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Bufera sull’inviato Usa Witkoff: dopo la liberazione di Hubbard ha definito Putin “compassionevole”. Trump e Vance lo difendono

Compassionevole. Non è certo il termine che chiunque, nemmeno i suoi più stretti collaboratori, userebbe per descrivere Vladimir Putin. Ma preso dall’euforia per la liberazione del prigioniero americano Stephen Hubbard, in giorni di distensione nei rapporti tra Washington e Mosca, è proprio questo l’aggettivo che l’inviato speciale americano Steve Witkoff ha usato per descrivere il capo del Cremlino. “Parla tanto del fatto che il mio presidente, il presidente Trump, sia compassionevole. Anche lei è compassionevole, glielo riconosco, la lodo per questo e la ringrazio ancora”, gli ha detto direttamente nel corso della sua trasferta a San Pietroburgo.

Parole che, come prevedibile, sono costate una valanga di accuse all’inviato speciale anche da parte dei membri del Partito Repubblicano, come ad esempio il senatore John Corbyn che ha voluto ricordargli che “Putin è un assassino spietato“. Oppure come il deputato conservatore Don Bacon che ha definito le parole di Witkoff un “altro imbarazzo“. Il senatore del Gop, Thom Tillis, lo ha invece invitato a “guardare sul dizionario cosa significa compassionevole. Dovrebbe tornare in Ucraina e chiedere alla famiglie dei bambini rapiti e uccisi da Putin se pensano che sia compassionevole”.

Witkoff, però, può contare sul sostegno della Casa Bianca. Prima ha parlato il vicepresidente JD Vance che si è detto “d’accordo con il fatto che Steve abbia rivolto parole gentili a una persona che ha appena liberato un ostaggio americano. A prescindere dal fatto che si condivida o meno il sentimento di fondo, Steve è un diplomatico. Il suo lavoro consiste nell’andare laggiù e portare a termine un compito. Dovremmo tutti festeggiare questo risultato, anziché lamentarci di ciò che Steve ha detto per riuscire a ottenerlo”.

Dopo di lui, è stato il presidente Trump in persona a confermare la piena fiducia nell’operato del proprio inviato: “Suppongo che si potrebbe dire per quel motivo in particolare, allo scopo di permettere a un uomo che pensava di finire in prigione a vita di uscire”.

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Conte chiama in causa Meloni: “Crisi economica e sociale e il governo non ha fatto nulla. Anzi ha firmato gli accordi folli per il riarmo”

Di fronte a una crisi “economica e sociale”, il governo Meloni “è doppiamente responsabile”, “perché non ha fatto nulla e ha sottoscritto folli accordi per il riarmo, per 14 miliardi“. A prendere la parola alla Camera, mentre ancora proseguono i blocchi degli autotrasportatori in mezza Italia con conseguenze sui supermercati vuoti, è il leader del M5s Giuseppe Conte: “La circolazione è in tilt, gli scaffali dei supermercati si stanno svuotando, i distributori di carburanti sono a secco. E la risposta del governo è totalmente inadeguata: oltre 1.300 identificati, una serie di misure di polizia, minacce di arresti. Una risposta che non corrisponde al malessere che serpeggia”. “Noi abbiamo incontrato agricoltori, autotrasportatori – dice l’ex premier – : non ce la fanno, è sofferenza vera, disagio, sono disperati”, “l’Italia si sta fermando. Avete varato 7 decreti sicurezza, inasprito pene e c’è insicurezza dappertutto“. Conte ha parlato anche delle proteste pacifiche degli studenti, “e non mi riferisco ai fatti di Milano”. Anzi dopo il weekend di guerriglia nel capoluogo lombardo “mancano le scuse, perchè l’ordine pubblico è di sua competenza”.

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“Non usate i violenti per silenziare la voce di chi vi dice che non riesce più a campare”: Schlein attacca Meloni alla Camera

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni deve andare in Parlamento a spiegare “come intende rispondere al caro carburanti, al caro vita e al caro affitti che stanno bloccando il paese. Noi abbiamo fatto proposte concrete”. Lo ha detto Elly Schlein prendendo la parola nell’Aula della Camera. “Ci sono agricoltori, autotrasportatori e pescatori che in tutto il Sud stanno protestando perché non riescono più a fare il pieno”, ha aggiunto Schlein. “Come risponde il governo agli studenti che hanno piantato le tende nelle città a partire da piazza Montecitorio?”, ha aggiunto la segretaria del Pd. “Abbiamo condannato con nettezza i gravi episodi di violenza”, ha aggiunto, “agli agenti va la nostra vicinanza. Ma non si usino i violenti per silenziare la voce di decine di migliaia di persone in tutta Italia che civilmente vi stanno dicendo che in questo Paese non riescono più a campare. La risposta solo repressiva è inefficace“.

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Musk punta a fondere SpaceX e Tesla: obiettivo un gruppo da 3.600 miliardi. E più potere nelle mani del multimiliardario

Un unico gruppo da 3.600 miliardi di dollari di capitalizzazione e circa 155mila dipendenti con attività che spaziano dalle auto elettriche ai razzi spaziali, dai satelliti all’intelligenza artificiale. E con un fabbisogno finanziario altrettanto imponente. Il progetto di fusione tra Tesla e SpaceX, i due gioielli dell’impero del multimiliardario Elon Musk, potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’industria tecnologica e finanziaria. Per chi possiede direttamente azioni delle due società, ma pure per i risparmiatori esposti indirettamente attraverso fondi comuni, Etf e fondi pensione.

L’uomo più ricco del mondo ha definito l’unione una “buona idea” e ha annunciato la creazione di comitati ad hoc nelle due società per valutarla: lui non ne fa parte essendo in conflitto di interessi. L’obiettivo sarebbe riunire sotto un’unica struttura Tesla, impegnata nelle auto elettriche, nella robotica e nella guida autonoma, e SpaceX, protagonista dei lanci spaziali e dei servizi satellitari, con importanti contratti pubblici negli Stati Uniti. Quotata a giugno, quest’ultima ha archiviato il terzo trimestre in grande spolvero, con ricavi in crescita del 161% a 14,6 miliardi di dollari e utile in salita a 4,4 miliardi, più del doppio dei due miliardi attesi dagli analisti e in forte accelerazione rispetto al rosso di 1,1 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno. Ma anche le spese in conto capitale per sostenere i progetti spaziali e quelli legati all’intelligenza artificiale sono salite a 19,6 miliardi dai 18,4 miliardi del secondo trimestre.

Secondo il Financial Times, che cita le stime degli analisti raccolte da Visible Alpha, il nuovo gruppo avrebbe ricavi per 153 miliardi di dollari ma un flusso di cassa negativo per almeno 54 miliardi. Vuol dire che gli investimenti e le altre uscite di cassa potrebbero superare le risorse generate dalla gestione, rendendo necessario finanziare il buco con liquidità disponibile, debito o nuovi capitali.

Il primo nodo per gli investitori sarà il prezzo attribuito alle due società e il rapporto di cambio con cui le azioni verrebbero convertite. Se il mercato giudicasse SpaceX sopravvalutata o temesse che Tesla si accolli rischi e investimenti eccessivi, l’operazione potrebbe penalizzarli. C’è poi la questione del controllo. Musk dispone di circa l’84% dei diritti di voto di SpaceX grazie alle azioni con supervoto, mentre in Tesla la sua influenza è inferiore. La fusione rafforzerebbe ulteriormente il suo potere. Questo mentre già da tempo, nota il Ft, “gli investitori si interrogano sulla capacità di Musk di concentrarsi su tutti i suoi progetti” e “gli azionisti non riescono a capire dove stia investendo la maggior parte delle sue energie o del suo denaro”.

