❌

Normal view

Montecarlo, fermato inviato del “Fatto”: “Volevo seguire il summit di ‘Keren Ayeshod’, la più potente organizzazione sionista. Le mie tre ore con la polizia”

19 October 2026 at 10:25

Montecarlo – Si chiama Keren Ayeshod. Fondata nel 1920 con l’obiettivo di sostenere il futuro stato di Israele, è una delle più antiche e potenti organizzazioni sioniste a livello mondiale. Non ha mai smesso di raccogliere fondi destinati a Israele ed è la ragione che ci ha portato nel principato di Monaco. L’appuntamento di questa sera, domenica per chi legge, è a una cena di gala alla Sala Empire del prestigiosissimo Hotel de Paris, centralissimo albergo di lusso di fronte al casinò di Montecarlo. Si entra solo con invito privato, riservato a un parterre selezionatissimo di miliardari e persone influenti. È un evento interessante, da un punto di vista giornalistico. Per cosa si propone di finanziare, per i suoi testimonial e per chi lo finanzia, e anche per l’aura di segretezza che lo circonda: pur essendo un evento di fundraising, non esistono avvisi pubblici di alcun tipo.

Sono arrivato nella piazza centrale di Montecarlo poco dopo le 18, un’ora prima dell’inizio della serata. A presidiare i due ingressi è un servizio d’ordine impressionante. È impossibile varcare la soglia dell’albergo. Provo a mischiarmi tra la folla di turisti, consapevole di non poter passare inosservato per molto tempo. Scatto qualche foto e un paio di video, molto da lontano e poco rilevanti, anche per quello che sarebbero gli obiettivi del servizio. È così che nel giro di poco, vengo approcciato dalla prima pattuglia. Vogliono sapere cosa sto facendo, mi qualifico come giornalista. Siamo ancora nella piazza e la procedura è lunga, dura quaranta minuti, comprende la consegna del documento di identità e della tessera professionale. Richieste comprensibili, come la testata per cui lavoro, insieme ad altre che ci si aspetterebbe in contesti criminali ben più gravi di questo, come le generalità dei miei genitori, una richiesta motivata con la necessità di identificarmi e non incorrere in omonimie. Chiedo se ho commesso qualche illecito, mi viene risposto che non si possono scattare foto a un evento privato. Faccio notare che sono su una piazza pubblica. Chiedo esplicitamente se posso restare dove sono e mi viene risposto di sì, a patto che non vada a infastidire gli ospiti. Vengo però avvicinato da una seconda pattuglia, cosa che inizialmente mi lascia interdetto: spiego di essere stato appena identificato. Mi spiegano che qualcuno all’interno si è lamentato. Ora gli agenti sostengono che il problema sia che la piazza sia privata, del casinò, non più pubblica come prima, e che non si possa sostare nemmeno lì. Dopo una comunicazione con un superiore vengo portato in commissariato. Nel frattempo si sono fatte le 21.30.

Una volta in commissariato non mi è più consentito di usare il cellulare. Vengo preso in carico da due ispettrici, giovani e gentili. Comincia una radiografia dei miei dati personali e familiari. Seguono foto segnaletiche. Poi le impronte digitali complete. C’è ancora tempo per un secondo passaggio dalla celletta. Poi vengo trasferito in sala d’aspetto. Posso tornare a usare il cellulare, ma, curiosamente, non posso lasciare il commissariato, non fino alle 23, ora della fine dell’evento. Evidentemente è troppo alto il rischio che chi si è sentito disturbato, si lamenti ancora.

L'articolo Montecarlo, fermato inviato del “Fatto”: “Volevo seguire il summit di ‘Keren Ayeshod’, la più potente organizzazione sionista. Le mie tre ore con la polizia” proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Un petomane fantasma mette in fuga i giornalisti in attesa di Zelensky”: il racconto di Politico dalla sala stampa del Consiglio europeo

16 October 2026 at 21:42

Fuggiti dalla sala stampa del Consiglio europeo. Ma non per colpa di un allarme bomba. I giornalisti in attesa del presidente ucraino Zelensky sono stati costretti a scappare per colpa del cattivo odore. Sembra, infatti, che un cronista da qualche giorno sia alle prese con problemi di flatulenza: come riporta la giornalista di Politico Zoya Sheftalovich, nascosto tra i media in attesa del leader ucraino c’era un “petomane fantasma” e anche ieri sera la puzza nella stanza aveva messo a dura prova i giornalisti presenti durante un briefing diplomatico. Una notizia del genere non può che infiammare la fantasia dei social: su X gli utenti si sono sbizzarriti, provando anche a ipotizzare il colpevole. Per esempio, Nicholas Lut scrive “She who smelt it, dealt it“, traducibile con “Chi la sente, ne è parente”: che la “petomane fantasma” non sia la stessa Shenftalovich?

L'articolo “Un petomane fantasma mette in fuga i giornalisti in attesa di Zelensky”: il racconto di Politico dalla sala stampa del Consiglio europeo proviene da Il Fatto Quotidiano.

MLB: Guardianes vence a Rays y toma el control en la SCLA

16 October 2026 at 01:47
Con un estelar Gavin Williams y un cuadrangular de Petey Halpin, Cleveland doblegó 3-2 a Tampa Bay para tomar ventaja de 2-1 en la Serie de Campeonato de la Liga Americana.

