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Fifa, l’inchiesta sul “secondo stipendio” di Infantino: 1,5 milioni non dichiarati

Nuove ombre sul calcio mondiale. Un’inchiesta lanciata dal The Times sostiene che la Fifa non avrebbe reso pubblici tutti i compensi percepiti dal suo presidente, Gianni Infantino. Una somma stimata intorno a 1,5 milioni di euro, incassata nel 2024 e mai inserita nel bilancio annuale.

Non si placa la tempesta, dunque, con una condotta che, se confermata, rappresenterebbe una violazione gravissima dello statuto della Fifa. È infatti imposta la piena trasparenza sulla retribuzione del numero uno. Al momento, però, si tratta di accuse giornalistiche ancora da verificare.

Il secondo stipendio di Infantino

Ufficialmente, stando al rapporto annuale del 2024, Gianni Infantino percepisce come presidente un compenso di 4,274 milioni di franchi svizzeri, pari a circa 4,6 milioni di euro tra stipendio e bonus. L’inchiesta del The Times sostiene però che il dirigente italo-svizzero avrebbe ricevuto nello stesso anno dalla FWC2026 US Inc ulteriori 1,76 milioni di dollari, circa 1,5 milioni di euro.

Questa è la società creata per organizzare i Mondiali del 2026. Di tale soma, 626.229 dollari sarebbero classificati come “altri compensi soggetti a dichiarazione”. Somme che, stando alla fonte, sarebbero state analoghe anche nel 2025 e 2026, assenti però nei bilanci ufficiali della federazione.

Lo statuto della Fifa

Tutto ruota intorno all’articolo 43 dello statuto, che stabilisce come “i compensi individuali del presidente” e degli altri vertici “devono essere resi pubblici”. L’inchiesta si basa sulla dichiarazione finanziaria presentata all’Internal Revenue Service, il fisco statunitense, dalla società organizzatrice del torneo.

Secondo Miguel Maduro, ex presidente della commissione per la governance della Fifa, “si tratta di una chiara violazione delle regole” se il presidente riceve altre somme da società collegate senza renderle note. Non si è fatta però attendere la replica della Fifa.

È stato ribadito come il compenso venga stabilito da un’apposita sottocommissione e che i benefici “vengono comunicati alle autorità statunitensi in conformità con gli obblighi di dichiarazione”. Di fatto, però, senza fornire una spiegazione puntuale sulla mancata pubblicazione.

Una vita nel lusso

Sullo sfondo c’è lo stile di vita del presidente Infantino. Residente a Zugo, in Svizzera, in una casa pagata dalla Fifa, ha deciso dal 2023 di trasferirsi a Miami con la propria famiglia. Qui, stando al Times, avrebbe vissuto in ville di lusso sul lungomare, tra cui una nell’esclusiva zona delle Sunset Islands.

Nell’autunno 2025 si sarebbe spostato in un’altra area riservata della città. Nello stesso periodo la società Shadi LLC, costituita da uno studio legale che vantava anche la Fifa tra i propri clienti, avrebbe acquistato un appartamento da 5 camere per circa 7,6 milioni di euro. Dettagli che dipingono una cornice ma non offrono un quadro chiaro. Si gettano però dubbi sulle spese del dirigente.

Le elezioni e il fronte anti-Infantino

Non è affatto un caso che tutto ciò scoppi in un momento tanto delicato. Numerose le critiche mosse contro Infantino, soprattutto dopo l’ultimo Mondiale. Le elezioni sono fissate al 18 marzo 2027, con il termine per le candidature previste per il 18 novembre.

Intorno a Infantino si è creato un fronte critico molto acceso, alimentato dal progetto di una nuova società, la Fifa Forward Enterprise, pensata per gestire i tornei e vendere quote dei Mondiali a investitori privati. Da Uefa, Concacaf e confederazioni asiatiche sono arrivate richieste di dimissioni, mentre la Uefa ha chiesto un’indagine penale sulla gestione dei fondi. Trattandosi di accuse ancora da dimostrare, resta valida per il presidente la piena presunzione di innocenza fino a un eventuale accertamento delle responsabilità. I prossimi mesi, però, saranno di certo i meno sereni della sua gestione.

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Lotto e SuperEnalotto, estrazioni di Oggi martedì 13 ottobre 2026: numeri e combinazione vincente

Come ogni martedì, giovedì, venerdì e sabato tornano le estrazioni di Lotto, SuperEnalotto e 10eLotto.

Il jackpot del superenalotto è di € 39.500.000,00 milioni di euro.

Scopriamo i numeri vincenti dell’estrazione di oggi 13 ottobre 2026:

Estrazioni del SuperEnalotto

Sestina vincente:

4 21 30 33 38 78
Jolly: 41
Superstar: 34

Quote SuperEnalotto
• 6 punti: vincitori
• 5 punti + Jolly: vincitori
• 5 punti: 4 vincitori totalizzano € 42.393,20
• 4 punti: 525 vincitori totalizzano € 330,26
• 3 punti: 19752 vincitori totalizzano € 26,35
• 2 punti: 310035 vincitori totalizzano € 5,20

Quote SuperStar
• 5 punti più SuperStar: vincitori
• 4 punti più SuperStar: 3 vincitori totalizzano € 33.026,00
• 3 punti più SuperStar: 75 vincitori totalizzano € 2.635,00
• 2 punti più SuperStar: 1274 vincitori totalizzano € 100,00
• 1 punti più SuperStar: 8514 vincitori totalizzano € 10,00
• 0 punti più SuperStar: 18747 vincitori totalizzano € 5,00

Estrazioni del Lotto

Ruota 1° estr. 2° estr. 3° estr. 4° estr. 5° estr.
Bari: 56 21 79 19 67
Cagliari: 23 76 52 15 63
Firenze: 22 63 81 76 49
Genova: 17 57 79 14 68
Milano: 1 3 46 32 29
Napoli: 69 23 30 80 10
Palermo: 76 84 49 87 82
Roma: 20 6 36 62 18
Torino: 41 55 33 8 87
Venezia: 39 6 81 41 79
Nazionale: 52 33 59 45 12

Estrazione del 10eLotto serale

1 3 6 17 20 21 22 23 39 41
52 55 56 57 63 69 76 79 81 84
Numero oro: 56
Doppio oro: 56 21

Prossima estrazione

La prossima estrazione del Lotto, SuperEnalotto e 10eLotto serale sarà alle 20:00 del giovedì 15 ottobre 2026. Puoi giocare fino alle 19:30 del giorno dell’estrazione. Il jackpot del SuperEnalotto è di € 39.500.000,00 milioni e il montepremi complessivo è di 39,5 milioni di euro.

Estrazione precedente

Nell’ estrazione precedente di sabato 10 ottobre 2026, non ci sono stati né 6 né 5+.

Estrazioni del mese

Verifica tutte le estrazioni del mese del SuperEnalotto e del Lotto

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Asta dei Btp, 7 miliardi collocati sul mercato: rendimenti fino al 4,84%

Si è conclusa la collocazione dei Btp all’asta per i titoli a medio e lungo termine. I rendimenti sono stati valutati in forte aumento a causa del basso prezzo di vendita in particolare dei titoli a 15 anni. Questi ultimi, che già partivano da una cedola del 3,95%, hanno toccato rendite del 4,84% lordo, superando il 4% netto.

Anche gli altri due prodotti, un Btp a 3 anni e un altro a 7 anni, hanno raggiunto rendimenti notevoli, rispettivamente del 3,69% e del 4,24%. Si tratta di risultati relativamente prevedibili, visto che si trattava di tranche avanzate di prodotti già sul mercato da settimane.

Come è andata l’asta dei Btp del 13 ottobre

Il Tesoro è riuscito a piazzare tutti e 7 i miliardi di euro in Btp previsti per l’asta del 13 ottobre. L’importo è stato diviso come previsto in:

  • 2,5 miliardi di euro del Btp 3% 3 anni scadenza 15 settembre 2029;
  • 3 miliardi di euro del Btp 3,35% 7 anni scadenza 15 settembre 2033;
  • 1,5 miliardi di euro del Btp 3,95% 15 anni scadenza primo ottobre 2041.

Anche i rapporti di copertura sono stati buoni, tutti superiori all’1,50. I rendimenti però si sono adeguati alle ultime dinamiche di mercato, che non sono state particolarmente favorevoli al Tesoro.

I rendimenti dei Btp sono aumentati molto

L’aumento dei rendimenti è stato molto significativo in tutti i prodotti e mai inferiore a 26 punti base:

  • il Btp 3% 3 anni scadenza 15 settembre 2029 ha avuto un rendimento del 3,69%, 27 punti base sopra l’ultima tranche;
  • il Btp 3,35% 7 anni scadenza 15 settembre 2033 ha avuto un rendimento del 4,24%, 26 punti base sopra l’ultima tranche;
  • il Btp 3,95% 15 anni scadenza primo ottobre 2041 ha avuto un rendimento del 4,84%, 61 punti base sopra l’ultima tranche.

Come interpretare questi risultati

I risultati erano in parte prevedibili, ma si tratta comunque di rendimenti molto alti. Tutti questi Btp erano già sul mercato e, almeno nel caso di quelli a più breve termine, i rendimenti erano simili a quelli ottenuti: 3,70% per il 3 anni e 4,12% per il 7. È il 15 anni a essere andato molto oltre le aspettative, visto che veniva scambiato al 4,58%.

Il mercato ha quindi prezzato questo prodotto in maniera molto sfavorevole, ritenendolo non competitivo con altri sul mercato. Effettivamente, in un contesto in cui i Btp a 10 anni rendono il 4,50% circa, si tratta di un titoli di Stato con una cedola relativamente bassa.

Perché i rendimenti dei Btp sono così alti

Le ragioni dietro a questi risultati sono molteplici e, a differenza che in passato, non hanno molto a che fare con i problemi del debito italiano. Anche se la situazione finanziaria del nostro Paese è un fattore di debolezza, è l’intero mercato internazionale delle obbligazioni a essere in una condizione precaria.

La base di questa crisi sono i tassi di interesse sui depositi, alti a causa dell’inflazione che viene spinta dalle guerre che compromettono il mercato dell’energia. A questo si aggiunge una tendenza di lungo periodo: i grandi fondi pensione, in diversi Paesi, non sono più obbligati ad acquistare per legge i titoli di Stato, e questo sta inondando il mercato di bond.

Infine, c’è molta competizione per il capitale disponibile. Non sono solo gli Stati a cercare prestiti, ma anche le grandi aziende, soprattutto quelle tecnologiche per finanziare l’infrastruttura necessaria per intelligenza artificiale. Nel 2026 big tech ha già emesso obbligazioni che valgono più del debito pubblico italiano.

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Calendario NoiPA, lo stipendio di ottobre per la scuola cambia data: emissione speciale

Cambia la data per lo stipendio di ottobre 2026 di docenti e personale Ata. Stando al calendario NoiPA, infatti, l’accredito per il personale scolastico è previsto per il 23 ottobre, con il cedolino consultabile online già nei giorni precedenti.

C’è però anche un’altra data da segnare in rosso sul calendario. Ecco cosa sappiamo dell’emissione speciale prevista, degli importi e delle trattenute.

