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Il weekend di guerriglia dei giovanissimi a Milano spiazza il governo dei decreti Sicurezza, Meloni convoca una riunione d’urgenza sull’ordine pubblico

Giovani, anzi giovanissimi. Minorenni ma in molti casi anche ragazzini sotto i 14 anni. L’ordine pubblico a Milano torna sotto scacco. Sabato era stato utilizzato il “pretesto” della manifestazione di autoconvocati sui social contro il caro vita, oggi – domenica – centinaia di giovani si sono ritrovati in piazza Duomo: quasi tutti vestiti di nero, incappucciati, nascosti dietro a scaldacollo, passamontagna, perfino maschere vere e proprie. La tensione è andata salendo nonostante il servizio d’ordine rafforzato davanti alla cattedrale milanese: mentre turisti e passanti interessati allo shopping attraversavano la piazza, si moltiplicavano i gruppetti di giovanissimi travisati e pattuglie delle volanti e del reparto mobile. Alcuni ragazzini sono stati fermati e identificati qui ma alla fine la violenza è esplosa lo stesso, poco lontano: a partire da via Torino la strada che da piazza Duomo porta verso la zona di Porta Ticinese e delle Colonne di San Lorenzo: vetrine sfondate, cestini rovesciati, supermercati presi d’assalto. Col passare dei minuti si è capito che si muovevano gruppetti di 10-15-20 persone che entravano in azione in modo simultaneo in zone diverse: le traverse di via Torino, piazza Cordusio, piazza dei Mercanti. Bombe carta, fuochi d’artificio, sassi contro i mezzi della polizia, cartelli stradali divelti. La polizia risponde con gli scudi del reparto mobile, con gli idranti, con i lacrimogeni che sembrano avvolgere il Duomo in una scighèra in anticipo. Gli ultimi sfilano lungo via Dante, verso il Castello Sforzesco, passando per largo Cairoli dove l’azione distruttiva è diventata irruzione nel Decathlon. La pioggia anche battente non li ferma, gli ultimi tafferugli sono dopo le otto di sera a San Babila. Rabbia, vandalismo, devastazione che la politica e pure, evidentemente, anche la gestione dell’ordine pubblico fatica a capire, intercettare, prevedere, una furia mista forse a una qualche denuncia che nessuno esplicita (c’è chi regala la merce “espropriata” dai negozi ad alcuni senzatetto, ma c’è anche chi si fa immortalare davanti a un cestino in fiamme dai fotografi dei giornali). L’unico mezzo d’espressione è la violenza, contro gli oggetti e i luoghi. Non ci sono collettivi con cui confrontarsi, anzi oggi non c’era nemmeno un corteo da seguire: i fermati dopo tre ore di battaglia sono oltre 200, l’ottanta per cento di loro è minorenne.

Meloni convoca una riunione d’urgenza, il governo dei decreti Sicurezza deve correre di nuovo ai ripari

La politica condanna e si rinfaccia le responsabilità. Intanto il governo dei numerosi decreti Sicurezza si ritrova di nuovo correre ai ripari, con altre norme, altre strette. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni convoca una riunione sull’ordine pubblico, segno forse che non è andato tutto alla grande. Il suo vice Matteo Salvini ne approfitta per dire che ora non si può più parlare di ius scholae e tenta di agganciare quanto successo a Milano allo sciopero generale convocato dalla Cgil per il 20 novembre. Il leader leghista ripropone l’introduzione di una cauzione a carico degli organizzatori delle manifestazioni a rischio, “a copertura degli eventuali danni”, norma che peraltro non avrebbe niente a che fare con i fatti di domenica visto che non c’era alcuna manifestazione. L’altra proposta dei leghisti è trasformare in “decreto-legge urgente” alcune delle misure contenute nel disegno di legge cosiddetto “anti-maranza”, come il fermo preventivo anche per i minorenni, il divieto di aggregazione per chi si rende responsabile di violenze di gruppo e l’introduzione del reato di danneggiamento di gruppo. L’altro vicepremier, il leader di Forza Italia Antonio Tajani, ha riunito un vertice d’urgenza da cui sono uscite proposte come un cdm da tenere a Milano “come segno di vicinanza”, l’accelerazione dell’iter legislativo delle norme che rendono più facilmente imputabili i minori tra 14 e 17 anni ma anche “l’invio immediato di ulteriori unità delle forze dell’ordine e delle forze armate già dedicate al mantenimento della sicurezza, al fine di rafforzare anche i dispositivi di Strade Sicure”.

Il “caso” Piantedosi: la polemica con Sala poche ore prima del nuovo caos

Intanto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi manca l’appuntamento con il tempismo perché si mette a polemizzare con il sindaco di Milano Beppe Sala proprio qualche ora prima che il centro di Milano sprofondasse di nuovo nel caos. Il sindaco aveva detto che gli agenti previsti per il corteo di sabato – quando sono entrati in azione per la prima volta i giovani violenti – erano un po’ pochi, il capo del Viminale ha detto che era un’uscita un po’ snob: “È il solito riflesso naturale e istintivo di una certa sinistra radical chic che non riesce proprio a condannare i violenti senza qualche distinguo, sempre preferendo guardare a presunte responsabilità dello Stato e dei suoi rappresentanti. La colpa sarebbe della Questura, del presunto numero insufficiente di poliziotti schierati, anziché di chi ha scelto di devastare la città e aggredire le forze dell’ordine”. “Io non ce l’ho con il questore, e ci mancherebbe altro, con il quale lavoro ogni santo giorno – ha detto in mattinata Sala – ma l’impressione che si stia sottovalutando il momento e che le forze disponibili a Milano alla questura non fossero adeguate io ce l’ho”. Carenza “inesistente” assicura anche il presidente del Senato Ignazio La Russa che si è detto “senza parole” per l’uscita del sindaco. “Non siamo preparati, temo siano le prime prove di violenza” aveva detto ancora Sala e purtroppo è stata una frase profetica. Ventiquattro ore dopo si ritrova a commentare e condannare.

Dal centro di quello che dovrebbe essere il campo largo ci si sofferma sul capitolo sicurezza, che dovrebbe essere il mantra del centrodestra. “Quando la rabbia sociale incontra la criminalità comune – scrive in una nota Matteo Renzi le piazze vengono vergognosamente incendiate. Compito della politica è rispettare le Istituzioni, comprendere il disagio, garantire legge e ordine”. Continua l’ex premier: “Voglio dire al ministro dell’Interno che il suo compito non è quello di criticare la sinistra ma quello di garantire l’ordine pubblico. È chiara la differenza, prefetto Piantedosi? Lei è pagato per evitare la violenza dei maranza, non per pontificare contro la sinistra. Non ci servono le sue dotte analisi sociologiche: ci serve che il ministro garantisca la sicurezza”. Riccardo Magi (+Europa) definisce il capo del Viminale “un agente del caos” e chiede che riferisca in Aula: “Meloni dovrebbe ammettere che la montagna di decreti sicurezza non ha partorito nemmeno un topolino, fallendo miseramente proprio nella parte che interessa di più i cittadini, cioè quella di prevenire il rischio di manifestazioni violente e di città devastate”.

