Per decenni, uno dei principali vantaggi geopolitici degli Stati Uniti è stato rappresentato dalla loro rete globale di alleanze, basi militari e accordi di cooperazione. Un sistema che ha permesso a Washington di proiettare la propria potenza su scala mondiale, condividendo informazioni d’intelligence, tecnologie e capacità militari con partner/vassalli distribuiti in Europa, Medio Oriente e Asia. Oggi, tuttavia, questo vantaggio non appare più così incontrastato.
Come osserva Foreign Affairs, Russia, Cina, Iran e Corea del Nord stanno trasformando le loro relazioni bilaterali in una rete di cooperazione sempre più articolata, capace di rafforzare ciascun membro e di ridurre l’efficacia delle pressioni statunitensi.
La guerra in Ucraina ha accelerato questo processo. Teheran ha fornito a Mosca droni, Pyongyang munizioni, missili balistici e truppe, mentre Pechino ha garantito alla Russia un importante sostegno economico e tecnologico, attraverso l’acquisto di petrolio e la fornitura di componenti indispensabili alla produzione militare. In cambio, Mosca ha condiviso tecnologie ed esperienze maturate sul campo di battaglia, contribuendo a migliorare le capacità militari dei propri partner.
La novità è che questa collaborazione non si limita più a sostenere la Russia nella guerra per procura mossa dall’Occidente collettivo contro Mosca. Le conoscenze acquisite in Ucraina circolano all’interno della rete, alimentando l’evoluzione di droni, sistemi di navigazione e tattiche operative. Un processo che potrebbe avere conseguenze dirette anche in Medio Oriente, dove l’Iran beneficia del sostegno tecnologico e informativo di Mosca e Pechino.
Secondo la ricostruzione di Foreign Affairs, la Cina avrebbe fornito immagini satellitari utili a individuare obiettivi militari statunitensi, mentre la Russia avrebbe condiviso informazioni d’intelligence con Teheran, contribuendo alla precisione degli attacchi contro installazioni USA e alleate. Entrambe le potenze, tuttavia, hanno evitato di entrare direttamente in guerra contro Washington. La loro strategia consiste nel rafforzare le capacità iraniane senza assumersi i rischi di uno scontro militare diretto con gli Stati Uniti.
È proprio questa flessibilità a rendere più difficile contrastare la cooperazione tra i quattro Paesi. Non serve che tutti combattano sullo stesso fronte: il sostegno diplomatico, economico, tecnologico e militare può produrre effetti strategici rilevanti anche senza un intervento diretto.
Nel frattempo, Washington rischia di compromettere uno dei suoi principali punti di forza. Le pressioni esercitate sugli alleati, le politiche protezionistiche e l’approccio dell’amministrazione Trump hanno alimentato tensioni con partner tradizionali. Alcuni governi si sono mostrati riluttanti a sostenere le operazioni statunitensi, mentre altri hanno negato, almeno temporaneamente, specifiche forme di accesso militare.
Il paradosso è evidente: mentre Russia, Cina, Iran e Corea del Nord imparano a mettere in comune le proprie risorse per resistere alle sanzioni e alle pressioni occidentali, gli Stati Uniti rischiano di indebolire la coesione della rete internazionale sulla quale hanno costruito la propria superiorità.
La cooperazione tra questi quattro Paesi, inoltre, produce vantaggi che vanno oltre il teatro di guerra nel quale si sviluppa. Le difficoltà USA in Medio Oriente, per esempio, hanno imposto lo spostamento di importanti risorse militari dall’Indo-Pacifico, creando maggiori margini di manovra per la Cina. Allo stesso modo, le conseguenze economiche dei conflitti possono offrire nuove opportunità alla Russia, anche attraverso l'aumento dei prezzi energetici e le temporanee modifiche alle restrizioni sul suo petrolio.
Non si tratta, dunque, soltanto di un’alleanza contro gli Stati Uniti, ma di un sistema di relazioni che consente ai suoi membri di compensare le rispettive debolezze e sfruttare le difficoltà dell’avversario. La capacità di trasformare risorse nazionali separate in una forza collettiva sta diventando un elemento decisivo della competizione internazionale.
Il punto centrale è che la superiorità militare ed economica USA non garantisce automaticamente la vittoria strategica. Gli Stati Uniti dispongono ancora di risorse considerevoli e di una rete di alleanze molto più estesa. Ma la loro efficacia dipende dalla capacità di mantenere la fiducia dei partner e di coordinare le rispettive forze.
La sfida che emerge è quindi più profonda di un semplice confronto tra potenze. È una competizione tra reti geopolitiche, nella quale contano non soltanto le risorse disponibili, ma anche la capacità di condividerle, adattarsi e sostenersi reciprocamente. E mentre Washington continua a fare affidamento sulla propria superiorità tradizionale, i suoi avversari stanno imparando a trasformare la cooperazione in uno strumento concreto per ridimensionarla. In un mondo sempre più multipolare questo è un aspetto fondamentale.
Le immagini delle città francesi devastate il 17 ottobre sono impressionanti: municipi danneggiati, edifici pubblici assaltati, scontri con la polizia e saccheggi. Ma fermarsi alla condanna delle violenze, senza interrogarsi sulle cause profonde della crisi, significa limitarsi alla superficie di un problema che investe ormai l'intero sistema politico francese. Il caos che attraversa la Francia non nasce dal nulla. È il sintomo di una società lacerata da anni di politiche neoliberiste, austerità, precarizzazione del lavoro e progressivo smantellamento delle tutele sociali. Un modello che ha concentrato ricchezza e opportunità, scaricando sulle classi popolari il costo delle proprie contraddizioni, mentre il potere politico si è mostrato sempre più distante dai bisogni reali della popolazione, come confermato dalle politiche guerrafondaie nei confronti della Russia che colpiscono i popoli europei. Emmanuel Macron incarna questa deriva.
Presentatosi come il volto della modernizzazione, ha portato avanti un'agenda economica favorevole agli interessi del capitale, indebolendo le protezioni sociali e trattando il dissenso come un problema di ordine pubblico. Dalle mobilitazioni dei gilet gialli alle proteste contro la riforma delle pensioni, la risposta del suo governo ha mostrato ripetutamente i limiti di un sistema incapace di ricostruire il consenso attraverso il confronto sociale. Quando le tensioni esplodono nelle periferie e nelle strade, il potere si rifugia nella retorica dell'autorità, invoca il ripristino dell'ordine e promette misure di sicurezza. Ma l'ordine pubblico non può diventare il paravento dietro cui nascondere il fallimento delle politiche economiche e sociali. Né la repressione può sostituire una strategia capace di affrontare le disuguaglianze, l'esclusione e l'assenza di prospettive che alimentano la rabbia. Questo non significa giustificare devastazioni, saccheggi o aggressioni.
