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Scontri a Milano, Dell’Utri: “Chi parla di remigrazione non ha capito nulla. Solo un analfabeta politico non comprende: la sofferenza dei cittadini è reale”

20 October 2026 at 17:49

Mentre il centrodestra ha preso parte lunedì un presidio a Milano dietro allo striscione “Vi remigreremo tutti“, a mettere in evidenza le contraddizioni interne alla coalizione ci pensa Marcello Dell’Utri. L’ex braccio destro di Silvio Berlusconi e co-fondatore di Forza Italia, interviene nel dibattito commentando gli scontri e le scene di guerriglia urbana nel capuologuo lombardo: “Le devastazioni che hanno colpito Milano e altri grandi centri del nostro Paese in questi giorni vanno condannate senza esitazioni. Ma chi pensa di fermare le proteste limitandosi a invocare la sicurezza, senza interrogarsi sulle ragioni profonde del malessere che le alimenta, commette un errore gravissimo”, dichiara Dell’Utri proprio mentre il Consiglio dei ministri si appresta a varare un nuovo decreto sicurezza.

Per l’ex senatore azzurro “solo un analfabeta politico può non comprendere la delicatezza della fase storica che stiamo attraversando. La sofferenza dei cittadini è reale, crescente e non può più essere ignorata”. E arriva anche la stoccata nei confronti della destra e di chi rincorre Vannacci: “Pensare di affrontarla agitando formule retoriche come quella della ‘remigrazione‘ significa non aver capito nulla della gravità del momento“.

Per quanto riguarda il partito che ha co-fondato, Dell’Utri spiega “sto senz’altro con Marina Berlusconi“, nel volere un partito come Forza Italia più presente sul tema dei diritti, “anche Silvio Berlusconi credo che la penserebbe così, ma purtroppo non possiamo chiederglielo”. “In Forza Italia c’è chi, come Amir Atrous, ha analizzato questo disagio con parole accorate e coraggiose, senza rifugiarsi nelle comode semplificazioni della propaganda. Un centrodestra serio e consapevole delle proprie responsabilità farebbe bene ad ascoltarlo”, rimarca Dell’Utri parlando del responsabile del Dipartimento Immigrazione di Forza Italia Milano che scatena spesso le polemiche interne al centrodestra con le sue posizioni.

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Da sessantottino a prof, ora sì che torno a riconoscermi nei giovani

20 October 2026 at 17:43

Sono nato nel 1951 e, dopo molto tempo, mi sento di nuovo giovane. Non «ancora»: di nuovo. Appartengo alla prima generazione per la quale la gioventù diventò un’identità collettiva, non soltanto l’anticamera dell’età adulta. Avevamo la nostra musica, la nostra moda, le nostre letture. Nel 1965 vidi i Beatles, nel ’67 gli Stones. Alla radio c’era Claudio Villa. Volevamo cambiare il mondo dei nostri genitori: tutto e subito. Ci furono cariche della polizia, strategia della tensione e violenza politica. Le conquiste non furono regalate. Le “lotte” contribuirono a ottenere diritti, mentre economia e istruzione aprivano opportunità. L’ascensore sociale funzionava: ci si laureava e si trovava lavoro, ma si poteva migliorare anche senza laurea. Ci dicevano: andate a lavorare, e noi ci andammo. Molti contestatori diventarono proprio quella classe media borghese contro cui avevano protestato, me compreso. Da una famiglia di portuali mi ritrovai professore universitario.

Dopo le conquiste le contestazioni si attenuarono. Subentrò l’edonismo degli anni Ottanta, del successo individuale, della televisione, poi del berlusconismo. Sembrava che i giovani avessero perso ideali e combattività: molti non avevano più bisogno di combattere per migliorare la propria condizione. Le aspirazioni si realizzavano senza rovesciare l’ordine esistente. Quando una società offre opportunità, diminuiscono le ragioni per contestarla. Non valeva per tutti, ma per molti sì. La voglia di scontro trovava sfogo soprattutto nelle tifoserie ultras.

Per decenni ho insegnato all’università, frequentando persone che avevano sempre vent’anni, mentre io invecchiavo. Ho visto cambiare aspettative e idee sul futuro. Non mi riconoscevo nella loro riluttanza alla contestazione. Se da giovani non si vuole cambiare il mondo, deviando dalla norma, si ferma il motore del progresso e ci si adagia. Oggi li ritrovo. Le manifestazioni studentesche (e operaie, non dimentichiamolo) in Italia e in altri paesi europei, i Fridays for Future, le proteste contro il riarmo segnalano una rinnovata aspirazione a un futuro diverso. Non tutti condividono le stesse idee, ma la mobilitazione va oltre gli estremismi. Per motivi diversi i giovani, e non solo, penso a camionisti, agricoltori e pescatori, si sollevano in Francia, Spagna, Albania e Italia.

E le devastazioni di domenica pomeriggio a Milano? Manzoni raccontava già gli assalti ai forni nei Promessi sposi: per la mancanza di pane si distruggevano proprio i forni. Le devastazioni vanno fermate, subito. Ma possono essere anche sintomi di un malessere. Come la febbre: quando sale troppo va abbassata, perché fa danni. Ma senza curarne le cause non si guarisce. Reprimere la violenza è necessario, non sufficiente. Non confondiamo chi saccheggia con chi manifesta per cambiare le cose. Perché le cose non vanno bene, anche se ci raccontano che è tutto a posto.

La mia interpretazione riguarda le possibilità di futuro. Formiamo laureati che emigrano perché non trovano prospettive adeguate in Italia. Lo Stato investe nella loro preparazione e altri paesi ne raccolgono i frutti. Intanto abbiamo bisogno di lavoratori immigrati, spesso malpagati e sfruttati. Ci preoccupiamo della denatalità, ma rendiamo difficile ai giovani conquistare autonomia, casa, lavoro e sicurezza. Chiediamo loro di costruire il futuro senza creare le condizioni per farlo.

E ora la prospettiva bellica. L’Europa, che aveva fatto della transizione ecologica una priorità, mobilita risorse enormi per il riarmo. Ho già scritto del passaggio dal benessere al “guerressere”. La sicurezza è un’esigenza reale e la difesa non coincide necessariamente con la guerra. Ai giovani prospettiamo meno opportunità e più spese militari, magari discutendo di reclutamento nell’esercito come occupazione, e dovremmo stupirci della loro rabbia? Che cosa dovrebbero difendere? Una comunità che investe nel loro avvenire o un sistema che li considera sacrificabili? “Organizzeremo la diserzione!” Erano decenni che non sentivo frasi così.

La mia generazione lottava per conquistare possibilità che non aveva. Quella di oggi si mobilita per non perdere possibilità che genitori e nonni consideravano normali. Non sono le stesse circostanze né gli stessi obiettivi. Ai giovani di allora non era ben presente il tema ambientale, ad esempio. Torna però la consapevolezza che il futuro non viene regalato. E, per questa voglia di un futuro diverso, torno a riconoscermi nei giovani.

Riconoscersi non significa pretendere di guidarli. Noi anziani non abbiamo il diritto di dire ai giovani che cosa debbano volere. A vent’anni non aspettavo indicazioni dagli adulti. Leggevamo Herbert Marcuse, che dava forma teorica alle nostre aspirazioni, ma ripetevamo: “Non fidarti di chi ha più di trent’anni”. Possiamo offrire conoscenze, esperienza, memoria, se ce le chiedono; non sostituirci a loro nel decidere il futuro, anche quando siamo d’accordo. Non considero esaurite le possibilità che mi restano di vedere il futuro. Da pennino, inchiostro e calamaio sono passato alle macchine da scrivere, ai computer. La musica e la fotografia sono diventate digitali, e poi internet, smartphone e intelligenza artificiale. Innovazioni definitive sono state superate. Quel “tutto” è subito cambiato!

Non considero il futuro una porta chiusa: potrei ancora assistere a cambi di paradigma, e sono curioso. Dopo una lunga parentesi, ritrovo giovani che vogliono cambiare il mondo. Una voglia analoga, non omologa, alla nostra: come le ali degli uccelli e quelle degli insetti, che permettono entrambe di volare, ma sono il prodotto di storie evolutive differenti.

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Scontri a Milano, Camporini: “Dietro le violenze l’ombra di una regia russa: ecco perché non è una pista da escludere”

20 October 2026 at 17:42

Militari a Milano, il generale Camporini: “Senza addestramento mandiamo i ragazzi allo sbaraglio”

“Siamo di fronte a un problema molto complesso: i soldati sono addestrati per fare i soldati, non per svolgere attività di polizia o di controllo dell’ordine pubblico”. Così Vincenzo Camporini, generale ed ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Militare e della Difesa, commenta ad Affaritaliani la possibilità di inviare cinquecento militari in più a Milano dopo le proteste degli ultimi giorni. 

