica che aveva già accertato la piena capacità di intendere e di volere al momento delle aggressioni.
Il procuratore generale: “E’ un serial killer”
Nel corso delle infocate repliche in aula, la procura generale ha rimarcato la pericolosità dell’imputato definendolo senza mezzi termini un serial killer. L’impianto accusatorio ha sottolineato la sussistenza della premeditazione, evidenziando come De Pau avesse esplicitamente preannunciato l’intenzione di compiere un gesto clamoroso, uscendo di casa armato di coltello per portare a termine la carneficina pianificata nei minimi dettagli. L’ex autista del boss Michele Senese è stato quindi condannato per triplice omicidio aggravato dai futili motivi e dalla premeditazione, con l’ulteriore aggravante della crudeltà riconosciuta per il delitto di via Durazzo. Un quadro probatorio granitico, arricchito da due video scoperti sul cellulare dell’uomo della durata di 14 e 42 minuti e dalle riprese della videosorveglianza di zona.
La reazione delle parti civili e le mosse della difesa
I legali delle parti civili hanno espresso profonda soddisfazione al termine della lettura del dispositivo, ribadendo come l’esito fosse l’unica conclusione logica per un percorso giudiziario così complesso. Di parere opposto la difesa dell’imputato, rappresentata dall’avvocato Alessandro De Federicis, che ha manifestato l’intenzione di non arrendersi. Il legale ha confermato che, una volta lette le motivazioni della sentenza di appello, proporrà ricorso in Cassazione per contestare la linea seguita dai giudici di merito e tentare un nuovo ribaltamento della posizione del proprio assistito.
“Ci mettiamo a disposizione di questo processo democratico di cambiamento che rimette al centro il lavoro, i diritti, la giustizia sociale. E posso dire non ci fermerà nessuno, andiamo avanti con forza e con solidarietà”. Dal palco della manifestazione La Via Maestra a piazza del Popolo, il segretario della Cgil MaurizioLandini annuncia la proclamazione dello scioperogenerale il 20 novembre (qui il video integrale). “Lo sciopero è un dirittosancitodallaCostituzione” e “lo strumento più solidale che esiste perché quando tu fai sciopero non lo fai solo per difendere i tuoi diritti, ma lo fai anche per estendere quei diritti alle altre persone”, ha aggiunto.
“Siamo davvero tanti, penso possiamo essere più di 100mila persone che da qui, da questa piazza parlanoalPaese“. ha aggiunto il segretario della Cgil sottolineando che “è ora di riprendercila parola, difendiamo la democrazia praticandola”, aggiunge. In piazza c’erano anche tutti i leader del campo progressista: da GiuseppeConte a Elly Schlein passando per NicolaFratoianni e AngeloBonelli.
Landini rilancia anche la proposta della patrimoniale. “Se a chi ha un patrimonio netto di 2milioni – rileva – si chiede di versare un contributodi solidarietà dell’1% si recuperano 25 miliardi”; risorse che “da investire in sanità, scuola, casa“. Duro affondo contro il governo Meloni: “Quando a una delle sorelle Meloni è scappato detto che con questa legge elettorale inizia la terzaRepubblica, vorrei che fosse chiaro a tutti non si è sbagliata. Hanno in testa una cosa molto precisa: cancellare la nostra Costituzione”, ha detto il segretario generale del sindacato. “Quando parlano di terza Repubblica hanno in mente una cosa molto precisa, una Repubblicanondemocratica ma autoritaria – dice Landini – non fondata sul lavoro ma sul mercato e sullo sfruttamento del lavoro. Sia chiaro: noi alla nostra Costituzione nata dalla Resistenza non rinunceremo mai”.
La Via Maestra riempie Roma, Landini attacca sul riarmo: “No alle armi, la sicurezza è il lavoro”
Migliaia di persone sono scese in strada a Roma dietro allo striscione “Lavoro, pace, ambiente, welfare, Costituzione”. La mobilitazione nazionale, organizzata dalla Cgil insieme a più di cento sigle del mondo laico e cattolico raccolte nel cartello “La Via Maestra”, ha attraversato il centro della capitale: la testa della sfilata è partita da piazza della Repubblica per raggiungere piazza del Popolo.
Proprio dal palco finale il leader del sindacato di corso d’Italia, Maurizio Landini, ha lanciato la proclamazione di uno sciopero generale fissato per il 20 novembre. All’appello hanno risposto anche i vertici del Campo largo, con le presenze di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.
Le rivendicazioni: salari, fisco e sanità
Al centro della piazza un lungo elenco di istanze sociali e politiche. In prima fila la lotta all’occupazione precaria e il rialzo delle buste paga e dei trattamenti pensionistici, uniti al contrasto dei contratti svantaggiosi e al superamento del divario retributivo di genere. Fronte caldo anche quello del prelievo fiscale: la piattaforma chiede una stretta sull’evasione, il calo delle trattenute sui redditi da lavoro e pensione, oltre a un prelievo straordinario su rendite, grandi patrimoni ed extraprofitti per ripristinare il principio di progressività.
Sul versante dei servizi essenziali, si sollecita l’innalzamento dei fondi per la sanità al 7,5% del PIL e per la scuola al 5%, puntando su nuove assunzioni e l’abbattimento dei tempi di attesa. Spazio infine al tema della pace, con un secco rifiuto all’incremento degli stanziamenti per le armi e la difesa della libertà di espressione.
Landini dal palco: “Oltre centomila in piazza”
Imponente la partecipazione secondo gli organizzatori. “Siamo davvero tanti, penso possiamo essere più di 100mila persone che da qui, da questa piazza parlano al Paese”, ha proclamato Landini dal palco. “È ora di riprenderci la parola, difendiamo la democrazia praticandola”.
