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Esclusiva: l’enigma Pakistan-Arabia Saudita-Yemen-Iran

Il titolo definitivo dell’intera vicenda, tuttavia, è che la Casa dei Saud sta attaccando Ansarallah per proteggere il culto della morte in Asia occidentale

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Cominciamo con alcune informazioni esclusive. Giovedì, Yahya Ali al-Ra’i, presidente della Camera dei Rappresentanti con sede a Sana’a sotto il controllo di Ansarallah, ha consegnato una lettera a Sardar Ayaz Sadiq, presidente dell’Assemblea Nazionale del Pakistan, richiedendo la mediazione pakistana tra Ansarallah e Riyadh.

Ra’i, figura ampiamente rispettata, ricopre la carica di presidente a Sana’a dal 2008. Sadiq ha iniziato il suo attuale mandato come presidente a Islamabad nel marzo 2024. Questo canale parlamentare diretto riveste un’enorme importanza come apertura diplomatica – poiché il Pakistan si trova ad affrontare enormi pressioni, sia a livello interno che in tutto il mondo islamico, riguardo ai suoi reali impegni relativi allo scontro tra Arabia Saudita e Yemen, come stabilito dall’Alleanza per la Difesa della Mecca.

Per quanto l’intera situazione sia in realtà oscura, informazioni dirette provenienti sia da Islamabad che da Teheran, ai massimi livelli, come da me specificatamente richiesto, hanno stabilito quattro punti chiave: Sembra che sia così – per ora.

Islamabad è irremovibile nel sostenere che il Pakistan non attaccherà Ansarallah e non impiegherà truppe a tal fine. L’intesa raggiunta a Riyadh la scorsa settimana escludeva l’ingresso nel territorio yemenita. Le forze pakistane dovrebbero rimanere al di fuori di qualsiasi offensiva terrestre contro Ansarallah.

Il Pakistan stava già mediando tra Riyadh e Sana’a attraverso Teheran. Il feldmaresciallo Asim Munir ha personalmente richiesto al ministro degli Esteri iraniano Araghchi di esercitare l’influenza dell’Iran su Ansarallah, avvalendosi dei contatti di Araghchi sia con Islamabad che con Riyadh. Il Ministero degli Esteri pakistano non ha smentito l’esistenza di questo canale diplomatico.

Il Pakistan sarebbe tenuto a difendere il territorio saudita in virtù dei propri impegni nell’ambito dell’Alleanza per la Difesa della Mecca. I dispiegamenti finalizzati alla protezione dei confini e alla difesa contro droni e missili lanciati dalle Forze Armate yemenite rientrano in questo quadro. Il problema è se alcuni consiglieri pakistani siano già dispiegati in territorio yemenita. Se il Pakistan avesse anche solo pochi «consiglieri» ad Aden e truppe da qualche parte nel nord dello Yemen, al confine con l’Arabia Saudita, ciò costituirebbe già una violazione delle sue promesse.

Le forze pakistane dovrebbero essere in grado di difendersi da sole – è una conseguenza naturale del territorio. Si tratta di una contingenza dichiarata; non di una previsione di ritorsione. Almeno un ufficiale pakistano è stato ucciso in Arabia Saudita senza che il Pakistan reagisse con una ritorsione. Ciò denota moderazione – almeno per ora.

Transito attraverso lo Stretto di Hormuz: utilizzare il CIPS e pagare in rial

Sul più ampio fronte USA-Iran, le mosse diplomatiche confermano quanto abbiamo riportato negli ultimi giorni riguardo al Protocollo di Transizione. Il Pakistan, infatti, è determinato a mantenere i rapporti sia con Riyadh che con Teheran, parallelamente a un coordinamento costante con Pechino. Dopotutto, la Cina sostiene pienamente la mediazione pakistana; e Araghchi continua a dialogare con Munir, come ha fatto in seguito ai colloqui con Wang Yi a Pechino.

Nel frattempo, sul fronte di Washington, le speculazioni sono febbrili su tutta la linea riguardo ai preparativi per una ripresa della guerra da parte dell’amministrazione Trump – compresi potenziali attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane e persino, cosa piuttosto preoccupante, a obiettivi nucleari. Non vi è ancora alcuna decisione definitiva da parte dello «psicopatico/sociopatico al comando», tanto meno una data di avvio.

I rischi immediati, in ogni caso, sono sbalorditivi.

La diplomazia – anche nella sua forma surrogata – è impantanata in un vicolo cieco. Teheran rimane – e continuerà a rimanere – ancorata alle proprie condizioni attuali, specificate nel memorandum d’intesa ormai privo di significato, ma ora con l’aggiunta della minaccia di bloccare le rotte di transito lungo la costa dell’Oman che considera illegali. Washington, dal canto suo, è ossessionata dall’ottenere vaste concessioni in materia nucleare. All’inizio di questa settimana, abbiamo confermato che il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale (SNSC) di Teheran ha preso due decisioni di grande rilevanza.

  1. Teheran ha deciso di riscuotere il pedaggio di transito nello Stretto di Hormuz esclusivamente in valuta iraniana. Niente yuan, niente criptovalute. In realtà, tramite un meccanismo collegato al CIPS, il sistema cinese di pagamento e compensazione, aggirando il dollaro statunitense. Si utilizza il CIPS per acquistare elettronicamente yuan, convertirli in rial e pagare il pedaggio. Le entrate derivanti dal transito nello Stretto di Hormuz, dopotutto, rappresentano una delle poche fonti di valuta forte rimaste a Teheran. Il nuovo meccanismo rafforzerà sicuramente il valore del rial.
  2. Attraverso il Pakistan, Teheran ha comunicato a Witkoff, il «Bismarck» del settore immobiliare di Trump, che l’Iran non si smuoverà di un millimetro dalle proprie condizioni per un accordo negoziato – ed è pienamente preparato a qualsiasi possibile offensiva statunitense. E questo dopo che J.D. Vance ha avanzato un’ulteriore condizione sull’arricchimento nucleare: una riduzione «significativa» e «sostanziale». Ciò blocca il dossier nucleare e rende quasi impossibile una formula di risoluzione rapida.

Il punto fondamentale è che la spirale di escalation potrebbe sfuggire al controllo in un batter d’occhio.

La “Tempesta yemenita in arrivo 1.0” è già in atto

Sul fronte saudita-yemenita, le Forze Armate yemenite si stanno dimostrando assolutamente spietate. La “Tempesta yemenita in arrivo 1.0” è già in atto.

I danni alla raffineria di Jeddah, vicino a Yanbu, sono ingenti. Ansarallah sta colpendo contemporaneamente la costa orientale e quella occidentale dell’Arabia Saudita, oltre all’oleodotto est-ovest che le collega.

A tutti gli effetti, Sana’a sta prendendo di mira l’intera infrastruttura chiave di Riyadh. Il «paracadute» difensivo statunitense è una farsa: le batterie PAC-3 e Patriot rimaste sono inutili contro i missili balistici yemeniti.

Le truppe saudite potrebbero ammontare, nella migliore delle ipotesi, a 75.000 unità, più 125.000 della Guardia Nazionale. Le Forze Armate yemenite dispongono di almeno 350.000 uomini, che possono essere facilmente portati a 800.000. Aspettarsi un «aiuto» dai petrol-sceicchi del CCG non è nemmeno degno di essere definito uno scherzo.

Le Forze Armate yemenite hanno inoltre lanciato due missili balistici e droni esplosivi in direzione dell’aeroporto internazionale di Aden. Ansarallah ha dichiarato che l’obiettivo erano i rifornimenti militari sauditi appena giunti al Campo di Badr, il quartier generale dei mercenari adiacente all’aeroporto. È stato ucciso un numero non specificato di ufficiali e funzionari sauditi di alto rango – forse anche alcuni pakistani.

