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Morre Michael Forest, ator de “Jornada nas Estrelas”, aos 97 anos

O ator americano Michael Forest, conhecido por interpretar o deus grego Apolo na série “Jornada nas Estrelas”, morreu aos 97 anos, na última quarta-feira. A causa da morte não foi informada.

Ele nasceu Gerald Michael Charlebois em Dakota do Norte, nos Estados Unidos, em 1929, e vivia numa instituição de repouso para idosos em Nevada nos últimos anos. A morte foi confirmada por um amigo numa publicação no Facebook.

Forest era conhecido como um homem de porte atlético e tinha um currículo extenso como ator coadjuvante no cinema e televisão, que iniciou na década de 1950.

Carreira no cinema e na televisão

Além de participações em séries e novelas que inclui ainda “Além da Imaginação” e “The Dick Van Dyke Show”, atuou em diversos filmes do ator e diretor Roger Corman e emprestou a voz a projetos de animação, animes e videogames.

Como dublador, participou de títulos como “Power Rangers” e “World of Warcraft”. Ele era fluente em italiano e dublou centenas de filmes nos anos em que morou em Roma, além de atuar em produções de outros países da Europa.

Entre seus inúmeros papéis, estão particapações em “A Besta da Caverna Assombrada”, “Atlas” e “Náufrago”.

Vida pessoal

Forest foi casado com a atriz Diane Hale por 52 anos, até a morte dela, em 2022. Não há informações se eles tiveram filhos juntos.

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“È stato travolgente e terrificante, non posso portare il peso del mondo sulle mie spalle. Klara? Mercoledì si sbarazzerebbe di lei facendola saltare in aria”: Jenna Ortega presenta il nuovo film alla Festa di Roma

18 October 2026 at 14:34

“A volte è stato travolgente e terrificante, ti senti disconnesso dal mondo che ti circonda; sono consapevole di essere un personaggio pubblico, so bene che le persone sono libere di farsi le loro idee ed esprimersi online e so che non posso cercare di accontentare tutti, di piacere a tutti… ma io non posso portare il peso del mondo sulle mie spalle, posso solo cercare di essere la versione migliore di me stessa e imparare il più possibile a essere gentile con chi mi circonda”. A dirlo è Jenna Ortega alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Accolta da fan in attesa fin dalle prime ore del mattino e da una sala stampa gremita, la ventiquattrenne ha portato nella Capitale un’ondata di entusiasmo inedita per questa edizione, firmando decine di autografi sul red carpet con la consumata esperienza di una diva navigata. L’occasione è la presentazione, nella sezione Grand Public, di “Klara and the Sun“, pellicola diretta dal Premio Oscar Taika Waititi e tratta dall’omonimo romanzo distopico di Kazuo Ishiguro (Premio Nobel per la Letteratura 2017).

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Sir Paul McCartney perde centimetri e la pazienza: «Il mio sosia è troppo basso»

18 October 2026 at 10:30

Quattro film per raccontare la leggenda dei Fab Four, ma Sir Paul ha già trovato qualcosa che non va. Il suo interprete Paul Mescal sembra più basso di John Lennon. E il regista Sam Mendes finisce sotto esame.

Hanno rivoluzionato la musica, conquistato il pianeta e trasformato quattro ragazzi di Liverpool in un fenomeno immortale. Ma a quanto pare la grandezza dei Beatles, almeno al cinema, si misura anche in centimetri.

A sollevare la questione è Paul McCartney, 84 anni e una carriera che basterebbe a riempire un’enciclopedia. Il problema? Nei quattro film dedicati ai Beatles, diretti da Sam Mendes, l’attore incaricato di interpretarlo, Paul Mescal, appare troppo basso rispetto al collega che veste i panni di John Lennon. Una faccenda apparentemente minuscola. Ma Sir Paul, evidentemente, non intende farsi ridimensionare. Nemmeno per esigenze cinematografiche.

Abbey Road, la guerra dei centimetri

La miccia si accende davanti a una fotografia delle riprese che ricrea la leggendaria copertina di Abbey Road. McCartney nota che Mescal sembra più basso di Harris Dickinson, il nuovo Lennon.

Apriti cielo. Durante il podcast Good Hang di Amy Poehler, il musicista racconta di aver contattato Mendes per protestare. Il regista lo tranquillizza: sarebbe soltanto una questione di falcata. E gli spedisce un’altra immagine nella quale le proporzioni tornano accettabili.

Del resto, McCartney rivendica una verità storica: John, Paul e George erano sostanzialmente della stessa altezza. Soltanto Ringo era leggermente più basso. Una specie di democrazia dei centimetri.

Quattro Beatles, quattro film e qualche malumore

Il progetto, atteso nell’aprile 2028, prevede quattro pellicole, una per ciascun componente della band. Mescal sarà McCartney, Dickinson interpreterà Lennon, Joseph Quinn sarà George Harrison e Barry Keoghan vestirà i panni di Ringo Starr.

Non è la prima volta che Paul contesta la propria rappresentazione cinematografica. Già nel film Nowhere Boy, del 2009, aveva trovato il suo personaggio troppo minuto e remissivo rispetto a Lennon. Intanto qualche mugugno arriva anche dall’universo femminile dei Beatles: Jane Asher non intende vedere i film, mentre Pattie Boyd ha lamentato di non essere stata consultata.

Insomma, Sam Mendes dovrà gestire quattro film, milioni di fan e una leggenda musicale praticamente intoccabile. Ma soprattutto dovrà ricordarsi una cosa: Paul McCartney può anche aver scritto Yesterday. Non per questo accetterà di essere ricordato come il Beatle formato tascabile.

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“Esistono entità che ci guidano. Se credo ai fantasmi? Non lo so, ma ho avuto esperienze paranormali”: la confessione di Deva Cassel

18 October 2026 at 09:00

Tra atmosfere oniriche, sedute spiritiche e il palcoscenico dell’Opéra Garnier, Deva Cassel fa il suo debutto da protagonista sul grande schermo. Alla Festa del Cinema di Roma, l’attrice ventiduenne ha presentato L‘amore immortale (in uscita per 01 Distribution), una rilettura cinematografica del classico Il fantasma dell’Opera di Gaston Leroux. Un progetto che ha richiesto mesi di allenamento per calzare le scarpette da ballo, ma che l’ha attratta fin dal primo momento per la sua forte componente sovrannaturale. Un tema verso il quale Cassel confessa un’intima e inaspettata connessione.

Il legame con l’occulto e le forze invisibili

Interrogata sulla dialettica tra reale e soprannaturale che permea la pellicola, l’attrice non si sottrae e svela un lato personale legato all’invisibile. “Se credo ai fantasmi? Non lo so, ma mi piace pensare che esistano entità e forze più grandi di noi, capaci di guidarci”, confessa Cassel. Una fascinazione che affonda le radici in episodi vissuti in prima persona: “Ho avuto esperienze quasi paranormali e, quando mi hanno proposto questo progetto, ero molto interessata a come Alexandre volesse mettere in scena questo aspetto”.

