Normal view
"Bateram-me mais de 100 vezes", relata fotojornalista

© Anadolu via Getty Images
Alarma en Gaza por el inminente colapso de los generadores hospitalarios
7h. Rossio. Noite marcada por invasão de homem com bandeira

Os jovens radicais da Cisjordânia

Las fuerzas antiliberales de Israel están ganando
Las elecciones del 27 de octubre en Israel estarán dominadas por una única pregunta: mantener a Benjamin Netanyahu o deshacerse de él. Pero hay una lucha más profunda sobre la identidad del país, y las fuerzas antiliberales de Israel están ganando.

© Oded Balilty (AP Photo)
Gli israeliani che in Cisgiordania fanno da scudo ai palestinesi
![]()
A Taybeh, nella Valle del Giordano, la mattina presto e poi di nuovo al tramonto, due gruppi di israeliani si fronteggiano davanti a un accampamento che non appartiene a nessuno dei due. Da una parte ci sono i ragazzi della Gioventù delle Colline, scesi dagli avamposti circostanti spingendo un gregge sempre più vicino alle recinzioni perimetrali, con cesoie e bastoni in mano. Dall’altra un professore, un dottore, un antropologo, due studentesse universitarie, e una coppia il cui figlio indossa la divisa dell’esercito israeliano. In mezzo, concitata, la famiglia palestinese che nell’accampamento ci vive.
Lo scontro, inizialmente destinato a contrapporre israeliani e palestinesi, si gioca qui tra israeliani e altri israeliani. E la domanda che solleva è: chi decide, in fin dei conti, chi è un vero israeliano?
Nelle città israeliane c’è chi liquida i coloni violenti come terroristi, estranei alla società: «Non li sento parte del mio popolo», si sente dire spesso, a Tel Aviv come altrove, «e non la ritengo una questione che mi riguarda». Ma c’è anche chi li considera la propria avanguardia e accusa gli attivisti di essere «ebrei che odiano sé stessi»: un’espressione che riduce una posizione politica a una patologia, Israeliani che hanno scelto la parte sbagliata e che stanno lì, in mezzo, a fare da scudo al nemico.
Fare da scudo, in effetti, è precisamente quello che stanno facendo. La chiamano presenza protettiva: riempire con il proprio corpo lo spazio tra i coloni e le proprietà palestinesi, e restarci finché gli aggressori non si allontanano.
Le missioni sono fatte quasi interamente di attesa e scomodità. Aria condizionata, ventilatore, un frigorifero o anche solo acqua fresca che non sembri un brodo sono lussi lontani, lasciati in città. C’è invece il sole che picchia da mattina a sera, un gradino polveroso o un secchio di plastica scheggiata su cui sedersi, e un vicino con cui non si riesce a scambiare una parola, perché lui parla arabo e non capisce l’ebraico.
Occasionalmente, le donne musulmane sedute fuori offrono tè in tazzine piccole ed estremamente zuccherate. Il padrone di casa un po’ russa e un po’ fuma. I giovani uomini spostano attrezzi avanti e indietro oppure guardano il cellulare.
Gli attivisti cercano di intrattenersi parlando tra loro di politica, filosofia e storia, mentre tengono lo zaino sempre pronto e le GoPro agganciate ai vestiti. Quando l’attesa si rompe, bisogna alzarsi in fretta.
Non sono una manciata di eccentrici. Ogni giorno centinaia di israeliani ripetono lo stesso gesto, da soli o dentro una rete di organizzazioni che negli ultimi anni si è moltiplicata: “Looking the Occupation in the Eye”, “Unarmed Civilian Protection in Palestine”, “Jordan Valley Activists”, “Rabbis for Human Rights”, “Bnei Avraham”, tra le altre. Rifiutano di essere chiamati pacifisti. «Tutti gli idealismi, prima o poi, finiscono per diventare distruttivi», spiega a Linkiesta l’artista e attivista Udi Salmanovich durante una missione di presenza protettiva. Sulla scia del pensiero di Isaiah Berlin, Udi vede nell’idealismo, inteso come ordine che pretende di imporsi alla società per realizzare una visione assoluta del bene, una forza di distruzione. «Io non sono un pacifista. So che cosa bisogna fare per difendere un Paese, e so che per fare la pace bisogna essere in due. Il problema è che oggi non vedo Israele come uno di quei due. Non abbiamo il monopolio dell’idiozia: ci sono idioti anche dall’altra parte. Ma io sono israeliano, e sono qui per difendere i valori che vorrei vedere nel mio Paese». Lui e sua moglie Paula partecipano regolarmente in missioni di presenza protettiva, proteste e manifestazioni, mentre il loro figlio maggiore presta servizio nell’esercito israeliano come combattente.