Quando arriva lo stipendio

Il personale scolastico con contratto a tempo riceverà lo stipendio di ottobre il 23 del mese. È invece prevista un’emissione speciale, riferita al 16 ottobre, per i compensi legati a prestazioni saltuarie o occasionali. L’accredito in questione è atteso intorno al 27 ottobre.

In questa lavorazione rientrano ad esempio:

  • compensi per le supplenze brevi e saltuarie;
  • emolumenti accessori;
  • arretrati;
  • rimborsi che non fanno parte dello stipendio tabellare.

Come sempre, le date possono subire leggere variazioni a seconda della banca e della singola posizione. Per questo è consigliabile verificare i riferimenti esatti all’interno del portale, per avere sempre certezza delle proprie entrate.

Dove vedere il cedolino

Il cedolino di ottobre è consultabile sul portale NoiPA, la piattaforma del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) che gestisce gli stipendi dei dipendenti pubblici. Generalmente la disponibilità del documento precede l’erogazione, permettendo di conoscere esattamente le cifre in arrivo in anticipo.

Per accedere occorre passare attraverso l’area personale, sfruttando le proprie credenziali, sia da compute che da app. Si consiglia generalmente di confrontare il cedolino del mese con quello precedente, così da individuare subito eventuali differenze.

Sono 3 le aree da tenere d’occhio:

  • competenze (voci che compongono lo stipendio);
  • emolumenti occasionali (come rimborsi o arretrati);
  • trattenute.

Attenzione anche agli eventuali conguagli legati al modello 730. I rimborsi fiscali, infatti, variano da persona a persona a seconda della situazione dichiarata.

Il quinto cedibile

Tra le voci del cedolino troviamo inoltre il “quinto cedibile”, che è la quota massima dello stipendio che per legge può essere destinata al rimborso di un finanziamento con cessione del quinto. Questa formula prevede che la rata venga direttamente trattenuta dalla busta paga.

Come indica la definizione, la somma mensile non può però superare il quinto del netto percepito. Un dato utile per chi sta valutando un prestito.

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Ccnl bancari, chiesti aumento stipendi e orario ridotto: cosa cambia

Il rinnovo del Ccnl applicato ai bancari torna al centro delle trattative tra l’Abi e i sindacati di categoria. Il negoziato, relativo al contratto scaduto, riparte con un confronto dedicato al welfare e al benessere organizzativo,  riportando sul tavolo l’aumento degli stipendi e la riduzione dell’orario di lavoro alla parità di retribuzione.

Ccnl bancari 2026, la trattativa per il rinnovo

Il contratto collettivo nazionale dei bancari è scaduto il 31 marzo 2026 e adesso le rappresentanze sindacali dei lavoratori chiedono che i guadagni di produttività ottenuti attraverso le nuove tecnologie siano utilizzati anche per migliorare le condizioni dei dipendenti, anziché tradursi esclusivamente in tagli dei costi e riduzioni degli organici.

Questa specifica richiesta non è un caso, ma rappresenta una conseguenza delle trasformazioni che stanno investendo il settore. Il rinnovo arriva in una fase in cui l’impiego dell’intelligenza artificiale, l’automazione delle attività e le operazioni di aggregazione tra istituti stanno modificando l’organizzazione del lavoro e le competenze richieste al personale. Tenendo conto di questo contesto, l’obiettivo è costruire un modello nel quale l’innovazione tecnologica possa:

  • favorire una migliore conciliazione tra vita privata e lavoro;
  • garantire maggiore sicurezza occupazionale;
  • rafforzare il sistema delle tutele collettive.

Accanto alla questione degli stipendi, infatti, le organizzazioni sindacali vogliono affrontare anche la qualità dell’ambiente lavorativo, la previdenza complementare e le prestazioni assistenziali riconosciute ai dipendenti.

A quanto corrisponde l’aumento degli stipendi

Le organizzazioni sindacali hanno chiesto un intervento di modifica della parte economica, confermando che la loro richiesta è che venga riconosciuto un aumento medio mensile di 518 euro a regime ai lavoratori, al netto degli incrementi già riconosciuti in busta paga. Quindi, l’importo effettivo, le eventuali tranche di erogazione e i criteri di applicazione dovranno essere definiti nell’accordo conclusivo tra le parti.

Bisogna inoltre considerare che la stessa distribuzione degli incrementi dipenderà non solo dalle regole stabilite nel rinnovo, ma anche dai livelli di inquadramento e dalle eventuali modalità di ripartizione previste dall’accordo sulla retribuzione diretta e sulla cosiddetta differita. Quest’ultima comprende forme di tutela economica che maturano o producono i loro effetti nel tempo, come la previdenza complementare e determinate prestazioni di welfare. La richiesta è finalizzata in questo caso a garantire livelli minimi di contribuzione datoriale e a rendere queste tutele più stabili e omogenee nel settore.

Il rinnovo potrebbe di conseguenza incidere non soltanto sullo stipendio mensile, ma anche sulla sicurezza economica futura dei lavoratori e sul maggiore potere d’acquisto, in rapporto al costo della vita. Il tema assume particolare rilevanza anche alla luce delle aggregazioni bancarie. Quando gli istituti si fondono o vengono riorganizzati, infatti, possono emergere differenze tra i trattamenti economici e assistenziali riconosciuti ai dipendenti delle diverse realtà coinvolte.

Orario di lavoro ridotto, cosa chiedono i sindacati

Accanto agli aumenti salariali, un’altra richiesta riguarda la riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione:

  • con il precedente rinnovo contrattuale, l’orario settimanale era già stato ridotto da 37,5 a 37 ore;
  • ora, le organizzazioni sindacali chiedono un ulteriore passaggio, ovvero arrivare a 35 ore settimanali senza una diminuzione dello stipendio tabellare.

Questo sarebbe possibile proprio usando strumenti automatizzati per alcune attività amministrative e l’impiego di nuovi strumenti informatici per aumentare la produttività e ridurre il tempo necessario per svolgere determinate mansioni.

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Multa al supermercato, il Codice della Strada resta valido: sanzioni fino 1.000 euro

Le regole del Codice della Strada non svaniscono all’interno del parcheggio di un supermercato o di un centro commerciale. Quelle norme infatti sono attive anche nell’area privata di un parcheggio. Una nozione che, se si è dimenticata, può costare molto cara.

Lo ha ricordato la Corte di Cassazione con la sentenza numero 17279 del 2009, che ha richiamato le regole generali della circolazione e la loro applicazione nei parcheggi privati aperti al pubblico. Diverso invece è per un parcheggio privato di un’abitazione o uno spazio chiuso, riservato a poche persone autorizzate. La proprietà di un supermercato, invece, non esclude l’applicazione delle norme stradali.

Quindi anche all’interno di un parcheggio di un centro commerciale possono essere riconosciute violazioni e applicate le relative multe.

Multe nel parcheggio del supermercato

Il parcheggio di un supermercato è un’area privata, ma ad uso pubblico. Quindi si applica il Codice della Strada. A fare la differenza è il numero di persone che possono accedere a quest’area privata. Il cortile di un condominio è diverso dal parcheggio di un centro commerciale, dove un incidente, l’ammaccatura provocata da ignoti o l’occupazione di un posto riservato a persone disabili o mezzi di soccorso seguono le stesse regole del Codice della Strada.

La giurisprudenza infatti lo ha chiarito con la sentenza della Cassazione 17279 del 2009, che ha riconosciuto l’applicabilità delle regole generali sulla circolazione dei veicoli anche nei parcheggi privati di centri commerciali, supermercati e simili.

Valgono quindi in questi spazi la segnaletica, le precedenze, gli stop, i divieti di sosta e altre prescrizioni applicabili. Quello che il cliente deve sapere è che un parcheggio di un centro commerciale o di un supermercato è un’area privata, ma segue le regole degli spazi pubblici, quindi in generale non possono essere ignorate le norme del Codice della Strada.

Cosa succede in caso di incidente?

In caso di incidente all’interno di un parcheggio privato ma ad uso pubblico, come per la strada e i parcheggi pubblici, si dovrà verificare la responsabilità del sinistro.

Capire quindi se la natura dell’incidente sia dovuta all’assenza di un segnale di stop, alla velocità, a una manovra azzardata o rischiosa. Uno spazio privato non esclude l’applicazione di norme e neanche l’intervento delle forze dell’ordine.

Queste possono procedere a:

  • accertamenti;
  • contestare eventuali violazioni;
  • sottoporre i conducenti ai controlli alcolemici.

Cosa succede in un “parcheggio non custodito”?

Anche la dicitura “parcheggio non custodito” non cambia il fatto che, all’interno dell’area, si debbano rispettare le regole del Codice della Strada. Infatti, parcheggio non custodito indica soltanto l’assenza di responsabilità in caso di furto di oggetti lasciati nell’auto, mentre per un parcheggio a pagamento è previsto l’obbligo di custodia.

Non viene meno, invece, la responsabilità rispetto alla sicurezza e alla manutenzione dell’area parcheggio. Quindi, se un’automobile subisce danni a causa di una buca non segnalata o di un tombino rialzato, la struttura è responsabile dei danni provocati alle cose sottoposte a custodia.

Attenzione: la responsabilità non scatta in automatico e di volta in volta bisognerà accertare il rapporto tra cosa, condizione dell’area, danno ed eventuale caso fortuito.

In caso di furto, gli esercizi commerciali che dispongono di telecamere di videosorveglianza possono rilasciare i filmati per permettere a chi ha subito il furto di analizzarli e scoprire l’identità del ladro.

Attenzione però alla conservazione di questi dati, che non può essere superiore alle 72 ore. Per ottenere i filmati bisogna:

  • rivolgersi alle autorità competenti;
  • fotografare subito il danno;
  • annotare data e orario;
  • individuare le telecamere;
  • informare la direzione;
  • chiedere la conservazione delle registrazioni;
  • denunciare l’ignoto ladro all’autorità.

Cosa succede se si parcheggia nei posti per disabili?

Un parcheggio privato, abbiamo capito, deve rispettare le regole del Codice della Strada e così vale anche per i posti adibiti alle persone con disabilità. Quindi in un parcheggio privato di un centro commerciale o di un supermercato non si possono occupare senza l’autorizzazione.

A regolare il parcheggio per disabili è l’articolo 158 del Codice della Strada, che vieta la sosta negli spazi riservati alla fermata o alla sosta dei veicoli al servizio delle persone con disabilità. La sanzione va da 330 a 990 euro, con decurtazione di sei punti dalla patente.

Attenzione anche all’automobilista che, in possesso del contrassegno unificato per i disabili europeo (il CUDE), non lo espone. In questo caso la sanzione arriva fino a 600 euro con la decurtazione di quattro punti dalla patente. In caso di rimozione forzata, le spese del carroattrezzi devono essere pagate da chi ha infranto la legge.

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Dpfp, via libera allo scostamento in Manovra: così Giorgetti rassicura i mercati

Con l’avvicinarsi del 15 ottobre, data di scadenza per l’invio a Bruxelles del Documento Programmatico di Bilancio, il Governo entra in una fase decisiva per la definizione della Manovra.

