❌

Normal view

El chavismo en el centro de datos, Extremadura en la periferia

24 October 2026 at 04:30

He de reconocer que, hasta ahora, creía que la postura escorada de los gobiernos autonómicos en favor de los centros de datos se debía a la misma injusta mezcla que nos afecta a buena parte de los españoles: la falta de información por parte de las grandes corporaciones promotoras y la diseminación por estas de algunos datos confusos y sobredimensionados en empleo e inversión. La labor que he tratado de desempeñar estos últimos meses, como investigador predoctoral del CSIC y de la UC3M, ha sido precisamente tratar de poner la información a disposición de los vecinos y las administraciones afectadas por estas instalaciones. Es por ello que recibí con ilusión la invitación de Unidas por Extremadura para comparecer en la Comisión de Economía, Empleo y Transformación Digital de la Asamblea de Extremadura con el objeto de ofrecer un análisis científico de los beneficios y riesgos asociados a los proyectos de instalación de grandes centros de datos en esta tierra. La misma tierra que cultivaron mis abuelos y de la que emigraron con la intención de que sus nietos pudieran estudiar en las instituciones en las que a día de hoy trabajo.

Seguir leyendo

© ASAMBLEA DE EXTREMADURA (ASAMBLEA DE EXTREMADURA)

Isabel Cortés Gervilla, diputada del Grupo Popular extremeño, en la Asamblea de Extremadura.

Bello il fine dining, ma vuoi mettere Venanzio?

24 October 2026 at 03:45

Mille anni fa scrivevo (anche) per la guida dell’Espresso. Scrivevo recensioni di ristoranti: sono stati quattro o cinque anni intensi e di lotta, che penso Enzo Vizzari ancora ricordi. Perché non ero mai d’accordo su niente, perché contestavo molto, perché fare una guida è affare complesso, e non sempre si può scrivere tutto quello che si vuole, e come lo si vuole.

Avevo uno dei curatori più abili e capaci, uno di quelli che non te le mandava a dire, e che sapeva insegnarti il mestiere, e che entrava nel merito e voleva a tutti i costi che il lavoro fosse fatto bene, nei tempi, ma soprattutto esprimesse autenticità. Io ci provavo, ero giovane e determinata, con poca esperienza ma studiavo molto. Ogni anno mi toccavano i ristoranti intorno a casa, ed essendo in una zona gastronomicamente depressa (allora!) non c’era molta scelta.

Venanzio fu un autentico colpo di fulmine: qui avevo trovato per la prima volta il ristorante borghese delle domeniche in famiglia. Le brocche d’argento per l’acqua, le lasagne con sette strati di meraviglia, i camerieri affabili ma elegantissimi, e quell’atmosfera da casa della nonna raffinata e di spessore. A ogni visita, ogni anno, pensavo sinceramente fosse il miglior ristorante possibile. Entravi qui e stavi semplicemente bene. Non c’erano fuochi d’artificio, perché non servivano. Qui c’era l’accoglienza vecchia maniera, quella capacità tutta artigianale di fare ristorazione con passione, professionalità, autenticità. Quell’abilità di farti sentire al posto giusto, di darti quello di cui avevi bisogno, senza farti pensare, senza bisogno di spiegarti nulla. Entravi, ed era il tuo personale paradiso gastronomico, concluso da cucchiaiate generosissime di gelato mantecato al momento. Chiunque si sentiva accolto. Non serviva la patente di gourmet, non avevi bisogno di pensare. Ti godevi il momento, e tanto bastava. A uno di quei tavoli il mio futuro marito mi chiese di sposarlo (con mio sommo imbarazzo!), perché era proprio quel tipo di locale dove celebrare le feste di famiglia.

A ogni nuova guida, ogni nuovo anno, il curatore mi prendeva in giro, quando celebravo quel ristorante come fosse unico: «per te esiste solo Venanzio!». Era vero, avevo il mito. Non sono più tornata per anni, un po’ per paura di rimanere delusa, un po’ perché il lavoro mi ha portata in giro, a sperimentare e cercare nuove esperienze.
Ma quando torni a casa della nonna, soprattutto se manchi da casa da anni, l’affetto e la passione prevalgono e ti pare di non essere mai andata via. È tutto cristallizzato, tutto immutabile, tutto esattamente come l’avevi lasciato. Tutto così perfetto, borghese, piacione, amorevole da farti rimanere senza parole. La commozione lascia il posto alla sorpresa, di ritrovare esattamente quello che avevi perso. E, badate bene, non è affatto piccola memoria di un mondo antico: è la dimostrazione di quanto la ristorazione, quella vera, non ha bisogno di nulla se non di essere casa, piatti buoni, semplicità elegante. Di quei camerieri in grado di farti sentire a tuo agio, riconosciuto, parte di un territorio e di un dialogo, di quei piatti capaci di ricordati di quando eri bambino. Di quei sapori a cui sei affezionato, e che ti riportano a quello che sei stato. L’oste sorridente, che è felice di rivederti, fa il resto.

Non è tutto identico, anzi. Qui non si sono accontentati di cavalcare l’onda, ma hanno saputo interpretare il presente e hanno dato una mano di bianco oltre che ai muri all’esperienza, all’accoglienza, ai piatti. La carta dei vini è curatissima, coraggiosa addirittura, e la giovane sommelier Alice Pedrinelli ha appena vinto un premio prestigioso per aver saputo integrare in uno spazio che rischiava di essere museale visioni moderne e identitarie. Ma senza mai tradire il senso, i valori, la verità. E quando esci, con le tue caramelle di liquirizia e quel buon sapore di gelato in bocca, pensi che tutto quello che hai cercato, forse, era già lì. Nella capacità di accogliere e ristorare, di darti quello di cui hai bisogno, naturalmente. Bello il fine dining, ma vuoi mettere Venanzio?

L'articolo Bello il fine dining, ma vuoi mettere Venanzio? proviene da Linkiesta.it.

Nel Pd c’è chi prepara l’aut-aut per Schlein: o candidata premier o segretaria

24 October 2026 at 03:45

Mentre a sinistra è in corso un numero degno di Arturo Brachetti, il formidabile interprete di incredibili trasformazioni, nel Pd circolano i soliti sospetti e riemergono insanabili distanze tra il corpaccione filo-schleiniano, riunito a Montepulciano, e l’area riformista, riunita a Orvieto. Andiamo con ordine.

In Parlamento si vanno formando nuovi gruppi necessari per evitare di raccogliere le firme per presentare una lista elettorale. Questione tecnica ma anche un pochino politica che presenta inevitabili risvolti grotteschi (Brachetti appunto), come quello di Aboubakar Soumahoro e Bruno Tabacci – il diavolo e l’acqua santa – uniti nella lotta in soccorso di Riccardo Magi che, invano, aveva chiesto aiuto a Giuseppe Conte e Elly Schlein. La quale invece ha pensato di chiedere a Andrea Crisanti, il virologo senatore dem, di aderire a Rifondazione comunista per aiutare il partitino di Maurizio Acerbo sempre per evitare di raccogliere un numero esorbitante di firme – regalino del Melonellum – indispensabili per presentare la sua lista.

