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Los gobernadores de los bancos centrales de España y Francia y el exvicepresidente del BCE debatirán en el World In Progress 2026

19 October 2026 at 19:46

World In Progress (WIP), el foro internacional de reflexión y diálogo sobre los motores del progreso, convertirá Barcelona en un punto de encuentro para líderes, expertos y responsables de la toma de decisiones los próximos 2 y 3 de noviembre. Esta tercera edición reunirá a más de 60 ponentes, entre ellos, tres destacados referentes de la política monetaria europea. El gobernador del Banco de España, José Luis Escrivá Belmonte, el gobernador del Banco de Francia, Emmanuel Moulin; y el exvicepresidente del Banco Central Europeo, Luis de Guindos, debatirán sobre el presente y futuro de la economía mundial.

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© Massimiliano Minocri

World in Progress 2025 en el Palau de Congresos de Cataluña.

Torna l’ora solare, ma in gran parte del mondo non si cambia più: dove e perché

19 October 2026 at 09:56

Torna l’ora solare e, come ogni autunno, Europa e Stati Uniti non si muovono insieme. Lancette che andranno indietro di un’ora in Italia, mentre oltreoceano bisognerà attendere il 1° novembre. Per un po’, dunque, tra Roma e New York ci saranno 5 ore di differenza e non sei, con effetti concreti sugli orari di Wall Street.

Mentre EU e USA continuano a spostare le lancette, però, gran parte del mondo ha già smesso di farlo. Basti pensare a Cina e Giappone, che ormai hanno mutato il proprio sistema.

Quando cambia l’ora in Italia

Da noi il passaggio avverrà alle 3 di notte di domenica 25 ottobre, quando gli orologi torneranno alle 2. Si dormirà, almeno sulla carta, un’ora in più. Torna l’ora solare, dunque, mentre gli Stati Uniti vantano regole diverse, come detto.

Nell’Ue l’ora legale termina l’ultima domenica di ottobre, negli Usa la prima domenica di novembre. Il risultato è che lunedì 26 ottobre Wall Street aprirà alle 14:30 italiane invece delle consuete 15:30 e chiuderà alle 21. Una differenza che non si concretizza solo ora. È lo stesso anche in primavera, con i calendari che non coincidono. Quest’anno infatti gli americani hanno spostato le lancette l’8 marzo, tre settimane prima degli europei, che lo hanno fatto il 29 marzo, con ricadute sugli operatori dei mercati.

Quanto fa risparmiare l’ora legale

L’ora legale è nata per sfruttare meglio la luce naturale e consumare meno energia. Adottata nel 1916 da Germania e Austria-Ungheria e, nello stesso anno, dall’Italia, dov’è diventata stabile dal 1966. Secondo le stime diffuse da Terna nel marzo 2026, nei sette mesi di ora legale l’Italia dovrebbe risparmiare circa 302 milioni di kilowattora, pari al fabbisogno annuo di 115mila famiglie.

Un beneficio economico di circa 80 milioni di euro e 142mila tonnellate di CO2 in meno. Si tratta però di un risparmio stimato, non ancora di un consuntivo. E il peso dell’illuminazione nei consumi è sempre più basso, complici le lampadine a led e una domanda elettrica legata sempre più a climatizzatori e realtà attive a tutte le ore.

Il mondo che non cambia più orario

Anche il Giappone ha sfruttato l’ora legale, introdotta nel 1949 durante l’occupazione americana. È stata però abolita poco dopo, ovvero nel 1952, dopo un sondaggio in cui il 53% degli intervistati ne chiedeva la cancellazione.

La Cina, che dal 1949 usa un’unica ora nazionale, quella di Pechino, ha sperimentato il cambio stagionale tra il 1986 e il 1991, per poi sospenderlo dal 1992. Era risultato evidente, infatti, che i benefici energetici non erano uniformi, considerando un territorio tanto vasto. I disagi, alla fine, superavano i vantaggi.

Secondo Timeanddate, nel 2026 sono 70 i Paesi e territori dove almeno una località cambia l’ora, contro 178 dove non succede. Russia, Turchia, Brasile e gran parte del Messico hanno abbandonato il sistema negli ultimi anni, e perfino negli Usa le Hawaii e buona parte dell’Arizona non lo applicano.

Cambio d’ora e lavoro: i turni del 25 ottobre

Il ritorno all’ora solare richiede attenzione alle imprese con:

  • turni notturni;
  • servizi continuativi;
  • trasporti;
  • attività informatiche programmate.

Nella notte del cambio, infatti, uno stesso orario locale si presenta due volte. Per esempio, un turno dalle 22 di sabato 24 ottobre alle 6 di domenica 25 dura nove ore effettive, un dato rilevante per le presenze e il calcolo delle ore lavorate, fermo restando quanto previsto dal contratto applicato. Per distinguere gli eventi registrati nell’ora ripetuta è utile conservare il riferimento al fuso o all’orario Utc:

Ora locale del 25 ottobre Riferimento Utc
02:30, prima occorrenza (Cest, Utc+2) 00:30 Utc
02:30, seconda occorrenza (Cet, Utc+1) 01:30 Utc
03:30, ora solare (Cet, Utc+1) 02:30 Utc

Le due registrazioni delle 02:30, quindi, corrispondono a momenti diversi, separati da sessanta minuti: verificare timbrature, pianificazioni e registri informatici aiuta a evitare errori nella ricostruzione degli orari.

Regioni Ue meno sviluppate: quel che resta garantito dopo il 2027

19 October 2026 at 09:04

L’ultimo Consiglio europeo non ha chiuso sul bilancio 2028-2034. Confermato un minimo per le regioni meno sviluppate, che per l’Italia è di 27 miliardi, il resto passa da scelte nazionali. Serve un monitoraggio territoriale che arrivi fino ai risultati.

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EE.UU. advierte a UE de represalias devastadoras por planes del espectro satelital

19 October 2026 at 08:41
La disputa se centra en una propuesta de la Comisión Europea de reservar parte del espectro radioeléctrico utilizado por los teléfonos inteligentes para conectarse directamente a los satélites para los operadores europeos.

Debito USA a 40mila miliardi, perché il record costa casa anche a Europa e Italia

18 October 2026 at 15:16

Il debito degli Stati Uniti è fuori controllo. Il Fondo Monetario Internazionale ha definito la sostenibilità del debito pubblico statunitense preoccupante, con una traiettoria giudicata insostenibile nel medio e nel lungo periodo.

I problemi americani, però, non resteranno dall’altra parte dell’Oceano e toccheranno anche l’Europa e l’Italia. Questo perché gli Stati Uniti, per finanziare il proprio maxi-debito, offrono rendimenti alti e privi di rischio reale.

Come sta il debito statunitense?

Non bene. Gli Stati Uniti spenderebbero circa 2,9 miliardi di dollari al giorno solo per gli interessi sul debito. Sono i dati pubblicati dal Tesoro sull’anno fiscale chiuso il 30 settembre scorso.

Il deficit è a 1.990 miliardi di dollari, il 12% in più dell’anno precedente, e gli interessi sono diventati la terza voce del bilancio federale, dietro a pensioni e Medicare e prima della difesa. Gli interessi netti hanno raggiunto la cifra record di 1.050 miliardi, crescendo più delle entrate, della spesa complessiva e del PIL.

La difficoltà degli Stati Uniti è legata al costo del denaro: tasso medio al 3,53% (il doppio del 2021), debito lordo oltre i 40.000 miliardi e rendimento del decennale sopra il 5% dopo le tensioni e la guerra con l’Iran, contro il 4,1% previsto dal Congressional Budget Office.