La regia di Alexandre Castagnetti asseconda questo mistero, ma ne ribalta le prospettive tradizionali. Il regista ha infatti scelto di narrare la vicenda interamente dal punto di vista della giovane protagonista, “trasformando il mito di Orfeo in mito di Euridice”, con l’obiettivo di “sottolineare la forza delle donne”, portando finalmente le eroine al centro della scena.

La danza come disciplina e libertà

Nel film, Cassel interpreta Anastasia Marescu, una ragazza che dalle montagne della Romania riesce ad accedere alla prestigiosa compagnia dell’Opéra di Parigi, ritrovandosi subito coinvolta nella messa in scena di un’opera maledetta, L’Orpheus di Ernest Dupré. Prima di affrontare il valzer per la serie Il Gattopardo, l’attrice non aveva mai studiato danza. Per calarsi nel ruolo di Anastasia, si è sottoposta a tre mesi di studio costante, affiancata dalla sua controfigura e dall’attrice Laïka Blanc-Francard.

“Serve molta disciplina. E costanza”, ammette ripensando alla preparazione. “È stato un lavoro da zero, ogni giorno più interessante. Mi ha aiutato a trovare una coscienza della fisicità che prima non avevo, una sincronizzazione tra il corpo e la mente. Il movimento ti regala libertà, Anastasia di prova in prova si lascia andare”. Una fisicità culminata nelle scene finali del balletto, girate dal vero all’interno dell’Opéra Garnier e rese complesse dalla presenza dell’acqua, elemento centrale legato al lago sotterraneo in cui si nasconde il fantasma.

La gestione della pressione e l’insegnamento dei genitori

Al centro del racconto gotico si snoda anche l’amore impossibile tra la ballerina e lo spettro pianista (interpretato da Julien de Saint-Jean). Un sentimento che per l’attrice muta forma con il tempo: “L’amore assoluto è qualcosa difficile da definire. Credo cambi con l’età. Per me è sinonimo di ascolto e pazienza, in modo incondizionato. Il vero regalo — me l’hanno insegnato i miei genitori — non è essere amato ma amare”.

E proprio dalla famiglia, Monica Bellucci e Vincent Cassel, ha ereditato gli strumenti per gestire il peso delle aspettative e l’invadenza della fama. “Certo, l’esposizione è molto forte, può essere invasiva”, riconosce. “Ma i miei mi hanno insegnato a trovare tempo e modo per isolarmi, credo tutti ne abbiamo bisogno. Mi hanno ripetuto più volte: prenditi i tuoi tempi, anche i silenzi. Non c’è sempre bisogno di spiegare tutto“.

Una barriera protettiva che le permette di affrontare i set cinematografici con lucidità e senza soccombere alle dinamiche di rivalità, diversamente da quanto accade alla sua Anastasia. L’ambiente del cinema, osserva, si è rivelato meno insidioso rispetto alle sue esperienze precedenti: “Il cinema lo è meno, anche rispetto alla moda dove ho iniziato e dove ho imparato molto. Io, semmai, la competizione la sento con me stessa: sei tu che devi metterti in gioco“. E il gioco, per Deva Cassel, continuerà presto con un nuovo ruolo da protagonista: sarà Maria di Nazareth nel film Zero A.D. diretto da Alejandro Monteverde.

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Festival de Cinema valoriza produções de crianças e adolescentes

Logo Agência Brasil

O interesse pelo cinema começou cedo. Por volta dos 5 anos, as brincadeiras do menino já tinham montagem de filmes com histórias de super-heróis. Enquanto ia gostando dessa brincadeira, Miguel Figueiredo Viglio deu o primeiro passo para conhecer mais a arte do cinema e resolveu, aos 7 anos, fazer um curso de stop motion, que é uma animação feita quadro a quadro.

“Aí comecei a fazer os filmes em stop motion com brinquedos que eu tinha e fui me aprimorando”, contou em entrevista à Agência Brasil

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Hoje com 14 anos, o jovem tem certeza de que quer seguir na carreira, embora saiba que é um caminho árduo. “É difícil, mas sei que vou trabalhar com uma coisa que eu gosto e com pessoas que também gostam da mesma coisa".

Miguel Viglio é um dos concorrentes no Festival Internacional Pequeno Cineasta (FIPC), que ocorre deste domingo (18) até o dia 24 de outubro, em três espaços culturais da cidade do Rio de Janeiro: Teatro Municipal Carlos Gomes, Instituto Cervantes e Jardim Botânico. A programação é gratuita.

 Fedtival Internacional Pequeno Cineasta. Foto: : Divulgação Festival Internacional Pequeno Cineasta (FIPC)
 Fedtival Internacional Pequeno Cineasta. Foto: : Divulgação Festival Internacional Pequeno Cineasta (FIPC)
Circo dos Horrores - Divulgação Festival Internacional Pequeno Cineasta (FIPC)

Em casa, Miguel conta com o incentivo da mãe Chica Amoreira, que orgulhosa lembrou os prêmios que o filho já conquistou em festivais. Entre as premiações, somente com o filme Circo dos Horrores, com o qual vai concorrer nesta edição do FIPC, tem Melhor Filme no festival FECEA no Rio Grande do Sul, em 2025; Troféu Geração no Festival do Rio, no mesmo ano; Melhor filme pelo Júri Popular no festival É Tudo Criança, em Minas Gerais, em 2026.

Fora do Brasil, foi finalista no CineClub Dei Picoli, na Itália, em 2025, no Madeira Curtas Short Film, de Portugal em 2026 e no REC film festival da Alemanha também em 2026.

Daniel Nini, de 16 anos, é mais um concorrente no Festival Internacional Pequeno Cineasta. O interesse pela arte o levou para atuar como ator. Depois do teatro, veio a vontade de fazer cinema porque gostava muito de ver filmes.

“Com 10 anos eu me toquei que poderia estar nos filmes e realizar filmes. Aí comecei a ver muita coisa para pegar bagagem cultural e tentar botar em prática os meus próprios roteiros”, disse à Agência Brasil.

No início, recorreu ao celular, que era o que dispunha na época para realizar o seu filme. “Nessa época eu não tinha câmera, quando eu peguei feito por telefone, pensei que nada ia ser aproveitado, porque o som também não estava com uma qualidade muito boa , mas com a mágica da edição, ainda mais vendo na tela grande, ficou ótimo. Fiquei muito feliz com o resultado”, contou Daniel.

que também é ator e com o tempo conseguiu comprar os equipamentos necessários com o dinheiro que ganhava com as suas atuações.

Júri

Uma outra característica do festival é que as crianças e adolescentes também participam da escolha dos vencedores. O Júri Oficial é formado por jovens das mesmas faixas etárias dos competidores, na faixa etária entre 8 e 17.

A responsabilidade de ter que julgar as produções é grande, afinal pode representar um marco para quem está começando na carreira. Participante do Júri Oficial, Carina Ki considerou uma experiência muito importante.