La Russa: “Le manifestazioni acqua per gli squali dell’aggressione alle forze dell’ordine”

Il governo contro l’opposizione. Da destra il concetto espresso da tutti i partiti è quello che lo stesso La Russa sintetizza così: “Stupisce (ma non troppo) lo scoperto tentativo di diversi esponenti politici di limitarsi, al massimo, a un generico ‘no a ogni violenza’ facendo finta di non sapere che le manifestazioni da loro volute o apprezzate, costituiscono l’acqua necessaria e consapevole dove far nuotare gli squali della aggressione alle Forze dell’ordine e i piranha della devastazione e dei vigliacchi saccheggi”. Da parte loro i leader di Verdi-Sinistra Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli rispondono: “Noi non c’entriamo niente con i delinquenti. Li abbiamo sempre condannati ma non possono usare i violenti per coprire la voce di migliaia di persone che pacificamente stanno protestando in tutta Italia perché non riescono più a vivere”.

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Guerriglia a Milano, in azione piccoli gruppi di giovani incappucciati: la strategia “a macchia di leopardo” per eludere la polizia

Dieci, 15, al massimo 20 componenti. Tutti col cappuccio calato sulla testa, il volto coperto, per la stragrande maggioranza minorenni. Nel secondo giorno di guerriglia in centro a Milano, è parsa evidente la strategia di chi si è dato appuntamento intorno a piazza Duomo per saccheggiare negozi e lanciare sassi contro le forze dell’ordine. Piccoli gruppi in azione contemporaneamente in punti diversi, seppur nel centro della città. Una tattica per alcuni “studiata” e non frutto dell’improvvisazione.

Così, quando nel pomeriggio polizia e carabinieri hanno iniziato a fermare i primi giovani proprio sotto le guglie della cattedrale, ecco che a qualche centinaio di metri, in via Torino, il primo gruppo ha iniziato a lanciare sedie e tavolini dei bar contro le vetrate di un Footlocker. Poi l’assalto a un Carrefour. Quando le forze dell’ordine sono intervenute coi lacrimogeni, i ragazzi incappucciati sono scappati nelle traverse. I gruppetti hanno risalito via Lauro e in via Broletto hanno devastato i dehors e lanciato tavolini e biciclette prima di disperdersi nuovamente.

Contestualmente, da piazza Mercanti, proprio di fronte a piazza Duomo, è cominciato il lancio di bombe carta e sassi sugli agenti schierati in tenuta antisommossa, che hanno risposto con altri lacrimogeni e l’uso del cannone ad acqua. La devastazione si è spostata allora più a nord-ovest: prima piazza Cordusio, poi Cairoli. Sempre con la stessa tattica. Assaltati e saccheggiati i negozi di Levis, Under Armour e, infine, Decathlon. Proprio di fronte al Castello Sforzesco sono arrivati circa 20 mezzi delle forze dell’ordine a sirene spiegate, dove successivamente si sono verificati altri scontri, col lancio di pietre e oggetti da una parte, e la risposta coi lacrimogeni dall’altra.

Di nuovo, abbandonata la zona del Castello, i gruppetti di ragazzi vestiti di nero hanno creato momenti di tensione in zona Moscova, tra largo La Foppa, via Moscova e corso Garibaldi, zona della movida che nel fine settimana è piena di giovani e turisti. Anche qui hanno danneggiato diversi locali e saccheggiato dei negozi prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Diversi mezzi delle forze dell’ordine, intanto, sono rimasti di fronte al Teatro alla Scala, dove questa sera è in programma un concerto della Filarmonica diretto da Riccardo Chailly.

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Posta le foto della compagna nuda (e inconsapevole) sottoponendola a violenze virtuali di sconosciuti per 12 anni

Per 12 anni, nel Torinese, un uomo che oggi ha 55 anni ha postato sui social foto e video intimi della sua compagna – ignara di tutto – mettendola alla mercé di gruppi di uomini creati apposta, per farne oggetto di violenze verbali e di abusi virtuali. La storia, racconta La Stampa che l’ha pubblicata per prima, è venuta a galla per caso, quando l’uomo ha dimenticato il telefono a casa e la donna lo ha preso e ha fatto la scoperta agghiacciante.

L’uomo, indagato dalla Procura di Ivrea per revenge porn e maltrattamenti, ha patteggiato una pena di due anni e ha versato un assegno di 5mila euro alla ex “a titolo di risarcimento”. Concesse le attenuanti generiche su tutte le aggravanti contestate, la pena è stata sospesa, subordinata a un percorso per uomini maltrattanti. “Oggi vivo con un’altra donna” ha detto lui ai carabinieri, e abita proprio nel paese dove risiedono anche alcuni degli amici a cui mandava i video. Non c’erano infatti solo sconosciuti in quei gruppi che lui creava con degli pseudonimi, ma anche compaesani.

Il centro abitato conta circa tremila persone e sostanzialmente tutti sapevano di quanto accadeva. Tranne l’interessata, fino alla scoperta. “Lui era uscito. Aveva dimenticato il cellulare. Sospettavo che mi tradisse e ho guardato le chat. Ne ho aperta una, ho visto la figura di un uomo mascherato. Il numero non era registrato. Ho aperto le conversazioni. C’ero io nuda. Decine di foto e di video intimi di me. Alcuni glieli avevo dati io, su sua richiesta. Ma di altri, non sapevo nemmeno che me li avesse fatti. Ho pensato “non è possibile”. Ho chiamato un’amica. Il giorno dopo mi ha accompagnata dai carabinieri. Non mi ero mai accorta”, ha spiegato ai militari.

Ora lei però sta pensando di andare via dal suo paese, dove teme che qualcuno possa riconoscerla: sono almeno sessanta i nomi e cognomi di utenti identificati che hanno partecipato a quei gruppi. Le psicologhe intanto le stanno insegnando che non deve sentirsi in colpa. “Pensavo che volesse tenere quei file nel suo telefono, che fosse solo un gioco. Ero del tutto plagiata”, è la nuova consapevolezza della vittima dei reati compiuti dall’ex compagno. “Sarà un percorso lungo – spiega l’avvocata della donna, Silvia Bregliano -. I danni subiti ad oggi sono incalcolabili e gravi. Ci vorrà un giudizio civile per quantificare tutto quello che la mia assistita ha sofferto e che continua a soffrire”..

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Il nodo Ucraina nel Pd, Schlein: “Sostegno a Kiev, ma serve sforzo diplomatico”. I riformisti incalzano: “Invio armi resta linea rossa”

Nel giorno in cui dall’assemblea nazionale del Partito democratico a Roma la segretaria dem Elly Schlein si è detta pronta a correre come “candidata premier della coalizione progressista, con o senza primarie” (sarà l’unica per i dem in caso di gazebo, secondo quanto deciso, con l’astensione della minoranza riformista), resta il tema delle armi e del sostegno militare a Kiev a dividere gli alleati. Ad avvertire la segretaria su Kiev sono stati gli stessi esponenti riformisti, da Lorenzo Guerini a Giorgio Gori, passando per Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Graziano Delrio e non solo: “Per noi l’invio di armi all’Ucraina resta una linea rossa, ma lo è per tutto il Partito democratico”, rivendica il presidente del Copasir ed ex ministro della Difesa Guerini. “Da qui si definisce la volontà e la capacità del Pd di guidare la coalizione. Il nostro futuro governo non può interrompere le forniture militari. Riconosco alla segretaria Schlein di aver sempre tenuto la barra dritta, ma ora è tempo di parlarne con gli alleati“, sottolinea pure Lia Quartapelle.

