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Violenze a Milano, Crosetto gela Salvini: “Inutile annunciare militari in più, devono poter agire come forze di polizia”

“È facile annunciare militari in più senza nemmeno affrontare il problema di cosa dovranno fare e come potranno farlo”. Con un post su X, Guido Crosetto dà la linea sul decreto-legge allo studio del governo per reagire alle violenze di piazza a Milano. Nel provvedimento, che sarà approvato martedì in Consiglio dei ministri, è previsto un potenziamento dell’operazione “Strade Sicure”: il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini ha annunciato trionfante l’arrivo di “cinquecento militari in più per difendere Milano”. Ma il ministro della Difesa manifesta scetticismo: “Perché abbia un senso”, sottolinea, “abbiamo necessità che domani il Cdm approvi delle norme che consentano loro di poter agire come le forze di polizia, solo nel tempo necessario per dare supporto a Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza (cioè tre mesi), di fronte a fenomeni come quelli cui abbiamo assistito”.

Già nelle ore precedenti, dal governo trapelava l’ipotesi di riconoscere ai militari le funzioni di polizia giudiziaria: una misura a cui sta lavorando lo stesso Crosetto insieme al sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago (Forza Italia). Nel decreto-legge potrebbero confluire alcune misure già contenute nel ddl sulla sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri a luglio e ora all’esame del Senato: tra queste, l’estensione del fermo preventivo ai minorenni e con una durata oltre le 12 ore, l’arresto in flagranza differita per chi si rende responsabile di danneggiamenti di gruppo e il divieto di aggregazione per persone ritenute pericolose per l’ordine pubblico.

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Trump: “Anche in Italia le proteste hanno a che fare con l’immigrazione. Se l’Europa non chiude i confini è finita”

“Come in Francia anche in Italia le proteste hanno a che fare con l’immigrazione“. Anche Donald Trump ha detto la sua su quanto sta accadendo in Europa, con varie proteste tra Francia e Italia per il caro vita. Lo ha detto parlando con i giornalisti alla Casa Bianca. “Francia e Italia sono paesi peggiori di quello che erano”, ha aggiunto. “Se l’Europa non chiude i confini è finita”, ha detto ancora il tycoon, ponendo l’accento su quanto accaduto a Milano lo scorso weekend, con diversi negozi devastati e saccheggiati, con le violenze che hanno riguardato soprattutto la zona di Piazza Duomo e dintorni. “È una polveriera pronta a esplodere, è molto triste per me assistervi – ha detto ancora Trump – Noi abbiamo chiuso le frontiere, non entra nessuno e stiamo facendo uscire tutte queste persone. Tutti quelli che sono entrati illegalmente se ne stanno andando“.

I numeri degli interventi di polizia in Italia dell’ultimo fine settimana comprendono 32 arrestati, di cui 13 stranieri e 23 minorenni, e 28 denunciati, tra i quali 15 stranieri e 23 minorenni. Per 174 delle persone accompagnate in Questura è scattato invece il fermo di prevenzione di polizia, introdotto dal decreto sicurezza del 2026, all’articolo 11 bis. Un quadro che riporta al centro il tema della partecipazione di giovanissimi agli episodi di violenza e delle difficoltà nel contenere gruppi mobili e frammentati. La procura di Milano ha chiesto il carcere per sei maggiorenni devastazione e resistenza aggravata per le violenze di sabato, stessa richiesta per altri cinque maggiorenni per quanto avvenuto domenica.

In Francia, invece, sono 2.513 i fermi di polizia effettuati in Francia dall’inizio delle proteste degenerate in caos e devastazioni questo fine settimane, 67 le persone incarcerate: è quanto ha riferito in serata il ministro francese della Giustizia, Gérald Darmanin, intervistato da TF1. Il Guardasigilli ha inoltre annunciato di aver inviato “una direttiva a tutte le procure di Francia, chiedendo di procedere con una qualificazione giuridica legata alla criminalità organizzata”. Ciò consentirà, in particolare, di estendere la durata dei fermi da 48 a 72 ore e di ricorrere a strumenti quali la geolocalizzazione e le intercettazioni telefoniche: questo permetterà di stabilire “dove si trovavano le persone nel momento in cui venivano saccheggiati i negozi o attaccate le sedi municipali”.

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Disordini in Francia, da stasera nelle città scatta il coprifuoco notturno per prevenire le azioni dei casseur

Dopo il caos e i saccheggi di sabato sera, scattano i primi coprifuoco in Francia. A Parigi il divieto di circolare entra in vigore questa sera, dalle 23 e fino alle 6 di domani mattina, in place de la République e nel quartiere centralissimo di Les Halles, comprese alcune sezioni della rue Rambuteau e del boulevard Sébastopol, ed è valido per tutti, minorenni e maggiorenni (a eccezione dei residenti). Nelle stesse zone è scattato dalle 20 anche il divieto di radunarsi e di manifestare. “La sicurezza di tutti rende necessarie queste misure per ristabilire l’ordine pubblico, gravemente compromesso da una minoranza di delinquenti”, ha scritto in un comunicato la prefettura di Parigi. Nella capitale è stato per primo il socialista Ariel Weil, sindaco di Paris Centre, che comprende i primi quattro arrondissement, dove molti negozi sono stati saccheggiati, a chiedere l’introduzione della misura: “Neppure all’apice dei gilet gialli avevamo conosciuto distruzioni simili in un solo fine settimana”, ha detto a BFM Tv.

Sin da domenica, Weil ha evocato anche la possibilità di ricorrere all’esercito in rinforzo alle forze dell’ordine. A Nizza è stato disposto un coprifuoco per i minorenni dalle 21 alle 6 nel centro storico e fino alla Gare du Sud. A Lione il divieto è in vigore dalle 21 di questa sera alle 6 di mattina in tutto il centro storico, nel quartiere del municipio a nord, e nella place Carnot a sud. Nel nord della Francia, dei coprifuoco “parziali” dalle 20 alle 6 sono previsti a Lille e nei comuni di Douai, Denain e Wattignies. A Lille la misura riguarda solo i minorenni. Anche a Coulaines, vicino a Le Mans, il sindaco ps Christophe Rouillon ha annunciato restrizioni dalle 23 per i minorenni che escono da soli. La stretta arriva dopo la mobilitazione di sabato per il caro vita indetta da movimenti di gilet gialli e a sostegno della protesta dei liceali per il diritto allo studio uguale per tutti, che ha portato nelle strade in tutta la Francia tra 500mila e 800mila persone, ma anche decine di gruppi organizzati di black bloc.

Scene di guerriglia urbana, devastazioni, incendi e saccheggi si sono consumate per tutta la notte a Parigi e in diverse altre città. Gli ultimi dati ufficiali indicano 2.513 fermi – di cui 67 arresti – e oltre 3.000 negozi saccheggiati. Il premier Sébastien Lecornu ha spiegato che le misure, concordate tra i prefetti e i sindaci, resteranno circoscritte e limitate nel tempo e sono soprattutto destinate a proteggere i negozi. Parigi non esclude neanche che possa essere decretato lo stato d’emergenza, in certi casi già reclamato da personalità politiche e sindaci. Degli aiuti sono sbloccati per i commercianti colpiti, tra cui la cassa integrazione e l’accesso ad un fondo di sostegno specifico. Stamattina il ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, le cui dimissioni sono state respinte dal presidente Macron, ha riconosciuto che le forze dell’ordine non hanno saputo anticipare la portata della mobilitazione e che in alcune città gli effettivi inviati sul posto non erano sufficienti. “Abbiamo incontestabilmente fallito”, ha dichiarato da parte sua il ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, riconoscendo gravi falle nei servizi d’intelligence interni.