Da parte sua, anche la Turchia sta per schierare truppe, velivoli e sistemi di difesa aerea sul territorio saudita. Queste forze turche potrebbero, in teoria, proteggere Riyadh, le città sante e l’oleodotto Est-Ovest. Ankara, proprio come Islamabad, insiste nel sostenere di non avere alcuna intenzione di entrare in guerra nello Yemen.

La rapida liberazione da parte delle Forze Armate yemenite della costa occidentale vicino al Mar Rosso ha inoltre reso chiarissimo come la cosiddetta «coalizione» saudita – in realtà una banda di proxy e mercenari – stesse schierando di fatto dei terroristi fin dall’inizio.

Ansarallah ha recuperato una grande quantità di passaporti stranieri – in particolare provenienti dal Kuwait, dal Qatar, dalla Turchia e dalla Siria – appartenenti a sicari dell’ISIS e di Al-Qaeda. Chiamatela pure la Legione della Terror Inc.

È sempre la solita storia. Il Qatar e la Turchia, di comune accordo, hanno strumentalizzato il trasferimento di miliziani dell’ISIS e dei salafiti-jihadisti dalla Siria e dall’Iraq: questi sono stati accolti nello Yemen dal Partito Islah. La Turchia è stata la principale via di transito; almeno 2.100 di questi membri dell’ISIS sono turchi.

AQAP è tornata! Già nel lontano 2020, Ansarallah aveva sequestrato documenti, mappe e video che mostravano jihadisti dell’ISIS/Daesh e di Al-Qaeda, direttamente sostenuti da Riyadh, mentre vagavano per lo Yemen, con i miliziani catturati che confessavano di essere stati pagati, armati e sostenuti logisticamente dai sauditi.Ora è già in atto una nuova incarnazione dell’ex Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) – attraverso almeno 20.000 mercenari terroristi del Daesh/takfiri “importati” dalla Siria. Essi saranno inviati nel governatorato di Aden – in seguito alla richiesta, anzi alla pretesa dello stesso MbS, pienamente approvata dall’amministrazione Trump e dal suo vassallo tagliagole diventato presidente a Damasco, l’ex membro dell’ISIS al-Jolani.

Il titolo definitivo dell’intera vicenda, tuttavia, è che la Casa dei Saud sta attaccando Ansarallah per proteggere il culto della morte in Asia occidentale. Controllando Bab al-Mandab, Ansarallah isola di fatto il porto israeliano di Eilat. Ciò era già accaduto in precedenza durante il genocidio di Gaza. Riyadh era furiosa perché aveva stretto accordi per il progetto NEOM – ora praticamente accantonato – che avrebbe collegato Eilat una volta che gli Accordi di Abramo trumpiani fossero entrati in vigore. Considerando il quadro d’insieme, una singola scintilla potrebbe ancora scatenare l’inferno. Tra le possibilità figurano: un attacco yemenita contro l’Arabia Saudita che causi ingenti perdite; un caos nella riscossione dei pedaggi nello Stretto di Ormuz; un attacco iraniano contro un obiettivo legato ai «petro-sceicchi» del CCG, a seguito di una provocazione americana; un attacco legato all’Iran contro una base statunitense, ancora una volta a seguito di una provocazione americana; e, soprattutto, una (dis)avventura del CENTCOM «via terra, aria e mare» imposta da un sociopatico.

Allacciate le cinture di sicurezza.

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Trump lo scarica e Zelensky delira: "Datemi i missili e vincerò in tre mesi"

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
 

10 ottobre. La notizia che compare su quasi tutte le prime pagine dei giornali è quella, naturalmente, delle centinaia di migliaia di tonnellate di prodotti energetici russi che “inonderanno” il mercato americano, risollevando (forse) un po' i numeri del Partito repubblicano in vista delle elezioni di medio termine e del ritiro di alcune sanzioni USA contro la Russia. Una questione tutta interna agli Stati Uniti, si dice. E in parte è così. Ma c'è un passaggio che sembra ampliare “leggermente” la faccenda, legandola più direttamente al conflitto in Ucraina: Donald Trump avrebbe specificato che l'accordo con Moskva è legato anche al mantenimento delle capacità delle strutture energetiche russe. Vale a dire che Kiev dovrebbe smettere di attaccare raffinerie e depositi russi: lo chiede la Casa Bianca.

E quando una richiesta arriva sul Dnepr dal Potomac, forse per i nazigolpisti non è il caso di ignorarla completamente, fermi restando, ca va sans dire, i rapporti di forza UE-USA e i relativi “messaggi” che giungono all'Ucraina, per un verso da Bruxelles e, per un altro verso, da Washington. Dunque, secondo quanto riporta Axios, citata da La Stampa, non meglio precisati funzionari yankee avrebbero specificato che «Zelenskij sta valutando male la situazione. Continuando a colpire le raffinerie, sta compromettendo la fiducia e la disponibilità ottenuta da Trump negli ultimi sei mesi».

In un modo o in un altro, Zelenskij sembra aver completamente perso la capacità di valutare adeguatamente la situazione. La risposta data da Moskva alle sue «operazioni di pressione sulla Russia» ha privato l'Ucraina di interi settori industriali, delle sue principali fonti di reddito da esportazione, e ha messo a nudo la vulnerabilità dei ponti sul Dnepr e del settore energetico. Non pago, Zelenskij ha nuovamente minacciato la Russia, dicendo che potrebbe sconfiggerla in due o tre mesi, se solo Trump aumentasse le pressioni sul Cremlino, fornisse a Kiev missili antiaerei e balistici e allargasse l'accesso ucraino al sistema  Starlink per attacchi a lungo raggio. «Aiutateci a proteggere i cieli e a dominarli. E poi Putin si siederà al tavolo delle trattative. Perché? Perché perderà tutto. Tre mesi, due mesi e perderà tutto», ha detto Zelenskij. Proprio di questo erano incaricati di parlare i suoi emissari in USA il 9 e 10 ottobre; il 9 sera è arrivato l'annuncio di Trump sul diesel russo, dopo che il nazigolpista-capo aveva proclamato i suoi “desiderata”.

Commentando il discorso di Zelenskij del 8 ottobre, in cui ha di fatto accusato Trump di non voler aiutare Kiev a sconfiggere la Russia, il corrispondente di guerra Evghenij Poddubnyj osserva che egli ha «raggiunto un nuovo livello di isteria... C'è una totale mancanza di istinto di autoconservazione, senza considerare le conseguenze».

Su Moskovskij Komsomolets, il colonnello Levon Arzanov dichiara che Zelenskij non ha bisogno di un cessate il fuoco, tanto meno di una pace duratura, che per lui significherebbero una rapida morte politica, se non fisica: «Zelenskij è chiaramente isterico. Ha paura della pace. Ma l'Occidente, o almeno i governanti di Gran Bretagna, Germania e Francia, non sono interessati a una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina... L'Occidente non vuol porre fine alla guerra. Tutte le loro azioni mirano a una escalation, mentre continuano a inondare l'Ucraina di armi, trascinandola ostentatamente nella NATO».
Nessuno è disposto a negoziare con la Russia, dice Poddubnyj; l'Occidente punta alla sconfitta militare o politica della Russia. Se non riusciranno a sconfiggere la Russia militarmente, contano sui disordini interni e fanno il possibile per fomentarli: le lamentele di Zelenskij sulla mancanza di missili e fondi sono finalizzate a prolungare il conflitto.