Lo stop al riarmo e la sfida sul lavoro
Il numero uno della Cgil ha poi affondato il colpo sulle scelte di politica estera e di spesa pubblica: “C’è il rischio che le armi si sostituiscano alle parole e alla democrazia. La sicurezza non è armi, questa è una balla colossale. Dobbiamo dire con forza no all’aumento delle spese militari – ha rimarcato Landini – La vera sicurezza è l’autonomia energetica: serve un piano straordinario per le fonti rinnovabili”. Prima di chiudere con un ultimo richiamo alle priorità economiche: “Dobbiamo rimettere al centro il lavoro”.
Le dimissioni di Papa Leone XIV dopo cinque giorni di ricovero al Policlinico Gemelli rappresentano un segnale incoraggiante per il recupero dopo l’intervento chirurgico al polmone destro. A spiegarlo all’Adnkronos Salute è Claudio Micheletto, direttore dell’Unità operativa complessa di Pneumologia dell’azienda ospedaliera universitaria di Verona e membro del direttivo dell’Associazione italiana pneumologi ospedalieri (Aipo), che invita però ad attendere gli esiti degli esami per delineare con maggiore precisione i prossimi passi. Martedì 13 ottobre il Pontefice è stato sottoposto a un intervento per l’asportazione di un adenocarcinoma, un tumore maligno del polmone destro. Il fatto che abbia potuto lasciare l’ospedale dopo pochi giorni è, secondo lo specialista, un elemento positivo. Le dimissioni sono “un ottimo segnale, vuol dire che è andato tutto bene“, sottolinea Micheletto.
Dopo un’operazione di questo tipo, una fase importante del recupero riguarda il ripristino della normale espansione del polmone. “Il polmone deve tornare a espandersi completamente. Durante l’operazione, una parte del polmone collassa. Successivamente, deve riespandersi”, spiega lo pneumologo. A favorire il processo è anche un tubo di drenaggio, utilizzato per rimuovere aria e liquidi dalla cavità toracica. I tempi di recupero non sono uguali per tutti e possono variare da paziente a paziente. La rimozione dei drenaggi, osserva l’esperto, è un passaggio favorevole: “È un ottimo segnale perché i medici hanno rimosso i tubi di drenaggio. Ora dovrà fare alcuni controlli più avanti”.
Anche il movimento contribuisce alla ripresa. Non è necessario pensare soltanto a esercizi specifici di fisioterapia respiratoria: “Anche camminare rappresenta una forma di riabilitazione, perché favorisce il recupero della funzionalità respiratoria”. L’attività fisica, svolta gradualmente, aiuta infatti a recuperare la capacità respiratoria e a riprendere progressivamente le normali abitudini. Tra gli elementi favorevoli indicati da Micheletto c’è inoltre l’assenza, per quanto risulta, di patologie respiratorie croniche. “È che il Santo Padre non risulta affetto da patologie respiratorie croniche come la Bpco”, osserva lo specialista, riferendosi alla broncopneumopatia cronica ostruttiva, una malattia che può compromettere la respirazione e rendere più complesso il recupero.
Per stabilire come proseguirà il percorso clinico sarà però necessario attendere gli esiti dell’esame istologico, effettuato sui tessuti prelevati durante l’intervento. Un’attenzione particolare sarà riservata ai linfonodi, per verificare se siano presenti cellule tumorali. “In particolare, sarà importante conoscere l’esito dell’esame dei linfonodi, per verificare l’eventuale presenza di cellule tumorali”, precisa Micheletto. Il risultato potrà contribuire a definire il quadro e le successive indicazioni mediche. “Se i linfonodi risulteranno negativi, il quadro potrà essere più favorevole. In ogni caso, saranno i medici a stabilire il percorso di sorveglianza più appropriato”. Tra le possibilità per seguire nel tempo le condizioni del Pontefice, lo pneumologo indica controlli radiologici periodici: il “monitoraggio potrebbe prevedere una Tac ogni 3-6 mesi, per controllare nel tempo la situazione clinica e verificare che non compaiano nuovi segni della malattia”. Saranno comunque gli specialisti che hanno in cura il Papa a definire tempi e modalità dei controlli sulla base dei risultati degli esami e dell’evoluzione clinica.
Chi l’ha detto che chi nasce quadro non può morire tondo? A smentire il noto proverbio ci pensa Emé, brand del gruppo Oniverse, che ne è la prova vivente. Nato Atelier Emé come brand specializzato in abiti da sposa, passato il boom dei matrimoni post covid, nell’ultimo paio d’anni ha fatto un lavoro pazzesco di rebranding e oggi è un marchio di pronto moda, come si diceva una volta, concreto, desiderabile e utile per il cliente, con un ottimo rapporto qualità prezzo. Via dal nome quell’Atelier che faceva troppo negozio di spose, oggi è solo Emé: il passaggio evolutivo si è compiuto in modo graduale, così come il cambio di passo stilistico. Dapprima accostando abiti da cerimonia al mondo sposa e poi lavorando in modo sempre più focalizzato su un guardarobaquotidiano che non rinuncia però a qualche tocco speciale. E promette di dare del filo da torcere ai grandi marchi della stessa fascia, come ha dimostrato la sfilata andata in scena a Roma. Anche qui emblematico. Dopo la prima in Stazione Centrale dello scorso anno, non sono più presentazioni di collezione, ma défilé a tutti gli effetti sempre più in grande stile.
