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Galtellì, canne al vento e pane carasau

23 October 2026 at 03:45

Davanti a una domus de jana a Galtellì. Dietro, il Monte Tuttavista, ph. Alex Valenti

Dicono che il segreto per fare un buon pane carasau sono l’esperienza e il saper lavorare in squadra. Guardando Giovanna e suo figlio seduti accanto al forno a legna, con le guance arrossate per il caldo, non si fatica a capirne il motivo. Con gesti coordinati, resi rapidi e precisi dall’abitudine, formano in pochi minuti una consistente pila di pane lentu, che solo dopo la seconda passata in forno verrà carasato, che in sardo significa tostato.

Siamo a Galtellì, nella Sardegna centro-orientale, in provincia di Nuoro. Un paese di poco più di duemila abitanti nella verde valle del fiume Cedrino e alle pendici del Monte Tuttavista, che lo separa dal Golfo di Orosei e dal mare. Qui e altrove, fino a una quindicina di anni fa, fare il pane carasau in casa era ancora una pratica abbastanza diffusa. «Ultimamente è diventato meno comune», dice Giovanna, che in una tarda mattinata di inizio ottobre ci ha aperto le porte della sua cucina. Quando arriviamo, sta dividendo l’impasto già lievitato in piccole porzioni, come hanno fatto innumerevoli volte sua mamma e sua nonna prima di lei. Se gli uomini di famiglia erano tipicamente addetti all’impastamento, infatti, le donne erano responsabili del resto del processo, a partire dalla stesura con il mattarello e, oggi, anche con la macchina sfogliatrice.

Galtellì, ph. Alex Valenti
Galtellì, ph. Alex Valenti

Acqua tiepida, sale, lievito e semolato, una farina di grano duro di produzione sarda: per il più celebre prodotto gastronomico dell’isola non serve altro. Se non, forse, una buona dose di pazienza. Occorrono infatti circa tre ore dall’impasto alla cottura, che tradizionalmente dovrebbe avvenire in un forno alimentato con la legna di lentisco, sempreverde tipico del Mediterraneo dalle cui bacche si ricava un olio che, oggi riscoperto dalla gastronomia di nicchia, era un tempo appannaggio esclusivo di chi non poteva permettersi il più costoso olio d’oliva.

Nelle produzioni industriali i dischi di pasta stesa passano in forni studiati su misura per ottenere la cottura desiderata in pochi secondi, producendo quintali di pane al giorno. Invece in casa, perché in questa zona della Sardegna non c’è la tradizione del forno comunitario, il processo richiede una certa manualità. Bisogna far gonfiare delicatamente l’impasto vicino alla fiamma, toglierlo al momento giusto, separare le due facce con il coltello, ripassare ogni disco in forno per la carasatura e pressarlo. E poi ripetere di nuovo. Ancora, ancora e ancora. «Ogni tanto, quando mi siedo a tavola, guardo il pane che abbiamo fatto e penso: quante volte l’ho già preso in mano», dice Giovanna.

Giovanna fa il pane carasau, ph. Chiara Beretta
Giovanna fa il pane carasau, ph. Chiara Beretta

Telai, affreschi e altorilievi
Borgo di forti tradizioni, anche religiose, Galtellì fa da sfondo a “Canne al vento”, l’opera più celebre di Grazia Deledda, che nel 1926 fu la seconda donna in assoluto e la prima (e per ora unica) italiana a vincere il premio Nobel per la Letteratura.

Così, camminando nel centro storico del borgo, si incontrano alcuni dei luoghi resi immortali dal romanzo, toccati dai percorsi di visita del Parco Letterario Grazia Deledda. Ad esempio, la casa in cui ha soggiornato la scrittrice, che nella finzione diventa la residenza delle protagoniste, le dame Pintor: al momento l’edificio è visibile dall’esterno, ma quest’anno l’amministrazione comunale è finalmente riuscita ad acquistare l’immobile con l’intenzione di renderlo un centro culturale. Oppure la piccola chiesa di San Pietro, custode di un affascinante ciclo di affreschi medievali e vegliata da una tozza torre campanaria eretta alla fine del Cinquecento.