Sul tema più sensibile nella coalizione di centrosinistra, considerata la contrarietà di M5s e Alleanza Verdi Sinistra sul sostegno militare a Kiev, Elly Schlein non cambia rotta nel suo intervento. Conferma il sostegno, ma chiede anche che l’Europa diventi protagonista dell’iniziativa diplomatica. E ricorda che “c’è un articolo della Costituzione che è la premessa di tutto il resto ed è l’articolo 11: l’Italia ripudia la guerra“. E ancora: “L’Unione Europea nasce da due guerre mondiali innescate dai nazionalismi. Ma se vuoi la pace devi preparare la pace. L’Ue deve trovare un unico negoziatore europeo per costruire al fianco dell’Ucraina le condizioni di un negoziato e di una pace giusta. Bisogna alzare la voce, bisogna fare molto di più. Perché l’Ue non ha trovato un negoziatore unico?”. Parole che in casa riformista non tutti gradiscono, a partire dall’europarlamentare Giorgio Gori, che avrebbe voluto sfidare Schlein alle primarie, poi stoppato dal voto dell’assemblea: “Se ho condiviso il passaggio sull’Ucraina? Mi è sembrato piuttosto timido“, attacca. “Se siamo europeisti dobbiamo stare dalla parte di chi è aggredito. È questo il punto di principio che va affermato, nel Pd ma soprattutto sul tavolo con gli alleati”, si accoda il senatore Walter Verini.

“Rimettere al centro il tema del negoziato non è una concessione a Giuseppe Conte, ma è un modo per evitare lo stallo”, spiega ai microfoni de ilfattoquotidiano.it invece l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, secondo cui “quando noi poniamo la questione di un ruolo diverso dell’Europa, lo facciamo perché pensiamo che l’Europa potrebbe essere più utile anche all’Ucraina parlando al mondo, a quello che sta a guardare rispetto a questo conflitto, se superasse i doppi standard, per cui a Putin si applicano delle regole per la violazione del diritto internazionale che non vengono applicate allo Stato d’Israele“. Una linea condivisa nella sinistra del partito anche da Arturo Scotto: “Non c’è una soluzione militare, serve la politica, serve un’iniziativa di diplomazia dell’Ue”. Con AVS e M5s servirà trovare un compromesso: “Le divergenze sono note, ma dobbiamo lavorare affinché anche su questo tema si faccia chiarezza, come sul resto. Noi sosteniamo Kiev non su diktat della Nato, ma in nome del diritto internazionale. Spiace che manchi l’Italia a esprimere un protagonismo diplomatico”, rivendica il responsabile Esteri Giuseppe Provenzano. “Su questo siamo tutti d’accordo, bisogna fare di più con la diplomazia”, si dice certa Laura Boldrini. “Ma è Putin che vuole la resa di Kiev, non è Zelensky che non vuole negoziare”, contrattacca Malpezzi.

Ma il tema delle armi non è l’unico terreno di confronto in casa progressista, come al Nazareno. Perché pure sull’affidabilità o meno di Matteo Renzi all’interno della futura coalizione non mancano distinguo e timori: “Il programma va costruito insieme a tutta l’alleanza progressista che già governa insieme nelle Regioni, e con tutti coloro che vogliono contribuire. Possiamo e dobbiamo allargare ancora, non restringere”, avverte la segretaria, sottolineando ancora “prima il programma comune, poi ci occupiamo della guida“. Convinta che, se ci saranno le primarie, si faranno “con una grande festa di partecipazione popolare in cui la nostra gente si mescola” e che “non saranno divisive“. “Di certo non ne abbiamo paura”, è il messaggio rivolto agli alleati, a partire dal leader del M5S Giuseppe Conte. Lo stesso che aveva nelle scorse settimane chiesto garanzie proprio su Renzi: “Credo che si garantisca da solo. Ha fatto già cadere governi in passato? Ma ha fatto anche cose ottime…”, sfugge via ironico lo stesso Gori. Altri chiedono di guardare avanti, sempre in casa riformista: “Chi aderisce al progetto ne resta vincolato. Facciamo un contratto alla tedesca, come nel Conte bis”, è convinto Delrio. Paragone azzardato, dato che fu proprio Renzi a far cadere l’esecutivo: “Poi Conte fece cadere Draghi, guardiamo avanti…”.

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Meloni non darà gli stipendi arretrati ai magistrati: “Non posso firmare”. La replica: “Faremo valere i nostri diritti”

“In coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi 1 miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati“. Giorgia Meloni non ha esitazioni. La somma però è la stima di quanto spetta ai magistrati non tanto e non solo per gli aumenti di stipendio a venire, ma soprattutto per gli stipendi arretrati dal 2018. Questo perché il Consiglio di Stato ha bocciato il meccanismo con cui l’Istat calcolava le buste paga dei lavoratori non contrattualizzati. Ma il capo del governo si trincera dietro le contingenze: “È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia”, dice al direttore dell’Adnkronos che l’ha interpellata in merito.

“Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità”, aggiunge. “Dopodiché se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento”. Il Dpcm, per dare seguito alle sentenze che stabiliscono un nuovo metodo di calcolo per gli adeguamenti degli stipendi dei magistrati e condannano il Governo a pagare anche gli arretrati, in base alle stime dovrebbe costare fino a 100mila euro, arretrati compresi, per ogni magistrato, più l’aumento di circa 20.000 euro l’anno per gli anni successivi.

La cifra monstre che Anm e Corte dei Conti non riconoscono: “Importi inferiori”

Ma come si è arrivati a questa somma monstre? Gli aumenti degli stipendi dei magistrati, a differenza di altre categorie, non si decidono tramite una contrattazione. Ogni tre anni vengono adeguati per legge, prendendo come riferimento gli aumenti degli altri dipendenti pubblici. Il governo fa il calcolo sulla base di parametri Istat e lo fissa con un Dpcm. Con il metodo usato fino ad oggi dai governi precedenti, gli aumenti erano del 4,85% per il 2018-2020 e del 6,69% per il 2021-2023. Ma l’Associazione Nazionale Magistrati e altre associazioni di magistrati hanno fatto ricorso, sostenendo che il sistema di calcolo andasse rivisto e i magistrati del Tar e del Consiglio di Stato hanno dato loro ragione. Così ora con il nuovo metodo, gli aumenti salgono al 6,22% e al 12,32%, quasi il doppio per l’ultimo triennio. Il governo, attraverso l’Avvocatura di Stato, ha fatto ricorso. Ma il Tar e il Consiglio di Stato hanno dato torto al governo e ragione ai ricorrenti.

Il conto di questo ricalcolo, per lo Stato italiano, secondo alcune stime contestate dall’Anm e dalla Corte dei Conti, sarebbe di 979 milioni di euro, tanto il Dpb varato dal governo prevede per il 2027 un fondo sentenze, una tantum, dal valore di 1,9 miliardi di euro (0,08% del Pil), la maggior parte dei quali dovrebbe essere destinata, come rivelato nei giorni scorsi dal Sole 24 ore, proprio agli adeguamenti per i magistrati. “Gli importi effettivi sono di gran lunga inferiori a quelli riportati dai giornali”, ha spiegato nei giorni scorsi l’Anm all’Adnkronos spiegando che si tratta “di componenti stipendiali dovute per legge, che l’amministrazione ha omesso per anni di corrispondere. Il loro ammontare è la diretta conseguenza dei ritardi accumulati nel pagamento”.