La Città Eterna e “A Love Affair” al Chiostro di Michelangelo
Per svelare la collezione Occasionwear Autunno/Inverno 2026/27, ribattezzata Escape the Ordinary, il brand ha puntato al massimo dell’impatto visivo, scegliendo una cornice monumentale e intrisa di storia: il Chiostro Grande delle Terme di Diocleziano, tradizionalmente attribuito a MichelangeloBuonarroti. Se per le Terme non si tratta di un debutto assoluto nel mondo della moda (vi sfilarono il Sindacato Italiano Alta Moda nel 1956, SylvioGiardina nel 2023 con l’opera Si/Lenzio e Bvlgari nel 2024 per i suoi 140 anni), per l’antico Chiostro è invece un’assoluta prima volta. In questa oasi di rigore geometrico, illuminata dalla luce naturale e circondata da oltre cento colonne monolitiche, hanno sfilato 30 look pensati per liberare il concetto di eleganza dalle vecchie etichette.
Sotto gli sguardi attenti di un parterre che includeva l’étoile Eleonora Abbagnato, la regista Sabrina Iannucci, Chanel Totti e le attrici Giulia Bevilacqua, Giulia Michelini, Nicoletta Romanoff e Vittoria Belvedere, Emé ha celebrato il suo legame strategico con la Capitale. “Roma è una città a cui siamo molto legati, dove abbiamo i nostri tre negozi più importanti, incluso il flagship di via del Corso, e molte delle nostre clienti più affezionate: questa è la prima volta che abbiamo aperto lo show anche a loro”, ha spiegato SilviaFalconi, direttrice creativa ventinovenne del marchio, in attesa del suo primo figlio. “Dopo Milano, dove abbiamo sfilato varie volte, ci sembrava la scelta più naturale. Inoltre, stiamo sostenendo il restauro di questo luogo incredibile e il Chiostro Grande delle Terme di Diocleziano, con le sue numerose statue e colonne, chiaramente ‘rovinate’ dal tempo, ma comunque bellissime, rappresenta appieno il tema del ‘perfetto nell’imperfetto’ che vogliamo esprimere con questa nuova collezione”. Con una sponsorizzazione tecnica, infatti, l’azienda finanzierà entro il 2027 il restauro del grande plastico di inizio Novecento del complesso termale.
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Emé - Look 27
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Emé - Look 23
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Emé - Look 18
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Emé - Look 30
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Emé - Look 02
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Emé - Look 04
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Emé - Look 17
L’estetica Wabi-sabi e la ribellione bucolica del Rural Punk
Il contrasto tra la pietra chiara, segnata dal trascorrere dei secoli, e la geometria rinascimentale del luogo è diventato il manifesto concettuale della stagione. A ispirare Falconi sono state due suggestioni stilistiche: l’estetica giapponese del wabi-sabi, che trova l’autentica bellezza nell’incompiuto e nell’imperfezione, e l’attitudine “rural punk”, una ribellione bucolica che intreccia la natura all’energia rock.
“Lavorando a questa collezione abbiamo introdotto un desiderio di evasione, senza perdere il legame con il nostro heritage”, ha proseguito la stilista. “Ancora una volta, i contrasti si armonizzano: maschile e femminile, struttura e fluidità, volumi importanti e leggerezza. Tessuti opachi e paillettes luminose convivono nelle silhouette, mentre le linee oversize si alternano a forme più avvolgenti e sensuali, in un equilibrio tra forza e delicatezza”.
La palette cromatica, dichiaratamente invernale, esplora i colori della terra: si passa dal bordeaux profondo del Deep Plum al marroneterroso del Rural Brown, fino alle calde sfumature mattone del Rust Rouge e a un vibrante ottanio (Urban Teal). Accanto a queste tonalità intense spiccano il grigio tortora dello Smoky Grey e accenti inaspettati, come il rosasaturo del Punk Rose e l’azzurro del Soft Indigo.
Sartorialità, paillettes e styling di rottura
Il nuovo volto della donna Emé — definita da Falconi come “intraprendente, impegnata, non solo nel lavoro, ma anche con la famiglia, le amiche” — emerge in un guardaroba in cui i capi cambiano vocazione a seconda degli abbinamenti. Le rigide regole dell’abbigliamento per eventi cadono a favore di una libertà istintiva. La severità della matrice sartoriale di completi gessati, spigati e check viene decostruita e illuminata da fili lamé, micro paillettes e bluse in twill con ricami botanici. La separazione tra giorno e sera svanisce: le paillettes ricoprono capispalla e persino un paio di bermuda che, indossati con camicia bianca e mocassini, hanno aperto trionfalmente la passerella. Un corpino gioiello si accompagna senza timore a un caldo cardigan in maglia a costa inglese; una minigonna a pieghe viene sovrapposta ai pantaloni; una bralette in pizzo effetto trompe-l’œil si inserisce in un rigoroso completo spigato.
L’eredità del mondo bridal non scompare ma si alleggerisce. Dettagli lingerie, pizzi anni Venti e velluti dalla lucentezza quasi liquida sfilano accanto a giacche costruite come corsetti, bustier in similpelle e chiodi con texture coccodrillo che infondono energia contemporanea. La sintesi perfetta di questa versatilità, come sottolinea la direttrice creativa, si legge in un outfit specifico: “Una giacca lunga con un taglio nuovo e molto particolare, ma realizzata in un tessuto intramontabile come il raso, abbinata a un pantalone cargo sempre in raso; un outfit da giorno ma con un tessuto da sera”.
Gli anfibi e la sposa rock del gran finale
L’evoluzione Escape the Ordinary del marchio si riflette anche negli accessori, protagonisti di un’importante espansione. Per sfuggire ai dettami classici del tacco da cerimonia, la collezione si popola di mocassini in suede (dalla linea affusolata o chunky con stampa coccodrillo), tote bag versatili, ballerine e stivali bassi punteggiati di strass. Ma la vera rottura arriva con l’introduzione degli anfibi in pelle con fibbie logate, che secondo Falconi sono il “segno tangibile che si tratta di una collezione di rottura rispetto al passato per il brand”.
