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La ‘moderazione’ non esiste: così la neo-lingua berlusconiana inganna ancora

19 October 2026 at 06:06

Forse bisognerebbe dotare Lilli Gruber e molti ospiti del suo salottino televisivo su La7 di un aggiornato dizionario del lessico politico italiano; magari curato da Luciano Canfora o Daniela Ranieri. Così da fare acquisire consapevolezza alla signora e ai suoi discussants che mentre discettano di società e partiti, di elettori ed eletti – insomma, della società italiana in pieno travaglio involutivo – stanno utilizzando a propria insaputa terminologie intossicate da operazioni distorcenti.

La loro trasformazione in armi di confusione di massa per estorcere consenso, indurre comportamenti, occultare l’indicibile e consolidare un potere basato su impostura e manipolazione. Ossia la neo-lingua creata – a suo tempo – dagli gnomi consulenziali per il committente Silvio Berlusconi, che marcò la propria ventennale egemonia sul sistema politico italiano trasformandolo in una selva di specchi deformanti. Inganno sistematico che continua anche dopo la dipartita del promotore, tanto che una folla di politicanti beneficiati dal Caro Estinto lo hanno eletto padre della Patria, intitolandogli persino uno scalo aeroportuale. A questo frodatore fiscale, utilizzatore finale di giovani fanciulle con tanto di cartellino del prezzo e – magari – limitrofo alla criminalità organizzata.

Tutto ciò è stato reso possibile anche grazie alla cortina fumogena della suddetta neo-lingua. Già in passato mi sono premurato di indicare le voci salienti dell’operazione, partendo dal suo lato destruens: giustizialismo (la denominazione del movimento argentino dei descamisados peronisti virata a strumento indebito per colpire inermi) o populismo (la critica dei processi di degenerazione delle élites virata a sinonimo di demagogia per metterla a tacere). Oggi cresce l’utilizzo della pars construens, sempre allo scopo di intorbidire le acque impedendo ogni sforzo di ripristinare democrazia rettamente intesa.

Infatti ormai la partita neo-linguistica si gioca sul versante cruciale delle aggregazioni funzionali allo scopo: il blocco sociale di sostegno a una politica di concreto cambiamento. E l’abracadabra velenoso per far fallire il tentativo è una parola dal suono dolcissimo, rassicurante come l’abbraccio di una madre: moderazione. Ossia il ruolo fondamentale di una componente sociale ipotizzata portatrice di equilibrio e buon senso, in perfetta equidistanza tra radicalismo progressista e immobilismo conservatore. Per cui, chi riuscisse ad allearla avrebbe vinto la corsa elettorale.

Il guaio è che questo campo moderato non esiste, così come la politica non conosce un so e un ni, una posizione terza tra sì e no. Mentre non ci sono più un campo conservatore e uno progressista, sostituiti da un mischione indistinto tra due destre, accomunate nel comune interesse spartitorio e nella difesa di comuni privilegi. Semmai una Destra retroversa e una Sinistra opportunista, entrambe con pulsioni gattopardesche e l’aspirazione a essere cooptate nel salotto buono del privilegio. Sicché “moderato” non è altro che un camuffamento di pretese tutele dei vantaggi posizionali con politiche legge e ordine. Alla faccia del buon senso e dell’equilibrio.

Per cui cercare il consenso di questi sedicenti moderati significa rivolgersi – per dirla brutalmente – ai cosiddetti quartieri alti e alla fauna che li abita: i pariolini a Roma, gli albarini a Genova, i sanbabilini a Milano, i cabinotti a Torino e così via. Ossia i beneficiati di una mutazione sociale avvenuta nell’ultimo quarto del secolo scorso, quando la vecchia borghesia delle buone maniere e dell’operosità venne cancellata da inflazione e crisi economica, per essere sostituita dai flussi arrembanti di nuovi ricchi collusi nell’affarismo; arricchiti con la speculazione sul debito pubblico e l’evasione fiscale. Parvenu. Un cambiamento nella piramide sociale sintetizzato da Charles Wright Mills nella battuta “i gruppi installati al gradino più alto sono orgogliosi, quelli non ancora arrivati sono vanitosi”.