Cosicché la segretaria del Pd non dà una mano al radicale Magi ma la offre alla “Rifondazione comunista dei poveri” di Acerbo, portatore di un bertinottismo bonsai che evidentemente Schlein ritiene utile e forse sentimentalmente vicino. Non bastavano Conte, Fratoianni e un Pd spostato a sinistra, ci mancava anche una spruzzatina rifondarola (dei poveri) per oscurare un altro po’ il profilo di una sinistra di governo.

Da Orvieto, dove si apre oggi l’assemblea annuale di LibertaEguale – partecipano esponenti come Paolo Gentiloni, Giorgio Gori, Lia Quartapelle, Stefano Ceccanti, Claudia Mancina, Piero Fassino, Marco Bentivogli e tanti altri – si nota proprio questo. Spiega Ceccanti: «Qui a Orvieto ci sono figure molto autorevoli del riformismo italiano che discutono delle prospettive del centrosinistra. Riformismo per noi non è una categoria astratta ma la sostanza di una sinistra di governo, per questo qui mettiamo in campo idee per una piattaforma di governo che bilanci le spinte massimaliste che ormai sono predominanti nel campo largo».

Un’altra politica economica, certo. E scelte chiare in politica estera: «C’è un punto non negoziabile: il sostegno pieno sull’Ucraina. Su questo non possono esserci ambiguità». Ed è appunto molto brutto, sull’Ucraina, il documento del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza riunito a Montepulciano nel quale ci si limita a dire che «occorre chiedere con forza la nomina di un inviato europeo per l’Ucraina, scelto tra figure di altissima caratura istituzionale, che rappresenti l’Unione nel confronto con Trump e Putin, portando ai tavoli negoziali le ragioni del diritto internazionale, dell’aggredito, di una pace che sempre comporta compromessi ma non può diventare resa alla politica di potenza e alla sopraffazione».

Nemmeno l’abituale frase sulla prosecuzione del sostegno, in ogni forma, a Kyjiv! C’è invece la definizione di genocidio a Gaza e un durissimo attacco a Ursula von der Leyen. Mentre sulla questione delle primarie Franceschini in una intervista a Repubblica ha detto: presto ai gazebo Schlein contro Conte in una giornata sola. Il problema è quando. E qui spunta qualcosa che è molto più di una indiscrezione.

Questa: la leader del Pd vorrebbe spostare le primarie più in là possibile non solo perché ha ancora bisogno di tempo per affermarsi con più forza nel Paese. Ma soprattutto perché teme che non solo da Conte ma anche dal suo stesso partito venga avanzata la richiesta, se vincesse lei ai gazebo, di lasciare la segreteria del partito, in quanto “leader di tutti”: pare affermarlo indirettamente anche Franceschini quando dice che il leader «dovrà fare il candidato premier dell’intero schieramento, non del partito di provenienza». Niente doppio incarico, si sarebbe detto una volta.

Vedremo se dall’altro convegno del weekend, quello del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza che si tiene a Montepulciano, arriveranno altri indizi in questo senso. Un messaggio a Elly di questo tenore: facciamo le primarie subito, noi ti sosteniamo, ma se vinci dovrai lasciare la segreteria del partito. Al tuo posto ci va un reggente. Fumo negli occhi, per Elly Schlein. Che è sicura di battere Conte ma che ha anche bisogno di blindarsi al Nazareno. Non sia mai spunti qualche coltello.

L'articolo Nel Pd c’è chi prepara l’aut-aut per Schlein: o candidata premier o segretaria proviene da Linkiesta.it.

Quanto costa una zucchina piccola

24 October 2026 at 03:45

Ascolta il podcast!

Una zucchina lunga dieci centimetri pesa meno di una lasciata crescere sulla pianta. Per il cuoco può essere della misura perfetta, per chi la coltiva significa avere meno prodotto da vendere. Le cure, il terreno occupato e il lavoro necessario a raccoglierla non si riducono in proporzione. Quella piccola perfezione gastronomica ha dunque un costo, ancora prima che qualcuno accenda i fornelli.

Al ristorante La Peca la questione si affronta direttamente con chi coltiva. Zucchine piccole, peperoni di una certa misura, ortaggi raccolti secondo le esigenze della cucina; lasciandoli crescere, il produttore potrebbe venderne un peso maggiore, se il ristorante li vuole prima, deve riconoscere economicamente quella rinuncia. «Il produttore non deve avere problemi a dirmi cosa costa» è il principio che accompagna la richiesta.

È una frase che porta la sostenibilità su un terreno molto concreto. Il prezzo al chilo, da solo, racconta poco del lavoro agricolo: confrontare due zucchine di dimensioni diverse come se fossero lo stesso prodotto significa ignorare le condizioni nelle quali sono state ottenute. Per valutare quanto sia giusto pagare occorre sapere che cosa si sta chiedendo, anche quando la richiesta sembra molto semplice.

Il passaggio decisivo è assumersi la responsabilità delle proprie esigenze. Una cucina che vuole un ingrediente con caratteristiche particolari entra nelle scelte produttive di un’altra impresa. Può chiedere una raccolta anticipata, una varietà inconsueta, una coltivazione che richiede prove e aggiustamenti. Sono possibilità creative per il cuoco e impegni concreti per l’agricoltore, che deve dedicarvi spazio, tempo e risorse. Il valore gastronomico si costruisce insieme; anche la sua remunerazione dovrebbe seguire lo stesso percorso.

Alla Peca questa relazione comincia mesi prima del servizio. Fra febbraio e marzo si programmano con i coltivatori le produzioni dei mesi successivi, fino alla fine dell’anno. La fornitura prende forma attraverso un confronto sulle varietà e sulle caratteristiche degli ortaggi. La creazione del menu, almeno in parte, comincia quando ancora bisogna scegliere che cosa mettere a dimora.

È successo con i pomodori. La richiesta di cercare varietà diverse da quelle abitualmente disponibili in commercio ha portato nei campi nuove forme, colori e sapori. Il piatto nasce dalla possibilità di avere quella diversità a disposizione, resa concreta da chi ha accettato di coltivarla.

La collaborazione richiede anche di capire ciò che non funziona. Quando le melanzane hanno cominciato a presentare troppi semi per l’impiego previsto in cucina, il problema è diventato oggetto di discussione con il produttore. La soluzione individuata è stata organizzare trapianti successivi, per avere nuove piante produttive mentre le prime arrivavano alla fine del ciclo. Lo stesso ragionamento è stato poi applicato ad altri ortaggi. La qualità, in questo caso, è il risultato di un apprendimento condiviso: la cucina chiarisce ciò che cerca, chi coltiva contribuisce a capire come ottenerlo.

Questo scambio rende meno astratta anche l’espressione «rapporto con il territorio». La vicinanza permette di incontrarsi, osservare le piante, discutere un risultato e correggere il programma. Il suo valore emerge nel lavoro che rende possibile. Acquistare a pochi chilometri di distanza offre un’occasione; costruire una relazione nella quale entrambe le parti possano esprimere esigenze e limiti richiede un impegno ulteriore.