“Quando eu soube que eram de 13 a 17 pensei que era uma coisa meio experimental porque são crianças fazendo, mas fiquei muito impactada com a criatividade e todas as técnicas que elas usaram. As crianças se esforçaram muito para fazer. Fiquei muito impressionada com o talento delas”, disse.

“Eu tenho o projeto de estudar cinema no futuro, então, foi uma oportunidade muito importante, para mim, ter contato com produções de outros adolescentes”, concluiu.

Para a cineasta, produtora, educadora audiovisual e idealizadora do FIPC, Daniela Gracindo, o diferencial deste festival é que não são adultos falando sobre crianças e adolescentes. São eles que assumem as câmeras para contar as suas histórias.

“Eles ficam se sentindo mais participativos com protagonismo, porque a opinião deles importa. Já muda completamente a postura daquela criança que senta na cadeira sabendo que vai eleger o filme que vai ser premiado. A postura dela na cadeira de cinema é outra”, avaliou Daniela.

11ª edição

O Festival Internacional Pequeno Cineasta chega a 11ª edição com mais atividades e maior interesse de crianças e adolescentes pela arte do cinema. A ideia surgiu quando Daniela produzia uma homenagem ao avô Paulo Gracindo.

Na época, o pai Gracindo Jr., com quem realizava o documentário, tinha uma produtora, onde a cineasta queria dar aulas de cinema e teatro. Foi assim que em 2009 uma turma com equipe infantil de alunos entre 9 e 13 anos inaugurou a Oficina Pequeno Cineasta, que acompanha crianças e jovens em todas as etapas da realização de um filme, indo da ideia e do roteiro à atuação, direção, filmagem e edição.

A partir daí surgiu a primeira edição do festival em 2010 e, que segundo Daniela, ainda era bem mais tímida.

“Cada edição que eu faço é uma potência tão grande de troca de cultura, de conexão, de conseguir se aproximar da criança, porque a gente tem esse espaço qualificado onde elas podem e devem se expressar por meio da sétima arte”, apontou Daniela.

Ao longo dos anos o convívio com as crianças e adolescentes foi aumentando e se fortalecendo por meio de Oficinas Pequeno Cineasta que já foram realizadas no Rio de Janeiro, em São Paulo, em Santa Catarina, no Rio Grande do Sul e até fora do Brasil, como na Guiana Francesa e na Argentina. 

“Por ver todo esse resultado e conseguir abrigar crianças que nunca entraram em uma sala de cinema e ficam estonteadas só com a sala, imagina quando elas veem que uma outra garota ou garoto, como elas, fizeram aquele filme que está na tela. O impacto é muito grande para todos”, disse Daniela.

Produções

Este ano, o festival vai exibir 68 filmes realizados por jovens de 8 a 17 anos. As produções foram selecionadas a partir de 467 inscrições de 41 países e dez estados brasileiros. São ficções, documentários e animações, que conforme a organização, “mostram como essa geração enxerga questões que vão de amizade e preconceito à inteligência artificial, cyberbullying e crise climática”.

Níveis de competição

Além de quatro categorias: Nacional e Internacional Criança para realizadores de 8 a 12 anos; e Nacional e Internacional Jovem para adolescentes de 13 a 17 anos, a competição das obras se dá em três mostras especiais: Oficina Pequeno Cineasta, Filmes Hispânicos e Sustente Sua História, que é dedicada a produções sobre sustentabilidade e meio ambiente.

Variedade

Os temas dos filmes selecionados passam por afetos, perdas, amizade, preconceito, trabalho, inteligência artificial, violência, cyberbullying, crise climática e a relação entre humanidade e natureza.

Os vínculos humanos são abordados em A Night Without You (Malásia), Orpheus & Eurydice (Estados Unidos) e Passagens (Niterói, Rio de Janeiro). Já em The City (Ucrânia) e Paani (Estados Unidos) os cineastas tratam da resiliência diante de guerras, deslocamentos e eventos climáticos extremos.

A crise climática é tema em Axinos (Grécia), Concreto (Contagem, MG) e Yanomamis: Guardiões da Floresta (Brasil), enquanto O Espelho e Segundo Plano, os dois de Porto Alegre, e Por Culpa de la IA (Espanha) exploram a solidão, pressão social, violência e os efeitos da tecnologia.

Intercâmbio

A abertura, no dia 18, às 11h, no Teatro Municipal Carlos Gomes, Centro do Rio, reserva um encontro especial entre cineastas do Brasil e da Guiana Francesa. Na cerimônia, serão exibidos seis curtas realizados em Saint-Georges, por cerca de 80 crianças e jovens, produzidos durante oficinas desenvolvidas entre 2025 e 2026, além de um minidocumentário sobre o processo de criação.

Na segunda-feira (19), haverá no Instituto Cervantes, em Botafogo, das 15h30 às 17h, a Mesa Redondinha. O evento será um encontro de jovens cineastas do Brasil e da Guiana Francesa para assistirem aos filmes produzidos pelos dois grupos. Também terá conversar com o público sobre escolhas narrativas, temas, desafios de realização e as diferentes maneiras de transformar experiências em cinema. 

Ainda na segunda e no dia seguinte, o Instituto Cervantes recebe, das 9h às 13h, o workshop Cinema na Sala de Aula, destinado a professores, educadores e interessados em desenvolver práticas audiovisuais com crianças e jovens. A educadora, realizadora e pesquisadora argentina Irene Blei, é quem vai ministrar a atividade com oito horas de duração.

Irene é inovadora na educação audiovisual, ela criou e dirigiu historicamente a Oficina de Cine El Mate, a primeira escola de cinema infantil e juvenil de Vicente López, na Argentina.

Escolas

As ações do festival atravessam os seus espaços e chegam às escolas e comunidades educativas de todo o país por meio do Pequeno Cineasta na Escola.

As instituições inscritas tem acesso gratuito, durante o período do festival, às mostras competitivas e podem organizar sessões com seus alunos e enviar os votos para o Prêmio do Júri Popular. Para a organização, a iniciativa favorece a formação de plateia e transforma o cinema em ponto de partida para conversas sobre temas contemporâneos dentro da escola.

“É primordial para a infância e a juventude nesse sentido, não de ser um youtuber, um tiktoker, pode ser também, mas a ideia do projeto Pequeno Cineasta é que eles se aprofundem na linguagem e se tornem críticos e saibam o que estão recebendo, fazendo e sejam alfabetizados nessa linguagem”, relatou Daniela.

Ao longo das edições, o festival reuniu produções de 54 países e alcançou mais de 80 mil pessoas, “promovendo autoria, direito à expressão, formação de público e diálogo intercultural”.

O encerramento da programação deste ano será no Instituto Cervantes, das 16h às 18h, quando haverá a premiação dos vencedores e uma homenagem a Gracindo Jr, que morreu no dia 2 de setembro, em casa no Rio, aos 83 anos.

O Festival Internacional Pequeno Cineasta tem apoio institucional da Prefeitura do Rio, por meio das Secretarias Municipais de Cultura e de Educação, do Sistema Nacional de Cultura e do Ministério da Cultura.