In Parlamento è iniziato l’esame congiunto del Documento Programmatico di Finanza Pubblica e della Relazione sullo scostamento di bilancio. Attraverso questi testi, l’Esecutivo traccia la rotta dei conti pubblici del prossimo anno sostenendo che, rispettando i target fissati dalla governance europea, sarà comunque possibile l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo già a partire dalla primavera del 2027.

Che cos’è lo scostamento di bilancio e cosa prevede il Dpfp

I testi del Dpfp e la Relazione allegata delineano la cornice entro cui muovere le risorse previste per il triennio 2027-2029. Il Governo ha avanzato formale richiesta di scostamento di bilancio per l’attivazione della clausola di salvaguardia europea per difesa ed energia.

L’operazione permette di richiedere un margine finanziario pari allo 0,3% del Pil per l’energia e allo 0,3% per la Difesa nel biennio 2027-2028, sbloccando risorse aggiuntive per un totale di circa 28,8 miliardi di euro, fino a 14,4 miliardi per ciascuna voce. La flessibilità richiesta è rivolta a investimenti per la sicurezza energetica e il rafforzamento delle capacità operative e tecnologiche in coerenza con gli impegni verso la Nato.

Tuttavia, la linea del Governo sembra andare in direzione diversa. Si vorrebbe utilizzare questo margine, almeno nella fase iniziale della crisi, per sostenere in modo temporaneo e selettivo famiglie e imprese contro l’inflazione e i rincari energetici.

Quali sono i prossimi passaggi e le scadenze cruciali

L’iter di approvazione dei documenti contabili segue un calendario molto fitto:

  • entro il 15 ottobre il Governo dovrà inviare il Documento Programmatico di Bilancio (Dpb) alla Commissione Europea e termine per le prime indicazioni sul perimetro della clausola di salvaguardia;
  • il 20 ottobre ci sarà la presentazione ufficiale del disegno di legge di Bilancio alle Camere da parte del Governo;
  • entro la prima settimana di novembre seguirà la delibera del Consiglio Europeo, a conclusione del negoziato per confermare l’estensione della clausola di salvaguardia all’Italia;
  • il 31 dicembre scade il termine per l’approvazione definitiva della Manovra in Parlamento per evitare l’esercizio provvisorio.

Le dichiarazioni di Giorgetti in Parlamento

«Programmare, soprattutto a tre anni, in situazioni di grande turbolenza è assai complicato e gli aggiornamenti sono settimanali». Lo ha detto il Ministro Giancarlo Giorgetti nel suo intervento di presentazione alle Camere.

Spiegando l’impronta di prudenza data al Mef, ha utilizzato una metafora:

quando il bollettino meteorologico annuncia tempesta, prima di uscire in mare aperto conviene assicurarsi delle condizioni dell’imbarcazione.

Il Ministro ha definito la richiesta di scostamento un passo consapevole, specificando come si tratti di una misura che sia la Commissione che i mercati sembrano riconoscere come sostenibile.

Nella medesima direzione vanno le ultime rilevazioni del Fondo Monetario Internazionale, che ha rivisto al rialzo la crescita del Pil italiano per il 2026 portandola dal +0,5% al +0,8%, confermando un quadro di tenuta, pur in presenza di forte volatilità.

Anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha validato le previsioni programmatiche per il biennio, giudicando l’organizzazione delle voci di spesa tutto sommato accettabile rispetto ai modelli redatti da panel indipendenti.

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Mio figlio può restare nella casa familiare se io me ne vado?

Nel film “La guerra dei Roses”, un divorzio feroce rendeva la casa l’ultimo terreno di scontro; oggi invece il birdnesting rovescia la scena, perché sono i genitori a spostarsi mentre i figli restano nel “nido”. La casa familiare è assegnata al genitore nell’interesse del figlio, non al figlio stesso. Con l’ordinanza n. 24382 del 2026, la Cassazione ha chiarito che, se il genitore assegnatario si trasferisce stabilmente altrove, il figlio non subentra automaticamente nell’assegnazione. Può comunque restare se vive con l’altro genitore o se dispone di un diverso titolo sull’immobile.

La casa familiare spetta al figlio o al genitore che vive con lui?

Se la casa è stata assegnata perché lì vive il figlio, è facile pensare che il diritto resti legato a lui anche quando il genitore decide di trasferirsi.
L’art. 337-sexies del Codice Civile stabilisce che:

“Il giudice tiene prioritariamente conto dell’interesse dei figli, ma attribuisce il godimento dell’immobile al genitore con cui convivono”.

Il figlio è la ragione per cui la casa viene assegnata, senza diventarne l’assegnatario. Nel caso deciso nel 2026, la madre aveva ottenuto la casa familiare perché viveva con il figlio; anni dopo aveva spostato stabilmente altrove la propria vita, mentre lui, ormai maggiorenne, era rimasto nell’immobile. Il padre proprietario ne aveva chiesto il rilascio.

“La Cassazione ha escluso che il figlio potesse continuare a occupare la casa facendo valere l’assegnazione concessa alla madre: quel diritto non passa automaticamente da genitore a figlio quando la convivenza finisce” (Cass. ord. 24382/2026).

Un figlio maggiorenne che ancora studia o non dispone di redditi sufficienti può conservare, se ne ricorrono i presupposti, il diritto al mantenimento previsto dall’art. 337-septies c.c. Il sostegno economico, però, non gli attribuisce il diritto di restare nella casa già assegnata al genitore. Lo aveva già chiarito la Cassazione nel 2015: la mancanza di autosufficienza può giustificare il mantenimento, non un diritto autonomo su quell’immobile (Cass. ord. n. 14727/2015).

Per il figlio maggiorenne con handicap grave, l’art. 337-septies c.c. estende le tutele previste per i minori, quando ricorrono i requisiti dell’art. 3, comma 3, della l. n. 104/1992. L’assegnazione resta però legata al genitore che convive con lui e se ne prende cura. Nel caso deciso dalla Corte, peraltro, un’invalidità civile del 74% non coincideva automaticamente con l’handicap grave richiesto dalla legge.

Quando si perde davvero l’assegnazione della casa familiare?

“L’assegnazione può venir meno quando la casa cessa di essere il luogo stabile della convivenza tra il genitore assegnatario e il figlio”.

L’art. 337-sexies c.c. guarda alla continuità della vita familiare nell’immobile. Trasferte, esigenze di lavoro o una settimana divisa tra più abitazioni possono lasciare intatto quel legame; un trasferimento stabile altrove può invece spezzarlo.
Nel 2012 la Cassazione si occupò di una madre che trascorreva cinque giorni alla settimana presso i propri genitori e tornava nella casa assegnata nei weekend e nei periodi liberi. Quella organizzazione conservava ancora una convivenza effettiva (Cass. sent. n. 14348/2012). Diversa la vicenda decisa nel 2026: la madre aveva trasferito stabilmente altrove la propria vita, lasciando nell’immobile il figlio maggiorenne; la convivenza era cessata (Cass. sent. n. 24382/2026).

Un figlio che studia o lavora fuori può continuare ad avere nella casa familiare il proprio riferimento stabile se vi rientra con continuità. Quando studio, lavoro e quotidianità si spostano altrove e i rientri diventano occasionali, può venir meno anche la ragione dell’assegnazione. Conta soprattutto dove il figlio vive realmente e quale rapporto conserva con quella casa, più del solo dato anagrafico.

“Se il nuovo compagno entra nella casa assegnata, la convivenza tra genitore e figlio può proseguire nello stesso immobile”.

Se invece è il genitore a spostare altrove la propria vita per iniziare una nuova convivenza, può venir meno il presupposto dell’assegnazione. La Corte Costituzionale ha escluso automatismi legati a nuove nozze o nuova convivenza: resta centrale l’interesse dei figli (Corte Cost. sent. n. 308/2008). Quando il genitore assegnatario rinuncia alla casa e interrompe volontariamente la convivenza, il diritto derivante dall’assegnazione può venir meno anche senza attendere una preventiva pronuncia di revoca. Nel caso del 2026, il figlio rimasto solo nell’immobile non poteva opporre al proprietario l’originaria assegnazione concessa alla madre.

Se me ne vado, quando mio figlio può restare comunque nella casa familiare?

“Il figlio può restare se la permanenza nell’immobile trova un fondamento diverso dalla precedente assegnazione al genitore”.

Se continua a vivere nella casa con l’altro genitore, l’immobile può restare il suo riferimento familiare. Cambia però il genitore convivente e il precedente assetto va adeguato con un accordo oppure, in caso di contrasto, con un nuovo provvedimento del giudice. L’assegnazione già disposta non passa automaticamente da un genitore all’altro.

Il figlio può restare anche se dispone di un proprio titolo sull’immobile: perché ne è proprietario o comproprietario, oppure perché il proprietario gli consente di abitarvi in forza di un diverso titolo. In questo caso la sua permanenza non dipende dal vecchio provvedimento di assegnazione.

Nel birdnesting, o nidificazione, accade invece il contrario: i figli rimangono stabilmente nella casa familiare e sono i genitori ad alternarsi. La Cassazione nel 2023 ha ritenuto praticabile un’organizzazione di questo tipo quando nasce da un accordo serio, regge nella vita quotidiana e risponde all’interesse dei minori. Servono quindi collaborazione, spazi alternativi per i genitori e regole chiare sulla gestione dell’immobile.

Se cambia il genitore con cui il figlio vive o si vuole lasciargli la casa, conviene regolare il nuovo assetto prima del trasferimento, invece di fare affidamento sulla precedente assegnazione.

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Casa BFF, a Milano la banca diventa architettura: dentro il building firmato OBR

A Milano, dove la trasformazione urbana passa attraverso nuovi edifici iconici e quartieri in continua evoluzione, c’è un progetto che prova a spostare l’attenzione dalla semplice architettura alla relazione con la città. Si chiama Casa BFF ed è la nuova sede di BFF Bank, gruppo bancario internazionale nato in Italia e specializzato nei servizi finanziari alle imprese e alle istituzioni, con un focus storico sulla gestione e sullo smobilizzo dei crediti commerciali verso le Pubbliche Amministrazioni.

Situato nel quartiere Portello, il complesso nasce per riunire gli spazi di lavoro del gruppo in un progetto architettonico che ambisce a essere anche un luogo di relazione con Milano. Non soltanto una sede direzionale, dunque, ma un edificio che mette insieme lavoro, sostenibilità, spazio pubblico e arte contemporanea.

La progettazione è stata affidata a OBR – Open Building Research, lo studio fondato nel 2000 dagli architetti Paolo Brescia e Tommaso Principi. Il progetto ha ottenuto il MIPIM Award 2024 nella categoria Best New Development, riconoscimento internazionale assegnato nell’ambito del mercato immobiliare e dello sviluppo urbano.

Casa BFF, i numeri del progetto firmato OBR

I numeri aiutano a comprendere ancora meglio la portata dell’intervento: casa BFF si sviluppa su circa 15.000 metri quadrati di superficie costruita, secondo i dati del progetto, e si articola intorno a una nuova piazza e a spazi interni concepiti per adattarsi a differenti modalità di utilizzo. L’idea dei progettisti è costruire un rapporto diretto tra edificio e contesto urbano. La struttura lascia spazio a una piazza pubblica e crea una connessione con il quartiere, superando la logica del quartier generale concepito come un volume isolato dalla vita cittadina.

