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Festa del cinema di Roma 2026: Pif con “Il Ministero dell’Amore” riesce a far ridere, ma l’amalgama non c’è

16 October 2026 at 18:00

Si ride molto, e ci stupirebbe il contrario. Ma non in maniera organica. Il motivo potrebbe essere che la comicità diretta ed esplosiva di Ciarrapico/Vendruscolo non si sposa perfettamente con quella ironico-sentimentale e nostalgica di Pif. Naturalmente, sotto esame è Il Ministero dell’Amore, passato oggi nel Grand Public alla 21esima Festa del Cinema di Roma e in arrivo direttamente su Prime Video dal prossimo 18 dicembre, dunque il film di Natale di Amazon.

Ispirato alla pièce teatrale Stare meglio oggi del 2013 di Giacomo Ciarrapico, il film mette al centro un giornalista parlamentare che pensa di vivere guidato da un “governo interno”, strutturato con tanto di parlamento, segreterie e così via. Insomma, Aldo – questo il suo nome, interpretato da Pif – traduce nella propria personalità il funzionamento dell’oggetto del suo lavoro. Il suo personalissimo governo è composto da uno squadrone di personaggi grotteschi, capitanati dal presidente del Consiglio, a cui Corrado Guzzanti presta la propria comicità irresistibile. Tra i ministri figurano alcuni dei sodali del cinema dell’ex trio magico di Boris e Ogni maledetto Natale (2014), oggi ridotto al duo Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, purtroppo orfani del compianto Mattia Torre, a partire da Pietro Sermonti e Carlo De Ruggieri. New entry molto ben inserita è Anna Finocchiaro, nei panni della leader dell’opposizione che, dopo le elezioni, passa all’esecutivo, dando vita al tipico rimpasto di governo all’italiana. Anche la partner femminile di Pif è un volto noto del cinema del “duo”, Alessandra Mastronardi.

L’attrice è Claudia, compagna da anni di Aldo, che inspiegabilmente entra in una fase di crisi e chiede la classica pausa di riflessione. Le certezze di Aldo crollano e, di conseguenza, si apre una crisi del suo governo interno. Il film procede saltando dalla vita del cronista a quella della sua psiche, tra siparietti irresistibili e momenti di malinconia stampati sulla maschera di Pif. Il rimando è certamente alla saga Pixar di Inside Out, ma il dato interessante è che il film d’animazione è del 2015, dunque successivo alla brillante e originale idea contenuta nella pièce di Ciarrapico che è appunto del 2013. Il problema è che, visto oggi, non si può che pensare a un adattamento italiano – con ovvia satira politica – del capolavoro dei geni della lampada. Come si diceva, tuttavia, il film non offre la fluidità attesa: distanti e non sempre felicemente conciliabili sono l’universo di Pif, con i suoi riconoscibili alter ego, e il registro di potente sberleffo ai difetti della specie umana (anzi, italiana!) tipico dei maestri di Boris. Ad ogni modo, il pubblico non potrà che divertirsi e – probabilmente – perdonare al film ogni debolezza.

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Documentário celebra a vida do músico João Aguardela

16 October 2026 at 13:52
Documentário "Esta vida de marinheiro" vai estrear no festival Doclisboa este sábado. Três temas inéditos, realizados pelo músico que integrou a antiga banda portuguesa Sitiados, serão apresentados.

João Aguardela "era adicto" à música, alguém que começava o dia sempre a ouvir um álbum, que vivia para a música, que, num tempo de descoberta da Internet, fazia compilações e oferecia às pessoas

‘Opening the lid of a horrible secret’: Jamaicans confront enslavement with taboo-busting stories on screen

As violent spirits are unleashed in Sky’s Possession, observers see confident creatives reclaiming the island’s narratives in a form of ‘cultural reparation’

A woman opens a 300‑year‑old box, unleashing a violent spirit – it is the spirit of colonialism and oppression roaring back to life. It is a pivotal scene in Sky’s supernatural series Possession and symbolises a wider shift in Jamaica’s film industry, where directors are increasingly using the landscape to tell Jamaican stories – including those that confront enslavement, trauma and historical memory.

The series is about a biracial British lawyer who travels to Jamaica to investigate a multimillion-pound inheritance dispute, only to uncover a dark, vengeful spirit tied to the plantation’s brutal colonial past.

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© Photograph: Des Willie

© Photograph: Des Willie

© Photograph: Des Willie

O famoso hotel de "Sozinho em Casa 2" vai fechar?

16 October 2026 at 08:17
O lendário Hotel Plaza fecha em janeiro para um restauro que vai durar até 2031. O pacote luxuoso de Kevin McCallister com limousine, pizza e gelados fica suspenso bem como a vida no condomínio.