Per ritrovare le atmosfere del passato fuori dalla pagina scritta si può visitare altrimenti Sa Domo ‘e Marras, un’antica casa padronale risalente al diciottesimo secolo attentamente restaurata e resa un museo etnografico, con stanze arredate, suppellettili d’epoca, telai di ginepro, macine in pietra e altri attrezzi da lavoro.

Il monte Tuttavista visto da Sa Domo ’e Marras, ph. Chiara Beretta
Il monte Tuttavista visto da Sa Domo ’e Marras, ph. Chiara Beretta

Incontrare le eredità di questi antichi mestieri al di fuori del museo non è difficile. Davanti all’Infopoint, nel cuore del borgo, si trova ad esempio il Laboratorio Tessile “Gaia Due”, storica bottega di tessitura tradizionale che organizza anche esperienze e lezioni per i visitatori. Le due “padrone di casa”, Rita e Rita, siedono al telaio orizzontale fin dal 1979 e tirando fili di lino grezzo e di lana di pecora sarda realizzano tappeti, asciugamani, tende e altri complementi d’arredo.

Fatevi aprire le porte anche da Zizzu Pirisi Spanu, apprezzato artista locale. Molte delle sue opere sono esposte tra il laboratorio e la galleria vicino alla sua casa, ma almeno una è visibile anche semplicemente passando dalla strada. Tra il 2022 e il 2023 Zizzu ha infatti realizzato un grande altorilievo sul muro esterno: una reinterpretazione di Guernica sia per celebrare l’anniversario della morte di Picasso, sia per mandare un messaggio di pace mentre l’Ucraina veniva trascinata in guerra.

Rita al telaio, ph. Chiara Beretta
Rita al telaio, ph. Chiara Beretta

Tra fede e feste (anche a tavola)
Abitata fin dall’epoca prenuragica, come dimostrano le domus de janas (ovvero le tombe preistoriche scavate nella roccia) qui eccezionalmente rinvenute anche a pochi passi dal centro storico, Galtellì è stata nel corso dei secoli un centro di potere difeso dal castello di Pontes e una sede vescovile. La sua è in effetti una storia segnata dalla spiritualità e dalla fede: lo dimostrano le varie chiese del paese, tra cui l’importante chiesa del Santissimo Crocifisso. La statua di Gesù in croce che capeggia all’interno ha barba e capelli veri, donati dai galtellinesi, ed è oggetto di venerazione anche per via di un miracoloso sanguinamento che le venne attribuito nel 1612. Secondo la leggenda, la statua sarebbe arrivata direttamente dal mare, restituita dalle onde sulla spiaggia di Orosei. Fu trasportata in paese su un carro trainato da buoi, che si fermarono testardamente proprio nel luogo in cui sorge la chiesa, che fu ingrandita per ospitare la maestosa statua.

Da sempre il calendario liturgico, con quello agricolo, ha determinato i ritmi di vita del borgo: la festa del raccolto, il giorno di Sant’Andrea per celebrare il vino nuovo, la Pasqua e naturalmente il Patrono Santissimo Crocifisso, con la processione che attraversa il centro storico. Se l’alimentazione quotidiana era semplice, con pane carasau e formaggio trasportati nelle bisacce dai pastori, queste giornate diventavano, e diventano ancora oggi, una festa anche di sapori. Si cucinano il maialino, l’agnello e la pecora, si portano in tavola i dolci e i formaggi impregnati di s’abbathu, decotto di miele tipico della cultura rurale sarda. Imperdibili le paste tipiche di Galte, come Deledda chiamava il paese: i maccarones de punzu, a metà tra un’orecchietta e un malloreddu, e i maccarones de busa, una sorta di bucatino ricavato avvolgendo pezzi di pasta intorno a ferri sottili.

Facendo i maccarones de busa, ph. Alex Valenti
Facendo i maccarones de busa, ph. Alex Valenti

Dal Tuttavista al Golfo di Orosei
Le strade acciottolate del borgo invitano alla lentezza, ma basta alzare lo sguardo per trovare la voglia di salire in sella a una bici o di mettersi in cammino su un sentiero. Il paese è dominato dalla sagoma del Monte Tuttavista che, arrivati in cima, non tradisce la promessa del suo nome e regala un panorama che abbraccia l’entroterra sardo dal mare alle vette del Supramonte, e oltre. Lungo l’escursione si incontra Sa Preda Istampata, una parete calcarea con un’ampia apertura creata dall’erosione.