Analogamente dall’associazione Magistrati della Corte di Conti sottolineano come sia “doveroso ricordare che gli importi effettivi saranno sensibilmente inferiori a quelli circolati, frutto di una ricostruzione basata su stime non note e in assenza di parametri certi”. Non solo. “Va anche precisato che per legge i magistrati non negoziano i propri aumenti. A garanzia dell’indipendenza della magistratura è previsto un meccanismo automatico di adeguamento triennale. Questo meccanismo è collegato agli incrementi medi delle retribuzioni già riconosciuti alle altre categorie del pubblico impiego per lo stesso periodo. In passato gli adeguamenti dei due trienni sono stati calcolati con criteri risultati illegittimi. Oggi si tratta, quindi, di corrispondere componenti stipendiali previste dalla legge, che l’Amministrazione ha omesso per anni di versare”.

“Nessun regalo, si tratta di allineare gli stipendi al resto del pubblico impiego”

In altre parole, sottolineano dalla magistratura contabile, gli aumenti dei magistrati verrebbero semplicemente “allineati a quelli già percepiti dal resto del pubblico impiego”. E più si ritarda più il costo aumenta. L’auspicio è quindi che “la questione sia riportata sul piano tecnico e giuridico, che le è proprio, previa verifica delle cifre diffuse, evitandone connotazioni politiche“. Sulla stessa scia Magistratura Indipendente che sottolinea come “presentare questa vicenda come un regalo significa confondere scientemente un obbligo giuridico con una scelta politica discrezionale. Ancora più grave sarebbe la volontaria mancata esecuzione delle sentenze. Ritardare ulteriormente l’adempimento può accrescere gli oneri a carico dello Stato, alimentare altro contenzioso e determinare un danno erariale, con eventuali responsabilità da accertare nelle sedi competenti. Non può essere la collettività a sostenere i costi derivanti dalla scelta di non dare tempestiva attuazione a decisioni giurisdizionali vincolanti”.

Al lato pratico se il presidente del Consiglio non firma, dal Consiglio di Stato si prospetta la nomina di un commissario ad acta. “Il governo decide, ma se ci sono dei margini faremo un ricorso. Utilizzeremo gli strumenti che l’ordinamento ci riconosce per far valere i nostri diritti, che sono gli stessi diritti degli altri cittadini: dunque eventualmente valuteremo il ricorso”, ha commentato a caldo il vice segretario dell’Anm, Stefano Celli. “La magistratura non può essere trasformata nel capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese. Nessun regalo, nessun bonus, nessun aumento: le somme di cui ha parlato in queste ore la Presidente del Consiglio sono differenze retributive previste dalla legge e non corrisposte per anni, non paragonabili a quelle ipotizzate in questi giorni – aggiunge la Giunta esecutiva centrale dell’Anm – La giustizia non può essere un terreno di propaganda. Il problema sono i tribunali che cadono a pezzi, gli organici scoperti, la mancanza di giudici e pm. Siamo pronti a confrontarci su questo con la Presidente del Consiglio”.

Stefania Craxi: “Condivido la scelta di Meloni”

Sul fronte squisitamente politico, la magistratura unisce dove le banche dividono e così questa volta Forza Italia è pienamente d’accordo con la mossa di governo. “Condivido la scelta di Giorgia Meloni di non firmare il Dpcm sugli aumenti di stipendio ai magistrati. In un momento in cui famiglie, imprese e lavoratori affrontano sacrifici e incertezze, in cui l’emergenza energetica rischia di mettere in ginocchio le nostre economie, destinare quasi un miliardo di euro a una categoria che già beneficia di trattamenti tra i più elevati del settore pubblico non può essere considerata una priorità”, ha dichiarato Stefania Craxi dimenticando che non si tratta di un aumento da destinare alla categoria, bensì di arretrati non corrisposti per errore.

“La forza di chi governa si misura nella capacità di assumere decisioni anche quando sono difficili. Per questo apprezzo la posizione del Presidente del Consiglio, che ha scelto di mettere al primo posto l’interesse generale e le reali esigenze del Paese – aggiunge la figlia di Bettino Craxi – . Allo stesso tempo, la disponibilità al confronto con le associazioni di rappresentanza dei magistrati dimostra che ascoltare le parti coinvolte è il modo migliore per affrontare i problemi e individuare, insieme, soluzioni equilibrate, senza smarrire il senso delle priorità e senza cadere nella demagogia e scadere nella becera propaganda su un tema delicato come quello dei compensi di chi è chiamato anche in situazioni di emergenza ad amministrare la nostra giustizia”.

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Nuova giornata di guerriglia a Milano, gruppi di giovani assaltano diversi negozi in Via Torino

Per il secondo giorno consecutivo è guerriglia urbana a Milano. Centinaia di giovanissimi si sono dati prima appuntamento in piazza Duomo e poi hanno invaso via Torino. I negozi hanno iniziato subito ad abbassare le saracinesche.

I gruppi, composti da ragazzi in gran parte con i volti coperti, hanno infranto vetrine e pensiline del bus e lanciando per aria tutto quello che hanno trovato, dai secchioni dei rifiuti ai tavolini all’aperto dei bar. Un vero e proprio assalto si è consumato ai danni del supermercato Carrefour, che, dopo l’irruzione, è stato anche saccheggiato. Assaltati anche i negozi Footlocker e Champions della stessa via Torino.

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Si stacca all’improvviso il crocifisso alle sue spalle e lo centra in pieno: parroco muore durante la messa sotto gli occhi dei fedeli presenti

Il sacerdote redentorista Patricio Alfredo Sánchez Molinari ha perso la vita dopo essere stato colpito alla testa da una pesante croce di legno staccatasi dalla parete. La tragedia si è consumata a Guayaquil, in Ecuador, all’interno della parrocchia di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, proprio mentre il parroco stava celebrando la normale messa quotidiana, trasmessa contestualmente in diretta video.

L’incidente si è verificato in modo del tutto inaspettato davanti agli occhi dei fedeli riuniti in chiesa e di quelli collegati in streaming per seguire il rito. Come documentato anche dai filmati circolati successivamente sui social, il cedimento del crocifisso ha investito in pieno il celebrante. “L’improvviso crollo del pesante simbolo religioso durante la celebrazione ha provocato immediato sconcerto tra i parrocchiani presenti alla funzione“, hanno riferito i testimoni che hanno assistito alla scena.

Subito dopo l’impatto, il parroco è stato soccorso e trasportato d’urgenza in ospedale. Le sue condizioni cliniche sono apparse immediatamente gravissime e, nonostante i tentativi di stabilizzazione da parte del personale medico, il decesso è stato dichiarato a circa quattro ore di distanza dall’incidente. L’Arcidiocesi di Guayaquil ha confermato ufficialmente la scomparsa di padre Sánchez Molinari, raccogliendo la profonda costernazione e il dolore dell’intera comunità cattolica della città.

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È morto a 66 anni il principe Vitaliano Borromeo Arese: “Custode lungimirante di una storia secolare del Lago Maggiore”

È morto all’età di 66 anni il principe Vitaliano Borromeo Arese, presidente di Kaleon e figura di spicco dell’imprenditoria italiana. Nel corso degli ultimi quindici anni ha legato indissolubilmente il proprio nome allo sviluppo di “Terre Borromeo“, un progetto manageriale e culturale che ha trasformato il patrimonio storico, artistico e naturalistico del Lago Maggiore in un polo di attrazione capace di sfiorare il milione di visitatori annui.

Nato a Milano il 22 giugno 1960, dopo la laurea in economia aziendale conseguita all’Università Bocconi aveva avviato la propria carriera negli Stati Uniti operando nel comparto siderurgico. Al rientro in Italia aveva assunto l’incarico di amministratore delegato del gruppo So.Ge.Par, specializzato nella produzione di acciai inossidabili, per poi allargare i propri orizzonti alla presidenza di Flos Spa, azienda leader nel settore dell’illuminotecnica e del design. A queste attività aveva affiancato importanti operazioni immobiliari, focalizzate sul recupero di edifici di pregio nella sua città natale.