Le stime, inoltre, rischiano di peggiorare: come calcola il Committee for a Responsible Federal Budget, se i rendimenti restassero un punto sopra le stime, nel 2030 gli interessi costerebbero 2.800 miliardi, pari al 5,9% del PIL.

Il peso del debito USA sull’Europa

Fin qui il problema sembra riguardare solo gli Stati Uniti, ma non è così. Il Tesoro americano deve rinnovare oltre 10.000 miliardi di dollari di debito a breve termine. Per convincere gli investitori a comprare i suoi titoli (i Treasury), sta offrendo tassi di interesse molto elevati, superiori al 5%.

Un grande vantaggio per risparmiatori e fondi di investimento, che preferiscono spostare i capitali negli Stati Uniti anziché investirli in Europa. Il rapporto Draghi metteva già in guardia sui circa 300 miliardi di euro di risparmio europeo che vanno ogni anno all’estero, principalmente verso i mercati americani.

Questo denaro finisce così per finanziare le innovazioni tecnologiche americane (data center, intelligenza artificiale, microchip) e la difesa degli Stati Uniti. Risorse che potrebbero andare a sostenere la transizione ecologica, la riconversione industriale e l’autonomia strategica dell’Unione Europea, ma gli USA offrono di più.

L’Italia paga un prezzo doppio

L’Europa sta già pagando il conto, ma l’Italia versa un prezzo doppiamente alto a causa dell’enorme dimensione del suo debito pubblico. Sul piano dei conti pubblici l’Italia si sta comportando bene e i mercati si fidano, come dimostra lo spread storicamente basso intorno ai 105 punti.

Il punto è che il rendimento dei BTP italiani non può scendere sotto un certo margine: se il debito americano (la valuta di riserva mondiale) rende il 5%, nessun investitore comprerebbe un BTP italiano a un tasso molto inferiore, ad esempio al 3%. I tassi USA stabiliscono una sorta di tetto minimo dal quale l’Italia non può prescindere.

Ed è in questo contesto che il Tesoro italiano si trova costretto a collocare il BTP Valore e il nuovo BTP Valore Insieme con rendimenti e cedole particolarmente alti, proprio per convincere le famiglie a trattenere i risparmi in patria.

Cosa bisogna fare?

Secondo il Fondo Monetario Internazionale c’è il rischio che si inneschi un meccanismo difficile da arrestare: più debito porta a una maggiore esposizione all’aumento dei tassi e, se gli investitori iniziano a dubitare della sostenibilità dei conti, possono chiedere interessi ancora più alti per prestare denaro.

Secondo le stime del Fondo, il costo medio effettivo del finanziamento dei governi potrebbe salire dal 2,3% del 2021 al 3,7% nel 2031.

Il debito pubblico mondiale, già al 94% del PIL nel 2025, potrebbe così raggiungere il 100% entro il 2029. Cosa fare, dunque? La direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, ha indicato poche ma significative linee:

  • alla Cina si chiede di spendere di più per sostenere la domanda interna;
  • agli Stati Uniti di risparmiare di più e tagliare il deficit;
  • all’Europa di investire di più.

L’avvertimento finale, però, riguarda tutti: più si rinvia il riequilibrio dei conti pubblici, più diventerà costoso e doloroso raggiungerlo.

PFAS nelle padelle antiaderenti, l’Ue verso la stretta sulle sostanze tossiche in cucina

17 October 2026 at 11:04

Dal 2020 le padelle antiaderenti non possono essere prodotte con PFOA, ovvero l’acido perfluoroottanoico. Si tratta di una sostanza della famiglia dei PFAS, le sostanze considerate cancerogene per la salute umana dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. Da allora molti prodotti presentano la scritta “senza PFAS”. Non tutti i produttori mantengono la promessa allo stesso modo: in diversi test di laboratorio sono state trovate tracce di queste sostanze.

Ci sono poi produttori che vengono accusati apertamente di fare ancora uso di tali sostanze, in un contesto nel quale l’Europa si sta impegnando attivamente per vietare i PFAS nei prodotti di consumo di uso quotidiano. Ci sono delle deroghe per alcuni settori considerati critici, come la difesa e la sanità; la proposta ufficiale è attesa per l’inizio del 2027, dopo la relazione finale dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche che arriverà a dicembre.

L’Europa vieta le sostanze PFAS?

La direzione dell’Europa sembra essere quella del divieto delle sostanze PFAS. Anche i lobbisti, come cita Euronews, sono per la riduzione di queste sostanze in maniera sensata, ma anche misurata e proporzionata.

La proposta di legge è attesa per l’inizio del 2027, dopo l’arrivo della relazione finale dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche, prevista per dicembre 2026. Già nel marzo 2026 però l’agenzia aveva affermato che le sostanze PFAS “rappresentano rischi crescenti per le persone e per l’ambiente”, chiedendo un divieto generalizzato del loro utilizzo, con eccezioni in assenza di alternative.

Alternative che esistono in cucina, e per questo uno dei settori che dovrebbe veder sparire i PFAS è proprio questo.

Il caso delle pentole SEB

Un produttore di pentole francese, Groupe SEB, è stato raggiunto da un ultimatum di tre organizzazioni ambientaliste. Secondo queste, il gruppo continua a utilizzare PFAS in alcune sue pentole antiaderenti. Scrivono che l’azienda utilizza un approccio “obsoleto e inadeguato”, ma soprattutto non conforme ai requisiti di legge previsti tanto dalla normativa europea quanto da quella francese in materia di responsabilità sociale d’impresa.

L’azienda continuerebbe a utilizzare il PTFE, che è un tipo di PFAS impiegato da molti altri produttori, nello specifico da chi produce pentole e padelle, per via della resistenza all’acqua, alle macchie e al grasso. Rispetto ad altri PFAS tossici, il PTFE non è stato collegato al cancro. Secondo le organizzazioni ambientaliste, però, l’azienda ha utilizzato pratiche commerciali ingannevoli legate alla campagna pubblicitaria di questo prodotto, raccontandolo come totalmente sicuro.

Perché, anche se il PTFE non è tossico, come spiegano gli esperti è il modo in cui viene prodotto e smaltito che può rilasciare PFAS tossici. Uno dei metodi di smaltimento errati è quello tramite incenerimento. Quindi questi prodotti, se utilizzati quotidianamente, non causano problemi di salute, ma la maniera nella quale sono stati prodotti e il modo in cui saranno smaltiti in futuro potrebbero aver contaminato o contaminare l’ambiente.

Le accuse arrivano in un momento di acceso dibattito in attesa della legge del 2027. A questa diffida l’azienda ha risposto che “esaminerà i contenuti e risponderà in conformità con la legge”.

Inquinamento da PFAS in Europa

Non c’è quindi in gioco soltanto la salute singola di chi acquista una padella antiaderente con PFAS, ma anche un più ampio fenomeno di inquinamento. I PFAS sono diventati un simbolo della crisi ambientale. Il Belgio, per esempio, è stato denunciato per violazione dei diritti umani per la sua incapacità di affrontare la contaminazione da PFAS.

Hélène Duguy, ambientalista di ClientEarth:

I PFAS sono piuttosto emblematici di una realtà sociale diffusa, che accetta danni collaterali in nome di profitti a breve termine.

Sono sostanze difficili da rimuovere dall’ambiente e possono avere effetti dannosi sulla salute umana. L’inquinamento da PFAS, inoltre, è particolarmente diffuso in Europa. Secondo le indagini del 2023, in tutto il continente ci sono circa 23.000 siti contaminati da PFAS. In Italia 300 famiglie saranno risarcite proprio a causa della diffusione di PFAS.