L’operazione dovrebbe inoltre superare l’esame delle autorità regolatorie e ottenere il consenso degli azionisti. Oltre agli Stati Uniti, servirà il via libera di giurisdizioni come Unione europea, Regno Unito e Cina. Pechino è un ostacolo particolarmente delicato: secondo il Ft Tesla ha generato nel Paese 21 miliardi di dollari di ricavi nel 2025, circa il 22% del totale, mentre SpaceX è un importante contraente della difesa americana.

Le conseguenze della fusione potrebbero toccare anche chi non ha mai comprato un’azione Tesla. Il titolo è presente in numerosi indici azionari e può quindi entrare nei portafogli di fondi comuni, Etf e gestioni patrimoniali. Raggiungendo anche chi investe per la pensione integrativa. I possibili caveat, al netto dell’eventuale oscillazione del titolo, comprendono anche la concentrazione del rischio in un gruppo sempre più legato alle scelte di Musk, alle aspettative sull’intelligenza artificiale e alle politiche industriali e militari statunitensi.

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Due italiani detenuti per un giorno in Cisgiordania con l’accusa di terrorismo: “Io bendato e picchiato dalla polizia israeliana”

Padre e figlio detenuti in Cisgiordania per più di un giorno con l’accusa di terrorismo, dalla polizia israeliana, fino all’espulsione. Si tratta di Manuel Tartarotti e suo padre Alberto, bolzanini di 35 anni e 67 anni, nei territori palestinesi per motivi umanitari. Lo riporta il portale news altoatesino Salto.bz. “La polizia israeliana ci ha chiesto i documenti, poi hanno preso me e mio padre, ci hanno bendati e ci hanno caricati su un furgone militare. Non ci hanno detto dove ci portavano, io sono stato preso e menato nel retro del mezzo. Non sapevo cosa sarebbe successo ed ho avuto paura”, racconta Manuel al sito. Secondo un comunicato della polizia israeliana, pubblicato dal Times of Israel e ripreso da Salto.bz, padre e figlio hanno preso parte alla raccolta delle olive non autorizzata e gli attivisti sarebbero fuggiti in una zona di esercitazioni militari all’arrivo degli agenti.

Padre e figlio erano in Cisgiordania dal 18 ottobre per consegnare fondi raccolti in Italia a Youth of Sumud, l’associazione di volontariato che nel 2024 ha vinto il premio Alex Langer. “Siamo stati interrogati, schedati con impronte e dna e tenuti ammanettati fino alla notte”, prosegue il racconto del figlio a al portale altoatesino. “Ero con mio padre in una cella lurida, ma almeno con lui, quindi eravamo tranquilli”, aggiunge. Le motivazioni alla base dell’accusa, dice Manuel Tartarotti, sono la presenza in una zona dichiarata illegale (“anche se non c’era nessun cartello ad indicarlo”) e soprattutto l’affiliazione a Youth of Sumud, “che loro definiscono terrorista, cosa che ovviamente non è vera”. Per entrambi è scattato un divieto di ingresso in Israele di dieci anni.

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Gli autotrasportatori fermi a Napoli: “Protestiamo contro il caro vita, lottiamo per tutti”

In Campania prosegue la protesta degli autotrasportatori e aumentano i disagi per i cittadini. Quasi tutti i distributori di benzina nella città di Napoli hanno esaurito le scorte di carburante e fuori le poche stazioni di servizio ancora attive, per tutta la mattinata si sono create code di decine di auto e persone con le taniche in mano per un rifornimento extra. Nei supermercati gli scaffali sono sempre più vuoti e in alcuni punti vendita non è certa la riapertura nei prossimi giorni se dovesse proseguire il blocco dei rifornimenti. “Noi stiamo protestando per tutti – ci spiega uno degli autotrasportatori in presidio a via Brecce, nel blocco davanti al deposito di carburante nei pressi del porto di Napoli – protestiamo contro il caro gasolio e in generale contro il caro vita. E su questi temi non abbiamo avuto ancora nessuna risposta dal governo, non è possibile pagare il gasolio ad oltre 2 euro e 40 a litro, costi che si aggiungono poi all’aumento dei prezzi in generale, ci stanno portando verso la rovina”.

Gli autotrasportatori minacciano di proseguire il blocco fino al 27 ottobre, data del prossimo incontro con il governo e intanto puntano il dito contro l’esecutivo reo di non ascoltare le motivazioni degli autisti che non riescono più a sostenere i costi del carburante. Una contestazione che in Campania ha letteralmente bloccato per tutto il giorno i collegamenti con la rete autostradale. “Facciamo un appello al governo – dicono i manifestanti dal presidio di Casoria, in provincia di Napoli – i circa 400 milioni di cui parlava ieri il ministro Salvini a noi non interessano, così come non interessano gli sgravi fiscali, i risultati li vogliamo vedere davanti al distributore di benzina quando abbasseranno i prezzi, altrimenti da qui non ce ne andiamo. Vogliamo risposte concrete su come poter sostenere il costo del carburante che sta rendendo impossibile per noi lavorare e il costo della vita in generale che ormai è diventato insostenibile per molte famiglie non solo al sud”.

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Grecia, 10mila in piazza ad Atene per istruzione e alloggi: “Investite nella scuola”

Anche in Grecia studenti, docenti, lavoratori e pensionati sono scesi in piazza per protestare. L’aumento del costo della vita, compreso l’incremento dei prezzi del carburante, e la rabbia per le condizioni delle scuole e la mancanza di alloggi a prezzi accessibili per gli studenti stanno alimentando le proteste in tutta Europa. “Dalla Grecia alla Francia, investite nell’istruzione”, riporta uno striscione esposto durante la protesta ad Atene, dove oggi 10mila persone hanno sfilato pacificamente fino alla sede del Parlamento. Per timore dei disordini, circa tremila agenti sono stati impiegati in strada, ma non ci sono state segnalazioni di incidenti rilevanti.

Decine di tende sono state montate a piazza Syntagma, in protesta per l’aumento dei costi degli alloggi. Tra le principali richieste dei manifestanti ci sono anche l’aumento dei finanziamenti statali per portare la spesa dedicata all’istruzione al 5% del Pil, la copertura di migliaia di posti vacanti o precari tra gli insegnanti e il miglioramento delle infrastrutture scolastiche. Le mobilitazioni si sono svolte con la partecipazione di federazioni scolastiche, sindacati, associazioni e comitati studenteschi. Non si è mobilitata solo la Capitale, ma anche altre città importanti come Salonicco, dove hanno partecipato circa duemila persone, Patrasso, con tremila manifestanti, ed erano in tanti anche a Larissa, Volos e a Creta, come riporta Ert News.