Un messaggio stilistico ribadito in maniera deflagrante proprio alla chiusura dello show. Per l’ultima uscita è apparso in passerella un abito da sposa a sirena in raso lucido, caratterizzato da uno scollo all’americana, schiena scoperta, spacco vertiginoso e una coda lunghissima. Ai piedi della modella, però, niente décolleté in seta, ma un grintoso paio di stivali biker. La dimostrazione definitiva che la cerimonia moderna, firmata Emé, poggia su regole del tutto nuove.
Da quella che avrebbero definito una bravata a un’inchiesta per tentato omicidio, lesioni personali aggravate e percosse in concorso. Si aggrava il quadro accusatorio nei confronti dei due ragazzi di 16 e 17 anni coinvolti nella serie di aggressioni compiute a Roma a bordo di una minicar. I due, che hanno confessato, saranno interrogati martedì 20 ottobre dalla Procura dei minorenni, che ha assunto la titolarità dell’indagine. La nuova contestazione potrebbe incidere anche sulla valutazione delle eventuali misure cautelari.
Al centro degli accertamenti c’è soprattutto l’aggressione del 5 ottobre a Monteverde, quando Davide Iacopini, attore di 42 anni, è stato colpito con un calcio mentre viaggiava in monopattino in via Anton Giulio Barrilli. L’uomo ha perso il controllo del mezzo ed è finito contro un’auto in sosta, perdendo conoscenza. Operato due volte alla testa, è ancora ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo, con prognosi riservata anche se le sue condizioni sembrano in miglioramento.
Quell’episodio rappresenta il momento più grave di un’escalation di violenza concentrata nell’arco di 48 ore, durante le quali si sono verificate altre cinque aggressioni ai danni di passanti, con conseguenze meno gravi. Quando sono stati identificati, i due avrebbero ricondotto quei gesti alla noia e al desiderio di divertirsi. “Ci siamo divertiti così”, avrebbero detto agli investigatori, spiegando di essersi fermati dopo aver appreso delle condizioni dell’attore.
Le indagini dovranno ora chiarire se dietro gli episodi ci fosse soltanto l’iniziativa dei due ragazzi o se le aggressioni fossero legate a una sfida condivisa con altre persone, eventualmente anche online. I carabinieri hanno sequestrato i cellulari dei minorenni e dei loro genitori, oltre a una dashcam, che potranno essere esaminati su delega della Procura.
Mentre tra i compagni di scuola prevale l’incredulità, il fratello del sedicenne, che si trovava sul lato passeggero della minicar e sarebbe colui che materialmente ha colpito le vittime, ha raccontato ai giornali che i due amici, quando sono insieme, diventano “esplosivi”. Secondo il suo racconto, qualche mese fa le famiglie avevano già deciso di limitarne la frequentazione.
Adesso saranno gli interrogatori e gli accertamenti sui dispositivi sequestrati a contribuire alla ricostruzione dei fatti e delle responsabilità individuali. Per i due minorenni, intanto, l’inchiesta entra in una fase decisiva, mentre restano da chiarire le circostanze e le ragioni di una sequenza di aggressioni che ha avuto il suo esito più drammatico nelle gravi condizioni di Iacopini.
In Italia il caro affitti ha portato in piazza studenti e movimenti per il diritto all’abitare, ma senza raggiungere i numeri delle mobilitazioni spagnole. A Roma, fra le tende degli universitari e le proteste per Spin Time, le iniziative sono rimaste legate a singole vertenze. Nella capitale spagnola e in tutto il paese iberico, invece, il disagio abitativo è una rivendicazione nazionale. La differenza fra cosa accade nella a Roma e a Madrid affonda le radici nella struttura economica del mercato immobiliare e il rapporto tra movimenti, sindacati e partiti.
Roma contro Madrid: comprare casa costa meno in Spagna ma riuscirci è più facile in Italia
Il confronto tra Roma e Madrid aiuta a comprendere le differenze tra i due mercati immobiliari. Il prezzo di acquisto, tuttavia, non basta da solo a stabilire quanto una casa sia accessibile: occorre considerare anche il reddito delle famiglie, il costo dei finanziamenti e la disponibilità di abitazioni. Roma, in questo senso può offrire opportunità in alcune zone, soprattutto fuori dai quartieri più costosi. In Spagna invece tra la metà degli anni Novanta e il 2007 Madrid, come tutto il paese, ha vissuto una bolla immobiliare: 9,8 milioni di mutui per mille miliardi di euro e la costruzione di 6,5 milioni di abitazioni. Con la crisi finanziaria del 2008 arrivano pignoramenti e sfratti e l’accesso alla liquidità diventa complesso: tra il 2011 e il 2020, secondo la Banca di Spagna, la quota di proprietari tra le famiglie più giovani è scesa dal 69 al 36 per cento.
Fondi immobiliari e case popolari: le differenze tra Italia e Spagna
In Spagna i grandi investitori fiutano l’aria e acquisiscono un ruolo centrale. Nel 2012 lo Stato crea SAREB, ente che rileva dalle banche abitazioni e successivamente cede a fondi internazionali. Gli operatori accumulano così importanti portafogli immobiliari, soprattutto a Madrid. In Italia, invece, soprattutto nella Capitale, i fondi non investono sul mattone, dunque il mercato degli affitti è meno finanziarizzato: secondo l’Agenzia delle Entrate, l’87 per cento delle 3,6 milioni di abitazioni locate appartiene a piccoli proprietari. Il restante 13% è dei cosiddetti “palazzinari” che investono o costruiscono immobili su territori dislocati fra i vari quartieri. Una vera e propria spartizione di cantieri e fatturati. Risultato: la frammentazione rende meno immediato individuare un bersaglio comune per le proteste come invece è accaduto a Madrid.