Il governo è sotto pressione. Il Senato ha annunciato una missione d’informazione per fare luce sugli errori di preparazione del dispositivo di sicurezza e accertare le responsabilità dei fatti. Finora né le rivendicazioni sul carovita né quelle dei liceali sulla scuola hanno ricevuto risposte concrete. Dopo l’intervento di domenica sera in tv di Macron, che ha assicurato fermezza contro i casseur e fatto promesse, senza di fatto annunciare nessuna misura immediata, i sindacati degli studenti hanno deciso di continuare la protesta. Diverse università sono rimaste chiuse anche oggi e alcuni studenti hanno bloccato simbolicamente l’ingresso del Louvre. Circola la data di giovedì 22 per nuove iniziative degli studenti. I movimenti di gilet gialli hanno annunciato l’“atto II” della mobilitazione per sabato prossimo, 24 ottobre. Molte azioni si stanno già preparando sui social in diverse città. La stretta sulla sicurezza non convince. L’ecologista Marine Tondelier ritiene che l’introduzione del coprifuoco avrà “conseguenze pesanti”. Il sindacato Cgt ha denunciato la “strategia del caos” del governo. Anche la Commissione Ue è intervenuta per difendere il “diritto a manifestare pacificamente”.

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Marracash sulle proteste a Milano: “Aspettavo questa reazione da tempo, siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose”

Uno per le proteste e le devastazioni al centro di Milano tra sabato e domenica, l’altro per le proteste contro il caro carburanti in Puglia. Anche Marracash e Kid Yugi scendono in campo in giorni di tensione in Italia, tra le manifestazioni nel sud Italia e quelle per il caro vita al nord. “Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose“. È il finale di un post su Instagram di Marracash, che si è schierato a proposito delle devastazioni nel centro di Milano di sabato e domenica. “Non ho mai creduto nella protesta attraverso i social, l’ho sempre trovata troppo facile, cheap, non costa niente. Certo, rispetto chiunque cerchi di far sentire la propria voce con ogni mezzo, ma dal canto mio ho sempre creduto che l’impegno e l’autorevolezza si dimostrino e guadagnino nel tempo. Attraverso le nostre scelte, la nostra etica, il nostro lavoro, oltre ovviamente a ciò che diciamo e facciamo tutti i giorni, non solo in una storia o un post nei momenti critici“, ha scritto il rapper milanese.

Marracash ha poi proseguito: “Semplicemente questo non è il mio canale preferito. Lo sono i testi, la musica, i concerti, le interviste. I social per me sono un ufficio stampa. Chi mi conosce sa bene da che parte sto. Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita. Ecco da che parte sto”, ha aggiunto. “Un anno fa da un palco dicevo che il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il proprio. Due anni fa pubblicavo un disco catastrofista già dal titolo. Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose“, ha concluso il rapper.

Dopo una serie di commenti di critiche e indignazione, Marracash ha commentato il suo stesso post scrivendo: “A tutti gli indignati sotto questo post, io dico queste cose da sempre, dalle prime canzoni. Cambiate artista. La violenza va condannata ma anche quando la polizia manganella gli studenti, quando ci sono i caschi senza numero di matricola, lo scudo penale. Per una generazione senza futuro, che studia per niente, distrutta dagli psicofarmaci, messa ai margini davanti a una vetrina di status symbol che non avrà mai e il mantra che sei quello che hai e cioè niente. Esistono molte forme di violenza”.

Francesco Stasi – in arte Kid Yugi -, invece, ha parlato della “sua” Puglia, dove negli ultimi giorni ci sono state diverse proteste per il caro carburanti: “Sono appena rientrato a Massafra e mi è stato riferito per filo e per segno tutto quello che è successo in questi giorni. Strade bloccate, supermercati vuoti, stazioni di benzina senza neppure una goccia di carburante, file interminabili di camionisti e agricoltori che chiedevano in ginocchio tutele che gli son state negate e la dignità di cui sono stati privati. Tutto questo nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni e dei media tradizionali. Lo stato italiano è ormai uno stato fallito. Il patto sociale è stato infranto”, ha spiegato il rapper.

Poi la conclusione del suo pensiero nella storia Instagram: “La classe politica non è più serva del popolo (premettendo ingenuamente che lo sia mai stata, ma in questo momento più che mai la contraddizione è lapalissiana) bensì è prostituita a tutti i poteri sovranazionali che la finanziano e la manovrano. Mi fate schifo, la mia gente non merita questo, la Puglia non merita questo, il meridione non merita questo. Però so che prima o poi scoprirete cosa meritate voi, e sarà troppo tardi per fare ammenda“.

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Milano, il presidio del centrodestra finisce a schiaffi. Uno dei partecipanti colpisce un contestatore: “Torna nel deserto”

Il presidio del centrodestra unito contro “maranza e centri sociali” finisce a schiaffi. Verso le 18 in piazza San Carlo iniziano a radunarsi gli esponenti di Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi Moderati. Reggono uno striscione “Maranza e centri sociali: pene esemplari per questi criminali”. C’è il presidente del Senato Ignazio La Russa, l’eurodeputata Letizia Moratti e la candidata sindaca leghista Silvia Sardone che posa dietro allo striscione dei giovani leghisti: “Vi remigreremo tutti”. Ed è proprio quando viene srotolato lo striscione che un gruppetto di ragazzi che passano da lì inizia a contestare il presidio: “Voglio proprio vedere quando rimarranno qua solo i maranza italiani – dice un ragazzo – perché i maranza non sono solo arabi, ma anche italiani. e chi dice nulla per loro”. La risposta di alcuni dei presidianti non tarda ad arrivare: “Torna nel deserto, lavati”. Il gruppo viene portato lontano dalla polizia e la tensione sale. Il presidente del Senato La Russa lascia la piazza scortato e dice ai contestatori: “Andate via, occhio che vi menano”. I contestatori rispondono dandogli del “burattinaio”. E poco dopo uno dei partecipanti al presidio tira uno schiaffo e aggredisce i contestatori.

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Stalking al cronista del Fatto Vincenzo Iurillo, le motivazioni della condanna di Langellotto: “Il racconto della vittima è coerente, preciso, senza contraddizioni”

Il racconto nelle denunce e in aula della vittima, Vincenzo Iurillo, è stato ritenuto “coerente, preciso e privo di contraddizioni tali da minarne l’attendibilità”. E’ scritto a pagina 24 delle motivazioni con cui il giudice di Torre Annunziata Adele Marano ha condannato in primo grado l’imprenditore edile Salvatore Langellotto a due anni e otto mesi per atti persecutori ai danni del giornalista di giudiziaria del ‘Fatto quotidiano’, che si è costituito parte civile attraverso l’avvocato Salvatore Pinto. La condanna riguarda anche l’aggressione al presidente del Wwf costiero Claudio d’Esposito, (difeso come parte civile dall’avvocato Johnny Pollio), avvenuta a fine marzo 2023. D’Esposito fu picchiato fino alla frattura di una costola all’interno di un condominio di Sant’Agnello (Napoli): la vendetta per una vecchia denuncia, che impedì alle imprese della famiglia Langellotto la illegittima realizzazione di 252 box interrati in un ex agrumeto di Sorrento.

Iurillo iniziò a scrivere di queste vicende, peraltro ricordate a marzo scorso nella relazione della commissione d’accesso di Sorrento, nella parte che evoca i rapporti societari tra Langellotto e l’ex sindaco di Sorrento Giuseppe Cuomo, già consigliere per il paesaggio del ministro Gennaro Sangiuliano, e che si concludeva con la richiesta di scioglimento per camorra (rigettata dal Viminale).

Per questa ragione, anche il giornalista divenne bersaglio dell’uomo già condannato per concorso esterno in associazione camorristica, finito in carcere nel 2015 e liberato nel 2019. Ora Langellotto è di nuovo detenuto, per un cumulo di condanne per bancarotta.