Le esternazioni dell'ex ministro degli esteri golpista Dmitrij Kuleba su Foreign Affairs del 30 settembre ne sono testimonianza più che eloquente. Zelenskij, scrive Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, si è mostrato apertamente irritato dalle osservazioni del Segretario di stato USA Marco Rubio sul vicolo cieco diplomatico; il succo della critica del nazigolpista-capo è stato che gli USA possiedono tutti gli strumenti necessari per costringere Moskva alla capitolazione, ma per qualche ragione si rifiutano di usarli. È significativo, osserva Pavliv, che ciò sia stato detto alla presenza di un rappresentante della Gran Bretagna, da sempre favorevole a un massiccio supporto militare a Kiev; Zelenskij continua a parlare di colloqui di pace, ma non propone soluzioni diplomatiche, bensì una preliminare coercizione militare ed economica della Russia, perché accetti le condizioni ucraine.

L'intervento di Kuleba va proprio in questa direzione, tanto più che Kuleba non è affatto, semplicemente, un ex ministro degli esteri e anzi mantiene contatti negli ambienti dell'élite occidentale e partecipa alle riunioni del Gruppo Bilderberg. Kuleba, dunque, come già riportato nei giorni precedenti, cita un non meglio precisato Istituto norvegese, per sostenere che, per i paesi europei, il costo di una pace con la vittoria russa sarebbe più oneroso di quello per la continuazione della guerra: nei prossimi quattro anni gli europei dovrebbero sborsare da 1.300 a 1.800 miliardi, in caso di sconfitta dell'Ucraina, contro i 910 miliardi per aiutare Kiev a sconfiggere la Russia. È dunque vantaggioso investire nella guerra, lascia direttamente intendere Kuleba, tanto più che la somma citata non verrebbe solo dai bilanci europei, ma anche da beni russi congelati.

Ora, scrive Pavliv, l'aspetto più interessante di questi calcoli non sono tanto le somme che si chiede agli europei di sborsare, quanto l'orizzonte temporale ipotizzato dagli autori di tali calcoli: parlando di quattro anni, significa che la guerra si protrarrebbe di fatto fino al 2030, con una “curiosa” coincidenza temporale: la scadenza dell'attuale mandato presidenziale di Vladimir Putin; seguendo la logica di quelle «élite occidentali che considerano il conflitto ucraino non solo come una situazione di stallo per l'Ucraina, ma anche come uno strumento di pressione strategica sulla Russia, un simile orizzonte di pianificazione assume un ulteriore significato politico». In questa logica, una guerra di lunga durata può essere vista come un modo per accumulare costi economici, sociali e politici a carico della Russia, con l'obiettivo di creare i presupposti per un colpo di stato secondo lo scenario del “majdan” alle prossime elezioni presidenziali in Russia. Ed è possibile che, insieme all'orizzonte temporale della pianificazione, cambino anche gli obiettivi che i sostenitori occidentali della continuazione del conflitto si prefiggono per Kiev, o che la leadership ucraina è disposta a perseguire di propria iniziativa.

In questo quadro, assumono un'altra dimensione anche tutte le cantiche, quantomeno su buona parte della proclamata “opposizione pacifista” ucraina, così che, ancora su Ukraina.ru, Vladimir Skachko parla di Zelenskij e neonazisti che stanno approntando a proprio beneficio un surrogato di opposizione. Dunque, ecco che la deputata Anna Skorokhod ha presentato alla Rada un disegno di legge di modifica costituzionale per riportare il paese a uno status neutrale, abbandonando i piani di adesione alla NATO. Anche l'ormai “famoso” - alla maniera di Erostrato - Aleksej Goncharenko chiede di non precipitarsi nella NATO, di abbandonare il confronto con la Russia e avviare negoziati di pace con Moskva. Artëm Dmitruk, imprenditore riparato a Londra, parla della necessità di ristabilire buoni rapporti di vicinato con Moskva e Minsk. Aleksandr Dubinskij e Evghenij Ševcenko – entrambi agli arresti con accusa di tradimento - sostengono posizioni pressoché identiche. È così anche per Julija Mendel, ex addetta stampa di Zelenskij e Aleksej Arestovic, a lungo consigliere presidenziale: entrambi stanno riversando tonnellate di fango e materiali compromettenti su Zelenskij.

La particolarità della situazione è che, fatta eccezione per Goncharenko, i più critici sono proprio coloro che Zelenskij nel 2019 aveva promosso ad alti livelli politici nel partito “Servo del Popolo” o nello staff presidenziale. Ora, dice Skachko, Zelenskij è un perdente politico, terrorista e criminale di guerra; nel 2019 incarnava però le speranze di un popolo stremato dalla guerra e dalla povertà. E, promettendo pace e prosperità, era riuscito a far eleggere duecentocinquanta deputati alla Rada, reclutandoli tramite annunci pubblicitari, tra persone scelte a caso, prive di base ideologica. Persone che, per un certo periodo, sono rimaste unite in una monolitica frazione parlamentare di maggioranza, grazie a lauti compensi, cui si aggiungevano quelli per voti "appropriati". Quando la situazione ha iniziato a vacillare e i fondi dei finanziatori a diminuire, ecco che la coesione dei "Servi del Popolo" ha iniziato a traballare. Ormai da due anni, la frazione "Servo del Popolo" alla Rada non riesce ad assicurarsi i voti necessari "per il presidente", senza che una delle altre fazioni non l'appoggi dietro “piccoli compensi”, con un “listino prezzi” in continua evoluzione. È lecito supporre che finanziatori e supervisori dell'Ucraina abbiano deciso di utilizzare alcuni dei "Servi" nelle nuove circostanze, per salvare il regime e, almeno temporaneamente, rafforzarlo. Quindi, afferma Skachko, l'odierna opposizione, rumorosa, ostentata e fantasiosa, fatta di individui con o senza mandato parlamentare, non deve trarre in inganno: si tratta probabilmente di un gioco politico a scoppio ritardato. Qualcuno deve agire ora, facendo da apripista per sfogare il malcontento e la protesta popolare, distogliendo l'opinione pubblica dai fallimenti del regime, con una apparente opposizione e promettendo di rinnovarlo man mano che il processo si sviluppa.

In sostanza, tutti i cosiddetti oppositori sono direttamente responsabili sia dell'instaurazione del regime di Zelenskij, sia del fatto di aver ingannato il popolo per molti anni e sono diventati improvvisamente "audaci" quando hanno perso la loro comoda posizione accanto al nazigolpista-capo, o sono stati costretti a farsi da parte per perseguire nuovi interessi. Finora, tutti loro avevano servito fedelmente Zelenskij e il trionfo del suo cannibalismo politico; il regime stesso ha ora iniziato a preparare queste persone come suoi successori, sottoponendole in modo plateale a finta repressione e apparenti procedimenti penali, creando un'immagine di persecuzione in vista del futuro. Il messaggio è: cittadini, votate per loro; hanno sofferto sotto il regime di Zelenskij e, una volta al potere, saranno migliori degli attuali ferventi suoi sostenitori.

In realtà, afferma Skachko, cosa indica questa finta opposizione a Zelenskij e ai suoi burattinai? Innanzitutto, indica che qualcuno si sta preparando a preservare il potere degli attuali neonazisti in Ucraina; un potere che potrebbe rimanere sulla scena anche dopo la fine del conflitto, seppur leggermente modificato. In secondo luogo: alcuni degli attuali curatori neonazisti sperano ancora di preservare almeno una parte dell'Ucraina così com'è: un paese attanagliato da un'aggressiva russofobia e che si prepara a una nuova guerra con la Russia, persino dopo aver firmato un trattato di pace e aver soddisfatto tutte le richieste russe.