Secondo Camporini, prima ancora dell’addestramento, esiste un limite normativo cruciale: “C’è un problema di qualifica giuridica: banalmente, un soldato non può arrestare un dimostrante. Ci deve essere un carabiniere accanto a lui che esegue l’arresto, perché il militare non ha la funzione di polizia giudiziaria. Questo è un tema noto e prima di prendere decisioni del genere una verifica accurata della fattibilità tecnica e giuridica è assolutamente indispensabile”.

Sull’impiego operativo delle forze armate in strada e sull’eventuale preparazione per fronteggiare i disordini, il generale è categorico: “In caso di devastazioni, un soldato deve necessariamente avere lo stesso addestramento di un agente antisommossa, cosa che non si improvvisa nell’arco di 24 ore. Ci deve essere un’attività addestrativa ad hoc che prepara i soldati per questa eventualità: se questo non viene fatto, diciamo pure che stiamo mandando dei ragazzi allo sbaraglio”.

Interpellato sulla sostenibilità dell’Esercito come soluzione per la sicurezza urbana, Camporini evidenzia le distorsioni del sistema e l’elevato numero di forze già a disposizione: “L’Italia è il Paese con uno dei più elevati rapporti tra addetti all’ordine pubblico e popolazione. Se sommiamo Carabinieri, Polizia di Stato, polizia locale, Guardia di Finanza e polizia giudiziaria, abbiamo un rapporto tale per cui un impiego coordinato e ottimale può sicuramente soddisfare qualsiasi esigenza.

Se manca il coordinamento e questa volontà di lavorare insieme non viene sviluppata in modo adeguato, allora si creano dei problemi. Ma prima di ricorrere alle forze armate per compiti che non sono loro — e che sottraggono risorse alle funzioni specifiche dei militari — cerchiamo di utilizzare meglio quello che già abbiamo, ovvero le forze di polizia di qualsiasi tipo”.

Infine, sul richiamo del ministro Crosetto alla «guerra ibrida» e sull’ipotesi di interferenze estere sui fatti di Milano, il generale Camporini conclude: “La concomitanza di questi eventi con quanto accade ed è accaduto in Francia sicuramente qualche sospetto lo fa venire. È tutto troppo contemporaneo e coordinato per avere la garanzia che non ci sia una regia esterna. D’altronde, sono anni che le attività coperte e scoperte della Federazione russa volte a destabilizzare i Paesi dell’Europa occidentale sono palesi: nulla di sorprendente, quindi. Tutto ciò rende necessaria una risposta adeguata e una consapevolezza che purtroppo vedo che in qualche ambiente politico manca”.

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Scontri in Duomo a Milano, in carcere 4 maggiorenni. Il gip: “Preciso progetto di destabilizzazione, alto rischio riaccada”

20 October 2026 at 17:29

Il rischio che “possa accadere di nuovo nel breve termine è altissimo” ed “è in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico”. Sono alcune delle motivazioni con le quali il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, Fabrizio Ficile, ha disposto il carcere per quattro giovani arrestati sabato scorso durante i disordini in centro, mentre per un quinto ragazzo è stato posto ai domiciliari con il braccialetto elettronico. I cinque, tutti maggiorenni, sono accusati – a vario titolo – di devastazione, saccheggio e resistenza pluriaggravata. Per quanto riguarda i minorenni, invece, sono stati collocati in comunità o ai domiciliari gli 11 arrestati: in alcuni casi hanno rigettato la richiesta del carcere avanzata dalla procura.

Secondo il giudice del tribunale ordinario, gli scontri corpo a corpo con le forze dell’ordine in piazza Duomo e l’assalto ai negozi nelle vie del centro potrebbe essere ripetuti: ritiene, infatti, “altissima” la possibilità di un bis, “bastando considerare che il giorno successivo ai fatti, domenica 18 ottobre, si è creata una situazione analoga e che dal giorno successivo si sono diffuse nuove convocazioni via social” dagli account Italia in piazza e Movimento 17 ottobre. Canali, questi ultimi, si legge nell’ordinanza con la quale è stata decisa la detenzione, sui quali “sono in corso indagini” e che puntano a mantenere “un profilo decisamente violento e insurrezionale”. Non solo: si indaga anche, si legge nelle carte, “su quanto ci fosse di programmato in tale degenerazione sin dalla convocazione via social della protesta” e “su se vi fosse una regia organizzativa dietro gli eventi”.

“È importante notare come la ‘creazione’ di una situazione quale quella occorsa sabato 17 e domenica 18 ottobre, funga proprio da ‘detonatore esponenziale della violenza’”, una tentazione che impone come unica misura – a dire del giudice – il carcere, non essendo gli indagati di auto-contenersi di fronte ai propri istinti violenti. Il “battage via social” per convocare altre proteste nei prossimi fine settimana, ad avviso del gip, rende “evidente” che “è in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico, che conta proprio sulla spontanea partecipazione di molti giovani”, i quali “perdono completamente il controllo dei propri impulsi e diventano a propria volta attori violenti e antisociali” trovandosi “in quella situazione di sfogo collettivo di rabbia e violenza”, conclude il giudice.

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“Mi sono preso una vagonata di me**a, ma non ho mai inneggiato alla violenza. È retorico dire ‘tu hai i soldi e non puoi parlare’. Dico quel che ca**o voglio”: Marracash risponde alle polemiche

20 October 2026 at 16:33

Marracash in queste ore, dopo le sue parole sui disordini avvenuti a Milano, ha ricevuto applausi, ma anche diverse critiche da parte di fan, colleghi, amici e anche da Fedez, che ha puntato indirettamente il dito contro i “rapper che poi tornano in prima fila alle sfilate”. Con un post su Instagram Marra ha subito messo le cose in chiaro: “Ok, mi sono preso una vagonata di merda, ci sta, me lo aspettavo. Esporsi vuol dire letteralmente questo, mettere la faccia fuori dal finestrino e prendersela tutta”.

E ancora: “Mi stanno bene i titoli dei quotidiani nazionali e delle paginette che estrapolano due frasi ad effetto per i loro titoloni, ci sta anche questo, fa parte del gioco. Mi stanno bene le centinaia di insulti, commenti sterili e minacce ricevuti in questi giorni, sono la prova provata che i social non sono un luogo idoneo per parlare di politica. E non a caso invece sono il mezzo più usato per farla. Un paio di cose non mi stanno bene però”.

“La prima è che io non ho mai inneggiato alla violenza. – ha dichiarato il rapper – Siamo tutti d’accordo a condannare la violenza, ogni tipo di violenza. Ce ne sono molte forme. Ma quando questa violenza succede, bisogna tarsi delle domande. Cosa porta dei minorenni a mettersi il cappuccio e andare a rischiare di essere presi a manganellate o arrestati in centro? Pur nella follia del gesto sono sintomo di qualcosa. Di un fallimento della nostra società di cui TUTTI siamo responsabili”.

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Trova un cane smarrito per strada e chiede 1.000 euro di riscatto alla proprietaria per restituirglielo: coppia denunciata per tentata estorsione

20 October 2026 at 15:07

Quello che doveva essere un gesto di ordinario senso civico — restituire un animale smarrito alla sua famiglia — si è trasformato in un tentativo di estorsione in piena regola. È accaduto a Milano, nel quartiere Niguarda, dove due giovani hanno preteso mille euro come riscatto per riconsegnare un cane fuggito il giorno precedente. La ferma reazione della proprietaria, che si è rifiutata di assecondare la richiesta e ha allertato le forze dell’ordine, ha permesso alla Polizia Locale di rintracciare i responsabili e riportare a casa l’animale sano e salvo.

La vicenda ha avuto inizio domenica 18 ottobre. Il cane, un esemplare di pastore belga Malinois dal valore commerciale stimato intorno ai 2.000 euro, si trovava a passeggio con il fidanzato della proprietaria. A causa di uno spavento improvviso, l’animale è riuscito a divincolarsi e a fuggire, facendo perdere rapidamente le proprie tracce tra le vie del quartiere. Scattato l’allarme, la proprietaria ha immediatamente avviato le ricerche tappezzando la zona con decine di volantini, inserendo i propri recapiti telefonici nella speranza di ricevere segnalazioni utili da parte dei residenti.