Roma e la fascia grigia: case popolari, mutui, affitti e politica
A Roma l’edilizia pubblica e gli interventi locali hanno svolto una funzione di contenimento. Un equilibrio che oggi mostra però i suoi limiti: in un paese sostanzialmente fermo da 30 anni, è cresciuta la cosiddetta fascia grigia, composta da persone che lavorano senza riuscire a sostenere le spese per un mutuo o un affitto ma nel contempo non hanno i requisiti per accedere alle case popolari. Una comunità sempre più esposta ma che non polarizza interlocutori nazionali come Podemos e Sumar. E poi c’è il fattore politico: i partiti si muovono con cautela perché il caro affitti colpisce soprattutto le grandi città, molte, Roma in primis, amministrate dal centrosinistra. Riassumendo: Madrid, dunque, In Spagna la crisi ha prodotto un fronte riconoscibile contro sfratti e grandi proprietari. In Italia il disagio è rimasto distribuito tra singole vertenze e risposte (anche politiche) diverse.
Dalla PFM a Fabrizio De André, passando per David Byrne: il grande musicista torna con un album di inediti dopo 23 anni. E racconta perché il prog è morto, la musica va riscoperta e la nostalgia può diventare una trappola.
C’è chi a ottant’anni si gode la pensione, chi passa il tempo a raccontare quanto fosse bella la musica di una volta e chi, come Mauro Pagani, preferisce continuare a inventarsela. Ventitré anni dopo l’ultimo album di inediti, l’ex polistrumentista della Premiata Forneria Marconi torna con Tutto è già qui. Un titolo apparentemente definitivo per un musicista che, invece, non ha alcuna intenzione di mettere il punto.
Violinista, compositore, produttore e instancabile esploratore di sonorità, Pagani ha attraversato mezzo secolo di musica italiana evitando di trasformarsi in un monumento a se stesso. Dalla PFM alle collaborazioni con Fabrizio De André, fino alle Officine Meccaniche, il suo studio milanese, ha sempre preferito la curiosità alla rendita di posizione.
Il progressive? Morto per overdose di virtuosismo
In una recente intervista, Pagani riserva una diagnosi impietosa al genere che contribuì a rendere celebre: il progressive si è suicidato per eccesso di note. Assoli interminabili, virtuosismi esasperati, libertà compositiva diventata ostentazione. Alla fine degli anni Settanta, mentre punk e new wave spazzavano via le cattedrali sonore del rock sinfonico, Pagani aveva già cambiato strada.
Nel 1978 pubblicava il suo primo album solista, gettando le basi di quell’esplorazione delle musiche del mondo che avrebbe trovato la consacrazione in Crêuza de mä, capolavoro realizzato a quattro mani con De André nel 1984.
David Byrne, il Mediterraneo e il piacere di cercare
Proprio quell’album conquistò David Byrne, il leader dei Talking Heads, che lo indicò tra le opere musicali più straordinarie. Pagani ammette di averne ricavato una comprensibile soddisfazione, senza però trasformare il complimento in un lasciapassare per la vanità. Oggi guarda al Mediterraneo con amarezza, denunciando le tragedie dei migranti e la chiusura dell’Occidente. Ma continua a cercare bellezza, anche nelle nuove generazioni: nell’album compare Daniela Pes, ospite del brano Rotta Orientale.
«Il nuovo disco è un diario intimo ed essenziale, aperto al mondo – affermaPagani – e scriverlo ha significato fare i conti con la mia storia, riscoprire la forza dei legami resistenti alle tempeste degli anni. Avevo il bisogno di narrare le mie umane vulnerabilità, il mio amore per la vita. Celebro il traguardo dei miei ottant’anni trasformando le canzoni in uno specchio dell’esistenza. Il mio bisogno di scavare nei sentimenti profondi dell’animo umano, esplorando la nostalgia, l’amore, l’amicizia e la fragilità del tempo. Non mancano i bilanci personali, ho scelto una narrazione trasparente che mette sullo stesso piano le vittorie e le sconfitte».
E mentre lo streaming riversa migliaia di canzoni ogni giorno, Pagani invita a recuperare il piacere di comprare dischi, leggere copertine e conoscere chi li ha realizzati. Niente nostalgia obbligatoria, dunque. Nei suoi archivi aspettano ancora decine di provini. Perché il passato può essere magnifico, ma trasformarlo nell’unico posto in cui abitare è il modo migliore per smettere di fare musica.
A Vigna Clara lo chef Marco Benedetti reinventa il rito più irresistibile della tavola italiana: a ogni portata il suo pane. Tra grani antichi, lievito madre e abbinamenti ricercati, nasce il bread pairing.
E pensare che una volta a Roma bastavano due parole: «Passame er pane». Quando il pane serviva a raccogliere il sugo rimasto nel piatto, possibilmente quando nessuno guardava. Oggi quella che le nonne chiamavano semplicemente scarpetta è diventata una raffinata esperienza gastronomica. Con tanto di nome inglese, naturalmente: bread pairing. Perché anche il gesto più italiano del mondo, per diventare di tendenza, deve concedersi una spruzzata di internazionalità.
Succede a Roma, nel quartiere Vigna Clara, dove lo chef Marco Benedetti, 34 anni, ha deciso di promuovere il pane da comparsa a protagonista. Nel suo ristorante Gordito, inaugurato nel settembre 2025, non esiste il solito cestino abbandonato sul tavolo: ogni preparazione viene accompagnata da un pane studiato appositamente per esaltarne sapori e consistenze.
