Secondo quanto riportato da Axios l'8 ottobre, che cita tre funzionari statunitensi, l'Arabia Saudita e la Siria starebbero discutendo il dispiegamento di fino a 20.000 soldati siriani in Yemen. L'obiettivo sarebbe sostenere l'offensiva promossa da Riyadh contro il governo yemenita guidato da Ansarallah (i ribelli Houthi).
Il presidente autoproclamato siriano, Ahmad al-Sharaa, starebbe valutando seriamente la richiesta. Secondo le stesse fonti, l'amministrazione Trump e il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) sono stati consultati e non si opporrebbero alla proposta in linea di principio.
Attualmente, Riyadh impiega mercenari yemeniti sul campo per contrastare le forze guidate da Ansarallah. Tra le unità siriane prese in considerazione per la missione figurerebbero la 90ª e l'84ª divisione dell'esercito di Damasco; quest'ultima sarebbe composta da combattenti estremisti che hanno militato sotto il comando di Hayat Tahrir al-Sham (HTS).
Un'analisi di Axios rileva come l'invio di truppe siriane rischi di introdurre una marcata dimensione confessionale e di aggravare ulteriormente il conflitto. L'attuale esercito siriano include infatti una forte componente estremista sunnita legata all'ex affiliata di Al-Qaeda HTS — caratterizzata da un'ideologia salafita ostile alle comunità sciite e alawite —, mentre Ansarallah è un movimento musulmano sciita zaydita.
In passato, Donald Trump aveva suggerito l'impiego di combattenti estremisti siriani in Libano a sostegno delle operazioni israeliane contro Hezbollah.
La notizia del possibile accordo giunge in un momento di forte escalation: nel fine settimana, le forze filosaudite, coperte dal supporto aereo di Riyadh, hanno lanciato un'imponente operazione di terra mirata a riconquistare territori strategici, tra cui la capitale Sana'a e lo stretto di Bab al-Mandab. Riyadh punta a ribaltare le recenti sconfitte subite per mano delle Forze Armate yemenite (YAF), che hanno conquistato la città costiera di Mokha e minacciano il controllo saudita su Taiz.
Un funzionario statunitense ha confermato che l'ipotesi del dispiegamento è stata discussa a Riyadh durante l'incontro tra il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) e il presidente siriano.
Ahmad al-Sharaa (precedentemente noto come Abu Mohammad al-Julani), ex comandante dello Stato Islamico in Iraq ed ex leader di HTS designato come terrorista dalle Nazioni Unite, è salito al potere a Damasco nel dicembre 2024. Sebbene fonti statunitensi definiscano "altamente probabile" l'adesione di Sharaa alla richiesta saudita, Ahmad Muwaffaq Zaidan, consigliere per i media della presidenza siriana, ha smentito ufficialmente la ricostruzione di Axios.
Per Washington, il coinvolgimento delle truppe siriane rappresenterebbe un modo per sostenere l'alleato saudita e consolidare i rapporti con il nuovo corso a Damasco senza impegnare direttamente truppe statunitensi. Tale riavvicinamento trova riscontro nelle recenti decisioni dell'amministrazione Trump: il 30 settembre, il Dipartimento di Stato ha modificato il regolamento ITAR rimuovendo la Siria dalla lista dei paesi soggetti a embargo sulle armi statunitensi e ha annunciato l'intenzione di riaprire l'ambasciata americana a Damasco dopo 14 anni di chiusura.
L'Iran ha annunciato che risponderà entro pochi giorni alla controproposta degli Stati Uniti riguardante il piano di pace, affermando di essere oggi molto più preparato rispetto al passato ad affrontare una potenziale escalation militare.
Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araqchi, ha confermato lo scambio di messaggi in corso tra Teheran e Washington, avvenuto tramite intermediari, incentrato sulla proposta in sette punti presentata dall'Iran. Araqchi ha sottolineato che il processo negoziale è attivo e che entrambe le parti continuano a confrontarsi indirettamente. Teheran sta attualmente esaminando i feedback forniti dagli Stati Uniti per poi formalizzare la propria posizione a breve.
Il monito di Teheran: "Un nuovo conflitto coinvolgerà tutti"
Nel ribadire l'auspicio che Washington scelga la via della ragionevolezza, il capo della diplomazia iraniana ha lanciato un chiaro avvertimento: "Se ricorreranno di nuovo a soluzioni militari, saremo più pronti che mai e adotteremo ogni misura necessaria per difenderci. Se invece sceglieranno la via diplomatica, siamo pronti al dialogo."
In seguito all'aggressione israelo-americana iniziata il 28 febbraio, le forze armate iraniane hanno condotto attacchi contro obiettivi strategici statunitensi in diverse aree dell'Asia occidentale e hanno dichiarato la chiusura dello Stretto di Hormuz a tutto il traffico marittimo.
Il conflitto, che dura ormai da sette mesi, si è trasformato in una prolungata guerra di logoramento per Washington, innescando una pesante crisi energetica su scala globale. L'Iran ha più volte ribadito che un ulteriore attacco contro i propri interessi nazionali porterebbe a un ampliamento inevitabile del fronte di guerra.
La proposta in 7 punti per la riapertura dello Stretto di Hormuz
Araqchi ha definito "equa e ragionevole" la proposta formulata da Teheran per la riapertura dello Stretto di Hormuz. I sette punti chiave del piano comprendono:
Cessazione delle operazioni militari: stop alle ostilità su tutti i fronti, incluso quello libanese.
Fine del blocco marittimo: stop alle interferenze e al blocco navale ai danni dell'Iran.
Diritti sovrani nello Stretto di Hormuz: definizione di meccanismi congiunti con l'Oman e i paesi costieri del Golfo Persico per la gestione della navigazione.
Risarcimento dei danni e ricostruzione: garanzia di fondi per la ricostruzione e il risarcimento dei danni subiti dall'Iran.
Revoca totale delle sanzioni: eliminazione di tutte le misure sanzionatorie contro Teheran.
Risoluzione del dossier nucleare: superamento delle divergenze sul programma nucleare iraniano.
Sblocco degli asset congelati: restituzione e pieno accesso ai beni iraniani bloccati all'estero.
Il nodo centrale del negoziato
Secondo fonti iraniane, la risposta degli Stati Uniti trasmessa dagli intermediari evidenzia che il vero punto di disaccordo non riguarda la sostanza dei sette punti, bensì la sequenza temporale e l'ordine di attuazione delle singole misure. Teheran ribadisce che il superamento definitivo del conflitto dipenderà esclusivamente dal pieno riconoscimento dei propri diritti legittimi.
Un'inchiesta pubblicata dal New York Times l'8 ottobre rivela che David Milstein, alto collaboratore dell'ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, avrebbe sistematicamente bloccato e riscritto i rapporti della diplomazia americana destinati a Washington, con l'obiettivo di insabbiare le violazioni e i crimini commessi dalle forze israeliane in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
Entrato in servizio presso l'ambasciata statunitense a Gerusalemme nell'aprile 2025 come capo di gabinetto di fatto di Huckabee, Milstein supervisiona buona parte delle attività della missione nei territori occupati. Secondo una dozzina di fonti diplomatiche tra Gerusalemme e Washington, avrebbe sfruttato la propria posizione per manipolare o sopprimere i dispacci relativi all'espansione degli insediamenti illegali, agli attacchi dei coloni, alle uccisioni di cittadini statunitensi di origine palestinese e alla gestione letale degli aiuti umanitari a Gaza.
Il caso dei cittadini americani uccisi e la censura al Congresso
Tra i documenti bloccati da Milstein figura un rapporto dell'ambasciata risalente a marzo 2025, che ricostruiva l'uccisione di nove cittadini palestinesi con cittadinanza americana da parte di coloni e soldati israeliani nell'arco di quattro anni. Tra le vittime figurava il diciannovenne Nasrallah Abu Siyam, ucciso a colpi d'arma da fuoco a febbraio da un colono mentre cercava di difendere il bestiame del proprio villaggio.