Le manifestazioni in Grecia spesso sfociano in episodi di violenza, e i negozi e i bar lungo il percorso hanno abbassato le saracinesche d’acciaio per proteggersi dalla possibilità che le vetrine venissero sfondate. Secondo Ert News, l’unico episodio di violenza registrato è nella zona di Omonia, dove un gruppo di uomini incappucciati avrebbe atteso i manifestanti. Alcuni minorenni hanno lanciato pietre contro una squadra antisommossa della polizia, provocando l’arresto di quattro persone. La polizia ha risposto con granate stordenti e ha respinto i ribelli verso le strade circostanti. A Salonicco sono attualmente occupate 18 scuole, mentre a Cania 21 e in tutta la Macedonia Centrale il numero sale a 30. Dopo le recenti mobilitazioni nel resto d’Europa, l’allerta resta alta, anche perché da parte dei manifestanti non mancano i riferimenti alle altre piazze del Continente. Tra striscioni e palloncini che chiedono “diritto al sapere, diritto al futuro”, spunta anche qualche cartellone con la scritta in francese “studiare o sopravvivere”.

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Il Borussia Dortmund si rifiuta di fare la doccia nello stadio di Baku: “Non sono così lussuose”. Per i giocatori riservata l’area spa dell’hotel

I giocatori del Borussia Dortmund hanno lasciato lo stadio olimpico di Baku senza fare la doccia dopo la vittoria per 2-1 sul Sabah FK, martedì sera in Champions League. Secondo il quotidiano tedesco Bild, il club ha agito per precauzione, temendo la possibile presenza di Legionella nell’impianto idrico. Le preoccupazioni sarebbero legate all’utilizzo saltuario dello stadio e al passaggio irregolare d’acqua nelle tubature.

Però, finora non sono mai stati segnalati casi di contaminazione. E di fronte a una richiesta di spiegazioni, il direttore sportivo Ole Book ha dichiarato: “Credo che in hotel le docce fossero un po’ più accoglienti. Per questo cerchiamo di far arrivare lì i giocatori più rapidamente“. Poi ha aggiunto: “Potete immaginarvelo. Qui le docce non sono così lussuose“. Il Dortmund aveva riservato alla squadra l’area spa dell’hotel per il recupero dopo la partita.

Non sembra però che la decisione sia stata presa dai giocatori stessi. “Anche ieri, dopo l’allenamento, non abbiamo fatto la doccia qui. Ci è stato detto di non fare la doccia qui, ma in hotel: per questo siamo tornati rapidamente in albergo”, ha spiegato il tecnico Niko Kovac. La decisione però non è stata molto apprezzata dai rivali del Sabah. Il calciatore Sabah Joy-Lance Mickels ha detto a Sky: “Non so quale fosse il problema. Non voglio insinuare nulla sul BVB. Abbiamo fatto la doccia lì appena la scorsa settimana, prima della partita contro lo Slavia Praga. Le docce sono ottime e l’acqua non è fredda“.

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Netanyahu torna a minacciare l’Iran: “L’unica soluzione è rovesciare il regime”. Financial Times: “Trump ha impedito un nuovo attacco israeliano”

“Rovesciare il regime iraniano”. Benjamin Netanyahu, a soli sei giorni dalle elezioni in Israele, torna a invocare la guerra contro la Repubblica islamica, dopo l’ultima campagna iniziata il 28 febbraio scorso che non ha portato a stravolgimenti nelle politiche di Teheran. E non è l’unico: come lui, anche il suo ministro della Difesa, Israel Katz, è tornato a minacciare una nuova stagione di conflitto mentre Washington e gli ayatollah stanno ancora portando avanti i colloqui di pace.

Se si tratti di dichiarazioni dettate più da necessità elettorali che da convinzioni strategiche non è possibile stabilirlo. Fatto sta che il primo ministro israeliano è tornato a usare lo stesso vocabolario delle settimane degli attacchi incrociati fra la Repubblica islamica e gli obiettivi israeliani e americani in tutto il Golfo. “Il regime iraniano non ha ancora imparato la lezione, c’è solo un modo per rimuovere la minaccia una volta per tutte: rovesciare il regime in Iran ed è la mia direttiva per Idf, Mossad e agenzie di sicurezza”, ha affermato durante una cerimonia militare nel sud di Israele. E ha poi minacciato direttamente la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, dicendo che “ha deciso di seguire le orme di suo padre. L’Iran sta ancora una volta tentando di sviluppare le sue armi di morte”.

Se si tratti di un ordine di passare all’azione è tutto da stabilire. Ma anche secondo Katz, ad esempio, un nuovo scontro tra Tel Aviv e Teheran sarebbe vicino. Non per volontà dello Stato ebraico, però, ma della Repubblica islamica che vorrebbe influenzare il voto: “Il regime iraniano si trova nel suo momento di maggiore debolezza – ha detto – Questa debolezza potrebbe indurlo ad adottare misure estreme. Negli ultimi giorni, abbiamo individuato tentativi da parte dei nostri nemici, principalmente l’Iran e i suoi alleati, di sferrare attacchi che influenzeranno l’esito delle elezioni in Israele. Se l’Iran attacca Israele, l’Iran brucerà!”.

Sul fronte dei colloqui tra Iran e Stati Uniti, le valutazioni delle due parti appaiono in contrasto. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha parlato di un accordo estremamente difficile da raggiungere, così “la pressione economica continuerà” finché Teheran non smetterà di attaccare le navi mercantili nello Stretto di Hormuz. Da parte sua, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha detto che lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso finché Washington non accetterà le condizioni di Teheran, aggiungendo che i colloqui indiretti proseguono attraverso Pakistan e Qatar. Il capo della diplomazia di Teheran, però, mostra maggiore ottimismo affermando che “gli americani ci hanno fatto sapere di essere d’accordo con il nostro nuovo piano di sette giorni per porre fine alla guerra, ma desiderano aggiungere alcune clausole”. Ha però specificato che “l’Iran non cederà in alcun modo, né alle sanzioni economiche né alle minacce militari. L’unica soluzione adeguata è la diplomazia. Finora, Teheran ha partecipato a tre cicli di colloqui con gli Stati Uniti, tutti sfociati in una guerra contro l’Iran. Ciononostante, la porta alla diplomazia rimane aperta”.

Washington non sembra volersi mettere al fianco di Tel Aviv anche in questa nuova offensiva, per adesso solo verbale, contro l’Iran. E, come è ormai chiaro, mira invece a una distensione che indirizzi il conflitto verso un tavolo di pace. A confermarlo, secondo quanto scrive il Financial Times, è anche l’intervento diretto di Donald Trump per stoppare una nuova campagna militare israeliana che doveva iniziare il 10 ottobre scorso. Netanyahu, si legge, aveva incaricato le sue forze armate di pianificare una nuova offensiva di vasta portata, con l’esercito israeliano pronto per una campagna di bombardamenti di più giorni che avrebbe preso di mira infrastrutture civili come centrali elettriche, impianti nucleari e altri obiettivi. Una versione confermata da tre fonti che hanno parlato al quotidiano finanziario britannico ma che viene smentita dal Jerusalem Post, secondo cui né Netanyahu né Katz o altri esponenti del governo avevano dato ordine all’Idf di prepararsi all’attacco.