Il valore dell’intervento, in questa prospettiva, non si misura soltanto nella qualità architettonica, ma anche nella capacità di generare relazioni. È una questione centrale per Milano, dove la rigenerazione urbana sta trasformando intere aree e ridefinendo il rapporto tra attività economiche, spazi collettivi e vita quotidiana.

casa BFF Milano
Ufficio stampa BFF
Il nuovo HQ di BFF a Milano – firmato dagli Architetti Paolo Brescia e Tommaso Principi di OBR – ha accolto i dipendenti del Gruppo a partire dal mese di dicembre 2024

Il tetto fotovoltaico e il rapporto con la sostenibilità

Uno degli elementi più riconoscibili di Casa BFF è il grande porticato, che raggiunge i 40 metri di altezza e sostiene una copertura fotovoltaica di forte impatto visivo. La struttura non svolge soltanto una funzione architettonica: contribuisce a definire lo spazio pubblico alla base dell’edificio e a caratterizzarne l’identità. La copertura ospita 2.300 metri quadrati di pannelli fotovoltaici, con una produzione dichiarata di circa 360 MWh all’anno e una potenza di picco di 300 kWp. È un esempio di come la sostenibilità possa diventare parte integrante del progetto, anziché rimanere un elemento tecnico separato dalla forma dell’edificio.

Casa BFF ha inoltre ottenuto le certificazioni LEED Platinum e WELL Gold, rispettivamente legate alle prestazioni ambientali dell’edificio e agli aspetti che riguardano la salute e il benessere delle persone negli ambienti costruiti. Il progetto adotta anche principi di progettazione DFMA, acronimo di Design for Manufacture and Assembly, un approccio che punta a facilitare l’assemblaggio dei componenti e a ottimizzare i processi costruttivi.

Dentro Casa BFF: come cambia lo spazio di lavoro

casa BFF Milano
Ufficio stampa BFF
Lo spazio interno di Casa BFF è stato pensato per rispondere alla sempre crescente richiesta di flessibilità, riconfigurabilità e adattabilità nel tempo e nello spazio.

Se l’esterno costruisce il rapporto con la città, gli ambienti interni raccontano l’evoluzione degli spazi professionali: luce, trasparenza e flessibilità contribuiscono a definire un contesto in cui l’architettura non svolge soltanto una funzione organizzativa, ma partecipa all’esperienza quotidiana di chi lo attraversa.

La nuova sede riunisce le attività del gruppo in un unico complesso e interpreta una trasformazione che interessa molte aziende: il luogo di lavoro non viene più valutato esclusivamente in base alla sua capacità di ospitare persone e funzioni, ma anche per la qualità degli ambienti, le possibilità di collaborazione e il benessere che può offrire. Per BFF Bank, Casa BFF rappresenta anche un modo di rendere visibile la propria identità attraverso uno spazio fisico riconoscibile, capace di integrare la dimensione operativa con quella rappresentativa e culturale.

La BFF Gallery: circa 250 opere d’arte nel cuore della banca

Uno degli aspetti più singolari di Casa BFF è la presenza della BFF Gallery, uno spazio dedicato all’arte moderna e contemporanea di circa 450 metri quadrati. La collezione del gruppo ha radici negli anni Ottanta e comprende circa 250 opere, con nomi di primo piano dell’arte italiana del Novecento.

Tra gli artisti rappresentati figurano Lucio Fontana, Alberto Burri, Enrico Baj, Mario Schifano, Emilio Tadini e Arnaldo Pomodoro. Una raccolta che affianca all’attività finanziaria di BFF Bank un investimento nella valorizzazione del patrimonio artistico. Anche gli spazi esterni dialogano con questa dimensione: la piazza ospita opere di Giò Pomodoro e Gianfranco Pardi, inserendo l’arte nel percorso quotidiano di chi attraversa l’area.

La BFF Gallery è aperta gratuitamente al pubblico dal lunedì al venerdì, dalle 10:30 alle 17:30, secondo le informazioni pubblicate dalla galleria. La presenza di uno spazio espositivo accessibile trasforma così una parte dell’identità aziendale in un’occasione di fruizione culturale.

BFF Bank e una nuova idea di sede aziendale

Casa BFF offre una chiave di lettura della Milano contemporanea che va oltre la ricerca dell’edificio spettacolare. Il progetto promosso da BFF Bank mette insieme funzioni differenti: una sede direzionale, uno spazio pubblico, un’infrastruttura per la produzione di energia e un luogo dedicato all’arte. La scelta di investire in un edificio di questa natura racconta anche l’evoluzione del modo in cui un’impresa può presentarsi alla città.

Il progetto di OBR mostra come un edificio direzionale possa essere ripensato in termini di qualità degli ambienti e relazione con il quartiere. Una prospettiva particolarmente significativa in una città in cui la rigenerazione urbana è diventata uno dei temi centrali del dibattito sul futuro degli spazi. Più che un nuovo landmark da aggiungere allo skyline milanese, Casa BFF è dunque un tentativo di immaginare un’architettura in cui la dimensione aziendale possa convivere con quella urbana e collettiva: un luogo in cui economia, design e cultura si incontrano per raccontare una Milano in trasformazione.

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Bollette luce, proroga delle tutele graduali fino a dicembre 2027: l’ipotesi e cosa cambierebbe

Il servizio a tutele graduali per l’energia elettrica potrebbe subire una proroga fino al 31 dicembre 2027.

Questo concederebbe più tempo alle famiglie per scegliere un’offerta sul mercato libero. È questa l’ipotesi allo studio del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, mentre l’attuale scadenza del regime è fissata al 31 marzo 2027.

Tutele graduali, cosa prevede la proroga del Mase

Senza proroga, i clienti domestici non vulnerabili che entro il 31 marzo 2027 non avranno scelto un’offerta del mercato libero passeranno automaticamente a un’offerta del proprio venditore del servizio a tutele graduali. La proposta sarà individuata tra quelle disponibili a dicembre 2026, selezionando quella con la spesa annua più bassa.

Arera ha già avviato le comunicazioni ai clienti spiegando cosa accadrà alla scadenza attualmente prevista. Le informazioni riportate nelle bollette riguardano sia il passaggio al mercato libero sia le diverse modalità di tutela previste per i clienti vulnerabili.

In base all’ipotesi allo studio, dal 1° aprile al 31 dicembre 2027, in assenza di una scelta sul mercato libero, il fornitore potrebbe continuare ad applicare ai clienti domestici non vulnerabili le attuali condizioni commerciali oppure, se più vantaggiose, quelle della migliore offerta praticata dallo stesso fornitore a questi clienti.

In caso di passaggio automatico, tutto avverrà senza interruzioni della fornitura elettrica e senza che sia necessario firmare un nuovo contratto. Non cambieranno neppure le modalità di ricezione della bolletta.

Le condizioni economiche dell’offerta applicata dopo il passaggio automatico varranno almeno 12 mesi e il cliente potrà recedere anticipatamente senza costi. L’eventuale proroga potrebbe modificare le modalità e i tempi del passaggio.

Le comunicazioni Arera

Arera ha predisposto un calendario di comunicazioni per informare i clienti serviti dalle tutele graduali sulle conseguenze della scadenza:

  • da settembre a novembre 2026 arriverà una prima comunicazione informativa sul passaggio previsto alla scadenza del servizio;
  • a dicembre 2026 i clienti riceveranno una comunicazione sintetica con le condizioni dell’offerta selezionata, la relativa scheda e l’avviso dell’avvenuto invio;
  • da gennaio a marzo 2027 sarà trasmesso un promemoria contenente il codice dell’offerta, utilizzabile sul portale offerte per simulare la spesa annua e confrontarla con quella delle altre proposte del mercato libero.

La documentazione contrattuale completa potrà essere inviata entro il 31 marzo 2027, salvo che il cliente la richieda prima.

Il codice dell’offerta consentirà di effettuare un confronto tra la proposta individuata dal venditore e le varie tariffe disponibili.

Clienti vulnerabili, cosa cambia dal 1° aprile 2027

Come detto, per i clienti vulnerabili sono previste regole differenti: in assenza di una scelta sul mercato libero, dal 1° aprile 2027 è previsto il passaggio automatico al Servizio di maggior tutela.

Chi possiede i requisiti per essere considerato vulnerabile, ma non è ancora stato identificato come tale dal proprio venditore, può dichiarare questa condizione compilando il modulo allegato alle bollette inviate da settembre 2026.

I clienti già riconosciuti come vulnerabili riceveranno invece un’apposita comunicazione in bolletta.

Come trovare l’offerta luce più conveniente

Per confrontare le tariffe dell’energia elettrica è possibile utilizzare il portale offerte dell’Arera, uno strumento gratuito e indipendente realizzato e gestito da Acquirente Unico sulla base delle direttive dell’Autorità.

Per effettuare una simulazione servono alcuni dati riportati nella bolletta della luce:

  • consumo annuo di energia, espresso in kilowattora (kWh);
  • potenza impegnata, espressa in kilowatt (kW);
  • Comune di riferimento;
  • tipologia di offerta desiderata, a prezzo fisso oppure variabile.

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Ex bonus Renzi in busta paga, come recuperare fino a 1.200 euro con il 730

Con i redditi italiani congelati da più di 20 anni, il Recupero del trattamento integrativo, meglio conosciuto come Bonus Renzi è una misura quantomai necessaria per tutti i lavoratori dipendenti e i percettori di Naspi.

Chi ne ha diritto ha ancora pochi giorni per recuperare fino a 1.200 euro attraverso la presentazione del 730 integrativo.

Che cos’è il Trattamento integrativo

Nato nel 2014 sotto il Governo Renzi come bonus da 80 euro e poi portato a 100 euro al mese, il beneficio è stato ufficialmente ridenominato Trattamento Integrativo (Tir). La misura garantisce un credito Irpef fino a un massimo di 1.200 euro all’anno esentasse direttamente in busta paga o nell’assegno di disoccupazione.

Il trattamento non va confuso con gli sgravi sul cuneo fiscale né con le detrazioni Irpef per i redditi medio-alti: si tratta di una misura specifica pensata per sostenere le retribuzioni più basse.

A chi spetta l’ex bonus Renzi

Il Trattamento integrativo è indirizzato ai lavoratori dipendenti, ai percettori di redditi assimilati e a chi riceve ammortizzatori sociali o Naspi. Sono esclusi i pensionati.

L’accesso al beneficio varia in base al reddito complessivo annuo:

  • il bonus spetta in misura piena, pari a 1.200 euro annui, per i redditi fino a 15.000 euro, a patto che l’imposta lorda sia superiore alle detrazioni da lavoro dipendente, mentre invece chi ricade nell’area esente dal pagamento Irpef non ne ha diritto per incapacità fiscale;
  • per redditi tra i 15.001 e i 28.000 euro il diritto scatta solo se la somma delle detrazioni riguardanti familiari a carico, il mutuo per la prima casa, le spese mediche ed eventuali ristrutturazioni superano l’imposta lorda dovuta;
  • per la fascia oltre i 28.000 euro il beneficio decade completamente.