L'indagine interna era stata promossa a seguito del pressante intervento di 30 membri del Congresso guidati dal senatore Chris Van Hollen, i quali avevano chiesto chiarimenti al Segretario di Stato Marco Rubio. Dal dossier era emerso che la quasi totalità delle inchieste condotte da Israele si era conclusa con un nulla di fatto o con l'archiviazione, senza alcuna incriminazione.
Milstein ne ha impedito la trasmissione a Washington, imponendo invece una risposta formale che rassicurasse i parlamentari sulla corretta gestione dei casi da parte delle autorità israeliane. La lettera inviata dal Dipartimento di Stato al senatore Van Hollen il 4 maggio ometteva del tutto i dati dell'indagine, ponendo l'accento unicamente sull'importanza strategica della cooperazione di sicurezza con Israele. "Non garantire l'accertamento delle responsabilità significa mettere a rischio ulteriori vite di cittadini americani", ha denunciato Van Hollen.
Dalla strage degli aiuti umanitari ai test di lealtà interni
Nel corso dell'estate 2025, le operazioni di distribuzione della cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF) — un programma israelo-statunitense trasformatosi in una trappola mortale — hanno provocato la morte di almeno 1.400 civili in cerca di cibo. Di fronte all'imminente disastro, i diplomatici americani sul campo avevano inviato avvertimenti a Washington sul rischio di un'ulteriore escalation di vittime; Milstein ha riscritto il dispaccio presentando l'operazione come un successo ed eliminando ogni riferimento ai morti dai registri ufficiali.
Gli episodi di manipolazione hanno riguardato diversi ambiti:
Cisgiordania e coloni: ad aprile, di fronte agli allarmi dei vertici militari israeliani su una possibile nuova intifada innescata dalle violenze dei coloni, Milstein ha bloccato i report interni trasmettendo invece un cavo diplomatico a suo nome che lodava il premier Netanyahu per la presunta repressione dei disordini.
Annessione dei terreni: a febbraio, dopo la revoca delle tutele legali sull'acquisto di terreni in Cisgiordania da parte di Israele, l'ambasciata ha giustificato la misura a Washington definendola una risposta ai "bisogni umanitari" dei coloni.
All'interno dell'ambasciata, il clima è diventato opprimente: quattro funzionari hanno riferito che Milstein sottoponeva i colleghi a veri e propri "test di lealtà", chiedendo loro se fossero "filo-israeliani" o "filo-Hamas". Temendo ritorsioni e censura, molti diplomatici hanno smesso di redigere note informative, riducendo la produzione di report sugli affari palestinesi da diversi articoli a settimana a una manciata al mese.
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LETTURA CONSIGLIATA:
LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"
Il Ministero della Salute di Gaza ha lanciato un severo avvertimento l'8 ottobre: oltre 21.000 tra pazienti e feriti gravemente rischiano di dover attendere fino a otto anni prima di poter uscire dalla Striscia per ricevere cure salvavita. A causa del perdurante assedio, la condizione attuale è stata definita dalle autorità sanitarie locali come "una condanna a morte diretta e lenta".
"Queste cifre non sono semplici statistiche, ma un disperato grido d'aiuto da parte di oltre 21.000 persone a cui viene negato quotidianamente il diritto fondamentale alle cure e alla vita", si legge nel comunicato ufficiale del ministero. Con il costante aumento mensile dei casi urgenti, l'evasione delle sole nuove richieste di trasferimento richiederebbe altri quattro anni, portando i tempi complessivi di attesa a un livello critico. Dal ministero sottolineano che migliaia di pazienti hanno "corpi che non possono sopportare di aspettare giorni o settimane, figuriamoci anni".
L'organismo sanitario ha rivolto un urgente appello alle Nazioni Unite, alla comunità internazionale e alle organizzazioni per i diritti umani affinché impongano la riapertura completa dei valichi per consentire le evacuazioni mediche senza restrizioni "prima che sia troppo tardi".
Un sistema sanitario ridotto in macerie
L'allarme giunge in un contesto in cui la rete sanitaria locale è devastata dal lungo conflitto e dalle restrizioni sull'ingresso di forniture ed equipaggiamenti medici essenziali. L'ONG Medical Aid for Palestinians (MAP) ha dichiarato al New Arab che nell'intera Striscia di Gaza non è rimasta neanche una macchina per la risonanza magnetica (RMN) funzionante e sono operativi solo uno o due tomografi computerizzati (TC).
In base ai dati diffusi dal ministero:
Stazioni di ossigeno: ad agosto risultavano operative solo 12 strutture su 34, a servizio di oltre 500 pazienti — inclusi neonati e bambini in terapia intensiva — con il rischio imminente di blocco totale per mancanza di parti di ricambio.
Ospedali: meno di 20 dei 36 ospedali di Gaza sono parzialmente attivi, privi delle scorte necessarie di insulina, carburante per i generatori e strumenti diagnostici. Questo isola in modo drammatico i pazienti oncologici e dializzati.
Personale e strutture colpite: secondo il Direttore Generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari e le strutture mediche hanno subito centinaia di attacchi.
Il dramma delle mutilazioni e l'emergenza umanitaria
L'OMS ha segnalato che migliaia di persone, compresi moltissimi bambini, hanno subito l'amputazione degli arti, spesso in assenza di anestesia. Dall'ottobre 2023, solo circa 13.760 pazienti sono riusciti a essere evacuati per ricevere trattamenti all'estero.
La Cina amplia la cooperazione militare nel Sud-est asiatico con l'apertura in Laos di un nuovo centro congiunto di supporto e addestramento presso l'aeroporto di Ban Keun. L'iniziativa, annunciata alla fine di settembre dal Ministero della Difesa cinese, è destinata principalmente alla formazione dei piloti dell'Aeronautica militare laotiana. Pechino ha sottolineato che la struttura «non è diretta contro Paesi terzi», ma punta ad approfondire la cooperazione pratica tra i due eserciti e a contribuire alla pace e alla stabilità regionale.
L'infrastruttura potrebbe tuttavia avere anche un potenziale impiego duale. Un eventuale ampliamento delle piste consentirebbe infatti di ospitare velivoli cinesi di maggiori dimensioni per missioni di ricognizione e sorveglianza. Secondo diversi esperti, però, il nuovo centro avrebbe un'importanza limitata per la proiezione militare cinese, considerando che Pechino dispone già nel sud della Cina di basi in grado di svolgere funzioni analoghe.
Per il Laos, al contrario, la struttura assume un peso significativo. Le limitate capacità delle sue Forze Armate rendono infatti l'assistenza cinese particolarmente importante per la formazione dei militari e per la modernizzazione della propria Aeronautica. Il centro potrebbe inoltre essere utilizzato durante le esercitazioni aeree congiunte che il Laos conduce ogni anno con la Thailandia, consentendo di svolgere addestramenti più vicini a condizioni operative reali.
L'accordo conferma così il rafforzamento dei legami militari tra Pechino e Vientiane. Per la Cina si tratta di un ulteriore strumento per consolidare la propria influenza regionale; per il Laos, di un'opportunità concreta di modernizzare le proprie capacità militari.
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La protesta degli studenti delle scuole superiori e delle università torna a scuotere la Francia. Giovedì nuove mobilitazioni hanno attraversato Parigi e numerose altre grandi città, con migliaia di giovani scesi in strada per denunciare le condizioni del sistema educativo. Nella capitale diverse manifestazioni hanno raggiunto Place de la Bastille, dove alcuni studenti sono saliti sul celebre monumento sventolando la bandiera francese e intonando l’inno nazionale. «Abbiamo preso la Bastiglia!», ha gridato uno di loro davanti alla folla.
Tra gli slogan scanditi dai manifestanti è comparso anche «Macron dimissioni», insieme alle richieste di interventi concreti per migliorare la situazione delle scuole. «Non vogliamo parole, vogliamo fatti», ha dichiarato una studentessa di 17 anni a Nantes, riferendosi alle promesse del primo ministro neoliberista Sébastien Lecornu di affrontare la crisi entro la fine del mese. Le proteste, iniziate alla fine di settembre, denunciano la carenza di insegnanti, gli orari sovraccarichi, le aule deteriorate e gli edifici scolastici privi di condizioni adeguate per affrontare il caldo.