In altre parole: la sostanza è la continuazione della guerra, per cui si prodigano le cancellerie belliciste europee e che verrà decisa in parte dai rapporti di forza tra Bruxelles e Washington, ferma restando la determinazione delle “autocrazie euroasiatiche” a perseguire la propria legittima strategia di sviluppo, lontana dai “valori occidentali”.

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Gari aprovado na OAB em Goiás dedica vitória à mãe e quer servir à sociedade

O gari Antônio José Júnior de Oliveira conquistou aprovação no exame da Ordem dos Advogados do Brasil (OAB). A história dele emociona pessoas em Goiás e ganhou repercussão nesta sexta-feira (09/10). Segundo o novo advogado, a mãe Ivani Vavier de Souza inspirou a continuidade dos estudos e a busca por uma vida melhor.

Antônio trabalhou na Companhia de Urbanização de Goiânia (Comurg) por 18 anos. Foram 13 anos na coleta orgânica, três na coleta seletiva e um ano e meio na varrição. Com apoio da companhia, ele conciliou a faculdade de Direito com o trabalho nas ruas.

Ele cursou a graduação com bolsa de estudos no Centro Universo Goiânia. As aulas ocorriam das 8h às 12h; o estágio, à tarde, por três horas em audiências; e o trabalho, das 16h às 22h. Antônio abdicava dos sábados, domingos e feriados para estudar.

O Centro Universo Goiânia informou que Antônio se formou em quatro anos e meio e foi juramentista do curso. Formado em julho, ele abriu o próprio escritório em agosto e atua na área trabalhista.

“O Direito do Trabalho traz justiça e pacifica a sociedade. Meu propósito: servir à sociedade, trazer paz e ajudar as pessoas a resolver seus problemas”, declarou Antônio.

Antônio concilia as atividades como advogado e o trabalho na Comurg. Ele assumiu a função de supervisor de abastecimento de combustível após concurso interno de meritocracia e trabalha no escritório na parte da tarde.

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Legge 180 e salute mentale: il tradimento di Basaglia e l'inganno della psichiatria moderna

 

di Agata Iacono

 

Ho avuto la fortuna di frequentare la facoltà di Sociologia ad Urbino, proprio quando Franco Basaglia ci fece pervenire una richiesta di aiuto.

In sintesi, ci invitava a raggiungere lui e il suo team a Gorizia e Trieste per condividere la sua rivoluzionaria esperienza.

Io partii immediatamente per Trieste.

Non si trattava di "chiudere i manicomi", come oggi si semplifica ogni anno il 10 ottobre per la giornata mondiale della salute mentale.

L'approccio era totalmente differente.

Cos'è la follia? Si chiedeva Franco.

Il mio team era composto da antropologi culturali.

Noi ci chiedevamo "cos'è la civiltà? Esiste un solo modello o hanno tutte la stessa dignità? Come emanciparci dal pensiero unico, dominante e omologato, senza però inficiare con la nostra osservazione partecipante altre culture?

Come possiamo decolonizzare il nostro punto di vista?"

E ci rendemmo conto che le nostre meravigliose ricerche in Amazzonia, (andavamo tutti lì alla ricerca di civiltà non sporcate da noi occidentali), potevano aiutare ad attuare una piccola grande rivoluzione in casa nostra.

Da quell'esperienza cambiò veramente il mio modo di rapportarmi alla società: dalla teoria, dall'ideologia, mi scontrai con la prassi.

E non fu facile.

Diventai facilitatore dell'applicazione della legge 180, quando ancora nei reparti di psichiatria le persone erano legate nude a brandine fatiscenti o chiuse in strutture punitive e soprattutto isolanti.

Eravamo noi "sani" e omologati che volevamo difenderci dai cosiddetti pazzi, non il contrario.

La loro vista era uno specchio della nostra follia.

Da epidemiologa tracciai le incidenze, per sesso, età, reddito, situazione familiare, istruzione, condizione territoriale...

e mi accorsi subito che prevaleva una netta divisione di classe.

Ma non solo: laddove il cosiddetto scemo del villaggio era un tempo parte integrante di una comunità rurale, la società standardizzata, (che Bauman definisce genialmente liquida), non tollera deviazioni di sorta.

Devi sentirti talmente solo, inadeguato, alienato, da cercare in tutti i modi di sopravvivere, omologandoti, diventando uguale allo standard, pur di ottenere un'identità sociale riconosciuta.

Fui fortunata: vinsi il concorso alla ASL e lavorai immediatamente per il Dipartimento di Salute Mentale a livello territoriale.

Avevamo, sull'Etna, la maggiore intensità di strutture differenziate sul territorio, dalle RSA alle case famiglia alle case appartamento.

Ottenemmo due pulmini che andavano a prendere a domicilio gli utenti dimessi dai manicomi e per ognuno concordavamo un percorso monitorato, di riabilitazione, fino alla completa autonomia.

Praticamente ogni mese dovevamo lottare perché la ASL non ci togliesse i pulmini e le risorse sul territorio che coinvolgevano volontari, insegnanti, artisti, centri sportivi e laboratori artigianali.

Prima di criticare la legge Basaglia, bisognerebbe tentare di applicarla.

E non aumentando di qualche piccola mancia lo stipendio del personale sanitario, ma dando risorse legate ad obiettivi concreti e verificabili.

Invece, proprio oggi, nel celebrare la giornata della salute mentale, si ignora che le diagnosi seguono protocolli aleatori legati alla percezione dei sintomi che ha il singolo operatore.

Si ignora che qualsiasi disagio viene immediatamente psichiatrizzato e medicalizzato.

Si ignora che nelle scuole, ormai ridotte come le Asl ad aziende, qualsiasi "ritardo" sulla tabella di marcia di un bambino viene segnalato e trattato come disturbo psichico, senza alcuna attenzione per la soggettività.

A pagamento, migliaia di logopedisti, esperti di psicomotricità, neurologi infantili, sono pronti ad intervenire per modellare il "bambino tipo" o "l'adolescente standard".

E, se falliscono nella clonazione, sono pronti a certificarne lo stigma della diversità.

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La “regola aurea” dell’Iran

Il controllo iraniano sui passaggi strategici di Hormuz e Bab el-Mandeb si trasforma in un’arma economica capace di influenzare i prezzi dell’energia, alimentare l’inflazione e condizionare le decisioni della Federal Reserve. Teheran dimostra così che la pressione militare e il controllo delle rotte petrolifere possono mettere in difficoltà Washington ben oltre il campo di battaglia.

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Nei giorni scorsi, Kpler ha quantificato in almeno 16,5 milioni di barili al giorno l’ammontare medio raggiunto nel mese di settembre dalle esportazioni di petrolio dalla regione del Golfo, nell’ambito di graduale ritorno dei flussi sui livelli prebellici. Una quota significativa dell’output è transitata attraverso lo Stretto di Hormuz, che la scorsa settimana ha registrato volumi medi di greggio in uscita superiori ai 14 milioni di barili al giorno segando un incremento di oltre il 210% rispetto al minimo di circa 4,5 milioni di barili giornalieri di media toccato nel mese di marzo.

Un risultato strabiliante, ascritto generalmente al danneggiamento e/o distruzione dei radar e dei sistemi di comunicazione iraniani situati nelle zone costiere ad opera delle forze statunitensi. Le operazioni di “bonifica” hanno posto le basi per l’instaurazione di un corridoio di navigazione a doppio senso a ridosso delle coste dell’Oman, di cui i mercantili si sono serviti per entrare nel Golfo Persico, imbarcare petrolio, riattraversare lo Stretto e trasferire il carico su navi in attesa al di fuori del passaggio marittimo, sotto la supervisione della Us Navy.