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Il concorso per la scuola di formazione dei medici di famiglia in Lombardia è di nuovo un flop. Il sindacato: “C’è incertezza sul futuro della professione”

Anche quest’anno, al concorso per accedere al corso triennale di Medicina generale in Lombardia si sono presentati circa la metà dei candidati previsti. Erano arrivate oltre 600 domande, ma hanno fatto la selezione solo in 310. L’ennesimo flop: come successo nel 2025, non verranno coperti neanche i posti messi a bando, che quest’anno erano stati aumentati a 481 – 91 in più rispetto a 12 mesi fa – per provare a tamponare la carenza di professionisti. Ma la tendenza, in atto ormai da tempo nella regione amministrata da Attilio Fontana, non riesce a essere invertita. La Lombardia, infatti, è la regione italiana in cui la situazione è più critica: mancano oltre 1500 medici di famiglia. E quelli che ci sono assistono in media almeno 300 pazienti in più rispetto al limite consigliato, con disagi crescenti e potenziali rischi per la salute. Con questo nuovo fiasco, sarà impossibile coprire il fabbisogno di camici bianchi calcolato per i prossimi tre anni. Anche perché sullo sfondo resta concreta la possibilità che, tra gli aspiranti che hanno partecipato al concorso, ci possano essere delle defezioni nelle prossime settimane.

Qualche mese fa le premesse erano state accolte come “incoraggianti” dalla Federazione italiana medici di medicina generale. Poi è arrivata “la doccia fredda” che ha spento gli entusiasmi del sindacato. La Fimmg Lombardia si interroga sul perché di così tante defezioni il giorno delle prove, di tutti questi ripensamenti all’ultimo minuto. “Una riflessione è doverosa: sulla scelta pesa l’incertezza che avvolge la professione nei prossimi anni, in uno scenario che sembra privilegiare attività sempre più spersonalizzate e in cui manca qualsiasi valorizzazione del medico di famiglia libero professionista, dotato di un proprio studio organizzato con personale amministrativo, infermieri e strumenti diagnostici, quale primo riferimento per la popolazione”, commentano i rappresentanti di categoria.

Pur riconoscendo l’importanza del collegamento e della presenza dei professionisti nelle Case di comunità, per la Fimmg le discussioni degli ultimi mesi attorno al ruolo dei medici di famiglia nelle nuove strutture territoriali, previste dal Pnrr, hanno allontanato i giovani da questo percorso di carriera. Il messaggio che è passato “è quello di una progressiva assimilazione nell’area sempre più spersonalizzata del pubblico impiego”. Per questo chiedono un confronto con la Regione: “Bisogna potenziare l’attività degli studi medici diffusi nei quartieri delle città e in tutto il territorio, o la fine della figura del medico di famiglia sarà inevitabile”, commenta Anna Pozzi, segretaria regionale della Fimmg Lombardia. Ora, spiega, “stiamo analizzando, non senza preoccupazione, le proposte provenienti dalla Direzione generale Welfare in vista di un incontro di trattativa programmato per il 27 ottobre, e stiamo raccogliendo le osservazioni provenienti da tutte le nostre sezioni provinciali”.

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“Non è mai troppo tardi per diventare se stessi”, Julianne Moore alla Festa del Cinema di Roma. Jesse Eisenberg le cuce addosso un ruolo tra teatro, comicità ed emancipazione

“Non è mai troppo tardi per diventare se stessi. È un percorso. Non importa da dove parti, dove vivi, chi sei. Conta che a un certo punto arriva una rivoluzione dentro di te e la devi vivere. E sono felicissima e grata a Jesse per questo ruolo che mi ha riempito di gioia”. Non si percepisce alcun filtro nelle parole grate ed entusiastiche di Julianne Moore, alla 21esima Festa del Cinema di Roma dove riceverà il Premio alla Carriera e dove accompagna, da protagonista, il terzo film di Jesse Eisenberg, The Debut.

Una commedia brillante che sa di “lettera d’amore” al teatro (“ma quello amatoriale, un po’ buffo, casalingo…” chiosa l’attore e regista americano) ma che è anche, e soprattutto, il ritratto di una donna rimasta bambina che “cresce” grazie all’esperienza terapeutica della recitazione teatrale. Mona è infatti una timidissima casalinga del New Jersey, moglie e madre di figli laureandi. Ha trascorso l’esistenza nell’invisibilità, nella distrazione della famiglia d’origine e ora nell’indifferenza di quella da lei formata. Quando si appresta a fare un provino per un ruolo secondario nel musical teatrale “Vicini ficcanaso” non sa cosa l’attende.

Scritto e pensato da Eisenberg appositamente per Moore, il film la vede impegnata in uno dei personaggi più vibranti della sua carriera, ruolo che Julianne esprime con il talento che la contraddistingue e che, probabilmente, la proietterà nella corsa verso un suo secondo premio Oscar. “Jesse in realtà mi ha donato due ruoli. Uno era quello di Mona, molto timida, servile, invisibile. L’altro era quello della mutazione in Miss Danielle, il personaggio teatrale. Il teatro le fa da psicoterapia verso un’emancipazione organica, la fa diventare adulta”, spiega l’attrice ben lontana dal dimostrare i suoi 65 anni. The Debut, di fatto, è un film sul doppio processo: da una parte, quello di assunzione di una maschera, ovvero di ingresso in un personaggio immaginario, dall’altra quello di costruzione di una personalità che non ha mai avuto l’opportunità di formarsi. Partner perfetto in questi siparietti di training teatrali è Paul Giamatti, che interpreta il regista “psicologo” della povera Mona. E Julianne è clamorosa nel tradurre sul proprio corpo e voce lo shock di Mona vs Miss Danielle, dove una combatte contro l’altra, in un gioco di maschere eccezionale.

“Spesso ci viene chiesto dove si incontrano la vita dell’attore e quella dei suoi personaggi. Per quanto mi riguarda, il mio metodo consiste nell’avvicinarmi quanto più possibile al mondo emotivo dei personaggi che incarno. La collisione arriva gradualmente, e si compie quando le nostre soggettività, cioè le percezioni di mondo e le emozioni che esse comportano, arrivano quasi a coincidere. È proprio per tutto questo che amo il mio lavoro”, sottolinea Moore. Ed è dunque meraviglioso vederla nella sua “mutazione” comportamentale che entra fin troppo nel suo personaggio fino a diventarlo, in un crescendo del film che tocca notevoli toni di comicità. “È basato sulla mia vita”, spiega Eisenberg. “Da bambino frequentavo la comunità teatrale per via della mia famiglia. Il tono che ho voluto in The Debut è surreale, non realistico. Ma le emozioni che lo attraversano sono assolutamente agganciate alla realtà. Quanto a Julianne: senza di lei non ci sarebbe stato alcun Debut. È un’attrice drammatica favolosa ma è anche un… clown!”

The Debut, già osannato al Festival di Toronto, sarà nelle sale italiane dal 1° gennaio e certamente cavalcherà la Award Season in diverse categorie. Nella giornata dedicata ai “debutti”, è giusto dedicare alcune parole al film concorrente Ulya del lettone Viesturs Kairiss. Opera virtuosa in bianco e nero, racconta la biografia della leggendaria giocatrice di basket lettone Uļjana Semjonova, dotata della straordinaria altezza di 2,13 metri. Il film, che ha visto la sua première al Festival di Cannes, mette a fuoco la sua difficile adolescenza, le origini contadine nella Lettonia sovietica del 1964, il “debutto” nel basket, il bullismo, la solitudine, ma anche i sogni, le speranze e le gioie che nel tempo seppe costruirsi. Un film interessante, visivamente vibrante, e con un protagonista prodigioso – Kārlis Arnolds Avots – che ha voluto a tutti i costi vestire i panni della giovane e collaborare alla sceneggiatura. È il candidato della Lettonia ai prossimi Oscar.