Lungi dall’assomigliare ad anarchici in cerca di un’estate militante, sono membri attivi della società israeliana. Gente dai venti ai novant’anni, lucida e realista, che conduce una vita strutturata da famiglie e lavori, e che ha deciso di passare il proprio tempo libero a lasciarsi bruciare dal sole in un posto dove non c’è niente da fare e le ore sono lunghissime.
Chiedo che cosa si aspettino dai palestinesi che difendono. È una domanda che ha un peso preciso dopo il 7 ottobre, quando militanti e civili palestinesi hanno ucciso, rapito e torturato proprio gli israeliani che si erano battuti per i diritti dei palestinesi. Tra loro c’erano Yocheved e Oded Lifshitz. Per anni avevano accompagnato personalmente malati di Gaza negli ospedali israeliani, ma furono rapiti entrambi dalla loro casa a Nir Oz. Yocheved, ottantacinque anni, fu rilasciata durante il primo scambio di ostaggi. Di Oded tornò soltanto il corpo, sedici mesi dopo.
Con un cenno verso la famiglia beduina seduta lì fuori, quella che non capisce l’ebraico e con cui non riesce a comunicare, Paula mi risponde: «Loro non sono nostri amici. Passiamo la giornata qui a proteggerli, loro ci offrono il tè, ma in un altro contesto forse non ci aprirebbero nemmeno la porta. Ma la pace non si fa con gli amici».
Per chi fa presenza protettiva, il diritto di quella famiglia a restare nella propria casa non dipende da che cosa quella famiglia pensi degli israeliani, né da quanto siano simpatici i suoi membri, né dall’innocenza collettiva del gruppo a cui appartiene. Non c’è reciprocità da verificare: è una posizione politica, non un sentimento. «È una battaglia lunga. Loro [i coloni] hanno dalla loro l’esercito, la polizia e gente al governo. Non possiamo pensare di fermarli in un giorno», mi dice Udi, spiegandomi che risultati si aspettano dalla propria attività. «Quello che possiamo fare è mostrare ai nostri concittadini che cosa sta succedendo, finché la maggioranza non sarà più disposta ad accettarlo».
Ma una sola parola – coloni – racchiude realtà che hanno ben poco a che vedere l’una con l’altra. Oltre mezzo milione di israeliani vive oltre la Linea Verde del 1949, nell’Area C, che gli accordi di Oslo hanno lasciato sotto pieno controllo israeliano e la giurisdizione dell’esercito.
La maggior parte di loro non tira pietre a nessuno. Sono famiglie e giovani lavoratori che abitano insediamenti autorizzati dal governo, con strade, scuole e linee di autobus, spesso a mezz’ora di macchina da Gerusalemme o Tel Aviv. Gente comune che conduce vite comuni, attirata lì più dal costo inferiore delle case che dall’ideologia.
Un’altra cosa sono gli avamposti: nuclei di roulotte, container e tende piantati su una collina senza autorizzazione, illegali anche secondo la legge israeliana. Per lo più si tratta di nuclei agricoli o pastorali, dove bastano un uomo, un gregge e qualche ragazzo del movimento della Gioventù delle Colline per mettere sotto controllo, con il solo pascolo, superfici enormi.

A maggio 2025 si contavano circa duecentosettanta avamposti nell’area, centotrentasei dei quali censiti come pastorali (Abu-Alsoud et al., 2026); lo Stato, spesso, li condanna a parole e li regolarizza a posteriori. «Quelli davvero radicali, che partecipano attivamente agli attacchi, sono circa quattrocento», racconta Idan Yaron, antropologo che per dieci anni ha studiato questi movimenti dall’interno. «Quelli che condividono la loro ideologia sono forse cinquemila».
Una minoranza, dunque, ma con un’influenza molto più grande dei suoi numeri e sostenitori persino tra ministri e parlamentari. I più violenti sono quasi tutti minorenni, poco scolarizzati e generalmente di estrazione modesta. Possono avere anche solo undici anni. Invece di andare a scuola, seguono i compagni più grandi e più forti, fungendo da diversivo mentre gli altri si occupano dei vandalismi. Per gli attivisti sono bambini a cui lo Stato dovrebbe garantire un’istruzione e la prospettiva di una vita migliore, trascinati invece dentro un progetto ideologico e mandati in prima linea a fare la propria parte. Raggiunta la maggiore età, molti si stabiliscono in un villaggio o una città riconosciuta, si sposano e fanno figli, passando il testimone a una nuova generazione di adolescenti.