Di questa “rotta sicura” si è avvalsa anche l’Arabia Saudita, specialmente in seguito al danneggiamento in più punti dell’oleodotto East-West ad opera delle milizie irachene. La conduttura aveva assicurato a Riyadh la possibilità di convogliare parte rilevante (4-5 milioni di barili al giorno) della produzione petrolifera verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, così da aggirare lo Stretto di Hormuz.

L’Iran, di contro, è stato tagliato fuori dal mercato petrolifero globale dal blocco navale statunitense, che accentua le pressioni economiche sulla Repubblica Islamica esercitate dalle sanzioni annunciate lo scorso agosto dal segretario al Tesoro Bessent.

La Repubblica Islamica, hanno concluso gran parte degli analisti, stava rapidamente perdendo il controllo sullo Stretto di Hormuz.

Lo scenario è cambiato radicalmente a partire dal 28 settembre, quando gli iraniani hanno ripreso le operazioni offensive contro le petroliere che si accingevano ad attraversare lo Stretto di Hormuz senza autorizzazione di Teheran. Kpler ha documentato almeno sette attacchi contro navi mercantili, di cui quattro avevano effettuato due o più viaggi di andata e ritorno attraverso lo Stretto di Hormuz a partire da giugno. Nel novero degli obiettivi figurano due Very Large Crude Carrier (Vlcc) gestite dalla Kuwait Oil Tanker Company, in grado di trasportare fino a due milioni di barili di petrolio.

Il 3 ottobre, la divisione navale dei Pasdaran ha lanciato un chiaro avvertimento alle navi intenzionate a percorrere il corridoio allestito dagli Stati Uniti, minacciando di prenderle di mira e distruggerle. «Non fidatevi della Marina statunitense, non utilizzate assolutamente il corridoio meridionale e non mettete a rischio la vostra vita», recitava il messaggio radio trasmesso dalle Guardie Rivoluzionarie su un canale pubblico comunemente impiegato per la navigazione commerciale. Secondo gli specialisti, gli attacchi iraniani starebbero già producendo un impatto negativo, con i primi segnali di un rallentamento dei flussi petroliferi.

La passività con cui Teheran ha assistito alla ripresa dei flussi petroliferi in uscita dal Golfo Persico era quindi frutto di una preciso calcolo politico. Una strozzatura prolungata dell’offerta petrolifera danneggia non soltanto i nemici della Repubblica Islamica, ma anche un grande importatore di idrocarburi alleato come la Cina e la vasta platea di Paesi neutrali che gli iraniani non hanno alcun interesse a inimicarsi.

La riattivazione del traffico attraverso quel cruciale braccio di mare non è per di più coinciso con un crollo delle quotazioni internazionali di petrolio, gas e derivati, i cui prezzi sono rimasti mediamente del 50% più alti rispetto ai livelli pre-bellici. Costi di trasporto elevati (i broker navali stimano che i produttori di petrolio del Golfo Persico sborsino tra i 30 e i 40 milioni di dollari per un viaggio di andata e ritorno attraverso lo Stretto di Hormuz), rincaro delle polizze assicurative, prolungamento dei tempi di riparazione e/o ricostruzione degli impianti energetici del Golfo Persico danneggiati e/o distrutti nell’ambito del conflitto e insufficiente capacità di raffinazione all’interno del sistema globale hanno mantenuto i valori dell’energia sufficientemente alta da imporre conseguenze molto pesanti all’economia globale nel suo complesso e in particolare agli Stati Uniti. Paese in cui i riscaldamenti domestici, i mezzi agricoli, i treni e i camion che percorrono oltre 400 miliardi di miglia ogni anno per trasportare il 73% circa di tutte le merci sono alimentati a diesel. Nella settimana compresa tra il 21 e il 28 settembre, il prezzo del diesel è salito a 6,53 dollari, a fronte dei 3,76 registrati nei giorni antecedenti all’attacco israelo-statunitense contro l’Iran.

Si tratta di un aumento di circa il 74%, che pesa soprattutto sugli agricoltori, chiamati proprio in questo periodo di raccolto a fare maggiore impiego di trattori e mietitrebbie. Devono anche prepararsi alla stagione della semina, accumulando fertilizzanti che provengono in larga parte proprio dalla regione del Golfo Persico. A partire dall’urea, derivato petrolifero il cui prezzo è aumentato dell’80% soltanto tra marzo e aprile.

Anche le compagnie aeree risentono pesantemente dell’instabilità nel quadrante del Golfo, perché le loro flotte consumano carburante speciale derivato dal petrolio. Dopo lo scoppio della guerra, i prezzi del carburante per aerei sono pressoché raddoppiati.

L’inflazione è conseguentemente aumentata, anche a causa del concomitante, frenetico attivismo di Ansarallah. Nell’arco di pochi giorni, la compagine yemenita alleata di Teheran ha strappato al governo internazionalmente riconosciuto di Sana’a il controllo delle aree costiere che si affacciano sullo Stretto di Bab el-Mandeb, imposto il blocco dei porti sauditi, preso di mira petroliere riconducibili al regno e colpito, di concerto con le milizie sciite irachene, il cruciale oleodotto East-West in più punti rendendolo inutilizzabile per quasi due settimane.

L’azzeramento provvisorio dell’export petrolifero saudita si è istantaneamente riverberato sui prezzi internazionali del greggio.

Segno che, controllando i due cruciali punti di strozzatura di Hormuz e Bab el-Mandeb, l’Iran e i suoi alleati regionali esercitano una notevole capacità di influenza sulla quotazione del petrolio e, a ricasco, sulle politiche monetarie di gran parte dei Paesi del mondo. A partire proprio dagli Stati Uniti.

Lo ha sottolineato di recente il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, attraverso un sottilissimo post sul suo profilo X in cui presentava versione opportunamente ritoccata dell’equazione elaborata nel 1993 dall’economista di Stanford John Taylor e affermatasi rapidamente come una delle formule di riferimento per le Banche Centrali in materia di determinazione dei tassi di interesse.

Nello specifico, l’equazione mette in relazione il tasso di interesse sui titoli di Stato a dieci anni con l’andamento dell’inflazione e l’output gap, raccomandando di innalzare i tassi di interesse quando l’inflazione supera l’obiettivo del 2% e/o la produzione economica eccede il suo potenziale.

La logica è elementare: tassi di interesse più alti rendono più costoso indebitarsi. Quando il costo del credito aumenta, privati ​​e aziende riducono la propria propensione all’indebitamento e riducono la spesa, raffreddando così la dinamica dei prezzi. Ghalibaf ha integrato a questi dati già ricompresi nell’equazione di Taylor due nuove variabili, rappresentate dallo Stretto di Hormuz (denominato “SOH”) e da quello di Bab el-Mandeb (denominato “BM”) .

Nella “Stratis Taylor Rule” – i = r* + π* + 1.5(π−π*) + 0.5(y−y*) + α(SOH−SOH*) + β(BEM−BEM*), α,β > 0 – coniata da Ghalibaf, i tassi di interesse statunitensi crescono proporzionalmente alla gravità dell’interruzione dei traffici di idrocarburi in questi due nevralgici punti di strozzatura. Alla formula, il presidente del Parlamento iraniano ha accluso un commento: «vediamo se un rialzo dei tassi contribuirà a riaprire lo Stretto di Hormuz o a produrre una singolo barile di petrolio in più. Non si possono risolvere i problemi di un punto di strozzatura con 25 punti base aggiuntivi».

Tradotto: un innalzamento dei tassi di interesse ad opera della Federal Reserve non garantisce la riapertura dei due stretti, né l’aumento dell’offerta di petrolio. In compenso, chi controlla Hormuz e Bab el-Mandeb influisce indirettamente sulla determinazione dei tassi di interesse negli Stati Uniti in quanto titolare della prerogativa di dettare tempi e modi del traffico marittimo. E, quindi, di aumentare discrezionalmente i prezzi petroliferi. Ovvero di far lievitare l’inflazione.