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Proteste e violenze a Milano, il decreto sicurezza si sta smontando: pronti a saltare il fermo preventivo dei minori e i poteri di polizia giudiziaria ai militari. Il confronto con il Colle

20 October 2026 at 14:49

Il fermo preventivo nei confronti di minorenni non dovrebbe entrare nel decreto Sicurezza che alle 17.30 sarà approvato dal Consiglio dei ministri dopo le violenze di Milano del fine settimana. La norma è in bilico e secondo fonti parlamentari al momento non sarebbe nel decreto. Non è chiaro quali siano i motivi per cui il fermo preventivo non dovrebbe entrare nel provvedimento. Secondo fonti parlamentari, però, la limatura sarebbe arrivata dopo il confronto con gli uffici della presidenza della Repubblica. Ma non sarebbe l’unica norma che rischia di saltare: se il fermo preventivo non ci sarà, in forse sono anche quella che trasforma i 500 militari in più per Milano in ufficiali di polizia giudiziaria con poteri di arresto e il controllo sui social network.

La norma sul fermo era stata inserita nel disegno di legge in discussione al Senato e tra quelle che entreranno nel decreto non dovrebbe esserci il fermo preventivo fino a 24 ore anche per i minorenni. La decisione sarebbe stata presa nella mattinata di martedì durante una riunione a Palazzo Chigi da parte degli uffici legislativi dei ministeri interessati.

Secondo una fonte di governo, questa non sarà l’unica limatura del decreto: alla fine ci saranno altre modifiche rispetto alle previsioni iniziali. La norma che trasforma i militari di Strade Sicure in ufficiali di polizia giudiziaria è a rischio perché vedrebbe la contrarietà del ministero dell’Interno secondo cui servirebbe personale formato per trattenimenti e arresti e anche quella del Quirinale. Inoltre, anche il controllo da parte dell’intelligence sul monitoraggio social sarebbe in forse.

Confermate invece tutte le altre misure: punibilità dei minori con misure cautelari, inasprimento delle pene per i reati di devastazione e saccheggiamento, i genitori dovranno pagare per i danni dei figli e procedibilità d’ufficio per i reati di lesioni ai poliziotti. Inoltre viene introdotto un nuovo reato: la partecipazione violenta a manifestazione pubblica.

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Fedez contro i rapper “rivoluzionari” (Marracash in testa): “Bravi ragazzi rompete l’ingranaggio, ma alla fine della giornata il vostro rapper preferito tornerà in prima fila alle sfilate di Louis Vuitton”

20 October 2026 at 14:47

Sabato 17 ottobre il centro di Milano ha vissuto una giornata di scontri. Il corteo “Italia in piazza”, contro il carovita, ha portato migliaia di persone in centro ed è degenerato in violenti scontri con le forze dell’ordine. Le zone più colpite sono state piazza Duomo, corso Vittorio Emanuele, via Dante, via Broletto e San Babila.

Il giorno dopo la situazione si è ripetuta. Centinaia di giovanissimi, molti con il volto coperto, si sono dati appuntamento via social e hanno preso d’assalto le vie dello shopping. A fine weekend si contavano 271 fermati e 32 arrestati. Il sindaco Beppe Sala ha parlato di una città non preparata a episodi simili.

Nei giorni successivi sono arrivati i commenti dal mondo del rap. Marracash ha rivendicato la propria coerenza: ha scritto che le diseguaglianze sociali sono la sua battaglia e che “con le buone non cambi le cose”. Ai fan indignati ha risposto di cambiare artista, perché dice queste cose da sempre. Ha aggiunto che la violenza va condannata, ma che esistono molte forme di violenza, compresa quella subita da una generazione senza prospettive, messa davanti a una vetrina di status symbol che non potrà mai permettersi.

In questo quadro si inserisce il lungo post Instagram di Fedez, pubblicato il 20 ottobre. Il punto di partenza è una constatazione: tanti artisti si sono espressi sulle vandalizzazioni, soprattutto dal rap, con un’opinione che a suo dire è univoca: “bravi ragazzi, rompete l’ingranaggio”.

Fedez non liquida la rabbia dei giovani. Dice di conoscere la parabola tipica del rap, che porta dal niente agli status symbol, perché l’ha vissuta: la frustrazione della casa brutta in periferia, della scuola e del lavoro che non funzionano, dell’impossibilità di comprarsi qualcosa di bello. Capisce quindi perché quella frustrazione si scarichi contro le vetrine del centro, simbolo di ciò che “noi non potevamo e loro non possono avere”.

L’accusa ai colleghi è un’altra: quelle vetrine le riempiono anche gli artisti. Sono loro, scrive, ad aver promosso quell’idea di vita e di successo, tra sfilate, orologi di lusso e viaggi. E aggiunge, con autocritica, di averci messo in vetrina più del lusso.

Da qui l’affondo sulla coerenza. Fedez ricorda chi ora giustifica lo sfondamento delle vetrine ma, alla prima della Scala, si è fatto fotografare con Sala. Quell’addomesticamento lo capisce, perché era opportuno. Capisce meno il sostegno al saccheggio, che oggi è altrettanto opportuno. I manifestanti, dice, non sono “Pokémon da scagliare” per intercettare nuova audience: per questo non riesce ad applaudire a favore di camera.

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Scontri a Milano, la violenza è violenza: basta con il “sì, ma”. Il commento

20 October 2026 at 14:23

Francamente, comincio a essere un po’ stufo. Stufo di quelli che, dopo ogni episodio di violenza, sentono il bisogno di aggiungere qualcosa. «La violenza è sbagliata, ma il caro vita», «condanniamo gli scontri, però le banche», «la devastazione non si giustifica, ma bisogna capire il disagio dei giovani». Basta. La violenza è violenza e non ha bisogno di un «ma» alla fine della frase. Poi ci sono quelli che antepongono alle loro ricostruzioni sociologiche di voler «respingere in toto ogni forma di violenza». Benissimo.

Ma allora la domanda successiva dovrebbe essere una sola: come la fermiamo? Perché se condanni davvero la violenza, devi anche accettare che lo Stato abbia gli strumenti per impedire che qualcuno devasti un negozio, aggredisca una persona, saccheggi un esercizio commerciale o metta in pericolo l’incolumità altrui. Non puoi dire contemporaneamente «la violenza va respinta in ogni sua forma» e poi considerare sospetto, eccessivo o sbagliato ogni strumento con cui lo Stato prova a fermarla. Il caro vita può produrre disagio, impoverimento, frustrazione e rabbia. Le scuole fatiscenti sono un problema grave. Le disuguaglianze vanno affrontate.

Ma chiamare tutto questo «violenza», come si è sentito dire in queste ore, nello stesso momento in cui si parla di qualcuno che sfonda una vetrina, aggredisce una persona o saccheggia un negozio, significa confondere deliberatamente problemi diversi. Da una parte ci sono fenomeni sociali che la politica deve affrontare. Dall’altra ci sono persone che commettono reati e devono essere fermate. Le due cose possono essere discusse insieme, ma non possono diventare l’una l’altra. È proprio quel «però» che ormai diventa insopportabile, perché a forza di aggiungere spiegazioni alla violenza, si finisce per giustificarla.

Prima si ferma chi sta devastando, poi si discute del perché è arrabbiato. Prima si protegge chi viene aggredito, poi si studiano le ragioni sociali dell’aggressività. Non è cinismo, è semplicemente ordine delle cose. Se servono norme più severe, si facciano. È curioso sostenere di voler contrastare la violenza e, nello stesso tempo, essere contrari a qualunque inasprimento delle misure necessarie a farlo (anche con metodi forti come sono forti le forme di violenza). È una contraddizione? O forse è soltanto un modo elegante per strizzare l’occhio al disagio? Esiste poi un metodo, imperfetto ma democratico, per cambiare le cose: organizzarsi, costruire consenso, convincere le persone, prendere voti e andare al governo. Non è sempre rapido e non è sempre soddisfacente, ma è quello il gioco.

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La guerriglia di Milano causata dalla “guerra ibrida”? Salvini scarica Crosetto: “Ho letto di cose strambe, i russi…”

20 October 2026 at 14:16

“Ho letto di cose strambe, i russi…”. Il vicepremier Matteo Salvini risponde così ai cronisti che gli chiedono dell’ipotesi di “una regia” dietro gli scontri del fine settimana a Milano. Uno scenario che era stato evocato nel corso della mattinata di oggi dal ministro della Difesa Guido Crosetto: “I fatti di Milano e di altre parti d’Italia sono il frutto, il punto di arrivo di una cosa che io, inascoltato, richiamo da quattro anni – ha detto il ministro della Difesa intervenendo al Defense Procurement Forum – la guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali, che si chiamano TikTok, che si chiamano social, che si chiamano Youtube, senza che l’Occidente se ne renda conto e in qualche modo reagisca”. Un’ipotesi respinta da Salvini che sottolinea un’altra necessità: “Un patto fra tutti per difendere e proteggere Milano. Anche perché molti di questi vengono da fuori Milano. Ne parlavo con il questore, la polizia ferroviaria li può intercettare a casa loro, quando vengono dalle province, li devi intercettare là e devi controllare le stazioni”.