Significa, piuttosto, rifiutare l'ipocrisia di chi condanna le conseguenze ignorando le responsabilità politiche che hanno contribuito a creare il terreno sul quale prospera il conflitto sociale. Difendere le istituzioni democratiche richiede anche di restituire loro credibilità, renderle davvero tali garantendo diritti, servizi pubblici e dignità a chi si sente abbandonato. Il governo Macron, invece, è intrappolato nelle contraddizioni del proprio modello. Da una parte, rivendica la necessità di uno Stato forte quando si tratta di reprimere il dissenso o procedere al riarmo; dall'altra, persegue una visione economica che riduce il ruolo dello Stato nella protezione sociale e subordina le politiche pubbliche alle esigenze del mercato. La crisi francese è dunque anche una crisi del neoliberismo europeo: un sistema che promette prosperità, ma produce insicurezza; celebra la libertà economica, ma restringe gli spazi di partecipazione popolare; invoca la responsabilità individuale, mentre sottrae a intere fasce della società gli strumenti per costruire il proprio futuro.
Macron può tentare di guadagnare tempo e presentare la questione come una semplice emergenza di sicurezza. Ma le contraddizioni che attraversano la Francia non scompariranno con qualche dichiarazione solenne o con un rafforzamento dell'apparato repressivo. Finché le istituzioni continueranno a difendere un modello economico che sacrifica la coesione sociale sull'altare del mercato, il malessere resterà. La vera emergenza francese non è soltanto il disordine nelle strade: è un sistema politico ed economico che ha progressivamente eroso le proprie basi sociali. E nessuna operazione di polizia potrà risolvere una crisi che nasce dall’avidità delle classi dominanti.
Le devastazioni nel centro di Milano diventano terreno di un durissimo scontro politico. Dopo la giornata di sabato 17 ottobre, segnata da violenze, saccheggi, danneggiamenti e scontri con le forze dell’ordine, le polemiche investono Palazzo Marino e i principali esponenti dei partiti milanesi. E mentre si susseguono le dichiarazioni di condanna e le accuse incrociate, anche domenica 18 ottobre si sono registrati nuovi disordini nel cuore della città, con gli assalti ai negozi Foot Locker e Champions di via Torino e il saccheggio di un supermercato Carrefour. Le forze dell’ordine sono intervenute in tenuta antisommossa, effettuando nuovi fermi e cariche tra il Carrobbio e piazza San Giorgio.
Al centro del confronto politico ci sono la gestione dell’ordine pubblico, le responsabilità delle violenze e il rapporto tra le proteste studentesche e i gruppi protagonisti degli scontri. Il sindaco Giuseppe Sala punta il dito contro l’insufficienza degli agenti impiegati sabato, mentre la Lega attacca duramente il centrosinistra, accusandolo di atteggiamenti troppo indulgenti nei confronti dei violenti. Dal Pd arrivano la condanna delle devastazioni e la richiesta di non criminalizzare gli studenti che manifestano pacificamente.
Sala: “Troppo pochi agenti in piazza, mai avuta questa sensazione di perdita del controllo”
Il sindaco di Milano Giuseppe Sala, intervenuto a RTL 102.5 nel corso de “L’indignato Speciale”, ha espresso forte preoccupazione per quanto accaduto sabato, sostenendo che il dispositivo di sicurezza fosse insufficiente rispetto alla portata delle violenze. “Ieri in piazza troppo pochi agenti, è stato sottovalutato il momento”, ha dichiarato il primo cittadino. “Guardando le immagini, soprattutto quelle di piazza Duomo, ho visto una quantità di protestanti estremamente violenti e uno sparuto gruppo di poliziotti, messi in un angolo. Ora, io non ce l’ho con il questore, ci mancherebbe altro, con il quale lavoro ogni giorno. Ma ho l’impressione che si stia sottovalutando il momento e che le forze disponibili a Milano per la gestione dell’ordine pubblico non fossero adeguate“.
Secondo Sala, sabato sarebbero stati presenti circa 200 poliziotti, un numero insufficiente per fronteggiare gruppi che si muovevano rapidamente e si dividevano in diversi punti del centro. “Le forze dell’ordine potevano essere di più: ieri questi poveri poliziotti erano pochi. La polizia ha cercato di far arrivare dei rinforzi in zona Duomo, ma non è semplicissimo. Quindi dobbiamo essere ancora più pronti”.
Il sindaco ha poi espresso il timore che quanto accaduto non sia destinato a rimanere un episodio isolato. “Sono molto preoccupato, temo che queste siano soltanto le prime situazioni che vedremo e che ce ne saranno altre simili”, ha affermato, precisando che “nessuno, io per primo, ha la minima volontà di giustificare la violenza”. “Sono sindaco da più di dieci anni e non ho mai avuto questa sensazione di perdita del controllo sulla violenza”, ha aggiunto Sala, esprimendo piena solidarietà alle forze dell’ordine. Quanto ai danni, il Comune sta procedendo a una ricognizione: “È giusto che i privati, ma forse anche il Comune, cerchino di rivalersi nei confronti di chi è responsabile”.
Sardone: “Novanta agenti medicati, Sala e Majorino fanno polemiche patetiche”
Durissimo l’attacco di Silvia Sardone, consigliera comunale e candidata sindaco indicata dalla Lega, che punta il dito contro il centrosinistra milanese. “Stando a quanto riferiscono le agenzie di stampa sono stati 90 gli agenti medicati negli ospedali, un numero enorme che è il frutto del combinato disposto sinistra istituzionale-devastatori di professione”, sostiene Sardone. “E il sindaco Sala e il suo aspirante successore cosa fanno? Alimentano patetiche polemiche invece di concentrarsi esclusivamente sui delinquenti in piazza”.