La giornata è stata prevalentemente pacifica, anche se in alcune città si sono verificati tentativi di appiccare incendi e danneggiare pensiline degli autobus. In risposta, la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni, manganelli e proiettili di gomma, suscitando accuse di uso sproporzionato della forza da parte di manifestanti e organizzazioni per i diritti umani.
Il tema della violenza delle forze dell'ordine pesa ormai fortemente sulla mobilitazione. Lunedì un quindicenne ha perso una mano dopo essere stato colpito da una granata stordente a Lens. La settimana precedente, un ragazzo di 14 anni aveva perso diversi denti dopo essere stato raggiunto da un lanciatore di granate nella periferia di Parigi. Per quest'ultimo episodio, martedì un agente di polizia è stato formalmente incriminato. La protesta studentesca contro il neoliberismo di Macron, che intanto gioca alla guerra contro la Russia, si allarga così oltre la semplice denuncia delle condizioni delle scuole e diventa una nuova manifestazione del malcontento sociale che attraversa la Francia.
«Come partner e non come nemici». È da questa premessa che Jean-Luc Mélenchon affronta la questione dei rapporti tra Francia, Stati Uniti e Cina, ponendo al centro la questione di Taiwan e la posizione storicamente assunta da Parigi.
Il leader della France Insoumise sostiene che, qualora fosse presidente della Repubblica francese, la Francia non parteciperebbe a una guerra contro la Cina per Taiwan. «Non faremo la guerra per Taiwan perché nel 1964, il generale de Gaulle ha riconosciuto a nome della Francia la Repubblica Popolare Cinese, che include Taiwan».
E ancora: «Se sono il presidente della Repubblica Francese, non faremo la guerra con gli americani contro i cinesi, neanche per Taiwan. Perché Taiwan fa parte della Cina». «E tratteremo con i cinesi perché se non lo faremo, saremo schiacciati», conclude.
Il candidato alla presidenza francese Jean-Luc Mélenchon: la Francia non dovrebbe partecipare a una “guerra degli Stati Uniti contro la Cina” per Taiwan. “Negozieremo con i cinesi perché, se non lo faremo, saremo schiacciati”. https://t.co/f8vWO7F9lA
Bruxelles sta conducendo l'Europa verso il totalitarismo e una "Euro-Gestapo", mentre si permette di impartire lezioni di democrazia alla Russia: è l'accusa lanciata dall'eurodeputato slovacco Lubos Blaha durante un dibattito al Parlamento europeo, in risposta alla responsabile della politica estera dell'UE Kaja Kallas, che aveva denunciato le recenti elezioni parlamentari russe come antidemocratiche.
Blaha ha contestato frontalmente l'ipocrisia di Bruxelles, chiedendosi perché l'Unione si concentri sulla Russia mentre reprime il dissenso al proprio interno, citando gli arresti di manifestanti filopalestinesi in Germania e la detenzione di esponenti dell'opposizione estone, incarcerati secondo lui per essersi opposti alla guerra con la Russia. «Ha intenzione di istituire qui l'Euro-Gestapo, signora Kallas, e di rinchiudere tutti coloro che vogliono la pace?», ha tuonato, contestando poi il fatto che Bruxelles discutesse delle elezioni russe mentre l'Europa è in fiamme: «Forse non l'avete notato, ma la Spagna è in piazza, la Francia è in piazza, e voi siete qui a occuparvi delle elezioni russe. Siete degli ipocriti».
Qui di seguito il suo intervento tradotto in italiano:
This is an edition of Time-Travel Thursdays, a journey through The Atlantic’s archives to contextualize the present. Sign up here.
In December 1987, The Atlantic had some reassuring news for readers: The next oil crisis didn’t have to happen.
The United States had already endured the oil shocks of the 1970s, and Amory B. Lovins and L. Hunter Lovins, a pair of then-married environmentalists, argued in this magazine that the country had learned from the experience. The U.S. had diversified its sources of foreign oil, and the American economy needed less oil to grow, a shift that the Lovinses attributed mainly to efficiency gains, such as better-insulated buildings and more fuel-efficient cars. Oil production had grown outside OPEC, an organization of oil-exporting states, reducing the world’s reliance on Persian Gulf oil. Even the Strait of Hormuz, a flash point in the Iran-Iraq War of the ’80s, appeared less threatening to the global supply. By 1987, less oil was passing through the waterway than earlier in the decade, and the Lovinses believed that reserves and alternative routes could help make up for any sudden cutoffs caused by geopolitical tensions.
The moment offered what the writers called a “unique opportunity”: a reprieve from Middle Eastern dominance of the global oil supply. “If this interval is frittered away,” they warned, “it could end with the United States, its alternative options expired, needing Middle Eastern oil more than ever.”
Nearly four decades later, America is far less vulnerable to foreign-oil disruptions, but it is once again caught in a global oil crisis, and the Strait of Hormuz is back at the center. Before the Iran war, about a quarter of the world’s maritime oil passed through the strait, roughly three times the daily volume that had passed through in 1987. The effective closure of the waterway has resulted in global oil inventories falling by more than 500 million barrels since February, and Americans are feeling the effects, as the costs of diesel, air travel, food, and other goods all rise.
But not all of the Lovinses’ worries have come to pass. America has become far less reliant on foreign oil than it was in the ’80s; the shale boom, precipitated by advances in horizontal drilling and hydraulic fracturing, unlocked large amounts of domestic oil, transforming the U.S. energy market beginning in the 2000s. Last year, American crude production reached a record 13.6 million barrels a day, and Persian Gulf countries supplied just 8 percent of U.S. crude imports. The contrast with the 1970s is stark: In 1977, the broader group of OPEC countries supplied 85 percent of American crude-oil imports. As my colleague Rogé Karma reported in March, America’s growing energy independence appears to have helped convince the Trump administration ahead of the Iran war that the U.S. could withstand a disruption in the Persian Gulf. “We don’t get any oil anymore out of the Strait of Hormuz,” Interior Secretary Doug Burgum said last October, in defense of America’s decision to strike Iran’s nuclear facilities earlier that year.
The Lovinses had imagined a different route to energy security. They called it “substitution”: reducing the need for oil overall by continuing to improve energy efficiency in buildings and vehicles, and replacing oil with natural gas or alternative fuels. They argued that efficiency could buy the country time to free itself from dependence on foreign oil. America ultimately achieved much of that goal, but by producing more oil rather than using less. After OPEC’s 1973 oil embargo, President Richard Nixon launched “Project Independence” with the goal of reducing the country’s reliance on foreign oil. Congress adopted new conservation measures, and Jimmy Carter made reducing energy consumption a centerpiece of his presidency, while also beginning to lift federal controls on oil prices to free up more domestic production. In 1979, Carter went so far as to promise that the country would never again “use more foreign oil” than it had in 1977.Days after taking office, President Ronald Reagan eliminated the remaining federal controls on oil prices. The approach appeared to be working: By the early 1980s, U.S. oil consumption had fallen to its lowest level in more than a decade.
But the conditions that encouraged conservation soon changed. Weaker oil demand and growing supply contributed to a glut that sent oil prices plunging in 1986. As oil became cheaper, the economic pressure to conserve diminished, and the efficiency gains of the previous decade began to level off. The political approach was changing too. Reagan’s administration sought deep cuts to federal conservation research, part of a broader retreat from government-led energy programs during the 1980s.
Conservation had never been the country’s only answer to the oil shocks. Policy makers were simultaneously trying to increase domestic production and diversify the country’s energy supply. Carter argued in 1979 that the country needed to “produce more” as well as “conserve more.” What ultimately endured was not the ambition to wean the country off oil, but the goal of making America less vulnerable to foreign suppliers.