Sulla vetta, invece, svetta la monumentale opera in bronzo di Pedro Angel Terrón Manrique: un Cristo Crocifisso alto dodici metri ispirato a quello custodito nella chiesa del borgo. Il percorso escursionistico che sale al Tuttavista e poi scende al Golfo di Orosei è tra l’altro la prima tappa del Cammino dei Beati, itinerario naturalistico e spirituale lungo circa novanta chilometri che, in cinque tappe, prosegue verso Dorgali, Oliena e Orgosolo. Il Cammino è in fase di strutturazione (al momento si percorre con le tracce Gpx: manca ancora la segnaletica), ma promette raccoglimento e paesaggi mozzafiato a coloro che sono in grado di affrontare i tratti selvaggi del Supramonte.

Sa Preda Istampata, ph. Alex Valenti
Sa Preda Istampata, ph. Alex Valenti

Nei dintorni di Galtellì si estendono invece le verdi pianure del fiume Cedrino, attraversate da quieti percorsi da godersi in bici o e-bike (noleggiabili presso Active Holiday Sardinia). Le rive sono coperte di canne mediterranee, le stesse che si ritrovano nel titolo del romanzo di Deledda e nel suo significato più profondo: «Siamo canne, e la sorte è il vento», dice Efix a donna Ester. Tra la vegetazione spiccano anche numerosi eucalipti: una pianta non autoctona, portata qui negli anni Settanta per rifornire una cartiera, oggi chiusa, che all’epoca si pensava potesse contribuire al rilancio economico dell’isola. È l’ennesimo esempio di come, a Galtellì, la storia non sta chiusa nelle teche: la raccontano i sentieri, le chiese e le cucine. Per leggerla serve la pazienza di farsi guidare e di fermarsi a parlare con chi vive questo territorio, perché sono loro a tradurla per chi è solo di passaggio.

È un viaggio dal passo più lento, ma ripaga. Si riparte con il profumo del pane carasau appena uscito dal forno ancora addosso, negli occhi le pianure del Cedrino e le montagne ammirate dalla cima del Tuttavista, nelle orecchie le voci dei Cantores de Garteddi, che di generazione in generazione si tramandano le melodie dei canti sacri popolari. Un bagaglio leggero, ma difficile da disfare.

La statua sul Monte Tuttavista, ph. Alex Valenti
La statua sul Monte Tuttavista, ph. Alex Valenti

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Eurallumina, 4 operai protestano a 60 metri d’altezza. Sul forno di calcinazione per chiedere risposte

22 October 2026 at 11:23

“Basta rinvii, ora ognuno si assuma le proprie responsabilità“. Quattro operai dell’Eurallumina di Portovesme, nel Sulcis, in Sardegna, sono saliti in cima al forno di calcinazione statico numero 1, a oltre 60 metri d’altezza. La decisione è arrivata durante durante il sit-in e l’assemblea organizzati stamani davanti allo stabilimento, indetti dalle segreterie territoriali di Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil. La protesta arriva alla vigilia del vertice convocato per domani al ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit).

I lavoratori di Eurallumina tornano sul forno di calcinazione, a oltre 60 metri d’altezza, per chiedere risposte sul futuro dello stabilimento di Portoscuso. Una delegazione ha occupato la sommità del forno statico numero 1 mentre ai cancelli si svolgevano il sit-in e l’assemblea dei dipendenti. La mobilitazione arriva alla vigilia dell’incontro convocato per domani, 23 ottobre, al ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit).

Gli operai chiedono al tavolo ministeriale almeno lo stanziamento immediato delle risorse necessarie a mantenere operativo l’impianto fino alla fine dell’anno e, se necessario, per tutto il tempo utile a individuare una soluzione strutturale. “Ritrovarci quassù quasi un anno dopo è la prova più evidente di quanto poco sia cambiato”, si legge nel comunicato della protesta. I colleghi rimasti in presidio ai cancelli sostengono l’iniziativa, diretta al Governo, ai ministeri, alla Regione e agli enti locali.