I due reati – gli atti persecutori a Iurillo e le lesioni a d’Esposito – sono stati ritenuti uniti dal vincolo della continuazione. Al termine delle 27 pagine di motivazioni, depositate il 14 ottobre, il giudice ha calcolato la condanna partendo dal reato più grave, lo stalking, e ha riconosciuto le attenuanti generiche “per meglio adeguare il disvalore del fatto alla pena”. Il pm Antonio Barba e il procuratore Nunzio Fragliasso avevano chiesto cinque anni.

La sentenza – per la quale l’imprenditore può proporre ricorso – ricostruisce le “condotte moleste e le minacce” di Langellotto al nostro cronista a partire dal 9 aprile 2023 fino al 20 gennaio 2024. Comprese quelle mandate in onda e fuori onda per un servizio delle Iene (Gulio Golia ha testimoniato al processo). La dottoressa Marano evidenzia che Iurillo “non ha enfatizzato indiscriminatamente ogni contatto con l’imputato: ha anzi chiarito che il primo episodio, isolatamente considerato, non lo indusse a proporre querela, poiché confidava che non avrebbe avuto seguito. Tale precisazione depone per la genuinità della narrazione, e spiega come la portata intimidatoria sia stata percepita pienamente soltanto con il ripetersi e il progressivo aggravarsi delle condotte”.

Più episodi, un unico filo conduttore, secondo l’accusa: silenziare il cronista del Fatto. Impedirgli di lavorare, di seguire le inchieste sull’imputato, di continuare a narrare gli sviluppi della benedizione religiosa dei suoi camion davanti alla Chiesa di Sant’Agnello. Il giudice precisa che questo obiettivo non fu raggiunto. “La prosecuzione dell’attività giornalistica non esclude tali eventi (il reato, ndr). Gli articoli pubblicati dopo i fatti dimostrano che Iurillo continuò a esercitare la propria professione, ma non smentiscono né lo stato di ansia nè le cautele adottate”. In quel periodo il giornalista del Fatto dovette cambiare radicalmente le sue abitudini di vita e, su disposizione del commissariato di Ps di Sorrento, comunicare alle forze dell’ordine i suoi spostamenti. La precauzione cessò con l’arresto di Langellotto, avvenuto il 26 gennaio 2024.

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Cestini di frutta e verdura vuoti, frigo senza latte e formaggi, banchi della carne esauriti: le immagini dei supermercati di Napoli

In Campania i primi effetti dello sciopero degli autotrasportatori si cominciano a vedere sugli scaffali vuoti di alcuni supermercati. Già nel weekend a Napoli e in provincia si segnalava la carenza di disponibilità di alcuni generi alimentari, in particolare di frutta e di verdura. Al momento, il problema sembra essere esteso a macchia di leopardo su tutto il territorio regionale, con punti vendita regolarmente riforniti e altri in cui si iniziano invece a vedere intere corsie vuote. La protesta contro il caro gasolio partita dal Sud Italia nei giorni scorsi sta facendo registrare in queste ore difficoltà nella distribuzione delle merci e, anche se è ancora presto per parlare di una vera emergenza, nei prossimi giorni la situazione rischia di peggiorare. Le immagini sono relative a due punti vendita della grande distribuzione in via Medina, a Napoli centro e nel quartiere Vomero.

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Caro carburante, Alemanno cacciato dal presidio di Cerignola: “Non fate passerelle sulla nostra pelle”

Al casello di Cerignola Est, sulla A16, la protesta contro il caro carburante e la crisi dell’agricoltura ha un confine preciso: quello che separa la solidarietà dalla passerella politica. E quando Gianni Alemanno, ex ministro dell’Agricoltura ed esponente di Futuro Nazionale, si presenta al presidio allestito nei pressi della stazione Eni, quel confine diventa una linea invalicabile. Ad accoglierlo non ci sono strette di mano e applausi, ma contestazioni, voci concitate e un invito inequivocabile ad andarsene, rivolto a lui e ai suoi collaboratori. A guidare la protesta è Vincenzo Pinnelli, promotore e leader del presidio cerignolano. Gli agricoltori e gli autotrasportatori sono lì da giorni, con le loro rivendicazioni e una rabbia che non ha bisogno di megafoni per farsi sentire.

“Sapevamo che sarebbero arrivati alcuni politici a fare passerella. Vogliono utilizzare la nostra battaglia per la campagna elettorale, ma i problemi sono altri”, spiega Pinnelli, ricostruendo quanto accaduto. La visita di Alemanno, racconta, era stata preannunciata. “Non ci interessava particolarmente, ma non cacciamo nessuno. Gli accordi, però con tutti, Alemanno compreso, sono chiari: niente dirette televisive e niente conferenze stampa. Quando è arrivato, sono spuntati una decina di microfoni e telecamere, con giornalisti che in dieci giorni di protesta non avevamo mai visto. Ci siamo innervositi e abbiamo reagito“.

Nel confronto, il leader del presidio non ha usato mezzi termini: “A tutti i politici: non marciate sul sangue nostro a venirvi a fare la campagna elettorale. Qui a Cerignola e in tutta la Capitanta non siete ben accetti. Voi non siete nessuno, siete nostri dipendenti“. Una frase che riassume il sentimento di chi, davanti ai costi che divorano i margini delle aziende e a un futuro sempre più incerto, non vuole diventare lo sfondo di una campagna elettorale.

Attorno a lui, altri manifestanti contestano l’ex sindaco di Roma ora nelle fila del generale Vannacci, scandendo parole che suonano come un avvertimento a tutta la politica: “Tu ora vieni perché ci sono le elezioni e pensi agli autotrasportatori – spiega con tono deciso un altro autotrasportatore presente nell’area di servizio di Cerignola – non hai capito che te ne devi andare da qua. Non vi permettiamo di farlo sulla nostra pelle, sulla nostra crisi e sui nostri sacrifici. I comizi fateli dall’altra parte dove siete abituati a ventilare promesse. Qui non vi cacciamo ma non saremo il vostro sfondo per le dirette televisive“.

E il bersaglio, precisa Pinnelli, non è soltanto una parte politica. “Anche le passerelle dentro le sedi di partito, di destra e sinistra, non aiutano la nostra battaglia. A oggi nessuno di quelli che siedono in Parlamento ha saputo dare risposte al settore”. A Cerignola, dunque, il messaggio è bipartisan: la protesta non è in cerca di padrini, ma di soluzioni. E chi arriva per trasformarla in una vetrina rischia di trovare la porta chiusa. Anche se si chiama Gianni Alemanno o Roberto Vannacci.

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Saccheggi a Milano e blocchi al sud: siamo al punto di rottura? Rivedi la diretta di Peter Gomez con Simone Bauducco e Youssef Tabi

“E’ saltato il tappo?” Dopo il dilagare delle proteste, anche dure e violente in molte piazze italiane e in particolare (per due giorni consecutivi) a Milano, il direttore de Ilfattoquotidiano.it Peter Gomez ragiona con il collaboratore Youssef Tabi, autore di diversi pezzi sul Fatto e Millennium su GenZ e seconde generazioni, e – collegato da piazza Duomo – il nostro cronista Simone Bauducco, che ha documentato con immagini e testimonianze quanto accaduto nelle ultime ore.

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Scontri a Milano, Mattarella: “Violenze esplose in modo inatteso da soggetti inediti, occorre un’analisi approfondita”

“Occorre un’analisi intelligente e approfondita” per delle violenze che arrivano da “soggetti inediti“. A dirlo è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella intervenendo sul tema degli scontri e della guerriglia urbana che ha interessato nel weekend, in particolare, la città di Milano. I soggetti inediti sono quei giovani – molti dei quali minorenni, anche 12enni – protagonisti delle devastazioni nel capoluogo lombardo. Il Capo dello Stato affronta l’argomento nel corso del suo intervento all’Assemblea nazionale delle province italiane.