E questi “vanitosi” ri-dipinti come “moderati” non li aggreghi con una proposta politica di cambiamento che ne destabilizzerebbe l’habitat. Semmai può conquistare chi in questi anni si è ritirato nel non-voto per delusione. Se lo si convince. Quindi diventa impellente liberarci da un’egemonia para-culturale che continua a riemergere dal sacello grazie all’utilizzo improvvido del suo lascito linguistico, da parte di chi non riesce a rendersi conto che – così facendo – assicura a Nosferatu-Berlusconi (e ai suoi epigoni morti che camminano) una sorta di sopravvivenza perenne della loro presenza vampiresca.

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I'm a firefighter who turned to Uber as a temporary gig. It's been a tough way to make money

18 October 2026 at 10:05
Person in a black shirt sits at an outdoor cafe table holding a paper cup near an illy mug.
Matthew Guerrero drives for Uber in Southern California.

Matthew Guerrero

  • Matthew Guerrero says gas costs eat up much of his pay as an Uber driver in Southern California.
  • He prioritizes giving rides to weekend barhoppers who tend to tip well, he said.
  • Uber says that one driver's experience isn't representative of the broader platform.

This as-told-to essay is based on a conversation with Matthew Guerrero, a 41-year-old Uber driver in Southern California. It has been edited for length and clarity.

I worked as a firefighter for about four years before I got injured on the job.

I've been seeking a workers' comp settlement that should be settled soon. In the meantime, my lawyer said that I could start working again. I needed a job really quickly, especially with three kids, so I started driving with Uber.

I've been driving with Uber for about five weeks. So far, it hasn't been very successful. For example, one week, I made $600 working 30 hours. To make that, I spent about $300 in gas driving my SUV.

Then, I have to put between 20% and 30% of what's left aside for taxes. That comes out to about $210 for 30 hours of work. That doesn't even include wear and tear on my car. I don't understand how anybody can do this long-term. It's not sustainable.

The pay is better if you drive in Los Angeles or San Diego. But I'm in Riverside County, and the pay seems to be lower here.

To get better-paying rides, you have to be strategic. Sometimes, I try to get a ride with a passenger who's headed to an airport in one of the big cities. Then, I stay there all day and take rides. That's not always feasible, though.

When I started with Uber, I realized that there were a lot of rides that involved taking people to morning doctor's appointments. Most of those people didn't tip well, though, and tips are key to making money.

Instead, I like to work Friday and Saturday nights around bars in Temecula. I usually log on around 4 pm and head home around 3 am. The pay is good, and the tips are a lot better than other rides in my area. Sometimes you have to deal with drunk people throwing up, but it's worth it.

I've given some rides to veteran Uber drivers — people who were working on the app back in 2015 and 2016. They said that they used to make better money than I do, and that they quit after they saw pay fall.

That was eye-opening for me. I don't understand how a company like Uber can pay as little as they do.

An Uber spokesperson said drivers in Riverside County, California make "at least $20.28 per engaged hour, plus $0.37 per engaged mile for vehicle expenses, with tips on top of that."

"While this guarantee doesn't cover time spent waiting for trips, it's important context when discussing driver compensation," the spokesperson said. Driver earnings can vary based on when drivers decide to work, where they drive, and rider demand.

"One driver's experience isn't representative of the broader platform," the spokesperson said.

Do you have a story idea about Uber? Contact this reporter at abitter@businessinsider.com or via encrypted messaging app Signal at 808-854-4501. Use a personal email address, a nonwork WiFi network, and a nonwork device; here's our guide to sharing information securely.