Addio a Michael Forest, fu il dio Apollo in Star Trek: l’attore americano aveva 97 anni

17 October 2026 at 16:44

Lutto nel cinema, morto l’attore Michael Forest: dal mito di Star Trek al cult con Fulci

Addio all’attore statunitense Michael Forest, celebre volto del cinema di Roger Corman e di serie tv cult come Star Trek e Ai confini della realtà. L’artista si è spento all’età di 97 anni in una struttura per anziani a Sparks, in Nevada. Nato Gerald Michael Charlebois nel Dakota del Nord nel 1929, Forest iniziò la carriera negli anni Cinquanta dopo l’incontro con Corman, diventando uno dei protagonisti delle sue storiche produzioni a basso budget, da La leggenda vichinga a Atlas il trionfatore di Atene.

Il ruolo che lo consegnò alla memoria del pubblico globale fu quello del dio Apollo nell’episodio del 1967 di Star Trek, “Chi piange per Adonais?”. La sua versatile carriera lo portò anche in Italia, dove visse dal 1968 al 1978 recitando in cult come Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci e lavorando al doppiaggio di oltre 500 pellicole grazie alla sua perfetta padronanza della lingua italiana.

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Recife vai sediar maior festival de animação do Brasil, o Animage

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Amantes de filmes de animação vão se encontrar em novembro no 16º Festival Animage, em Recife. A mostra é a maior do país para esse tipo de filme e um dos mais importantes da América Latina. 

Este ano, o festival traz duas grandes novidades: a mostra competitiva para longas-metragens e o Animage Conecta, com programação voltada para proporcionar ambiente de negócios na área de animação e pensar os desafios e o futuro do setor.   

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A programação inclui reuniões de negócios, sessões de pitching com projetos de seis países e debates sobre os desafios da animação brasileira, com temas como distribuição, inteligência artificial e coprodução internacional.

Oficinas

A programação do Animage Conecta contará ainda com seis oficinas abertas ao público com um total de 90 vagas. As inscrições começam no próximo dia 19 e vão até 29 de outubro. 

Haverá ainda duas masterclasses com profissionais premiados. No dia da abertura, 20 de novembro, a aula será com a animadora e diretora norte-americana Sarah de Gaudemar. 

Com mais de duas décadas de experiência, Sarah Gaudemar venceu um Emmy do Primetime com o filme Frango Robô e participou de produções como Coraline, Anomalisa e Wendell & Wild e Lego Batman: o Filme. 

No dia 22, haverá uma masterclass com o diretor Hugo Covarrubias, do curta Bestia, indicado ao Oscar de Melhor Curta-metragem de Animação em 2022. 

Também vão participar do festival os cineastas Marco Nguyen, diretor do longa Jim Queen, e Otto Guerra, um dos diretores do filme O Filho da Puta. 

A Agência Brasil estará no Festival Animage. 

Serviço

Festival Animage: 20 a 29/11

Animage Conecta: 20 a 23/11

Local: Recife

“Il cinema oggi mi inquieta, non fa ridere. Laura Antonelli è morta sola e povera, ascoltava Radio Maria, parlava con Dio chiamandolo ‘papino’ e diceva che la cocaina era la sua droga”: così Marco Risi

17 October 2026 at 10:14

La ricetta per rilanciare il cinema italiano è “mezzi importanti e idee importanti”, ma soprattutto “non bisogna ripetersi”. Marco Risi è un uomo intelligente. Forse un po’ malinconico, sicuramente dallo sguardo acuto e disincantato sulla vita, sul mondo e su quel cinema intrapreso a filo di babbo Dino, uno dei più grandi e sagaci della commedia all’italiana del dopoguerra. In una lunga e bella intervista rilasciata al Corriere, il regista di Mery per sempre e Il Muro di gomma ha aperto lo scrigno dei ricordi, tra cui la sua relazione sentimentale, e la fine tragica, di Laura Antonelli, la difficoltà nel girare film in Italia oggi senza fare flop e ovviamente l’ombra lunga del padre. “Una volta Vittorio Cecchi Gori disse a proposito di suo padre Mario: “Io morirò figlio”, spiega Risi jr. “Con papà tu dovevi sempre adeguarti. Lui quello sforzo non lo faceva. Dovevi sempre trovare la chiave per interessarlo. Quando mi dilungavo nei racconti di una cosa che era accaduta, lui mi guardava e diceva: “Titolo!”, non voleva perdite di tempo inutili – ricorda il regista spiegando che Dino non gli faceva mai complimenti, che era abbastanza duro e che non l’ha mai incoraggiato a fare cinema. “Anche se mi ha aiutato, perché dopo un mio periodo difficile, mi ha voluto con lui per scrivere due film. E una volta mi elogiò perché avevo scritto una scena riuscita e volgarotta per Sono fotogenico. Ma quando gli mostrai Mery per sempre vidi che gli brillavano gli occhi, era soddisfatto, forse persino orgoglioso di me”.

Risi jr. evoca anche momenti di una tenerezza inaudita riesumando dieci ore di girato del padre anziano, magrissimo (“pesava quarantotto chili, io lo stringevo e sentivo le sue ossa”) e la sua lontananza dalla politica: “Era stato socialista nenniano, poi gli piaceva La Malfa, alla fine si era ritratto. Ma non si sentiva parte della comunità dei registi e sceneggiatori che lui avvertiva come troppo impegnati e paventava il rischio che in ragione dell’appartenenza partitica si potesse perdere libertà e autonomia espressiva”. Infine gli ultimi istanti prima della fine nel 2008, con Marco che gira Fortapasc a Castelvolturno e Dino che lo raggiunge incuriosito sul set. Poi l’ultimo abbraccio e l’ultima telefonata qualche giorno dopo: “Al telefono disse che non ne poteva più. Aveva 91 anni e mezzo, una vita enorme e un vissuto straripante. Era stanco, semplicemente stanco. Io gli dissi di resistere, di farlo per me, non per lui. E lui mi ha risposto una cosa bellissima: “Pensa al tuo film”. Il capitolo Laura Antonelli è altrettanto doloroso. Con Marco ci fu un flirt (“non conosceva presunzione, non se la tirava, era bellissima, incredibilmente bella, la più bella del creato”) ma anche l’oblio e il cupio dissolvi di una diva finita in disgrazia che morirà sola e povera: “Di tutte le ricchezze accumulate con il suo lavoro non aveva più nulla. In casa c’erano solo pacchi di pasta, conserva di pomodoro e nell’armadio un solo abito, una specie di palandrana nera. Non aveva la televisione, ascoltava solo Radio Maria. Si sentiva in dialogo con Dio, che chiamava “papino”. Le ho chiesto se a rovinarla fosse stata la cocaina per la quale fu arrestata. Forse quel momento ha cambiato la sua vita. Lei mi ha risposto che no, che la cocaina era la “droga di Dio”.