Mattarella ha parlato della necessità di elaborare “un’attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti, condizione quest’ultima che pone interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili”. Presidente della Repubblica che ha espresso anche la sua solidarietà agli agenti: “È un servizio che passa dalla garanzie di sicurezza dei nostri comuni e dei nostri borghi dove ogni violenza è inaccettabile: alle forze dell’ordine va la piena solidarietà”, ha sottolineato.

Mentre il Capo dello Stato parla della necessità di “analisi approfondita” e di “attenta vigilanza”, la seconda carica dello Stato scende invece in piazza. Ignazio La Russa, infatti, ha preso parte a Milano al presidio del centrodestra a sostegno delle forze dell’ordine, dei commercianti danneggiati e dei cittadini. “Chi ci mette il però aizza le piazze” così come “chi liscia il pelo a una protesta violenta e chi non la condanna fino in fondo”, ha dichiarato il presidente del Senato parlando con i giornalisti in piazza San Carlo, a poca distanza dal Duomo. La Russa ha citato anche le frasi Mario Calabresi, candidato sindaco a Milano: “Quando si condanna la violenza non ci vuole nessun però, si condanna la violenza punto”, ha detto l’esponente di Fdi.

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La chiama legge “anti-maranza”, ma la Lega ha difficoltà a definire il termine. Salvini: “Non ne ho idea”. Iezzi: “È chi compie certi tipi di reati” (e cita strage e sfruttamento del lavoro)

Momenti di confusione durante la conferenza stampa della Lega in via Bellerio a Milano per presentare il dettagli della proposta di legge sulla concessione e sulla revoca della cittadinanza. Dopo averla soprannominata legge “anti-maranza” gli esponenti del Carroccio hanno però non poche difficoltà a definire il significato giuridico del termine “maranza“. Rispondendo alla domanda de ilfattoquotidiano.it, il vicepremier Matteo Salvini passa subito la parola al deputato “estensore” della proposta, Igor Iezzi, che parla inizialmente di accezione culturale citando l’ipotesi dell’origine dalla crasi tra “marocchino” e “zanza“.

Mentre il leader della Lega replica con un “non ne ho idea“, Iezzi continua: “Tra gli italiani di seconda generazione molti sono maranza, cioè coloro che compiono dei reati“. Così il deputato del Carroccio elenca una lunga lista di reati che definisce “tipici del maranza“. Un “catalogo” che spazia dall’oltraggio al pubblico ufficiale all’associazione di tipo mafioso, fino all’interruzione di gravidanza non consensuale, sfruttamento del lavoro e strage. Reati che per la Lega dovrebbero portare alla preclusione della cittadinanza e che, ad avviso del partito di Salvini, sono alla base della definizione del termine.

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Meloni “nana borgatara”: bufera per il post di un pm di Roma sulla premier. Lui: “Mi hanno hackerato il profilo”

“La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia”. Il poco elegante post è comparso domenica sera sul profilo Facebook di Alessandro Di Cicco, pm della Procura di Roma, subito dopo l’annuncio della premier di Giorgia Meloni di non voler firmare il decreto sull’aumento delle retribuzioni ai magistrati, imposto da una sentenza del Consiglio di Stato. Un’uscita contro cui si è scagliata in coro la destra con i suoi rappresentanti al Consiglio superiore della magistratura. E anche l’Associazione nazionale magistrati ha preso le distanze”con fermezza”: “Il rispetto istituzionale è il prerequisito di ogni interlocuzione fra magistratura e governo. Per questo riteniamo profondamente inappropriate le parole” del sostituto procuratore, ha affermato in una nota la giunta esecutiva del sindaco delle toghe.

Il magistrato, però, ha negato la paternità del post: “Ho appena presentato una denuncia perché il mio profilo Facebook è stato hackerato. Me ne sono accorto nella serata di ieri, quando ho immediatamente cancellato il post, bloccando il mio profilo e segnalando l’accaduto anche a Meta. Una cosa è non condividere le posizioni della premier, altro è insultare”, ha detto alle agenzie di stampa. Il testo della denuncia, presentata al commissariato del palazzo di Giustizia di Roma, è stato riportato dall’AdnKronos: “In data 19 ottobre 2026 alle ore 12 ricevevo sul mio account personale, avente nome “Di Cicco Alessandro”, della piattaforma social Facebook alcune notifiche riconducibili ad attività non compiute da me su tale piattaforma, pertanto mi rendevo conto che ignoti vi avevano fatto accesso a mia insaputa senza essere autorizzato”.

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Le violenze? È colpa dei vandali! La strada comoda dei benpensanti

di Riccardo Bellardini

In questi giorni mi chiedo spesso quali ragioni, quali moti dell’animo spingano costoro che si scandalizzano ferocemente per i vandali delle grandi proteste giovanili (e non solo giovanili). Le grandi adunate dapprima sviluppatesi in Francia, con il sergente Macron tuonante contro il tentativo di rovesciamento della Repubblica, poi diffusesi anche nel belpaese, principalmente a Milano, dove ormai la guerriglia ha preso la scena, offuscando la protesta. Ed il virus benpensante si fomenta, comincia a replicarsi. Coloro che ne sono fieramente affetti guardano questo ignominioso mondo con espressione assorta, addirittura in certi frangenti compiacente.

Camminano a piedi nudi tra i brandelli umani e le polverose macerie della fu civiltà, quella che nacque dagli orrori novecenteschi (che si diceva: non dovranno più ripetersi). Quelle macerie generate dagli uomini d’onore del politichese, della poesia ripetuta al telegiornale, la promessa sempre riformulata e sempre più affabulante. Costoro magari mangiano di gusto durante i loro pranzi e le loro cene ascoltando tali parole, conferendogli illimitata credibilità, non perché le sposino, magari son d’accordo con chi le contrasta con altra poesia più convincente, ma insomma essi adorano internamente il meccanismo delle vuote poesie, per loro è più accettabile dei danni arrecati dai teppisti nelle strade, infiltrati nei cortei pacifici. Una società che parla solo di spari e bombe, guerra e fuoco, droni intelligenti che più uccidono meglio più sono da sponsorizzare, è per essi una società linda e pulita rispetto a questi malvagi che bruciano tutto e assaltano i corpi di polizia. Una società che normalizza gli abomini a livello internazionale, invertendo i significati come avveniva in 1984 di Orwell è più cullante e meno sovversiva. Questo davvero loro basta, per sentirsi a posto? Sì vuol credere davvero che siam felici di fronte al saccheggio di una vetrina di un negozio di gente che lavora? No, siamo inorriditi.

Ma questo non ci fa perder di vista il senso generale di un moto energico dal basso. Di una voce che comincia a levarsi dalle bocche degli studenti, cittadini del futuro, e dai loro genitori pronti a sostenere le battaglie dei figli. Tale senso invece i benpensanti lo sotterrano sotto la spocchia dell’anti vandalismo. Guardino piuttosto alla loro italietta senza tumulti, alleata con dei criminali di guerra conclamati. Ai loro governanti che ripuliscono la loro indegnità ignorando le istanze del popolo e scagliandosi solo contro le frange violente.

S’indignassero per questa Unione Europea che aspetta solo la scusa buona per avviare una guerra nucleare ripudiando ogni diplomazia. S’indignassero per lo spregio della vita umana portato avanti dai rappresentanti istituzionali dell’Occidente, i quali, a parte lodevoli eccezioni, hanno completamente accantonato la decenza in nome di una retorica guerrafondaia senza precedenti. È per me una strada troppo comoda quella che porta alla squalifica di proteste pacifiche per le azioni violente di alcune frange delinquenziali, decisamente troppo comoda.

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Morta Anna Mellano, 17enne promessa del basket: “Un’altra terribile notizia, in un giorno già tristissimo”. Aveva esordito in Nazionale U15

È morta Anna Mellano, promessa del basket, a soli 17 anni. La giovanissima cestista negli ultimi tempi combatteva contro una malattia. Oggi il decesso, comunicato anche dalla Federazione Italiana Pallacanestro (Fip): “Un’altra terribile notizia, in un giorno già tristissimo per la pallacanestro italiana. All’età di soli 17 anni si è spenta Anna Mellano, giovane atleta del 2009 del Basket Venaria. A portarla via un male ingiusto, contro il quale ha lottato con la stessa determinazione che ha sempre dimostrato sul parquet”.