All’inizio del 2026 è entrata in vigore una normativa che impone ai singoli Stati di monitorare i livelli di PFAS nell’acqua potabile. Nel caso i risultati siano superiori ai limiti, dovranno adottare misure per ridurre i livelli e tutelare la salute pubblica. Il problema, secondo le organizzazioni, è che in questo modo si agisce sul sintomo ma non sulla prevenzione, ovvero andando alla fonte per fermare la produzione, la commercializzazione o il rilascio stesso dei PFAS.

Bollette, intesa Ue-Italia sul tetto al gas sul modello spagnolo: cosa cambia

17 October 2026 at 09:40

Italia e Commissione europea hanno raggiunto un’intesa preliminare sulle misure del decreto Bollette per contenere il costo dell’elettricità per famiglie e imprese. L’accordo, maturato il 16 ottobre dopo un confronto tecnico tra Roma e Bruxelles, apre la strada a un intervento sul prezzo dell’energia senza modificare le regole europee sulle emissioni.

Il risultato rappresenta un passaggio importante per il governo guidato da Giorgia Meloni, che da tempo chiede maggiore flessibilità per affrontare il caro energia. Il punto centrale riguarda la possibilità di ridurre l’impatto del prezzo del gas sulla formazione del prezzo dell’elettricità, attraverso un meccanismo di compensazione dei costi sostenuti dalle centrali elettriche.

L’intesa, tuttavia, non equivale ancora all’approvazione definitiva del provvedimento. L’Italia dovrà notificare formalmente alla Commissione europea il testo aggiornato del piano, che sarà esaminato alla luce delle norme comunitarie sugli aiuti di Stato e sulla concorrenza. Bruxelles ha annunciato l’intenzione di procedere rapidamente con la valutazione una volta ricevuta la documentazione.

Come funziona il meccanismo per abbassare le bollette

Per capire la portata dell’accordo bisogna partire dal funzionamento del mercato elettrico. In Italia l’elettricità viene prodotta attraverso diverse fonti, tra cui solare, eolico, idroelettrico e gas naturale. Il prezzo all’ingrosso, però, è generalmente determinato dall’impianto più costoso necessario a soddisfare la domanda in un determinato momento.

Spesso si tratta di una centrale a gas, soprattutto quando le fonti rinnovabili non sono sufficienti a coprire il fabbisogno. Di conseguenza, un aumento del costo del combustibile può far salire il prezzo dell’elettricità sul mercato, influenzando anche l’energia prodotta da impianti solari ed eolici, che non devono acquistare gas per funzionare. È questo il meccanismo sul quale il governo vuole intervenire. L’ipotesi è introdurre un tetto convenzionale al costo del gas utilizzato per produrre elettricità, così da ridurre il peso dei rincari nella determinazione del prezzo finale dell’energia.

In concreto, il sistema dovrebbe prevedere un livello di riferimento per il costo del combustibile. Se il prezzo effettivo del gas supera tale soglia, la differenza verrebbe compensata attraverso un apposito meccanismo. Il costo riconosciuto per la produzione elettrica risulterebbe così più contenuto e potrebbe contribuire a ridurre il prezzo dell’elettricità sul mercato all’ingrosso. La misura non consiste quindi nell’imporre un tetto generalizzato al prezzo del gas per tutti gli utilizzi, ma nell’intervenire sul costo del combustibile impiegato dalle centrali elettriche. Le modalità operative, la soglia di riferimento e il sistema di finanziamento dovranno essere precisati nel testo definitivo del decreto.

Chi pagherà la differenza tra il prezzo reale e il tetto

Uno degli aspetti centrali del piano riguarda il finanziamento delle compensazioni. Secondo il meccanismo descritto dal governo, lo Stato dovrebbe coprire la differenza tra il costo effettivo del gas e quello convenzionale riconosciuto ai fini della produzione elettrica.

L’obiettivo è evitare che il prezzo elevato del combustibile continui a trasferirsi integralmente sul mercato dell’elettricità. In questo modo, il sistema dovrebbe contribuire a contenere i costi sostenuti dagli operatori e, attraverso la riduzione dei prezzi all’ingrosso, favorire un alleggerimento delle bollette. La Commissione europea ha fissato però alcuni paletti: l’intervento dovrà essere temporaneo, non dovrà alterare in modo significativo la concorrenza e dovrà garantire che i benefici arrivino integralmente ai consumatori.

Il precedente del modello iberico

Il riferimento è l’esperienza di Spagna e Portogallo, che nel 2022 ottennero dalla Commissione europea l’autorizzazione a introdurre un meccanismo straordinario per contenere l’impatto del gas sui prezzi elettrici. Il cosiddetto modello iberico interveniva sui costi di approvvigionamento delle centrali alimentate da combustibili fossili, con l’obiettivo di ridurre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità durante la crisi energetica.

La soluzione italiana si ispira a quella esperienza, ma dovrà rispettare le condizioni concordate con Bruxelles e le caratteristiche del mercato nazionale. Il precedente dimostra che è possibile introdurre misure temporanee sul funzionamento del mercato elettrico, purché siano compatibili con le regole europee e non compromettano la concorrenza.

Quando arriverà il via libera definitivo

Dopo l’intesa preliminare, il prossimo passaggio spetta al governo italiano, che dovrà presentare formalmente il piano alla Commissione europea. L’esecutivo comunitario procederà quindi a verificare la compatibilità del provvedimento con il diritto europeo e con il quadro temporaneo sugli aiuti di Stato predisposto per affrontare le conseguenze della crisi in Medio Oriente.

Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha annunciato che la notifica del nuovo testo dovrebbe arrivare a breve. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha accolto positivamente il risultato della trattativa, considerandolo un passo avanti nella strategia del governo contro il caro energia.

L’accordo segna quindi un avanzamento nel confronto tra Italia e Unione europea. Il governo ottiene la possibilità di intervenire sul costo del gas utilizzato per produrre elettricità, mentre Bruxelles mantiene i vincoli sulla concorrenza e sulla politica climatica. La riduzione delle bollette resta l’obiettivo del piano, ma la sua portata concreta dipenderà dalle condizioni definitive del provvedimento e dalla sua applicazione.

Ripristino natura, l’Italia invia a Bruxelles la bozza annacquata di quello che doveva essere il piano originario

17 October 2026 at 08:35

Blindata nelle stanze ministeriali per mesi, presentata in ritardo a Bruxelles a fine settembre, ma rimasta ‘secretata’ fino al 7 ottobre. Perché tanto mistero attorno alla bozza del Piano nazionale di Ripristino della natura (Pnr)? Per capirlo basta leggere ciò che rimane degli obiettivi che guidano il Regolamento europeo approvato nonostante il voto contrario dell’Italia. Non resta neppure lo scheletro. Tanto che appare difficile comprendere come le misure sopravvissute potranno bastare da sole a recuperare gli ecosistemi degradati, tutelare e rafforzare la biodiversità e aumentare la resilienza del territorio di fronte anche agli effetti dei cambiamenti climatici. Obiettivi questi del regolamento Ue che, comunque, è già vigente dal 18 agosto 2024 (e non aspetta il Pnr). Ma se da un lato lo svuotamento del piano è nelle corde del Governo Meloni che tanto l’ha ostacolato, non si capisce come l’esecutivo pensa di uscire dal cul-de-sac nel quale si è cacciato, dato che la bozza dovrà essere valutata ora dalla Commissione europea. Nei prossimi sei mesi esaminerà il documento e potrà formulare osservazioni e indicazioni, in vista della definizione della versione finale. Si preannuncia l’ennesimo contrasto con Bruxelles che pone obiettivi e l’Italia che fa un po’ come le pare. L’Italia, però, dovrà arrivare alla versione definitiva entro il 1 settembre 2027. Tra le voci più critiche sulla bozza, quella di Paolo Pileri, ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. “Hanno azzerato articolo 8, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani. Invece di lavorare alla depavimentazione – spiega a ilfattoquotidiano.it – hanno pensato bene di pavimentato il Piano nazionale di ripristino. Anche ciò che resta di quell’articolo è stato indebolito dietro le parole: da ‘devono’ a ‘possono’, da ‘obbligo’ a ‘si auspica’ e così via”.