A dimostrazione che mangiare bene non è necessariamente un privilegio, accade che gli stessi coltivatori riforniscono famiglie attraverso cassette settimanali, vendendo gli ortaggi raccolti nelle misure abituali a prezzi paragonabili a quelli del supermercato. Il costo cambia quando interviene la richiesta specifica della cucina. La zucchina piccola risponde a un’esigenza gastronomica della quale il ristorante sceglie di farsi carico.

La distinzione conta: permette di separare il valore di un prodotto coltivato con cura dal costo aggiuntivo di una lavorazione o di una raccolta su richiesta. Quel sovrapprezzo trova una ragione precisa e un destinatario preciso. Serve a remunerare chi adegua il proprio lavoro alle necessità di un altro.

Aperta nel 1987, La Peca si avvicina ai quarant’anni con un progetto nel quale le scelte di cucina devono trovare le condizioni economiche per durare. Il confronto con i coltivatori mostra quanto questa verifica possa cominciare lontano dalla sala e quanto sia facile perderla di vista davanti al piatto finito. Il cliente vede una zucchina della misura giusta; dietro ci sono una raccolta anticipata, un ricavo diverso e un accordo sul prezzo. La questione è se quella piccola perfezione possa continuare a essere prodotta senza che il suo costo rimanga sulle spalle di chi la raccoglie.

La Peca
Via Giovanelli, 2 – Lonigo (VI)

https://youtu.be/9OFH62p76ek

Questo articolo fa parte di “In Equilibrio”, un progetto di Gastronomika per Petra Molino Quaglia.

L'articolo Quanto costa una zucchina piccola proviene da Linkiesta.it.

Seul fa scorta, la California estirpa e solo i monaci sanno dire basta

24 October 2026 at 03:45

Unsplash

La rassegna di questa settimana parte da un’abbazia della Normandia, dove la birra resta piccola per regola, e arriva tra i filari della California, estirpati per eccesso di vino. In mezzo, un frutteto della Stiria, le dispense di Seul e i banchi carne della Nuova Zelanda. Storie lontane che girano intorno alla stessa questione, quanto deve essere grande il cibo, e chi ha l’ultima parola sulla sua taglia.

Si comincia a Saint-Wandrille, l’unica abbazia francese in cui la birra è fatta interamente dai monaci. Le Figaro entra nel birrificio aperto nel 2016: dalla macinatura dei cereali alla chiusura dei cartoni, tutto avviene dentro le mura. I volumi sono quelli di una microbirreria, circa centomila bottiglie l’anno, e nessuno ha intenzione di aumentarli. Saint-Wandrille è un monastero benedettino, dove la comunità si ritrova a pregare più volte al giorno e il lavoro occupa il tempo che resta: è la produzione ad adattarsi a questo ritmo, non il contrario. Il chiostro, però, non mette al riparo dal mercato. Rincari, difficoltà di approvvigionamento e trasporti pesano qui come in qualsiasi altro birrificio, anche se il malto arriva da cereali normanni. In un settore che misura il successo in ettolitri, a Saint-Wandrille il tetto lo fissa l’orario delle preghiere.

Più a est, in Austria, il problema è far entrare il piccolo nel grande. Il Paese conta circa duemila varietà di mele, ma nei supermercati ne arriva una decina. Il Guardian racconta il progetto con cui la catena Spar e il distributore Frutura provano a riportarne due sugli scaffali, l’Ilzer Rosenapfel, nata in Stiria intorno al 1840, e la Falchs Gulderling, individuata in Alto Adige una trentina d’anni dopo. Le ha selezionate Arche Noah, associazione ambientalista che tutela le colture antiche, tra quelle più adatte alla coltivazione su larga scala. I primi frutti arriveranno il mese prossimo in un supermercato pilota di Vienna, in asili e scuole, e intanto saranno messi alla prova su gusto, resa, resistenza alle malattie e durata sullo scaffale. A giudicarle sarà lo stesso mercato che le aveva quasi cancellate.

A Seul, intanto, a crescere sono le confezioni. Il South China Morning Post, riprendendo The Korea Times, racconta di racconta di famiglie che hanno preso l’abitudine di comprare confezioni formato gigante e di dividerle poi a casa in porzioni da conservare. A settembre la spesa con carta nei magazzini all’ingrosso di Costco ed Emart Traders ha toccato il record di circa 1,1 miliardi di dollari. Il risparmio nasce da come sono costruiti questi negozi: pochi articoli comprati in quantità enormi, che permettono di strappare prezzi migliori ai fornitori, merce lasciata sui bancali invece che sistemata sugli scaffali, molti marchi propri al posto di quelli più noti. Così il prezzo al pezzo scende, proprio mentre il caro alimentare spinge a cercarlo. Le catene incassano, Costco Corea ha chiuso il 2025 con ricavi mai visti e Traders ha più che raddoppiato l’utile in due anni. È un risparmio che richiede però spazio in casa e la possibilità di spendere di più in una volta sola, e che sposta potere verso chi vende all’ingrosso.

In Nuova Zelanda, invece, a ridursi è il banco carne. Dal 19 ottobre, riferisce Stuff, nessun supermercato Woolworths dell’Isola del Sud ha più un macellaio. La catena ha completato il passaggio alla lavorazione centralizzata: la carne viene tagliata e confezionata in stabilimenti dedicati e arriva nei negozi già porzionata. L’azienda lo spiega con la difficoltà a trovare personale e promette qualità uniforme, più freschezza e una conservazione più lunga. Il sindacato Workers First stima circa ottanta posti persi, a nove settimane da Natale, e ribalta la spiegazione: sarebbero state proprio le voci di ristrutturazione a scoraggiare le candidature. Con il macellaio sparisce anche la persona a cui chiedere un consiglio o un pezzo diverso da quello in vaschetta. Il taglio, ormai, lo decide lo stabilimento.

L’ultima tappa è in California, dove a restringersi, per necessità, sono i filari. In un anno, scrive il Sacramento Bee, sono stati estirpati oltre diciannovemila ettari di vigna da vino, l’otto per cento del totale, secondo la mappatura dell’associazione dei viticoltori californiani e della società Land IQ. Il vino prodotto supera da tempo quello che il mercato riesce ad assorbire, i consumi calano e le esportazioni verso il Canada si sono in gran parte fermate da quando le province canadesi hanno tolto gli alcolici americani dagli scaffali, in risposta ai dazi di Washington. Si moltiplicano fallimenti e licenziamenti, e molte uve restano sulla pianta perché nessuno le compra. Così una vendemmia 2026 più scarsa, di solito una cattiva notizia, potrebbe aiutare a smaltire l’eccesso di offerta. Dopo anni passati a piantare, la California spera in un raccolto povero.

Tra dispense che si allargano, vigne che si restringono e banchi carne svuotati, l’unico ad aver scelto la propria taglia è un birrificio che non ha nessuna intenzione di crescere.

L'articolo Seul fa scorta, la California estirpa e solo i monaci sanno dire basta proviene da Linkiesta.it.