Mellano aveva anche esordito in Nazionale under 15 un paio di anni fa: “Nel luglio 2024 era stata tra le protagoniste della Nazionale Under 15 al Torneo dell’Amicizia disputato a Varese. Il presidente Giovanni Petrucci, a titolo personale e a nome di tutta la FIP, partecipa con commozione ed affetto al dolore della famiglia Mellano, dei genitori Danilo e Marta e della società Basket Venaria. Ad Anna, che lascia un vuoto incolmabile nei cuori di compagne, allenatori e tifosi, l’amorevole abbraccio di tutto il basket italiano”, si legge nella nota ufficiale.

A inizio nota si legge “un’altra terribile notizia“, perché qualche ora prima, sempre la Fip, aveva comunicato la morte di Maurizio Cremonini, 70 anni, tecnico federale per il minibasket molto noto in campo nazionale: “Ci toglie il fiato sapere che Maurizio Cremonini non c’è più. Ci ha lasciati questa notte per un infarto. Maurizio Cremonini, 70 anni, tecnico federale per il minibasket, era molto più di un istruttore e di un formatore per la FIP, lavoro che faceva da più di trent’anni con passione e lungimiranza. Maurizio era un educatore grazie al minibasket e credeva nel messaggio formativo del gioco sport a cui ha dedicato la vita“, ha scritto la Federazione nella nota.

“Maurizio Cremonini, istruttore nazionale minibasket dal 1981, ha costruito con coscienza e professionalità un percorso di conoscenze e sperimentazioni che l’hanno portato ad essere una figura leader sia in Italia, sia all’estero dove collaborava con la FIBA in numerosi progetti educativi”, si legge ancora nel comunicato.

Credit foto: basketvenaria.it e FEDERAZIONE ITALIANA PALLACANESTRO

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West Bank, i 10 arresti “spot” tra i coloni dopo l’aggressione ai diplomatici europei: “Il governo Netanyahu continua a frenare le indagini”

L’attacco ai diplomatici a Taybeh è stato troppo. La polizia israeliana è intervenuta e ha fatto sapere lunedì di aver arrestato dieci persone. Coloni estremisti, per cui “sono state rinvenute prove che li collegano ai presunti atti di violenza” contro la delegazione di rappresentanti europei – tra cui il sindaco 70enne del comune francese Aulnoye-Aymeries Bernard Baudoux – di sabato scorso tra i campi di olivi intorno all’unico villaggio cristiano rimasto in West Bank, sulla montagna di Ramallah. Del resto, gli eventi sono stati ampiamente documentati sui social, rilanciati da tutti i media internazionali e suscitato reazioni sdegnate dei Paesi europei, che già hanno scelto di alzare la voce sull’espansione inarrestata degli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania (non è il caso dell’Italia, mentre è capofila del fronte di pressione il governo di Londra di Andy Burnham).

Erano proprio una decina i giovani incappucciati e armati di sassi e bastoni, si vedevano chiaramente nei video girati dai palestinesi e dagli attivisti anti-occupazione che accompagnavano gli europei sabato. Le organizzazioni dei coloni hanno fatto sapere che uno dei luoghi perquisiti dalla polizia era un avamposto agricolo illegale vicino all’insediamento di Ofra, e un altro 15 km più a nord, l’insediamento di Shiloh. In base alle immagini, la polizia ha potuto sequestrare anche “diversi veicoli”.

È un evento raro, quello della repressione attiva delle autorità israeliane contro i coloni violenti, e ancor più raro è vedere decine di arresti in una volta sola. Di certo contano le pressioni internazionali, non solo europee ma anche statunitensi, dove l’amministrazione Trump ha più volte esortato l’alleato Benjamin Netanyahu a liberarsi di queste frange “impresentabili” ed evitare di finire un giorno su due sulle prime pagine dei media di mezzo mondo per eventi violenti. Vista anche l’aggressione alla fotoreporter del Washington Post Heidi Levine, domenica il Segretario di Stato Usa Marco Rubio ha affermato che l’amministrazione è “molto turbata” e che si aspetta un intervento da parte di Israele.

Netanyahu continua a minimizzare: sabato il suo ufficio ha diramato una nota che invitava a considerare anche le violenze dei palestinesi nella regione, domenica in una rara conferenza stampa con i reporter israeliani (non ne faceva una in presenza dal 7 ottobre 2023, ma ora ci sono le elezioni), ha detto di ritenere la violenza dei coloni “un’enorme esagerazione. Penso che il vero pericolo sia che ci troviamo di fronte a una grande campagna di propaganda incentrata su questi giovani rivoltosi, che ci stanno davvero causando danni enormi”. Le violenze sono campagna elettorale anche per la destra di Ben-Gvir e Smotrich, che ritengono di guadagnare voti sostenendo i movimenti più estremisti dei “giovani delle colline”, ma danneggiano anche i partiti più tradizionali della destra ebraica. Per questo il premier non è contrario a mettere un freno al fenomeno, anche solo simbolico. “Per la prima volta ho coinvolto lo Shin Bet”, ha annunciato domenica Netanyahu, e ha promesso misure “per sradicare completamente questo fenomeno”.

Sotto la patina mediatica, però, la realtà è più complessa, e la realtà è che il governo Netanyahu sta facendo di tutto per limitare gli strumenti di chi intende fermare la violenza dei coloni, come denunciano del resto ong anti-occupazione come Peace Now. Lunedì, reagendo più alle parole di Netanyahu che alle richieste di sanzioni dei Paesi europei, il ministro della Difesa Israel Katz ha messo in chiaro che dal suo punto di vista la repressione delle violenze in Cisgiordania è una questione di ordine pubblico, perché i coloni sono dei civili, e quindi andrebbe affidata alla polizia e non all’esercito. “La gestione della grave violenza perpetrata da una manciata di rivoltosi ebrei in Cisgiordania deve essere interamente responsabilità della polizia israeliana, comprese la prevenzione, le indagini e il perseguimento penale. Le Forze di difesa israeliane non devono e non possono impegnarsi in attività di controllo civile, ma devono piuttosto combattere il terrorismo palestinese”, ha detto Katz.

Calata sul terreno, però, questa logica si traduce in una risposta molto blanda alle violenze. Non solo perché la polizia risponde al ministero della Sicurezza nazionale guidato dall’estremista Itamar Ben-Gvir, ma anche perché i territori in cui avvengono i fatti sono sempre più spesso quelli dell’area A e B, e la responsabilità di sicurezza sono fondamentalmente appannaggio dell’Idf.

Katz ha parlato anche di questo, domenica. Ha annunciato di aver elaborato una “direttiva per regolamentare le attività di controllo civile in Cisgiordania, che suddivide le competenze tra le Idf e la polizia“. Il piano, ha aggiunto però, “non include raccomandazioni per il ripristino dei provvedimenti di detenzione amministrativa nei confronti dei coloni. I provvedimenti amministrativi non sono la soluzione: la soluzione è un’azione di polizia forte ed efficace”.

Anche l’Idf, comunque, è sotto accusa da parte dei palestinesi e delle organizzazioni che difendono il rispetto del diritto internazionale in West Bank. In molti casi non è intervenuto in tempo: per una precisa strategia, dicono i critici, per mancanza di mezzi e perché il governo lega le mani ai militari, secondo lo stesso esercito.