Per l’esponente leghista, le posizioni espresse dal centrosinistra sulla gestione della sicurezza in città ne comprometterebbero la credibilità. “Sono gli stessi che si opponevano a ogni blitz delle forze dell’ordine per ripulire la stazione Centrale gridando al razzismo, non hanno nessuna credibilità. Semmai è sempre più evidente il disprezzo che la sinistra ha delle divise”. Sardone accusa inoltre il centrosinistra di cercare consenso tra i gruppi coinvolti nelle proteste: “Questo tentativo di cercare consenso tra maranza di seconda generazione e antagonisti è molto pericoloso: è un attentato alla democrazia”.
E conclude: “Fa poi sorridere sentir derubricare il tutto a ‘pochi violenti di un corteo pacifico’. Il centro di Milano è stato messo sottosopra, ci sono danni pesantissimi, negozi distrutti e saccheggiati: menomale che i violenti erano pochi, altrimenti cosa doveva succedere? Doveva andare a fuoco il Duomo per far sì che Sala e Majorino condannassero senza reticenze gli scontri?”.
Majorino: “Violenza ingiustificabile, ma non si criminalizzino gli studenti”
Dal centrosinistra arriva la condanna degli episodi di violenza, accompagnata però dalla richiesta di distinguere le responsabilità dei gruppi violenti dalle ragioni delle mobilitazioni studentesche. “Gli episodi di violenza sono assolutamente ingiustificabili e vanno condannati fermamente”, ha dichiarato Pierfrancesco Majorino, capogruppo del Pd in Regione Lombardia. “Nessuno può permettersi tuttavia di utilizzarli per criminalizzare le studentesse e gli studenti che da giorni stanno scendendo in piazza in modo assolutamente pacifico”, ha aggiunto Majorino, richiamando le questioni poste dai giovani nelle manifestazioni: il diritto alla casa, allo studio e, più in generale, al futuro.
Capelli (Pd): “La destra soffia sul fuoco, attacchi strumentali a Sala”
A difendere il sindaco e a replicare agli attacchi del centrodestra è anche Alessandro Capelli, segretario metropolitano del Partito Democratico milanese. “Siamo stati chiari fin dal primo momento: la violenza non è mai giustificabile e quello che è successo a Milano ci preoccupa molto. Ma ci preoccupa altrettanto l’atteggiamento di una destra che soffia continuamente sul fuoco, incapace di ascoltare le ansie, le paure e le rivendicazioni che arrivano dalle piazze”. Capelli legge le polemiche anche in chiave elettorale, alla luce della corsa verso le comunali del 2027. “Gli attacchi sguaiati del centrodestra al sindaco Beppe Sala dimostrano solo una cosa: in vista della campagna elettorale non hanno uno straccio di argomento o di proposta da offrire alla città”.
Il segretario dem chiama in causa direttamente il governo e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: “Il ministro Piantedosi è parte di un Governo che ha abbandonato le città da tempo e che, invece di investire sulla sicurezza reale nei nostri quartieri, ha preferito buttare via quasi un miliardo di euro nei centri in Albania”. Critiche anche al presidente del Senato Ignazio La Russa: “Rimane sorprendente il modo con cui Ignazio La Russa continua a interpretare il ruolo di Presidente del Senato. Ormai, purtroppo, non ci stupiamo più di nulla. Ma Milano merita rispetto e risposte serie, non la solita propaganda”.
Sala e il secondo giorno di devastazioni: “Condanna totale e nessuna comprensione”
“Sto vedendo in diretta quello che sta succedendo nel centro di Milano, con vetrine sfondate, negozi saccheggiati e cittadini impauriti. Voglio essere il più preciso possibile. Condanna totale rispetto a chi commette queste azioni criminali. Senza atteggiamenti comprensivi rispetto a comportamenti che lasciano poco spazio alla comprensione. In particolare per gli incidenti di oggi. Vorrei però che fosse chiaro che la mia richiesta di maggiori forze di Polizia in campo non ha intenti polemici ma è dettata dalla conoscenza della città. Preciso che ho dato istruzioni affinché la Polizia Locale, nel rispetto delle regole di gestione della sicurezza, faccia la sua parte fino in fondo, a sostegno delle forze di Polizia dello Stato”. Così il sindaco di Milano, Giuseppe Sala oggi.
Corbetta (Lega): “Milano rischia di diventare come Parigi, servono tolleranza zero e remigrazione”
Dal Consiglio regionale lombardo interviene Alessandro Corbetta, capogruppo della Lega, che invoca un deciso cambio di passo nelle politiche sulla sicurezza. “Le immagini di guerriglia urbana nel cuore di Milano sono inedite e agghiaccianti. Maranza violenti, giovanissimi incappucciati, assalti alle forze dell’ordine, auto danneggiate, negozi saccheggiati e devastazioni. Non dobbiamo permettere che Milano e le nostre città diventino teatro di caos e violenze fuori controllo come a Parigi e in Francia”. Corbetta chiede al Pd e alle altre forze di sinistra di prendere nettamente le distanze dai responsabili degli scontri, sostenendo che “chi aggredisce la polizia e devasta le nostre città è un delinquente, non una vittima della società”.
“Servono pugno duro, certezza della pena e tolleranza zero”, prosegue il leghista, auspicando un ritorno di Matteo Salvini al Viminale “per dare una svolta alla sicurezza, con più controlli, tutela delle forze dell’ordine, espulsioni per gli stranieri pericolosi e politiche di remigrazione”.
Piscina (Lega): “Comune parte civile contro i devastatori, non paghino i milanesi”
Sul fronte delle conseguenze economiche e giudiziarie delle devastazioni interviene Samuele Piscina, segretario provinciale della Lega e consigliere comunale di Milano, annunciando due iniziative a Palazzo Marino. “Domani mattina, non appena apriranno gli uffici, depositerò un Ordine del Giorno in Consiglio Comunale per chiedere che il Comune di Milano si costituisca parte civile nei processi contro i responsabili, affinché a pagare il conto siano i criminali”, annuncia Piscina.
Il consigliere presenterà anche un’interrogazione urgente per chiedere una quantificazione dei danni arrecati al patrimonio pubblico, sostenendo che i costi delle devastazioni non debbano ricadere sui cittadini. Piscina attacca poi gli esponenti del centrosinistra, accusandoli di offrire giustificazioni indirette agli autori delle violenze. In particolare, chiama in causa Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino: “Non mi stupisce affatto che Mario Calabresi sia arrivato ad attaccare le Forze dell’Ordine e che Pierfrancesco Majorino non abbia proferito una sola parola di condanna: il loro è un vero e proprio tacito assenso a quanto fatto da maranza e centri sociali”. Un’accusa che si contrappone alla condanna esplicita delle violenze espressa dallo stesso Majorino.