Estepilha, O sacrifício segundo Benjamim para os jovens sem teto

24 October 2026 at 03:25
AF! Caros jovens, o senhor Benjamim Pereira, presidente do IHRU, recebe 6.484,31 euros por mês e tem a coragem de perguntar se vocês estão disponíveis para o “nível de sacrifício” dos vossos avós e pais. É uma pergunta legítima, feita por alguém que conhece o peso de uma prestação habitacional sobretudo através de extratos bancários […]

Lula y Flávio chocan en debate sobre temas de infraestructura

24 October 2026 at 02:49

Brasilia, 23 oct (Prensa Latina) La infraestructura abrió hoy el debate entre el presidente brasileño, Luiz Inácio Lula da Silva, y el senador Flávio Bolsonaro, quienes intercambiaron acusaciones sobre obras paralizadas.

The post Lula y Flávio chocan en debate sobre temas de infraestructura first appeared on Noticias Prensa Latina.

Justicia argentina sobresee a Javier Milei y otros 11 imputados en causa $LIBRA

24 October 2026 at 02:44
Pese a evidencias recogidas en varios peritajes, el juez federal Marcelo Martínez concluyó que no se acreditaron elementos para configurar delitos de estafa, tráfico de influencias, abuso de autoridad y negociaciones incompatibles, resolviendo así el cierre de la investigación sobre $LIBRA.

Flávio chega com governadores a debate; Lula leva mãe de menina Ana Clara

24 October 2026 at 01:59

Flávio Bolsonaro (PL) chegou ao embate promovido pela TV Globo nesta sexta-feira (23) acompanhado de governadores eleitos. O presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) levou Cristiane Gomes da Silva, mãe da menina Ana Clara, à plateia.

Cristina está sentada próxima ao vice-presidente Geraldo Alckmin (PSB). Também acompanham Lula no debate a primeira-dama Rosangela Lula da Silva, o secretário de Comunicação Social, Sidônio Palmeira, o governador reeleito do Piauí, Rafael Fonteles, e o senador Camilo Santana (PT).

Junto a Flávio estão os governadores eleitos Sérgio Moro (PL), do Paraná, Douglas Ruas (PL), do Rio de Janeiro, Luciano Zucco (PL), do Rio Grande do Sul, além do governador reeleito de São Paulo, Tarcísio de Freitas (Republicanos). Sua esposa Fernanda Bolsonaro e outros aliados estão na plateia.

Ana Clara foi morta em 2021 por uma bala perdida em Niterói. O suspeito de ter feito o disparo é Bruno Dias Delarolli, cabo da Polícia Militar do estado. A campanha de Lula tem afirmado que Flávio Bolsonaro atuou como advogado do policial.

Faleceu Carlos Duque, primeiro comandante dos Bombeiros de Albufeira

24 October 2026 at 01:30

Os Bombeiros Voluntários de Albufeira comunicaram o falecimento de Carlos Duque, que assumiu as funções de primeiro comandante na história da corporação.

O conteúdo Faleceu Carlos Duque, primeiro comandante dos Bombeiros de Albufeira aparece primeiro em Algarve Marafado.

O segredo de Westminster: por que um monge medieval foi parar em um sarcófago romano?

24 October 2026 at 01:21

Em 1869, enquanto o deão Arthur Penrhyn Stanley retornava de uma viagem à Itália, operários que realizavam escavações na lendária Abadia de Westminster, no coração de Londres, na Inglaterra, depararam-se com um impressionante sarcófago de calcário.

O achado ocorreu em solo britânico, mas a estrutura era um antigo artefato esculpido séculos antes, durante a ocupação romana na Grã-Bretanha. A descoberta deu início a um enigma histórico: como o corpo enterrado em uma tumba pagã da Roma Antiga acabou sob o piso de um templo cristão medieval em plena capital inglesa?

O caixão de pedra trazia uma dedicatória em latim a um romano chamado Valerius Amandinus, feita por seus filhos entre os séculos II e V d.C. (provavelmente no período constantiniano, no início do século IV). No entanto, sua tampa exibia uma modificação feita centenas de anos depois: uma grande cruz cristã entalhada.

No interior da tumba, acompanhando fragmentos de tijolos romanos, repousava apenas o esqueleto, sem pertences que revelassem de imediato quem era aquele indivíduo.

O veredito do esqueleto: quem era a figura importante?

Após mais de 150 anos de dúvidas, a solução do mistério foi apresentada pelo arqueólogo e historiador Warwick Rodwell no Journal of the British Archaeological Association.

A nova avaliação osteológica realizada pelo especialista James Langthorne revelou que o esqueleto pertenceu a um homem com cerca de 1,75 m de altura e idade estimada entre 35 e 49 anos no momento da morte. Os exames corrigiram conclusões do século XIX, que sugeriam um indivíduo mais baixo e com no máximo 30 anos.

A datação por radiocarbono efetuada nos ossos confirmou que a morte ocorreu entre os anos 987 e 1052 d.C.. Cruzando os dados biológicos com os registros do mosteiro londrino, Rodwell concluiu que a figura importante era Aelfwig, um monge que atuou como abade de Westminster até sua morte por volta de 1020.

A imponente cruz gravada na tampa do sarcófago reforça seu elevado status, já que tal honra era reservada a grandes líderes eclesiásticos.

Reciclagem de luxo e saques ao longo dos séculos

A reutilização de sarcófagos romanos para sepultar autoridades medievais era uma prática conhecida na Inglaterra anglo-saxã, como registrou o monge Beda no século VIII. Estudos indicam que o caixão de Amandinus foi retirado do nicho de um mausoléu em outra parte de Londres e adaptado para abrigar o falecido abade.

No século XIII, durante a reconstrução gótica promovida pelo rei Henrique III, os restos mortais foram reacomodados na sacristia da abadia.

Registros históricos revelam ainda que a sepultura sofreu violações antes das escavações de 1869: um esboço a lápis feito em 1820 indica que saqueadores quebraram a tampa para roubar objetos valiosos que pudessem estar junto ao corpo enterrado.

Hoje, o sarcófago e a história do abade estão preservados e em exibição pública nas Queen’s Diamond Jubilee Galleries, na própria Abadia de Westminster.

Irã ameaça destruir cabos de comunicação submarinos no Golfo

24 October 2026 at 00:43

O Irã elaborou planos detalhados para atacar cabos de comunicação submarinos no Golfo, caso os Estados Unidos e Israel ataquem Teerã novamente, informaram à Reuters dois altos funcionários da segurança iraniana.

As declarações surgem na sequência de avisos feitos por autoridades iranianas de que os cabos submarinos na região poderiam se tornar alvos em um eventual novo conflito, caso a diplomacia com Washington fracasse.

Os dois funcionários da segurança iraniana, que falaram sob condição de anonimato, forneceram poucos detalhes e não especificaram como ou exatamente onde Teerã realizaria tais ataques. No entanto, um deles afirmou que o Irã buscaria impedir a realização de reparos após os ataques, visando prolongar as interrupções nas comunicações, incluindo as conexões de internet.

“Se o Irã for atacado, não haverá mais ‘linhas vermelhas’... desde cabos submarinos até bases militares, incluindo instalações secretas”, disse um dos funcionários.

O funcionário alertou Washington para não “brincar com fogo”, acrescentando que o Irã tem acesso total aos cabos submarinos e poderia destruí-los facilmente.