Come recuperare le somme non ricevute

Se il datore di lavoro non ha erogato il trattamento integrativo in busta paga durante l’anno per mancanza di dati sui redditi complessivi o in presenza di più contratti, il conguaglio viene effettuato in sede di dichiarazione dei redditi a partire da maggio, con un’erogazione che avviene in genere con lo stipendio di luglio, qualora il datore di lavoro sia stato indicato come sostituto d’imposta.

Per chi ha dimenticato di integrare nel 730 altri redditi lavorativi rispetto al proprio lavoro principale, per recuperare le somme spettanti a credito dovrà inviare una dichiarazione integrativa. L’importo maturato verrà accreditato direttamente nello stipendio dal sostituto d’imposta o rimborsato dall’Agenzia delle Entrate.

Come controllare se il bonus è stato pagato

Per verificare se hai incassato il trattamento integrativo, prendi la tua Certificazione Unica riferita ai redditi dell’anno scorso (2025) e controlla questi punti:

  • se viene spuntato il “Campo 390 – Codice 1”, il datore di lavoro ti ha riconosciuto il bonus e ti ha pagato tutti i soldi spettanti direttamente in busta paga;
  • se è stata compilata la voce “Campo 390 – Codice 2” il bonus ti spettava, o è stato calcolato, ma il datore di lavoro non te l’ha pagato, e dovrai quindi recuperarlo attraverso il Modello 730;
  • nel “Campo 391” viene invece riportata la cifra esatta in euro che hai incassato nel corso dell’anno.

Tutte queste informazioni vengono poi riportate nel rigo C14 del quadro C della tua dichiarazione dei redditi.

Entro quando rettificare la dichiarazione

La scadenza principale per inviare il 730 integrativo e recuperare il credito spettante è fissata al 25 ottobre. La procedura va inoltrata tramite Caf o professionista abilitato.

Nel caso in cui il ricalcolo evidenzi invece un debito, occorre presentare il modello Redditi Pf correttivo, per cui il conguaglio negativo verrà trattenuto in busta paga fino a un massimo di 8 rate. Qualora non sia in essere nessun contratto di lavoro dipendente, si potrà comunque rateizzare l’importo attraverso F24 da trasmettere direttamente all’Agenzia delle Entrate.

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Assegno unico ottobre 2026, quando arriva il pagamento: scattano i controlli ISEE

Inps provvederà al pagamento dell’assegno unico di ottobre 2026 rispettando il consueto calendario, almeno nella maggior parte dei casi. L’accredito è atteso nelle giornate del 21 e 22 per la maggior parte degli aventi diritti.

Discorso diverso infatti per chi ha presentato una nuova domanda o ha avuto cambiamenti nel nucleo familiare o nell’ISEE. Potrebbe infatti ricevere il denaro in seguito. Al di là delle date, facciamo chiarezza su tutti gli elementi del bonus, dagli importi ai requisiti, fino alle novità in arrivo.

Assegno unico ottobre 2026, quando arriva

Chi percepisce l’assegno unico in continuità, senza aver subito modifiche, il pagamento è previsto tra il 21 e il 22 ottobre, come detto. Questa è la finestra ordinaria che l’INPS dedica alle prestazioni già in corso. Chi invece ha avuto variazioni dell’ISEE o della composizione familiare dovrà attendere la fine del mese, circa.

Generalmente le nuove domande portano a un primo pagamento nell’ultima settimana del mese successivo a quello di presentazione della richiesta. È importante ricordarlo per poter pianificare al meglio le proprie entrate.

A chi spetta

L’assegno unico è rivolto alle famiglie con figli a carico dal settimo mese di gravidanza e, in generale, fino al compimento dei 21 anni. Non esiste invece un limite d’età per i figli con disabilità. Superata la soglia dei 18 anni, però, scattano alcune condizioni.

Il figlio maggiorenne infatti deve frequentare un percorso di studio o formazione, svolgere un lavoro con reddito limitato oppure risultare iscritto come disoccupato alla ricerca di un impiego. Per i beneficiari già attivi la prestazione prosegue in automatico, ma è fondamentale comunicare tempestivamente le variazioni rilevanti, come:

  • nascita di un figlio;
  • raggiungimento di una nuova soglia d’età.

Assegno unico 2026: importi e aumenti

L’importo erogato dipende dall’ISEE del nucleo familiare. Nel 2026, per i figli minorenni, si va da un massimo di 203,80 euro al mese per figlio con ISEE fino a 17.468,51 euro a un minimo di 58,30 euro per chi supera i 46.582,71 euro o non presenta un ISEE valido.

Tra le due soglie, l’importo scende in modo progressivo. Per i figli maggiorenni a carico fino a 21 anni gli importi base sono più bassi. A queste cifre si aggiungono le maggiorazioni, che fanno salire l’assegno. Sono previste per:

  • i figli sotto l’anno di età;
  • le famiglie numerose dal terzo figlio;
  • le madri con meno di 21 anni;
  • i nuclei in cui entrambi i genitori lavorano.

Una quota aggiuntiva, infine, spetta per i figli con disabilità, differenziata in base alla gravità. Anche queste voci dipendono dall’ISEE, motivo per cui conviene avere sempre un’attestazione aggiornata e valida.

Controlli sull’ISEE e novità 2027

Il tema dell’ISEE è centrale, come detto. È su questo documento che si concentrano le attenzioni dell’INPS. L’Istituto ha infatti avviato verifiche su alcune migliaia di dichiarazioni ritenute sospette. Un controllo che mira a garantire che il beneficio vada a chi ne ha effettivamente diritto.

Un motivo in più per presentare dati corretti e aggiornati, anche perché chi rinnova l’ISEE entro il 30 giugno può ottenere gli eventuali arretrati spettanti dall’inizio dell’anno. Guardando avanti, inoltre, dal 2027 sono attese modifiche ai criteri di calcolo di questo documento, che potrebbero rivedere le soglie e gli importi.

Come controllare il pagamento e cosa fare se non arriva

Chi vuole verificare la data e l’importo del proprio accredito può farlo in autonomia sul sito dell’Inps, accedendo con Spid, Cie o Cns all’area dedicata all’assegno unico o al Fascicolo previdenziale del cittadino. In questa sezione si trovano:

  • stato della domanda;
  • importi riconosciuti;
  • pagamenti in lavorazione.

Lo stesso controllo è inoltre possibile tramite l’app Inps Mobile. Se l’accredito non arriva nelle date previste, conviene prima controllare che l’Isee sia ancora valido e aggiornato, perché un’attestazione scaduta fa scattare l’importo minimo (sarebbe il caso anche di verificare l’IBAN collegato alla domanda). In caso di anomalie, ci si può rivolgere ai servizi online, al Contact center o a un patronato, senza ripresentare una nuova domanda, che allungherebbe solo i tempi.

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Nato, generale Grynkewich: “Combatteremo”. La Teoria della Vittoria in 3 fasi per fermare Putin

La Nato prepara la risposta a un eventuale attacco russo con un piano militare in tre fasi: bloccare l’offensiva iniziale, indebolire le forze nemiche e, se necessario, spezzarne la capacità di combattimento.

È la “Teoria della Vittoria” presentata a Varsavia dal generale americano Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa.

Messaggio per la Russia

Il destinatario del messaggio è soprattutto il Cremlino, anche se la Russia non è stata nominata direttamente nel discorso.

La Nato punta su superiorità tecnologica, intelligence condivisa e forze militari addestrate. L’obiettivo dichiarato non è conquistare territori nemici o infliggere una sconfitta strategica all’avversario, ma impedire che un attacco contro un Paese alleato possa avere successo.

La presentazione arriva proprio durante l’intensificarsi della guerra ibrida russa. Grynkewich ha assicurato che il sostegno degli Stati Uniti all’Alleanza resta confermato, anche se Trump e Putin hanno stretto un patto commerciale relativamente alla compravendita di gasolio. I profitti serviranno a Mosca, fra le altre cose, per finanziare la guerra in Ucraina.

Il discorso del generale Usa arriva a poche settimane dall’allarme della Cia su possibili attacchi russi a Italia, Spagna e Francia con droni leggeri.

Nato, la Teoria della Vittoria in tre fasi

La prima fase, si è detto, consiste nel fermare l’offensiva nel punto in cui si manifesta, impiegando le forze terrestri con il sostegno delle componenti aeree, navali, spaziali e cibernetiche. L’obiettivo è impedire all’avversario di conquistare terreno e di consolidare una posizione favorevole.

La seconda fase prevede di ridurre la capacità del nemico di proseguire l’attacco. Le forze della Nato dovrebbero impedirgli di mantenere l’iniziativa, limitando la possibilità di organizzare nuove offensive e di avanzare sul territorio alleato.

La terza fase entrerebbe in gioco se l’aggressione continuasse. In questo caso, l’obiettivo sarebbe colpire non soltanto le unità impegnate nei combattimenti, ma anche il sistema che le sostiene, le rifornisce e le comanda.

Così ha precisato Grynkewich:

Non cerchiamo di infliggere una sconfitta strategica al nostro avversario, né ne abbiamo bisogno. Cerchiamo solo di fermare qualsiasi attacco sul nascere, negando la possibilità di conquistare e mantenere il nostro territorio. Ottenerlo richiede la sconfitta tattica e operativa delle forze impiegate contro di noi, ma nulla di più.

Così ha aggiunto riferendosi al vantaggio della Nato:

La nostra Alleanza ha un vantaggio essenziale: noi sorvegliamo il territorio circostante con un sofisticato sistema di intelligence che ci consente di gestire un’enorme massa di dati con gli algoritmi. Difficilmente possiamo essere colti di sorpresa. Saremo, quindi, in grado di bloccare l’attacco iniziale. Se sarà necessario, distruggeremo lo schieramento nemico, mettendo in campo le nostre forze convenzionali: l’esercito, l’aviazione, la marina, ma anche i reparti cibernetici. In questo modo non consentiremo al nemico di occupare neanche una piccola porzione del nostro suolo.

Grynkewich ha sottolineato che il piano è condiviso dai 32 partner, ma che una guerra contro la Russia non è imminente:

Vogliamo essere pronti per ciò che è possibile, non solo per ciò che è probabile.

Trump e l’articolo 5

Uno dei punti più delicati riguarda il ruolo degli Stati Uniti. Sul punto, Grynkewich ha rassicurato:

Lo scorso luglio c’ero anch’io nelle riunioni tra i leader al vertice Nato di Ankara. Il presidente Trump non ha mai messo in dubbio l’applicazione dell’articolo 5.

L’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico stabilisce il principio della difesa collettiva: un attacco armato contro un alleato viene considerato un attacco contro tutti.

Esercitazione nucleare Nato in Italia

Intanto ha preso il via l’esercitazione nucleare della Nato in Italia, con il nome in codice “Steadfast Noon” (“Mezzogiorno risoluto”)

Martedì 13 ottobre e per una decina di giorni lo spazio aereo italiano sarà attraversato da aerei militari di 17 Paesi Nato in una esercitazione nucleare (ma senza armi nucleari).