Verri (Lega): “Chi giustifica le devastazioni paghi i danni di tasca propria”
Ancora più duro Alessandro Verri, capogruppo della Lega in Consiglio comunale, che prende di mira Lorenzo Paccini, accusandolo di aver giustificato le devastazioni. “Chi si scaglia contro il ministro Salvini e contro le forze dell’ordine, delirando su presunti pestaggi, vista la gravità delle proprie dichiarazioni, dovrebbe pagare di tasca propria i danni provocati”, afferma Verri. “Dal momento che si sente così solidale con chi ha pensato bene di trasformare Milano in un campo di battaglia, tiri fuori gli attributi e se ne assuma la responsabilità, tanto politica quanto economica, per i danni arrecati ai milanesi”.
Il capogruppo leghista definisce gli autori degli scontri “autentici rifiuti sociali, infiltrati tra gli studenti e mascherati da tali” e attribuisce al governo cittadino una responsabilità politica per quello che considera un clima di impunità. “Si raccolgono i frutti del buonismo di chi governa Milano da troppo tempo e ha lasciato passare un messaggio di sostanziale impunità, attirando un esercito di sfaccendati convinti di poter fare il bello e il cattivo tempo, forti di una certa protezione politica”, conclude.
Milano, nuove devastazioni domenica: assaltati negozi e supermercato in centro
Le dichiarazioni politiche raccolte nella giornata di domenica si riferiscono agli scontri di sabato, ma nel frattempo la situazione in città è tornata a precipitare. Nel pomeriggio del 18 ottobre centinaia di giovani si sono nuovamente radunati nella zona del Duomo, dividendosi in piccoli gruppi e spostandosi tra le vie del centro. In via Torino sono state prese di mira le vetrine di Foot Locker e Champions, mentre un supermercato Carrefour è stato assaltato e saccheggiato. Cestini, biciclette e monopattini sono stati rovesciati lungo le strade. Sono intervenuti agenti in tenuta antisommossa, con fermi nella zona del Carrobbio e una carica in piazza San Giorgio. Una cinquantina di persone sono state accompagnate in Questura per l’identificazione, secondo le prime informazioni. Due giornate consecutive di violenze che alimentano ulteriormente lo scontro politico sulla sicurezza a Milano, mentre restano da quantificare i danni complessivi e da accertare le responsabilità individuali dei partecipanti ai disordini.
Milano, giovani di nuovo in piazza Duomo: vetrine distrutte e saccheggi
Nuova giornata di tensione nel centro di Milano, il giorno dopo la guerriglia urbana che ha devastato le vie intorno al Duomo. Dopo un tam tam su TikTok, molti ragazzi, in gran parte giovanissimi, si sono dati di nuovo appuntamento in piazza Duomo. Sono state distrutte diverse vetrine, divelti pali e alzate barricate. In via Torino un negozio è stato preso d’assalto.
Gruppi di giovani si sono poi spostati nelle vie del centro lanciando sedie. Ci sono stati numerosi episodi di vandalismo e saccheggi in negozi e supermercati. I ragazzi dicono di voler protestare contro quanto sta accadendo, che considerano ingiusto.
Piazza Duomo è presidiata dalle forze dell’ordine, con diverse auto della polizia e agenti impegnati nei controlli. Nelle strade vicine gli agenti hanno iniziato a muoversi, ma finora non ci sono stati scontri. Secondo le prime notizie, almeno una cinquantina di giovanissimi sono stati bloccati e accompagnati in questura.
Milano, polizia in via Torino dopo devastazioni
Le forze dell’ordine con i reparti antisommossa della polizia di Stato e dei carabinieri e i blindati sono entrati in via Torino da entrambi i lati dopo dieci di minuti di devastazione nella strada. Al momento in piazza San Giorgio sono state bloccate meno di una decina di persone. La maggior parte dei giovani che hanno partecipato agli atti vandalici si sono allontananti utilizzando le vie laterali. La situazione al momento pare rientrata sotto controllo.
Milano, idranti in azione in piazza Duomo, petardi contro agenti
In piazza del Duomo e’ stato attivato l’idrante per disperdere un fronte di giovani che avevano iniziato a lanciare bottiglie e petardi contro lo schieramento dei reparti antisommossa a presidio della piazza.
Poco dopo il passaggio del mezzo della polizia e’ esplosa una potente bomba carta all’ingresso di piazza del Duomo. Ancora presenti decine di gruppetti di giovani che accompagnano con fischi il passaggio di polizia e carabinieri
El papa León XIV ha salido este sábado del Hospital Policlínico Gemelli de Roma tras recibir el alta hospitalaria, cuatro días después de someterse a una operación para extirpar un tumor canceroso en el pulmón derecho. El pontífice regresa al Vaticano después de una evolución posoperatoria favorable y tiene previsto presidir mañana, domingo, el rezo del ángelus desde la ventana de su apartamento pontificio, en el Palacio Apostólico.
El papa abandonó el centro médico caminando con normalidad, sonriente y saludando a los pacientes y fieles congregados en la entrada principal del Gemelli. Antes de subir al vehículo que lo trasladó al Vaticano, se detuvo durante unos minutos para conversar con una niña y un familiar, en una breve despedida marcada por las muestras de afecto de quienes aguardaban su salida.
Antes de abandonar el hospital, el pontífice celebró a mediodía una misa en una sala habilitada en el área donde ha permanecido ingresado desde el martes 13 de octubre, jornada en la que fue intervenido quirúrgicamente. Su salida se ha producido antes de lo inicialmente previsto, ya que el Vaticano había apuntado a una hospitalización aproximada de una semana, siempre que la recuperación evolucionara favorablemente.
Los médicos han autorizado el alta después de comprobar los resultados de los análisis de sangre, una radiografía de tórax y el estado clínico general del pontífice. La evaluación médica ha concluido que León XIV podía continuar la recuperación fuera del hospital. La intervención se desarrolló sin complicaciones, según la información difundida por la Santa Sede.
Una operación para extirpar un adenocarcinoma pulmonar
La operación tuvo lugar el martes 13 de octubre y consistió en la extirpación del lóbulo inferior del pulmón derecho, afectado por un adenocarcinoma pulmonar, un tipo de cáncer que se origina en las células glandulares y constituye una de las formas más frecuentes de cáncer de pulmón.