Secondo l’ideologia del movimento tutti gli arabi sono terroristi. Eppure, nessuno sembra farsi problemi a mandare i propri bambini ebrei davanti alle abitazioni private di tali presunti terroristi.
Anche di sabato, quando la legge ebraica imporrebbe il riposo e vieterebbe una lunga lista di attività, tra cui guidare veicoli, tagliare recinti e filmare con il telefono, i coloni più radicali e religiosi non si fermano.
Per loro riconquistare tutta la Giudea e la Samaria, territori un tempo appartenuti agli ebrei, conta più dell’osservanza dello shabbat. Il loro argomento è che lasciare che questi territori cadano in mani nemiche «aprirebbe la strada alla conquista del resto di Israele», e la loro difesa riguarderebbe quindi la sicurezza collettiva. Vandalizzano cisterne dell’acqua, cavi elettrici, pannelli solari, recinti: tutto ciò che rende possibile abitare un luogo, nella speranza che gli arabi se ne vadano.
Qui lo scontro smette di essere soltanto una questione di terra e diventa una disputa sugli stessi valori ebraici. Perché, per chi si oppone ai coloni, appropriarsi di terra, intimidire pastori palestinesi o ampliare un avamposto non rientra in nessuno dei casi di esenzione dello shabbat.
Uno dei principali leader della presenza protettiva è infatti un rabbino, Rav Arik Ascherman, per il quale la difesa dei diritti umani universali è un obbligo religioso ebraico. Ascherman ha guidato per ventun anni Rabbis for Human Rights, partecipando di persona alle azioni sul terreno, che gli hanno procurato diversi arresti, processi e aggressioni. Nel 2017 ha fondato Torah of Justice.
Per gli attivisti, il Paese dal 7 ottobre non ha imparato niente e sta lasciando che si ricompongano esattamente le condizioni che lo hanno preceduto. «Siamo di nuovo al 6 ottobre», mi dice Paula durante l’attesa. «La situazione è la stessa: tesa, incendiaria, pronta a esplodere. E il governo non sta facendo niente per costruire una società diversa da quella che ci ha portati al 7 ottobre. Noi non vogliamo aspettare che succeda di nuovo».
Il conto alla rovescia ha una data. Il 27 ottobre Israele va alle urne per eleggere la Knesset, in un voto che viene letto da molti come un referendum su Benjamin Netanyahu, che ha governato il Paese per quasi diciannove anni non consecutivi.
«Se le cose vanno male, a novembre molti lasceranno il Paese», aggiunge Paula. «Non ci sarà più posto per persone come noi. Già oggi ci chiamano terroristi. Un domani potrebbero arrestarci e lasciarci marcire in prigione». Il figlio di Udi e Paula, quello che serve nell’esercito come combattente, è tornato da Gaza cambiato.
«I nostri figli sono tornati da Gaza con incubi e traumi. È successo qualcosa laggiù, qualcosa di terribile che ancora non riusciamo a capire fino in fondo. Ma ho bisogno di credere che la maggior parte di loro abbia fatto tutto quello che poteva per evitarlo», mi dice, rabbuiandosi.
Lo dice sapendo che, nel giro di poche ore potrebbe essere un altro soldato, sempre con la divisa dell’Idf, a trascinarla via, se la trovano lì, a Taybeh.

Taybeh è stata dichiarata da poco zona militare chiusa, con divieto d’accesso ai non residenti, tra cui attivisti israeliani, stranieri e giornalisti. L’ordine è arrivato dopo che gli attacchi dei coloni della zona si erano fatti più violenti, con l’idea dichiarata di abbassare la tensione.
Ma ordini di questo tipo finiscono spesso per ottenere l’effetto opposto: chi doveva essere tenuto fuori resta dentro; chi guardava viene costretto a restare fuori. Nelle settimane successive alla chiusura, infatti, i residenti hanno continuato a denunciare incursioni quasi quotidiane nelle case e negli uliveti, danni alle proprietà e interruzioni delle forniture di acqua ed elettricità.
Gli attivisti però continuano ad andarci, sfruttando un punto cieco della procedura. Alla prima violazione di una zona militare chiusa può succedere semplicemente che venga mostrato loro formalmente l’ordine; è tornare nella stessa zona e rischiare di essere identificati di nuovo che fa scattare l’arresto. Per questo i gruppi si danno il cambio, ruotando da un’area all’altra per evitare che le stesse persone vengano identificate due volte nello stesso posto.