Le dinamiche belliche che di recente hanno interessato la regione del Golfo Persico avvalorano la tesi di Ghalibaf. Nei dieci giorni antecedenti al 16 settembre, data in cui il direttivo della Federal Reserve si sarebbe pronunciato in materia di tassi, gli iraniani hanno preso di mira alcune petroliere nei pressi dello Stretto di Hormuz, mentre Ansarallah ha bersagliato la raffineria saudita di Jizan e assunto il controllo della costa prospiciente lo stretto di Bab el-Mandeb. Parallelamente, uno sciame di droni lanciato dalle milizie sciite irachene ha colpito l’oleodotto East-West, sospingendo il prezzo del petrolio al di sopra della soglia critica dei 100 dollari per barile. Un copione sostanzialmente analogo era andato in scena poche ore prima della riunione del board della Federal Reserve di fine luglio, quando alcuni missili lanciati da Ansarallah avevano centrato due petroliere saudite facendo anche in quel caso salire il prezzo petrolio sopra i 100 dollari.

Il prossimo vertice del direttivo della Federal Reserve è previsto per il 28 ottobre. Si tratta di una data da tenere d’occhio, visti i precedenti.

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La mancia di Putin a Trump

 

di Giuseppe Masala

 

Dopo una telefonata tra  Vladimir Putin e Donald Trump è stata data al mainstream mondiale la grande notizia: la Russia “inonderà” il mercato mondiale dei prodotti raffinati di petrolio ed in particolare di diesel.

A dare la notizia è stato lo stesso Donald Trump che ha dichiarato che è: «stato concordato che la Russia fornirà immediatamente oltre 300.000 tonnellate di gasolio al mercato americano e globale, altre 500.000 tonnellate nel mese di novembre e 1.000.000 di tonnellate subito dopo”. Quantità apparentemente enormi ma che in un mondo assetato di energia non sono nulla più che una goccia nell'oceano. Il mondo, secondo autorevoli stime, consuma tra i 28 e i 30 milioni di barili di gasolio e distillati al giorno, che equivalgono a circa 3,8 milioni di tonnellate al giorno.

Come si può vedere, le trecentomila tonnellate di gasolio che i russi hanno promesso per Ottobre non sono nient'altro che meno del 10% del consumo mondiale giornaliero.

Se ci concentriamo sul solo mercato americano, scopriamo che i consumi equivalgono a circa 510.000 tonnellate al giorno. Da qui si deduce che le 300.000 tonnellate promesse dalla Russia per Ottobre equivalgono a poco più di mezza giornata di consumo statunitense.

Cifre dunque che non sono in grado di cambiare l'inerzia di un mercato che sta subendo uno shock da offerta molto forte e  che potrebbe anche peggiorare se i ribelli yemeniti di Ansar Allah continuassero a bersagliare con i loro missili e droni le raffinerie saudite e sei loro alleati iraniani continuassero a bloccare il traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz. 

Tutte cose ben conosciute sia a Putin che a Trump e che chiariscono come la reale motivazione di questa operazione non va ricercata nella volontà di risolvere la carenza mondiale di petrolio e di suoi distillati. Semplicemente dal punto di vista di Trump si vuole sfruttare al massimo l'effetto annuncio per guadagnare voti alle elezioni di MidTerm facendo credere agli elettori statunitensi che la fiammata sui prezzi dei carburanti è destinata a spegnersi in breve tempo grazie al lavoro di Trump.

Dal punto di vista di Putin questa mossa consente di guadagnare altro preziosissimo tempo, in attesa o di un miracolo che risolva il conflitto favorevolmente o di una sua ulteriore deflagrazione alla quale bisogna comunque prepararsi.

In qualunque caso chi parla di reale distensione tra USA e Russia, non ha valutato correttamente né il quadro generale sul piano delle relazioni diplomatiche né le dinamiche reali del mercato del petrolio.

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Polícia localiza mulher em hotel após furto de celular em academia de Goiânia

Uma mulher natural do Rio Grande do Sul foi presa após furtar um celular esquecido por um cliente em uma academia de Goiânia. O caso veio à tona após o sistema de vigilância do estabelecimento registrar a retirada do aparelho, fato que permitiu à polícia identificar a suspeita e iniciar as buscas.

As gravações de segurança tiveram papel decisivo na apuração. Após analisar as imagens e reunir informações sobre o caso, as equipes policiais localizaram a mulher em um hotel no Setor Marista, região nobre da capital. Segundo as informações divulgadas, ela estava em Goiânia a trabalho e permanecia temporariamente na cidade.

A abordagem ocorreu sem resistência. Após a localização da suspeita, os policiais recuperaram o celular e a encaminharam à delegacia para os procedimentos legais. O caso ficou sob responsabilidade da Polícia Civil, que dará continuidade à apuração da ocorrência.

O episódio evidenciou a importância das câmeras de segurança na identificação de suspeitos e na recuperação de objetos furtados. A vítima conseguiu reaver o aparelho após a ação policial, enquanto o caso seguiu para as providências previstas em lei.

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MP-GO identifica 12 casos e médico é preso sob suspeita de abusos

O médico Carlos Umberto Inácio Novais, de 71 anos, foi preso preventivamente na quinta-feira (08/10), em Porangatu, no norte de Goiás, sob suspeita de cometer crimes sexuais contra pacientes. O Ministério Público de Goiás (MP-GO) identificou, até o momento, 12 casos, todos associados à atuação profissional do investigado. Um dos episódios envolve contexto de violência doméstica.

Durante o cumprimento de mandados de busca, a Polícia Civil apreendeu seis armas de fogo na residência do médico, no consultório e em uma propriedade rural ligada a ele. As diligências integram a apuração conduzida pela Delegacia Estadual de Atendimento à Mulher (Deam) de Porangatu, após o advogado das vítimas encaminhar relatos ao Ministério Público.

Segundo o MP-GO, os casos investigados estão relacionados aos serviços prestados pelo médico em unidades públicas de Porangatu, entre elas o Hospital Municipal, o Centro de Atenção Psicossocial (CAPS) e a policlínica. O profissional também exercia a função de perito na Polícia Científica de Goiás.

Após tomar conhecimento das denúncias, a Secretaria Municipal de Saúde determinou o afastamento temporário do médico e abriu procedimento administrativo disciplinar. A Polícia Científica encaminhou o caso à Corregedoria para análise. O Conselho Regional de Medicina do Estado de Goiás (Cremego) foi procurado, mas não havia se manifestado até a última atualização da reportagem.

Em nota, a defesa declarou confiar no andamento do processo e afirmou que a apuração demonstrará a inocência do investigado. Os advogados também destacaram a trajetória do profissional, descrito como respeitado pela comunidade por décadas de serviços prestados a Porangatu e à região. O Ministério Público solicita que possíveis outras vítimas procurem a Promotoria de Justiça pelo e-mail 3porangatu@mpgo.mp.br ou presencialmente.

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From charming toys to unsettling creatures on a catwalk: When did robots start to scare us?

Yumi Nu is one of the world’s most sought-after models. An American citizen of Dutch and Japanese descent, and the niece of DJ Steve Aoki, she has appeared on the cover of Sports Illustrated and walked for L’Oréal and Victoria’s Secret. On September 22, at Vogue World in Milan, Nu shared the runway with a group of inexperienced intruders: four humanoid robots built by the Chinese company Unitree Robotics.