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Scintille tra Gruber e Bersani. “Meloni è forte, voi siete deboli”. “È falso che Conte o Schlein non governerebbero meglio di lei”

15 October 2026 at 10:10

Confronto vivace a Otto e mezzo (La7) tra la conduttrice della trasmissione, Lilli Gruber, e l’ex ministro Pier Luigi Bersani sui nodi del campo progressista e sulla situazione delle opposizioni. La giornalista parte a gamba tesa con una domanda, che sa anche di rimbrotto nei confronti dell’ex segretario del Pd: “La Meloni è così forte perché voi siete così deboli. Oggi Giorgia Meloni ha avuto un gioco facile a sbeffeggiare i cosiddetti rappresentanti del campo largo presenti in Parlamento, li ha attaccati, li ha sbeffeggiati e ha affondato i colpi su delle cose oggettive che non sono state fatte, a cominciare dal fatto che questo campo largo non esiste perché non c’è unità su niente. Io lo so, le devo fare ogni volta la stessa domanda, ma perché siamo sempre allo stesso punto”.
Bersani scuote la testa e replica: ” Ma la sua non è una domanda, è un’affermazione non vera“.

Gruber ribatte che sul Documento programmatico di finanza pubblica le opposizioni hanno presentato sei mozioni distinte.
Ma l’ex ministro è fermo: “Vogliamo fare un giro del mondo come è messa la sinistra? E poi facciamo il paragone su come è messa la sinistra qui. Facciamo il giro d’Europa. Qui il problema è un altro: quell’ideologia di destra lì, dentro a un passaggio secolare, è molto radicato e molto forte, perché le idee sono più forti dei fatti. Tu puoi dirgli c’è inflazione, ma l’idea è più forte di un fatto. E di questo bisogna che se ne carichino tutti, anche i famosi liberali“.
Poi torna sui fatti: Pd, M5s, Avs Italia Viva e +Europa sono riusciti a depositare un testo unitario di ventuno punti sul Dpfp. Una cornice che parla di sanità, stipendi, diritto alla casa, congedo paritario, contrasto al fiscal drag e stop all’autonomia differenziata, e che Elly Schlein ha definito “prima bozza del programma”. Ma resta un’intesa stretta, ancora da precisare, e già incrinata sull’Ucraina.
Per Bersani è un passaggio positivo: “Non è vero quindi che non esistano punti comuni. E non è vero che Conte o Schlein non sarebbero in grado di governare meglio della Meloni”.
Aldo Cazzullo osserva che se si fanno le primarie tra i leader dei due principali partiti, chi perde va in crisi. Gruber conferma. Bersani dissente e chiede perché.
“Perché è così nei fatti”, risponde la conduttrice.

Il discorso scivola su Matteo Renzi. Gruber, come la sera prima con Tomaso Montanari, ricorda la richiesta di Conte a Schlein di fare da garante affinché Renzi non abbia ruoli importanti in un eventuale governo. Renzi ha risposto ricordando il passato politico di Conte.
La giornalista aggiunge: “Ma non sarebbe meglio che Conte dicesse tutto questo alla Schlein in una stanza senza grandi clamori e senza dirlo alla stampa? Quanto si può andare avanti con veti reciproci?”.
Bersani ironizza: “E Renzi chi lo mette in una stanza? C’è qualcuno capace?”.
Alla domanda se si fida di Renzi, risponde che in politica quella parola ha poco senso. E sottolinea: “Mi sembra assolutamente esagerata questa discussione, sono circuiti di chi se la canta e se la suona, perché non esiste questo problema qui. E non esiste nel senso che le dimensioni di Renzi quelle che sono“.
E conclude: “Per togliere via questo problema qui cosa ci vuole? La guerra mondiale? Guardate che alla gente gliene frega fin a un certo punto”.

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Sven Beckert, historian: ‘Capitalism is not natural; in fact it is very strange’

29 September 2026 at 20:26
The historian Sven Beckert, on the terrace of Laie bookstore on September 22, 2026.

A merchant named Robert Keyne showed up crestfallen before the General Court of Massachusetts in Puritan Boston in 1639. His offense: trying to sell at the highest possible price and buy at the lowest possible price, putting his profits above the interests of the community. The judges showed no mercy: they fined him £200 for a practice they described as “extremely wicked and corrupt” and for having embraced “false principles.” Yet those are the same principles that now seem completely natural to us and structure our entire lives.

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The German-American historian surveys the history of capitalism in a 1,400-page book.
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