La bozza sul ripristino nella natura rimasta secreta

La prima criticità ha riguardato l’iter poco trasparente. Il regolamento Ue Nature Restoration Law (2024/1991) imponeva la consegna dei piani entro il 1 settembre. L’Italia ha trasmesso la bozza a Bruxelles con quasi un mese di ritardo (il 25 settembre) ma, fino ai primi giorni di ottobre, il testo inviato a Bruxelles è rimasto di fatto inaccessibile. Sono quattordici le associazioni che hanno espresso forte delusione per il percorso di partecipazione, oltre alla preoccupazione per i contenuti finali del Piano, chiedendo al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica di rendere pubblico il testo definitivo e di dare conto degli esiti della consultazione pubblica aperta il 23 aprile e conclusa il 24 giugno. Tra queste, Legambiente, Slow Food, Wwf Italia, la sezione nazionale della Commissione internazionale per la protezione delle Alpi, Federazione Nazionale Pro Natura, Fondazione Marevivo, Lav (Lega antivivisezione) e Lipu.

Chi ha affossato il Piano italiano

Ma le quattordici associazioni ambientaliste hanno anche denunciato le pressioni stringenti (Leggi l’approfondimento) da parte dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci) e dei costruttori edili (Ance) volte a indebolire e deregolamentare le tutele sugli ecosistemi urbani. Di fatto, l’Associazione nazionale costruttori edili ha elaborato e trasmesso una serie di osservazioni critiche che sono state poi ampiamente condivise e integrate nella proposta di emendamenti presentata ufficialmente dall’Associazione nazionale comuni italiani, che puntava – ed è riuscita nell’intento – a riscrivere la bozza del Pnr, stralciando diverse misure chiave elaborate originariamente dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Il resto lo ha fatto l’Istituto nazionale di urbanistica (Inu) con i suoi appunti. Uno su tutti: “La prescrizione del Regolamento, che stabilisce che dal settembre 2026 gli Stati membri non debbano ridurre la dotazione di spazi verdi urbani (Ugs) né la copertura arborea urbana (Utc), imponendo ai comuni di dimostrare il saldo rispetto ai livelli del 2024, pone dunque rilevanti problemi applicativi”. Molto diversa la posizione della Siu, la Società italiana degli urbanisti), la principale società scientifica che riunisce i docenti e i ricercatori italiani nel campo della tecnica e della pianificazione urbanistica, di cui Pileri fa parte. E che ha sostenuto fino all’ultimo il piano di ripristino, per come era stato concepito.

Ecosistemi urbani: i Comuni coinvolti

Molto diversa la bozza inviata a Bruxelles. In un articolo su Altraeconomia, Pileri si è soffermato sull’articolo 8 del testo, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani. A ilfattoquotidiano.it, Pilieri ricorda che l’applicazione di quell’articolo coinvolge 2.761 enti comunali, che rappresentano circa il 38% del territorio nazionale. “Metà del consumo di suolo registrata nel 2024, e si parla di quattromila ettari, è stata consumata da questi 2.761 Comuni, proprio cancellando aree verdi” aggiunge. Entro il 31 dicembre 2030 non dovrà esserci alcuna perdita netta della superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani né della copertura arborea rispetto ai valori del 2024. Dal 1 gennaio 2031 i Comuni dovranno garantire una tendenza positiva all’aumento progressivo degli spazi verdi urbani e della copertura arborea.

Le misure sparite dal piano

“Delle 23 misure del Pnr valide per tutti i Comuni e proposte dall’Ispra – scrive Pileri – ben 15 sono state completamente cancellate, senza nessuna proposta alternativa”. Tra quelle svanite dalla bozza inviata a Bruxelles, la misura che prevedeva un registro delle perdite di aree verdi, ma anche “quella che minimizzava il consumo di suolo, quella che prevedeva oneri urbanistici supplementari per sostenere un po’ gli interventi di ripristino e quella che invocava il principio di precauzione per il quale si chiedeva di sospendere interventi che generavano riduzione degli spazi verdi fino alla pubblicazione del monitoraggio ufficiale al 2030”. Nel testo inviato alla Commissione manca la misura con la quale si sarebbero dovuti limitare gli interventi su suoli urbani non artificializzati “quella di depavimentare con contestuale ricostituzione dei suoli ed equipaggiamento ecologico delle superfici”. La depavimentazione dei cortili scolastici è ormai solo una opzione. Pileri la definisce “una posizione antistorica” e guarda ad altri Paesi, come la Francia, “dove già da alcuni anni nei quartieri del centro si stanno depavimentando tanti cortili scolastici” e la Danimarca “dove si stanno eliminando le recinzioni attorno alle scuole”. Le misure di depavimentazione rimaste, spiega Pileri “sono state un po’ declassate a deimpermeabilizzazioni e un po’ trasformate in suggerimenti”. Di obbligatorio, insomma, non c’è più nulla. “Credo che i Comuni non si stiano davvero rendendo conto che le conseguenze di questo stravolgimento ricadranno proprio sulle loro casse, oltre al fatto che queste misure – conclude Pileri – avrebbero rappresentato una difesa. Avrebbero aiutato i Comuni, infatti, a respingere alcune pretese di trasformazione che gli operatori privati vogliono fare. Ora saranno più esposti a questi rischi, oltre a quelli legati agli eventi estremi causati dai cambiamenti climatici”.

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Roulette Olandese, croupier americani: il Grande Inganno del TTF e l’Eutanasia dell’Industria Europea.

16 October 2026 at 22:21
Nel precedente articolo “Prezzo del gas al TTF e il dogma europeo: perché Giorgia Meloni difende il disastro energetico di Bruxelles ” abbiamo ridimensionato e specificato ciò che la Meloni ...

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Toyota avverte Bruxelles: “Non siamo ospiti in Europa”. E chiede di cambiare le regole sull’auto

16 October 2026 at 14:00

Toyota invita Bruxelles a correggere il tiro sulle regole che guideranno il futuro dell’auto europea. Il messaggio del costruttore giapponese è chiaro: difendere l’industria del Vecchio Continente è necessario, ma senza alzare muri contro i partner commerciali né imporre una transizione elettrica che, almeno per ora, procede più lentamente del previsto. Da qui la proposta di sostituire al tradizionale Made in Europe un più inclusivo Made with Europe, accompagnato da una serie di richieste concrete sulle emissioni e sulle politiche industriali.

“Toyota non è un ospite in Europa. Siamo un produttore europeo e vogliamo che l’industria automobilistica europea abbia successo”, ha dichiarato Yoshihiro Nakata, presidente e CEO di Toyota Motor Europe. Parole che riassumono il senso della proposta e introducono una questione tutt’altro che secondaria: perché escludere Paesi come Giappone, Regno Unito e Turchia, che da decenni partecipano alla produzione automobilistica europea? Secondo Toyota, le nuove regole sui componenti di origine locale dovrebbero tenere conto anche di queste realtà. La Casa propone una quota del 70%, da raggiungere nell’arco di tre anni e senza obblighi sostanziali prima del 2030. Una richiesta che nasce dalla volontà di mantenere aperti gli scambi, ma anche da interessi ben precisi: Toyota dispone di una rete produttiva internazionale che potrebbe risentire di norme troppo restrittive.