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La Sardegna non tollererà altra speculazione sull’eolico: così deciderà il suo destino energetico

16 October 2026 at 05:40

di Enza Plotino

Gli sciocchi crescono e fanno danno! Ma come si può demonizzare l’arrivo di un cargo cinese che trasporta pale eoliche e accusarlo di contribuire alla “distruzione” dell’isola? Sottintendendo la complicità della Regione?

Cavalcare le polemiche o creare informazioni parziali o completamente errate sulle pale eoliche in Sardegna è pura azione di disturbo e basta! Sui social è tutto un fiorire di foto di colline con turbine eoliche accompagnate da frasi indignate sulla “deturpazione del paesaggio”. Si accusa l’eolico di uccidere uccelli, di fare rumore, di costare troppo, di servire solo a “fare guadagnare i soliti noti”. Ma sono, a volte, gli stessi che negli anni passati hanno colpevolmente taciuto quando la deregulation, la speculazione energetica ha colpito anche l’isola e i governi regionali hanno fatto “affari d’oro”, lasciando alle imprese, per la maggior parte straniere, di fare scempio del territorio con progetti di grandi impianti speculativi localizzati in lungo e in largo su coste, aree interne, territori protetti e via dicendo.

Quando è arrivata Todde a governare una regione ormai preda di un vero e proprio “assalto eolico”, con oltre 800 richieste di autorizzazione alla realizzazione di impianti, on e off-shore, e ha introdotto come prima misura utile una moratoria per fermare la speculazione e il blocco di nuove autorizzazioni, gli stessi che avevano in passato “governato” colpevolmente la deregulation hanno tacciato di incoerenza la presidente, rappresentante di un Movimento che dell’ambiente e delle fonti rinnovabili aveva fatto la sua battaglia identitaria. A questi attacchi scomposti in casa, si è aggiunto il conflitto con il Governo nazionale che ha impugnato la moratoria di 18 mesi sul blocco della realizzazione di nuovi impianti eolici e fotovoltaici, aprendo un contenzioso davanti alla Corte Costituzionale che ancora va avanti.

Ma già durante la campagna elettorale, prima della sua elezione, la governatrice aveva promesso battaglia contro la speculazione energetica che stava colpendo la Regione. “Ci siamo presi la responsabilità di governare e sappiamo bene cosa dobbiamo fare per fermare la speculazione senza interrompere la transizione ecologica”, ha spiegato ad ogni piè sospinto, e “non sulla pelle dei sardi”. Oggi, finalmente, la Sardegna ha conquistato un ruolo attivo e confermato un cambio di registro rispetto al passato: “sulla Sardegna decidono i sardi” afferma Todde in ogni sua dichiarazione.

Non c’è pregiudizio alcuno sull’eolico offshore, si vuole promuovere il fotovoltaico flottante sui bacini, l’agrivoltaico e si vuole potenziare l’idroelettrico e favorire la nascita di impianti geotermici. Quello che la Regione non è più disposta ad accettare è il pericolo concreto che imprenditori e aziende non sardi, e spesso neanche italiani, approfittino ancora del contesto normativo fino a qualche tempo fa estremamente favorevole e delle caratteristiche di insolazione e ventosità della Sardegna, per installare i loro impianti, “senza che la popolazione sarda riceva da ciò un reale beneficio e imponendo delle modifiche al paesaggio che in tanti casi sono semplicemente inaccettabili”.

Il Decreto sulle aree idonee risponde proprio a questo pericolo, definendo le prerogative della Sardegna sulla dislocazione degli impianti eolici e fotovoltaici sul territorio per raggiungere entro il 2030 la quota di 6,2 GWp aggiuntivi rispetto agli impianti già entrati in esercizio prima del 2021. E’ un nuovo campo di gara in cui la Sardegna decide il suo destino energetico. Se ne facciano una ragione tutti coloro che speculano demagogicamente sulle difficoltà con cui la Regione si sta riprendendo il governo di se stessa!