Lo fanno con l’amore di chi in Israele è nato e ci vorrebbe restare, di chi ama ancora il proprio Paese – anche se il Paese non ricambia fino in fondo – e si batte perché quel Paese somigli ai valori che crede dovrebbe incarnare.
E allora torna la domanda: chi rappresenta Israele? Chi guida di sabato per rompere un recinto, o chi sta seduto per otto ore al sole a guardare che non lo rompa?
L'articolo Gli israeliani che in Cisgiordania fanno da scudo ai palestinesi proviene da Linkiesta.it.
Os radicais que agridem palestinianos, imprensa e diplomatas

© JOÃO PORFÍRIO/OBSERVADOR
EE.UU. prohíbe entrada a Ada Colau a Puerto Rico por motivos ideológicos
Israel detiene brevemente en Cisjordania al candidato demócrata estadounidense Brad Lander
“Recoger aceitunas no es ilegal, la ocupación [israelí] sí lo es”. Estas han sido las palabras de Brad Lander, candidato demócrata al Congreso de Estados Unidos, al ser detenido este miércoles durante algunas horas por militares y agentes de policía israelí cerca del pueblo de Nahalin, en Cisjordania. El político acompañaba, junto a varias decenas de activistas locales y extranjeros, a agricultores palestinos en la cosecha de las olivas en un lugar donde hay asentamiento israelíes y, a menudo, enfrentamientos.

© Madison Swart (AP Photo/Madison Swart)
Israel demuele siete apartamentos y deja sin hogar a 35 palestinos
Ramala, 21 oct (Prensa Latina) Las fuerzas israelíes demolieron hoy un edificio residencial con siete apartamentos cerca del campamento de refugiados de Qalandiya, al norte de Jerusalén Este, dejando sin hogar a 35 palestinos, informó la Gobernación de Jerusalén.
The post Israel demuele siete apartamentos y deja sin hogar a 35 palestinos first appeared on Noticias Prensa Latina.
- teleSUR Español
- «Todos los pueblos han sido arrasados»: Israel destruyó 60 aldeas y 23.000 viviendas en sur de Líbano
«Todos los pueblos han sido arrasados»: Israel destruyó 60 aldeas y 23.000 viviendas en sur de Líbano
Ópera de Calgary despide a cantante por solidarizarse con Palestina
Colonos sionistas atacan escuela palestina al sur de Nablus
La UE no se inmuta tras el ataque a una delegación diplomática europea en Israel
La cosecha de la aceituna está dejando imágenes de extrema violencia en la Cisjordania ocupada. Los colonos israelíes han emprendido una campaña de acoso contra los campesinos palestinos, pero también contra todo aquel que se atreva a denunciar sus ataques. Este ha sido el caso de una delegación de diplomáticos europeos, que el sábado experimentaron de primera mano la violencia de los colonos. Un ataque al que la Unión Europea ha respondido con la inacción.
Tras conocerse que, durante el fin de semana, la Cónsul General de Bélgica y diplomáticos franceses y polacos fueron atacados en una localidad próxima a Jerusalén, el ministro de Exteriores belga, Maxime Prevot, expresó su más enérgica repulsa sobre este hecho. También la UE se ha pronunciado al respecto. En una declaración de su portavoz de Exteriores, Bruselas ha condenado "enérgicamente" los últimos ataques.
Sin embargo, más allá de comunicados con condenas enérgicas, las autoridades europeas no han movido un dedo para mostrar su rechazo a las acciones cometidas por los colonos. Más allá de pedir el fin de "la impunidad para los colonos violentos" y prometer que Bélgica "continuará presionando por sanciones de la UE contra los responsables y aquellos que los apoyan", su titular de Exteriores no ha anunciado otro tipo de medidas. El Gobierno belga no llama a consultas a su embajador en Israel, a pesar de que una responsable diplomática y un vehículo oficial del Consulado han sido atacados.
Tampoco Francia ha anunciado medidas contundentes, más allá de una condena de su ministro de Exteriores. Jean-Nöel Barrot también se ha limitado a pedir que las autoridades israelíes detengan a los responsables de la agresión. En su caso, un alcalde francés resultó herido durante el ataque contra la delegación de diplomáticos europeos.
Complicidad entre colonos y autoridades
Las autoridades israelíes parecen haber escuchado las "contundentes" quejas que les han llegado desde la UE. Este lunes han detenido a diez personas por su presunta relación con los ataques. En un comunicado recogido por Haaretz, el jefe de la Policía israelí, Daniel Levy, ha prometido una aplicación "equitativa e imparcial de la ley, basada en las pruebas y la legislación vigente".