Lunedì, alcuni funzionari della difesa israeliani hanno confermato al quotidiano Haaretz che ci sono precise pressioni del potere politico volte a impedire all’esercito di contrastare il terrorismo ebraico in Cisgiordania. I comandanti sono riluttanti a sfidare i leader dei coloni o ad agire contro soldati e civili che attaccano i palestinesi, perché temono di rischiare ripercussioni al livello politico e di carriera. E, oltrettutto, i leader dei coloni hanno interlocutori diretti nel governo e sono sempre più numerosi i riservisti o i membri delle forze armate che esplicitamente sposano le posizioni dell’estrema destra favorevole alle colonie, e omettono di intervenire.

I casi sono molti, tra i più espliciti c’è quello dell’attacco a una troupe della Cnn da parte di soldati del 941° battaglione di riserva ultraortodosso, a marzo di quest’anno. Dopo l’incidente il battaglione è stato ritirato dalle attività operative sul campo e sono state annunciate misure disciplinari nei confronti dei soldati coinvolti, ma i comandanti del battaglione non sono stati destituiti, e le indagini sono finite nel vuoto. Successivamente si è saputo che il comandante della brigata si era recato alla base dove alloggiavano i soldati, li aveva incoraggiati e si era unito a loro nella preghiera.
Messaggi impliciti ma chiari sono anche quelli mandati dallo Stato maggiore dell’Idf, che dopo la nomina di Eyal Zamir voluta da Netanyahu è diventato molto più aperto a valutare le priorità politiche del governo. L’anno scorso, ad agosto 2025, Zamir e il capo del comando centrale Avi Bluth hanno visitato l’avamposto illegale di Ma’oz Shaul: il messaggio è piuttosto esplicito.

A rendere ancora più improbabile il contrasto ai coloni c’è anche il fatto che le inchieste che vengono aperte su di loro sono contese tra Idf e polizia, ed entrambe le autorità cercano di scaricare sull’altra la responsabilità di andare ad arrestare i militari coinvolti in violenze, cercando di evitare ripercussioni politiche. “Ogni comandante e ufficiale di alto rango sa che l’arresto di un soldato sospettato di aver ucciso un palestinese potrebbe trasformarsi nel giro di poche ore nel prossimo caso Elor Azaria”, ha dichiarato ad Haaretz un funzionario della sicurezza, citando l’ex soldato condannato per aver ucciso un palestinese nel 2016: poi è stato graziato.

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Clamoroso Pisa: l’ex Juve Comolli è il nuovo presidente e ad del club. Silurati i Corrado dopo 10 anni

Senza nessun sentore, senza nessuna anticipazione, totalmente a sorpresa. L’ex Juventus Damien Comolli è il nuovo presidente e amministratore delegato del Pisa, società che gioca nel campionato di Serie B dopo la retrocessione dello scorso anno. Ad annunciarlo è stato lo stesso club nerazzurro con una nota ufficiale: “Il Pisa Sporting Club è lieto di annunciare la nomina di Damien Comolli a Presidente e Amministratore Delegato del Club. Contestualmente Damien Comolli entrerà a far parte del Consiglio di Amministrazione”. A sorpresa, quindi, via anche Giuseppe e Giovanni Corrado, rispettivamente presidente e direttore generale del club, ma non più patron dal 2021, da quando la maggioranza è stata rilevata dal magnate Alexander Knaster.

“Dieci anni rappresentano un’era. Il Pisa Sporting Club rimarrà sempre una parte fondamentale delle nostre vite. Desideriamo quindi ringraziare tutti i collaboratori e la gente di Pisa per la disponibilità dimostrata e per l’affetto che ci hanno riservato”, scrivono i Corrado nel comunicato. “Un ringraziamento speciale ad Alex Knaster per il sostegno e l’amicizia dimostrati dopo la fase iniziale del progetto, avviata insieme a Enzo Ricci. Auguriamo al Pisa di proseguire con successo lo straordinario percorso di crescita intrapreso nel corso di questi dieci anni”.

Queste invece le prime parole di Damien Comolli, che fino a giugno 2026 era un tesserato della Juventus: “Sono molto felice di entrare a far parte del Pisa SC come Presidente e Amministratore Delegato. Sotto la proprietà di Alexander Knaster, il Club ha compiuto progressi davvero significativi. Questo dimostra che il Pisa SC è un Club stimolante in cui entrare, con un potenziale di crescita decisamente importante, a partire dalla propria organizzazione e dalla realizzazione di un nuovo centro sportivo all’avanguardia. Non vedo l’ora di contribuire, sotto ogni aspetto, al prossimo capitolo del percorso di sviluppo del Club. Forza Pisa!”.

Una mossa totalmente a sorpresa, commentata anche dal patron Alexander Knaster: “Dopo diverse stagioni durante le quali abbiamo assistito a significativi miglioramenti in tutte le aree del Club, ritengo che sia arrivato il momento per il Pisa SC di entrare in una nuova fase di crescita e sviluppo. Sono convinto che questo possa avvenire sotto la guida di Damien, che porta con sé una grande esperienza e una profonda conoscenza del calcio, sia dentro che fuori dal campo. Damien entra a far parte del Pisa SC con un contratto iniziale di tre anni.”, prima dei ringraziamenti alla famiglia Corrado.

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Taricone e Smutniak, in Mustang la memoria si fa cinema: alla Festa di Roma quattro registe raccontano perdita, amore e desiderio

La memoria, la sparizione, la violenza della natura e quella dell’amore, che può distruggere o creare. Per quanto distinti e distanti per sguardi, generi e formati, hanno motivi di intreccio i film di quattro registe italiane presenti fra la 21esima Festa del cinema di Roma e Alice nella Città. Metterli accanto non svilisce l’importanza di alcuno di loro, anzi.

Al suo secondo documentario, Kasia Smutniak si espone con Mustang (nel concorso Progressive Cinema), mettendo in scena i ricordi di un vissuto personale che sfociano in un’impresa “più grande di noi”, dove per noi intende se stessa, il compianto compagno Pietro Taricone e la loro figlia Sophie. Luogo/personaggio di questo racconto privato e universale è il Mustang, territorio nepalese al confine con il Tibet, dove Kasia e Pietro erano stati insieme agli inizi della loro relazione. Taricone aveva fatto riprese di ogni cosa, “anche della più inutile”. Una volta rientrati, si erano ripromessi di tornare e aiutare le comunità di quei luoghi. Poi la tragedia della morte di Pietro e il ritorno di Smutniak con la figlia di sei anni. Da allora, l’attrice e regista polacca si è recata regolarmente nel Mustang, finché, nel 2013, insieme alla nativa Kunzum, ha avviato, con la Fondazione Pietro Taricone, il progetto di costruzione di una scuola laddove non esisteva nulla per i ragazzi. Ma è solo nel 2018 che ha iniziato a raccogliere i materiali foto-audiovisivi del passato, immaginando di comporre il progetto di un documentario.

“Nel frattempo mia figlia è cresciuta, è andata da sola a 19 anni nel Mustang e ha voluto fare la voce narrante del film”, ha spiegato Smutniak. Insomma, una genesi ad alto tasso di emotività che unisce, tuttavia, la buona causa del sostegno a una comunità remota, i cui tempi restano imparagonabili con quelli occidentali. Ma è lì, con gli abitanti nepalesi e tibetani di quegli scenari mozzafiato, che Kasia e Sophie hanno ritrovato se stesse e, soprattutto, il sorriso. “Ho voluto fare questo film per aggrapparmi ai pochi gesti che accendono un lume di speranza in un momento così buio per l’umanità. Queste persone sono speciali, vivono pensando alla felicità, la studiano, per loro essere felici non è un concetto astratto, è qualcosa di raggiungibile”. Questo film, commovente e insieme mosaico di spazi, tempi e formati, come lo è la sovrapposizione dei materiali montati, è la chiusura di un cerchio nella vita di Smutniak, ma è anche “un manuale per la felicità” donato a tutti coloro che desiderano elaborare un lutto, una perdita, un frammento irrisolto di memoria. Da vedere in sala anche per la sua imponenza visiva, a partire dal 23 novembre.