In April, my colleague Idrees Kahloon wrote that the country is at a point where it can administer energy “shocks to other countries without feeling much pain itself,” but Americans have not been spared the effects of an international oil shortage. Gasoline prices still rise with global oil prices, regardless of where the crude comes from. Countries that are more dependent on Gulf energy, meanwhile, have borne more of the disruption. Most of the crude oil passing through Hormuz was headed to Asia, not the United States. The Philippines declared a state of emergency in response to energy shortages, Japan faced higher oil costs, and European countries saw disruptions to natural-gas shipments push prices up.
This is not quite the future the Lovinses imagined, but neither is it the one they feared. They understood the calm of the 1980s as a reprieve, not a resolution. Four decades later, the United States has emerged from the crises of the ’70s as the world’s largest oil producer, far less dependent on the Middle East but still dependent on fuel itself. America may not be as vulnerable to disruptions abroad, but as long as oil is traded on a global market, the country cannot fully insulate itself from what happens beyond its borders.
Lithuania plans to deploy up to 100 soldiers to support border guards along its frontier with Russia's Kaliningrad Oblast, Defense Minister Robertas Kaunas said on 7 October.
Lithuanian Interior Minister Martynas Katelynas has described the deployment as a preventive measure linked to possible Russian mobilization and a recent incident on the Latvia-Belarus border, where masked, armed escorts tried to push a group of migrants into Latvia. Katelynas said Lithuania could face people trying to avoid mobilization and seeking asylum.
Kaunas said he had granted permission to use Lithuanian soldiers to strengthen border protection for the next several weeks.
“The order starts being implemented immediately,” he wrote on Facebook.
Russia denies a new mobilization
The Kremlin denies a new mobilization is coming. In early September, Russian President Vladimir Putin called reports of one "complete nonsense" and "an information attack on Russia." Ukraine's military and foreign intelligence services say Russia's General Staff has prepared a scenario to mobilize 600,000 people over 2026 and 2027. On 28 September, President Volodymyr Zelenskyy said that "in effect, the Russians have already begun additional mobilization."
Frontier-station patrols for a couple of weeks, possibly longer
On 8 October, the Lithuanian army said soldiers were being brought in to help the State Border Guard Service from that day. A company-sized unit was planned for the assignment, initially for two weeks, with the option to extend. Soldiers will patrol with border guards in frontier-station areas, while mobile patrols, mobile observation posts, and military police crews may be added as needed. The army described the deployment as preventive and a normal form of interagency cooperation.
Kaunas had told LRT TV the soldiers would stay until 16 October. On the morning of 8 October, he said the deployment "was supposed to start" overnight and that he would check with the army. On 8 October, the Lithuanian army said soldiers were being brought in to help the State Border Guard Service from that day. Kaunas also said that “on the Kaliningrad side” there were no physical barriers, unlike the border with Belarus.
Lithuania says its border guards are stretched
On 8 October, Katelynas said the border guard service’s capacity was insufficient, with shifts growing while officer numbers were not increasing. He said the threat level had not changed. In a Facebook post the previous day, he said the situation at Lithuania’s border was calm and there was no reason to panic. He said Russia was planning mobilization after the elections and that Lithuania may face people trying to avoid it and seeking asylum.
Lithuania's State Border Guard Service had turned back 1,693 people trying to cross illegally from Belarus this year and about 26,300 since the migration crisis began, as reported by ELTA on 8 October. Katelynas said 43 migrants tried to enter southern Lithuania last week and were turned back.
Em janeiro deste ano, Veruschka de Sales Azevedo passou pouco mais de uma hora contando à Agência Pública como perdera o cargo de professora na rede estadual de ensino de São Paulo. Ela chorou algumas vezes durante o encontro que foi finalizado com certa esperança: “O meu retorno será triunfante”, disse. Enquanto aguardava o desfecho do seu caso, ela organizava um livro com relatos de professores também investigados por meio de Processos Administrativos Disciplinares (PAD) na Secretaria de Educação de São Paulo (SEDUC). “A gente precisa registrar isso em tudo quanto é lugar.” Doutora em história, Veruschka tinha 24 anos de magistério, cerca de vinte deles na mesma escola de Guarulhos onde estudara antes de ser exonerada em maio de 2024 num PAD que se iniciou em 2017. Entre a abertura do processo e a exoneração, passaram-se sete anos e seis meses.
Em março deste ano, num artigo no Le Monde Diplomatique, Veruschka escreveu que o trauma da exoneração lhe causara uma doença crônica. Ela viria a falecer em julho, seis meses após a entrevista para a reportagem. A família não divulgou a causa da morte, mas a filha, Rayssa Sales, não tem dúvida sobre a origem da doença: “Antes, a imunidade da minha mãe era perfeita, mas, depois da exoneração, ela começou a ficar doente.”
As acusações contra a professora na SEDUC apontam falta de comprometimento com os estudantes, tumulto em reuniões pedagógicas, incitação de alunos contra a direção e excesso de atenção a temas raciais e de empoderamento feminino nas aulas.
Três dias antes da demissão de Veruschka, também a professora Fabiana de Abreu, que ensinava história na mesma escola, fora exonerada. Em agosto de 2025, chegaria a vez de Maitée Nogueira, professora de sociologia em São Sebastião, no Litoral Norte paulista. As três contestaram as acusações em entrevista à Pública. Os processos se apoiam em um estatuto anterior à Constituição de 1988: o dos servidores civis do estado, de 1968, ano do AI-5. Para Salomão Ximenes, professor da Faculdade de Educação da USP e pesquisador do Observatório Nacional da Violência contra Educadores (Onve), os estatutos escritos durante o período ditatorial têm sido “ressignificados com o objetivo de dar mote a processos administrativos de perseguição a educadores”.
Ele fala em “lawfare educacional”: o uso de instrumentos jurídicos e burocráticos para conter a mobilização de professores, a luta sindical e os avanços no currículo. Além de São Paulo, outros estados regulamentam o magistério por meio de normativas elaboradas durante o regime de exceção como Rio Grande do Sul, Pernambuco, Paraná, Rio de Janeiro, Minas Gerais, Acre e Ceará, conforme Ximenes identifica no artigo “Os anos que não acabaram; o uso de estatutos jurídicos da ditadura militar na perseguição a educadores(as) no Brasil”, que publicou na metade deste ano com a jurista Ligia Ziggiotti de Oliveira.
Veruschka de Sales Azevedo (centro), professora exonerada via PAD
Sarau criado por Veruschka incomodava a direção
Veruschka nasceu em Sanharó, no interior de Pernambuco, e chegou a Guarulhos ainda criança, com seis irmãos. A mãe era empregada doméstica; o pai, caminhoneiro. Ela estudou na Escola Estadual Professora Maria Aparecida Rodrigues, no bairro Pimentas, em Guarulhos, e cursou história na Unesp. Concursada em 2000, deu aulas na cidade de Sertãozinho até pedir, em 2004, transferência para a escola onde estudara. “Lá, havia professores que incentivaram os alunos a buscar a universidade pública”, disse a filha Rayssa. “Daí ela veio com o sonho de fazer o mesmo que fizeram por ela.” Ficou lá mesmo depois do doutorado, concluído em 2016 na PUC-SP.
Nas aulas, discutia desigualdades, feminismo, direitos humanos e identidade negra, e aplicava a Lei 10.639, de 2003, que tornou obrigatório o ensino de história e cultura afro-brasileira. Militava na Associação Nacional de História (Anpuh), no sindicato e na Marcha Antirracista do Bairro dos Pimentas. Na escola, conduzia o Sarau Resistência: ao longo do ano, os alunos pesquisavam personalidades negras e as homenageavam com apresentações. “No sarau do Milton Nascimento, fizemos o Milton de açúcar, porque ele é uma pessoa doce”, lembrou o ex-aluno Thiago Gomes, hoje estudante de filosofia na USP. “Eu via alunos racistas mudarem de opinião depois do sarau.” No cursinho popular da UNEafro Brasil que Veruschka coordenou na Unifesp, Thiago ouvia dela que era “um menino de ouro”. Para ele, a professora Veruschka morreu duas vezes. A primeira foi quando sofreu a exoneração. “Foi ali que perdi o brilho nos olhos. Eu continuava tendo aula com a Veruschka no cursinho da UneAfro, mas não era a mesma coisa”, afirma.