BREAKING: Masked Israeli "settlers" attacked a convoy of European diplomats from France, Belgium and Poland during an olive harvest visit to the Christian Palestinian village of Taybeh, near Ramallah.
— Clash Report (@clashreport) October 17, 2026
Seven settlers on ATVs surrounded the vehicles, demanded IDs, threw stones and… pic.twitter.com/3NYbLBY1dv
Pero los precedentes no acompañan a la afirmación de Levy. La mayoría de los ataques de colonos en Cisjordania quedan impunes, al menos cuando se cometen contra la población palestina. De hecho, una investigación de la ONU concluyó en junio que el propio Gobierno israelí facilita estos actos mediante apoyo financiero y militar. También apuntaba a un clima de impunidad fomentado por los propios organismos judiciales y las instituciones encargadas de aplicar la ley.
De hecho, Haaretz ha desvelado cómo el Ejército israelí ignoró las "reiteradas llamadas de auxilio" que advertían de que los colonos estaban amenazando a la delegación europea. Según este periódico, los mensajes de alerta llegaron horas antes del ataque, pero los soldados "ignoraron" las advertencias, que incluían la ubicación de los diplomáticos y grabaciones de vídeo de los agresores. Ni el Ejército ni la Policía se presentaron en el lugar –una aldea cristiana a 5 kilómetros de Jerusalén– para prevenir o detener el ataque. Este mismo medio asegura que el Ejército ha abierto una investigación "para examinar su actuación en el suceso".
Netanyahu niega el ataque
Después del ataque, varios dirigentes israelíes condenaron lo sucedido. También el Ejército y la Policía. Al igual que sus colegas europeos, el ministro de Exteriores, Gideon Saar, condenó "enérgicamente" el ataque, para después añadir que su cartera está en contacto con los embajadores de los países implicados "con el fin de asistir a las autoridades encargadas de hacer cumplir la ley". Aún con estas, hubo espacio para los "peros".
"Sin menoscabar la gravedad del incidente, es lamentable que la visita no se haya coordinado previamente con las Fuerzas Armadas. Tal coordinación podría haber ayudado a salvaguardar la seguridad de los visitantes", dijo el ministro. Al día siguiente, Haaretz publicó la información que apuntaba a que los diplomáticos y las personas que iban con ellos pidieron ayuda, pero el Ejército les ignoró.
A pesar de esa condena con reproches a las víctimas del ataque, el portavoz de Exteriores de la UE optó por agradecer "las declaraciones de varios representantes israelíes que condenaron los ataques". Por el contrario, no ha habido mención alguna a la rección de Benjamín Netanyahu.
Aunque existen pruebas gráficas del ataque y las propias fuerzas de seguridad israelíes han repudiado los hechos, el primer ministro ha puesto en duda lo sucedido. Netanyahu afirmó el sábado por la noche que no existían "pruebas sólidas", llegando a sugerir que podía tratarse de "una campaña coordinada para difamar a Israel".
Sobre las imágenes publicadas en redes que muestran el ataque, el jefe de Gobierno israelí manifestó que "por sí solas" no establecen la responsabilidad individual de los atacantes. Tampoco la secuencia completa de los hechos. Según Netanyahu, unas muestran a individuos enmascarados confrontando un vehículo diplomático, mientras que otras imágenes separadas "muestran una ventana rota y una persona tendida en el suelo".
Una periodista estadounidense ingresada
El ataque contra la delegación europea no ha sido la única agresión contra extranjeros este fin de semana en Cisjordania. Una periodista del Washington Post sufrió una brutal paliza a manos de colonos israelíes procedentes de un asentamiento ilegal el viernes.

Según relató la BBC, cuyo equipo presenció el ataque, la fotógrafa estadounidense Heidi Levine fue sorprendida por los atacantes mientras cubría la recogida de la aceituna. La reportera veterana acabó en el hospital, con cuatro fracturas vertebrales y una costilla rota. Fue la propia Levine quien describió a otros compañeros periodistas cómo recibió patadas mientras estaba en el suelo.
Entre las diez personas detenidas este lunes también figuran sospechosos por el ataque contra Levine. No obstante, testigos de lo ocurrido han narrado que los soldados israelíes en la zona no hicieron nada para impedir la agresión. Así lo recoge el Washington Post, medio para el que trabaja la fotógrafa.