Connesso a Mustang per il tema della perdita, intesa soprattutto come “sparizione” dal campo visivo per relegarsi in quello della memoria, ma anche per la presenza di una natura imponente, è Idda di Irene Dionisio, collocato in Alice nella Città dopo l’apprezzamento ottenuto al Festival di Toronto. Al suo secondo lungometraggio di finzione, l’artista visiva e cineasta torinese si è cimentata nel racconto di due giovani amiche, Adele “Idda” e Sofia, che si ritrovano a Catania con l’intento di risalire le pendici dell’Etna. L’obiettivo è cercare il leggendario soffio del vulcano-femmina, anch’esso chiamato come una delle due protagoniste, Idda. Rarefatto, dotato di un notevole studio visivo e sonoro, a tratti perturbante, Idda diventa quasi immediatamente un teorema metafisico e metaforico, sia sull’essenza femminea sia sul valore trascendente dell’immagine stampata. Interpretato dalle migliori esponenti della nuovissima generazione di attrici, Tecla Insolia e Romana Maggiora Vergano, il film procede verso un sacro Graal inevitabile, inscritto nella “paura del buio” di cui soffre la vivace e folle Sofia, interpretata da un’appassionata Vergano.

Ed è proprio la giovane interprete romana a fare da cerniera con Desiderio di Michela Cescon, liberamente ispirato al romanzo di Giorgio Montefoschi del 2020, in cui Romana Maggiora Vergano incarna Livia, anima inquieta, bella e ribelle, di cui si innamora perdutamente Matteo, interpretato da un convincente Enrico Borello. Sono giovani e inesperti al loro primo incontro: lui è uno studente universitario di Lettere, lei una nullafacente ricchissima e viziata nella Roma di fine anni Ottanta. Vogliono scoprire insieme un bosco, ma la separazione, dovuta alla partenza della ragazza per Londra (“mia madre mi ha iscritto a una scuola d’arte, parto domani”), si protrae per anni.

Al ritorno della giovane nella Capitale, Matteo è ormai giornalista e sposato, con prole. Quanto accadrà tra loro appartiene all’universo dell’amour fou, del melò letterario e cinematografico a cui tanto ha guardato Cescon per imbastire questo suo secondo, raffinatissimo lungometraggio. Un genere diverso dal noir Occhi blu, con cui aveva esordito alla regia nel 2021, ma altrettanto impegnativo: dalla scrittura densa a otto mani alla cura visiva (il DOP è Luca Bigazzi), fino all’attenzione, ovvia, alle interpretazioni, da cui un’attrice esperta e talentuosa come lei ha voluto il massimo. Il risultato è un buon melò, forse troppo orientato alla perfezione più che alla passione di un “desiderio” che, talvolta, resta immobilizzato fra le parole.

L’amore, invece, sboccia ancor meglio delle rose che profumano il giardino della grande villa di Marrakesh dell’ormai malata terminale Fanny Ardant. Il riferimento è al nuovo lavoro da regista di Ginevra Elkann, Le rose di Marrakesh, un piccolo e delicatissimo romanzo di emancipazione femminile racchiuso fra le mura di un ricco palazzo nella città marocchina. La vita si consuma tra la stanza di Isabelle, la padrona francese, quella di Leila, la sua giovane cameriera marocchina che nasconde un segreto, e il giardino che l’anziana proprietaria desidera ricolmo di verde e fiori rigogliosi. “Un film sulla memoria, e sull’amore che teniamo in silenzio”, spiega Elkann, sottolineando quanto l’elemento evocativo costituisca l’essenza di questo suo film, interamente parlato in francese e marocchino. Un racconto che assomiglia a una favola, una favola che rispecchia la vita, ma, purtroppo, un film «cinematograficamente» troppo esile per rimanere nella memoria.

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Tentano di forzare la sicurezza per entrare sul set Netflix con Adam Sandler e Salma Hayek, ma vengono fermati: scatta la sassaiola con pietre e bottiglie. Caos a Olbia, una guardia ferita alla testa

Momenti di autentica tensione nel centro storico di Olbia, dove il set blindato della super-produzione Netflix “Un weekend da bamboccioni 3” è diventato teatro di un’aggressione improvvisa. Tre giovani, determinati a violare i cordoni di sicurezza per assistere ai ciak delle star hollywoodiane Adam Sandler e Salma Hayek, hanno scatenato una violenta sassaiola contro il personale di vigilanza. Il bilancio è di una guardia giurata ferita e di un fuggitivo già rintracciato dalle forze dell’ordine.

I disordini si sono innescati ai varchi di accesso di piazza Matteotti e nel tratto transennato di via Regina Elena, le due aree del cuore cittadino attualmente interdette al pubblico per consentire lo svolgimento regolare delle riprese. Secondo le ricostruzioni, il gruppo composto da tre ragazzi ha preteso di superare i controlli per introdursi nell’area del set. Di fronte al netto rifiuto degli addetti alla sicurezza, la situazione è rapidamente degenerata: i giovani hanno iniziato a scagliare pietre e bottiglie di vetro all’indirizzo delle guardie giurate poste a presidio dell’ingresso.

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Caso Regeni, la famiglia chiede all’Egitto di pagare 500mila euro: “Rispettare la parola data”

A quasi dieci anni dalla morte di Giulio Regeni, la sentenza di primo grado che ha condannato tre agenti dei servizi segreti egiziani torna al centro della vicenda giudiziaria con una richiesta concreta: dare esecuzione alle provvisionali riconosciute alla famiglia del ricercatore italiano. I genitori, Paola e Claudio Regeni, attraverso i loro legali Alessandra Ballerini e Giacomo Satta, hanno scritto all’ambasciatore egiziano a Roma sollecitando un intervento per ottenere il pagamento delle somme stabilite dalla Corte d’assise. La lettera, inviata oltre due settimane fa, è rimasta finora senza risposta.

I giudici hanno disposto provvisionali immediatamente esecutive per complessivi 500mila euro in favore dei familiari: 200mila euro ciascuno per il padre e la madre di Giulio e 100mila euro per la sorella Irene. Altri 150mila euro sono stati riconosciuti alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Le somme costituiscono un anticipo sul risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, che dovrà essere quantificato in sede civile.

Nella lettera, riferisce Repubblica, gli avvocati ricordano che per l’esecuzione delle provvisionali non è necessario attendere il giudizio definitivo. Occorre però la collaborazione delle autorità egiziane, chiamate a intervenire nei confronti di appartenenti ai propri apparati di sicurezza. Ballerini e Satta richiamano inoltre una promessa fatta personalmente dall’ambasciatore ai genitori di Regeni durante un colloquio privato: avrebbe “rispettato qualsiasi decisione della Corte”. Da qui la richiesta di un “attivo intervento per facilitare l’esecuzione del dispositivo della sentenza”, con la fiducia che il diplomatico non venga meno “alla parola data alla famiglia Regeni”.

La pronuncia di primo grado ha inflitto dieci anni a tre imputati: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, per il quale la procura aveva chiesto l’ergastolo, e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto. Le condanne riguardano il sequestro di Regeni, avvenuto al Cairo il 25 gennaio 2016: i giudici hanno escluso l’accusa di omicidio, riconoscendo quella di sequestro di persona.

Nel commentare la decisione, il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, aveva sottolineato il risultato raggiunto nonostante quella che ha definito una “cooperazione non particolarmente proficua” da parte delle autorità egiziane. Il procedimento, ha spiegato, rischiava di rimanere bloccato, ma è stato possibile proseguire anche grazie all’intervento della Corte costituzionale. Ora, mentre si attende di conoscere le ragioni della decisione dei giudici, la famiglia Regeni chiede che almeno le somme riconosciute in via provvisionale trovino concreta esecuzione.