La svolta verso il Verbano si è concretizzata a partire dal 2011, quando ha concentrato i propri sforzi sulla diversificazione e sul rilancio dei beni di famiglia. Sotto la sua guida, oggi strutturata attraverso la società Kaleon, sono stati gestiti e valorizzati siti di inestimabile pregio: l’Isola Bella e l’Isola Madre, il Parco Pallavicino, il Parco e l’omonima funivia del Mottarone a Stresa, i Castelli di Cannero, la Rocca di Angera e, più recentemente, il Castello di Vogogna. Un percorso di modernizzazione e apertura internazionale culminato il 1° dicembre 2025 con la quotazione di Kaleon sui listini di borsa di Milano e Parigi.

Parallelamente all’attività d’impresa, condivisa con la moglie Marina e i figli Giberto e Lodovico, Vitaliano Borromeo Arese ha mantenuto un costante impegno filantropico ed educativo. Per undici anni è stato patrono del Collegio Borromeo di Pavia — il più antico istituto universitario di merito d’Italia, fondato nel 1561 — e dell’asilo infantile San Carlo Borromeo di Lacchiarella. Dal 2021 sedeva inoltre nel consiglio direttivo degli Amici del Museo Poldi Pezzoli e in quello dell’Airc per la ricerca sul cancro.

I funerali si terranno martedì in forma strettamente privata, alla presenza della madre Bona, della moglie e dei figli. In una nota ufficiale, il consiglio di amministrazione, i dirigenti e i dipendenti di Kaleon hanno espresso il proprio cordoglio ricordando “lo spirito imprenditoriale, la dedizione e la riservatezza che hanno sempre contraddistinto il suo operato”.

Unanime il cordoglio delle istituzioni locali e regionali. Il sindaco di Stresa, Luca Gemelli, ne ha tracciato un bilancio definendolo “un imprenditore illuminato e lungimirante, che con passione, visione e capacità ha contribuito in modo significativo alla crescita, all’innovazione e alla valorizzazione turistica di Stresa e dell’intero Lago Maggiore. Il suo impegno e il suo amore per il territorio lasciano un’eredità importante, che continuerà a rappresentare un punto di riferimento per il futuro della nostra comunità”.

Anche i vertici della Regione Piemonte — il presidente Alberto Cirio, l’assessore alla Cultura Marina Chiarelli e il sottosegretario alla Presidenza Alberto Preioni — hanno rilasciato una dichiarazione congiunta per onorarne la memoria: “Con Vitaliano Borromeo Arese il Piemonte perde un uomo che ha saputo unire l’amore per le proprie radici a una visione moderna e lungimirante del territorio. Ha custodito una storia familiare lunga secoli, scegliendo di non limitarsi a conservarla, ma di renderla viva, accessibile e capace di parlare al mondo”.

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Due bambini uccisi a Gaza dagli attacchi dell’Idf in 24 ore: 340 minori morti dall’inizio del cessate il fuoco

Da più di un anno a Gaza è in vigore il cessate il fuoco, ma solo domenica due bambini palestinesi sono stati uccisi dal fuoco delle Forze di difesa israeliane, come riporta l’agenzia Wafa. Secondo una nota del ministero dell’istruzione di Hamas a Gaza, si tratta di Tamer Soboh, di cui non viene riportata l’età, ucciso a ovest di Beit Lahiya, nel nord della Striscia, e di Masak al-Dalu, una bambina di 7 anni, nei pressi del campo profughi al-Maghazi. La piccola è rimasta uccisa quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco tra le tende del campo profughi dove viveva, nel centro della Striscia di Gaza.

Dal 10 ottobre 2025, sono morti in totale 340 bambini durante la tregua. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, almeno 1.511 palestinesi sono stati uccisi e altri 5.375 feriti negli attacchi israeliani. Per le famiglie “che piangono la perdita dei propri figli, queste terribili statistiche non equivalgono a un cessate il fuoco”, ha sottolineato il portavoce dell’Unicef Ricardo Pires. Attacchi aerei, raid di droni e sparatorie continuano in tutta la Striscia. Si stima che circa 60mila bambini abbiano visto morire uno o entrambi i genitori durante la guerra o dopo il cessate il fuoco e, secondo l’Unicef, sarebbero 800mila i bambini sfollati a Gaza, “e la maggior parte vive in tende o in edifici pericolosi e bombardati”.

L’abbassamento delle temperature complica ulteriormente la situazione per le famiglie sfollate a Gaza, che riempiono i sacchi di farina vuoti con la sabbia per impedire all’acqua piovana di entrare nelle loro tende. I bombardamenti israeliani hanno gravemente danneggiato la rete fognaria: “Ci sono enormi bacini di acque reflue, come il bacino di raccolta delle acque piovane di Sheikh Radwan, che è mezzo pieno”, ha avvertito Pires. “Come avevamo già previsto un anno fa, l’acqua contaminata potrebbe straripare e inondare le zone residenziali a valle, con conseguenze potenzialmente letali per i bambini e le loro famiglie. Alcuni bambini sono annegati in acque contaminate da liquami”.

Secondo Wafa, cinque palestinesi sono rimasti uccisi dal fuoco dell’esercito israeliano da questa mattina. Il portavoce dell’Idf afferma di star controllando i dettagli delle notizie riferite dai media palestinesi. La Wafa riporta anche la morte di una donna di 28 anni, Wijdan Kamal Shurrab, rimasta uccisa da colpi di arma da fuoco nei pressi di Khan Younis. L’agenzia palestinese cita fonti ospedaliere che parlano di 25 feriti nelle ultime 24 ore.

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Giletti sul caso David Rossi: “Per la commissione d’inchiesta tra i presunti mandanti dell’omicidio c’è Mussari”. L’ex presidente Mps: “Una follia, lo querelo”

“Per la commissione d’inchiesta sulla morte del manager di Monte dei Paschi David Rossi, il presunto mandante dell’omicidio sarebbe stato l’ex presidente di Mps, Giuseppe Mussari“. È quanto riporta Massimo Giletti in un video su Instagram rimandando per i dettagli a lunedì 19 ottobre.

“Domani la commissione parlamentare d’inchiesta si riunisce, farà i nomi degli esecutori e dei mandanti, uso sempre il termine presunti, però il nome che emerge e che verrà fuori è un nome importante perché il mandante sarebbe stato il presidente di banca Mps Mussari, un nome importantissimo, una notizia incredibile”, ha detto il conduttore alla vigilia di una nuova puntata de Lo Stato delle cose incentrata sul caso. “Credo sia importante dare una notizia che riguarda un caso che noi abbiamo seguito per 13 anni – dice ancora Giletti nel video – Grazie al lavoro importante della Commissione parlamentare d’inchiesta abbiamo la certezza oggi che si deve si può solo parlare di omicidio”.

Dopo la pubblicazione del video Mussari ha istantaneamente annunciato querela nei confronti del giornalista. “Quanto affermato dal signor Giletti è una follia prima ancora che una calunnia gravissima e senza uguali, agirò in tutte le sedi nei suoi confronti così come nei confronti di coloro che oseranno ripetere detta calunniosa follia“. Giletti, parlando con l’agenzia Ansa, non arretra: “Non devo replicare a Mussari, perché ho semplicemente detto quello che succederà domani in Commissione d’inchiesta secondo le mie informazioni. Non capisco le ragioni di questa querela, ho solo anticipato quello che sarà raccontato. Sarà lui a dover rispondere ai magistrati, non io”.