Veruschka conduzia o Sarau Resistência: ao longo do ano, os alunos pesquisavam personalidades negras e as homenageavam com apresentações
Os atritos com a direção da escola começaram em 2008, segundo Veruschka, quando, ainda no governo de José Serra, passaram a exigir o uso de apostilas. O material, disse ela, “não tinha respaldo na diversidade das minhas salas de aula, na realidade dos alunos”. Depois vieram suas cobranças por transparência no uso das verbas e as queixas da gestão contra o sarau. “Esse projeto incomodou tanto a gestão que, a todo momento, queriam acabar com ele, porque os alunos começaram a se sentir parte desse movimento.”
Salomão Ximenes, do Onve, diz que os estatutos preservam princípios como “a proibição de manifestação e uma lógica hierárquica em relação às autoridades administrativas”, incompatíveis com a democracia, que “continuam a persistir e a servir de mote para processos de punição”.
O advogado de Veruschka, Roberto Parahyba, chama a demissão de “arbitrária” e “antissindical”: “não tenho dúvida de que o principal ponto foi ter participado do ato sindical.” A defesa sustenta, ainda, que o caso estava prescrito com base no próprio estatuto de 1968, que fixa em cinco anos o prazo para a pena de demissão.
O Procurador do Estado havia pedido a suspensão da professora por 90 dias, mas o Secretário de Educação do Estado de São Paulo, Renato Feder, aplicou a pena de demissão em maio de 2024, por considerar que Veruschka “teve conduta incompatível com o cargo de professora, principalmente no aspecto da moralidade” e agiu “de maneira desrespeitosa perante a gestão escolar”.
Para o Sindicato dos Professores do Ensino Oficial do Estado de São Paulo (Apeoesp), “se o professor tem uma atuação mínima que seja de defesa da escola pública é perseguido. Se for sindicalista então, a situação é ainda pior”, diz Roberto Guido, presidente interino do sindicato.
Exoneração fez Veruschka perder o acesso ao hospital
Com a demissão, Veruschka perdeu o acesso ao hospital dos servidores estaduais. “A gente sabe como o SUS é demorado e que ir buscar uma consulta particular é caro”, disse a amiga Vera Aparecida dos Santos, assistente social. Em janeiro, a professora contou ter uma úlcera gástrica e o intestino inflamado. “Eu quero meu cargo de volta. Quero os meus 25 anos de contribuição. A gente nunca espera parar de trabalhar”, disse, emocionada, à Pública.
Numa pesquisa da Apeoesp divulgada em maio de 2026, 97,6% dos professores ouvidos associaram o adoecimento mental às condições de trabalho na rede; 24,8% precisaram se afastar da escola por esse motivo. Segundo Guido, depressão e burnout já superam as doenças físicas, em razão da superlotação das salas, das jornadas duplas ou triplas, dos conflitos e, mais recentemente, da plataformização do ensino. A SEDUC afirma que, desde dezembro de 2024, oferece atendimento psicológico e psiquiátrico aos servidores por meio do programa Viva Bem.
Segundo a mentora espiritual de Veruschka, a Iyalorixá Cláudia de Oyá, a demissão causou um sentimento de abandono na professora diante de toda uma vida dedicada à educação: “ela começou a perder muito peso e tinha um sentimento de solidão. Se sentiu muito perdida em meio a todo o esforço de uma vida”, explicou.
Veruschka e a Iyalorixá Cláudia de Oyá durante aula na UNEAfro
Fabiana tratou “repetidamente” de pautas raciais e indígenas
Fabiana de Abreu foi exonerada em maio de 2024, também durante a gestão do governador Tarcísio de Freitas. Em 2017, ela foi afastada por 90 dias, sem salário, após conflitos com a direção da mesma escola de Veruschka em Guarulhos. A suspensão de 2017 foi anulada e Fabiana voltou à escola após 39 dias. Segundo ela, o prazo para punição já havia prescrito. “Mas quando eu retornei, começou outro processo.” Nele, Fabiana foi acusada de falta de urbanidade, insubordinação, tumulto em reuniões pedagógicas, falhas no lançamento de notas e de incitar alunos a atos contra a direção. O processo registra ainda que ela trabalhava “repetidamente questões sobre índios, negros e movimentos sociais para todas as turmas, sob a justificativa de que tem liberdade de cátedra”.
A defesa da professora considera as acusações “comprovadamente distorcidas” e alega também a prescrição. A SEDUC diz que os processos de Fabiana e Veruschka apontam interrupções reiteradas nas reuniões pedagógicas e conflitos com a gestão, e que houve tentativas prévias de mediação.
Fabiana de Abreu foi exonerada em maio de 2024, também durante a gestão do governador Tarcísio de Freitas
Com o avanço conservador sobre a educação, diz Ximenes, o estatuto que embasou as demissões “passa a ser cada vez mais reivindicado como possibilidade de contenção de educadores que propõem ações de educação democrática, antidiscriminatória e mobilizações no âmbito da escola pública”.
Fabiana diz que estaria “um pouco mais tranquila” se tivesse sido demitida sozinha. Por causa do afastamento dela, em 2017, outros professores que foram ao ato sindical, como Veruschka, passaram também a responder a processos. Com a exoneração, ela também perdeu o direito de tratar o câncer da mãe no hospital dos servidores. “Esses processos atrasam toda a nossa condição de existência. A cabeça adoece”, afirma a docente, que recorreu à justiça sobre a demissão.
Fabiana liga o caso dela à adoção de plataformas digitais nas escolas estaduais, a partir de 2024: professoras como ela e Veruschka, diz, foram afastadas para que as dirigentes pudessem “de maneira mais sossegada implantar o projeto do governo”. Diego de Freitas, professor de filosofia que trabalhou com Veruschka, vê o modelo como “uma educação enlatada, ultraprocessada”, na qual a colega não se encaixaria. “Ela sempre estava defendendo uma educação democrática, a liberdade de cátedra e isso causava tensão no ambiente.”
Para Ximenes, o controle do currículo, a obrigação de alimentar as plataformas e a cobrança de metas nas avaliações eliminaram a pluralidade pedagógica nas escolas paulistas. “Tudo já vem dado, plataformizado e construído”, diz. “Aqueles que não se plataformizam ou não performam se colocam em risco.” Uma nota técnica da Rede Escola Pública e Universidade (Repu), de julho de 2025, aponta que o tempo de uso das plataformas é monitorado, com possibilidade de punição a professores e diretores.
Caso Maitée: “debates polêmicos” sobre sexualidade e religião
Maitée Nogueira dava aulas há mais de vinte anos quando entrou em conflito com a direção da Escola Estadual Walkir Vergani, em São Sebastião, em 2023. O processo a acusa de descumprir o horário de trabalho, de falta de urbanidade, de condutas discriminatórias e de insubordinação grave, e menciona “debates polêmicos” sobre sexualidade e religião. A Procuradoria-Geral do Estado reconheceu não haver documentação oficial que comprovasse o descumprimento da jornada de trabalho. A demissão foi determinada em agosto de 2025, também na gestão de Tarcísio de Freitas.
“Está na ordem do dia da Secretaria de Educação exonerar, pois qualquer investigação séria teria parado quando comprovei que cumpri meus deveres como professora”, afirma Maitée. Ela também explica que os supostos “debates polêmicos” são inerentes à disciplina e que sempre seguiu o currículo. Os conflitos, diz, deveriam ter sido mediados pela coordenação. Sua advogada considera as acusações “frágeis” e “contraditórias” e afirma que a professora “era perseguida, veladamente, pela gestão, tendo ainda de lidar com o preconceito decorrente de sua orientação sexual”.
A SEDUC afirmou à reportagem que o processo apurou agressões verbais contra estudantes e servidores, linguagem ofensiva, intimidação de alunos, recusa em usar o nome social de uma estudante e comentários discriminatórios, além de abandono de atividades, atrasos frequentes e descumprimento de obrigações pedagógicas. Demitida, Maitée não pode assumir outro cargo público, mesmo que aprovada em concurso. “Não posso mais exercer a profissão em que atuei por 20 anos, na qual estudei e me preparei”, desabafa.