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Zustissia, il peso di 33 anni di ingiustizia: il caso Zuncheddu diventa cinema. Fabrizio Ferracane negli Usa sarebbe da Oscar

15 October 2026 at 14:20

Zustissia non è il solito film italiano. Partiamo da qui. Da un dato più estetico-produttivo. Perché recensire l’opera prima di Francesco Piras iniziando dal cuore del racconto, i 33 anni di carcere ingiustamente patiti da Beniamino Zuncheddu per un triplice omicidio mai commesso – tratto da una storia vera, si dice di solito al cinema – sarebbe retoricamente più semplice.

Dicevamo che Zustissia è prima di tutto il risultato di un’idea visiva solidamente non convenzionale, senso dell’immagine oltre la banale ripresa dei dialoghi, ricostruzione, esplorazione e restituzione di uno spazio e di un tempo dell’attesa (e della rivincita) come fossero sospesi e astratti oltre il regime dell’ordinarietà. Piras sa dare significato ai propri movimenti di macchina, sa disegnare traiettorie di sguardo attraverso brevi panoramiche circolari, piani sequenza e carrellate, sa mantenere alta la temperatura emotiva sia negli stralci insanguinati tra pecore e ruderi sia nella più classica prossimità di visi e corpi, modello court room movie hollywoodiano.

Regia completa, distinta, amalgamata a un sapiente taglio di scrittura (spiegare i dettagli del caso e della legge, pitturare anime silenti e passive e timidi eroi coraggiosi); poi, ovviamente, la volumetria straordinaria dell’errore giudiziario più lungo d’Italia, viziato realmente da superficialità e volontaria approssimazione inquirente.

La sera del 27 febbraio 1991, mentre si trova in casa a Burcei, nel sud-est della Sardegna, con la sorella e il cognato a guardare in tv la performance dei Tazenda e di Pierangelo Bertoli a Sanremo, il pastore ventiseienne Beniamino Zuncheddu (da carcerato adulto interpretato da Fabrizio Ferracane) viene improvvisamente arrestato dalla polizia. Accusato del brutale omicidio di tre pastori e del ferimento di un altro, avvenuti vicino alle terre in cui pascola con le sue bestie, il giovane verrà condannato all’ergastolo in tre rapidi processi che attraverseranno i tre gradi di giudizio con sedute sprint in nemmeno un anno.

Zuncheddu si dichiara innocente, ma passerà 25 anni in carcere senza mai uscire, anche solo per un permesso, fino a quando, nel 2016, l’avvocato Mauro Trogu (Michele Riondino) prenderà in mano il caso e riuscirà, comunque con immane fatica, a ottenere, a 2021 inoltrato, la revisione del processo con la clamorosa svolta di una nuova prova. Il ferito e testimone oculare, che già nel 1991, nel giro di 40 giorni, aveva cambiato versione dei fatti, afferma definitivamente di non aver riconosciuto Zuncheddu la notte della mattanza e che a suggerirgli di riconoscerlo in una foto segnaletica era stato un agente della Criminalpol.

Immersa in un’atmosfera grigia e rarefatta, la ricostruzione biografica evita il pietismo e cerca la giusta distanza umana e morale; mentre la ricostruzione giuridico-processuale, preceduta dal flashback iniziale dei delitti, che irradia sotterraneamente l’opera in ogni possibile ganglio di senso, si immerge nelle secche di un tunnel prima crudele e cieco, poi paradossalmente kafkiano (il tribunale fa “galleggiare” per mesi il processo di revisione per mille cavilli procedurali).

Il risultato è un levigato racconto in crescendo che tifa evidentemente per i deboli e le vittime, ma che non usa mai sguaiatamente le urla per affermarlo. Gli attori poi non corrono, non sbrodolano, non biascicano in romanesco (il posato pseudo-sardo di Riondino, nella sua mimesi mai sovraccarica, è da antologia): vivono di sguardi, di microespressioni, di lenti movimenti. E Fabrizio Ferracane, nel riprodurre la silenziosa remissività di Zuncheddu, questo farsi tritare da un destino disegnato meschinamente da altri, millimetro dopo millimetro, cellula di invecchiamento dopo cellula, negli Stati Uniti sarebbe da Oscar. Il commento musicale, sussurrato, modello Città di pianura, è di Iosonouncane. Il vero Zuncheddu è uscito di galera dopo 33 anni e 8 mesi, con assoluzione per non aver commesso il fatto.

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