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Marattin si offre al centrodestra: “Se son rose fioriranno”. Calenda lo attacca: “Va a fare il cespuglio con Salvini”

Dai Ds al Pd, poi Italia viva. La rottura con Matteo Renzi, segretario del Partito liberaldemocratico per acclamazione e, ora, il probabile ingresso in Forza Italia. Ciò che è certo, nella parabola prima verso il centro, poi verso destra, è che Luigi Marattin si è offerto alla coalizione guidata da Giorgia Meloni. In un’intervista al Foglio non ha escluso l’alleanza: “Se son rose fioriranno” ha detto. Tanto più in una fase in cui centrosinistra e centrodestra (quest’ultimo senza Vannacci) sono più o meno appaiati nei sondaggi e guardano al centro per – almeno sulla carta – raccogliere voti.

Così l’ex braccio destro di Renzi sembra aver chiuso definitivamente con Carlo Calenda e Pina Picierno, gli altri due ex dem (e renziani) coi quali avrebbe dovuto creare un “nuovo soggetto politico al centro”. “Siamo disposti ad allearci con chiunque condivida le nostre quattro proposte su scuola, nucleare, tagli della spesa pubblica, che pensiamo possano far vivere meglio gli italiani. Tuttavia, non ci vuole un analista politico per capire che certe proposte sono fuori dal centrosinistra di oggi” ha detto Marattin. E rispetto a Picierno e a Calenda, “vedo che continuano a fare le cose per conto loro, che hanno deciso di guardare avanti solo in due. A quanto pare si ritengono autosufficienti. Che dire? Auguri. Noi ci siamo sempre detti disponibili a creare qualcosa di nuovo ma non a fare gli ospiti indesiderati in casa di altri”.

Ovviamente pronta la replica di Calenda: “Chi vuole andare a fare i cespugli vada, noi non facciamo i giardinieri. Liberaldemocratici con Salvini? Non siamo taxi per entrare in Parlamento. Bisogna essere all’altezza delle persone che stanno facendo la resistenza in Ucraina, Azione è un posto dove lo spirito è alto e l’idealismo viene prima di ogni cosa”.

“Calenda ha un problema: si crede molto di più di quello che in realtà è. Vale per i sondaggi, e non solo. Se fosse solo un problema personale, rimarrebbe un problema privato. Ma il punto è che con questo atteggiamento preclude la nascita di un vero polo liberaldemocratico. Di questo se ne sono già resi conto tutti, fuorché lui” ha commentato in risposta Marattin. “È un cespuglio che si crede foresta“.

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Ricina, ipotesi movente sentimentale? Gianni Di Vita ammette la relazione con una donna: il marito di lei incontrò Antonella Di Ielsi

Una relazione extraconiugale rimasta nascosta per anni, un matrimonio in crisi e un incontro avvenuto il giorno prima della data ritenuta più probabile per l’avvelenamento. Sono gli elementi che si inseriscono nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, uccise dalla ricina a Pietracatella, in Molise. Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, secondo quanto riportano Corriere e Repubblica, avrebbe ammesso agli investigatori di aver avuto una relazione con un’amica di vecchia data, anche lei sposata.

La donna e il marito, tecnico di laboratorio all’istituto agrario di Riccia (tra gli istituti sottoposti a ispezione informatica), sono finiti così al centro degli approfondimenti investigativi. Ma il possibile legame tra la relazione e la morte delle due donne resta, allo stato, un’ipotesi: non ci sono conferme che consentano di attribuire alla vicenda sentimentale un ruolo nel duplice omicidio. Secondo quanto emerso, Di Vita avrebbe inizialmente taciuto la relazione, per poi ammetterla dopo diverse audizioni. Anche la donna avrebbe confermato il rapporto durante un confronto in Questura durato quasi sei ore.

Il marito della donna avrebbe incontrato Antonella il 22 dicembre nello studio di Campobasso che la donna divideva con il marito: era il giorno prima della data indicata come la più probabile per l’avvelenamento. Tra i due ci sarebbero stati anche scambi di messaggi nei giorni in cui Antonella si sentiva male.

È su questo intreccio di rapporti personali che si concentra una delle piste seguite dagli investigatori. Fonti vicine all’inchiesta indicano quella passionale come la più attendibile, ma il movente non è stato accertato. Resta inoltre da chiarire se il bersaglio fosse Antonella e se la figlia sia stata colpita intenzionalmente. Le indiscrezioni secondo cui Sara avrebbe scoperto qualcosa circolate in questi giorni non hanno, al momento, conferme.

Il messaggio del 2018 e la crisi coniugale

La pista sentimentale aveva cominciato a prendere consistenza a giugno, quando dall’analisi del cellulare di Antonella sarebbe emerso un messaggio WhatsApp del 2018. La donna chiedeva a un’amica aiuto per trovare un avvocato divorzista. Convocata dagli investigatori, l’amica non avrebbe inizialmente confermato la circostanza; in seguito è stata indagata per false comunicazioni e favoreggiamento. È l’unica persona che risulta indagata nell’ambito degli approfondimenti collegati alla vicenda, mentre il fascicolo per duplice omicidio volontario aggravato dal mezzo venefico resta a carico di ignoti.

La relazione di Di Vita con l’insegnante sarebbe emersa progressivamente, insieme alle voci sulla crisi del matrimonio. L’uomo ha confermato di aver tradito la moglie e ha fatto il nome della donna quando gli investigatori glielo hanno chiesto direttamente. Lei si sarebbe presentata inizialmente in Questura accompagnata dal marito, prima che gli investigatori decidessero di mettere a confronto i due. Il quadro dei rapporti personali si intreccia ora con un altro filone, quello delle ricerche online sulla ricina, su cui la Procura di Larino ha disposto nuove verifiche.

I computer delle scuole e le ricerche sulla ricina

Nel decreto che dispone gli accertamenti si fa riferimento a navigazioni e interrogazioni su piattaforme web ritenute di interesse investigativo, con ricerche riguardanti “veleno”, “ricina” e termini analoghi. Gli investigatori intendono cercare nei dati acquisiti eventuali tracce di queste attività, comprese navigazioni attraverso Tor, deep web e dark web. Se dovessero emergere elementi utili, sarà necessario datarli e tentare di stabilire chi utilizzasse il computer o la rete in quel momento.

A complicare il quadro c’è il furto, avvenuto a marzo, di sette computer dal liceo di Casacalenda. Almeno due sarebbero stati prelevati da un’aula durante l’orario scolastico, gli altri da una seconda aula. L’episodio era stato denunciato ai carabinieri. La coincidenza temporale con le fasi dell’indagine è oggetto di attenzione, ma non dimostra da sola un collegamento con le morti.

Il fronte digitale comprende anche alcune conversazioni apparse su Reddit tra giugno 2025 e gennaio scorso, nelle quali utenti avrebbero discusso di come procurarsi veleni ad azione rapida, citando anche la ricina, e descritto la lavorazione dei semi del ricino. La polizia giudiziaria attende dall’Fbi un rapporto sull’origine degli indirizzi IP da cui sarebbero partite le ricerche. Anche in questo caso, l’eventuale rilevanza dei contenuti dovrà essere verificata.