Coinvolte le basi aeree di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia) ed altre località nel Nord del Paese. Fra i Paesi aderenti c’è anche la Turchia, ma non la Francia.

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Concorso da 1.640 posti per Allievi della Guardia di Finanza, tra i requisiti il diploma: come partecipare

La macchina delle selezioni per le Forze dell’Ordine si prepara a lanciare una delle procedure più attese dell’anno. La Guardia di Finanza sarebbe in procinto di pubblicare il bando per il 26° Corso Allievi Finanzieri, che metterà a disposizione circa 1.640 posti a tempo indeterminato.

L’uscita del bando sul portale inPA e sul sito ufficiale del Corpo è prevista per il giorno 20 novembre 2026, in linea con le finestre di pubblicazione delle precedenti edizioni. La selezione si svilupperà lungo tutto il 2027, per poi far partire l’incorporamento dei vincitori all’inizio del 2028.

Cosa cambia rispetto agli altri concorsi

Tra le novità principali emerse dalle anticipazioni figura una modifica logistica di grande impatto per i candidati. Le prove scritte di preselezione dovrebbero svolgersi in sedi delocalizzate direttamente nelle regioni di provenienza dei concorrenti, evitando le tradizionali e onerose trasferte verso la Capitale nelle fasi iniziali dell’iter.

Quali sono i requisiti stimati per la partecipazione

In attesa del testo ufficiale, i parametri d’accesso dovrebbero ricalcare la struttura dei bandi precedenti:

Titolo di Studio Diploma di scuola secondaria di secondo grado
Limiti di età A partire da 18 anni e indicativamente fino a 24 anni non compiuti (con estensioni per i volontari FF.AA.)
Cittadinanza Cittadinanza italiana e godimento dei diritti civili e politici

I dettagli sulla ripartizione dei posti tra civile, contingente di mare e quote riservate ai Volontari in Ferma Prefissata saranno noti solo in seguito alla pubblicazione del bando, al quale occorrerà fare esclusivo riferimento per la conferma dei requisiti di partecipazione.

Cosa studiare per arrivare preparati al concorso

Ovviamente, l’ideale sarà aspettare l’uscita del bando per evitare di acquistare libri di testo inutili alla preparazione effettiva. Però, ci si può iniziare a orientare basandosi sulla struttura delle ultime edizioni del concorso.

La prova scritta di preselezione sarà un test a risposta multipla da 90 quesiti da completare in un lasso di tempo contenuto, generalmente intorno a un’ora. In assenza di una banca dati ufficiale pubblicata in anticipo prima della prova, una preparazione efficace richiede un allenamento costante e mirato fin dalle settimane precedenti l’uscita del bando.

I quiz delle edizioni passate si sono articolati su cinque macro-aree ben definite:

  • 35 quesiti che testano le abilità logico-matematiche, che rappresentano il blocco numericamente più consistente e che generalmente preoccupa maggiormente i candidati;
  • 25 quesiti volti a verificare la conoscenza orto-grammaticale, la sintassi, il lessico e le competenze morfologiche della lingua italiana, per i quali sarà utile ripassare le regole grammaticali di base e svolgere simulazioni su sinonimi, contrari e analisi logico-verbale.
  • 10 quesiti di Storia Contemporanea, con un focus sulle vicende italiane a partire dall’Unità d’Italia fino alle tappe d’integrazione dell’Unione Europea;
  • 10 quesiti di Educazione civica, che riguardano i principi della Costituzione e le nozioni chiave relative alle relazioni tra Stato e Istituzioni europee;
  • 10 quesiti di Geografia, con domande che riguarderanno le caratteristiche fisico-politiche ed economiche dell’Italia e dei Paesi dell’Unione Europea.

Come allenarsi per la prova fisica

Chi riuscirà a superare la preselettiva, sarà sottoposto a prove fisiche, un passaggio fondamentale ed eliminatorio dell’iter selettivo. Le sfide atletiche saranno differenziate in base al contingente di destinazione scelto in fase di candidatura.

Contingente Prove obbligatorie Prova facoltativa
Ordinario Salto in alto, corsa piana 1.000 metri, piegamenti sulle braccia Corsa piana 100 metri oppure nuoto 25 metri stile libero
Di Mare Salto in alto, corsa piana 1.000 metri, nuoto 25 metri stile libero Corsa piana 100 metri oppure piegamenti sulle braccia

Il mancato raggiungimento della prestazione minima anche in una sola delle discipline obbligatorie comporta l’esclusione immediata dal concorso. Al contrario, la prova facoltativa non determina l’inidoneità in caso di mancato superamento, ma costituisce una risorsa strategica per posizionarsi più in alto nella graduatoria di merito.

Per essere ammessi alle prove fisiche è obbligatorio presentare un certificato medico di idoneità all’attività sportiva agonistica in corso di validità. Il consiglio è quello di strutturare un piano di allenamento graduale e progressivo, simulando i tempi di corsa e le tecniche di esecuzione richieste dai parametri ufficiali del Corpo.

Come rimanere aggiornati sul bando

Dal momento che il bando di concorso non uscirà nel mese di ottobre, ma a novembre, si consiglia di monitorare spesso il portale inPA per non perdere il momento esatto di pubblicazione della selezione.

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Pensioni, dagli scatti di età al lavoro oltre i 67 anni: cosa cambia con la Manovra

In un Paese in pieno inverno demografico, dove quasi il 16% del Pil (e oltre il 30% della spesa pubblica) viene assorbito dalle prestazioni previdenziali, la materia rappresenta una voce cruciale per la Legge di Bilancio.

L’età pensionabile si adegua automaticamente alla speranza di vita. Secondo le ultime stime della Ragioneria Generale dello Stato, questo meccanismo spingerà il requisito anagrafico a 67 anni e 6 mesi nel 2029, per poi raggiungere i 67 anni e 8 mesi dal 2031. Uno scenario destinato ad alimentare il dibattito pubblico.

Il dibattito politico sulla Manovra: dagli scatti all’ipotesi 70 anni

All’interno della maggioranza di Governo si registrano visioni differenti su come gestire l’impatto della longevità sui conti pubblici.

Da un lato, la Lega spinge per congelare gli adeguamenti automatici previsti per il biennio 2027-2028 (+1 mese da gennaio 2027 e +2 mesi da gennaio 2028), mantenendo l’asticella a 67 anni. Il Ministero delle Infrastrutture ipotizza la possibilità di restare in servizio fino a 70 anni per gli autotrasportatori, esclusivamente su base volontaria. Il sottosegretario Durigon continua invece a studiare l’ipotesi di un’uscita anticipata a 64 anni per tutti.

I dati dell’Inps certificano che l’età media effettiva di uscita è salita a 64,8 anni. Parallelamente, il tasso di occupazione tra gli over 55 ha registrato una forte crescita negli ultimi 20 anni, passando dal 31,4% del 2005 al 61,2% del 2025 nella fascia tra i 55 e i 64.

Perché i pensionati continuano a lavorare

Un aspetto rilevante emerge dalle recenti rilevazioni dell’Istat e dell’Inps: almeno un pensionato su dieci continua a lavorare dopo il ritiro.

I titolari di pensione diretta che risultano ancora occupati sono 779.303, prevalentemente concentrati tra autonomi, liberi professionisti e parasubordinati (i lavoratori dipendenti rappresentano appena l’1% della platea). Circa un terzo di questo bacino prosegue l’attività per integrare un trattamento economico insufficiente, mentre i restanti due terzi lo fanno per scelta personale e professionale.

Cosa dice la giurisprudenza su Scuola, PA e cumulo contributivo

Di recente la Corte Costituzionale e la Cassazione hanno chiarito limiti e adempimenti per chi prosegue l’attività lavorativa oltre la soglia dei 67 anni.

Scuola

I dipendenti del comparto Scuola (docenti e personale Ata) che non hanno maturato l’anzianità contributiva minima per la pensione di vecchiaia possono rimanere in servizio anche dopo aver compiuto 70 anni. Un’impostazione opposta rispetto alla proposta sindacale di consentire il collocamento a riposo dei docenti a 60 anni.

Pensionati lavoratori e incarichi nella PA

I pensionati che intraprendono una nuova attività lavorativa devono darne immediata comunicazione all’Inps, pena la restituzione degli assegni percepiti durante il periodo non dichiarato.

Per quanto riguarda la Pubblica Amministrazione, resta il divieto di conferire incarichi retribuiti a soggetti già in pensione. Tuttavia, la Cassazione ha chiarito che la misura si applica solo se il trattamento è già in erogazione: chi ha maturato i requisiti anagrafici ma non percepisce ancora il primo cedolino può legittimamente svolgere un incarico retribuito.

Cumulo contributivo

Per i lavoratori che devono unificare i versamenti tra gestioni diverse, la pensione non scatta in automatico al raggiungimento dei requisiti. L’erogazione decorre esclusivamente dalla data di presentazione della domanda, con il rischio di perdere definitivamente gli arretrati in caso

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Spread in leggero aumento a 111 punti base, i rendimenti nel giorno dell’asta

Anche nella mattinata del 13 ottobre lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi ha aperto sostanzialmente stabile, facendo segnare 111 punti base nei primi minuti di attività delle contrattazioni. I rendimenti dei titoli decennali italiani si sono assestati al 4,53%, anche loro stabili, ma comunque alti rispetto alla media recente.

I rendimenti sono molto più alti anche delle cedole dei Btp che andranno all’asta nella giornata di oggi e che non superano il 3,95%. Per gli investitori si prevedono rendite nette da questi titoli fino a oltre il 4%.

Lo spread è ancora stabile

Dopo giorni di picchi e di instabilità sembra che lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi abbia raggiunto un punto di equilibrio. È attorno ai 110 punti base, diventati 111 nella mattinata del 13 ottobre, una trentina di punti sopra i livelli di settembre e più in generale del precedente punto di equilibrio dopo la fase più acuta della guerra in Medio Oriente.

Cosa mantiene spread e rendimenti fermi

Insieme allo spread si sono fermati anche i rendimenti, oggi al 4,53%, molto alti ma quantomeno stabili rispetto alla volatilità delle scorse settimane. A contribuire a questa fase di stallo ci sono diverse situazioni di instabilità che hanno trovato un momento di pausa:

  • le iniziative degli Usa in Medio Oriente non dovrebbero riprendere prima delle elezioni di metà mandato di novembre,
  • il prezzo del petrolio continua di conseguenza a oscillare attorno ai 90 dollari;
  • l’inflazione, e di conseguenza i tassi di interesse, sono stabili anche se alti;
  • la crisi del debito mondiale, che sembrava pronta a innescarsi, è ferma in un equilibrio instabile.

Questa fase di stabilità, di conseguenza, non sembra destinata a durare.

Oggi si tiene l’asta dei Btp a medio e lungo termine

Ad approfittare dei rendimenti alti potrebbero essere i risparmiatori, che oggi potrebbero ottenere nuovi titoli di Stato dall’asta per i Btp a medio e lungo termine. Il Tesoro ha messo sul mercato tre nuove tranche di prodotti già esistenti, di cui quindi si possono calcolare i rendimenti previsti:

  • un Btp con scadenza nel 2029, quindi a 3 anni e cedola del 3%;
  • un Btp con scadenza nel 2033, quindi a 7 anni e cedola del 3,35%;
  • un Btp con scadenza nel 2041, quindi a 15 anni e cedola del 3,95%.