Leia Mais:

Yadollah Javani, vice-chefe de assuntos políticos da IRGC (Guarda Revolucionária Islâmica do Irã), declarou na quarta-feira (21) que o Irã poderia atacar sete grandes cabos de internet situados sob o Estreito de Ormuz, caso a infraestrutura iraniana fosse alvo de ataques.

Segundo a União Internacional de Telecomunicações, uma agência da ONU, os cabos submarinos transportam cerca de 99% do tráfego global de internet. Contudo, o impacto global de tais ataques por parte do Irã poderia ser limitado, uma vez que menos de 1% da largura de banda internacional passa pelo Estreito de Ormuz, explicou Alan Mauldin, diretor de pesquisa da empresa de consultoria em telecomunicações TeleGeography.

O estreito separa o Irã de Omã, conectando o Golfo ao Golfo de Omã e ao Mar Arábico.

O Departamento de Estado dos EUA e o Ministério das Relações Exteriores do Irã não responderam aos pedidos de comentário da Reuters sobre as declarações das autoridades de segurança iranianas. Não houve manifestação imediata por parte dos países do Golfo.

“Resposta mais forte”

Os planos para possíveis ataques a cabos submarinos refletem a convicção, entre a liderança iraniana, de que uma nova campanha militar dos EUA teria de ser enfrentada com uma resposta mais contundente do que as anteriores.

Mohsen Rezaei, uma autoridade de alto escalão na área de segurança, alertou este mês que a infraestrutura digital ligada aos EUA em toda a região do Golfo — incluindo centros de dados e instalações voltadas para inteligência artificial — poderia se tornar alvo em um eventual novo conflito.

Os aliados de Washington no Golfo investiram pesadamente em tal infraestrutura e eles “deveriam responsabilizar Washington, e não Teerã, por qualquer dano aos cabos submarinos”, afirmou a segunda autoridade de segurança iraniana.

Alex Vatanka, diretor do programa sobre o Irã no Middle East Institute, em Washington, disse que tais ameaças visam desencorajar um novo conflito e pressionar os EUA, fazendo com que os governos do Golfo e as empresas norte-americanas temam por seus investimentos na região.

“Teerã quer que os Estados do Golfo e os executivos corporativos pressionem o presidente dos EUA, Donald Trump, a respeito dos riscos que suas políticas representam para os planos de investimento deles”, disse Vatanka.

Segundo analistas, múltiplos cortes de cabos poderiam desacelerar os serviços de internet e interromper transações financeiras, o comércio eletrônico e a computação em nuvem. O impacto dependeria de como as operadoras redirecionariam o tráfego e da capacidade disponível em conexões alternativas, explicou Mauldin.

Especialistas observam que restaurar conexões em tempos de guerra poderia ser difícil; além disso, custos mais elevados de seguro e atrasos na obtenção de autorizações para entrar em águas territoriais poderiam complicar ainda mais os reparos.

O Mar Vermelho poderia representar um alvo mais significativo do que o Estreito de Ormuz, especialmente se o Irã contasse com o apoio de seus aliados houthis no Iêmen — embora Teerã não tenha feito nenhuma declaração pública indicando que planeja atacar cabos naquela região.

A via é uma rota para o tráfego de dados entre a Europa, a África Oriental e a Ásia; a capacidade que passa por ali responde por cerca de 3% da demanda internacional global e por aproximadamente 10% do tráfego entre essas regiões, afirmou Mauldin.

Os governos do Golfo têm investido pesadamente em tecnologia para diversificar suas economias para além do petróleo e se tornarem polos globais de inteligência artificial, estreitando laços com empresas de tecnologia dos EUA.

Em março, ataques iranianos atingiram diretamente duas instalações da Amazon Web Services nos Emirados Árabes Unidos e danificaram uma infraestrutura próxima a uma de suas unidades no Bahrein. No auge do conflito, em março, a Guarda Revolucionária Islâmica do Irã classificou empresas de tecnologia norte-americanas — incluindo Microsoft, Google, Apple e Nvidia — como alvos legítimos.

Conexões terrestres podem oferecer rotas alternativas para o tráfego de internet; por isso, os Estados do Golfo e empresas de tecnologia dos EUA estão investindo em infraestrutura adicional para aumentar a resiliência.

Entenda impactos do bloqueio dos Houthis à Arábia Saudita no Mar Vermelho

 

Felipe II, retrato humano de un rey frente a sus caricaturas

By: Jorge · Vilches
24 October 2026 at 00:13

El año próximo se cumplen 500 años del nacimiento de Felipe II. Es seguro que si gobierna la izquierda no habrá conmemoración alguna. Quizá sí haya alguna referencia presentista y algún desprecio basado en la Leyenda Negra. En su monumental estudio biográfico «Felipe II. Vida íntima de un rey de España», el hispanista Henry Kamen –que cuenta ya con 90 años– desmantela varias de sus caricaturas historiográficas. La novedad del estudio no es la vida política del emperador español, sino contar su vida íntima y cotidiana. El autor quiere dejar atrás la figura del rey gris y tiránico para desvelar a un hombre sensible, un padre afectuoso, un coleccionista erudito y un gobernante de complejidad psicológica. Y, para ello, Kamen parte de una confesión de Felipe II anotada al margen de un despacho oficial en 1578: «Yo no sé qué piensan de mí, sino que soy de hierro o de piedra, y en verdad han de ver que soy mortal como los demás». Felipe II, en contra de lo que ha dicho la historiografía tradicional, no fue un rey encerrado en El Escorial por su xenofobia y fanatismo católico. Kamen demuestra que fue el monarca más viajero de su tiempo en Europa, solo superado por su padre, el emperador Carlos V. Durante su juventud y madurez, el príncipe y posterior monarca recorrió los territorios peninsulares, el norte de Italia, Alemania, los Países Bajos e Inglaterra. Está escrito en «El felicissimo viaie d’el Poderoso Principe don Phelippe» (1548-1551), del cronista Juan Cristóbal Calvete de Estrella. En sus páginas se ve a un hombre que, en su estancia en Baja Alemania, Brabante y Flandes, participó en torneos, mascaradas y bailes de corte, y se adaptó a los rituales de sociabilidad locales. Allí compartió mesa, cacerías y negociaciones con príncipes luteranos como Mauricio de Sajonia –enemigo de Carlos V–, y con Guillermo de Orange –que financió la revuelta de 1566 contra España–. Argumenta que esta vivencia europea proporcionó al rey una visión amplia y realista del continente, alejada de la miopía provinciana que le achacaron sus enemigos.

Aquel hombre viajado tuvo una vida doméstica, que ha sido hasta la obra de Kamen un aspecto olvidado. Es conocido que tuvo cuatro matrimonios, aunque los enlaces con María de Portugal (1543) y María Tudor (1554) fueron por razones dinásticas y geopolíticas. Sin embargo, Kamen cuenta que se casó por amor con Isabel de Valois (1559) y luego con Ana de Austria (1570), con las que fue feliz. A la primera le tuvo una devoción sincera. Toleró los elevados gastos de sus caprichos y sus costumbres francesas. Tras su muerte en 1568, contrajo matrimonio con su sobrina Ana de Austria, más tranquila. El embajador veneciano Badoero contaba que visitaba a la reina tres veces al día antes de trabajar. La muerte de Ana en 1580 durante la epidemia de gripe dejó deprimido a Felipe II, que decidió no volver a casarse y permanecer viudo los últimos 18 años de su vida.