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Salvini incontra i camionisti a Milano: “Pronti oltre un miliardo di fondi”. Ma con il decreto sicurezza chi ha bloccato le strade rischia la galera: “Chiedo di rimuoverli”

20 October 2026 at 13:05

“Non pretendo di avere la bacchetta magica, ma sboccare oltre un miliardo di risorse è una prima risposta”. Il vicepremier Matteo Salvini commenta così l’esito dell’incontro con i sindacati degli autotrasportatori in prefettura a Milano. E lo fa a margine della cerimonia di posa della prima pietra del nuovo campus del Conservatorio di Milano. “Come si arriverà al 2027? Ci sarà un secondo tavolo dove verificheremo l’avvio dei pagamenti”. E sui blocchi stradali che si sono visti in diverse parti d’Italia nelle scorse settimane che con il decreto sicurezza potrebbero comportare anche il carcere, Salvini commenta così: “Un conto è protestare, un conto è togliere il diritto alla mobilità degli altri. Nel pomeriggio ascolterò anche alcuni sindacati autonomi e a tutti chiederò la rimozione di qualsiasi blocco ancora in corso”.

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Milano brucia, il rap prende la parola (e la piazza si spacca): da Marracash a Kid Yugi, ma anche Sayf, Ghali e Artie 5ive. Tutte le dichiarazioni

20 October 2026 at 13:00

Quando in Italia succede qualcosa di grosso, prima o poi arriva il momento in cui qualcuno chiede: e i rapper? Stavolta la risposta è arrivata in fretta, senza bisogno di sollecitazioni. Sui disordini milanesi del 17 ottobre gli artisti hanno detto la loro dove sono di casa, tra post e stories. A dettare la linea, e a incassare gli applausi più rumorosi e le critiche più feroci, è stato Marracash.

Il rapper della Barona parte da lontano, e lo fa con una frecciata a un certo modo di fare militanza. La protesta da tastiera, dice, non lo ha mai convinto: è “troppo facile, cheap, non costa niente”. Per lui l’impegno si misura sulla distanza, con le scelte, i testi, i concerti.

Poi la sentenza: “Con le buone non cambi le cose. Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio (…) Chi mi conosce sa bene da che parte sto. Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita”.

Marracash si guarda indietro e rivendica di aver anticipato tutto: “Un anno fa da un palco dicevo che il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il proprio”. Due anni fa, ricorda, aveva già dato alle stampe un album dal titolo che non lasciava dubbi, “È finita la pace”.

Il rapper poi ha risposto alle critiche: “Io dico queste cose da sempre, dalle prime canzoni. Cambiate artista». Lui la violenza la condanna, assicura, ma allarga il campo: c’è quella di “quando la polizia manganella gli studenti, quando ci sono i caschi senza numero di matricola, lo scudo penale”. E c’è quella che pesa su una generazione “senza futuro, che studia per niente, distrutta dagli psicofarmaci, messa ai margini davanti a una vetrina di status symbol che non avrà mai”. Il verdetto finale è una frase sola: “Esistono molte forme di violenza“.

A mettere un like sono stati Guè, Sayf e Artie 5ive. Tra chi ha lasciato un commento di sostegno c’è anche l’eurodeputata Ilaria Salis.

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La paura corre nelle chat: “Vogliono incendiare le università e stuprare le ragazze”. Ma è psicosi da fake news

20 October 2026 at 12:59

Messaggi di pochissime battute – “Vogliono incendiare la Iulm e la Bocconi” -, inviati per la prima volta da un utente sconosciuto e rilanciate da centinaia di profili, che diffondono paura nelle chat degli studenti. Dopo le violenze e gli scontri di sabato a Milano, il timore di nuove devastazioni si è trasformato in un’ondata di allarmi che ha raggiunto con precisione capillare università, scuole e famiglie di diverse città italiane. Con un meccanismo ricorrente: segnalazioni difficili da verificare, inviti a fuggire in caso di incontri sospetti e richieste di inoltrare immediatamente i messaggi ad amici e parenti.

Gli screenshot condivisi su X mostrano conversazioni WhatsApp nelle quali si parla di presunti piani per incendiare gli atenei privati, aggredire sessualmente le studentesse e compiere altre violenze. “Vogliono incendiare università private, parlatene in segreteria per filtrare la gente che entra”, si legge in uno dei messaggi. In un altro compare la frase “uccidiamo i futuri rich“, i futuri ricchi. Contenuti che hanno spinto alcuni studenti a chiedere informazioni alle segreterie universitarie e altri a restare a casa per paura di essere coinvolti in eventuali disordini. Al momento, tuttavia, non è stata accertata l’attendibilità delle minacce né è chiaro chi abbia diffuso i messaggi.

L’allarme non riguarda soltanto Milano. A Pavia i carabinieri hanno intensificato i controlli alla stazione ferroviaria, all’autostazione e nei principali istituti scolastici, in linea con le direttive del prefetto Francesca De Carlini e con le strategie concordate nel comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Alla centrale operativa sono arrivate numerose telefonate di genitori preoccupati per le chat che annunciavano possibili azioni violente in città. “Fortunatamente gli allarmi si sono dimostrati tutti infondati – sottolinea una nota dei carabinieri -; le pattuglie dell’Arma hanno perlustrato tutte le zone di maggior interesse, senza rilevare alcuna violenza o turbamento dell’ordine pubblico. I servizi continueranno anche nei prossimi giorni, ponendo massima attenzione alle fasce più giovani della popolazione”.

A Cremona, invece, l’effetto dei messaggi si è visto soprattutto nelle strade e nelle scuole. Nonostante il dispiegamento delle forze dell’ordine, con presidi davanti agli istituti, alla stazione e nel centro storico, la città si è svegliata con numerose assenze scolastiche e un centro insolitamente deserto. Le vetrine di alcuni negozi erano protette da pannelli di compensato. La paura era stata alimentata da appelli comparsi sui social che annunciavano una manifestazione violenta sul modello degli scontri milanesi, evento che non ha avuto luogo. La polizia sta esaminando le chat che hanno provocato il panico e prende corpo l’ipotesi che si tratti di messaggi falsi diffusi deliberatamente per generare allarme.

Situazione simile a Ravenna, dove negli istituti superiori si è registrata un’affluenza ridotta dopo la circolazione di messaggi che preannunciavano devastazioni e stupri. Diversi genitori hanno preferito tenere i figli a casa oppure accompagnarli in automobile, evitando i mezzi pubblici. Le forze dell’ordine hanno rafforzato la vigilanza davanti alle scuole: in particolare, davanti all’istituto Olivetti-Callegari è stato predisposto un punto di ordine pubblico.

In Veneto sui social e nelle chat di alcuni istituti superiori sono circolati messaggi che inviterebbero le studentesse a non recarsi a scuola per il rischio di aggressioni sessuali organizzate. ”Che si tratti di una minaccia concreta o di una provocazione, siamo davanti a un fatto di estrema gravità con ragazze terrorizzate e famiglie gettate nell’angoscia”, ha commentato il presidente della Regione Alberto Stefani.

C’è anche qualcuno che tenta di correre ai ripari e ridimensionare l’allarme: “Recentemente stanno girando delle immagini e delle notizie che parlano di violenza organizzata, di stupri e pestaggi di massa – premette un utente – Questa tecnica è una classica strategia di propaganda della destra, nota come fearmongering, che serve a creare un’atmosfera di paura nella popolazione. La tensione e la preoccupazione sono dei fattori che portano le persone a credere che ci sia un crescente bisogno di forze dell’ordine ad ogni angolo, desiderio della destra. Alcuni di questi messaggi sono già stati provati falsi, tra cui i nomi elencati delle persone da picchiare, e presto anche gli altri si riveleranno tali. Ciò non significa che non bisogna stare attenti, ma è necessario non lasciarsi prendere dal panico e non assecondare queste riprovevoli tecniche di manipolazione delle masse“.

A Milano, intanto, il tam tam digitale ha alimentato scenari sempre più estremi. Nelle chat sono circolati avvertimenti su presunti gruppi neofascisti pronti a setacciare zone del centro come Cadorna, Duomo, CityLife, Navigli e Brera per “cacciare gli stranieri“. Altri messaggi annunciavano controlli e profilazioni razziali sui mezzi pubblici, attribuendo ad autorità e istituzioni comunicazioni che sarebbero state elaborate con l’intelligenza artificiale. Università, banche e musei venivano indicati come possibili obiettivi. A rendere più credibili gli allarmi contribuivano racconti di presunte aggressioni, spesso riferiti da persone che dichiaravano di aver ricevuto informazioni da conoscenti, e video di violenze già avvenute nei giorni scorsi, riproposti come se documentassero fatti in corso.