Il capitolo più delicato resta però quello delle emissioni, dove i numeri raccontano bene la distanza tra gli obiettivi fissati da Bruxelles e le previsioni del gruppo giapponese. Nel 2030, secondo Toyota, le auto elettriche rappresenteranno circa il 45% delle nuove immatricolazioni europee, mentre per rispettare gli attuali vincoli sulle emissioni servirebbe superare il 55%. Un divario ch si dovrebbe colmare concedendo più tempo ai costruttori, attraverso un sistema di calcolo delle emissioni distribuito su cinque anni, dal 2028 al 2032.

Lo sguardo si spinge poi al 2035, la data simbolo dello stop europeo alle nuove auto con emissioni di CO₂ allo scarico. Toyota propone di fermare l’asticella a una riduzione del 90% anziché del 100%, lasciando spazio anche ai carburanti rinnovabili. Per i veicoli commerciali leggeri chiede obiettivi meno impegnativi: -35% nel 2030 e -80% nel 2035. Del resto, per chi utilizza un furgone ogni giorno, autonomia, tempi di ricarica e capacità di carico non sono dettagli secondari.

Dietro queste richieste c’è una strategia (potremmo definirla multienergia) che Toyota porta avanti da anni: non puntare tutto su una sola tecnologia, ma lasciare convivere elettrico, ibrido, idrogeno e carburanti alternativi. Una strada che oggi incontra le posizioni di diversi costruttori europei, alle prese con una domanda di elettriche inferiore alle attese, costi elevati e concorrenti asiatici sempre più aggressivi.

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La sostenibilità ambientale, sociale ed economica, insieme al benessere animale delle DOP al centro dell’interesse di AECIS

16 October 2026 at 10:19

Per molto tempo il benessere animale è stato raccontato come una questione di sensibilità: si è a favore, difficile essere contrari. Oggi è diventato qualcosa di più preciso. È un parametro di sostenibilità che si misura, si certifica e finisce nelle valutazioni ESG, nei capitolati della grande distribuzione e nelle analisi di rischio di chi finanzia le imprese agroalimentari.

A spostare le cose è stata l’Europa. Dal Trattato di Lisbona del 2009 gli animali sono riconosciuti come esseri senzienti (art. 13): in grado quindi di provare dolore, piacere, emozioni. Da quel principio discendono una responsabilità condivisa fra Commissione e Stati membri e una strategia, Farm to Fork, che al centro del Green Deal ha trasformato la transizione verso sistemi alimentari sostenibili in un obiettivo industriale. E l’Italia è stata la prima in Europa a mettere risorse della Politica Agricola Comune sul benessere degli animali allevati.

Su questo terreno lavora AECIS, Associazione Europea Cultura Innovazione Sostenibilità, nata dall’esperienza di Alti Formaggi (2011) e costituita dai Consorzi di tutela di Provolone Valpadana DOP, Casciotta d’Urbino DOP e Piave DOP. Ed è il terreno del convegno “Sostenibilità in scena”, che l’Associazione dedica alle tre dimensioni in cui la sostenibilità si gioca davvero: ambientale, sociale ed economica. Sono anche le tre chiavi di questa lettura, perché un impegno conta qualcosa solo quando diventa verificabile. E lo strumento che lo rende tale ha un nome: SQNBA.

Che cos’è il SQNBA, in parole semplici

Il Sistema di Qualità Nazionale per il Benessere Animale è uno schema di certificazione nazionale ad adesione volontaria: nessuno è obbligato a entrarci, chi lo fa è perché ci crede. Fissa le regole e i criteri tecnici con cui va condotto l’allevamento, li misura su indicatori costruiti dalla ricerca scientifica e ne affida la verifica a organismi accreditati. Chi aderisce si impegna a tenere livelli di salute e di benessere più alti di quanto già chiedano le norme europee e italiane, a contenere il ricorso agli antibiotici e a rendere l’allevamento più sostenibile nel suo insieme.

Il vantaggio più immediato è l’ordine. Fino a oggi sullo stesso tema convivevano protocolli di certificazione diversi: faticosi da confrontare per un buyer, praticamente illeggibili per chi fa la spesa. Il SQNBA mette ordine e potrebbe diventare l’unico riferimento.

Per ora il Sistema si applica agli allevamenti bovini, da latte e da carne, e suini: sono le specie per cui il Comitato Tecnico Scientifico sul Benessere Animale ha già rilasciato le relative norme tecniche. I requisiti vivono dentro Disciplinari diversi a seconda della specie, dell’indirizzo produttivo e del modo in cui si alleva, ed è previsto che il perimetro si allarghi a tutte le specie di interesse zootecnico.

L’ingresso passa da ClassyFarm, la piattaforma informatica con cui il Ministero della Salute tiene sotto osservazione gli allevamenti e li classifica per livello di rischio. Il veterinario aziendale, o un collega incaricato e in possesso della qualifica, compila la check list dei prerequisiti e il portale risponde con un semaforo: verde se ci sono tutti, rosso se ne manca anche uno. Sul colore incidono anche le verifiche ufficiali già effettuate in stalla.

Ambiente: un animale che sta bene ha bisogno di meno farmaci

La prima ricaduta è insieme ambientale e sanitaria, e parte dal fatto che un animale che vive bene si ammala meno, e un animale che si ammala meno richiede meno trattamenti. Condizioni di allevamento e ricorso ai farmaci sono ormai due variabili che si muovono insieme, e il SQNBA nasce dentro una strategia che punta a ridurre l’antimicrobico resistenza (AMR), uno dei dossier più delicati della sanità pubblica europea.

Non è un principio astratto. Il consumo di antimicrobici e la suscettibilità sono fra le aree che monitora ClassyFarm, insieme al benessere degli animali, alla biosicurezza aziendale e alla fase di macellazione: i dati non restano in un cassetto, entrano in un sistema di classificazione del rischio che viene consultata dall’autorità sanitaria.

La direzione è quella di un modo di allevare più sostenibile, con ricadute positive sull’ambiente e sul tessuto sociale, con risvolti ambientali e sociali positivi e produzioni di qualità più alta. E vale la pena guardare dove sta andando l’Europa: dal 2020 la Commissione sta aggiornando la legislazione sul benessere animale – allevamento, trasporto, abbattimento, fino all’uscita progressiva dalle gabbie – e nella Visione 2025 per l’agricoltura e l’alimentazione ha confermato l’impegno di avvicinare gli standard richiesti anche a ciò che arriva da fuori Unione. Per un’impresa, certificarsi oggi vuol dire farsi trovare pronta.

Sociale: una filiera che si lascia leggere

La definizione più citata ha quasi mezzo secolo. Nel 1976 l’etologo B.O. Hughes descrisse il benessere animale come una condizione di piena salute, tanto fisica quanto psichica, in cui l’animale si trova in equilibrio con l’ambiente che lo circonda. Tre anni dopo il Farm Animal Welfare Council britannico tradusse quel principio nelle Cinque Libertà: niente fame né sete, niente disagio, niente dolore né malattia, la possibilità di comportarsi secondo la propria natura, nessuna paura e nessuno stress. Restano la griglia a cui le norme europee continuano a ispirarsi.

Il passaggio che riguarda da vicino chi compra è che tutto questo diventa visibile. Gli operatori certificati possono portare in chiaro i dati previsti dallo schema per distinguere i propri animali e i propri prodotti: il modo in cui si alleva, lo stabilimento da cui la partita arriva e logo SQNBA in etichetta, con una tracciabilità completa dall’allevamento alla tavola. Non è l’ennesimo bollino da decifrare ma è la possibilità di scegliere sapendo che cosa c’è dietro, nei pochi secondi che si passano davanti al banco frigo.