La intervención duró aproximadamente 90 minutos, dentro de un procedimiento quirúrgico que se prolongó alrededor de tres horas en total. Los médicos confirmaron que la operación se completó según lo previsto y que el papa despertó con normalidad antes de regresar a su habitación, donde permaneció bajo observación.
Durante los días posteriores, la Santa Sede ha informado de una recuperación progresiva. El pontífice comenzó a retomar algunas de sus actividades cotidianas y mantuvo el contacto con su entorno de trabajo, pese a permanecer hospitalizado. La evolución favorable permitió adelantar su regreso al Vaticano.
No obstante, el alta hospitalaria no supone el final del seguimiento médico. Los resultados del análisis del tejido extraído durante la operación serán importantes para determinar con mayor precisión la extensión de la enfermedad y valorar si es necesario algún tratamiento adicional.
El ángelus, primera cita pública tras el alta
La oración del ángelus de este domingo 18 de octubre será el próximo compromiso público previsto del papa. Según ha comunicado el Vaticano, León XIV la rezará desde la ventana de su apartamento pontificio, una fórmula que le permitirá mantener esta cita habitual con los fieles sin necesidad de desplazarse a la plaza de San Pedro.
La agenda del pontífice había quedado parcialmente limitada durante su ingreso, después de que la Prefectura de la Casa Pontificia cancelara las audiencias y los actos públicos previstos hasta el 20 de octubre. Por el momento, la evolución de su recuperación será determinante para concretar el calendario de las siguientes actividades.
El regreso al Vaticano abre así una nueva fase de recuperación para León XIV, de 71 años, mientras los responsables médicos continúan evaluando su evolución tras la cirugía. La Santa Sede ha transmitido que el alta se ha concedido después de comprobar que su estado clínico permite proseguir la convalecencia fuera del hospital.
Dalle strade del Sud arriva una domanda che riguarda tutto il Paese: chi decide quanto costa produrre in Italia, e chi ne paga il prezzo quando la decisione viene presa altrove.
A metà ottobre, per un camionista siciliano, tenere il mezzo fermo nel piazzale costa meno che metterlo in strada. Con il gasolio intorno ai 2,40 euro al litro sull’isola, il Comitato autotrasportatori siciliani stima fra 700 e 900 euro di perdita al giorno per ogni camion. Il coordinatore Salvatore Bella l’ha detto senza giri di parole: «Oggi lavorare in perdita con il gasolio a 2,40 al litro non è più possibile». Ne è nato il fermo che va dalla mezzanotte del 16 ottobre al 20, senza cortei: i tir restano nelle aziende, i semirimorchi non vengono ritirati dai porti. In Calabria Fedralog ha fermato i mezzi negli stessi giorni, mentre la sezione trasporti di Confindustria Catania ha deliberato all’unanimità uno stop fino al 22.
Il fermo arriva dopo settimane di mobilitazione. Il 1° ottobre agricoltori e autotrasportatori hanno bloccato lo svincolo di Pizzo sulla A2; il 12 i trattori hanno presidiato le portinerie del polo industriale tra Augusta e Melilli, rallentando il carico delle autobotti, per iniziativa degli stessi produttori e senza sigle sindacali alle spalle. In Puglia i blocchi hanno impedito l’accesso delle autocisterne alla raffineria Eni di Taranto, a ridosso dell’ex Ilva, i cui lavoratori sono in sciopero dal 12 ottobre. Gli olivicoltori sommano al caro carburante il calo del prezzo dell’olio. Il 22 toccherà ai pescatori: giornata di sciopero nazionale e cento pescherecci a chiudere simbolicamente lo Stretto di Messina.
La geografia dei presìdi dice qualcosa che i comunicati non dicono. Raffinerie, porti, svincoli autostradali, lo Stretto: chi protesta va a colpire i nodi da cui passa l’energia, come se sapesse bene dove nasce il problema. E c’è un paradosso evidente. Il Sud ospita Augusta, Priolo, Taranto, cioè una parte rilevante della capacità di raffinazione del Paese, ma i produttori che vivono a pochi chilometri da quegli impianti non riescono più a pagarne il prodotto.
La guerra arriva alla pompa
Queste proteste sono la coda italiana di una crisi aperta lontano. I rincari sono partiti con la guerra in Iran e con le difficoltà di approvvigionamento dal Golfo: già a fine marzo, nel Siracusano, il gasolio agricolo era salito da 0,88 a 1,45 euro al litro. A settembre la media nazionale del gasolio superava i 2,16 euro, 35 centesimi più di febbraio; il 12 ottobre il self costava in media 2,252 euro. La crisi di Hormuz, che finora abbiamo letto soprattutto come stress test per le petromonarchie e per i flussi finanziari del Golfo, ha anche una trasmissione verso il basso. Lungo la catena, ogni anello scarica il costo su quello successivo, finché arriva a chi non ha nessuno a valle: il piccolo autotrasportatore che non può ritoccare le tariffe, l’agricoltore che vende a prezzi fissati dalla grande distribuzione.
Le isole pagano due volte. Al carburante si sommano i noli marittimi, appesantiti dalle nuove regole ambientali sul trasporto navale, e i ritardi del Sea Modal Shift, l’ex Marebonus che dovrebbe compensare il costo del passaggio via mare da e per la Sicilia e la cui prima annualità non è stata pagata entro giugno. Le risposte arrivate finora agiscono sul prezzo alla pompa (tagli temporanei delle accise, il tetto annunciato da Eni sulla propria rete dal 28 settembre) e quasi mai sulla struttura dei costi. Per un trattore che brucia 300 euro di gasolio a mattina, uno sconto di 15 centesimi non cambia i conti.
Letta con gli strumenti dell’analisi dei sistemi-mondo, la vicenda ha una forma riconoscibile: gli shock esterni attraversano il centro e si depositano sulla periferia, che ha meno margini per assorbirli. Il Mezzogiorno funziona da periferia interna dell’Europa. Importa energia a prezzi di mercato globale, esporta prodotti agricoli in competizione con importazioni soggette a standard diversi, dipende da una logistica strada-mare che nessun incentivo pagato in ritardo riesce a rendere sostenibile. Su questo si innestano fragilità di lungo periodo come il credito difficile, lo spopolamento e l’arretramento dei servizi, che l’autonomia differenziata rischia di accentuare.