Exonerada em agosto de 2025, a defesa de Maitée Nogueira afirma que a professora “era perseguida veladamente pela gestão”
A SEDUC diz que os processos das três professoras citadas na reportagem garantiram o contraditório e a ampla defesa, que os recursos das professoras foram rejeitados e que nenhuma delas levou o caso à Justiça, o que contradiz as informações das defesas das professoras enviadas à Pública. Nos três casos, as professoras estão recorrendo contra as exonerações.
Ximenes defende que os estatutos anteriores à Constituição de 1988 sejam atualizados para incorporar as premissas de uma educação democrática. “Para mim é escandaloso que a gente continue usando uma legislação do período da ditadura”, diz. “Assim, é muito mais fácil para as perspectivas autoritárias se desenvolverem, com essa infraestrutura jurídica à disposição.”
No velório de Veruschka, decidiu-se que o Sarau Resistência passaria a se chamar Sarau Veruschka de Sales Azevedo. Ela foi homenageada pela Associação Nacional de História (Anpuh) e recebeu uma moção de aplauso na Assembleia Legislativa de São Paulo (Alesp). A família tenta anular a exoneração, mesmo após o falecimento. “Como filha, eu gostaria de algo impossível: ter minha mãe de volta e que ela pudesse usufruir do cargo dela”, disse Rayssa: “O que a gente gostaria é que, pelo menos, o caso dela se revertesse.”
A profound transformation is underway in the politico-military-industrial complex that has dominated the US defense realm for over seven decades.
As drones, AI, autonomous systems, satellites, robots, and networked platforms reshape the battlefield, Silicon Valley is quietly edging out the US defense market’s big five: Lockheed Martin, RTX, Boeing, General Dynamics, and Northrop Grumman.
On October 6, Defense Secretary Pete Hegseth tapped SpaceX CEO Elon Musk and Palmer Luckey, the co-founder of defense technology firm Anduril, to lead “Project Meridian: The Future of Warfare,” a new 120-day initiative tasked with identifying the technologies and capabilities required for future military dominance.
“We are witnessing rapid advances in artificial intelligence, autonomy, directed energy, robotics, biotechnology, among other critical high-tech areas. Combined, these new domains, new ways of fighting, and technological developments will profoundly alter the character of warfare,” Hegseth said in his one-page memo while announcing Project Meridian on September 30.
“To maintain global dominance, the United States must anticipate future operational environments and act decisively to develop the tools to dominate in them.”
Defining the scope of the study, Hegseth said: “Project Meridian will study the battlefields of the future, identify which weapons and technologies warfighters will need to harness to dominate in these environments, and propose actionable solutions to start developing, testing, and fielding these capabilities such that America will have overmatch for the 21st century and beyond.”
In his memo, Hegseth hinted that the center of gravity is shifting over who defines and decides the parameters of future defense weapons, technologies, and requirements.
“Project Meridian will leverage critical perspectives from outside the Pentagon, drawing upon a group of top technologists, innovators, business leaders, policymakers, and national security experts.”
Its primary function will be to map the trajectory of future warfare, identify critical capability gaps, and propose actionable solutions, Hegseth said.
The Elon Musk and Palmer Luckey-led panel will therefore discuss not a particular weapons platform, but what American warfare and the battlefield will look like in the future.
What they will discuss and define is not merely a change in weapons technology, but the way the Pentagon sees warfare and organizes the production of military power itself.
The study’s co-directors will “identify the domains that we must conquer, and capabilities we must master,” Hegseth said at Marine Corps Base Quantico on September 30.
“The Project Meridian effort will examine the technologies and operational concepts required to sustain U.S. military advantage across the full spectrum of future warfighting domains across a 10-20 year time horizon,” said a spokesperson for the Department of Defense.
The Musk- and Luckey-led study could therefore shape the Pentagon’s defense procurement decisions for decades.
It’s no accident that while SpaceX’s Musk and Anduril’s Luckey are on the panel, the executives of the Big Five are conspicuously missing.
Trump and Musk
Silicon Valley to Replace US’ Military-Industrial Complex?
The US military-industrial complex started taking shape in the 1950s.
While the two World Wars saw large-scale mobilizations and the channeling of industries toward weapons production, the distinctive military-industrial complex emerged in the 1950s.
US President Eisenhower himself later described the “conjunction of an immense military establishment and a large arms industry as new in the American experience.”
In April 1950, the top-secret U.S. National Security Council (NSC) policy (NSC-68) concluded that the “only plausible way to deter the Soviet Union was for President Harry Truman to support a massive build-up of both conventional and nuclear weapons.
In other words, the US should maintain elevated defense spending even during peacetime.
U.S. military budget jumped from USD 13 billion to USD 60 billion within a couple of years. Most of these funds went to private contractors, rather than government bodies.
For nearly the next seven decades, military production and weapons procurement in the US followed a set pattern.
The Pentagon defined its requirements, the US Congress approved the budgets, defense production firms, mostly a handful of prime contractors, submitted bids, and the winner developed platforms with lifecycles ranging from a few years to a few decades.
Fighter jets, bombers, submarines, aircraft carriers, missiles, radars, military communication platforms- all these platforms were developed this way.
For decades, they remained industrial objects; however, these platforms gradually became computational systems. The F-35, for instance, has been described as a flying supercomputer.
New-age military platforms, however, are first and foremost computing platforms.
Drones, for example, are all these systems rolled into one.
They are at once a fighter jet and a bomber, equipped with radar seekers, missiles, a network of sensors, a communication system, and a software platform that integrates AI into flight paths and target selection.
Satellite constellations are becoming central to military communication and targeting by drones, as seen in the critical role Starlink is playing in the war in Ukraine. Ukrainian drones use AI to select flight paths that exploit gaps in Russia’s layered air defense network.
Command-and-control software and Battlefield Management Systems (BMS) fuse information from diverse sources, including satellites, drones, ground-based radars, and AWACS, within seconds to create a unified, simplified battlefield picture and propose the most critical sites for targeting.
Underpinning all these systems are software, computing systems, and AI, not just hardware.
In this new warfare, large, expensive defense platforms are often a liability, rather than an asset.
In short, military value is shifting at an unprecedented speed.
Defense platforms costing millions of dollars and once considered invincible could now be targeted by a drone costing just a few thousand dollars.
This shift is also forcing military suppliers to change. Software firms in Silicon Valley that combine artificial intelligence (AI), autonomy, and machine learning (ML) to deliver innovative defense solutions are now at the center of this shift.
In recent years, they have won contracts worth tens of billions of dollars, edging out the Big Five of defense production.
The rise of these new military technology firms marks the biggest shift in the US arms industry over the past five years.
“Companies like SpaceX, Palantir, and Anduril have been tapped for multi-billion-dollar contract awards from the Pentagon for communications, targeting, unpiloted vehicles, anti-drone defenses, and hypersonic weapons. The funds from these awards will flow to the companies over time, which should put them in the top ranks of Pentagon contractors by value of awards within the next several years,” a recent report from the Costs of War project said.
For instance,
(Photo by SAUL LOEB and Jim WATSON / AFP)
has received awards for countering Unmanned Aerial Vehicles (UAVs) from the Marines (US$642 million); a contract for its Roadrunner UAV interceptor system (US$250 million); and contracts for its Ghost Shark autonomous underwater vehicle as part of the U.S.-UK-Australia AUKUS project, to name a few.
Anduril has also been selected to build the next generation of Army goggles, the Integrated Visual Augmentation System (IVAS), which are “intended to give soldiers everything from night-vision capability to warnings of incoming airborne threats.”
In June this year, the U.S. Air Force awarded engineering, manufacturing development, and production contracts for Collaborative Combat Aircraft Increment 1 to both Anduril (FQ-44) and General Atomics.
However, Anduril’s most lucrative contract could be in border security technologies. The Big Beautiful bill commits over US$6 billion for various border security technologies. However, as Eurasian Times reported earlier, the bill’s conditions mean Anduril is the only firm that qualifies for these border surveillance tenders.