Gli esami scientifici ancora attesi

Dopo che l’autopsia ha certificato l’intossicazione acuta da ricina, restano da conoscere gli esiti conclusivi degli accertamenti affidati agli specialisti del Robert Koch Institute di Berlino. Le analisi riguardano i campioni biologici, gli alimenti sequestrati e i reperti raccolti durante il sopralluogo del 30 luglio nell’abitazione di Pietracatella, dove furono repertati 131 campioni.

Non tutti gli alimenti consumati in casa tra il 23 e il 27 dicembre sono però disponibili: alcuni avanzi sarebbero finiti nell’organico raccolto dal servizio porta a porta. Il sindaco Antonio Tomassone ha ricordato che il ritiro avvenne sabato 27 dicembre, dopo il rinvio dovuto alla festività del 26. Sara sarebbe morta poche ore dopo il passaggio del mezzo, Antonella la mattina seguente.

Di Vita, in un’intervista dal cimitero dove riposano moglie e figlia, ha dichiarato di non aver mai creduto che qualcuno volesse uccidere lui, Antonella o Sara. La procuratrice di Larino Elvira Antonelli ha invece definito l’avvelenamento accidentale “la più improbabile di tutte” le ipotesi.

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Ex Ilva, migliaia di persone in corteo a Taranto con le croci coi nomi dei morti: “Lo stabilimento va chiuso ma vanno tutelati i lavoratori”

“Ognuno porta la sua croce, la mia si chiama Miriam. Aveva solo cinque anni”. Antonella Massaro è in testa al corteo partito sabato pomeriggio da piazzale Democrate, a Taranto. La manifestazione, promossa dalla rete Onda del Futuro insieme all’associazione Genitori Tarantini, chiede la chiusura dell’ex Ilva. Antonella solleva sopra la testa una croce di legno con il nome della figlia, morta nel febbraio 2008 per un neuroblastoma. Altre croci portano i nomi di chi non c’è più: Maria, Tina, Giulia, Grazia, Antonio. Le stringono tra le mani madri, padri e volontari. Dietro avanzano migliaia di persone, arrivate anche da fuori Taranto.

Ci sono attivisti, giovani e famiglie. “Taranto libera”, gridano. Libera dalle polveri, dal “mostro”, come chiamano tutti l’industria. Le voci si mescolano alle canzoni, agli applausi e alle lacrime. Tra i manifestanti, molti bambini camminano accanto ai genitori. “Protesto per lui, per tutti i bambini di Taranto e per un futuro senza l’Ilva e senza inquinamento“, dice Rosaria, indicando il figlio di sette anni e mezzo. “Dobbiamo dimostrare ai più piccoli che, manifestando uniti, possiamo raggiungere un obiettivo comune: una Taranto libera dai ricatti occupazionali e dai veleni. Ci sono alternative sicuramente migliori alla fabbrica” dice un’altra mamma col figlio di 11 anni. L’eterno nodo di Taranto sta tutto qui: salute e lavoro. “Dobbiamo trovare un’alternativa per i lavoratori. Bisogna garantire la salute a tutti, ma pensare anche a chi potrebbe perdere il lavoro. Secondo me, è possibile fare entrambe le cose”, racconta Mattia, elettricista di San Giorgio Ionico. Un’altra manifestante ricorda che il marito, ex operaio dell’indotto, aveva lasciato il posto molti anni fa per reinventarsi professionalmente. Oggi svolge un altro lavoro. “Si può fare. È fattibile”, afferma con disperazione.

Poco più in là, una tarantina tiene tra le mani una fotografia. Nello scatto, la folla regge uno striscione: “Ne sono morti troppi, adesso basta”. È della storica manifestazione del 2012. Quattordici anni fa, la gip Patrizia Todisco dispose il sequestro dell’area a caldo dell’Ilva nell’ambito dell’inchiesta sull’inquinamento ambientale. In strada scesero operai e cittadini preoccupati per le conseguenze dello stabilimento sulla salute. Sabato alcuni sono tornati a manifestare, i tarantini tutti si sono incontrati ancora una volta nelle stesse strade. «”Adesso c’è più fiducia nella magistratura. Sono fiduciosa sulla scelta della Cassazione del 20 ottobre, non ho il minimo dubbio»” Si riferisce all’udienza delle Sezioni unite chiamate a esaminare i ricorsi contro il provvedimento della Corte d’Appello di Milano relativo alla sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo. Una decisione cruciale per il futuro dello stabilimento, dei suoi lavoratori e per la città. Poi guarda le persone che continuano a sfilare. “Oggi vedere tutti questi cittadini è veramente un’emozione profonda. Sono molto, molto contenta. C’è ancora speranza. Taranto merita di tornare a vivere”.

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“La tv italiana si è impigrita, si vedono sempre gli stessi palinsesti e gli stessi show”: Fiorello torna stasera su Rai 1 dopo 15 anni con un programma misterioso di 15 minuti. Ecco cosa sappiamo

Un ritorno in prima serata su Rai 1 atteso da 15 anni, fissato per oggi, domenica 18 ottobre, alle 20.30. Eppure, a poche ore dalla messa in onda, del nuovo progetto televisivo di Fiorello non si conoscono né il titolo né i contenuti, e persino la location resta segreta. L’unico dato oggettivo fornito dal palinsesto è una durata anomala: alle 20.45 è già previsto l’inizio di Affari Tuoi, lasciando allo showman una finestra di appena quindici minuti.

Una strategia della suspense costruita scientificamente attraverso i social, che riflette la precisa visione dell’intrattenimento contemporaneo secondo Fiorello: “Camminavo nel corridoio della Rai e tutti mi fermavano per chiedere: ‘Oh, Fiore, ma che farai? Dai diccelo’. È proprio quello che voglio, perché oggi la comunicazione su uno spettacolo è quasi più importante dello spettacolo stesso“, ha spiegato lo showman a Tv Sorrisi e canzoni.

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“È stato travolgente e terrificante, non posso portare il peso del mondo sulle mie spalle. Klara? Mercoledì si sbarazzerebbe di lei facendola saltare in aria”: Jenna Ortega presenta il nuovo film alla Festa di Roma

“A volte è stato travolgente e terrificante, ti senti disconnesso dal mondo che ti circonda; sono consapevole di essere un personaggio pubblico, so bene che le persone sono libere di farsi le loro idee ed esprimersi online e so che non posso cercare di accontentare tutti, di piacere a tutti… ma io non posso portare il peso del mondo sulle mie spalle, posso solo cercare di essere la versione migliore di me stessa e imparare il più possibile a essere gentile con chi mi circonda”. A dirlo è Jenna Ortega alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Accolta da fan in attesa fin dalle prime ore del mattino e da una sala stampa gremita, la ventiquattrenne ha portato nella Capitale un’ondata di entusiasmo inedita per questa edizione, firmando decine di autografi sul red carpet con la consumata esperienza di una diva navigata. L’occasione è la presentazione, nella sezione Grand Public, di “Klara and the Sun“, pellicola diretta dal Premio Oscar Taika Waititi e tratta dall’omonimo romanzo distopico di Kazuo Ishiguro (Premio Nobel per la Letteratura 2017).