La copertura nazionale ha registrato i blocchi come cronaca del traffico più che come fatto politico. È una scelta che pesa: una protesta trattata come disagio stradale non obbliga nessuno a rispondere sul merito. Eppure il merito è chiaro. Un Paese che importa gli effetti delle guerre altrui senza strumenti propri per governare il costo dell’energia finisce per trasferirli sui territori e sulle categorie più deboli.
Per le prossime settimane gli indicatori da seguire sono pochi e osservabili: un intervento specifico sul gasolio agricolo e da autotrazione, il pagamento del Sea Modal Shift, l’eventuale proroga dei fermi oltre il 20 e il 22, la saldatura con lo sciopero dei pescatori. In assenza di misure, gli stessi promotori siciliani hanno già prospettato di proseguire. Se accadrà, sarà difficile continuare a chiamarla una vertenza di categoria.
Dalle strade del Sud arriva una domanda che riguarda tutto il Paese: chi decide quanto costa produrre in Italia, e chi ne paga il prezzo quando la decisione viene presa altrove.
Diplomatas da Bélgica, França e Polónia foram alvos de um ataque numa aldeia da Cisjordânia. IDF condenam colonos, mas Netanyahu fala em "campanha de difamação".
“Esprimo, a nome dell’UGL, piena solidarietà e profondo apprezzamento alle Forze dell’Ordine, impegnate a fronteggiare i gravissimi episodi di violenza che hanno sconvolto il centro di Milano. A loro va il nostro plauso per la professionalità, il senso del dovere e l’impegno con cui garantiscono la sicurezza dei cittadini, anche in situazioni di estremo pericolo”. Lo dichiara Paolo Capone, Segretario Generale dell’UGL, commentando gli scontri avvenuti in piazza Duomo, dove una manifestazione contro il carovita è degenerata in episodi di guerriglia urbana, con aggressioni agli agenti e danneggiamenti.
“Siamo di fronte a fatti inaccettabili, che nulla hanno a che vedere con il diritto di manifestare e di esprimere liberamente il proprio dissenso. Lanciare pietre, oggetti in metallo, devastare le strade e mettere a rischio l’incolumità delle persone non è protesta, è violenza che deve essere condannata senza ambiguità. Non possiamo tollerare che le nostre città diventino teatro di scontri e che chi indossa una divisa sia costretto a mettere a repentaglio la propria vita per garantire l’ordine pubblico. Il diritto di manifestare – ribadisce Capone – è un principio fondamentale della democrazia, ma non può trasformarsi in un pretesto per aggredire lo Stato e calpestare i diritti degli altri cittadini. È necessario che i responsabili di questi gravi episodi vengano identificati e chiamati a rispondere delle proprie azioni, nel rispetto della legge. Rivolgiamo un ringraziamento sincero alle Forze dell’Ordine per il lavoro svolto e ribadiamo la necessità di garantire loro tutto il sostegno istituzionale e gli strumenti necessari per operare in sicurezza. Difendere chi difende i cittadini significa tutelare la legalità, la convivenza civile e le fondamenta stesse della nostra democrazia”, conclude Capone.
Treinta y cinco mil espectadores. Esa es la capacidad que los autores de un nuevo estudio atribuyen al anfiteatro romano de Itálica, en Santiponce (Sevilla), y en aquellas gradas no había ni un altavoz. Lo que ocurría en la arena tenía que llegar al público sin ayuda de aparatos, y hasta ahora había pocos estudios […]
Guerriglia a Milano, la conta dei danni: 25 feriti e 50 fermati
Il centro di Milano ha passato la notte a fare i conti con il pomeriggio di scontri di sabato, seguito al corteo “Italia in piazza” contro il carovita, che ha portato in strada oltre 5mila persone. Il sindaco Giuseppe Sala ha definito ingiustificabili le violenze contro le forze dell’ordine e i gravi danni alla città. Nel pieno del sabato di acquisti, con turisti in fuga e piazza Duomo evacuata, a pagare sono stati soprattutto negozi e arredi urbani.
I danni
Il caso più grave è San Babila, dove un gruppo ha sfondato a colpi di mazza le vetrine del Foot Locker: in pochi minuti il punto vendita è stato saccheggiato. In corso Vittorio Emanuele è stata danneggiata la Nike, con la vetrina frantumata, e ci sono danni anche alla Rinascente. Un altro negozio della stessa via è stato svaligiato. Vandalizzato anche il Decathlon di Cairoli. In Galleria Vittorio Emanuele II i negozi del lusso hanno abbassato le saracinesche con clienti e commessi chiusi all’interno. In Piazza Duomo, un cantiere è stato dato alle fiamme, così come un bagno chimico. Sul selciato restano vetri rotti, tavolini rovesciati, cantieri ribaltati e oggetti lasciati nella fuga. I manifestanti hanno anche attaccato un’auto dei Carabinieri e danneggiato alcuni furgoni blindati.
Tra via Broletto, via Bossi, via Torino e via Speronari risultano danneggiate le pensiline Atm, i dehors e le vetrate ai primi piani di alcuni palazzi storici. Danneggiati anche i segnali stradali, così come cestini e panchine, lanciate sedie e transenne. Per ore sono rimaste chiuse le fermate metro Duomo, M1 e M3.
Il bilancio aggiornato è di 25 feriti, tra cui 10 appartenenti alle forze dell’ordine. Circa 50 i manifestanti fermati e portati in questura, quasi la metà minorenni, secondo fonti qualificate. Per le accuse e gli eventuali arresti bisognerà aspettare le decisioni della Procura. È stato attivato un hub legale per i giovani fermati. Secondo la ricostruzione della polizia, molti ragazzi sarebbero arrivati dalle periferie, dall’hinterland e da altre province, organizzandosi autonomamente in piccoli gruppi dopo un richiamo circolato su TikTok.
Fuori Milano
A Bologna, dove gli scontri si sono concentrati vicino alla stazione, sono stati arrestati 4 minorenni per resistenza aggravata, 7 persone denunciate, 10 accompagnate in questura e 40 identificate, con almeno 21 agenti feriti. A Torino è stata saccheggiata una Feltrinelli a Porta Nuova.