Ma le stalle gestite secondo standard più alti sono anche posti di lavoro migliori per chi ci passa le giornate. E i formaggi DOP restano parte integrante delle comunità in cui nascono, restano un pezzo delle comunità in cui nascono, perché il valore che producono non si ferma a monte ma si spalma su tutti gli anelli della catena.

Economia: dove si vede il ritorno

Per un’impresa zootecnica il benessere animale non è un costo a fondo perduto. Animali tenuti bene e in salute lasciano il segno su più voci di bilancio: rese più alte, lavoro meno pesante in stalla, una posizione più forte sui mercati, meno esposizione al rischio nella gestione quotidiana, una reputazione che cresce.

Per le filiere a Indicazione Geografica c’è un effetto in più. Affiancare al marchio europeo di qualità certificata, DOP o IGP, il logo SQNBA produce un ritorno di immagine e di valore che supera la semplice addizione di due marchi verificati da terzi perché consolida la credibilità dell’azienda e alzano l’asticella della qualità lungo la stessa linea che le Indicazioni Geografiche battono da decenni, e ridistribuiscono il valore in modo più equo fra tutti gli anelli della catena certificata.

Ci sono poi i costi organizzativi, perché aderire a uno schema di certificazione serio significa scrivere e applicare procedure in ogni angolo della gestione aziendale e in ogni passaggio di mano lungo la filiera – fra allevatore e caseificio, per esempio – per tenere i processi sotto controllo e correggere la rotta appena si devia. È lavoro in più ma non è una duplicazione di adempimenti: è un insieme di azioni coordinate che rafforza gli standard qualitativi di produzione, nel solco di quanto le Indicazioni Geografiche già fanno, e che porta a una distribuzione più equa del valore lungo tutta la filiera certificata.

Tre DOP diverse, un impegno comune

Provolone Valpadana, Casciotta d’Urbino e Piave sono tre mondi distanti: zone di produzione diverse, formaggi diversi e storie diverse. I rispettivi Consorzi condividono però la stessa scelta di fondo, cioè affrontare con serietà il miglioramento della filiera per rispondere alle esigenze di oggi senza scaricarne il conto su chi verrà dopo.

È una posizione coerente con la natura stessa delle denominazioni di origine, che portano la sostenibilità scritta nel proprio codice genetico: standard di sicurezza alti, prodotti con un buon profilo nutrizionale, una ripartizione del guadagno meno sbilanciata, pratiche produttive che rispettano i valori del luogo in cui sono nate.

Quello che mancava era un modo riconoscibile di dimostrarlo. Il SQNBA prende un patrimonio di pratiche spesso già in atto e lo rende certificabile, confrontabile e comunicabile. A un buyer, a un istituto di credito e, soprattutto, a chi legge un’etichetta avendo cinque secondi di attenzione a disposizione.

Ed è il percorso che “Sostenibilità in scena” porta sul palco: ambiente, persone ed economia non come tre capitoli separati di una relazione, ma come tre facce dello stesso lavoro quotidiano di chi produce un formaggio a denominazione di origine.

Le date degli incontri di approfondimento:

10 novembre 2026 – Cadeo (Pc) ore 15-17
La Scottina Relais & Bistrot
Strada del Riglio snc
Loc. Scottina – 29010 Cadeo (PC)

11 novembre 2026 – Invorio (No) ore 15-17
Sala Curioni del Municipio di Invorio
Via G. Curioni 2
28045 Invorio (No)

12 Novembre 2026 – Lodi ore 15-17
Ristorante Isola Caprera
Via Isola Caprera 14 – Lodi

16 Novembre 2026 – Treviso ore 15-17
Ristorante Albronsèr
Via di Sant’Angelo, 162
31100 Treviso (TV)

1° dicembre 2026 – Saronno (Va) ore 15-17
Istituto Prealpi di Saronno
Va San Francesco 13 – Saronno (Va)

In collaborazione con AECIS

 

Le due inflazioni delle regole di bilancio Ue

16 October 2026 at 09:23

L’alta inflazione incide sull’andamento della finanza pubblica e sul funzionamento delle regole europee. Sono due le questioni principali: il trattamento del fiscal drag e i margini di flessibilità rispetto a un percorso di spesa pubblica fissato nel 2024.

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Il Consiglio europeo non trova l’accordo sul bilancio Ue e rinvia il negoziato a novembre

16 October 2026 at 06:00

Il primo giorno del Consiglio europeo a Bruxelles si è concluso senza un accordo sul prossimo bilancio dell’Unione e con forti divisioni sulle politiche energetiche e climatiche. Dopo circa quattordici ore di negoziati, ieri i capi di Stato e di governo dei 27 paesi membri hanno confermato le proprie posizioni sulla spesa europea e discusso a lungo della richiesta di rinviare le nuove regole sulle emissioni dei trasporti e degli edifici. Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha convocato una riunione straordinaria per il 26 novembre, nel tentativo di raggiungere un’intesa sul bilancio entro dicembre. Ma diversi governi hanno già messo in dubbio che la scadenza possa essere rispettata.

Le difficoltà riguardano alcune delle principali scelte economiche e politiche che l’Unione dovrà affrontare nei prossimi anni. Il nuovo bilancio pluriennale, relativo al periodo dal 2028 al 2034, dovrà finanziare le politiche agricole, i programmi per le regioni economicamente più deboli, la ricerca e le nuove priorità europee, tra cui la difesa e la competitività industriale. Allo stesso tempo, i governi devono affrontare l’aumento dei prezzi dell’energia e decidere come conciliare la protezione di famiglie e imprese con gli obiettivi climatici già approvati.

La proposta presentata dalla presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea, che esercita il coordinamento semestrale dei lavori, prevede una dotazione complessiva di circa 1.620 miliardi di euro. È una riduzione significativa rispetto al progetto iniziale della Commissione europea, ma non è bastata a ridurre le distanze tra i governi. I paesi che contribuiscono maggiormente al bilancio comune chiedono ulteriori tagli, mentre quelli che ricevono più finanziamenti contestano la diminuzione delle risorse destinate alle politiche tradizionali.

Da una parte ci sono i sei paesi generalmente definiti frugali: Germania, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Danimarca e Finlandia. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz considera ancora troppo elevato il livello complessivo della spesa e, secondo due diplomatici citati da Politico, ha indicato nei fondi per le regioni economicamente più deboli uno degli ambiti in cui intervenire. Il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha respinto la proposta irlandese, sostenendo che comporterebbe un aumento di quasi il 60 per cento del contributo netto della Svezia. Anche il primo ministro olandese Rob Jetten ha chiesto un bilancio più contenuto, con una maggiore attenzione alla sicurezza, alla competitività e alle nuove esigenze economiche europee.

Sul versante opposto si trovano i cosiddetti Amici della coesione, il gruppo più corposo di 17 paesi che comprende ltalia e Spagna. Il loro obiettivo è salvaguardare i finanziamenti agricoli e quelli destinati a ridurre le disparità economiche tra i territori. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha giudicato insufficiente la proposta irlandese rispetto alle ambizioni dell’Unione, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha escluso la possibilità di accettare ulteriori riduzioni. 

Le divisioni non coincidono però completamente con questi due schieramenti. Alcuni paesi favorevoli a mantenere elevata la spesa europea chiedono anche maggiori investimenti nella difesa, in particolare gli Stati baltici, che attribuiscono particolare importanza alla minaccia russa. La Finlandia, pur facendo parte dei frugali, vuole tutelare i sostegni all’agricoltura. La Francia non ha assunto una posizione definitiva sull’ammontare complessivo del bilancio, dovendo conciliare le proprie priorità europee con le difficoltà delle finanze pubbliche nazionali.