L’ultimo film girato dal 75enne regista milanese è Il punto di rugiada. Film delizioso e poetico, perfino con una punta di cinismo paterno, eppure zero tituli al botteghino. “È un momento difficile per me e per il cinema italiano. Io ho tre soggetti e una sceneggiatura pronta, ma mi rendo conto che oggi realizzare un film è diventato complicato. Il cinema italiano al box office non va bene ed è un peccato, perché ci sono buoni film. Ma se la gente va in sala, e spesso non sono i più giovani, non vuole vedere un piccolo film sul grande schermo. Ci vogliono mezzi importanti e idee importanti, non bisogna ripetersi”. Poi certo, non sappiamo più ridere come una volta e il cinema ne ha risentito assai: “Ho sorriso vedendo un buon film italiano, Serpenti, ma ridere come si faceva una volta è diventato difficile. È fuori, nel mondo reale, che si trova il grottesco. Ma inquieta, non fa neanche ridere”.

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Tormento, sofferenza ed estasi di Jovanotti: alla Festa di Roma il documentario monumento su Lorenzo Cherubini che non t’aspetti

17 October 2026 at 09:19

Non aspettatevi il film concerto. E non aspettatevi nemmeno dichiarazioni riparatorie sulla nidificazione del fratino o della stabilità delle dune dopo i Jova Beach Party. Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti, “special screening” alla Festa di Roma 2026, è la cinematografica ricerca del significato di Rosabella in Quarto potere. Qualcosa di fino ad oggi rimasto nascosto, fragilmente misterioso, che riguarda Lorenzo senza il costume da Jovanotti, supereroe della musica e del divertimento. Quello di Dario Zonta e Carlo Zoratti è sì un fragoroso documentario monumento ma vive di una garbata levità esplorativa, di una sottile intrusione nel privato, di una inequivocabile dimostrazione dell’inesorabile passare del tempo.

Lorenzo scavato, rugoso, segaligno, una specie di corpo nervosamente pasoliniano. Sessantenne dai piedi scalzi nel casale studio di registrazione cortonese, sorta di manichino saltellante della più variopinta serie di cappelli, abiti, collanine, bracciali. “Vivo nel mio mondo, non in quello reale. Nella mia Rimini di Fellini che suppongo sia così”, spiega il cantante in uno dei rari momenti in cui parla fronte macchina. Il fascino, la raffinatezza, e perfino una certa perfettina ruffianeria di Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti sta proprio qui. In questa deviazione documentaristica oltre il didascalico (nel tal anno ha fatto questo, nel tal’altro quest’altro) e le didascalie (vedrete molti personaggi, ma mai la scritta sotto con nome e cognome). È la celebrità che esce dallo straordinario e viene colta non tanto di sorpresa quanto ripresa nella sua ovvia naturale parificata normalità. È il passaggio drastico dal ragazzino caciarone di È qui la festa osannato da ogni conduttore e star di tv e spettacolo (Carrà, Costanzo, Biagi, Vasco e Celentano) all’uomo nuovo gioioso nell’amore e segnato dal dolore della perdita. Le luci del concerto, del resto, si spengono subito.

Va bene la tenda indiana dove truccarsi e meditare prima della danza e della musica sulla spiaggia, ma è subito tempo di fuga oltre il palco, seguito di spalle, al ralenti, accappatoio e asciugamano da boxeur svuotato, di filata dentro un auto che lo porta via. Jovanotti è immediatamente Lorenzo (pardon se il gioco nella scrittura stufa, ma Zonta e Zoratti lo fanno slittare nel film con maggior dolcezza), ed è anche subito quell’incidente in bicicletta del cantautore cortonese nella Repubblica Domenicana nell’estate del 2023. Un tormento che sembra diventare estasi. Lunga riabilitazione, quattro centimetri di osso della gamba in meno, operazione chirurgica delicatissima. E soprattutto la reiterata testimonianza video con lo smartphone, journal intime della disgrazia e del dolore autoprodotta dal paziente ferito senza volere e potere alcuno. Formalmente Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti è un patchwork di fonti visive raccolte per oltre sei anni, ibridazione disinvolta e curiosa, Alina Marazzi o Pietro Marcello style and touch, tra narrazione contemporanea (quattro operatori più Jova in solitaria nel suo letto di dolore), stralci di generico e tematico found footage (Teche Rai e cineteche varie), infine Super8, vhs e minidv della famiglia Cherubini miracolosamente intatti e conservati.

Il risultato in certi slanci di montaggio è drammaturgicamente incredibile come la sequenza surreale eppur insistita dell’evocazione dei pappagalli sul cupolone del Vaticano che il piccolo Lorenzo cerca con il suo/nostro sguardo o quella del ricordo di Umberto, il fratello pilota morto in un incidente aereo, immersa tra le pieghe di una visita al cimitero in collina con il protagonista che sfiora lapidi familiari – e non – aprendo un varco intimo verso la morte. Perché il segreto di quest’opera ispirata e inattesa (Zoratti ha un solo lungometraggio alle spalle, Zonta è stato critico di L’Unità e oggi conduttore di Hollywood Party), non sta tanto nel dove arrivare (la vulnerabilità e la sofferenza del protagonista), ma nel come ci si arriva. I fan comunque avranno di che deliziarsi nel vedere Lorenzo, in compagnia del guru barbuto Rick Rubin, che compone e scompone la sua musica nel suo farsi. In sala come evento speciale dal 24 novembre al 2 dicembre 2026.

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Archivio Aperto, a Bologna il festival del filmato amatoriale con oltre 40mila pellicole

17 October 2026 at 06:06

Il cinema non è solo quello che riempie le sale, non è i ‘film evento’. È anche altro. Sono tante le mini-produzioni indipendenti, ignorate dai distributori, magari opere prime che non accettano quella trita struttura ‘televisiva’ nazionale che annienta, ormai da troppi anni, lo ‘specifico filmico’, per usare un desueto termine anni Settanta. Ci sono poi i prodotti audiovisivi ‘minori’ (si fa per dire…) che spesso appassiscono dopo labili apparizioni nei festival specializzati.

Meno male che, ogni tanto, c’è qualcuno che tenta di porre un freno a questo maligno sistema: certo lo fa Archivio Aperto, il festival di Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia (siamo alla diciannovesima edizione) che si tiene a Bologna anche quest’anno dal 22 al 26 ottobre. Un appuntamento “dedicato alla riscoperta del patrimonio filmico privato amatoriale, sperimentale, d’artista, in piccolo formato” conservato, catalogato e restaurato dai primi anni Duemila in poi e che ha creato, passo dopo passo, una monumentale montagna di oltre quarantamila pellicole.

La locuzione ‘film di famiglia’ non deve trarre in inganno: non si tratta, infatti, di filmati amatoriali che i papà e le mamme girano in giardino o in spiaggia per riprendere i propri pargoletti. Qui stiamo parlando di prodotti audiovisivi, girati senza tecniche iperprofessionali, ma che ci raccontano più realisticamente di tanti film prodotti con soldoni la storia del nostro Paese. E non unicamente quella.

Forse solo uno, fra questi filmati, almeno fra i prodotti italiani, l’ha girato una regista professionista come Francesca Archibugi: la storia pubblica e privata di una delle voci più dirompenti e lucide del femminismo, quella di Carla Lonzi (1931-1982). Dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, è la prima uscita pubblica del film sulla Lonzi ed è in programma il 22 ottobre, in serata.