Dalla scarpetta clandestina al pane su misura
L’idea nasce da una passione coltivata tra Sicilia e Alto Adige, passando per cucine prestigiose come quella del Signum di Salina e dello chef Norbert Niederkofler. Nel laboratorio di Gordito si lavora quotidianamente con lievito madre, lunghe fermentazioni e farine selezionate: Tumminia siciliana, farro, grano arso e antiche varietà cerealicole. Il risultato è un percorso nel quale la focaccia al rosmarino incontra scampo e lardo, il pane di grano arso accompagna la lingua con chimichurri fermentato e le tagliatelle al ragù di cinghiale trovano il loro compagno ideale nel pane di mais. Insomma, la scarpetta non arriva più alla fine, quasi di nascosto: entra dalla porta principale e si siede a capotavola.
L’origine del termine
L’origine dell’espressione “fare la scarpetta” non è del tutto certa, ma le interpretazioni popolari sono gustose quanto il gesto che descrivono. Secondo una delle ipotesi più diffuse, il nome deriverebbe dalla somiglianza tra il pezzetto di pane utilizzato per raccogliere il sugo e una piccola scarpa, capace di scivolare sul fondo del piatto ripulendolo. Un’altra spiegazione richiama invece la povertà contadina, quando non si sprecava neppure una goccia di condimento e il pane diventava lo strumento indispensabile per recuperare ogni avanzo. C’è poi chi collega il termine all’antica abitudine di utilizzare il pane come una sorta di spugna alimentare. Nessuna di queste teorie gode però di una conferma etimologica definitiva. Quel che è certo è che la scarpetta rappresenta uno dei gesti più autentici e irresistibili della cucina italiana. Quello che un tempo poteva apparire come una trasgressione al galateo oggi, come dimostra anche questo articolo, viene rivalutato persino nell’alta ristorazione.
Cinque portate, 40 euro e il galateo va in pensione
Il percorso comprende anche fegato e cipolle serviti con un panino al cacao e noci. Gran finale con brioche di Tumminia, caprino e frutti rossi. Prezzo della degustazione: 40 euro a persona. Naturalmente non manca il menu alla carta, ma la provocazione gastronomica è chiara: il pane non è più un accessorio gratuito, bensì un ingrediente da progettare con la stessa attenzione riservata alle portate principali.
Una piccola rivoluzione che restituisce dignità a un’antica abitudine popolare. Con una differenza: un tempo la scarpetta era il modo migliore per non lasciare nulla nel piatto. Oggi si è trasformata in una filosofia culinaria.
Non aspettatevi il film concerto. E non aspettatevi nemmeno dichiarazioni riparatorie sulla nidificazione del fratino o della stabilità delle dune dopo i Jova Beach Party.Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti, “special screening” alla Festa di Roma 2026, è la cinematografica ricerca del significato di Rosabella in Quarto potere. Qualcosa di fino ad oggi rimasto nascosto, fragilmente misterioso, che riguarda Lorenzo senza il costume da Jovanotti, supereroe della musica e del divertimento. Quello di Dario Zonta e Carlo Zoratti è sì un fragoroso documentario monumento ma vive di una garbata levità esplorativa, di una sottile intrusione nel privato, di una inequivocabile dimostrazione dell’inesorabile passare del tempo.
Lorenzo scavato, rugoso, segaligno, una specie di corpo nervosamente pasoliniano. Sessantenne dai piedi scalzi nel casale studio di registrazione cortonese, sorta di manichino saltellante della più variopinta serie di cappelli, abiti, collanine, bracciali. “Vivo nel mio mondo, non in quello reale. Nella mia Rimini di Fellini che suppongo sia così”, spiega il cantante in uno dei rari momenti in cui parla fronte macchina. Il fascino, la raffinatezza, e perfino una certa perfettina ruffianeria di Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti sta proprio qui. In questa deviazione documentaristica oltre il didascalico (nel tal anno ha fatto questo, nel tal’altro quest’altro) e le didascalie (vedrete molti personaggi, ma mai la scritta sotto con nome e cognome). È la celebrità che esce dallo straordinario e viene colta non tanto di sorpresa quanto ripresa nella sua ovvia naturale parificata normalità. È il passaggio drastico dal ragazzino caciarone di È qui la festa osannato da ogni conduttore e star di tv e spettacolo (Carrà, Costanzo, Biagi, Vasco e Celentano) all’uomo nuovo gioioso nell’amore e segnato dal dolore della perdita. Le luci del concerto, del resto, si spengono subito.
Va bene la tenda indiana dove truccarsi e meditare prima della danza e della musica sulla spiaggia, ma è subito tempo di fuga oltre il palco, seguito di spalle, al ralenti, accappatoio e asciugamano da boxeur svuotato, di filata dentro un auto che lo porta via. Jovanotti è immediatamente Lorenzo (pardon se il gioco nella scrittura stufa, ma Zonta e Zoratti lo fanno slittare nel film con maggior dolcezza), ed è anche subito quell’incidente in bicicletta del cantautore cortonese nella Repubblica Domenicana nell’estate del 2023. Un tormento che sembra diventare estasi. Lunga riabilitazione, quattro centimetri di osso della gamba in meno, operazione chirurgica delicatissima. E soprattutto la reiterata testimonianza video con lo smartphone, journal intime della disgrazia e del dolore autoprodotta dal paziente ferito senza volere e potere alcuno. Formalmente Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti è un patchwork di fonti visive raccolte per oltre sei anni, ibridazione disinvolta e curiosa, Alina Marazzi o Pietro Marcello style and touch, tra narrazione contemporanea (quattro operatori più Jova in solitaria nel suo letto di dolore), stralci di generico e tematico found footage (Teche Rai e cineteche varie), infine Super8, vhs e minidv della famiglia Cherubini miracolosamente intatti e conservati.