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Ex Ilva, Riondino attacca Salis: “Per lei Genova può fare a meno di Taranto? Posizione incomprensibile da chi si professa di sinistra”

Ospite di Massimo Gramellini a In Altre Parole, in onda il sabato sera su La7, Michele Riondino parla della vertenza ex Ilva e attacca la sindaca di Genova Silvia Salis, che sul futuro degli stabilimenti aveva dichiarato: “Non può valere lo stesso discorso per tutti gli stabilimenti d’Italia perché hanno dinamiche completamente diverse”. Riondino ricorda che Taranto e Genova hanno lo stesso stabilimento e che negli anni Novanta, con la chiusura degli altoforni a Genova, la produzione è stata trasferita a Taranto, che da allora paga da sola il prezzo ambientale e sanitario. “Come può il campo largo, il campo progressista puntare ad ottenere un grandissimo risultato se ha deciso, attraverso una grandissima esponente, di rinunciare all’elettorato meridionale?”, si chiede, sostenendo che la solidarietà tra i lavoratori e i territori dovrebbe essere un principio condiviso da tutto il campo progressista. Chiude con un riferimento a un’altra intervista di Salis, in cui avrebbe detto di invidiare a Meloni la memoria corta dell’elettorato di destra, affermando: “Io invidio all’elettorato di destra la capacità dei loro leader di non vergognarsi di dire cose di destra”.

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Un 88enne uccide la moglie malata a colpi di pistola e poi si suicida a Roma

Un colpo di pistola contro la moglie, poi l’arma rivolta contro se stesso. È la prima ricostruzione di quanto accaduto in un appartamento di via dei Colli Portuensi, a Roma, dove un uomo di 88 anni avrebbe ucciso la moglie per poi togliersi la vita con la stessa pistola.

A dare l’allarme è stato il figlio della coppia. Quando gli agenti sono arrivati nell’abitazione, per i due anziani non c’era più nulla da fare. Sul posto sono intervenuti gli uomini del commissariato San Paolo e la polizia scientifica, impegnati nei rilievi e negli accertamenti necessari a ricostruire l’esatta dinamica dei fatti.

Restano da chiarire le ragioni del gesto. Secondo le prime informazioni, la donna era malata, una circostanza che potrebbe essere approfondita dagli investigatori nel tentativo di comprendere quanto accaduto. Al momento, tuttavia, non sono emersi elementi sufficienti per stabilire che cosa abbia spinto l’uomo a compiere il gesto.

FOTO DI ARCHVIO

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Cosa nascondono davvero i dipinti di Marc Chagall? Dal Paradiso in cui uomo e donna diventano una cosa sola alle città della sua vita: viaggio nel museo di Nizza progettato dall’artista

Bisogna andare a Nizza, in avenue Dr Ménard, sulla collina di Cimiez, per conoscere da vicino Marc Chagall. E’ qui che si può vedere non solo il famoso “messaggio biblico” dell’artista ma toccare con mano un museo progettato, pensato ed inaugurato dallo stesso pittore russo. Ogni spazio, finestra e vetrata, parla di Chagall che ha saputo trasformare una villa in rovina dai primi del Novecento in un luogo capace di ospitare una collezione permanente e mostre come quella di quest’estate dedicata agli schizzi e ai modelli per il soffitto dell’Opéra Garnier.

E se nel 1973, quando fu inaugurato il museo, a visitarlo erano in trenta mila oggi si registrano 200 mila presenze ogni anno. Ad attrarre così tante persone in avenue Dr Ménard sono, soprattutto, quei dodici dipinti che illustrano la Genesi e l’Esodo, esposti nella sala principale e le cinque tele che evocano il Cantico dei Cantici nella sala esagonale adiacente.

Certamente i colori in sé, restano la maggiore qualità espressiva dell’artista e balzano subito all’occhio ma il fascino di questo percorso sta nel fermarsi davanti ad ogni opera per meditarla. Solo sostando a lungo, in silenzio, dinanzi a “il Paradiso” si può cogliere l’intrinseco universale e rivoluzionario messaggio di Chagall: l’uomo e la donna sono una cosa sola.

E’ questo l’annuncio che continua a essere “nuovo” dopo decenni dalla creazione del quadro: la coppia primordiale è intrecciata come per diventare una sola cosa, con solo due braccia e tre gambe e sta per condividere insieme il frutto proibito, quello dell’albero della conoscenza del bene e del male che li renderà uguali a Dio. E’ l’Umanità non il maschio o la femmina. Così come in “Abramo e i tre angeli” le figure protagoniste (Abramo e Sara) spinte verso sinistra, sono eloquenti nell’esprimere lo stupore dell’annuncio della nascita di un figlio in età avanzata. Ma anche stavolta solo riflettendo su quest’opera si può cogliere – osservando i tre angeli seduti sulla panca – la lontana eco di quelli raffigurati nell’icona della Trinità di Andrej Rublev a Mosca.

Nel ciclo del “Cantico dei Cantici”, Chagall, riesce a parlare di Dio, incarnando la Parola biblica con la sua vita. Guardare a questi dipinti solo con idolatria per l’artista sarebbe sciocco perché ogni tela cela una complessità da decifrare con i giusti strumenti. Basti pensare al terzo quadro del ciclo. Chagall sembra aver voluto raccontare la propria storia in questo dipinto: la rappresentazione di Gerusalemme, al centro, è duplice: in alto, la città assomiglia alla sua visione di Saint-Paul-de-Vence, con le sue mura. In basso, capovolta, si trova Vitebsk (paese natio), riconoscibile dal santuario con il tetto verde che lo corona. L’intera sezione inferiore del dipinto, capovolta, evoca quindi la giovinezza dell’artista; quella superiore un inno alla sua nuova vita nel sud della Francia.

Unica anche la mostra permanente dal titolo “Chagall all’opera” realizzata in collaborazione con il Centre “Georges Pompidou” dove dal 2023 sono conservati 151 opere donate dai nipoti dell’artista. Il pittore, nel 1960, accettò l’incarico di rifare il soffitto dell’Opéra di Parigi, a condizione di non essere pagato. Ne uscì un dipinto – preceduto da quarantuno schizzi e modelli (in parte visibili a Nizza) – che omaggia i grandi compositori dell’opera e del balletto, Parigi e la Francia.

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“Il segreto della mia longevità? Niente fumo né alcol, la mia dieta è fatta di verdure e minestroni. Sento tutti i giorni la messa e recito il rosario”: Pierina compie 110 anni, la sua storia

Un secolo e un decennio di storia, attraversando due guerre mondiali, le fatiche della vita contadina e le lunghe separazioni imposte dall’emigrazione lavorativa. Piera Tonello, conosciuta da tutti come “Pierina“, ha festeggiato il traguardo eccezionale dei 110 anni circondata dall’affetto di familiari, amici e istituzioni nella sua casa nel borgo di San Mauretto di San Michele, a pochi passi dalle rive del fiume Tagliamento.

Nata nel 1916 a Savorgnano di San Vito al Tagliamento, nel pieno del primo conflitto mondiale, la donna rappresenta oggi una memoria storica inestimabile e uno dei simboli di longevità più amati del territorio friul-veneto. Intervistata dal Messaggero, alla domanda su come si possa raggiungere una simile età mantenendo intatta la propria lucidità e serenità, Piera Tonello non ha dubbi e rivela la sua personale regola di vita: “Niente fumo e alcol e tanto amore verso gli altri“. Un elisir fatto di abitudini frugali e salde convinzioni morali, alimentato da una dieta sobria a base di verdure e minestroni. Nonostante le dure prove e i lutti familiari affrontati nel corso dei decenni, Pierina ha conservato la capacità di guardare avanti senza farsi piegare dallo sconforto. “La mia forza è l’amore per gli altri”, ribadisce, indicando nell’affetto incondizionato per il prossimo il vero motore della sua esistenza.

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