Visión amplia

También fue padre. Kamen se apoya en el epistolario privado dirigido a sus hijas, las infantas Isabel Clara Eugenia y Catalina Micaela, redactado durante su estancia en Portugal (1581-1583), para desvelar su ternura paternal. En estas cartas no hay recomendaciones ni monsergas, sino cuenta a sus descendientes sus sentimientos al ver el Támesis, por ejemplo, o al escuchar el canto de los ruiseñores, o al sufrir las travesuras de los animales domésticos. Felipe II intentó que sus hijas le vieran como un ser humano corriente. Pero la familia no fueron solo ellas. También está la acusación de filicidio, es decir, de matar a su hermano Carlos. Kamen desmonta el mito apoyándose en informes médicos y diplomáticos de la época. Al parecer, Carlos tenía un problema de salud mental que se agravó por un traumatismo craneal sufrido en Alcalá en 1561, lo que le volvió violento. Felipe II ordenó su reclusión en el Alcázar de Madrid en enero de 1568. Fue entonces cuando Carlos emprendió conductas autodestructivas que le causaron la muerte en julio de 1568. Su fallecimiento sumió al rey, escribe Kamen, en un abatimiento profundo.

La visión amplia de la vida que describía al principio se completaba con su gusto por la cultura y la ciencia. Kamen presenta a Felipe II como el coleccionista y patrocinador de arte más relevante de su época en Europa. Su pasión por la pintura le llevó a formar una colección inigualable, destacando su predilección por las obras mitológicas y religiosas de Tiziano y por la sátira moral e imaginativa de El Bosco. El gran proyecto de su vida, el Real Monasterio de San Lorenzo del Escorial, es analizado por Kamen como una síntesis de espiritualidad, humanismo y arquitectura neoclásica. En el ámbito bibliófilo, Felipe II mandó constituir la célebre biblioteca escurialense, reuniendo más de 4.000 volúmenes impresos y manuscritos raros en griego, latín, hebreo y árabe procedentes de toda Europa. Kamen señala que rescató libros prohibidos por la Inquisición con el objetivo de salvaguardar el saber. También fue un «ecologista» o «naturalista», porque diseñó personalmente los jardines e infraestructuras hidráulicas de Aranjuez, Valsaín –hoy en ruinas– y El Escorial, importando miles de árboles, plantas ornamentales y frutales de Europa y América. Promovió asimismo las mayores empresas científicas del siglo XVI, como la célebre expedición botánica y médica de Francisco Hernández a Nueva España (1570-1577) o las «Relaciones Topográficas» (1575 y 1581) de los pueblos de Castilla.

Kamen también desmonta la idea del rey burócrata. Era lógico que, ante un Imperio donde no se ponía el Sol, Felipe II dedicara el día a despachar asuntos. Su ritmo lento, dice el hispanista, se debía a que prefería el documento a las audiencias, y de este modo tomar decisiones con cautela. Igualmente, deshace el mito del rey fanático. Si bien Felipe II se consideraba un humilde servidor de la fe católica y promovió con ímpetu la aplicación de los decretos del Concilio de Trento, tuvo muchos enfrentamientos con el Papado: bloqueó bulas pontificias y envió tropas a suelo italiano cuando los intereses de España se vieron amenazados.

Respecto a la Inquisición, la obra de Kamen subraya que las medidas más severas de Felipe II no se dirigieron contra la herejía, sino contra la rebelión política que amenazaba la paz y el orden público, como ocurrió en el levantamiento de las Alpujarras o la revuelta de Flandes. Esta tensión fue evidente en el asunto del traidor Antonio Pérez, su secretario personal, que vendió secretos de Estado a Inglaterra. El escándalo culminó en las alteraciones de Aragón de 1591 y la ejecución de Juan de Lanuza, el Justicia Mayor. Kamen cuenta que el rey buscó encauzar sus actuaciones dentro de la ley y respetó los fueros aragoneses en las Cortes de Tarazona de 1592. El tramo final del libro analiza el ocaso del reinado, desde la anexión de la Corona de Portugal y su vasto imperio ultramarino en 1580. Esto no evitó el desastre de la Gran Armada en 1588. Kamen destaca que el rey no se enfureció, sino que lo vivió con resignación cristiana. Después llegaron los ataques ingleses a costas españolas y la bancarrota financiera.

Esa entereza asombrosa, cuenta el hispanista, se mostró en la enfermedad terminal que padecería durante los últimos meses de su vida. Tuvo un cuadro agudo de gota, artrosis e hidropesía. Agonizó de forma muy dolorosa durante 53 días. Tras despedirse de sus hijos y recibir la extremaunción contemplando el mismo crucifijo que sostuvo su padre en Yuste, falleció al amanecer del 13 de septiembre de 1598.

Henry Kamen logra en esta biografía mostrar el lado más humano del emperador Felipe II con una prosa amena, sin presentismos ni reivindicaciones, sino mostrando al personaje en su entorno. No se basa en relatos, sino en documentos, como un historiador serio que quiere aumentar nuestro conocimiento, no engordar un relato. Al colocar el foco en las emociones, las debilidades humanas, las pasiones estéticas y los dilemas éticos del monarca, Kamen ofrece una visión renovada, profunda y eminentemente humana del rey español. Esperemos que en 2027 se celebre con el respeto y consideración que merece el quinto centenario del nacimiento de Felipe II, al que este volumen contribuye.

  • Lo mejor: La humanización de Felipe II: refleja muy bien su faceta como hijo y padre, así como su faceta sentimental
  • Lo peor: Nada tienen de criticable estas páginas que se traducen en un monumental estudio biográfico

© EUROPAPRESS

MADRID.-Madrid busca una ubicación para el monumento de Felipe II: "Hasta el Perro Paco o la Abuela Rockera tienen estatua"

La esperanza, de deseado paraíso celestial a un simple producto de autoayuda con Mathieu Bélisle

24 October 2026 at 00:11

Se sabe: según el mito, Pandora abrió la caja que no debía abrir, y salieron todos los males y las desgracias que la humanidad nunca había conocido pero, en el fondo de la caja, quedó ella, Elpis, la esperanza, una diosa pequeña que, como se dice habitualmente, es lo último que se pierde. ¿Pero qué es, en el fondo, la esperanza? ¿Una de las tres virtudes teologales junto con la fe y el amor, como apuntó san Pablo? ¿O acaso aquello que, como escribió Borges, nunca es vano? En cualquier caso, fue para saber en qué consiste la esperanza que Mathieu Bélisle (Québec, 1976) escribió este pequeño y amable ensayo titulado, precisamente, «Breve historia de la esperanza», en el que recorre los diversos sentidos que se le han dado a este concepto a través de los siglos pero que, no obstante, permanece en su raíz esencial: no se trata de un optimismo ingenuo ni de una fe ciega sino de una actitud existencial y ética que se construye, señala el autor, «en un diálogo constante».