Costa vuole raggiungere un accordo politico entro dicembre 2026, in modo da lasciare tutto il 2027 all’approvazione delle norme necessarie per rendere operativo il bilancio dal primo gennaio 2028. Il calendario elettorale rischia però di complicare ulteriormente le trattative. Nei prossimi mesi sono previste le elezioni politiche in Italia e Polonia, ma soprattutto quelle presidenziali francesi dell’aprile 2027.

Durante la riunione a Bruxelles, il presidente francese Emmanuel Macron ha sostenuto la necessità di chiudere il negoziato entro dicembre. Secondo quattro diplomatici informati delle discussioni e citati da Politico, Macron ha spiegato ai colleghi che, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali francesi, non disporrebbe più del margine politico necessario per sottoscrivere un’intesa. Marine Le Pen è in testa ai sondaggi e ha promesso una forte riduzione del contributo francese al bilancio europeo e ha accusato le istituzioni dell’Unione di voler accelerare il negoziato per impedire al prossimo presidente di partecipare alla decisione.

Non tutti i governi condividono l’urgenza indicata da Macron. Kristersson ha detto di non considerare indispensabile un accordo entro dicembre, mentre Meloni ha ribadito che l’Italia non accetterà un compromesso economicamente svantaggioso soltanto per rispettare una scadenza. Anche il primo ministro lussemburghese Luc Frieden, pur dichiarandosi fiducioso sulla possibilità di concludere entro Natale, ha sostenuto che un eventuale rinvio non rappresenterebbe necessariamente un problema insuperabile.

La distanza tra queste posizioni si ritrova nelle conclusioni ufficiali del vertice. Nel documento approvato questa notte, i leader non hanno assunto un impegno vincolante a raggiungere l’intesa entro dicembre. Si limitano a riconoscere che un accordo entro il 2026 permetterebbe di adottare nel 2027 le disposizioni legislative necessarie a garantire la continuità dei finanziamenti europei dall’inizio del 2028. Un rinvio del compromesso politico non comporterebbe quindi un’immediata interruzione delle risorse europee. Ridurrebbe però il tempo disponibile per completare il successivo percorso legislativo, che richiede anche l’approvazione del Parlamento europeo. La presidente dell’assemblea, Roberta Metsola, ha già avvertito i governi che il Parlamento non si limiterà ad accettare automaticamente le loro decisioni.

Per cercare di superare lo stallo, Costa assumerà direttamente il coordinamento della nuova fase negoziale e presenterà una proposta prima del vertice straordinario del 26 novembre. Secondo le prime indiscrezioni, il presidente del Consiglio europeo intende modificare alcuni aspetti del compromesso irlandese, soprattutto quelli relativi alla flessibilità della spesa e alle nuove entrate comuni.

Tra le ipotesi da approfondire figurano forme di imposizione europea sulle grandi imprese tecnologiche, sulle attività legate alle criptovalute e sul gioco d’azzardo online. Costa esaminerà anche una proposta greca che prevede di destinare al bilancio europeo parte dei futuri ricavi nazionali derivanti dall’assegnazione delle frequenze mobili 6G. Queste soluzioni potrebbero ridurre la necessità di aumentare i contributi versati direttamente dai governi, ma incontrano a loro volta resistenze politiche.

Il presidente cipriota Nikos Christodoulides ha avanzato anche un’ipotesi diversa: ridurre la durata della programmazione finanziaria a tre o quattro anni, sostenendo che le crisi degli ultimi anni hanno dimostrato quanto sia difficile prevedere le esigenze europee su un periodo di sette anni. L’idea presenta tuttavia un ostacolo giuridico, perché le norme attuali dell’Unione stabiliscono una durata minima di cinque anni per il quadro finanziario pluriennale.

Le difficoltà sul bilancio hanno accompagnato un altro confronto particolarmente acceso, quello sulle politiche climatiche e sul costo dell’energia. La discussione, inizialmente dedicata alle misure per contenere i prezzi energetici, si è concentrata per circa tre ore sul sistema europeo di scambio delle quote di emissione e sulla sua estensione ai trasporti stradali e al riscaldamento degli edifici.

Il meccanismo attuale, conosciuto come ETS, impone un costo alle emissioni di anidride carbonica prodotte da impianti industriali e centrali elettriche. Il nuovo sistema, chiamato ETS2, estende il principio ai combustibili utilizzati nei trasporti e negli edifici. La sua applicazione è al centro di un confronto politico perché potrebbe comportare costi aggiuntivi per famiglie e imprese, in una fase in cui i prezzi dell’energia sono già aumentati a causa delle tensioni internazionali e della guerra in Medio Oriente.

Italia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria hanno chiesto di rinviare l’introduzione del nuovo meccanismo almeno fino al 2030. La richiesta ha ottenuto anche il sostegno di altri governi, mentre l’Estonia ha prospettato una revisione ancora più radicale. Secondo le ricostruzioni dei diplomatici presenti al vertice, Roma e i paesi del gruppo di Visegrád hanno insistito sul rischio che i nuovi costi delle emissioni aggravino ulteriormente le difficoltà economiche.

La proposta è stata contrastata da Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi e diversi paesi nordici. Finlandia, Svezia e Danimarca avevano già inviato una lettera alle istituzioni europee per difendere il sistema di scambio delle emissioni, sostenendo che indebolirlo avrebbe compromesso la prevedibilità delle regole sulla quale si basano gli investimenti industriali nelle tecnologie meno inquinanti.

Il compromesso raggiunto non prevede il rinvio richiesto dall’Italia e dagli altri governi. Nelle conclusioni ufficiali, il Consiglio europeo incarica invece la Commissione di aggiornare la valutazione degli effetti dell’ETS2, con particolare attenzione al funzionamento del sistema e ai meccanismi di protezione. La revisione dovrà considerare anche i possibili costi per i consumatori e le attività economiche. Rimane quindi aperta la discussione su eventuali modifiche, senza che sia stata presa una decisione di posticipare l’applicazione delle regole. Per il sistema ETS già esistente, i leader hanno chiesto interventi per rendere il mercato delle emissioni più prevedibile, limitare le oscillazioni dei prezzi della CO₂ e proteggere la competitività industriale. Allo stesso tempo, hanno confermato il ruolo centrale attribuito alla fissazione di un prezzo delle emissioni nella transizione energetica europea.

Sul fronte più immediato dei prezzi dell’energia, il Consiglio ha accolto l’intenzione della Commissione di prolungare il quadro temporaneo degli aiuti di Stato per i settori industriali maggiormente esposti alla crisi. Sono previste inoltre iniziative per migliorare la capacità delle raffinerie europee e favorire, su base volontaria, il coordinamento della domanda energetica. Si tratta di interventi che dovranno essere ulteriormente sviluppati dalla Commissione, non di un pacchetto già integralmente approvato e operativo. Lo scontro sull’energia ha avuto conseguenze anche sulla gestione del vertice. Le discussioni si sono protratte molto oltre il programma iniziale, costringendo Costa a cancellare la conferenza stampa prevista al termine della giornata e a proseguire i negoziati fino a tarda notte.