Il risultato in certi slanci di montaggio è drammaturgicamente incredibile come la sequenza surreale eppur insistita dell’evocazione dei pappagalli sul cupolone del Vaticano che il piccolo Lorenzo cerca con il suo/nostro sguardo o quella del ricordo di Umberto, il fratello pilota morto in un incidente aereo, immersa tra le pieghe di una visita al cimitero in collina con il protagonista che sfiora lapidi familiari – e non – aprendo un varco intimo verso la morte. Perché il segreto di quest’opera ispirata e inattesa (Zoratti ha un solo lungometraggio alle spalle, Zonta è stato critico di L’Unità e oggi conduttore di Hollywood Party), non sta tanto nel dove arrivare (la vulnerabilità e la sofferenza del protagonista), ma nel come ci si arriva. I fan comunque avranno di che deliziarsi nel vedere Lorenzo, in compagnia del guru barbuto RickRubin, che compone e scompone la sua musica nel suo farsi. In sala come evento speciale dal 24 novembre al 2 dicembre 2026.
Il baby fenomeno del Real Madrid entra all’Olimpico, segna e rivela il segreto della sua prestazione: una conversazione con l’Altissimo.
Gasperini rimpiange il talento sfumato sul mercato, mentre Mourinho deve decidere quanto farlo giocare. Ma lassù, evidentemente, qualcuno ha già espresso una preferenza. Altro che indicazioni tattiche, lavagnette magnetiche e discorsi motivazionali. Per segnare alla Roma basta avere il numero giusto in rubrica. Possibilmente quello di Dio.
Endrick, gioiellino brasiliano del Real Madrid, ha raccontato il curioso retroscena della sua serata all’Olimpico. Mentre i compagni correvano e sudavano, lui era seduto in panchina a conversare con l’Onnipotente. Poi, improvvisamente, la chiamata dalla panchina. Quella terrena, stavolta.
«Ero in panchina a parlare con Dio», ha confessato il ragazzo, spiegando di aver continuato a pregare anche mentre si preparava a entrare. Risultato? Ingresso devastante e gol alla Roma. Una specie di assistenza divina, senza bisogno di passare dal centrocampo.
E pensare che il brasiliano, inseguito durante il mercato proprio dai giallorossi, avrebbe potuto indossare la maglia della Roma. Gasperini e D’Amico lo avevano messo nel mirino, ma il talento è rimasto a Madrid. Salvo presentarsi all’Olimpico per ricordare quanto sarebbe stato comodo averlo dalla parte giusta.
Mourinho decide, ma l’ultima parola spetta all’Altissimo
Il problema, adesso, è capire chi abbia più voce in capitolo sul futuro del ragazzo: José Mourinho oppure il suo interlocutore celeste. Alla domanda su un possibile aumento del minutaggio, Endrick risponde con prudenza. Le scelte spettano all’allenatore, che deve pensare agli interessi della squadra. Lui promette lavoro, sacrificio e pazienza. Un atteggiamento ammirevole. Ma con una linea diretta così privilegiata, potrebbe anche chiedere una piccola raccomandazione. Magari senza disturbare San Pietro.
Intanto, dopo appena quattro minuti giocati nella Liga, il brasiliano si è trasformato nel protagonista della rimonta madrilena: dal 3-1 al 4-3, con gol del pareggio e premio di migliore in campo.
Vinicius squalificato, il Paradiso apre una finestra
A favorire Endrick potrebbe arrivare anche la squalifica di Vinicius, fermato per quattro giornate nel campionato spagnolo. Il giovane attaccante difende il compagno, giudicando eccessivo il provvedimento e denunciando quello che considera un accanimento nei suoi confronti. Nel frattempo, però, qualche posto nell’attacco del Real potrebbe liberarsi. E il brasiliano è pronto ad approfittarne.
Per la Roma resta una beffa doppia: aver sfiorato un talento sul mercato e averlo poi visto segnare all’Olimpico, contribuendo a una rimonta che sembrava impossibile. Per Mourinho, invece, si profila un problema di abbondanza. E forse anche di competenze: fino a ieri il suo celebre soprannome era Special One. Adesso, con Endrick che conversa direttamente con il Padreterno, rischia di essere retrocesso a semplice intermediario.
Si ispira ai principi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità l’iniziativa Bando 2026lanciata dalla Fondazione G. B. Baroni ETS – Ente Filantropico che mette a disposizione 400 mila euro a sostegno di progetti finalizzati all’inclusione sociale, all’autonomia, alla partecipazione attiva ed al miglioramento della qualità della vita delle persone con disabilità motoria e neuromotoria, con particolare attenzione al territorio di Roma e del Lazio. Seppur negli ultimi anni siano stati molti i progressi sul tema, gli ostacoli nell’accesso ai diritti, al lavoro e alla vita comunitaria risultano ancora troppi. Nata nel 1972, la fondazione sostiene da oltre cinquant’anni progetti di solidarietà, assistenza e ricerca a favore delle persone con deficit e lesioni neurologiche e motorie.
Contro esclusione e vulnerabilità
“Con i nostri bandi sosteniamo percorsi costruiti su misura partendo dall’ascolto” – spiega il Presidente della Fondazione Baroni, Giuseppe Signoriello – “solo se tradotte in possibilità reali di vita, le risorse trovano un senso”. Snellire le tempistiche ed i passaggi attraverso digitalizzazioneed accompagnare le famiglie e gli enti nel concreto. “È qui che la Fondazione Baroni vuole fare la sua parte” – sottolinea il presidente – “investendo su chi rende luoghi e servizi davvero accessibili, anche online; e su chi aiuta a capire come muoversi nel nuovo sistema. Nessun diritto dovrebbe perdersi tra moduli e procedure”.