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Mattarella sfida i magnati del tech: “Il controllo dei monopoli è libertà”. E cita Einaudi che li definiva “origine dei mali sociali”

“Il controllo dei monopoli è libertà”. Sergio Mattarella richiama la battaglia del liberale Luigi Einaudi per lanciare un monito contro la concentrazione del potere economico e le pretese dei grandi magnati delle nuove tecnologie. E indica nell’Unione europea la dimensione indispensabile per raccogliere una sfida che non è soltanto economica, ma anche democratica. In una stagione segnata dall’ascesa dei sovranisti e dalle proteste dei giovani preoccupati per un futuro di diseguaglianze, Mattarella chiarisce la posta in gioco e indica una direzione.

Parlando al Quirinale durante la cerimonia per i Cavalieri del Lavoro, il capo dello Stato denuncia le “pretese neo-monopoliste” e punta il dito, senza il bisogno di fare nomi, contro i “cosiddetti magnati, insofferenti alle regole della comunità, siano esse statuali o sovranazionali, con assurde inaccettabili pretese in settori nevralgici della vita internazionale”. Con particolare attenzione alle “tecnologie satellitari e l’intelligenza artificiale“, visto “il peso crescente che hanno assunto nella nostra vita quotidiana”. Perché nessuno sottovaluti i pericoli che corriamo, Mattarella si rifà a una battaglia del 1947, quella di Einaudi, futuro presidente della Repubblica, che all’Assemblea Costituente propose di stabilire che la legge non potesse essere “strumento di formazione di monopoli economici; ed ove questi esistano li sottopone a pubblico controllo a mezzo di amministrazione pubblica delegata o diretta”. Una proposta avanzata, sottolinea Mattarella, “proprio perché liberale“. Nei monopoli Einaudi individuava “l’origine più profonda e vera dei mali sociali”, collegandoli alla disoccupazione e alle disuguaglianze. La Costituzione avrebbe comunque previsto limiti all’iniziativa economica e la possibilità di riservare o trasferire determinate imprese alla proprietà pubblica, ma l’emendamento di Einaudi non entrò nella Carta. Ottant’anni dopo, Sergio Mattarella raccoglie e rilancia quella sfida, per affrontare problemi che i Costituenti non potevano immaginare.

Cos’è un monopolio? Una sola impresa che controlla l’offerta di un prodotto o servizio sul mercato. Ma i rischi ci sono anche se a dominare i mercati sono pochi grandi operatori. Il problema nasce quando la concentrazione del potere limita la concorrenza riuscendo a imporre prezzi e comportamenti. Se poi riguarda infrastrutture indispensabili la concentrazione economica può trasformarsi in potere politico. E se le decisioni private incidono sull’accesso a servizi essenziali, la questione non riguarda più solo l’economia di mercato, ma la capacità delle istituzioni democratiche di governare processi che coinvolgono milioni di persone e una dimensione globale difficile da affrontare con le sole politiche nazionali. Per questo Mattarella dice che “la prospettiva, anche quanto a dimensioni, è quella europea”. L’Europa dispone già di norme antitrust e del Digital Markets Act, quello che impone precisi obblighi alle grandi piattaforme digitali per garantire la concorrenza. Ma la velocità con cui si stanno sviluppando i nuovi mercati tecnologici e il loro valore su quelli finanziari pone sfide inedite. “È la crescente integrazione dell’Unione europea la chiave della crescita di competitività, della difesa e del potenziamento di una civiltà i cui valori oggi appaiono minacciati”.

La sfida è concreta. Nelle comunicazioni satellitari, la dipendenza da operatori come Starlink, del gruppo SpaceX di Elon Musk, interroga l’autonomia europea in un settore strategico anche per la sicurezza e la difesa del vecchio continente, come sanno bene gli ucraini che al momento non hanno un’alternativa europea equivalente. L’Ue rincorre anche sul fronte dei semiconduttori e dei servizi cloud. Quanto all’intelligenza artificiale, tutto sembra ruotare intorno agli immensi data center. Infrastrutture costose ed energivore, nelle mani di pochi grandi operatori, per la maggior parte statunitensi. Il controllo di queste tecnologie condizionerà l’accesso al mercato di migliaia di imprese, compreso il piccolo commerciante. In Europa, dunque, la sfida è doppia: impedire che queste posizioni di forza soffochino mercato e concorrenza e liberarsi dalla dipendenza tecnologica verso aziende estere. Sullo sfondo, il rischio denunciato da Mattarella che le “pretese neo-monopoliste” si riflettano “sulle stesse libertà del nostro modello di vita”.

Per questo non basta affidarsi ai controlli delle autorità di Bruxelles. Serve una risposta politica comune ed è qui che il discorso del Capo dello Stato diventa politico: “Non è il tempo del ripiegamento, del giardino di casa”, avverte. Un messaggio che parla anche alle nuove generazioni. Il presidente denuncia il malessere, l’insicurezza per il futuro e la fuga dei talenti, mentre richiama le fragilità dell’economia italiana, dai bassi salari alla scarsa produttività. “La società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione“, ammonisce. E ricorda che “l’inclusione è alleata decisiva della crescita, non un costo improduttivo”. Alla cerimonia per i Cavalieri del Lavoro, il filo che lega le parole e le preoccupazioni di Mattarella a quelle di Einaudi è la libertà. Anche quella di lavorare, fare impresa, costruire il proprio futuro senza subire il potere di pochi.

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“Il regista di Berlusconi”: il 2 novembre a Roma la serata speciale con Travaglio, Oliva, Zanca e Gasparotti

Cosa c’è davvero dietro trent’anni di immagine, televisione e retroscena della politica italiana?

Per rispondere a questa domanda e raccontare cosa c’è stato dietro le quinte del potere, lunedì 2 novembre alle ore 21:00 il Teatro Palladium di Roma ospiterà una serata evento speciale dedicata alla presentazione del libro «Il regista di Berlusconi – I segreti dei miei trent’anni con Silvio» (Paper First).

Un viaggio unico nella memoria storica e nelle strategie di comunicazione politica insieme agli autori Roberto Gasparotti e Paola Zanca, con la partecipazione straordinaria del direttore de il Fatto Quotidiano Marco Travaglio e la conduzione della condirettrice Maddalena Oliva.

Nel corso della serata verranno proiettati in anteprima speciale filmati e contributi video inediti raccolti in oltre tre decenni di regia.

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI:

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Caro carburante, la protesta si spacca nel Foggiano: i tir arretrano ma non tutti. E a scuola puniscono gli studenti in piazza

La pioggia lava l’asfalto, ma non la rabbia. Davanti ai caselli autostradali del Foggiano, dove la protesta contro il caro carburante e il costo della vita è partita tra le prime in Italia, dopo oltre dieci giorni il fronte comincia a mostrare le prime crepe. I presidi di Candela, Poggio Imperiale, Foggia e Cerignola si alleggeriscono, qualcuno viene smontato, altri restano pronti a riaccendersi. Ma la domanda, tra camionisti e agricoltori, è sempre la stessa: quanto si può resistere senza lavorare e senza rimetterci anche i soldi per tornare a farlo? Nicandro Vigilante, portavoce degli autotrasportatori del presidio del Gargano, al casello di Poggio Imperiale, rivendica la scelta di abbassare momentaneamente i toni: “Noi vogliamo dare un segnale tangibile al ministro Salvini, perché abbiamo apprezzato il suo sforzo a riceverci. Ci ha garantito che ci sarà un altro tavolo tecnico il giorno 27 e, come segno di collaborazione, abbiamo pensato di rimuovere i presidi. Ci sono un po’ di focolai che non sono coordinati con noi, ma la maggior parte ha rimosso i presidi”.