Experiencia cotidiana

El libro nació a partir de una experiencia cotidiana. Durante un verano marcado por los incendios forestales y el colapso climático, un amigo, en casa del autor y ebrio, les dijo a sus hijas: «Niñas, el mundo va a arder, ¡todo va a arder!», lo cual llevó a que una de las ellas, antes de dormir, le preguntara a su padre si era verdad eso. Como respuesta, Bélisle escribió el libro. Así, a través de un recorrido de episodios clave (desde el descubrimiento del fuego hasta el Holocausto o la orquesta del Titanic), el autor analiza la evolución de este concepto (la esperanza planteada como un deseo de un paraíso celestial, como meta colectiva en un horizonte plenamente humano y político o como algo más bien privado y ligado a lo personal) hasta llegar al tiempo actual, donde la esperanza se ofrece más bien como un simple producto de autoayuda o un bienestar individual. El resultado es un libro ameno, genuino y profundo, que sugiere que la forma más verdadera de esperanza aparece cuando se supera su contrario: la desesperación. En ese sentido, para Bélisle, la esperanza no consiste en negar el deterioro, sino en encontrar el compromiso para seguir adelante porque, ya se sabe: la esperanza es lo último que se pierde.

10/10

Lo mejor: Hace un recorrido filosófico e histórico sobre cómo la humanidad concibió en cada tiempo la esperanza

Lo peor: No se puede decir nada negativo de un libro que, en estos tiempos inciertos, resulta sumamente necesario

© La Razón

Mathieu Bélisle

Responsable, salvaje, modesto, soberbio, sociable, retraído: vida y obra del gran Álvaro Pombo

24 October 2026 at 00:09

Álvaro Pombo (Santander, 1939), Premio Cervantes 2024, es ya un clásico de la literatura española contemporánea. Su narrativa, de fuerte carácter autobiográfico, se caracteriza por el protagonismo de los dilemas morales, el penetrante retrato de los personajes, un estilo de coloquial oralidad, la irónica crítica de prejuicios sociales, una tolerante bonhomía hacia todo lo humano y, procedente de su formación filosófica, un sentido racionalista de la realidad. Precisamente porque su vida y su obra se hallan profundamente relacionadas se precisaba una documentada e íntegra biografía como «Donde Álvaro Pombo. Una enumeración incompleta», de Mario Crespo López (Santander, 1975). Con un tono ágil y desenfadado, lejos de cualquier rígido academicismo, este detallado recorrido vital es también un minucioso examen crítico de una extensa y excelente trayectoria literaria.

Su deriva política

Se muestra con acierto la contradictoria intimidad de nuestro escritor: «Álvaro puede ser al tiempo ordenado y desordenado, responsable y salvaje, de buenas maneras y de buen corazón, así como colérico, soberbio e impaciente, tan sociable como retraído, tan introvertido como exultante, tan exigente y tenaz como grato y amable en la pequeña distancia». En constante conexión con su literatura, se van desgranando las principales referencias biográficas: el irónico rechazo, un punto entrañable también, de su pertenencia a una aristocrática burguesía provinciana; el enfrentamiento, dada su homosexualidad, a discriminantes prejuicios sociales; la liberadora estancia en Inglaterra entre 1966 y 1977, que marcaría profundamente su formación intelectual; su deriva política dentro de una clara convicción liberal; la inmersión en los valores del cristianismo; y el premiado reconocimiento de su literatura, ampliamente admirada por crítica y público; sin olvidar la alusión a sus persistentes y ambiciosas relecturas, como «Ser y tiempo», de Heidegger, y «El ser y la nada», de Sartre. Con un exhaustivo manejo de la bibliografía especializada e inteligente complicidad con el biografiado, este libro resulta imprescindible para el conocimiento profundo de este gran escritor.

9/10

Lo mejor: El minucioso detallismo con el que se encara la vida del biografiado a su tan excelente producción literaria

Lo peor: Ninguna objeción, se trata de un libro de muy rigurosa estructura crítica, documental y también investigadora

© EUROPAPRESS

Álvaro Pombo ha cultivado una extensa trayectoria literaria

Babilonia: la biografía de una ciudad legendaria

24 October 2026 at 00:08

Pocas ciudades de la Antigüedad han dejado una huella tan profunda en la imaginación occidental como Babilonia. Su nombre permanece asociado a la Torre de Babel, los Jardines Colgantes, el poder de Nabucodonosor y los relatos bíblicos que la convirtieron en emblema de la opulencia y la corrupción. Esa persistencia cultural resulta especialmente llamativa si consideramos que la ciudad perdió hace siglos su importancia política y terminó convertida en ruinas. ¿Cómo fue realmente aquella metrópolis que llegó a dominar Mesopotamia y cuya fama sobrevivió a la desaparición de sus instituciones, sus habitantes y buena parte de sus monumentos? El historiador británico Lloyd Llewellyn-Jones, aborda esta cuestión en «Babilonia. La biografía de una metrópolis», un extenso estudio que recupera más de dos mil años de acontecimientos y propone examinar la ciudad como una realidad histórica en permanente transformación.

Autor de «Los persas» y «Las Cleopatras», además de asesor histórico en películas, Llewellyn-Jones ha dedicado buena parte de su trayectoria a revisar las imágenes heredadas de las civilizaciones antiguas, especialmente aquellas construidas a partir de testimonios extranjeros o tradiciones posteriores. En esta ocasión, el objeto de estudio es una ciudad cuya historia resulta inseparable de las interpretaciones que otros pueblos hicieron de ella. En este sentido, la perspectiva elegida tiene una particularidad: el protagonista del libro es el espacio urbano, entendido como escenario de sucesivas experiencias políticas, religiosas y humanas. Por sus páginas desfilan gobernantes, conquistadores, sacerdotes, comerciantes y trabajadores, pero todos participan de una historia que excede sus respectivas biografías. La ciudad cambia de manos, modifica sus instituciones, reconstruye sus templos y absorbe nuevas poblaciones, mientras conserva una identidad reconocible incluso durante los períodos en que pierde su independencia.

El estudio comienza en el territorio situado entre el Tigris y el Éufrates, donde las condiciones naturales favorecieron el desarrollo de algunas de las primeras sociedades urbanas. La agricultura dependía de una compleja organización hidráulica, y la disponibilidad de arcilla permitió desarrollar técnicas constructivas que marcaron profundamente la arquitectura mesopotámica. Babilonia surgió como una población relativamente modesta, subordinada durante sus primeros siglos a centros políticos más importantes, hasta que la llegada de los amorreos y la consolidación de nuevas dinastías impulsaron su crecimiento.

Su influencia cultural fue mucho más extensa y duradera que su dominio territorial

Llewellyn-Jones sigue este proceso atendiendo a las transformaciones económicas y militares que hicieron posible el ascenso de la ciudad, cuyo primer gran momento de expansión llegó durante el reinado de Hammurabi, en el siglo XVIII antes de Cristo. Su célebre código legal ofrece al historiador una oportunidad para examinar las relaciones entre las disposiciones escritas y las prácticas jurídicas efectivas, pues los documentos conservados muestran que numerosos litigios se resolvían mediante acuerdos al margen de las fórmulas solemnes grabadas en piedra.