La vittoria sta nell’abbraccio. Densa di significati la campagna promozionale con le immagini della Fondazione Baroni
Sport, assistenza e ricerca scientifica
Una quota di 125 mila euro è rivolta ad associazioni sportive dilettantistiche, onlus ed organizzazioni del Terzo Settore; di medesimo importo, un ‘altra quota destinata a progetti per persone e famiglie in condizioni di fragilità. I restanti 150 mila euro, infine, a studi e sperimentazioni su malattie rare o altamente debilitanti e per sostenere progetti innovativi in ambito medico e tecnologico. Costo minimo per ogni progetto, 25 mila euro ed una durata non superiore a 12 mesi con la causa che non è possibile superare la cifra 40 mila euro a progetto. Il 70% del finanziamento sarà erogato entro 30 giorni dalla sottoscrizione dell’accordo, mentre il restante 30% sarà liquidato dopo l’approvazione della rendicontazione finale. L’area di azione dei progetti concerne la Città Metropolitana di Roma Capitale, mentre su tutto il territorio nazionale vale per la ricerca scientifica. I risocontri alle domande – da consegnarsi entro il 30 novembre 2026 – verranno comunicati entro il 31 gennaio 2027.
Medici e pazienti nella campagna creata dalla Fondazione Baroni a sostegno delle attività sportive per chi ha disabilità
Municipi attivi, dal nuoto agli sport di squadra
Basket in carrozzina, atletica, trekking accessibile e sitting volley. Ma anche rugby integrato, nuoto, e – persino – equitazione. Ogni municipio della città offre numerose possibilità per praticare sport che includono persone con disabilità in sedi di associazioni sportive dilettantistiche o strutture del comune. Alla pagina ufficiale del Comune di Roma – Strutture Sportive per Disabili è pubblicato il lungo elenco della sedi e delle attività sportive che offrono servizi adattati come Villa York, SS Lazio Nuoto, UISP Roma ed il Centro Sportivo Garbatella. Tra gli sport più originali, è possibile praticare baseball per ciechi, basket in carrozzina e calcio integrato in sedi capitoline come ImplaccAbili /Rugby Capitolina, ASD Disabili Roma 2000, ASD Polisportiva Roma 7 Volley. Non mancano le attività da fare all’aperto come il trekking inclusivo grazie a Fateci Posto APS e gli sport nautici con Io Sono Pablo E Qui Sto Bene APS. La ginnastica adattata per disabilità motorie si può trovare presso ASD Polisportiva Roma Sud.
Si ride molto, e ci stupirebbe il contrario. Ma non in maniera organica. Il motivo potrebbe essere che la comicità diretta ed esplosiva di Ciarrapico/Vendruscolo non si sposa perfettamente con quella ironico-sentimentale e nostalgica di Pif. Naturalmente, sotto esame è Il Ministero dell’Amore, passato oggi nel Grand Public alla 21esima Festa del Cinema di Roma e in arrivo direttamente su Prime Video dal prossimo 18 dicembre, dunque il film di Natale di Amazon.
Ispirato alla pièce teatrale Stare meglio oggi del 2013 di Giacomo Ciarrapico, il film mette al centro un giornalista parlamentare che pensa di vivere guidato da un “governo interno”, strutturato con tanto di parlamento, segreterie e così via. Insomma, Aldo – questo il suo nome, interpretato da Pif – traduce nella propria personalità il funzionamento dell’oggetto del suo lavoro. Il suo personalissimo governo è composto da uno squadrone di personaggi grotteschi, capitanati dal presidente del Consiglio, a cui Corrado Guzzanti presta la propria comicità irresistibile. Tra i ministri figurano alcuni dei sodali del cinema dell’ex trio magico di Boris e Ogni maledetto Natale (2014), oggi ridotto al duo Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, purtroppo orfani del compianto Mattia Torre, a partire da Pietro Sermonti e Carlo De Ruggieri. New entry molto ben inserita è Anna Finocchiaro, nei panni della leader dell’opposizione che, dopo le elezioni, passa all’esecutivo, dando vita al tipico rimpasto di governo all’italiana. Anche la partner femminile di Pif è un volto noto del cinema del “duo”, Alessandra Mastronardi.
L’attrice è Claudia, compagna da anni di Aldo, che inspiegabilmente entra in una fase di crisi e chiede la classica pausa di riflessione. Le certezze di Aldo crollano e, di conseguenza, si apre una crisi del suo governo interno. Il film procede saltando dalla vita del cronista a quella della sua psiche, tra siparietti irresistibili e momenti di malinconia stampati sulla maschera di Pif. Il rimando è certamente alla saga Pixar di Inside Out, ma il dato interessante è che il film d’animazione è del 2015, dunque successivo alla brillante e originale idea contenuta nella pièce di Ciarrapico che è appunto del 2013. Il problema è che, visto oggi, non si può che pensare a un adattamento italiano – con ovvia satira politica – del capolavoro dei geni della lampada. Come si diceva, tuttavia, il film non offre la fluidità attesa: distanti e non sempre felicemente conciliabili sono l’universo di Pif, con i suoi riconoscibili alter ego, e il registro di potente sberleffo ai difetti della specie umana (anzi, italiana!) tipico dei maestri di Boris. Ad ogni modo, il pubblico non potrà che divertirsi e – probabilmente – perdonare al film ogni debolezza.