Da Colombo a Bangkok il cibo resta in casa, a Londra restano fuori gli amici

10 October 2026 at 03:45

Unsplash

Una radice viola che non può più imbarcarsi, tre milioni di galline perse sotto l’acqua, gamberi australiani allevati dove la sabbia copre quasi tutto. La settimana passa dalle Filippine alla Thailandia, dallo Xinjiang alla Colombia, fino al Regno Unito. Ogni storia ruota attorno allo stesso gesto: in ognuna qualcuno decide che cosa lasciar andare e che cosa tenersi stretto. È un riflesso che il commercio globale sembrava aver reso superfluo, e che torna ogni volta che le scorte si assottigliano.

Si comincia da Londra. Qui l’ube, tubero dalla polpa viola originario delle Filippine, è finito nel latte, nei dolci e perfino nei menu delle grandi catene di caffetterie, spinto soprattutto dal suo colore. Proprio mentre la domanda cresce, racconta The Guardian, Manila ne ha bloccato l’esportazione allo stato fresco, per due ragioni: mancano le radici da destinare alle nuove semine, e il governo non vuole che le varietà filippine vengano coltivate all’estero, in concorrenza con i produttori locali. Il divieto risparmia il surgelato e il lavorato, cioè ciò che in Europa si usa di più. Alcuni ristoratori britannici segnalano comunque già difficoltà a rifornirsi. Prima di finire in una bevanda londinese, l’ube deve assicurare il raccolto successivo.

Se nelle Filippine trattenere è una scelta, in Thailandia è un’emergenza. Secondo Reuters, le inondazioni nella provincia di Chachoengsao, a est di Bangkok, hanno ucciso circa tre milioni di galline ovaiole. Il governo ha chiesto alle aziende di ridurre fino a dicembre le esportazioni di uova, tra il trenta e il cinquanta per cento. Per non lasciare scoperti i rivenditori, le autorità cercano forniture nelle zone risparmiate dall’acqua. Valutano anche di allungare la vita produttiva delle galline da ottanta a ottantacinque settimane, e chiedono ai grandi allevamenti di tenere il prezzo alla produzione a quattro baht per uovo. Le uova che restano nel Paese mancheranno altrove: nel 2025 la maggior parte dell’export thailandese è finita a Singapore. Un’alluvione in una sola provincia rischia così di diventare un problema di approvvigionamento in un altro Stato.

C’è poi chi, per non dipendere dagli altri, porta la produzione dove non dovrebbe esserci. Nella contea di Maigaiti, nello Xinjiang in Cina, la sabbia copre il novanta per cento del territorio. Ai margini del deserto del Taklamakan, riporta il South China Morning Post, un’azienda alleva cryfish, gamberi d’acqua dolce originari dei fiumi australiani. Dalle sue vasche ne raccoglie tra i duecentocinquanta e i trecento chili al giorno. L’allevamento rientra in una spinta più ampia del governo cinese verso l’acquacoltura nei terreni salini e alcalini e la pesca nelle acque interne. L’obiettivo dichiarato è diversificare le fonti di cibo e mettere a frutto terre difficili da coltivare. Resta da capire se modelli simili possano crescere davvero nelle regioni aride. Intanto la Cina, per sentirsi più sicura a tavola, ha messo un crostaceo australiano in mezzo al deserto.

In Colombia la logica è rovesciata. Il caffè di migliore qualità è destinato da sempre al mercato estero, mentre nelle tazze dei colombiani finisce la pasilla, cioè i chicchi difettosi scartati per l’esportazione. Come scrive El País, la Federazione nazionale dei coltivatori di caffè ha deciso di pagarla di più, da diecimila a dodicimila pesos al chilo, con un aumento del venti per cento. L’obiettivo è proteggere i produttori in vista di El Niño, perché il caldo e la siccità che porta con sé favoriscono la broca, un insetto che danneggia i chicchi. È un aiuto limitato, visto che da inizio anno il prezzo pagato ai coltivatori è sceso di circa un quarto. Intanto l’industria compra sempre più caffè straniero a basso costo, e la Federazione chiede di indicarne chiaramente l’origine sulle confezioni. Così anche il caffè che resta in Colombia deve ora dimostrare di essere colombiano.

L’ultima porta a chiudersi è la più vicina. Nel Regno Unito, racconta ancora The Guardian, si invitano sempre meno amici a cena, o anche solo per un caffè. Le ragioni sono legate al tempo, ai costi e alle energie che servono per cucinare per altri, e di padroni di casa che finiscono per godersi poco la serata. Pesano le case piccole, gli impegni familiari e soprattutto l’idea, alimentata dai social, che tavola e salotto debbano essere impeccabili. Per qualcuno il disordine domestico è diventato motivo di vergogna davanti agli ospiti. Così ci si vede fuori, in un locale, dove nessuno deve mostrare come vive. Il pezzo ricorda quello che si perde: aprire casa significa condividere uno scorcio di vita quotidiana, oltre al piatto. Più si alza l’asticella della buona ospitalità, più diventa difficile ricevere e basta.

L'articolo Da Colombo a Bangkok il cibo resta in casa, a Londra restano fuori gli amici proviene da Linkiesta.it.

❌