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Giovani in rivolta: è solo l’inizio. Ad essere vittima di un sistema feroce è un’intera generazione

Le auto bruciate e le vetrine sfondate non piacciono quasi a nessuno. Dico “quasi” perché una parte della politica e della pubblicistica, le trova indispensabili per la costruzione di una narrazione funzionale ad occultare le ragioni della protesta che sta scuotendo l’Italia e l’Europa. I gruppetti che si lanciano nel saccheggio e nella devastazione nella narrazione mediatica oscurano il resto e occupano il dibattito politico, fornendo voce a chi voce non dovrebbe più averne dopo la devastazione, quella si estesa a fenomeno di massa, che è stata imposta all’intero continente europeo da decenni di politiche liberiste sostenute dalla sinistra blairista, da quelli che oggi si fanno chiamare “riformisti”.

Vi sono però altre considerazioni che vanno fatte, oltre questa che è talmente evidente da risultare quasi banale.

Giorni fa, in un altro articolo sulle rivolte giovanili, allora limitate solo alla Francia, mi chiedevo se il fenomeno si sarebbe esteso. Non vi era certezza che ciò avvenisse per una molteplicità di ragioni, ma di fatto è avvenuto, si è esteso all’Italia, ma brucia l’Albania e in Spagna si susseguono le manifestazioni, così come in Belgio e in Portogallo e anche in Germania la politica del governo è sotto attacco dai movimenti giovanili. Si tratta di centinaia di migliaia di ragazzi, che non si muovono per emulazione, ma perché sono legati da un disagio comune che non riguarda solo il presente, ma soprattutto il futuro. Che in questo enorme movimento collettivo, che sta assumendo sempre più precisi connotati di critica radicale ad un modello di società, quello del capitalismo liberista, vi fosse fisiologicamente una componente di violenza era ed è innegabile perché nessuna ribellione è un “pranzo di gala”. A determinarla è la totale e violenta sordità dei governi rispetto alle ragioni, ai contenuti che sono portati in piazza. Una violenza che si protrae da anni e che ha portato sempre di più i giovani e i ceti sociali che subiscono uno sfruttamento feroce a lasciare l’apatia rassegnata e ad assumere i connotati di una ribellione. Chi cerca la strada del dialogo trova un muro di ottusità e di bugie.

“L’esperienza che le popolazioni europee fanno delle proprie classi dirigenti oramai da molti anni – scrive in modo chiarissimo il professor Andrea Zhok – è quella di un organismo tecnocratico anonimo, un muro di gomma semovente, che procede con un “pilota automatico” del tutto indifferente ai bisogni della popolazione”.

È chiaro che nessuno applaude alla devastazione ed è come sempre stucchevole e strumentale la richiesta di “prese di distanza e condanna” fatte dalla Premier. Ma quello che abbiamo visto a Milano o a Bologna non arriva da Marte. Meloni, Valditara, Piantedosi, non hanno motivo di stupirsi e non possono, loro e i loro giornali, chiedere conto di quella rabbia alle opposizioni. L’esplosione che vediamo è responsabilità di chi ha accumulato l’esplosivo. Nasce dall’azione cinica di chi ha privilegiato il rigore dei conti alle ragioni della popolazioni. Ad innescare il detonatore sono le loro scelte politiche di chi – in Italia e non solo in Italia – ha destinato risorse ingentissime agli armamenti, strangolando sanità, scuola, università e welfare. Quattordici miliardi di soldi delle tasse degli italiani gettati nel calderone del riarmo, fanno esplodere il patto sociale. Nessuna persona – che non sia fatta fare il lavaggio del cervello dagli editoriali di Repubblica e dalle balle spaziali dei Tg – può credere che siamo di fronte al pericolo reale che la Russia ci invada e quella cifra oscena viene letta dai cittadini per quello che è: una provocazione.

Ma non ci sono solo i soldi per le armi. Le risorse pubbliche vengo dirottate verso interessi di gruppi privati. I soldi del Pnrr per la costruzioni di stanze per gli studenti, hanno effettivamente portato alla realizzazione di strutture, che sono state però date in gestione ai fondi privati e messi sul mercato a prezzi inarrivabili. Oltre mille euro a stanza. Lo stesso è avvenuto per le strutture delle olimpiadi. Come dovrebbero essere lette dai giovani queste scelte?

Oggi l’Università è tornata ad essere accessibile solo a determinate classi sociali. Si studia solo se si hanno i soldi. Donzelli si stupisce degli studenti in tenda davanti al Parlamento e dice loro di “aspettare” e di “crescere per capire come va il mondo”. Faccio una domanda semplice: c’è differenza tra una frase come questa e la violenza di una vetrina spaccata? Dobbiamo metterci d’accordo su cosa sia violenza. Siamo di fronte ad un modello sociale che pratica violenza, mica solo quella delle manganellate nelle piazze, ma quella praticata quotidianamente quando riduce sei milioni di italiani in una condizione di povertà. E attenzione, perché anche sul concetto di povertà bisogna fare chiarezza. Oggi la povertà non è lo stato di inedia, il non poter mangiare, come nei secoli passati (e ci sono anche quei casi). Si entra in condizioni di deprivazione insopportabile molto prima di arrivare all’inedia.

Oggi essere poveri significa non potersi permettere quella che tutti consideriamo una vita normale. Non potere usare, non dico l’auto per andare al lavoro, ma non potersi permettere neppure i costi del trasposto pubblico; non riuscire a curarsi, non potere acquistare i libri per studiare perché l’affitto si mangia tutto. Dover sopportare, senza difesa alcuna, le folli temperature create dal cambiamento climatico. Essere tagliati fuori dalla comunicazione, dall’utilizzo della Rete per eseguire le normali azioni necessarie alla vita quotidiana (senza non puoi neppure consultare i referti del fascicolo sanitario). I poveri in larga misura sono certo i giovani e le donne, ma non sono più solo i disoccupati, in gran parte sono quelli che hanno un lavoro povero e precario. E poi ci sono loro “gli invisibili”, quelli che racconta Zerocalcare. I ragazzi senza volto, senza nome, delle periferie metropolitane, in equilibrio precario con la microcriminalità, che hanno come unica forma di aggregazione il “branco”. Loro non sono andati in piazza con gli studenti. Non hanno una consapevolezza politica. Sono solo maledettamente incazzati. Hanno una rabbia sorda e vedono scorrere sugli schermi degli smartphone un modo di ostentazione, di opulenza. Hanno sentito il soffio della rivolta e ci sono entrati dentro, portandoci quello che hanno: rabbia e violenza cieca. Un corpo estraneo rispetto agli studenti? Forse sì e forse no. Perché ad essere vittima di un sistema feroce è una generazione alla quale, in un modo o nell’altro, questo modello economico ingiusto e fallimentare, sta sottraendo il futuro.

Le auto bruciate, i monumenti oltraggiati, le vetrine sfondate, il saccheggio dei negozi sono reati e certo non possono essere ignorati come tali. Ma abbiamo ignorato e ignoriamo da troppi, troppi anni il saccheggio che il mercato ha fatto della vita degli individui. Chi è stato al vertice del sistema politico ed economico è colpevole esattamente come i ragazzi fuori di testa che spaccano tutto. E non è che l’inizio…

La tensione è ormai colma non solo nel mondo giovanile. Al sud i camionisti hanno bloccato tutto e se non avranno rassicurazioni (non credo basteranno le solite mancette) la protesta è destinata a durare e paralizzerà il Paese, lo stesso per gli agricoltori rapinati con prezzi da fame dei loro prodotti dalla grande distribuzione, che li rivende a peso d’oro sui banchi e poi ci sono i lavoratori che ogni giorno sono sempre più impoveriti dall’inflazione e ballano pericolosamente sulla soglia di povertà. La saldatura tra tutto questo e la rabbia giovanile è prossima. La pentola è in pressione e sta già fischiando.

L'articolo Giovani in rivolta: è solo l’inizio. Ad essere vittima di un sistema feroce è un’intera generazione proviene da Il Fatto Quotidiano.

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