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Giuseppe Tiani (Siap): “Militari con poteri di polizia? No a questa torsione autoritaria. Sarebbe gravissimo”

20 October 2026 at 12:32

“Non condividiamo l’intento del governo di portare poteri di polizia giudiziaria ai militari. Questo provvedimento di cui si discuterà oggi lo riteniamo una torsione autoritaria della gestione dell’ordine pubblico”. A parlare è Giuseppe Tiani, segretario generale del Siap in audizione alla Commissione Affari Costituzionali del Senato su quanto accaduto nell’ultimo weekend a Milano, tra proteste, violenze e disordini, con diversi negozi saccheggiati. “A Milano e non solo, si è fatta guerriglia urbana, minimizzarla significa confondere la violenza dal dissenso. Non condividiamo l’impiego dei militari nell’ordine pubblico né l’ipotesi di attribuire loro funzioni di polizia giudiziaria. I poteri che incidono sulle libertà fondamentali dei cittadini richiedono formazione specifica, esperienza e organizzazione degli uffici“, ha proseguito Tiani dopo aver consultato la segretaria nazionale del sindacato.

Siani ha poi battuto ancora sull’idea di dare ai militari le stesse funzioni degli organi di Polizia, come anche ribadito ieri sera dal ministro della Difesa, Guido Crosetto. “Trasferire i poteri delle autorità di pubblica sicurezza alle forze armate sarebbe gravissimo, e il governo si assumerebbe la responsabilità di una torsione autoritaria e securitaria del nostro sistema democratico di gestione dell’ordine e sicurezza pubblica. Abbiamo l’impressione che questo indirizzo sia condizionato dalle affermazioni e dalla campagna dell’estrema destra sul delicato tema, se così fosse, lo contrasteremo con tutti i mezzi consentiti dalla legge“.

Per Tiani, “prima di finanziare ulteriormente l’impiego dei militari, il governo trovi i 117 milioni di euro per gli straordinari svolti dai poliziotti nel 2025 e ancora non pagati, nonostante i risparmi degli ultimi tre anni sullo straordinario ordinario dovuti alle carenze di organico. E stanzi i 25 milioni necessari per gli alloggi dei poliziotti in mobilità e missione, tuttora privi di finanziamento”, ha tuonato il segretario generale del Siap, che ha poi ribadito che quelle dello scorso weekend non possono etichettarsi come “manifestazioni“, ma una “guerriglia spontanea organizzata attraverso i social. Ho elementi per affermare che c’è un collante tra diversi focolai di protesta. Si uniscono frange violente di materie diverse. Il collante è stata la violenza”.

Infine Siani ha aggiunto: “Sabato a Milano non c’era una manifestazione ma ci siamo trovati di fronte a una guerriglia con sciami di persone disorganizzati. Nonostante ciò li abbiamo fermati. Il fermo preventivo ha funzionato: ne abbiamo fatti 174 in poche ore“. Poi spiega: “Noi siamo venuti a conoscenza in tarda mattinata, attraverso canali social, che gruppi di ragazzi si stavano organizzando dandosi appuntamento in piazza Duomo. Questore e prefetto si sono organizzati, sono arrivati 400 uomini da fuori”.

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Le proteste francesi e i saccheggi di Milano: cosa hanno in comune e quale svolta potrebbe arrivare

20 October 2026 at 12:21

Quanto è accaduto in questi giorni a Milano mette l’Italia di fronte a riflessioni importanti, che potrebbero annunciare delle novità per i prossimi anni. Gruppi di giovani, in molti casi minorenni, si assembrano coprendosi il volto per saccheggiare negozi, per lo più grandi catene della distribuzione tecnologica, del vestiario o di articoli sportivi.

Il primo elemento che colpisce è il carattere di fatto transnazionale dell’appello alle mobilitazioni, circostanza quasi senza precedenti. Sugli account social italiani compaiono riferimenti espliciti alla Francia, ed è comune la corrispondenza con manifestazioni studentesche o contro il carovita. In queste mobilitazioni, alla presenza in Italia di cori in francese (“Tout le monde déteste la police!”, ovvero: tutti odiano la polizia) corrispondono quelli in italiano intonati in tutte le piazze francesi (“Siamo tutti antifascisti!”). Contrariamente a quanto dichiarato in questi giorni da rappresentanti istituzionali, partiti e sindacati di polizia, non soltanto le manifestazioni pacifiche ma anche quelle dirette contro i negozi o la polizia sono azioni collettive dotate di una loro politicità. Quando formulate in maniera organizzata, e quand’anche illegali, tanto la rivendicazione dell’accesso immediato a beni che sarebbero acquistabili regolarmente con un reddito più alto quanto l’ostilità alle forze dell’ordine costituiscono potenziali vettori politici di mobilitazione sociale.

Accanto a questi elementi se ne possono ipotizzare altri: la percezione di una discriminazione sistemica fondata su linee di frattura connesse al colore della pelle e alle procedure di accesso a diritti e cittadinanza; quella di una stigmatizzazione pubblica di gruppi linguistici, nazionali e religiosi (ai quali in molti casi, anche se non in tutti, si appartiene); le violenze di cui viene accusata la polizia; quella che viene giudicata come una reticenza sulla storia coloniale nella comunicazione pubblica, nella politica e negli istituti di formazione; la distruzione della Palestina ad opera di un alleato dell’Unione Europea.

Questi elementi, che sono presenti da anni nel linguaggio di molti studenti e adolescenti, non fanno pensare a soggettività mosse da una puntualmente teorizzata irrazionalità; né il fatto che delle persone si approprino “egoisticamente” di beni durante una rivolta ha mai significato, nella storia, che non coltivassero rappresentazioni del mondo e non agissero in ottemperanza a valori, magari in parte distanti da quelli di chi esprime la loro condanna.

Un ulteriore elemento che sta emergendo è il rapporto con i gruppi politici organizzati, che sembra cambiare. Nonostante la politicità di queste azioni collettive, esse appaiono almeno in parte organizzate in modo esterno rispetto ai circuiti strutturati tradizionali, ossia i collettivi autonomi, anarchici o similari, o gruppi organizzati del tifo sportivo. Non si deve interpretare questa circostanza necessariamente come espressione di una distanza politica o ostilità. Possono esistere molteplici forme di contatto, fino all’amicizia tra questi due mondi. Ciò che sembra trasparire è semmai una tendenziale autonomia organizzativa e dei codici di comunicazione e azione degli uni rispetto agli altri.

Tale autonomia può costituire una novità importante per l’Italia, dove la sinistra sociale radicale è sempre stata caratterizzata da un ceto politico frammentato ma ben presente e strutturato, puntualmente in grado di porre sotto il proprio controllo l’accesso a pratiche illegali di piazza, per lo più, anche se è poco noto, per disinnescarle. Benché i centri sociali siano considerati da gran parte dell’opinione pubblica e dalla destra come fucine di illegalità e violenza, la tendenza prevalente in essi, dalla metà degli anni Novanta, è stata quella di scongiurare sistematicamente lo scontro con gli apparati di sicurezza, per non parlare delle attività di danneggiamento urbano o saccheggio.

I disordini dello scorso gennaio a Torino dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna dimostrano che vi sono eccezioni, ma confermano anche la diversità – che non significa incompatibilità – tra quel tipo di rapporto con l’ordine pubblico e quello milanese degli ultimi giorni. Nel primo caso un “fronte” piuttosto compatto di manifestanti si contrappose alle forze dell’ordine con il difficile obiettivo di raggiungere un luogo politicamente connotato, secondo una logica di concentrazione simbolica a difesa di un’eredità politica. Nel secondo aggregazioni variabili non disdegnano il confronto con la polizia, ma lo associano a quella che sembrano comprendere come la riappropriazione contingente ma metodica di una ricchezza che sarebbe stata loro ingiustamente sottratta, lasciando prevalere una logica decentrata e una stratificazione delle rivendicazioni in parte implicita.

Questi caratteri ci riportano alla transnazionalità seminale ma decisiva di questi eventi. Quello appena descritto è il modo in cui i processi di mobilitazione francesi sono evoluti in questo secolo: frequente compresenza di manifestazioni pacifiche, resistenza collettiva alle forze dell’ordine e dispersione urbana di gruppi interessati ad eludere gli spostamenti tanto dei cortei quanto della polizia al fine di porre in essere comportamenti banditi dalla legge, e trattare tanto la distribuzione commerciale quanto una parte del decoro urbano come espressioni di una violenza sociale, coloniale e di classe percepita come infinitamente più grande e letale, sistematica e strutturale.