I Btp più convenienti potrebbero raggiungere anche il 4% lordo di rendita. A seguire a ottobre si terranno altre tre aste:

  • martedì 27 ottobre l’asta dei Btp Short Term e dei Btp€i;
  • mercoledì 28 ottobre l’asta dei Bot;
  • giovedì 29 ottobre l’asta dei titoli a medio e lungo termine.

Inoltre ci sarà anche l’emissione, tra il 19 e il 23 ottobre, dei Btp Valore, dedicati ai risparmiatori.

Gli spread in Europa

Come in Italia, anche nel resto dei grandi Paesi europei per lo spread è un momento di stabilità. I Bonos spagnoli sono a 63 punti base, mentre gli Oat francesi sono gli unici a soffrire, a causa della complessa situazione politica e debitoria del Paese. I titoli di Parigi sono a 144 punti base dai Bund.

Spread e rendimenti dei titoli di Stato europei all’apertura del 13 ottobre 2026
Titoli di Stato Rendimenti Spread
Bund tedeschi 3,42% –
Btp italiani 4,53% 111
Oat francesi 4,86% 144
Bonos spagnoli 4,05% 63

 

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Manovra fra cedolare secca al 5%, Irpef fino a 60mila euro e flat tax: tutte le ipotesi

Che Manovra sarà dipenderà in larga parte dal braccio di ferro fra Italia e Unione europea. Ne ha dato conferma il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, secondo il quale il testo definitivo della Legge di Bilancio 2027 potrà essere delineato solo dopo la fine delle procedure europee relative alla clausola di salvaguardia e alle richieste di flessibilità sui conti pubblici.

Il Governo sconta anche la mancata uscita dalla procedura d’infrazione Ue per il deficit rimasto sopra il 3%. Oggi l’Italia ha sforato per appena un decimale (0,1%). Nel frattempo, però, emergono i primi orientamenti in merito alle misure considerate dal Governo.

Cedolare secca al 5%

Il Governo punta a dare una prima risposta all’emergenza casa con una cedolare secca al 5% per gli affitti lunghi e a canone concordato.

Per gli affitti lunghi, attualmente l’aliquota ordinaria della cedolare secca è al 21%. Che cala al 10% per i contratti a canone concordato nel rispetto dei requisiti di legge. Una eventuale aliquota agevolata al 5% potrebbe rappresentare una agevolazione contro il caro casa, soprattutto in quei comuni in cui l’emergenza abitativa è particolarmente forte.

Si ricorda che il canone concordato non conviene solo all’inquilino: i proprietari possono beneficiare di sconti sull’Irpef e sulle imposte.

Lavoro per i giovani

C’è poi il capitolo giovani: Giorgetti ha annunciato già da tempo l’idea di una flat tax al 5% sugli aumenti di stipendio per i lavoratori dipendenti fino a 35 anni.

La misura dovrebbe costare attorno ai 350 milioni di euro. Ma il ministro ha invocato anche “la collaborazione dei datori di lavoro”.

E poi dovrebbe essere replicata la flat tax sui rinnovi contrattuali, sul lavoro notturno e festivo e sui premi di produttività.

Ma l’universo “flat tax” riguarda anche un’altra categoria: le partite Iva. Attualmente la soglia è stata portata da 65.000 euro a 85.000 euro. Ora il Governo starebbe puntando a quota 100.000 euro. Ma serve aprire un tavolo con l’Ue, dal momento che per farlo sarebbe necessario andare a ritoccare anche la normativa sull’Iva. A spingere forte su questo punto è in particolare la Lega.

Irpef

C’è poi il capitolo Irpef, con una carezza rivolta al ceto medio. L’ipotesi è quella di estendere l’aliquota Irpef al 33% fino ai 60.000 euro lordi l’anno. Ora il limite è fissato a 50.000 euro. Una misura del genere costerebbe sui 2,6 miliardi.

Nell’ultimo intervento, l’aliquota Irpef scese dal 35% al 33% sui redditi compresi tra 28.000 euro e 50.000 euro.

Bollo auto

“Bollo ciao!”, ha cantato la premier Giorgia Meloni alla kermesse Fenix 2026. Nell’anno in corso il bollo auto è stato tolto a tutte le moto e ai veicoli di bassa cilindrata. Si tratta, però, di una misura relativa solo all’anno 2027, costata 2,3 miliardi da fondi Pnrr.

Energia e difesa

Lo scostamento di Bilancio di 28,8 miliardi di euro per le spese destinate a energia e difesa, previste dalla clausola di salvaguardia, è stato approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 2 ottobre. Ci sarà un nuovo voto in Parlamento, nella giornata del 13 ottobre, per dare l’ok all’extradeficit.

Per l’energia viene prevista una spesa di 7,2 miliardi l’anno per il biennio 2027-2028. Prevista un’identica cifra per la difesa e la sicurezza.

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Riscaldamento, gli obblighi di controllo fra manutenzione ordinaria e prova dei fumi

Con l’arrivo della stagione fredda, torna l’attenzione sulla manutenzione degli impianti di riscaldamento. Controllare la caldaia non è soltanto una questione di efficienza e consumi: per gli impianti termici sono previsti obblighi di manutenzione e verifiche periodiche, il cui mancato rispetto può comportare sanzioni amministrative fino a 3.000 euro.

La normativa di riferimento è il D.P.R. 74/2013, che disciplina i controlli e la manutenzione degli impianti termici.

Manutenzione ordinaria e controllo dei fumi, le differenze

Il primo intervento è la manutenzione ordinaria, che comprende la verifica dei parametri di funzionamento, le regolazioni e la pulizia dell’apparecchio. Il tecnico controlla le componenti più esposte all’usura e verifica che la caldaia funzioni correttamente.

Il controllo dei fumi, invece, è una verifica dell’efficienza energetica e della combustione. Permette di misurare parametri come il tiraggio, la regolazione del bruciatore, la temperatura dei fumi e i valori di monossido di carbonio e anidride carbonica.

La manutenzione ordinaria non ha una periodicità annuale uguale per tutti gli impianti stabilita in via generale dalla normativa nazionale. Bisogna seguire le indicazioni dell’installatore e del produttore riportate nel libretto d’uso e manutenzione. In mancanza di istruzioni, si può fare riferimento alle norme tecniche Uni e Cei.

Ogni quanto bisogna controllare la caldaia

Per il controllo di efficienza energetica, le indicazioni generali sono le seguenti (fermo restando che possono essere previste altre disposizioni regionali):

Tipo di impianto Potenza termica Controllo
combustibile liquido o solido fino a 100 kW ogni 2 anni
gas metano o Gpl fino a 100 kW ogni 4 anni
combustibile liquido o solido oltre 100 kW ogni anno
gas metano o Gpl oltre 100 kW ogni 2 anni

Quanto costa la revisione della caldaia

La spesa dipende dal tipo di intervento. Le cifre, indicativamente:

  • manutenzione ordinaria – da 90 a 140 euro;
  • controllo dei fumi – da 60 a 90 euro;
  • bollino blu – 13 euro per gli impianti con potenza inferiore a 35 kW.

Bollino blu e verde

Al termine dei controlli, il tecnico abilitato compila i documenti e registra gli interventi sul libretto dell’impianto. Il rapporto di controllo attesta le verifiche effettuate e, quando previsto, viene accompagnato dal bollino.

Il bollino blu è indicato per gli impianti termici con potenza inferiore a 35 kW. Il bollino verde riguarda i generatori di calore con potenza compresa tra 35 e 350 kW. Il contrassegno riporta un codice identificativo e viene utilizzato nella documentazione relativa al controllo.

Chi paga i controlli se la casa è in affitto

In un’abitazione in affitto, le responsabilità economiche sono ripartite tra proprietario e inquilino. In base alle indicazioni richiamate dall’articolo 1576 del Codice civile, il locatore deve sostenere le riparazioni necessarie per mantenere l’immobile idoneo all’uso, compresa la sostituzione della caldaia o dei componenti diventati inefficienti a causa dell’usura.

All’inquilino spettano invece, salvo diverso accordo, le spese relative alla manutenzione ordinaria e al controllo dei fumi. Negli edifici con riscaldamento centralizzato, la gestione della manutenzione dell’impianto compete all’amministratore di condominio.

Caldaia non controllata, multe salate

Chi non effettua i controlli obbligatori sulla caldaia rischia una sanzione amministrativa da 500 a 3.000 euro. Inoltre le verifiche possono far emergere irregolarità nella documentazione o nel libretto dell’impianto, che andranno sanate.

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Frasers scommette su Burberry: perché l’esposizione al 7,42% può cambiare il lusso

Frasers Group aumenta ancora la propria esposizione finanziaria su Burberry, portandola a un valore equivalente al 7,42% dei diritti di voto della maison britannica. Il dato non indica che Frasers possieda già il 7,42% delle azioni della maison. Rappresenta un’esposizione finanziaria equivalente a circa 27 milioni di titoli Burberry, costruita attraverso contratti che potrebbero obbligare il gruppo ad acquistarli a condizioni prestabilite. Frasers non dispone, quindi, al momento, dei corrispondenti diritti di voto, ma ha assunto un impegno economico che potrebbe trasformarsi in una partecipazione effettiva.

È una distinzione tecnica, ma cambia il significato finanziario dell’operazione. Frasers incassa un premio e accetta il rischio di dover acquistare azioni Burberry a condizioni prestabilite qualora la controparte esercitasse le opzioni. Non è ancora una scalata e non dimostra che sia in preparazione un’offerta pubblica. Rappresenta, tuttavia, un’esposizione crescente su un marchio che sta tentando di uscire da una lunga crisi proprio mentre Mike Ashley amplia la propria presenza nel lusso.

La quota di Frasers in Burberry sale al 7,42%

La comunicazione sulle partecipazioni rilevanti pubblicata da Burberry indica che Frasers ha superato la nuova soglia l’8 ottobre. La posizione corrisponde a 27 milioni di diritti di voto potenziali, pari al 7,420529% del capitale, ma deriva interamente da strumenti finanziari.

L’esposizione è aumentata rapidamente:

Data della comunicazione Esposizione di Frasers Strumento prevalente
24 luglio 2026 3,05% Opzioni put vendute
27 luglio 2026 4,16% Opzioni put vendute
30 settembre 2026 6,32% Opzioni put vendute
8 ottobre 2026 7,42% Opzioni put vendute

Le scadenze sono distribuite tra ottobre 2026, marzo 2027 e settembre 2027. Frasers sta, quindi, ampliando la propria esposizione e, contemporaneamente, distribuendo nel tempo il momento nel quale potrebbe materializzarsi l’obbligo previsto dai contratti.

Come funzionano le put vendute da Frasers

Una put attribuisce al suo compratore il diritto di vendere un titolo a un prezzo concordato. Chi vende la put incassa il premio, ma deve acquistare il sottostante se il titolare decide di esercitare il contratto secondo le condizioni previste.