Una linea che non convince Vincenzo Pinnelli, portavoce del presidio di Cerignola Est, dove la protesta continua, seppure con un alleggerimento. “Se oggi non si vedono presidi è solo perché piove, ma nessuno sta andando a lavorare. Magari non li vedi in piazza adesso, non li vedi al casello, li vedi più tardi. La gente, pure se non è al presidio, non va comunque a lavorare, bloccando le forniture”. Pinnelli che solo qualche giorno fa aveva contestato anche Gianni Alemanno, non usa giri di parole: “Non è che possiamo andare a lavorare in queste condizioni, non abbiamo i soldi per poterlo fare. Come lo devo spiegare? Per andare a lavorare devo scaricare il gasolio agricolo che oggi è venduto a 1,45 euro. E l’autotrasportatore deve mettere il gasolio a 2,40 euro. È cambiato qualcosa da ieri a oggi? Io non li vedo tutti questi cambiamenti e quindi resto a casa”. Il calendario, adesso, ha una data cerchiata in rosso: il 27 ottobre, quando è atteso un nuovo confronto con il governo.

“I presidi magicamente possono apparire anche da domani. Il caos non è dato dal presidio, ma quando manca il prodotto negli scaffali. Fra un po’ ne mancheranno tanti”, avverte Pinnelli, che invita a “restare uniti e manifestare pacificamente e civilmente per tutelare i nostri diritti”. E aggiunge: “Nel rispetto delle leggi, il diritto a manifestare resta sacrosanto e non intendiamo indietreggiare di un solo millimetro”. Sul versante agricolo, intanto, la mobilitazione rallenta senza spegnersi. Al presidio di Candela, Mauro Di Santo guarda all’incontro previsto per giovedì alle 15.30 al Masaf, con il sottosegretario Patrizio Giacomo La Pietra. “Vogliamo certezze sulle tempistiche del gasolio agricolo e sui fertilizzanti, date certe che garantiscano la semina. Altrimenti andassero loro a seminare e il grano se lo possono tranquillamente comprare dal Canada e dalla Turchia, tanto sono già abituati, perché lo fanno ogni anno. Basta vedere i documenti doganali”.

E mentre camionisti e agricoltori cercano di capire se il governo passerà dalle parole ai fatti, la protesta ha coinvolto anche gli studenti. In Puglia ragazzi sono scesi in piazza accanto a trattori e tir, rivendicando il diritto a un futuro meno precario. Ma a Canosa, al liceo di Scienze umane e Scientifico “Fermi-Einaudi”, l’assenza collettiva del 17 ottobre ha avuto un seguito inatteso: una comunicazione del dirigente scolastico pubblicata nella bacheca virtuale, con un richiamo alla frequenza e alle responsabilità educative. La lettera richiama espressamente “le possibili ricadute sul voto di comportamento”, ricordando che la valutazione incide sul percorso scolastico e, nel triennio, sull’attribuzione del credito. Una conseguenza che ha fatto infuriare alcune famiglie. “E cosa insegnano a fare educazione civica a scuola se poi negano i diritti costituzionali? È un enorme controsenso. Ma poi perché continuare a minacciare i ragazzi che rivendicano il loro futuro?”, protesta una mamma. Intanto il ministro Matteo Salvini ha annunciato l’avvio dei pagamenti a 32mila aziende di autotrasporto, duemila al giorno, mentre ha condannato gli atti intimidatori contro i camion.

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Dei nuovi ospedali Inail annunciati, nemmeno l’ombra: il Piemonte vince la gara a chi la spara più grossa

“Il nuovo ospedale Regina Margherita nel programma Inail”, “Intesa operativa Regione-Inail per costruire sette nuovi ospedali”, “Nuovo ospedale a Padova Est, sarà l’Inail a costruirlo: ‘Si entra nella fase operativa’,” “Il nuovo Umberto I a Pietralata sarà costruito con i fondi dell’Inail. In arrivo un miliardo”: un fioccare di notizie accompagnate da conferenze stampa di assessori e presidenti di Regione che si fanno belli in vista delle prossime elezioni. Però, di ospedali Inail veri – intendendoli come edifici con dentro impianti, personale e pazienti – neanche l’ombra.

A spararle grosse arriva anche la Conferenza Stato-Regioni: “OSPEDALI, IL MODELLO INAIL | “Così Investimenti e manutenzione liberano risorse per l’assistenza”; in pratica, secondo loro, i nuovi ospedali arrivano già belli che confezionati da un Ente pieno di soldi e di efficienza specchiata, così le Regioni hanno più risorse per ridurre le liste d’attesa e aumentare le prestazioni sanitarie, come i cittadini constatano felici ogni giorno. Allora vai a cercare sul sito dell’Inail dove sono questi benedetti ospedali Inail per sapere dove gli italiani sono più felici: non c’è e non c’è neppure una lista degli interventi in corso, con l’indicazione dello stato di avanzamento prima della pratica (progetti, appalti ecc.) e poi dei lavori. Cercate anche voi.

Poi c’è la realtà: al momento nessun ospedale Inail è stato completato, in nessuno sono iniziati i lavori, nessun appalto risulta aggiudicato. Siamo ai preliminari, agli studi, ai tavoli istituzionali, alle valutazioni di impatto, alla formazione dei computi economici, con documenti che vanno e vengono da Roma, a volte con intervalli semestrali che richiedono nuovi incarichi per aggiornare i prezzi, come un gioco dell’oca che vede passare gli anni, invecchiare la popolazione, curata sempre più in ritardo e in strutture fatiscenti.

In questa gara a chi la spara più grossa il Piemonte primeggia. Il presidente Cirio e l’assessore Riboldi annunciano ciclicamente nuove roboanti realizzazioni che stanno sempre per partire, ma non partono mai. Per questo, nella primavera scorsa, il Consigliere Regionale M5S Pasquale Coluccio, stanco delle loro bufale, amplificate dai velinari piemontesi – i due si vantavano di aver ottenuto un finanziamento di due miliardi di euro per realizzare l’intero piano per 7 nuovi ospedali – ha promosso un’analisi riferita agli Investimenti Inail, all’edilizia sanitaria e all’effettiva capacità di spesa dell’Istituto.

I suoi colleghi parlamentari ne hanno tratto un’interrogazione istruttiva al Ministro Schillaci in cui gli chiedono di chiarire l’effettivo avanzamento del programma di finanziamento delle strutture ospedaliere di Inail. Al momento non si dispone della risposta.

Tra le debolezze che l’analisi mette in evidenza c’è quella della struttura che l’Istituto dedica alla realizzazione del suo piano di edilizia sociale. La fragilità è nota: per l’esempio l’Asl Cuneo 1, che quasi un anno fa ha mandato all’Istituto tutta la documentazione necessaria alla realizzazione del nuovo ospedale di Savigliano, attende ancora l’esito dell’istruttoria tecnica da parte dell’Istituto. Nel frattempo, i costi di costruzione sono aumentati, quindi bisognerà di nuovo mettere mano al Progetto di Fattibilità Tecnica Economica, a cui seguirà la verifica di Inail, sperando che nel frattempo non intervenga un’altra crisi mondiale a riportarci indietro nelle caselle di questo gioco dell’oca senza fine.