Y, a pesar de estas denuncias de complicidad por parte de las autoridades, Donald Trump ha anunciado este domingo su "apoyo total" a Netanyahu de cara a las elecciones israelíes, que se celebran la semana que viene. Lo ha hecho dos días después del brutal ataque contra una ciudadana estadounidense. No deja de ser significativo que haya escogido justo este momento, teniendo en cuenta que durante semanas ha evitado hacerlo.
- Il Fatto Quotidiano
- West Bank, i 10 arresti “spot” tra i coloni dopo l’aggressione ai diplomatici europei: “Il governo Netanyahu continua a frenare le indagini”
West Bank, i 10 arresti “spot” tra i coloni dopo l’aggressione ai diplomatici europei: “Il governo Netanyahu continua a frenare le indagini”
L’attacco ai diplomatici a Taybeh è stato troppo. La polizia israeliana è intervenuta e ha fatto sapere lunedì di aver arrestato dieci persone. Coloni estremisti, per cui “sono state rinvenute prove che li collegano ai presunti atti di violenza” contro la delegazione di rappresentanti europei – tra cui il sindaco 70enne del comune francese Aulnoye-Aymeries Bernard Baudoux – di sabato scorso tra i campi di olivi intorno all’unico villaggio cristiano rimasto in West Bank, sulla montagna di Ramallah. Del resto, gli eventi sono stati ampiamente documentati sui social, rilanciati da tutti i media internazionali e suscitato reazioni sdegnate dei Paesi europei, che già hanno scelto di alzare la voce sull’espansione inarrestata degli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania (non è il caso dell’Italia, mentre è capofila del fronte di pressione il governo di Londra di Andy Burnham).
Erano proprio una decina i giovani incappucciati e armati di sassi e bastoni, si vedevano chiaramente nei video girati dai palestinesi e dagli attivisti anti-occupazione che accompagnavano gli europei sabato. Le organizzazioni dei coloni hanno fatto sapere che uno dei luoghi perquisiti dalla polizia era un avamposto agricolo illegale vicino all’insediamento di Ofra, e un altro 15 km più a nord, l’insediamento di Shiloh. In base alle immagini, la polizia ha potuto sequestrare anche “diversi veicoli”.
È un evento raro, quello della repressione attiva delle autorità israeliane contro i coloni violenti, e ancor più raro è vedere decine di arresti in una volta sola. Di certo contano le pressioni internazionali, non solo europee ma anche statunitensi, dove l’amministrazione Trump ha più volte esortato l’alleato Benjamin Netanyahu a liberarsi di queste frange “impresentabili” ed evitare di finire un giorno su due sulle prime pagine dei media di mezzo mondo per eventi violenti. Vista anche l’aggressione alla fotoreporter del Washington Post Heidi Levine, domenica il Segretario di Stato Usa Marco Rubio ha affermato che l’amministrazione è “molto turbata” e che si aspetta un intervento da parte di Israele.
Netanyahu continua a minimizzare: sabato il suo ufficio ha diramato una nota che invitava a considerare anche le violenze dei palestinesi nella regione, domenica in una rara conferenza stampa con i reporter israeliani (non ne faceva una in presenza dal 7 ottobre 2023, ma ora ci sono le elezioni), ha detto di ritenere la violenza dei coloni “un’enorme esagerazione. Penso che il vero pericolo sia che ci troviamo di fronte a una grande campagna di propaganda incentrata su questi giovani rivoltosi, che ci stanno davvero causando danni enormi”. Le violenze sono campagna elettorale anche per la destra di Ben-Gvir e Smotrich, che ritengono di guadagnare voti sostenendo i movimenti più estremisti dei “giovani delle colline”, ma danneggiano anche i partiti più tradizionali della destra ebraica. Per questo il premier non è contrario a mettere un freno al fenomeno, anche solo simbolico. “Per la prima volta ho coinvolto lo Shin Bet”, ha annunciato domenica Netanyahu, e ha promesso misure “per sradicare completamente questo fenomeno”.
Sotto la patina mediatica, però, la realtà è più complessa, e la realtà è che il governo Netanyahu sta facendo di tutto per limitare gli strumenti di chi intende fermare la violenza dei coloni, come denunciano del resto ong anti-occupazione come Peace Now. Lunedì, reagendo più alle parole di Netanyahu che alle richieste di sanzioni dei Paesi europei, il ministro della Difesa Israel Katz ha messo in chiaro che dal suo punto di vista la repressione delle violenze in Cisgiordania è una questione di ordine pubblico, perché i coloni sono dei civili, e quindi andrebbe affidata alla polizia e non all’esercito. “La gestione della grave violenza perpetrata da una manciata di rivoltosi ebrei in Cisgiordania deve essere interamente responsabilità della polizia israeliana, comprese la prevenzione, le indagini e il perseguimento penale. Le Forze di difesa israeliane non devono e non possono impegnarsi in attività di controllo civile, ma devono piuttosto combattere il terrorismo palestinese”, ha detto Katz.