La posizione può essere interpretata come una strategia favorevole o quantomeno non ostile verso Burberry: chi vende una put accetta il rischio di ricevere le azioni al prezzo stabilito. Se il titolo resta sopra quel livello, l’opzione può scadere senza essere esercitata e il venditore conserva il premio. Se scende, il venditore può essere chiamato ad acquistare.

Il Glossario di QuiFinanza sugli strumenti derivati aiuta a comprendere perché l’esposizione economica possa esistere anche senza possedere immediatamente il titolo. Nel caso di Frasers manca, però, un dato essenziale per calcolare convenienza e rischio: non sono stati resi pubblici i prezzi di esercizio delle diverse opzioni.

Se alla scadenza… Possibile conseguenza per Frasers
Il titolo resta sopra il prezzo concordato La put può non essere esercitata e Frasers conserva il premio
Il titolo scende sotto il prezzo concordato Frasers può essere obbligata ad acquistare le azioni
I contratti vengono rinnovati L’esposizione può proseguire senza trasformarsi subito in partecipazione diretta
Le azioni vengono consegnate Frasers diventa azionista effettivo per la quota corrispondente

Il 7,42%, dunque, non equivale oggi a una partecipazione dotata degli stessi diritti di voto. È, però, un impegno finanziario abbastanza consistente da meritare attenzione.

Perché Frasers punta proprio su Burberry

Burberry non è più nel punto più critico della propria crisi. Nell’esercizio chiuso a marzo 2026 ha registrato ricavi per 2,42 miliardi di sterline, stabili a cambi costanti, e un utile operativo rettificato di 160 milioni, contro 26 milioni dell’anno precedente. Il margine operativo è salito al 6,6%, sostenuto anche da 80 milioni di risparmi sui costi.

Nel primo trimestre del nuovo esercizio, le vendite comparabili sono aumentate del 5%. Il piano “Burberry Forward” sta riportando al centro trench, sciarpe e identità britannica, dopo una fase nella quale prezzi e posizionamento avevano allontanato parte della clientela. I numeri più recenti indicano un recupero, non una trasformazione già conclusa.

È proprio questa fase intermedia a rendere Burberry interessante: il marchio conserva notorietà globale, ma la sua valutazione riflette ancora dubbi sulla velocità della ripresa. Come già analizzato da QuiFinanza parlando del possibile cambio di rotta del lusso con il ritorno della domanda cinese, la normalizzazione del settore non procede allo stesso ritmo per tutte le maison.

La strategia di Mike Ashley nel lusso

Frasers non è più soltanto il gruppo di Sports Direct. Controlla Flannels e numerosi marchi premium, ha acquistato Harvey Nichols e ha dichiarato di voler ampliare le proprie attività nel lusso europeo.

Nell’ultimo esercizio i ricavi del gruppo sono cresciuti dell’8,7% a 5,33 miliardi di sterline. La divisione premium ha migliorato il margine lordo e Flannels è tornata alla crescita. Burberry potrebbe offrire a Frasers qualcosa che la distribuzione, da sola, non possiede: un marchio globale con produzione creativa, proprietà intellettuale e rapporto diretto con il cliente.

I tre scenari possibili

Scenario Che cosa comporterebbe
Investimento finanziario Frasers incassa i premi e mantiene un’esposizione al recupero di Burberry
Partecipazione strategica L’esercizio delle put porta alla consegna di azioni e a un ingresso effettivo nel capitale
Operazione più ampia La quota diventa la base per accordi commerciali o ulteriori mosse societarie

Il terzo scenario è quello più suggestivo. Burberry non ha commentato l’operazione e Frasers non ha annunciato un’offerta.

Mike Ashley non ha comprato apertamente il 7,42% di Burberry, ma ha accettato un’esposizione che potrebbe trasformarlo in un azionista importante. È una scommessa finanziaria costruita per gradi, con scadenze diverse e senza scoprire subito tutte le carte. Nel lusso europeo, dove marchi prestigiosi e valutazioni depresse stanno attirando nuovi capitali, anche il modo in cui si entra nel capitale può anticipare ciò che verrà dopo.

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Ferie retribuite, non basta lo stipendio base: quali voci devono essere pagate

Lo stipendio nelle ferie annuali non deve necessariamente coincidere in ogni dettaglio con quello incassato nei giorni lavorativi, ma non può essere ridotto al punto da scoraggiare il dipendente dal godere del riposo. Vanno quindi considerate anche le indennità collegate alle particolari condizioni di svolgimento delle mansioni, purché siano corrisposte con una certa continuità e abbiano un peso economico significativo.

È quanto emerge dalla sentenza 1373/2026 del Tribunale di Salerno, che ha riconosciuto a due dipendenti di una struttura sanitaria il diritto alle differenze retributive per le ferie godute nell’arco di cinque anni.

Ferie retribuite e stipendio ordinario, i chiarimenti della giurisprudenza

Il diritto alle ferie annuali retribuite ha fondamento costituzionale ed è protetto da un pacchetto di norme di legge. Inoltre, sul piano europeo, l’art. 7 della direttiva 2003/88/CE garantisce almeno quattro settimane di ferie all’anno.

In materia la Corte di giustizia dell’UE ha chiarito che questo diritto non si esaurisce nella possibilità di assentarsi conservando una parte dello stipendio: durante il riposo, il lavoratore deve poter contare — in linea di principio — sulla retribuzione ordinaria. Una perdita economica considerevole potrebbe infatti indurlo a rinunciare alle ferie o a rinviarle, compromettendone la finalità di recupero psicofisico.

Il principio giurisprudenziale emerge, tra l’altro, dalla sentenza del 22 maggio 2014, causa C-539/12, riguardante un dipendente remunerato anche attraverso provvigioni sulle vendite. In quest’ultimo caso, la Corte europea aveva riconosciuto l’importanza delle provvigioni nel calcolo della retribuzione feriale, poiché costituivano una componente sostanziale e prevalente nello stipendio ordinario.

L’orientamento è stato recepito dalla Cassazione con la sentenza n. 13425/2019, relativa all’inclusione nella retribuzione feriale di diverse indennità e del ticket mensa. Per determinare quanto spetta durante le ferie occorre quindi valutare la funzione effettiva delle singole voci, senza limitarsi alla loro denominazione in busta paga.

Quando le indennità devono essere incluse

Non tutte le somme percepite durante il rapporto devono necessariamente essere riconosciute anche durante le ferie. Gli elementi destinati esclusivamente a rimborsare spese occasionali, come determinate spese di trasferta, saranno tendenzialmente esclusi dalla base di calcolo della retribuzione feriale.

Viceversa potranno essere incluse nel calcolo della retribuzione feriale le componenti economiche strettamente collegate alle caratteristiche delle mansioni o alla posizione o status professionale e personale del lavoratore, per esempio alcune integrazioni legate all’anzianità, alla qualifica o alle responsabilità ricoperte. Si tratta cioè di quelle indennità in busta paga che, oltre a essere incassate con continuità, compensano un disagio derivante dalla delicatezza, scomodità o gravosità dell’attività svolta.

Inoltre, sarà importante la rilevanza economica dell’importo. Infatti, se l’eventuale esclusione dell’indennità determina una riduzione significativa della retribuzione durante le ferie, potrà prodursi un effetto dissuasivo incompatibile con la tutela europea. E attenzione perché in aula non sarà necessario dimostrare che il lavoratore abbia effettivamente rinunciato al riposo: ai fini della tutela è sufficiente che la perdita economica possa scoraggiarne la fruizione.

Come chiarisce il Tribunale di Salerno la valutazione di tutti questi aspetti andrà fatta caso per caso, considerando la natura della somma, la frequenza con cui viene corrisposta e, quando necessario, la sua media in un periodo rappresentativo. Saranno di essenziale riferimento le buste paga di un arco temporale significativo (anche per questo è importante saperle leggere) e, in caso di controversia, spetterà alla magistratura valutare gli elementi disponibili e capire quale sia il perimetro effettivo della retribuzione feriale.

Perché l’irrinunciabilità delle ferie non è sufficiente

Il divieto costituzionale di rinunciare alle ferie non esclude che il lavoratore possa essere indotto a rinviarle per timore di perdere una parte dello stipendio.

Come sottolinea il Tribunale di Salerno, garantire di potersi assentare dal lavoro ma senza un trattamento economico adeguato non assicura necessariamente un riposo effettivo, che è invece necessario per recuperare le energie psico-fisiche e tutelare salute e sicurezza.

Il caso dei dipendenti sanitari, gli arretrati e la decisione del giudice

La controversia riguardava due dipendenti a tempo indeterminato di una struttura sanitaria, impegnati per 36 ore settimanali con turni distribuiti nell’arco delle 24 ore. Per le mansioni svolte percepivano un’indennità giornaliera di turno di 4,49 euro e un’indennità di 4,13 euro per particolari condizioni di lavoro, relative, tra gli altri, ai servizi di terapia intensiva e sala operatoria.

L’azienda non aveva incluso queste somme nella retribuzione delle ferie tra gennaio 2020 e dicembre 2024. Il contratto collettivo prevedeva infatti l’esclusione delle specifiche indennità dal relativo calcolo. Il Tribunale ha però ritenuto questa esclusione illegittima nel caso concreto, perché entrambe le voci erano direttamente collegate alle mansioni, venivano corrisposte con continuità — o comunque non occasionalmente — e avevano un’incidenza economica tale da poter scoraggiare la fruizione delle ferie.

In particolare, dal confronto tra la retribuzione ordinaria e quella riconosciuta durante il riposo emergeva una riduzione giornaliera di almeno il 10%. Il giudice campano ha esplicitamente richiamato un importante precedente giurisprudenziale (Cass. 17495/2025), secondo cui anche una diminuzione del 6% può produrre un effetto dissuasivo. Sono comunque percentuali che non costituiscono soglie automatiche, ma elementi da valutare situazione per situazione.

Il Tribunale ha così riconosciuto il diritto dei dipendenti a includere entrambe le indennità nella retribuzione feriale, dichiarando la nullità delle disposizioni collettive incompatibili con questo primario diritto. L’ente sanitario è stato condannato a versare il dovuto ai lavoratori, insieme agli interessi legali dalla maturazione dei crediti fino al pagamento e alle spese processuali.

Che cosa cambia

Sul solco di una giurisprudenza costante e con contributi anche recenti, la sentenza 1373/2026 del Tribunale di Salerno ribadisce che i contratti collettivi non possono escludere indiscriminatamente dalla retribuzione feriale componenti economiche che, per funzione, continuità e incidenza sullo stipendio, devono essere considerate per garantire l’effettività del diritto alle ferie.

In linea generale, non ogni voce in busta paga è automaticamente dovuta durante il riposo perché occorrerà verificarne la natura e la rilevanza concreta. Con l’eventuale aiuto dei sindacati o di un consulente del lavoro, i dipendenti potranno controllare che la retribuzione feriale sia corretta e, in caso di decurtazioni ingiustificate, far valere i propri diritti anche in tribunale. Per i datori di lavoro è invece essenziale verificare che i criteri di calcolo siano conformi alla normativa europea e alla giurisprudenza, evitando il rischio di contenziosi e arretrati.

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