Le opere presentate a Bologna (lungometraggi e cortometraggi) hanno tutte un unico comun denominatore: offrire uno sguardo sulla complessità del mondo che stiamo vivendo. Qualche appuntamento: Unsetting Genealogies, ad esempio, è una “ricerca di Alessandra Ferrini ospitata nella project room del festival e pone l’accento sulle origini fasciste di alcune istituzioni artistiche italiane”. E “in parallelo”, anche “sulla dimensione privata e affettiva della storia”.

Focus Upside Down descrive invece, con una serie di proiezioni e incontri, “le pratiche di militanza e di mediattivismo”; nella sezione L’Archivio che non c’è viene proiettato il documentario A Place in the Italian Sun che “riporta alla luce una storia poco conosciuta di violenza coloniale, esilio e reclusione” e in Storie Sperimentali viene presentata una retrospettiva d’autore: la proiezione delle Songs “canzoni visive mute” in pellicola originale (8 millimetri), ideate e realizzate da Stan Brakhage (1933-2003), regista americano sperimentale, autore di oltre 400 opere, la maggior parte delle quali girate in 8 e 16 millimetri (a volte dipingeva o manipolava con interventi esterni la pellicola…).

Fra gli altri, anche i filmati, interessantissimi, delle lotte sociali e politiche degli anni Sessanta e Settanta “che fecero dei media uno spazio di partecipazione, protesta, sperimentazione e libertà di informazione: da quello, a oggi inedito, su Radio Alice, a 50 anni dalla nascita dell’emittente, alle tristi esperienze del G8 di Genova; dalle Street TV dei primi anni Duemila, provocazione situazionista e di difesa della libertà d’informazione contro l’oligopolio televisivo, al film ‘militante a soggetto’ Processo politico di Francesco Leonelli e dello scultore Arnaldo Pomodoro sull’affaire Pinelli-Calabresi”.

Il concorso internazionale dedicato alle opere realizzate con materiali d’archivio presenta 16 titoli, fra cui 13 anteprime italiane (fra le quali Auber 89 di Giuseppe Schillaci (Italia/Francia, 1980), sulle vicende passate (e in itinere) della periferia parigina a partire dagli anni Ottanta. Ma non mancano filmati sul conflitto israelo-palestinese e persino storie curiose come quella del primo e unico astronauta afghano. Nella sezione Open Frame sono in competizione opere brevi di found footage (letteralmente ‘filmato rinvenuto’, ovvero una tecnica grazie alla quale alcune scene sembrano registrazioni di filmati amatoriali). Sono opere selezionate realizzate all’interno di vari organismi legati al cinema e alle arti visive.

In definitiva, le varie sezioni della manifestazione (Festival, Concorso internazionale, Installazioni, Archivio aperto) formano un coacervo di informazioni e approfondimenti sul mondo che abbiamo vissuto (e che viviamo) di cui oggi c’è un gran bisogno: una sorta di riposizionamento delle nostre coscienze, una boccata d’ossigeno, un momento di disintossicazione da un sistema mediatico drogato e drogante.

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Festa do Cinema Francês leva três filmes a Faro com sessão para escolas

16 October 2026 at 23:50

A 27.ª Festa do Cinema Francês apresenta três filmes no auditório do IPDJ, em Faro. «O Canto das Florestas» tem uma sessão exclusiva para escolas às 10h00 do dia 23 de outubro.

O conteúdo Festa do Cinema Francês leva três filmes a Faro com sessão para escolas aparece primeiro em Barlavento.

Festa del cinema di Roma 2026: Pif con “Il Ministero dell’Amore” riesce a far ridere, ma l’amalgama non c’è

16 October 2026 at 18:00

Si ride molto, e ci stupirebbe il contrario. Ma non in maniera organica. Il motivo potrebbe essere che la comicità diretta ed esplosiva di Ciarrapico/Vendruscolo non si sposa perfettamente con quella ironico-sentimentale e nostalgica di Pif. Naturalmente, sotto esame è Il Ministero dell’Amore, passato oggi nel Grand Public alla 21esima Festa del Cinema di Roma e in arrivo direttamente su Prime Video dal prossimo 18 dicembre, dunque il film di Natale di Amazon.

Ispirato alla pièce teatrale Stare meglio oggi del 2013 di Giacomo Ciarrapico, il film mette al centro un giornalista parlamentare che pensa di vivere guidato da un “governo interno”, strutturato con tanto di parlamento, segreterie e così via. Insomma, Aldo – questo il suo nome, interpretato da Pif – traduce nella propria personalità il funzionamento dell’oggetto del suo lavoro. Il suo personalissimo governo è composto da uno squadrone di personaggi grotteschi, capitanati dal presidente del Consiglio, a cui Corrado Guzzanti presta la propria comicità irresistibile. Tra i ministri figurano alcuni dei sodali del cinema dell’ex trio magico di Boris e Ogni maledetto Natale (2014), oggi ridotto al duo Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, purtroppo orfani del compianto Mattia Torre, a partire da Pietro Sermonti e Carlo De Ruggieri. New entry molto ben inserita è Anna Finocchiaro, nei panni della leader dell’opposizione che, dopo le elezioni, passa all’esecutivo, dando vita al tipico rimpasto di governo all’italiana. Anche la partner femminile di Pif è un volto noto del cinema del “duo”, Alessandra Mastronardi.

L’attrice è Claudia, compagna da anni di Aldo, che inspiegabilmente entra in una fase di crisi e chiede la classica pausa di riflessione. Le certezze di Aldo crollano e, di conseguenza, si apre una crisi del suo governo interno. Il film procede saltando dalla vita del cronista a quella della sua psiche, tra siparietti irresistibili e momenti di malinconia stampati sulla maschera di Pif. Il rimando è certamente alla saga Pixar di Inside Out, ma il dato interessante è che il film d’animazione è del 2015, dunque successivo alla brillante e originale idea contenuta nella pièce di Ciarrapico che è appunto del 2013. Il problema è che, visto oggi, non si può che pensare a un adattamento italiano – con ovvia satira politica – del capolavoro dei geni della lampada. Come si diceva, tuttavia, il film non offre la fluidità attesa: distanti e non sempre felicemente conciliabili sono l’universo di Pif, con i suoi riconoscibili alter ego, e il registro di potente sberleffo ai difetti della specie umana (anzi, italiana!) tipico dei maestri di Boris. Ad ogni modo, il pubblico non potrà che divertirsi e – probabilmente – perdonare al film ogni debolezza.

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Documentário celebra a vida do músico João Aguardela

16 October 2026 at 13:52
Documentário "Esta vida de marinheiro" vai estrear no festival Doclisboa este sábado. Três temas inéditos, realizados pelo músico que integrou a antiga banda portuguesa Sitiados, serão apresentados.