La prima giornata del vertice ha inoltre affrontato il futuro allargamento dell’Unione europea e le riforme interne necessarie a consentire il funzionamento delle istituzioni con un numero maggiore di Stati membri. Anche in questo caso, il documento finale contiene indicazioni generali, ma non introduce nuove scadenze vincolanti. La seconda giornata del Consiglio europeo, oggi sarà dedicata principalmente alla sicurezza e alla politica estera, con particolare attenzione alla guerra in Ucraina, alla difesa europea e alla gestione dei flussi migratori. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, arrivato a Bruxelles già giovedì per una serie di incontri bilaterali, parteciperà ai colloqui con i leader europei per chiedere ulteriori aiuti militari e finanziari. 

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto a Bruxelles prima del vertice, ha ribadito la proposta di nominare un rappresentante europeo incaricato di dialogare con Russia, Ucraina e Stati Uniti, in modo da garantire una posizione comune dell’Unione negli eventuali negoziati sulla guerra.

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Xi “ci ascolta” tramite i moderni veicoli? Non esattamente…

15 October 2026 at 13:42
L’articolo “Xi spia l’esercitazione militare a Oslo I soldati usano mezzi cinesi per gli spostamenti e scoprono che le telecamere dei veicoli hanno filmato tutto” pubblicato sul La_Verita del14 Ottobre ...

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Gas, Europa con le scorte più basse da 15 anni: perché l’Italia sfiora il 90%

15 October 2026 at 10:33

L’Europa si prepara all’inverno con le scorte di gas più basse degli ultimi 15 anni, mentre l’Italia guarda in faccia l’appuntamento in una posizione decisamente più solida. Secondo i dati più recenti, gli stoccaggi europei viaggiano intorno al 72-73%, contro l’88% del nostro Paese, ormai a un passo dall’obiettivo fissato dall’Arera.

Un quadro che intreccia prezzi, forniture dalla Russia e scelte politiche che si giocano anche a Washington. Ecco qual è il quadro generale, perché Roma è così avanti, il ruolo di Trump e soprattutto un po’ di dettagli sull’annoso nodo russo.

Le scorte di gas in Europa

I depositi europei sono pieni al 72%, contro l’83% di un anno fa, stando al rapporto invernale di Entsog, l’associazione dei gestori delle reti. I dati di Gas Infrastructure Europe, al 6 ottobre, indicano un livello di poco inferiore al 73%, pari a 826,3 TWh, contro i 945,86 TWh dello stesso periodo del 2025.

In particolare la situazione più critica riguarda i grandi mercati del Nord, con Germania e Paesi Bassi sono sotto il 60% con la Germania ferma a 146,68 TWh, contro gli oltre 190 dell’anno scorso. All’origine di tutto c’è chiaramente la crisi nel Golfo, che ha bloccato la rotta da cui passa circa un quinto del gas naturale liquefatto mondiale, facendo salire i prezzi e rendendo poco conveniente riempire i depositi durante l’estate.

Perché l’Italia sta meglio

Il quadro italiano è molto diverso. Secondo Gas Infrastructure Europe, al 6 ottobre, gli stoccaggi nazionali hanno superato l’88%, con una riserva complessiva di 179,45 TWh. Un progresso costante nel corso dei mesi, considerando un livello vicino all’80% ad agosto e all’84,8% a settembre.

Lieve flessione rispetto al 2025, quando le scorte al 6 ottobre erano a 188,85 TWh, che però non inficia il risultato positivo. A fine ottobre scorso si era arrivati al 94,7% ma ora non si esclude un netto avvicinamento a quella soglia. Detto ciò, restiamo comunque a un livello tra i più alti d’Europa. Abbastanza per coprire una quota significativa della domanda invernale.

Un vantaggio che ha diverse ragioni. Una spinta decisiva è arrivata dal premio di giacenza riconosciuto agli operatori, che ha reso conveniente riempire i depositi anche quando il mercato non lo consentiva. A questo si aggiunge una rete di forniture diversificata, con i gasdotti da:

  • Algeria;
  • Azerbaigian;
  • Libia.

A ciò si aggiungono i rigassificatori di:

  • Panigaglia;
  • Cavarzere;
  • Piombino.

Ultimo elemento da segnalare, poi, è una capacità di stoccaggio elevata rispetto ai consumi. Sul fronte alleanze, poi, è stato importante il viaggio di Giorgia Meloni a Oslo. Un momento chiave, perché si è trattato della prima visita di un presidente del Consiglio italiano in circa 15 anni. Il tutto con il tema della sicurezza energetica al centro.

Al netto di tutto ciò, siamo a un passo dall’obiettivo fissato dall’Arera: riempire gli stoccaggi al 90% entro il 31 ottobre. Con i depositi oltre l’88% al 6 ottobre, mancano dunque circa due punti percentuali. Un traguardo che appare alla portata entro la fine della stagione di stoccaggio.

Il gas russo

Con l’Europa che ha scorte basse, ogni carico in arrivo conta, compresi quelli dalla Russia. Secondo l’Ong tedesca Urgewald, nei primi nove mesi del 2026 i porti europei hanno ricevuto circa 16 miliardi di metri cubi di gas liquefatto russo.

Si parla di record, per un valore stimato di quasi 8 miliardi di euro. In pratica un carico su sette è russo, quasi tutto proveniente dall’impianto artico di Yamal. Inevitabilmente tutto questo fa scattare il dibattito. È vero che il gas di Mosca aiuta a riempire i depositi, ma l’Ue ha deciso di chiudere gradualmente il rubinetto.

I contratti brevi sono già vietati, mentre quelli di lunga durata lo saranno dal 1° gennaio 2027. Sostituire quei volumi, però, ha chiaramente un costo. Secondo l’istituto Ieefa, compensare le minori scorte con nuove importazioni costerebbe circa 3 miliardi di euro, il 12% in più di un anno fa, con il prezzo di riferimento europeo che si è mosso intorno ai 63-64 euro al megawattora sui mercati.

Rischi per l’inverno?

Rispondendo subito ai dubbi, il gas non dovrebbe mancare in inverno. I margini però sono stretti. Con poche scorte, infatti, sarà più difficile reggere un’eventuale ondata di freddo a fine inverno. Il gas liquefatto copre il 40% delle forniture europee e, per arrivare a primavera con una riserva di sicurezza, ne servirebbero quasi 100 miliardi di metri cubi in sei mesi.

Non si può soltanto guardare all’immediato, anzi. Sommando il calo delle scorte e lo stop al gas russo da gennaio, secondo Ieefa l’Europa potrebbe dover ridurre i consumi invernali del 7%, pari a 14 miliardi di metri cubi. Si spiega così l’agitazione di vari governi:

  • i Paesi Bassi hanno stanziato fino a un miliardo per riempire i depositi;
  • la Germania ha chiesto alla società pubblica Sefe di comprare altro metano;
  • l’Italia, con stoccaggi elevati, parte da una posizione più tranquilla rispetto ai consumi previsti.

Dipendenza da Trump

Sullo sfondo c’è però un elemento politico che si muove e può cambiare gli equilibri. A settembre infatti il Congresso americano ha approvato il Lindsey Graham Act. Ciò obbliga il presidente USA a valutare una lista di soggetti russi da sanzionare, tra cui Novatek, la società che controlla l’impianto di Yamal. Il primo termine scade il 18 ottobre.

Di fatto se Trump decidesse di colpire Novatek, banche, assicuratori e armatori sarebbero costretti a lasciare Yamal e il gas russo smetterebbe di arrivare in Europa con circa 2 mesi d’anticipo. La legge però consente anche di rinunciare alle sanzioni, motivando la scelta al Congresso. L’ipotesi per ora è descritta come “non improbabile”.

Il tutto però andrebbe a intrecciarsi con interessi d’affari, stando ad alcune ricostruzioni. Letture ancora da verificare, che però sottolineano come una parte della stabilità energetica europea passi anche per le scelte della Casa Bianca.

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