Calata sul terreno, però, questa logica si traduce in una risposta molto blanda alle violenze. Non solo perché la polizia risponde al ministero della Sicurezza nazionale guidato dall’estremista Itamar Ben-Gvir, ma anche perché i territori in cui avvengono i fatti sono sempre più spesso quelli dell’area A e B, e la responsabilità di sicurezza sono fondamentalmente appannaggio dell’Idf.
Katz ha parlato anche di questo, domenica. Ha annunciato di aver elaborato una “direttiva per regolamentare le attività di controllo civile in Cisgiordania, che suddivide le competenze tra le Idf e la polizia“. Il piano, ha aggiunto però, “non include raccomandazioni per il ripristino dei provvedimenti di detenzione amministrativa nei confronti dei coloni. I provvedimenti amministrativi non sono la soluzione: la soluzione è un’azione di polizia forte ed efficace”.
Anche l’Idf, comunque, è sotto accusa da parte dei palestinesi e delle organizzazioni che difendono il rispetto del diritto internazionale in West Bank. In molti casi non è intervenuto in tempo: per una precisa strategia, dicono i critici, per mancanza di mezzi e perché il governo lega le mani ai militari, secondo lo stesso esercito.
Lunedì, alcuni funzionari della difesa israeliani hanno confermato al quotidiano Haaretz che ci sono precise pressioni del potere politico volte a impedire all’esercito di contrastare il terrorismo ebraico in Cisgiordania. I comandanti sono riluttanti a sfidare i leader dei coloni o ad agire contro soldati e civili che attaccano i palestinesi, perché temono di rischiare ripercussioni al livello politico e di carriera. E, oltrettutto, i leader dei coloni hanno interlocutori diretti nel governo e sono sempre più numerosi i riservisti o i membri delle forze armate che esplicitamente sposano le posizioni dell’estrema destra favorevole alle colonie, e omettono di intervenire.
I casi sono molti, tra i più espliciti c’è quello dell’attacco a una troupe della Cnn da parte di soldati del 941° battaglione di riserva ultraortodosso, a marzo di quest’anno. Dopo l’incidente il battaglione è stato ritirato dalle attività operative sul campo e sono state annunciate misure disciplinari nei confronti dei soldati coinvolti, ma i comandanti del battaglione non sono stati destituiti, e le indagini sono finite nel vuoto. Successivamente si è saputo che il comandante della brigata si era recato alla base dove alloggiavano i soldati, li aveva incoraggiati e si era unito a loro nella preghiera.
Messaggi impliciti ma chiari sono anche quelli mandati dallo Stato maggiore dell’Idf, che dopo la nomina di Eyal Zamir voluta da Netanyahu è diventato molto più aperto a valutare le priorità politiche del governo. L’anno scorso, ad agosto 2025, Zamir e il capo del comando centrale Avi Bluth hanno visitato l’avamposto illegale di Ma’oz Shaul: il messaggio è piuttosto esplicito.
A rendere ancora più improbabile il contrasto ai coloni c’è anche il fatto che le inchieste che vengono aperte su di loro sono contese tra Idf e polizia, ed entrambe le autorità cercano di scaricare sull’altra la responsabilità di andare ad arrestare i militari coinvolti in violenze, cercando di evitare ripercussioni politiche. “Ogni comandante e ufficiale di alto rango sa che l’arresto di un soldato sospettato di aver ucciso un palestinese potrebbe trasformarsi nel giro di poche ore nel prossimo caso Elor Azaria”, ha dichiarato ad Haaretz un funzionario della sicurezza, citando l’ex soldato condannato per aver ucciso un palestinese nel 2016: poi è stato graziato.