Las azoteas nocturnas

Esta atención al significado de las fuentes constituye uno de los principales intereses del libro. Las inscripciones reales, las tablillas administrativas, las cartas diplomáticas y los testimonios literarios permiten reconstruir aspectos diferentes de una misma sociedad, aunque cada documento responde a circunstancias e intenciones particulares. Los reyes procuraban perpetuar sus victorias y presentar sus decisiones como expresiones de la voluntad divina; los registros comerciales, en cambio, conservan información sobre intercambios, propiedades y obligaciones económicas. El historiador debe relacionar esos materiales para comprender tanto las estructuras del poder como el funcionamiento ordinario de la ciudad. La abundancia de testimonios escritos en acadio, conservados sobre tablillas de arcilla, proporciona una documentación excepcional, cuya lectura permite acercarse a situaciones que raramente aparecen en las narraciones de conquistas y sucesiones dinásticas.

Llewellyn-Jones aprovecha ese patrimonio documental para introducir al lector en la vida de los habitantes de Babilonia. Las viviendas se organizaban alrededor de patios interiores, las familias utilizaban las azoteas para dormir durante las noches calurosas y la cerveza de cebada constituía un alimento habitual. Las relaciones familiares estaban reguladas por obligaciones económicas y jurídicas, mientras que el matrimonio, la descendencia y la transmisión de los bienes ocupaban un lugar fundamental en la organización social. El autor examina también las prácticas sexuales, la medicina, la educación de los escribas y las creencias relacionadas con la muerte. Los difuntos podían ser enterrados bajo las propias viviendas y recibían ofrendas periódicas destinadas a mantener los vínculos familiares más allá de la existencia terrenal. La amplitud de estos asuntos permite observar una sociedad compleja, con diferencias de clase y género, conocimientos especializados y formas de convivencia que resultan difíciles de reducir a las categorías morales transmitidas por sus adversarios.

Entre los testimonios arqueológicos recogidos en la investigación destaca el caso de Zabina, un trabajador que dejó su nombre escrito en arameo sobre uno de los ladrillos fabricados durante el reinado de Nabucodonosor II. La inscripción constituye una excepción frente a los millones de piezas marcadas con el nombre del soberano y permite reconocer la presencia de poblaciones diversas en las grandes obras de construcción. Otro ladrillo conserva la huella accidental de un perro que caminó sobre la arcilla todavía húmeda. Son detalles menores en apariencia, pero reveladores de las posibilidades de la investigación arqueológica, capaz de recuperar aspectos de la experiencia humana que escaparon a los propósitos de quienes redactaron las crónicas oficiales. Estas pequeñas evidencias conviven en el libro con la historia de las grandes dinastías y contribuyen a restituir la dimensión material de una civilización frecuentemente contemplada a través de sus monumentos.

La religión ocupa asimismo un lugar decisivo en la reconstrucción histórica. El culto a Marduk, inicialmente una divinidad local, adquirió una importancia creciente conforme Babilonia extendía su poder sobre Mesopotamia. Las ceremonias religiosas legitimaban la autoridad de los monarcas y vinculaban la prosperidad de la ciudad con el mantenimiento del orden divino. La estatua del dios podía convertirse en objeto de disputa durante las guerras, y su recuperación después de una conquista representaba un acontecimiento de enorme trascendencia política. Este universo de creencias ayuda a comprender la función de los grandes templos y del zigurat Etemenanki, cuya estructura se relaciona con la tradición de la Torre de Babel. El estudio permite distinguir las características conocidas del edificio de las interpretaciones posteriores, particularmente la narración bíblica que transformó aquella construcción en una explicación del origen de la diversidad de las lenguas.

Pocos lugares de la Antigüedad han dejado una huella tan profunda en el imaginario común

El recorrido político alcanza uno de sus momentos centrales con Nabucodonosor II, bajo cuyo gobierno Babilonia experimentó una extraordinaria expansión territorial y arquitectónica. La Puerta de Ishtar, la Vía Procesional y las grandes construcciones religiosas expresaban la riqueza y la autoridad de una capital que recibía mercancías y poblaciones procedentes de distintos territorios. El esplendor urbano tuvo como contrapartida una política militar que incluyó asedios, destrucciones y deportaciones masivas. La conquista de Jerusalén y el exilio de parte de su población contribuyeron decisivamente a configurar la imagen de Babilonia en la tradición hebrea. Llewellyn-Jones incorpora estos acontecimientos a una interpretación más amplia del funcionamiento imperial y de las relaciones entre comunidades, sin perder de vista la importancia que aquellos episodios adquirieron en la memoria religiosa de Occidente.

La última parte del libro sigue las transformaciones que condujeron al declive de la metrópolis. La conquista persa de 539 antes de Cristo terminó con su independencia, aunque la ciudad mantuvo durante algún tiempo su relevancia económica y ceremonial. Alejandro Magno entró en ella en 331 antes de Cristo, respetó sus tradiciones religiosas y contempló la posibilidad de convertirla en uno de los grandes centros de su imperio. Su muerte en Babilonia, ocho años después, abrió una nueva etapa de disputas políticas, mientras que la posterior fundación de Seleucia desplazó progresivamente población y recursos hacia otra capital. La antigua ciudad perdió importancia hasta convertirse en un lugar de ruinas, aunque su cultura escrita sobrevivió durante varios siglos. El contraste entre su desaparición material y la extraordinaria permanencia de su nombre constituye uno de los aspectos más sugerentes de esta larga historia.

Un gran trabajo, en definitiva, esta «Babilonia», que entre sus muchas virtudes tiene la voluntad de reunir materiales históricos de naturaleza muy distinta dentro de un relato accesible. La sucesión de gobernantes y conflictos militares conserva un peso considerable, pero los capítulos dedicados a las costumbres, las creencias y las relaciones sociales permiten comprender las condiciones en que se desarrollaron aquellos acontecimientos. Así, Llewellyn-Jones presenta una civilización cuya influencia cultural fue mucho más extensa y duradera que su dominio territorial, y cuya memoria quedó condicionada por las narraciones de otros pueblos. Al recuperar sus propias fuentes, el historiador devuelve profundidad a una ciudad que durante siglos ha sido conocida principalmente a través de sus leyendas y ofrece una historia de Babilonia que permite comprender cómo se construye y transmite el recuerdo del mundo antiguo.

© La Razón

Reproducción de la Puerta de Ishtar de Babilonia, ya que la original se encuentra en el Museo de Pérgamo en Alemania

De Almodóvar a Binoche, artistas suman voces en apoyo a Lula

24 October 2026 at 00:35

Brasilia, 23 oct (Prensa Latina) Figuras del cine y la música de Brasil y otros países divulgaron hoy un video de apoyo al presidente Luiz Inácio Lula da Silva, con llamados a defender la democracia y el medio ambiente, antes del balotaje del domingo.

The post De Almodóvar a Binoche, artistas suman voces en apoyo a Lula first appeared on Noticias Prensa Latina.

❌