È di 25 feriti trasportati in ospedale, tra cui dieci appartenenti alle forze dell’ordine, e oltre 50 persone accompagnate in Questura, circa la metà minorenni, il bilancio degli scontri che sabato 17 ottobre hanno sconvolto il centro di Milano. Una manifestazione inizialmente considerata poco preoccupante si è trasformata in ore di guerriglia urbana, con lanci di pietre, petardi e bombe carta, incendi, vetrine distrutte e negozi presi d’assalto. Solo intorno alle 21, con lo scioglimento del grosso del corteo, la situazione ha cominciato a tornare alla normalità. Secondo quanto comunicato da Areu, nessuna delle 25 persone soccorse e trasportate negli ospedali milanesi è in codice rosso. Undici feriti sono stati accompagnati al Niguarda, sei al Policlinico, cinque al Fatebenefratelli, due all’ospedale San Giuseppe e uno alla Clinica Città Studi.
Milano, dal corteo contro il caro vita agli scontri in piazza Duomo
La manifestazione era stata preannunciata alla Questura dal movimento “Italia in Piazza”, attivo nelle proteste contro il caro vita, e promossa soprattutto attraverso i social network, in particolare TikTok. A partecipare numerosi giovanissimi, molti dei quali di seconda generazione. Una parte dei manifestanti ha dato vita agli episodi di violenza che hanno interessato piazza Duomo e diverse strade limitrofe. Poche le bandiere presenti, tra cui alcune palestinesi, e un solo striscione con la scritta: “Se mi punti una pistola dopo che sono andato a ballare chi dei due è un criminale?”. Alcuni dei partecipanti agli scontri avevano il volto coperto da passamontagna.
La tensione è cresciuta rapidamente, con ripetuti confronti tra manifestanti e forze dell’ordine. Il dirigente di polizia Angelo De Simone è stato colpito alla testa da un sampietrino, riportando una ferita senza tuttavia abbandonare il servizio. Gli agenti sono stati bersagliati dal lancio di oggetti, mentre in diversi punti si sono verificati contatti ravvicinati con i gruppi più violenti. Per disperderli, la polizia ha fatto ricorso anche ai lacrimogeni e, successivamente, agli idranti.
Vetrine distrutte, saccheggi e incendi: i danni nel centro di Milano
Pesante il bilancio dei danneggiamenti. Diverse vetrine sono state infrante e il negozio Foot Locker è stato saccheggiato. Lungo le strade sono rimasti transenne divelte, vasi distrutti, cartelli e pali stradali danneggiati, oltre ai resti dei roghi appiccati durante gli scontri. In piazza Duomo le fiamme hanno interessato anche un bagno chimico collocato in un’area di cantiere.
Numerosi turisti presenti in centro hanno assistito alle scene di violenza: alcuni si sono allontanati per precauzione, mentre altri hanno continuato a filmare con gli smartphone. Durante gli interventi delle forze dell’ordine, diversi manifestanti hanno contestato i fermi, chiedendo agli agenti perché stessero ammanettando dei “ragazzini”. Sono stati temporaneamente chiusi anche gli accessi centrali della stazione della metropolitana Duomo, mentre quelli laterali sono rimasti aperti. Alcuni passeggeri in uscita hanno riferito di aver respirato il fumo dei lacrimogeni.
La rabbia dei poliziotti e i cittadini che ripuliscono le strade
Con il passare delle ore, mentre proseguivano gli ultimi scontri, è emersa anche la tensione accumulata dagli agenti impegnati nel contenimento dei manifestanti. Intorno alle 20, in via Mazzini, un dirigente della polizia si è rivolto ai giovani ancora presenti gridando: “Avete fatto feriti, devastazioni e altri reati, che altro volete fare?”. In serata, mentre il corteo si disperdeva, alcuni cittadini hanno cominciato spontaneamente a liberare le strade dai detriti e a ripulire le aree danneggiate. Un’iniziativa che ha richiamato alla memoria il “popolo delle spugnette”, mobilitatosi nel maggio 2015 dopo le devastazioni dei black bloc durante le proteste contro Expo. Non sono mancati i residenti che hanno urlato “Basta!” all’indirizzo dei gruppi ancora impegnati negli ultimi disordini.
Donald Trump intenta convencer a los electores de que un triunfo demócrata en las elecciones de medio término supondría la llegada de más migrantes y un aumento del costo de la vida.
L’Iran e il Pakistan sono fortemente impegnati nella costruzione di un ordine finanziario post-americano nel punto di incontro tra l’Asia occidentale e l’Asia meridionale.
Andiamo subito al nocciolo della questione: dopo aver esaminato attentamente la scacchiera, la leadership politica e militare di Teheran è già giunta alla conclusione che un attacco congiunto statunitense-israeliano, la cui pianificazione procede a ritmo frenetico, sia inevitabile.
Pertanto, si sono ora posizionati come un cobra arrotolato, pronto a colpire e a iniettare veleno letale al primo sentore di una minaccia imminente da parte del Sindacato di Epstein – senza nemmeno attendere un attacco effettivo.
L’offensiva preventiva, già delineata, sarà devastante, estendendosi oltre le basi statunitensi nell’Asia occidentale ad altri obiettivi regionali e includendo potenzialmente le infrastrutture energetiche del Golfo e i cavi sottomarini (in questo caso con ripercussioni che interesseranno soprattutto il Golfo e l’India, molto più che gli Stati Uniti e l’Europa).
Ci troviamo in una situazione di pericolo chiaro e imminente: una mossa militare statunitense-israeliana intesa come pressione sarà certamente interpretata a Teheran come l’inizio di un attacco.
Pertanto, la pressione bellica esercitata dal «culto della morte» e da Trump si scontra ora con una soglia di tolleranza iraniana pericolosamente bassa. Le opzioni di attacco del Pentagono spaziano dagli impianti nucleari iraniani alle infrastrutture energetiche.
Va da sé che il «sociopatico in capo» – già in preda al panico per l’imminente debacle delle elezioni di medio termine – sia una facile preda della potente lobby sionista e dei suoi finanziatori favorevoli alla guerra. Il pericolo strategico supremo è quindi che questa pressione incessante possa produrre un segnale che Teheran interpreti come un attacco imminente, anche se Washington sostiene pubblicamente che non vi sarà alcun attacco prima delle elezioni di medio termine.