João Aguardela "era adicto" à música, alguém que começava o dia sempre a ouvir um álbum, que vivia para a música, que, num tempo de descoberta da Internet, fazia compilações e oferecia às pessoas

‘Opening the lid of a horrible secret’: Jamaicans confront enslavement with taboo-busting stories on screen

As violent spirits are unleashed in Sky’s Possession, observers see confident creatives reclaiming the island’s narratives in a form of ‘cultural reparation’

A woman opens a 300‑year‑old box, unleashing a violent spirit – it is the spirit of colonialism and oppression roaring back to life. It is a pivotal scene in Sky’s supernatural series Possession and symbolises a wider shift in Jamaica’s film industry, where directors are increasingly using the landscape to tell Jamaican stories – including those that confront enslavement, trauma and historical memory.

The series is about a biracial British lawyer who travels to Jamaica to investigate a multimillion-pound inheritance dispute, only to uncover a dark, vengeful spirit tied to the plantation’s brutal colonial past.

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© Photograph: Des Willie

© Photograph: Des Willie

© Photograph: Des Willie

O famoso hotel de "Sozinho em Casa 2" vai fechar?

16 October 2026 at 08:17
O lendário Hotel Plaza fecha em janeiro para um restauro que vai durar até 2031. O pacote luxuoso de Kevin McCallister com limousine, pizza e gelados fica suspenso bem como a vida no condomínio.

“Mio padre Gillo Pontecorvo: il tennis, Sartre e ‘La battaglia di Algeri’ come destino dell’uomo”

15 October 2026 at 19:52

È uno dei più grandi film italiani di sempre e compie sessant’anni. L’8 settembre del 1966 usciva nelle sale italiane La battaglia di Algeri, il film di Gillo Pontecorvo che pochi giorni dopo avrebbe vinto il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia. Un trattato politico e cinematografico, in uno stile per certi versi semi-documentaristico, in bianco e nero, quasi tutto girato nella Qasba della città, la zona più antica, fatta di vicoli stretti. La vicenda inizia nel1957, quando i militari francesi del colonnello Mathieu entrano nell’appartamento dove si nasconde il rivoluzionario Ali La Pointe (interpretato da Brahim Haggiag un attore non professionista come quasi tutto il cast), un contadino analfabeta diventato eroe del Fronte di liberazione nazionale algerino (Fln), iniziata nel 1954. Il contesto in cui nacque – la centralità dell’Algeria nella lotta anti coloniale, nell’Italia di Enrico Mattei che supportava l’Fln, e del Pci che, al contrario del partiti socialisti europei, sosteneva i movimenti di liberazione, allora come ora bollati come “terroristi” – lo stile, le musiche, la tensione che pervade tutta la storia, lo rendono tutt’ora uno dei punti più alti, e forse ineguagliati, raggiunti dalla cinematografia italiana. “Un film a suo modo leggendario, con una forza dirompente”, racconta suo figlio Simone, 51 anni, il più giovane dei tre figli di Gillo, di cui cura l’archivio. Venerdì 16 ottobre al Teatro Olimpico di Roma verrà proiettatala la versione restaurata in 4k del film.

Chi era tuo padre Gillo?
Un uomo di grandi passioni, dal tennis alla pesca, che amava la libertà, con un suo modo di fare le cose, molto personale. Ha avuto una vita avventurosa e ricca di incontri. Nell’esilio antifascista a Parigi, tra il ’38 e il ’40, ha fatto amicizia con Giorgio Amendola, Celeste Negarville, Giancarlo Pajetta e molti altri, già amici di suo fratello Bruno, che stava lì dal 1936. Poi la fuga verso il Sud della Francia, con l’arrivo dei tedeschi a Parigi, e a Saint Tropez, dove viveva di pesca subacquea e delle lezioni di tennis che dava. Ma anche l’incontro con Tristan Tzara, uno dei padri del surrealismo e l’amicizia con il compositore René Leibowitz. Gillo ha fatto fatto la Resistenza in Italia, con un ruolo importante nel coordinamento del movimento giovanile unitario a Milano e Torino. Verso la fine della guerra ha avuto il comando della Brigata Sap Giovani Eugenio Curiel, ereditato dopo la morte dell’eroe al quale era intitolata. E poi l’amicizia con Berlinguer. Dopo il rientro a Parigi nel ’47, da delegato per l’Italia alla Federation Mondiale de la Jeunesse Democratique, è diventato amico anche di di Picasso, Sartre ed Eluard. La sua vita è stata una sorta di passaggio attraverso gli eventi, i mondi, le problematiche e le personalità che in fondo avevano connotato quel secolo. Questo ha reso il suo sguardo cinematografico come qualcosa di rivolto all’uomo, alle sue lotte e alla sua storia nel mondo. Uno sguardo obiettivo, ed equilibrato, che però non gli ha mai impedito di arrivare a emozionare il suo pubblico. In ogni cosa che ha fatto, la sua straordinaria personalità gli ha permesso di lasciare il segno: dalla guerra di liberazione al suo cinema fino al suo impegno in ambito di politica culturale.

Perché Gillo ha deciso di girare il film?
Dopo la candidatura all’Oscar per Kapò, tra 1961 e 1962 aveva ricevuto molte proposte, anche dall’America, e aveva vari progetti, ad esempio una sceneggiatura del suo grande amico Franco Solinas, lo sceneggiatore di quasi tutto il suo cinema. Il film aveva come sfondo la guerra d’Algeria e si doveva chiamare Parà. Pur essendo una storia totalmente diversa da La battaglia di Algeri è stato una sorta di prologo. Il protagonista era un ex-paracadutista della guerra d’Indocina che si trovava in Algeria come reporter di guerra. A Parigi lui e Solinas avevano sentito vari paracadutisti, quelle testimonianze sono poi servite per la scrittura della Battaglia di Algeri, in particolare per creare il complesso personaggio del colonnello Mathieu. Due anni dopo, nel 1964, mio padre, che per vari motivi aveva accantonato Parà, venne contattato da Salah Baazì e Saadi yacef, venuti in Italia a nome del governo algerino per cercare un regista che potesse fare un film sull’indipendenza raggiunta dal loro paese. Gli algerini cercavano uno sguardo esterno e con un certo legame con la tradizione neorealista. Proposero quindi questa impresa a Rosi, a Visconti e a mio padre. Gli altri due rifiutarono perché già impegnati, mentre lui, anche per il fatto di essersi già avvicinato al tema, disse di sì. La prima cosa che gli proposero, però, era una sceneggiatura già fatta, che a papà non piaceva: voleva ripartire da zero con Solinas, attingendo agli archivi e alle informazioni che gli algerini potevano fornirgli. Il lavoro fu complesso, fecero tre stesure, una diversa dall’altra, prima di giungere a quella definitiva.