SpaceX is launching most of the U.S. military’s satellites. It is also receiving funding for the military version of its Starlink system.
Separately, the Pentagon is considering investing in SpaceX’s Starship system.
SpaceX and Anduril could also win billion-dollar contracts in the upcoming ‘Golden Dome’ project.
Established tech firms are also challenging the Big Five’s dominance. For example, Amazon, Microsoft, Google, Oracle, and IBM are collectively investing US$10 billion in the Pentagon’s cloud computing program.
“To the extent that the Pentagon moves towards AI-driven weapons systems, including swarms of drones and uncrewed aircraft, ships, and combat vehicles, the dominance of the Big Five firms may be reduced,” the report by the Costs of War Project added.
In fact, a recent essay on the Anduril Industries blog, ‘Rebooting the Arsenal of Democracy,’ dismissed the Big Five defense contractors as ‘remnants of the Cold War’ that need to be supplanted if America is to take the lead in developing and producing the weapons of the future.
“Why can’t the existing defense companies simply do better? The largest defense contractors are staffed with patriots who still lack the software expertise or business model to build the technology we need.
“Tomorrow’s weapons – autonomous systems, cyberweapons and defenses, networked systems, and more – are enabled through software, while these companies specialize in hardware. These companies work slowly, while the best engineers relish working at speed… These companies built the tools that kept us safe in the past, but they are not the future of our defense,” the essay said.
The trend, therefore, has already started.
Project Meridian, which could profoundly impact US defense procurement for decades, will further accelerate this trend.
Musk and Luckey’s appointment to lead this study suggests Silicon Valley tech firms are quietly edging out the US military-industrial complex’s Big Five.
Sumit Ahlawat has over a decade of experience in news media. He has worked with Press Trust of India, Times Now, Zee News, Economic Times, and Microsoft News. He holds a Master’s Degree in International Media and Modern History from the University of Sheffield, UK.
He can be reached at ahlawat.sumit85 (at) gmail.com
Yohandri Varona Torres è un militare cubano. Il 3 gennaio scorso, quando gli Stati Uniti attaccarono il Venezuela e sequestrarono il presidente Nicolás Maduro, faceva parte della Sicurezza Personale del capo di Stato venezuelano da appena due mesi e sei giorni. Da quel momento ha parlato poco, ma ha ricostruito quei momenti di fuoco incrociato.
Erano circa le due di notte quando avvistò il primo elicottero del gruppo di commando statunitensi. Riuscì a uscire dalla postazione appena in tempo per trincerarsi a pochi metri di distanza e aprire il fuoco. Quella decisione, o la fortuna, gli ha salvato la vita. Gli attaccanti diressero il loro fuoco con precisione millimetrica contro la casetta che fino a pochi secondi prima aveva occupato.
"Avevano una potenza di fuoco molto superiore alla nostra", racconta Varona Torres come riporta Cuba en Resumen, "noi disponevamo solo di armamento leggero. L'altro fattore a loro favore è che sembravano sapere esattamente dove si trovava tutto. Così spararono contro le postazioni e i dormitori dove alloggiavamo noi cubani e riuscirono a uccidere, tra i primi, i comandanti".
Con 23 anni di esperienza nel Dipartimento di Sicurezza Personale e il grado di primo sottufficiale, non aveva mai vissuto nulla di simile. Ma l'addestramento aveva fatto il suo corso e quella notte svuotò caricatore dopo caricatore contro il nemico. "Bisognava sparare e sparare. Difendere e uccidere", afferma con voce ferma.
"Ci siamo battuti lì contro gli aerei che ci mitragliavano. Nonostante il nostro armamento fosse più leggero non abbiamo smesso di combattere, li abbiamo affrontati. Ho la mia preparazione e so come combattere, ma erano superiori a noi. In quel momento il mio unico pensiero fu combattere. Bisognava sparare e ho cominciato a farlo", ha raccontato. "Tutto era buio", prosegue il suo racconto di quella nefasta nottata. "Se un elicottero ti viene addosso, l'unica cosa che ti resta è sparargli e difenderti. È andata così. Fino all'ultimo momento abbiamo continuato a sparare. Nonostante il loro vantaggio di fuoco, sono sicuro che abbiamo inflitto loro delle perdite. Più di quante ne ammettano. Ci siamo battuti duramente. Abbiamo continuato a sparare finché quasi tutti siamo caduti, morti o feriti".
Non fu uno scontro rapido né facile. Con il passare dei giorni si è confermato che solo la morte e l'esaurimento delle munizioni riuscirono a spegnere la resistenza dei cubani. Yohandri ricorda tutto con una lucidità terribile. I suoi occhi sembrano ripassare una per una le immagini. Piange. Piange di rabbia. Non potrà mai dimenticare lo scontro, dice, ma soprattutto le ore successive, quando i sopravvissuti dovettero trasportare i corpi dei compagni caduti.
"Li abbiamo caricati e portati verso un edificio che aveva subito danni ma ci permetteva di ripararli. È stato molto duro, perché erano uomini che conoscevamo, con cui avevamo convissuto fino a poche ore prima. Ma li abbiamo portati via tutti, non ne abbiamo abbandonato nessuno".
"I nostri compagni sono una gloria per tutta Cuba. Erano miei fratelli. Lavoravano con me. Li ho visti cadere tutti e tutti li ho caricati. Lì non ci fu l'aiuto di nessuno per farlo, ma nessun corpo è rimasto sul campo. Li abbiamo conservati in un nostro dormitorio. Non riesco a spiegare il dolore. Ma almeno nessuno è rimasto in Venezuela. Sono qui, nella nostra Patria". "Quando cominciano a cadere le bombe l'unica cosa a cui si pensa è combattere. Eravamo lì per quello ed è quello che abbiamo fatto. Mi resta solo il dolore di non essere riusciti a fermarli. E questo dolore", ha detto colpendosi il petto, "devo sfogarlo contro il nemico".
Il 6 gennaio il governo cubano ha pubblicato le identità dei 32 cubani appartenenti alle Forze Armate e al Ministero dell'Interno morti in Venezuela, un elenco che include due colonnelli, un tenente colonnello, quattro maggiori e altri gradi militari, di età compresa tra i 26 e i 67 anni. Tutti operavano nel primo cerchio di sicurezza personale del leader chavista e sono stati promossi di grado post mortem.
"Per il mio paese ci sarà sempre la mia disposizione a contrastare il nemico ovunque ce ne sia bisogno. Così ci ha insegnato il Comandante. E la morte dei miei compagni non può essere vana", ha concluso Varona Torres.
La chambre régionale des comptes a examiné 35 collectivités des Pays de la Loire. Elle relève des emprunts dépassant l'autorisation, des terrains absents des annexes comptables et des dépenses de « participation citoyenne » sans résultat. À Orvault, la facture est tombée, le vote n'a jamais eu lieu. 36 000 euros hors taxes ont été engagés avant l'abandon d'une consultation sur une hausse de 9 % de la taxe foncière.
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Le rapport a été délibéré le 3 juin 2026, mais la presse ne l'a révélé que le 7 octobre, soit quatre mois plus tard. Il porte sur 35 collectivités : le département de Maine-et-Loire, quatre communautés de communes et trente communes.
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Les observations de la chambre dessinent une gestion où les autorisations budgétaires et la réalité comptable ne coïncident pas toujours. À Dompierre-sur-Yon, 1,6 million d’euros d’emprunts ont été signés alors que l’autorisation portait sur 1,5 million. À Courdemanche, une ligne de trésorerie de 125 000 euros a été ouverte sans délégation.
À Mûrs-Érigné, les terrains représentent 3,3 millions d’euros, auxquels s’ajoutent plus de 650 000 euros de frais cumulés fin 2024. À Angers, 5,04 millions d’euros de biens en portage n’apparaissent pas dans les annexes. À Saint-Nazaire, la valeur du patrimoine présente un écart de 50 % entre les données communales et celles du comptable public.
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Le rapport examine aussi ce que les collectivités dépensent pour associer les habitants. Saint-Nazaire y consacre environ 700 000 euros par an et cinq agents, tandis qu’Angers dispose d’un budget participatif d’un million d’euros.