Ciò che mi ha colpito partecipando alle manifestazioni parigine di questi giorni è quanto poco i manifestanti che non hanno preso parte ai disordini sembrassero trovare urgente esprimere una condanna dei saccheggi dei supermercati. Ho visto folle di giovani (e meno) applaudire queste iniziative o ridere di esse, talvolta proferendo commenti sorprendenti. Una signora sulla sessantina ha detto: “La polizia picchia e mutila ragazzini in tutta la Francia, e ancora pensano di dare lezioni di diritti umani ad altri paesi. Io non dimentico cosa accadde qui il 17 ottobre del 1961” (centinaia di manifestanti pacifici per l’indipendenza dell’Algeria furono uccisi e gettati nella Senna).

I movimenti sono anche terreno di condensazione e trasmissione di memorie che le istituzioni pubbliche faticano a prendere adeguatamente in considerazione. Sul piano etico-politico emergono per questo da profonde faglie accumulate intorno alla comprensione di cosa e chi sia “morale”. Il fatto che governi che armano le istituzioni che stanno commettendo un genocidio in Palestina parlino di “violenza” appare spregevole o ridicolo a una parte consistente dell’opinione pubblica, soprattutto giovane e non soltanto di sinistra. Gaza ha a che fare con le proteste anche in questo senso, scavando un fossato nella percezione sociale della legittimità presso strati importanti delle popolazioni europee, non bianche ma anche bianche.

L’Italia è un paese diverso dalla Francia; ma le perturbazioni di Milano e la corrispondenza d’intenti con il movimento francese potrebbero annunciare mutamenti significativi per il nostro futuro.

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Scontri in Centrale dopo il corteo pro-Pal, prosciolti due studenti minorenni: reati estinti dopo la messa alla prova

20 October 2026 at 11:02

Sono stati prosciolti dalle accuse di resistenza aggravata e danneggiamento i due studenti che, a 17 anni, erano stati arrestati il 22 settembre 2025 per gli scontri alla stazione Centrale di Milano, al termine di un corteo pro-Pal per Gaza. La decisione è arrivata nei giorni scorsi dal Tribunale per i minorenni, che ha dichiarato estinti i reati dopo l’esito positivo della messa alla prova, un percorso della durata di nove mesi che ha consentito di arrivare al proscioglimento.

La sentenza è stata emessa l’8 ottobre, sulla base delle relazioni positive relative al percorso svolto dai due giovani. Ammessi alla messa alla prova a gennaio, su richiesta dei loro legali, gli avvocati Mirko Mazzali e Guido Guella, i ragazzi hanno seguito un programma che comprendeva lavori socialmente utili, colloqui con gli assistenti sociali e un corso di mediazione penale promosso dal Comune e organizzato dal professore e criminologo Adolfo Ceretti. Il processo abbreviato era stato sospeso durante lo svolgimento del percorso, valutato positivamente dal Tribunale.

La decisione chiude così il procedimento nei confronti dei due studenti, che frequentavano lo stesso liceo e che, dopo l’arresto, erano stati sottoposti alla misura dell’obbligo di permanenza in casa. Già il 9 ottobre 2025, il Tribunale per i minorenni aveva infatti accolto i ricorsi dei difensori, revocando la misura cautelare disposta dal gip e sostituendola con alcune prescrizioni.

I giudici del Riesame avevano ritenuto “sproporzionato” l’obbligo di permanenza in casa rispetto al rischio di reiterazione del reato. Per i due ragazzi erano quindi rimasti gli obblighi di frequentare regolarmente la scuola, seguire un percorso psicologico e psicoterapeutico e partecipare a uno o più incontri di educazione alla legalità.

Anche sul fronte amministrativo i provvedimenti adottati nei loro confronti erano stati sospesi. Il 19 gennaio il Tar della Lombardia aveva infatti sospeso i cosiddetti daspo urbani notificati ad alcuni dei giovani arrestati dopo gli scontri, tra cui i due studenti. I divieti prevedevano, per due anni, l’impossibilità di stazionare nelle vicinanze di ristoranti, bar, pizzerie, gelaterie, pasticcerie e altri locali in diverse zone di Milano e, per un anno, di accedere o avvicinarsi alla stazione Centrale, ai treni, alla metropolitana e alle aree limitrofe.

La vicenda giudiziaria legata agli scontri del 22 settembre 2025, quando al termine del corteo pacifico pro-Pal era stato tentato l’assalto per occupare i binari della stazione Centrale, resta però aperta per altri indagati e imputati. Per due studentesse universitarie di 21 anni, arrestate quel giorno e successivamente sottoposte all’obbligo di firma, il processo per resistenza e danneggiamento è ancora in corso davanti al Tribunale di Milano.

Nel corso delle indagini coordinate dalla pm Francesca Crupi e condotte dalla Digos, sono state inoltre disposte diverse misure cautelari. A marzo erano state emesse otto misure, tra obblighi di firma e di dimora, dopo gli interrogatori preventivi davanti alla gip Giulia D’Antoni. Altri sei giovani erano già stati destinatari di provvedimenti analoghi nell’ambito del procedimento per resistenza aggravata. A maggio, infine, sette persone erano finite agli arresti domiciliari, mentre per altre tre erano stati disposti l’obbligo di dimora e quello di presentazione alla polizia giudiziaria.

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I prodotti rubati nelle boutique di lusso durante le proteste in Francia finiscono su Vinted ed eBay: cosmetici a 10 euro, capi ancora con l’antitaccheggio e annunci con scritto “rubato durante le proteste”

20 October 2026 at 10:11

Le immagini hanno fatto il giro del web in una manciata di ore durante il drammatico fine settimana di proteste: un gruppo di manifestanti — stretti in felpe nere, con il cappuccio issato e il volto celato dai passamontagna — che assalta a colpi di transenne una scintillante boutique di Celine nel cuore di Parigi, per poi uscirne stringendo al petto e abbracciando dozzine di borse e beni di lusso. Una scena di brutale foga predatoria che oggi, a pochi giorni di distanza, trova la sua naturale e illecita evoluzione digitale.

Parte di quel bottino milionario è infatti già riemerso sulle bacheche delle principali piattaforme di compravendita second hand. Rintracciarlo non è certo un’impresa da poco: la merce saccheggiata annega nel mare magnum dell’immenso mercato di prodotti disponibili online, mescolandosi sapientemente con i cosiddetti dupe — le imitazioni e i falsi immessi in rete da truffatori seriali pronti a sfruttare l’onda mediatica per ingannare chi va a caccia dell’originale a prezzo di saldo. Eppure, dietro l’apparente brivido dell’affare digitale a basso costo, si nasconde un fatto ineludibile che non bisogna mai dimenticare: vendere o acquistare questi articoli significa alimentare e rispondere in prima persona dei reati penali di furto e ricettazione.

Di fronte a una simile ondata di ricettazione alla luce del sole, la ministra per il Digitale francese, Anne Le Henanff, ha convocato d’urgenza i rappresentanti di Vinted, Amazon, eBay, Leboncoin, Meta e TikTok. “Gli oggetti rubati durante questo fine settimana vengono offerti in vendita su alcune piattaforme“, ha tuonato la ministra. “Ci aspettiamo che rimuovano gli annunci in questione senza indugio. Sarà inoltre richiesto loro di collaborare strettamente con le autorità statali affinché coloro che rivendono beni rubati possano essere perseguiti”.

L’assalto ai simboli della ricchezza: “Spazzati via anni di lavoro”

A sei mesi dalle elezioni per la successione a Emmanuel Macron, la Francia è stata scossa da una delle ondate di violenza urbana più devastanti degli ultimi anni. Nati per denunciare il carovita e il declino dei servizi pubblici, i cortei del 17 ottobre si sono trasformati in una guerriglia che ha terrorizzato il Paese, lasciando sul campo un morto per arresto cardiaco, mille agenti feriti e 2.400 arrestati.

A pagare il prezzo più alto è stato il settore del commercio e del lusso. Le autorità segnalano danni a quasi 3.000 attività. Solo a Parigi, come sottolineato da Dominique Restino della Camera di Commercio, sono stati vandalizzati tra i 300 e i 400 negozi. Nella blindatissima Place Vendôme, la porta di una boutique Dior è stata sfondata, mentre le vetrine di Rolex, Louis Vuitton, Ralph Lauren e Gucci sono andate in frantumi. A Marsiglia, i ladri hanno completamente ripulito i negozi di Hermès e Louis Vuitton, oltre allo store ufficiale della squadra di calcio dell’Olympique. La furia si è abbattuta anche su 50 supermercati Carrefour (20 dei quali saccheggiati), 20 filiali Sephora, negozi Apple, concessionari Tesla e piccole attività indipendenti, come un negozio di riparazione smartphone il cui proprietario è rimasto intrappolato e terrorizzato per quindici minuti mentre un centinaio di giovani cercava di sfondare la vetrina.