Le autorità politiche regionali non possono non conoscere la realtà dei fatti, ma prendono in giro gli elettori creduloni.

L’inserimento dei nuovi ospedali del Piemonte nel Piano triennale di edilizia sociale dell’Inail risale al 4 febbraio 2021, quando su richiesta di Cirio l’allora Presidente Conte firmò, insieme ai Ministri Speranza e Catalfo, il Dpcm “Iniziative urgenti di elevata utilità sociale nel campo dell’edilizia sanitaria…”. Al Presidente Cirio (Forza Italia), in carica dal 2019, va riconosciuta l’abilità di vendere per fresca una vecchia minestra che tra poco compirà 5 anni senza combinare nulla, se non innamorarsi, presto deluso, di investitori privati deludenti con i partenariati pubblico-privato (PPP) di cui ho abbondantemente dato conto sul blog.

C’è però una questione che supera tutte le altre: l’Inail comunica che nel 2025 i morti sul lavoro sono stati 1093, mica pochi. Leggendo l’analisi commissionata da Coluccio sul Bilancio dell’Ente, balza agli occhi un’evidenza che agghiaccia: Inail riscuote ogni anno oltre 10,3 miliardi di euro di contributi versati dalle Aziende che assicurano i dipendenti, dunque soldi dei lavoratori. A queste somme si aggiungono rendite patrimoniali e trasferimenti dallo Stato, 13,6 mld di entrate. Le uscite sono 11,9 mld. Da qui un avanzo finanziario che caratterizza da sempre il bilancio Inail e che si accumula anno per anno presso la Tesoreria Centrale dello Stato.

Siamo a circa 50 mld: significa che, con i contributi non spesi per prestazioni destinate agli assicurati, l’Inail fa da banca allo Stato gratis perché non riceve interesse sui capitali che lascia nella Tesoreria. Lo Stato riconosce oltre il 4% di interesse ai sottoscrittori dei Btp, invece la remunerazione del deposito presso la Tesoreria è pari a 0% poiché gli introiti vengono registrati su un conto corrente infruttifero.

Questo è il vero grande scandalo dell’Inail, ancora più grave perché in palese conflitto con la sua ragione sociale, la prevenzione degli infortuni sul lavoro. Così si capisce meglio perché il rinnovo degli incarichi di direttore, presidente, e consiglieri di amministrazione di Inail diventa un affare di Stato; non si tratta solo di poltronifici, è che l’Inail finanzia lo Stato coi soldi dei lavoratori, ci vuole gente fidata a guardia del bancomat. Gente che sappia evocare la mancanza di risorse per rimandare l’assunzione degli ispettori per controllare i luoghi di lavoro e le condizioni degli addetti.

Il Piemonte è una delle regioni con più ospedali finanziati dall’Inail (sulla carta). Non ne è partito nessuno, sono partiti incarichi milionari per studi e progettazioni, pareri legali. Contenti così?

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Caos Milano: la responsabilità è solo della Destra

Si chiama schizofrenia sociale ed è il risultato di un governo di Destra che dal 2022 risponde ad ogni problema con la punizione, la forza, la disciplina, l’arroganza del potere. Ciò che è accaduto in questi giorni a Milano altro non è che la prevedibile risposta a chi da quattro anni prova a zittire tutti. Ve lo ricordate il contrasto ai rave party? E il Decreto Caivano? Le norme più stringenti contro le occupazioni abusive? I metal detector nelle scuole? Il voto in condotta? L’introduzione del reato di “blocco stradale”? L’inasprimento delle pene per la criminalità minorile? Il divieto dell’uso degli smartphone in classe fino alla terza media? L’esame orale obbligatorio alla maturità? L’articolo undici ter del codice di comportamento disciplinare per i dipendenti dello Stato che impedisce di pubblicare sui social contenuti, commenti o espressioni che possano ledere il prestigio, il decoro o l’immagine dell’amministrazione di appartenenza? Le ispezioni di Valditara?

L’elenco è lungo e a questa lista va aggiunto l’aumento delle disuguaglianze economiche oltre al fatto che alcuni studi universitari basati sulle metriche Istat hanno isolato una categoria sociale in forte aumento in Italia: i “cittadini scontenti” (disgruntled). Si tratta di italiani che, a differenza del passato, partecipano attivamente alla vita sociale (votano, fanno volontariato, si informa), ma nutrono una profonda e radicata sfiducia negli altri e nello Stato.

Questo contrasto genera un atteggiamento cinico. Proprio i più giovani hanno provato in tutti i modi a dire la loro: al referendum sulla giustizia, all’esame di Stato, in occasione delle proteste sulla guerra tra Israele e Palestina, sui social, nelle loro aule ma non è bastato. Nessuno li ha presi davvero sul serio. Risultato? Il cortocircuito di un Paese: giovani (pacifici) contro altri giovani (violenti); adulti contro i ragazzi; adolescenti migranti contro compagni italiani e viceversa; politici che si accusano a vicenda; insegnanti contro i poliziotti; poliziotti contro i ragazzini e quest’ultimi in guerra con i primi.

Non è un caso nemmeno che il tutto sia avvenuto a Milano: una città edonista dove si respira l’individualismo e dove si toccano con mano le differenze sociali solo camminando per la strada. Inutile ora cercare di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Troppo tardi. Scriveva Sartre: “Che cosa vi aspettavate quando si sciolse il bavaglio che aveva reso mute le loro bocche? Che cantassero le vostre lodi’”.

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“Gli studi sugli alimenti? Fatti apposta per manipolare le convinzioni delle persone su cosa fa bene e cosa fa male, chi paga la ricerca ne decide l’esito”: Diete corrotte, il nuovo libro di Peter D’Angelo

Diete corrette? Macché, corrotte! L’ultimo lavoro del giornalista e autore televisivo Peter D’Angelo, Diete corrotte (Garzanti 2026), è un libro-denuncia rigoroso e documentato, ben leggibile, che racconta come riesce l’industria alimentare a convincere consumatori e autorità della bontà dei suoi prodotti. Ma per fortuna, non mancano le armi per difendersi. Ce ne parla l’autore nell’intervista al Fatto Quotidiano.it.

L’industria alimentare ci inganna, denuncia il sottotitolo del libro, e non senza conseguenze per la nostra salute. Lo fa fin dal 1967, quando uno studio di Harvard addossò con “apparente rigore metodologico” la responsabilità delle cardiopatie ai grassi saturi, assolvendo lo zucchero da ogni colpa. Così, per decenni, nonostante studi contrari, “l’innocente” zucchero è entrato nella nostra quotidianità, mettendo al palo i “rei saturi” a colpi di sostituzioni e cibi light. Eppure, le malattie cardiovascolari non hanno mollato la presa, anzi, sono cresciute, divenendo la prima causa di morte nel mondo.

“Mentre nei primi anni ’50, il professor Rodolfo Bergami dell’Università di Napoli sosteneva che gli infarti fossero quasi assenti in città, oggi sono il killer principale”. L’obesità, poi, interessa ormai il 12-15% della popolazione mondiale (dati OMS). “Negli States, è passata dal 15% degli anni 70 al 42% di oggi” e continuano a diffondersi tumori, diabete ecc. “Non è che le persone hanno ignorato i consigli della scienza. Al contrario. Li hanno seguiti con buona fede, con la fiducia di chi si affida a chi ne sa di più”.