Come è stato girare ad Algeri?
Mi ha sempre raccontato soprattutto del clima di entusiasmo per la libertà che avevano conquistato, questo slancio l’aveva già visto al momento stesso della liberazione nel 1962 quando era stato in Algeria con Solinas per Parà per documentare, ma anche proprio per vivere, i festeggiamenti della guerra vinta dagli algerini. Nel 1965, durante le riprese della Battaglia di Algeri la popolazione algerina era stata molto disponibile: oltre alle centinaia di comparse selezionate, per le scene più imponenti ha potuto anche contare su molte persone che si aggiungevano spontaneamente. Il film è stato co-prodotto dagli algerini e dagli Italiani. Dalla Casbah-film, fondata per l’occasione da Saadi Yacef, che aveva contattato mio padre nel ’64, mentre la produzione italiana era affidata alla Igor film, fondata anch’essa per l’occasione da mio padre e da Antonio Musu. Yacef era stato uno dei capi del Fronte di liberazione nazionale algerino (Fln) e con mio padre parlavano una lingua comune: sapevano bene entrambi cosa fosse una guerra di liberazione perché l’avevano vissuta sulla loro pelle. Gillo trovava interessante anche la sua espressività e infatti gli propose di recitare la parte di se stesso nel film e lui lo fece.

Com’è riuscito un film che sembra quasi un documentario, su un tema difficile, a vincere il Leone d’oro al festival di Venezia?
C’era una grande tensione con la Francia, dove poi il film fu vietato fino al ’71. La delegazione di critici francesi aveva disertato la proiezione, era qualcosa che ancora bruciava sulla carne viva nazionale. Credo però che la giuria presieduta da Giorgio Bassani non potesse ignorare la capacità del film di dominare una materia così attuale e scottante senza per questo rinunciare alla forza dirompente che il film ha.

La Battaglia di Algeri ha influenzato profondamente il cinema, viene studiato ancora nelle scuole di regia.
La quantità di citazioni che ha ricevuto è incredibile. L’ultima è in Una battaglia dopo l’altra, con DiCaprio, ma prima il film era già stato citato da Tarantino in Bastardi senza gloria. Cuarón ne parlava come del film che aveva ispirato lo stile de I figli degli uomini. Sono tanti i tegisti che non hanno fatto mistero di ammirarlo, ad esempio Soderbergh. Negli Anni 70 lo studiavano nei campus universitari. Le nuove ondate di giovani cineasti americani ed europei, da Spielberg a Terrence Malick, a Roland Joffé, lo consideravano un esempio da seguire. In quegli anni era stato anche preso a modello da organizzazioni di lotta anti-sistema, come le Black Panthers, ma la lettura e l’analisi in chiave politica del film si sono estese anche in senso opposto. L’hanno proiettato più volte a West Point, ma anche al Pentagono nel 2003 nel contesto della seconda guerra all’Iraq.

Perché, a distanza di sessant’anni, è impossibile trovare un film simile?
Per la sua maniera di raccontare innovativa, che ti porta a seguire e ad entrare nello sviluppo delle storie dei personaggi principali, intrecciando quest’azione in quella di molti altri personaggi, ma non solo. Ti porta negli avvenimenti usando, insieme ai linguaggi più tradizionali come quello del flashback, ad esempio per Alì la Pointe, anche quello proprio del racconto cronachistico, come la serie di comunicati dell’Fln. Il tutto con incredibile fluidità e realismo. L’altro aspetto è il lavoro intenso sul ritmo, che ti fa sentire il polso di un fenomeno così complesso come una rivoluzione. Una parte fondamentale del film è la forza delle scene delle manifestazioni di massa che portano al finale, scene più volte paragonate alla Corazzata Potemkin, perfino dal Pauline Kael del New Yorker.

Il film ha quasi solo attori non professionisti. Chi è il vero protagonista?
In realtà è un personaggio corale. Si sente che mio padre e il suo sceneggiatore sono per la liberazione del popolo algerino, ma questa dimensione tiene conto anche dell’altra parte, in questo caso dando voce soprattutto al personaggio del Colonnello Mathieu. Gillo e Solinas hanno molto studiato sulla sua figura, cercando delinearlo come un uomo intelligente ed esperto di tattica militare, non un semplice sadico o il classico cattivo ma un uomo che era li per la sua nazione e che doveva fare tutto il possibile per la sua missione: far rimanere la Francia in Algeria. Proprio il fatto di distogliere l’attenzione da una figura stereotipata di antagonista, secondo loro, avrebbe aiutato il pubblico a concentrarsi sul vero mandante della vicenda, che è il colonialismo. Essendo il cinema di mio padre centrato sull’uomo e sulla sua lotta per uscire dalle situazioni che rendono più dura la sua condizione, credo che quest’ultimo atto della decolonizzazione rientri pienamente nei suoi obiettivi.

La lotta dell’Fln già all’epoca venne etichettata come “terrorismo”, ma poi è passata alla storia come uno dei più importanti movimenti di liberazione nazionale, supportato dagli intellettuali più importanti del ‘900 da Fanon a Sartre. Le vicende in Palestina oggi sollevano gli stessi temi, come la violenza, che nel film emerge emerge in tutto il sua ferocia. Qual è la lezione, per così dire politica, che rende questo film attuale?

Risiede in una cosa che mio padre disse in un’intervista a Lietta Tornabuoni: il fatto che il film fosse un atto di accusa contro il colonialismo, la violenza e la guerra e che in tutto ciò il suo personale atteggiamento fosse quello della pietà umana. Il film è un serrato racconto dell’inarrestabilità di certi processi storici, come quello dell’autodeterminazione dei popoli, che lui infatti accostava al processo dei fiumi carsici che, pur nascondendosi più volte, finiscono sempre per arrivare al mare. M voleva anche raccontare quante perdite e quanto dolore da entrambe le parti ci fossero stati in questa vicenda storica. Lo si capisce dalla musica di mestizia e dolore che aveva fatto mettere a Ennio Morricone nelle scene con i morti e i feriti dalle bombe. La musica era la stessa sia dopo le bombe messe dai francesi che dopo quelle messe dagli algerini. Questo riesce a farti alzare lo sguardo per considerare le ragioni e le sofferenze dell’altra parte. E’ chiaro, e lo si intuisce, che gli autori siano per la fine dei 130 anni di dominazione francese in Algerino ma non fa sconti. Alla vigilia della presentazione a Venezia, Saady Yacef aveva mandato un telegramma a papà in cui chiedeva di tagliare l’inquadratura del bambino francese che mangiava il gelato appena prima che scoppiasse la bomba algerina nella caffetteria. Lui non aveva nessuna intenzione di tagliarla, rientrava pienamente nella logica di quello sguardo che ogni tanto riesce ad innalzarsi anche oltre il personale punto di vista degli autori e va in prospettiva. In questo senso è indicativa la scena delle torture: nostro padre non voleva rappresentarle in maniera cruda e violenta, per questo gli ha dato un senso di pietà con una musica struggente che Morricone gli ha scritto, vagamente ispirata allo stile di Bach. Le immagini sono quasi tutte nella penombra, certamente realistiche ma anche filtrate, stilizzate. Una donna che guarda a quanto accade davanti ai suoi occhi, muove le pupille da una parte all’altra, non sa più dove guardare. Un’altra cosa che prende una prospettiva differente, pur rimanendo nel vestito del realismo che pervade tutto il film, è il finale, traslato come un balletto: quello della storia che si ripete.

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