Lo Yemen sta portando la situazione a un livello superiore
Parallelamente, fonti privilegiate a Islamabad confermano il successo di un test missilistico pakistano a Mach 7, con una gittata di diverse migliaia di chilometri. Questa nuova capacità ha tutte le carte in regola per alterare concretamente l’equilibrio di potere in Asia occidentale, rafforzando la portata deterrente del Pakistan e la sua capacità di influenzare ogni calcolo di sicurezza regionale, oltre ad accrescere la sempre più profonda interconnessione del Pakistan con la Cina, l’Iran e le petro-monarchie del Golfo.
Ed ora un’altra esclusiva: membri dei servizi di intelligence militare israeliani, tra cui un generale di divisione, hanno lasciato Riyadh dopo che MbS, in un presunto momento di lucidità, ha detto «No» all’offerta di «assistenza» da parte del culto della morte. Eppure, più di 100 membri del personale del CENTCOM rimangono sul posto.
La decisione di MbS potrebbe essergli stata imposta dalla Turchia e dal Pakistan – gli altri due firmatari dell’Alleanza di Difesa della Mecca, che si sono improvvisamente ritrovati nella stessa sala operativa a Riyadh fianco a fianco con agenti del culto della morte.
Ora, la loro partenza potrebbe aver eliminato un rischio di escalation, ma gli agenti statunitensi rimangono esposti: qualsiasi attacco, da qualunque parte provenga, che causi vittime tra le forze statunitensi trascinerà immediatamente Washington nella guerra tra Arabia Saudita e Ansarallah.
La guerra tra Arabia Saudita e Ansarallah, infatti, sta raggiungendo il livello successivo: quello della volatilità. Il mix esplosivo costituito dall’intercettazione di un missile da crociera sopra la provincia di Medina, dalle intercettazioni di droni in altre zone dell’Arabia Saudita e dagli attacchi missilistici delle Forze Armate yemenite contro il complesso presidenziale del governo fantoccio di Aden è solo l’inizio.
Ciò che è accaduto dopo che Ansarallah ha preso di mira Najran – una delle province meridionali dell’Arabia Saudita sottratte allo Yemen nel 1934 dagli inglesi – è un fatto che suscita grande stupore.
Un portavoce saudita ha accusato Ansarallah di aver lanciato un missile da crociera contro Medina. La risposta dell’iconico portavoce delle Forze Armate yemenite, il generale Yahya Saree, è stata devastante: «Oggi non abbiamo condotto alcuna operazione militare contro il territorio saudita. Pertanto, l’affermazione del nemico saudita secondo cui Medina sarebbe stata presa di mira è una vera e propria invenzione e una grave menzogna».
Traduzione: lo Yemen colpisce una delle sue ex province; i sauditi ricorrono a una notizia totalmente falsa, inventando un attacco a una delle due moschee sacre – senza dubbio come preparazione per un’operazione sotto falsa bandiera; poi lo Yemen nega prontamente di aver colpito qualsiasi (corsivo mio) territorio saudita.
Ciò significa che Sana’a sta dichiarando in modo sottile, affinché tutti possano comprenderlo, di non condurre più operazioni all’estero (il corsivo è mio) nelle tre province: Jizan, Najran e Asir. Sta già – psicologicamente e operativamente – preparando il terreno per recuperare il proprio territorio sottratto.
«Lo Yemen sta minando i pilastri estremamente fragili dell’economia non petrolifera su cui i “pirati del deserto” hanno riposto tutte le loro speranze: immagine, investimenti (FDI), evasione dalla realtà, nonché impunità e invulnerabilità nei confronti del terrorismo proveniente dall’estero».
Come Pakistan e Iran aggirano il FMI
Prestino ora attenzione a un fatto piuttosto sorprendente avvenuto a metà settimana a Bangkok, durante la riunione annuale del FMI e della Banca Mondiale – debitamente accolta da proteste di piazza in Thailandia.
Il governatore della Banca Centrale iraniana, Abdolnaser Hemmati, ha incontrato il governatore della Banca Centrale pakistana, Jameel Ahmad, a margine del principale rituale annuale in lode del dollaro statunitense.
Il Pakistan è sottoposto alla ferrea morsa degli adeguamenti strutturali imposti dal FMI e dalla Banca Mondiale – e, come se non bastasse, è minacciato dalle sanzioni statunitensi perché intrattiene rapporti commerciali con l’Iran.
Pertanto, il fatto che Pakistan e Iran stiano di fatto discutendo della de-dollarizzazione proprio all’interno della tana del leone – il tempio del dollaro statunitense – è di un valore inestimabile.
L’infrastruttura è operativa dal 2023, grazie a un accordo di swap valutario che utilizza il rial e la rupia al posto del dollaro statunitense. Il baratto è gestito da entrambe le Banche Centrali, mentre i canali bancari passano attraverso la Bank Melli in Iran e la Bank Mellat in Pakistan. I loro mercati di confine – almeno sei – sono in forte espansione: rotte commerciali fisiche che aggirano completamente il dollaro statunitense.
Ciò di cui si è discusso a Bangkok all’inizio di questa settimana è come espandere l’intero sistema: non gliene importa nulla delle sanzioni secondarie statunitensi. Soprattutto perché Teheran sta offrendo a Islamabad ciò che il sistema americano semplicemente non può offrire: sovranità, nessun cambio di regime, nessuna austerità, nessuna lezione e, soprattutto, nessun aggiustamento strutturale.
Senza contare che il Pakistan ha un disperato bisogno del gas iraniano – e delle rotte commerciali della Nuova Via della Seta promosse dalla Cina.
L’Iran ha costruito un’intera economia aggirando completamente il FMI – e in grado di sopravvivere a uno tsunami di sanzioni, a un blocco e alla guerra.
Ora l’Iran e il Pakistan sono impegnati a fondo nella costruzione di un ordine finanziario post-americano all’incrocio tra l’Asia occidentale e l’Asia meridionale – completo di swap valutari, commercio di baratto, mercati di confine in forte espansione e canali bancari adeguati, che rendono le sanzioni secondarie una farsa.
A proposito, ciò sta avvenendo proprio mentre un immenso treno iraniano, carico di petrolio greggio – e il primo di molti – è pronto a partire alla volta della… Cina attraverso l’Asia centrale, sulla ferrovia della Nuova Via della Seta costruita dalla Cina.
Il cobra arrotolato potrebbe essere pronto a colpire. Ma il cobra, da tempo immemorabile, ama anche fare affari.