Le perdite assicurate minacciano di superare gli 1,2 miliardi di euro, scatenando le preoccupazioni degli investitori internazionali verso un governo già fragile e alle prese con l’approvazione di una cruciale manovra di bilancio. Il dramma umano ed economico è stato condensato nelle parole di Thierry Guibert, CEO di Lacoste, in un post su Instagram: “Quando i nostri negozi Lacoste e Aigle vengono saccheggiati, come tante altre aziende in tutta la Francia, non sono solo le vetrine a essere distrutte. Sono i posti di lavoro, anni di lavoro, le competenze e l’impegno di migliaia di donne e uomini a essere messi a repentaglio. Come leader, non posso sopportare di vedere distrutto in questo modo ciò che abbiamo collettivamente costruito”. La situazione è così grave che il Primo Ministro Sebastien Lecornu ha dovuto annunciare l’immediata attivazione della cassa integrazione per le attività devastate.

Il discount illegale su Vinted ed eBay: sfrontatezza senza limiti

Il cortocircuito più inquietante, tuttavia, si è consumato nelle ore successive, quando i saccheggiatori hanno iniziato a monetizzare il caos. Sulle bacheche di app come Vinted (gigante lituano del second hand valutato 8 miliardi di euro) sono spuntati sfacciatamente i frutti delle razzie. L’arroganza criminale ha raggiunto livelli inauditi: molti articoli di moda, come maglie da calcio e scarpe di lusso, sono stati fotografati e messi in vendita con le placche antitaccheggio ancora attaccate. In alcune inserzioni, un maglione veniva candidamente descritto come “rubato durante le proteste”, mentre altri venditori indicavano la data del “17 ottobre” o la provenienza esatta da una “protesta a Lione”.

I prezzi, ovviamente, erano stracciati: borse traboccanti di cosmetici Sephora offerte a 10 euro, lotti di sei lucidalabbra (dal valore di 78 euro) piazzati a 15 euro, profumi Christian Dior a 250 euro. L’ondata anomala ha riguardato anche il collezionismo e lo sport: su Vinted sono apparse centinaia di carte Pokémon sottratte al negozio “Le Coin des Barons” di Lille (con i codici a barre originali), mentre su eBay è stato messo all’asta per 1.250 euro il trofeo d’argento StarLadder, rubato alla sede parigina del club di e-sport Team Vitality, fotografato contro un muro imbrattato e intitolato sfacciatamente “STOLEN RARE VITALITY CS2 TROPHÉE”.

La stretta del governo e l’ombra sulle piazze italiane

Le piattaforme hanno assicurato massima allerta, consapevoli che i microchip integrati e i numeri di serie dei beni di lusso faciliteranno il tracciamento della merce. Un portavoce di Vinted ha garantito al Daily Mail: “La vendita di beni rubati, o la loro richiesta, è severamente vietata su Vinted, e abbiamo una tolleranza zero al riguardo. Da questo fine settimana, i nostri team hanno agito immediatamente per identificare e rimuovere gli annunci legati ai saccheggi […]. Quando le nostre regole vengono violate, agiamo contro gli account coinvolti, fino a bandirli permanentemente”. Sulla stessa linea eBay, che ha confermato l’impiego di “strumenti tecnologici proattivi” per bloccare l’attività criminale. Ma il problema non è confinato Oltralpe, perché l’Italia, e in particolar modo Milano (che insieme a Francia e Regno Unito rappresenta uno dei mercati principali di Vinted), ha vissuto nel weekend le stesse identiche scene di guerriglia: vetrine infrante, cariche della polizia e assalti alle vie dello shopping. È perciò altamente probabile, se non già una silente realtà operativa, che anche i beni trafugati dai negozi meneghini stiano finendo sulle medesime piattaforme di rivendita per essere monetizzati in fretta.

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“Intrappolato in mezzo al saccheggio di Milano con mio figlio di 5 anni mentre andavamo alla messa per papà Philippe Daverio. C’era un’eccitazione collettiva, oltre a provocare il caos pensavano a immortalarlo”

20 October 2026 at 08:50

“Una nebbia di guerra avvolgeva la piazza. Fumo, oggetti lanciati, bidoni, biciclette e monopattini utilizzati come improvvisati strumenti di devastazione. Ho assistito a scene che mi sono parse di festoso saccheggio”. Inizia con questa cruda istantanea il racconto di Sebastiano Daverio, figlio del critico d’arte Philippe Daverio, che sabato scorso si è ritrovato fisicamente intrappolato nei disordini scoppiati a Milano. La sua testimonianza, pubblicata nella rubrica “Noi cittadini” del “Corriere della Sera”, ricostruisce lucidamente la cronaca di un pomeriggio di ordinaria follia vissuto insieme al figlio di cinque anni, mentre si recavano alla Basilica di Sant’Alessandro per una messa in ricordo del padre, nel giorno in cui avrebbe compiuto gli anni.

L’impatto con la guerriglia urbana è avvenuto nei sotterranei della metropolitana. “Scesi dal metrò, abbiamo trovato una foschia densa, un odore acre, l’aria che diventava difficile da respirare”, spiega Daverio al Corriere, ricordando i colpi di tosse del bambino. Nel tentativo di trovare un’uscita agibile e libera dai fumi tossici, ha incrociato i responsabili dei disordini: “Salendo le scale ho incrociato diversi giovani, che tra di loro non parlavano in italiano, che tra risate e una certa eccitazione si preparavano a coprirsi il volto con dei passamontagna”.

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Scontri a Milano, Cacciari a La7: “Finiamola di fare le anime belle, ci sono milioni di giovani esasperati. La protesta è fisiologica”

20 October 2026 at 08:36

“Ma c’è qualcuno che vede i telegiornali, anche esteri, qualche volta? A Parigi da mesi avvengono questi scontri. C’è una situazione di emergenza anche in Francia, e in Spagna. È una crisi europea. Ma vogliamo finalmente comprendere le cause delle cose? E questo vale per la Palestina e Israele, per l’Ucraina e la Russia. Ma in questo Paese vogliamo finalmente ragionare?”. Sono le parole di Massimo Cacciari, ospite di Otto e mezzo, su La7, mentre imperversa il dibattito sugli scontri che nel fine settimana hanno investito Milano. Il filosofo non cerca attenuanti per chi ha devastato negozi e aggredito le forze dell’ordine, ma contesta l’idea che la questione possa esaurirsi nella condanna dei tumulti e nell’annuncio di nuove misure di sicurezza, perché dietro le vetrine infrante c’è una crisi sociale e generazionale che attraversa l’Europa e che la politica sembra ormai incapace persino di riconoscere.

A finire nel mirino dell’ex sindaco di Venezia è la risposta securitaria del governo Meloni agli episodi che hanno richiamato le rivolte dei casseurs francesi: “Non capiamo le ragioni per cui ci sono queste proteste di massa che coinvolgono milioni di persone. Tra questi milioni di persone ci sono anche dieci sciagurati che portano acqua alla destra, sfasciando le vetrine. Ma sono milioni di giovani esasperati e, quando non sono esasperati perché non funziona la scuola, lo sono perché hanno lavori precari e sottopagati. C’è una crisi generale europea, una crisi tra generazioni. E noi presumiamo di risolvere le questioni con decreti sull’ordine pubblico: ma siamo fuori di senno. Semplicemente fuori di senno”.
Il giudizio di Cacciari sulla classe dirigente europea è impietoso: “Ormai non capisce più niente. Questa è la verità, non capisce più niente, è nel pallone totale”.

La conduttrice Lilli Gruber solleva un’obiezione che riguarda il rapporto tra la condanna delle violenze e la ricerca delle loro cause: “Si condanna e poi si aggiunge ‘però’”.
“Ma ‘però’ per niente, io parlo delle cause – replica Cacciari – Condanno Putin, ma voglio capire le cause per cui c’è una guerra tra Russia e l’Ucraina. Oppure, se io voglio capire qualcosa, ciò significa che giustifico? Ma siamo pazzi? Il fatto che io voglia ragionare e capire le cose significa che lo giustifico?”.
Il filosofo ricorda che la protesta è una conseguenza prevedibile delle tensioni sociali, anche se questo non rende accettabili le devastazioni: “Questa protesta è fisiologica. Ora, non deve necessariamente esprimersi come si è espressa, ma finiamola di fare le anime belle, pietà di me. Nelle situazioni di grande tensione politica e di grandi contraddizioni, lacerazioni e disuguaglianze come quelle che viviamo c’è sempre stata anche la violenza”.