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© Valentina S. Frugiuele (Getty Images for Vogue)

A Unitree robot on the catwalk at the Vogue World event in Milan in September.
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Vídeo: Fábio Faria surge em registros de festas milionárias de Vorcaro e exposição amplia polêmica

O ex-ministro das Comunicações Fábio Faria, marido da apresentadora Patrícia Abravanel, apareceu em fotografias e mensagens extraídas do celular do ex-banqueiro Daniel Vorcaro, divulgadas pela revista Piauí no domingo (04/10). O material registra a presença de Faria em eventos de luxo realizados em Londres, na Inglaterra, durante viagens em março e abril de 2024.

Os registros mostram encontros em clubes privados e festas com convidados de destaque. Em uma das fotografias, Faria aparece ao lado de Vorcaro e do presidente da Câmara dos Deputados, Hugo Motta. As imagens integram o conteúdo encontrado no celular do empresário, apreendido pela Polícia Federal.

A divulgação das fotografias provocou comentários nas redes sociais sobre o casamento de Faria com Patrícia Abravanel. Entretanto, o material divulgado não comprova infidelidade, e a presença do ex-ministro nos eventos não constitui, isoladamente, evidência de traição.

A reportagem também detalhou os gastos atribuídos a Vorcaro nas viagens, ao incluirhospedagem em hotel cinco estrelas e uma degustação de uísque Macallan avaliada em aproximadamente R$ 3,3 milhões. Os valores ampliaram os questionamentos sobre o financiamento dos encontros e a proximidade do banqueiro com figuras influentes.

A divulgação do material reacendeu discussões sobre os vínculos entre Vorcaro e integrantes da política brasileira. As imagens documentam encontros e a participação de convidados nos eventos, mas não comprovam, por si só, a prática de irregularidades pelos políticos retratados.

Foto e Vídeo: Redes Sociais

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Vídeo: Capitão da PM é liberado após vídeo registrar agressões brutais contra duas mulheres

Um capitão da Polícia Militar foi liberado após ser flagrado em vídeo a agredir duas mulheres em São Luís, capital do Maranhão. As imagens, que registraram a sequência de ataques, mostram o oficial a desferir socos e um chute no rosto de uma das vítimas, identificada pela roupa laranja. Com a força dos golpes, a mulher caiu no chão, enquanto a violência prosseguiu diante da câmera.

A segunda mulher, que vestia um vestido preto, tentou intervir para interromper as agressões contra a primeira vítima. A reação, porém, também foi alvo da violência do capitão, que sacou uma arma e passou a atingir a mulher com coronhadas. Além disso, o oficial desferiu novos golpes no rosto da vítima, conforme o registro em vídeo. A gravação documentou diferentes momentos das agressões contra as duas mulheres.

O caso está sob investigação da Delegacia Especializada da Mulher de São Luís, responsável pela apuração das circunstâncias das agressões. A ocorrência deverá ser esclarecida pelas autoridades competentes, que buscam reunir informações sobre o episódio e avaliar as medidas cabíveis em relação à conduta do policial militar. Até o momento, as informações disponíveis indicam que o capitão foi liberado após o caso.

Foto e Vídeo: Redes Sociais

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Marocco: nuovi equilibri parlamentari nella continuità del potere monarchico

Le elezioni legislative marocchine hanno ridisegnato gli equilibri tra i partiti: il PAM conquista il primato, l’RNI arretra e il PJD torna protagonista. Ma l’astensione e il ruolo della monarchia mostrano i limiti dell’alternanza, mentre il Sahara Occidentale resta escluso da ogni processo decisionale.

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Le elezioni legislative marocchine del 23 settembre hanno prodotto una significativa ricomposizione degli equilibri parlamentari senza mettere in discussione l’architettura fondamentale del sistema politico del Regno. Il Partito Autenticità e Modernità (Parti Authenticité et Modernité, PAM) è diventato la prima formazione della Camera dei rappresentanti con 97 seggi su 395, superando il Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti (Rassemblement National des Indépendants, RNI), che dopo cinque anni alla guida del governo è sceso da 102 a 66 deputati. Il Partito dell’Istiqlal (Parti de l’Istiqlal) si è collocato immediatamente dietro con 65 seggi, mentre il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Parti de la Justice et du Développement, PJD) ha realizzato la rimonta più consistente, passando dai 13 rappresentanti del 2021 a 54.

La distribuzione dei seggi permette di individuare contemporaneamente una sconfitta dell’esperienza di governo uscente e una continuità più profonda: il PAM, infatti, aveva governato insieme all’RNI e all’Istiqlal nel corso della legislatura appena conclusa. Il suo avanzamento da 87 a 97 deputati rappresenta quindi soprattutto un riequilibrio interno all’area che ha amministrato il Paese negli ultimi cinque anni. Il cambiamento più marcato riguarda invece l’RNI dell’ormai ex capo del governo Aziz Akhannouch, che perde 36 seggi, mentre l’Istiqlal ne perde sedici.

Il risultato ha portato Muhammad VI, il 29 settembre, a nominare Fatima Ezzahra El Mansouri capo del governo incaricato, in applicazione dell’articolo 47 della Costituzione, che impone al sovrano di scegliere il capo dell’esecutivo all’interno del partito arrivato primo alle elezioni della Camera dei rappresentanti. El Mansouri, coordinatrice della direzione collegiale del PAM, già ministra dell’Assetto territoriale e sindaca di Marrakech, è la prima donna nella storia marocchina a ricevere l’incarico di guidare il governo.

Il PAM conquista il primato, ma non produce una rottura

La vittoria relativa del PAM deve essere interpretata all’interno delle caratteristiche specifiche del sistema politico marocchino. Fondato nel 2008 da Fouad Ali El Himma, stretto collaboratore e consigliere di Mohammed VI, il partito è stato fin dall’origine una componente importante dello spazio politico vicino alla monarchia. La sua affermazione non corrisponde dunque a un’alternanza paragonabile a quella che avviene nei sistemi parlamentari nei quali il controllo dell’esecutivo comporta anche la direzione complessiva della politica dello Stato.

Il PAM, come ricordato in precedenza, aveva partecipato direttamente anche al governo Akhannouch, e resta dunque inserito nello stesso quadro istituzionale. La differenza tra i due partiti può essere rilevante nelle politiche sociali, nell’organizzazione della spesa pubblica, nelle priorità economiche o nella distribuzione delle responsabilità ministeriali, ma è molto meno marcata sui dossier strategici che dipendono direttamente dalla monarchia.

La Costituzione del 2011 attribuisce infatti al re funzioni che vanno ben oltre quelle normalmente esercitate da un capo dello Stato parlamentare. Muhammad VI è definito capo dello Stato e garante dell’integrità territoriale; presiede il Consiglio dei ministri, nel quale vengono stabiliti gli orientamenti strategici della politica dello Stato, ed è comandante supremo delle Forze Armate Reali. Presiede inoltre il Consiglio superiore di sicurezza, competente sulle strategie di sicurezza interna ed esterna.

La differenza tra alternanza governativa e alternanza del potere risulta quindi essenziale per comprendere il voto del 23 settembre. Il PAM assume la guida dell’esecutivo, ma la politica estera, la difesa, la sicurezza e le grandi direttrici strategiche rimangono settori nei quali il Palazzo conserva un ruolo determinante.

Il ritorno del PJD

Se il PAM è la prima forza parlamentare, il cambiamento numericamente più rilevante riguarda il PJD. Nel 2021, infatti, il partito islamista aveva subito una sconfitta eccezionale, precipitando da 125 seggi ottenuti nel 2016 ad appena 13. Cinque anni dopo torna a risalire fino a quota 54 deputati, recuperando 41 seggi e ricostruendo una presenza parlamentare significativa.