L'articolo West Bank, i 10 arresti “spot” tra i coloni dopo l’aggressione ai diplomatici europei: “Il governo Netanyahu continua a frenare le indagini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ajuda alimentar cortada a meio milhão de pessoas em Gaza: não há dinheiro
- teleSUR Español
- Programa Mundial de Alimentos reduce la asistencia vital en Gaza por infrafinanciación
Programa Mundial de Alimentos reduce la asistencia vital en Gaza por infrafinanciación
- Il Fatto Quotidiano
- “Quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità”: l’appello di Pep Guardiola per la Palestina
“Quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità”: l’appello di Pep Guardiola per la Palestina
“Non sono morti, sono persone assassinate. Non sono statistiche, sono vite con nomi, volti, famiglie, sogni e ricordi”. Comincia così il video–appello per la Palestina pubblicato sui social da Pep Guardiola. Il più influente allenatore di calcio del nuovo millennio ha infatti scelto di sposare la causa dell’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi. Il video è stato rilanciato dal canale spagnolo dell’UNRWA, che chiede di continuare a “parlare di Palestina”.
È il messaggio di fondo dell’appello di Guardiola, che dice: “Quando smettiamo di chiamare le cose con il loro nome, quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità“. Il tecnico catalano invita quindi a continuare a denunciare ciò che accade a Gaza e al popolo palestinese: “Le loro vite contano quanto le nostre; il loro dolore non ci è estraneo. Non dimentichiamolo”. Quindi l’appello a sostenere all’Agenzie delle Nazioni Uniti: “Da oltre 75 anni, l’UNRWA sostiene i rifugiati palestinesi fornendo assistenza sanitaria, protezione e aiuti umanitari. Ma l’UNRWA è molto più che aiuti. È anche memoria“.
Il discorso integrale di Pep Guardiola
Non sono morti, sono persone assassinate. Non sono statistiche, sono vite con nomi, volti, famiglie, sogni e ricordi. Non sono danni collaterali, sono bambini. E quando smettiamo di chiamare le cose con il loro nome, quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità. Stiamo vivendo un momento molto buio della nostra storia.
Vediamo bambini a Gaza che cercano i loro genitori tra le macerie, che implorano aiuto, che soffrono la fame, che vengono lasciati soli. Li vediamo perdere tutto prima ancora di aver avuto la possibilità di crescere, e l’inferno continua, insieme alla disumanizzazione del popolo palestinese. Le loro vite contano quanto le nostre, il loro dolore non ci è estraneo. Non dimentichiamolo. La solidarietà con la Palestina non può fermarsi.
Né può fermarsi la nostra responsabilità. Oggi, proprio oggi, il governo israeliano ha ucciso più di 74.000 persone a Gaza e continua a ostacolare l’ingresso degli aiuti umanitari. E mentre Gaza continua a essere devastata, la demolizione delle case palestinesi e gli sfollamenti forzati in Cisgiordania continuano. In questo contesto, è importante ricordare una cosa.
Per milioni di rifugiati palestinesi, la sofferenza non è appena iniziata. Hanno sopportato decenni di sfollamento, violenza, perdite, dolore, traumi, incertezza e ingiustizia. Eppure, perseverano. Quanto ammiriamo la resilienza del popolo palestinese. Ma non dovrebbero essere costretti a essere resilienti. Nessun popolo dovrebbe dover trascorrere generazioni a dimostrare la propria capacità di sopportare la sofferenza.
Nessun bambino dovrebbe crescere imparando a sopravvivere anziché a vivere. E in questo terribile contesto, c’è un’organizzazione che non li ha mai abbandonati, nemmeno per un solo giorno. Si chiama UNRWA. Da oltre 75 anni, l’UNRWA sostiene i rifugiati palestinesi fornendo assistenza sanitaria, protezione e aiuti umanitari. Ma l’UNRWA è molto più che aiuti. È anche memoria.
Ed è l’istituzione che ha preservato la storia, l’identità e i diritti di generazioni di rifugiati palestinesi. È la prova che la loro esistenza non può essere cancellata. Oggi, sostenere l’UNRWA è più necessario che mai. Sostenere l’UNRWA significa sostenere coloro che continuano a resistere alla fame, alla violenza, alla paura e all’abbandono. Perché per continuare a distruggere, bisogna imporre il silenzio. E noi non ci faremo mettere a tacere.
Oggi il silenzio è una forma di schieramento, ma non possiamo voltarci dall’altra parte. La Palestina conta, e la Palestina ha bisogno di giustizia e pace. Ora, per favore, continuate a parlare della Palestina. Continuate a difendere l’umanità di fronte all’indifferenza. Per favore, se potete, sostenete l’UNRWA affinché possa continuare a fornire aiuti a chi ne ha più bisogno. Grazie di cuore.
L'articolo “Quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità”: l’appello di Pep Guardiola per la Palestina proviene da Il Fatto Quotidiano.