Gruber richiama allora la posizione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha espresso massima solidarietà alle forze dell’ordine. Cacciari ribadisce: “Ma certo, anch’io esprimo massima solidarietà, ma finiamola di fare le anime belle, pietà di me”. Il filosofo menziona il principio della forza legittima dello Stato, che ha il compito di difendere i cittadini e perseguire chi commette reati. Ma proprio l’esistenza di questo potere presuppone che la politica conosca la natura dei conflitti che è chiamata a governare: “Perché c’è la violenza legittima dello Stato? Perché dall’altra parte, in una forma o nell’altra, lo Stato, il politico intelligente sa che in situazioni di grande contraddizione e lacerazione momenti di violenza sono fisiologici. Smettiamola di fare le retoriche e le anime belle, pietà di me”.

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Teatro alla Scala, oggi lo sciopero dei lavoratori alla prima del Faust: “Per garantire l’eccellenza bisogna retribuirla adeguatamente”

20 October 2026 at 07:07

Oggi i lavoratori del Teatro alla Scala incroceranno le braccia in occasione della prima del Faust di Charles Gounod. Dopo il fallimento delle trattative con la direzione, i sindacati hanno confermato lo sciopero per l’intera giornata, mettendo a rischio uno degli appuntamenti più attesi della stagione. Al centro della vertenza c’è il rinnovo del contratto: i dipendenti chiedono di recuperare il potere d’acquisto perso negli ultimi anni, mentre il confronto con la direzione si è arenato sulle risorse da destinare agli aumenti. “Il lavoro va riconosciuto, altrimenti rischiamo di perderlo“, dice a ilfattoquotidiano.it Alberto Rota, corista della Scala dal 1997. “È un’eccellenza internazionale, ma non viene valorizzata abbastanza sul piano economico”. La mobilitazione è stata votata il 12 ottobre da un’assemblea alla quale hanno partecipato oltre 450 lavoratori: un solo voto contrario e quattro astensioni.

Una convergenza ampia, che riunisce orchestra, coro, ballo, tecnici, maestranze e personale amministrativo. Per Paolo Puglisi, della Slc-Cgil, il problema è semplice: “Non chiediamo neanche un euro di aumento. Chiediamo di difendere i salari dall’inflazione“. La piattaforma sindacale prevede un incremento del 15% della retribuzione annua lorda, per recuperare almeno in parte quanto perso negli ultimi anni, e un meccanismo di adeguamento futuro legato all’indice dei prezzi. Il contratto precedente, spiega Puglisi, era stato rinviato durante la pandemia, quando la chiusura del teatro aveva fatto crollare gli incassi della biglietteria. Il rinnovo successivo aveva previsto un recupero del 5%, mentre l’inflazione continuava a correre.

Secondo i calcoli sindacali, negli ultimi anni il costo della vita ha eroso tra il 23 e il 24% del potere d’acquisto dei dipendenti. La richiesta è quindi di recuperare la differenza, con un aumento del 15% dal primo gennaio 2027 e adeguamenti successivi collegati all’inflazione rilevata dall’Istat. “Abbiamo rinviato il contratto perché eravamo in una situazione economica disperata”, ricostruisce Rota. “Ma adesso ci troviamo con uno stipendio che non è misero, che però viene eroso dall’inflazione che galoppa”. Il problema, per il corista, non riguarda soltanto la busta paga. È il riconoscimento di un lavoro che richiede preparazione, disponibilità e un impegno quotidiano, spesso serale e nei fine settimana. “Chi vuole studiare musica, diventare scenografo o tecnico di palcoscenico pensa alla Scala come a un punto d’arrivo. È un’aspirazione che va riconosciuta anche economicamente”.

Francesco Lattuada, violista dell’orchestra, lavora alla Scala dal 1997 ed è assunto stabilmente dal 1999. Anche per lui la protesta nasce da un divario che si è allargato nel tempo. “Con il contratto post-Covid abbiamo ottenuto un piccolo recupero del 5%, ma l’inflazione era già in forte crescita. Adesso vogliamo recuperare almeno parzialmente gli oltre venti punti percentuali persi”. Le richieste erano state presentate prima dell’estate, ma i primi incontri non hanno prodotto risultati concreti. Da qui la decisione di passare alle iniziative di protesta.

Il nodo è anche quello del costo della vita a Milano, che rende sempre più difficile attrarre professionisti e mantenere l’eccellenza delle maestranze. Puglisi racconta che da anni il teatro fatica a trovare candidati per alcuni concorsi: per il posto di prima viola, rimasto vacante dopo un pensionamento, le selezioni vanno avanti da tre anni senza individuare una soluzione. “Perché non vengono a fare i concorsi alla Scala? Perché la città è troppo cara, l’impegno richiesto è notevole e lo stipendio non è adeguato a tutto questo”. Il rischio, avverte il sindacalista, è che il prestigio del teatro non basti più a convincere i migliori musicisti a trasferirsi a Milano. La questione riguarda anche le altre professionalità. Dietro una rappresentazione ci sono centinaia di lavoratori che montano e smontano scenografie, movimentano strutture sospese, preparano costumi e organizzano i cambi di scena.

“Ci sono 250–300 lavoratori che ogni giorno, sera e notte, devono allestire quello che va in scena e preparare lo spettacolo successivo”, spiega Puglisi. Un’attività che comporta turni pesanti, stress e rischi per la sicurezza, anche quando il pubblico vede soltanto il risultato finale. Nella vertenza rientrano anche questioni normative: indennità, orari, inquadramenti e la situazione di una ventina di lavoratori intermittenti che i sindacati vorrebbero trasformare in dipendenti a tempo pieno. Ma la priorità resta il recupero salariale. Dopo aver respinto la proposta iniziale della direzione di rinviare il rinnovo e riconoscere una tantum, le organizzazioni sindacali hanno dichiarato lo stato di agitazione. Il 12 ottobre l’assemblea ha votato lo sciopero; il successivo incontro con il sovrintendente Fortunato Ortombina non ha sbloccato la trattativa. Il 20 ottobre è previsto anche un presidio dei lavoratori, prima davanti al teatro e poi a Palazzo Marino, sede del Comune.

Per Puglisi la vertenza apre anche una questione politica: quanto sono disposti a investire gli enti pubblici in un’istituzione che rappresenta un’eccellenza culturale italiana? Il sindacalista contesta il peso limitato, a suo giudizio, dei contributi pubblici rispetto al bilancio della Scala. Cita i quattro milioni di euro annui del Comune di Milano e i contributi regionali, sostenendo che il finanziamento pubblico dovrebbe garantire almeno il sostegno alla struttura e alle persone che la fanno funzionare. “La Scala incassa quasi 40 milioni di euro dalla biglietteria. I privati sono importanti, ma gli enti pubblici devono farsi carico di questa eccellenza”.

Rota condivide la preoccupazione. “Stiamo facendo di tutto per realizzare spettacoli al livello che il pubblico si aspetta. La direzione si impegna, gli sponsor privati ci sostengono e anche chi compra un biglietto fa sacrifici economici per venire alla Scala. Ma bisogna considerare che si tratta di un’istituzione con una partecipazione pubblica“. Per il corista, la contraddizione è proprio questa: “La Scala viene venduta come un fiore all’occhiello a livello internazionale, ma tutte le maestranze devono essere valorizzate. Se non riconosciamo il lavoro, rischiamo di perdere quel patrimonio”.

Lo sciopero di oggi potrebbe essere soltanto il primo passaggio. Le organizzazioni sindacali hanno annunciato il presidio e non escludono ulteriori iniziative se la trattativa non ripartirà su basi concrete. Intanto, la protesta della Scala si inserisce in una mobilitazione più ampia del settore dello spettacolo, che ha annunciato per il 27 ottobre una giornata di sciopero dei dipendenti dei teatri e degli scritturati. La questione, dunque, va oltre una singola prima: riguarda la sostenibilità del lavoro culturale e la possibilità di continuare a garantire produzioni di alto livello senza scaricare sui lavoratori il costo della perdita di potere d’acquisto. “Quando si chiede alle persone di lavorare sempre sul pezzo e di garantire l’eccellenza, bisogna anche retribuirle adeguatamente”, conclude Puglisi. “Altrimenti non si va avanti”.

L'articolo Teatro alla Scala, oggi lo sciopero dei lavoratori alla prima del Faust: “Per garantire l’eccellenza bisogna retribuirla adeguatamente” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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