Secondo gli analisti, il ritorno di Abdelilah Benkirane alla guida della formazione ha contribuito a restituire al PJD una capacità di mobilitazione che sembrava compromessa dopo il tracollo del 2021. Il risultato non porta però il partito verso una nuova partecipazione al governo: il PJD ha annunciato la propria collocazione all’opposizione e Benkirane ha anche rifiutato di partecipare alla consultazione convocata da El Mansouri presso la sede del PAM, contestando il luogo scelto per il confronto.

Il dato segnala comunque che l’esperienza del 2021 non aveva cancellato l’elettorato islamista. Una parte consistente degli elettori che aveva abbandonato il PJD dopo gli anni trascorsi al governo è tornata a sostenerlo in una fase nella quale il partito può nuovamente presentarsi come forza di opposizione.

La dinamica è particolarmente interessante perché ribalta in parte quella verificatasi cinque anni fa. Nel 2021 il crollo del PJD aveva aperto la strada all’ascesa dell’RNI; nel 2026 è l’RNI a perdere una parte considerevole della propria rappresentanza mentre il PJD recupera gran parte dello spazio perduto.

L’astensione come dato strutturale

Il risultato più significativo per comprendere il rapporto tra istituzioni e società resta tuttavia quello della partecipazione.

Secondo il ministero dell’Interno, l’affluenza ufficiale è stata del 38,02%, contro circa il 50% registrato nel 2021. Il dato assume un peso ancora maggiore se confrontato con la dimensione delle liste elettorali: a fronte di circa 27 milioni di cittadini potenzialmente aventi diritto, soltanto 15,8 milioni risultavano registrati, una cifra diminuita di circa il 12% rispetto alla precedente consultazione.

Il problema appare particolarmente marcato tra i giovani. Nelle settimane precedenti al voto, soltanto il 3% dei cittadini tra i 18 e i 24 anni risultava iscritto nelle liste elettorali. Lo stesso gruppo sociale è stato protagonista negli ultimi anni di manifestazioni legate alla disoccupazione, alla qualità dei servizi pubblici, alle difficoltà abitative e alla distribuzione delle risorse, mentre gli ingenti investimenti destinati alle infrastrutture per i Mondiali di calcio del 2030 sono diventati uno dei termini del dibattito pubblico.

Le elezioni mostrano quindi un sistema partitico capace di produrre spostamenti consistenti al proprio interno, ma solo nell’ambito di un corpo elettorale registrato e partecipante relativamente ristretto rispetto alla popolazione complessivamente in età di voto. Il problema, infatti, non riguarda soltanto quale partito governi, ma il grado di identificazione di ampi settori della società con gli stessi meccanismi della rappresentanza politica.

Anche per questo, l’incarico affidato a El Mansouri contiene due dimensioni differenti. Da una parte costituisce un cambiamento significativo nella rappresentanza di genere ai vertici dell’esecutivo; dall’altra il nuovo governo dovrà confrontarsi con la stessa distanza tra società e istituzioni che l’affluenza del 23 settembre ha reso evidente.

Una sinistra frammentata, ma con un nuovo spazio parlamentare

Il voto offre indicazioni interessanti anche sullo stato della sinistra marocchina.

L’Unione Socialista delle Forze Popolari (Union Socialiste des Forces Populaires, USFP) scende da 34 a 26 seggi, mentre il Partito del Progresso e del Socialismo (Parti du Progrès et du Socialisme, PPS) passa da 22 a 19. Il PPS, in particolare, rappresenta la forza erede del Partito Comunista Marocchino, fondato negli anni Quaranta, passando per il Partito della Liberazione e del Socialismo fino alla costituzione del PPS nel 1974.

Accanto a queste formazioni emerge però l’Alleanza della Sinistra (Alliance de la Gauche), costituita nel giugno 2026 dal Partito Socialista Unificato (Parti Socialiste Unifié, PSU) e dalla Federazione della Sinistra Democratica (Fédération de la Gauche Démocratique, FGD). La coalizione ha conquistato otto seggi, contro i due complessivi detenuti dalle due componenti nella legislatura precedente. I suoi documenti programmatici insistono sulla democratizzazione delle istituzioni, sulla giustizia sociale e sulla riduzione delle disuguaglianze.

Anche l’Alleanza ha scelto una collocazione distinta rispetto al processo di formazione del governo. Il 1° ottobre ha sospeso l’incontro previsto con El Mansouri dopo aver chiesto che le consultazioni si svolgessero in una sede istituzionale neutrale anziché nel quartier generale del PAM.

Il Sahara Occidentale resta un dossier dello Stato

Per quanto riguarda la questione del Sahara Occidentale, essa non è oggetto di una competizione sostanziale tra le principali forze marocchine paragonabile a quella che riguarda politiche fiscali, occupazione o servizi pubblici. La rivendicazione della sovranità marocchina e il piano di autonomia costituiscono un orientamento strategico dello Stato sostenuto trasversalmente dai principali partiti, comprese le formazioni collocate all’opposizione, anche della sinistra radicale.

Ciò significa che l’esito elettorale non modifica la linea seguita da Rabat nei confronti della Repubblica Araba Saharawi Democratica e del Fronte Polisario. La questione rientra infatti precisamente fra quelle nelle quali il ruolo della monarchia e delle strutture permanenti dello Stato prevale sull’alternanza parlamentare.

Il contesto internazionale rafforza questa continuità. Il 16 settembre, appena una settimana prima delle elezioni, Marocco e Israele hanno concordato di elevare le proprie rappresentanze diplomatiche al rango di ambasciate. In una dichiarazione trilaterale con Washington, Stati Uniti e Israele hanno contemporaneamente riaffermato il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale e il sostegno al piano di autonomia proposto da Rabat (con esclusione, quindi, della soluzione indipendentista). Questo conferma il legame strategico fra Rabat, Washington e Tel Aviv, che abbiamo già analizzato rispetto agli Accordi di Abramo, alla crisi di Ceuta e alla progressiva internazionalizzazione della posizione marocchina sul Sahara Occidentale.

Un voto di ricomposizione più che di trasformazione sistemica

Le elezioni del 23 settembre delineano quindi un quadro più articolato di una semplice vittoria del PAM.

L’RNI paga il logoramento di cinque anni di governo e perde oltre un terzo della propria rappresentanza parlamentare; il PAM consolida la propria posizione e conquista il diritto costituzionale di esprimere il capo del governo; il PJD recupera una parte consistente dell’elettorato perduto nel 2021; la sinistra tradizionale arretra mentre una nuova alleanza alla sua sinistra amplia la propria presenza. Soprattutto, l’affluenza del 38,02% segnala che la competizione tra i partiti si svolge in presenza di una marcata distanza di una parte della popolazione dalle istituzioni elettorali.

Il voto modifica, pertanto, gli equilibri nella Camera e nella futura coalizione, ma non modifica automaticamente il centro istituzionale nel quale vengono definite le principali strategie dello Stato marocchino. La Costituzione del 2011, da un lato, ha ampliato il ruolo del capo del governo e del Parlamento rispetto al passato, ma dall’altro mantiene nelle mani del sovrano prerogative decisive sulle grandi direttrici politiche, sulla sicurezza, sulla difesa e sull’integrità territoriale.

Tirando le somme, il nascente governo El Mansouri dovrà confrontarsi con disoccupazione giovanile, disuguaglianze territoriali, servizi pubblici e investimenti legati ai Mondiali del 2030; sul Sahara Occidentale, sui rapporti strategici con gli Stati Uniti e sulla progressiva normalizzazione con Israele, invece, il quadro appare caratterizzato da una continuità molto più marcata.

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