Il fatto è che, come spiegato molto bene nel libro, negli anni il “modello Harvard” ha fatto scuola. “Kelly Brownell (allora a Yale, oggi alla Duke University) e Kenneth Warner (University of Michigan) lo hanno descritto: l’industria alimentare e delle bevande usa gli stessi strumenti del tabacco, dal finanziamento della ricerca all’influenza sulle istituzioni, fino alla retorica della ‘scelta personale’”. Il colpevole è chi si ammala, non chi ci riempie il piatto di cibi assolti da studi orientati ad arte.

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Vale Rossi celebra Antonelli: “Ha tutto sotto controllo. Lo conosco da quando era piccolo, giravamo insieme col kart”

L’Italia del motorsport, ma non solo, è pronta ad esplodere di gioia per Kimi Antonelli. Dopo 73 anni di attesa, un pilota italiano è pronto a diventare campione del mondo di Formula 1. Potrà succedere già questa domenica ad Austin, più verosimilmente tra una decina di giorni nel Gp del Messico. In ogni caso, è partito il conto alla rovescia. Un’attesa ben descritta da Valentino Rossi: “Per i tifosi italiani di motori è un sogno, perché non abbiamo mai avuto in Formula 1 un pilota italiano così forte”, ha dichiarato ai microfoni di Sky.

C’è un filo rosso che collega Rossi e Antonelli. La leggenda delle moto, capace di incollare alla tv milioni di italiani per seguire la MotoGp, e il ragazzo prodigio che porta l’Italia sul trono della F1, al posto della Ferrari. L’origine è comune, in quella terra dei motori che va proprio da Bologna a Pesaro. Infatti, Valentino Rossi racconta di aver conosciuto Antonelli quando era ancora bambino: “Lo conosco da quando era piccolo piccolo, giravamo insieme con il kart, e quindi vederlo che può vincere è una grande soddisfazione“, ha raccontato a Vera Spadini.

Rossi celebra colui che in qualche modo ne sta raccogliendo l’eredità, almeno nell’immaginario collettivo. E spiega: “Penso che, per come è andata quest’anno, abbia la situazione sotto controllo“. Domenica, nella serata italiana, arriverà il primo match point per il titolo: “Lo sentirò, lo sentirò. Sì, però non penso che abbia bisogno dei miei consigli“, scherza Rossi. Che incita anche Marco Bezzecchi, nonostante per il pilota Aprilia ora il sogno mondiale sia più lontano, visti i 46 punti di distacco dalla vetta della classifica: “È difficile, però, perché no? Ci sono tante gare. Secondo me Bez quest’anno ha dimostrato di essere il più veloce. 46 punti sono tanti, anche perché i piloti davanti sono due, quindi è difficile, però bisogna provare a vincere”.

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“Carovita, università pubblica definanziata e investimenti in armi sono frutto di scelte politiche precise”: a Napoli gli studenti occupano la Federico II

I focolai della protesta si espandono e si alimentano l’uno con l’altro. Alle mobilitazioni di autotrasportatori e agricoltori, ai presidi degli studenti in decine di scuole in tutta Italia e alle manifestazioni violente nelle piazze milanesi si aggiunge il fronte di Napoli, dove è stata occupata l’università Federico II. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, scrive il Collettivo autorganizzato universitario (Cau), è stata la comunicazione arrivata agli studenti dall’Ateneo, sulla necessità di interrompere la didattica in presenza. “Scaffali vuoti nei supermercati, benzina diventata un bene di lusso, affitti triplicati, pomodori a 10 euro al chilo, trasporti pubblici fermi e oggi la Federico II scrive a tutti che da domani riparte la dad, per ‘mitigare i disagi per la comunità universitaria’”. Disagi che però, sottolineano gli studenti, “non iniziano oggi e non sono il frutto di una situazione straordinaria, ma il prodotto di precise scelte politiche: il definanziamento dell’università pubblica a favore della guerra, con almeno quattro miliardi di euro alle armi nella prossima finanziaria”. Così, proseguono, “il diritto allo studio diventa un privilegio in città mangiate dalla speculazione dei grandi privati. In un Paese dove i salari sono fermi da trent’anni e dove tutto costa sempre di più, persino il pane”.

L’occupazione per il momento coinvolge la sede di porta di Massa della Federico II ed è gestita dal Cau e da Ecologia politica Napoli (Ecopol). Tutte le attività sono state interrotte e all’ingresso è stato esposto lo striscione che dice: “Per una vita degna, per una vita bella: Federico II occupata verso lo sciopero generale del 30 ottobre”. Gli studenti annunciano per domani una conferenza stampa a porta di Massa. “Sappiamo cosa vogliamo, sappiamo come prendercelo e sappiamo chi sono i responsabili – proseguono -. Siamo una generazione che cresce nella mobilitazione ed è sempre più consapevole della propria forza. Mandiamo a casa il governo Meloni: contro il carovita, per una vita degna, per una vita bella, per tutti”.

Poche ore prima era arrivata la comunicazione da parte dell’università: dal 22 ottobre, per limitare eventuali disagi e difficoltà per il raggiungimento delle sedi a causa delle agitazioni e per le difficoltà di approvvigionamento di carburante, la didattica sarà a distanza, per tutte le lezioni e le attività formative. Le attività didattiche proseguiranno online secondo gli orari già previsti dai calendari. Le attività che richiedono necessariamente la presenza, come laboratori, tirocini e altre esercitazioni pratiche, saranno disciplinate dai presidenti delle Scuole in base alle specifiche esigenze dei singoli corsi di studio. Per quanto riguarda gli esami programmati potranno invece svolgersi in presenza, compatibilmente con le condizioni organizzative e la disponibilità dei docenti, e per gli studenti impossibilitati a raggiungere le sedi universitarie saranno predisposte, in tempi rapidi, sedute straordinarie di recupero, con modalità e date che verranno comunicate successivamente. Le sedute di laurea già calendarizzate si svolgeranno regolarmente in presenza. Le misure resteranno in vigore fino a nuove disposizioni. L’Ateneo – in una nota – spiega che continuerà a monitorare l’evoluzione della situazione “con l’obiettivo di garantire la continuità delle attività universitarie, riducendo al minimo i disagi per studenti e personale”.

Immagine in evidenza d’archivio

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Il ministro Urso sui camionisti: “La polizia li sta identificando. Blocchi illegali, previsto il carcere”

“Il Viminale riferisce che si sta procedendo alle identificazioni, anche ai fini di rimuovere i presidi”. Così il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha annunciato davanti alla Camera, durante un question time, sulla mossa del ministero dell’Interno che intende passare alla linea dura, evidentemente, contro gli autotrasportatori che stanno bloccando le grandi arterie di diverse regioni del Sud.

“Impedire il passaggio dei soli camion, lasciando transitare le automobili, configura comunque un blocco stradale, con conseguenze penali anche detentive”, ha ricordato il ministro facendo riferimento alle nuove norme di legge introdotte in uno dei sette decreti Sicurezza varati dal governo. “È importante, credo che sia significativo e emblematico, che le stesse associazioni dei trasportatori ci chiedono, chiedono al ministero degli Interni, di far rimuovere i blocchi”.

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