Les résultats sont inégaux. Montrevault-sur-Èvre a abandonné 100 000 euros de projets après une édition qui n'a mobilisé que 11 % de participation. Mention spéciale pour Orvault, qui n'a pas hésité à gaspiller 36 000 euros en pure concertation avant d'enterrer une consultation, estimée à 20 000 euros, portant sur une hausse de 9 % de la taxe foncière. Cette dilapidation illustre la déconnexion d'une machinerie territoriale qui exige toujours plus du contribuable tout en s'exonérant des principes les plus élémentaires de bonne gestion.
La chambre régionale des comptes ne qualifie pas ces situations de fraude ou de détournement : elle relève des insuffisances de suivi, de comptabilisation ou de gouvernance. Reste à savoir ce que les collectivités concernées répondront aux recommandations de la chambre, et si les habitants en seront informés.
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La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha reso noto che il suo governo sta indagando su alcune segnalazioni secondo cui membri di cartelli messicani sarebbero stati reclutati per combattere a fianco del regime di Kiev in Ucraina.
"La questione è stata sollevata in sede di comitato per la sicurezza e sono in corso accertamenti per verificare l'autenticità dei video", ha spiegato la presidente durante una conferenza stampa. In riferimento a diverse registrazioni, diffuse sui social media nel corso della settimana, che mostravano presunti membri del Cartello di Sinaloa e del Cartello di Jalisco Nueva Generación intenti ad addestrarsi in un campo militare nel Paese europeo.
Sheinbaum ha aggiunto che, qualora la notizia venisse confermata, le autorità dovranno indagare sulle modalità con cui cittadini messicani legati alla criminalità organizzata si sono uniti al conflitto armato.
"O meglio, vengono reclutati. Stiamo approfondendo la questione - è in corso una verifica, dato che non vi è ancora certezza sulla natura dei video - ma potrebbero essere reclutati da una società privata coinvolta in questi conflitti o dall'esercito di una specifica entità o di un governo", ha osservato.
Ha inoltre chiarito che il governo messicano non ha avuto contatti con quello ucraino in merito a questa vicenda, sebbene, qualora fosse necessario, sarebbe il Ministero degli Esteri a gestire tali comunicazioni.
Negli ultimi mesi si è registrato un aumento delle segnalazioni secondo cui mercenari ucraini starebbero reclutando membri di cartelli messicani e colombiani per fornire loro un addestramento privato all'uso dei droni.
Mentre l’Unione Europea neoliberista sprofonda in una crisi energetica ed economica senza precedenti, con le industrie che chiudono i battenti e i cittadini schiacciati sotto il peso di bollette insostenibili, Bruxelles non trova di meglio che alimentare la macchina del conflitto. L'UE, sempre più arroccata su posizioni guerrafondaie, si prepara a varare il ventiduesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Misure che, a conti fatti e dopo quattro anni di applicazione, si sono rivelate un autentico boomerang: del tutto inutili per piegare Mosca, ma devastanti e controproducenti per i bilanci e la stabilità degli stessi Stati membri.
Il via libera politico è arrivato nella giornata di ieri, 7 ottobre, quando gli ambasciatori dell'Unione hanno dato il loro nulla osta al nuovo pacchetto. Secondo quanto ricostruito dall'agenzia Tass e confermato da fonti europee a Reuters, la lista nera si gonfierà di oltre 1.570 tra persone fisiche e giuridiche. Si tratta di un aumento di quasi il 50% rispetto ai precedenti, che porta il totale degli enti russi colpiti a oltre 3.000 dall'inizio delle ostilità.
A Bruxelles ci tengono a precisare che questo pacchetto non conterrà nuove e significative restrizioni commerciali o economiche. Tuttavia, per numero di individui ed enti inseriti simultaneamente, si tratterà del blocco più imponente dall'inizio del conflitto. Le sanzioni comportano il congelamento dei beni, il divieto di ingresso nel territorio UE e lo stop totale a qualsiasi attività congiunta per le imprese. Il via libera definitivo del Consiglio UE è atteso entro la fine della settimana.
Ma è proprio nel cuore di questa impalcatura punitiva che emerge il cortocircuito più evidente, quello che smonta la narrazione dell'efficacia delle sanzioni. Mentre l'UE stringe la cinghia, c'è chi si accorge che la corda sta strangolando i suoi stessi alleati. L'Estonia, storicamente tra i Paesi più falchi e russofobi dell'area baltica, ha dovuto bussare alla porta di Bruxelles per chiedere un'esenzione. Kerstin Lepik, portavoce della Rappresentanza Permanente estone a Bruxelles, ha confermato la richiesta all'emittente nazionale ERR, spiegando una situazione paradossale che la dice lunga sulla dipendenza europea dalle materie prime russe. "L'azienda russa fornisce materiali di importanza strategica per l'Europa a un'impresa con sede in Estonia", ha dichiarato la Lepik. Una confessione a mezza voce che vale più di mille rapporti economici: le sanzioni non fermano la macchina produttiva russa, ma rischiano di mandare in tilt quella europea.
Tallinn ha fatto sapere che l'azienda locale sta cercando fornitori alternativi per i materiali che attualmente importa dalla Russia, ma nel frattempo ha chiesto di stralciare la società russa e il suo manager dal pacchetto. La portavoce ha aggiunto che "l'Estonia valuterà nuovamente l'inclusione di questa azienda e della persona associata l'anno prossimo". Tradotto: ci servono quei materiali oggi, speriamo di poterne fare a meno domani. Un'ammissione di debolezza che certifica come il rigore ideologico si scontri ogni giorno con la realtà.
E invece di riflettere su queste crepe nel muro delle sanzioni, c'è chi vuole alzare ulteriormente il tiro, ignorando gli ingenti danni collaterali. La Lituania, sulla stessa lunghezza d'onda della vicina Estonia, ha proposto di vietare il transito di cereali russi attraverso il territorio dell'UE e di colpire l'agricoltura di Mosca. Il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevicius ha spinto per inserire nuovi individui del settore agricolo russo nella lista nera, dimostrando come la fame di sanzioni a tutti i costi prevalga sul buonsenso economico.
Il ventiduesimo pacchetto si preannuncia dunque come l'ennesimo atto di una farsa masochistica. Un'Europa che si dichiara unita e forte, ma che nei fatti arranca, divisa tra il furore di una russofobia ideologica e la necessità materiale di importare ciò che ha deciso di boicottare. Continueranno a varare pacchetti su pacchetti, ma la realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti: le sanzioni si sono rivelate un'arma spuntata contro la Russia e una tassa occulta che grava interamente sulle spalle dei cittadini europei.
“Catastrofe neoliberista” di Angelo D’Orsi è un viaggio nella storia e una necessità. Un viaggio che ripercorre le origini e le dinamiche di una dittatura totalitaria, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia, dominando la vita quotidiana di miliardi di persone. Una necessità, perché solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. Con il rigore di un grande storico e l’ottimismo della volontà di ispirazione gramsciana, D’Orsi ci offre gli strumenti per decifrare il presente e costruire un futuro diverso.
L'8 ottobre, Mohammad Mokhber, consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, ha fatto riferimento alla situazione nello Stretto di Hormuz e alle condizioni per la sua riapertura.
Ha dichiarato che la rotta marittima «non sarà riaperta in nessuna circostanza finché non saranno risolti i problemi del Paese». Ha inoltre indicato che Teheran «adotterà qualsiasi misura che contribuisca a rafforzare il potere» della Repubblica Islamica.
Le dichiarazioni di Mokhber giungono in un contesto di crescente tensione riguardo alla navigazione nello stretto, dove il traffico navale ha raggiunto il livello più basso degli ultimi due mesi.
Secondo i dati della società Kpler, citati da Reuters, martedì sono transitati per Hormuz sette mercantili, cifra salita a dieci nella giornata di mercoledì: un netto contrasto rispetto alle circa 125 navi che percorrevano quotidianamente questa rotta prima dell'inizio della guerra, il 28 febbraio.