“Mio padre Gillo Pontecorvo: il tennis, Sartre e ‘La battaglia di Algeri’ come destino dell’uomo”

15 October 2026 at 19:52

È uno dei più grandi film italiani di sempre e compie sessant’anni. L’8 settembre del 1966 usciva nelle sale italiane La battaglia di Algeri, il film di Gillo Pontecorvo che pochi giorni dopo avrebbe vinto il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia. Un trattato politico e cinematografico, in uno stile per certi versi semi-documentaristico, in bianco e nero, quasi tutto girato nella Qasba della città, la zona più antica, fatta di vicoli stretti. La vicenda inizia nel1957, quando i militari francesi del colonnello Mathieu entrano nell’appartamento dove si nasconde il rivoluzionario Ali La Pointe (interpretato da Brahim Haggiag un attore non professionista come quasi tutto il cast), un contadino analfabeta diventato eroe del Fronte di liberazione nazionale algerino (Fln), iniziata nel 1954. Il contesto in cui nacque – la centralità dell’Algeria nella lotta anti coloniale, nell’Italia di Enrico Mattei che supportava l’Fln, e del Pci che, al contrario del partiti socialisti europei, sosteneva i movimenti di liberazione, allora come ora bollati come “terroristi” – lo stile, le musiche, la tensione che pervade tutta la storia, lo rendono tutt’ora uno dei punti più alti, e forse ineguagliati, raggiunti dalla cinematografia italiana. “Un film a suo modo leggendario, con una forza dirompente”, racconta suo figlio Simone, 51 anni, il più giovane dei tre figli di Gillo, di cui cura l’archivio. Venerdì 16 ottobre al Teatro Olimpico di Roma verrà proiettatala la versione restaurata in 4k del film.

Chi era tuo padre Gillo?
Un uomo di grandi passioni, dal tennis alla pesca, che amava la libertà, con un suo modo di fare le cose, molto personale. Ha avuto una vita avventurosa e ricca di incontri. Nell’esilio antifascista a Parigi, tra il ’38 e il ’40, ha fatto amicizia con Giorgio Amendola, Celeste Negarville, Giancarlo Pajetta e molti altri, già amici di suo fratello Bruno, che stava lì dal 1936. Poi la fuga verso il Sud della Francia, con l’arrivo dei tedeschi a Parigi, e a Saint Tropez, dove viveva di pesca subacquea e delle lezioni di tennis che dava. Ma anche l’incontro con Tristan Tzara, uno dei padri del surrealismo e l’amicizia con il compositore René Leibowitz. Gillo ha fatto fatto la Resistenza in Italia, con un ruolo importante nel coordinamento del movimento giovanile unitario a Milano e Torino. Verso la fine della guerra ha avuto il comando della Brigata Sap Giovani Eugenio Curiel, ereditato dopo la morte dell’eroe al quale era intitolata. E poi l’amicizia con Berlinguer. Dopo il rientro a Parigi nel ’47, da delegato per l’Italia alla Federation Mondiale de la Jeunesse Democratique, è diventato amico anche di di Picasso, Sartre ed Eluard. La sua vita è stata una sorta di passaggio attraverso gli eventi, i mondi, le problematiche e le personalità che in fondo avevano connotato quel secolo. Questo ha reso il suo sguardo cinematografico come qualcosa di rivolto all’uomo, alle sue lotte e alla sua storia nel mondo. Uno sguardo obiettivo, ed equilibrato, che però non gli ha mai impedito di arrivare a emozionare il suo pubblico. In ogni cosa che ha fatto, la sua straordinaria personalità gli ha permesso di lasciare il segno: dalla guerra di liberazione al suo cinema fino al suo impegno in ambito di politica culturale.

Perché Gillo ha deciso di girare il film?
Dopo la candidatura all’Oscar per Kapò, tra 1961 e 1962 aveva ricevuto molte proposte, anche dall’America, e aveva vari progetti, ad esempio una sceneggiatura del suo grande amico Franco Solinas, lo sceneggiatore di quasi tutto il suo cinema. Il film aveva come sfondo la guerra d’Algeria e si doveva chiamare Parà. Pur essendo una storia totalmente diversa da La battaglia di Algeri è stato una sorta di prologo. Il protagonista era un ex-paracadutista della guerra d’Indocina che si trovava in Algeria come reporter di guerra. A Parigi lui e Solinas avevano sentito vari paracadutisti, quelle testimonianze sono poi servite per la scrittura della Battaglia di Algeri, in particolare per creare il complesso personaggio del colonnello Mathieu. Due anni dopo, nel 1964, mio padre, che per vari motivi aveva accantonato Parà, venne contattato da Salah Baazì e Saadi yacef, venuti in Italia a nome del governo algerino per cercare un regista che potesse fare un film sull’indipendenza raggiunta dal loro paese. Gli algerini cercavano uno sguardo esterno e con un certo legame con la tradizione neorealista. Proposero quindi questa impresa a Rosi, a Visconti e a mio padre. Gli altri due rifiutarono perché già impegnati, mentre lui, anche per il fatto di essersi già avvicinato al tema, disse di sì. La prima cosa che gli proposero, però, era una sceneggiatura già fatta, che a papà non piaceva: voleva ripartire da zero con Solinas, attingendo agli archivi e alle informazioni che gli algerini potevano fornirgli. Il lavoro fu complesso, fecero tre stesure, una diversa dall’altra, prima di giungere a quella definitiva.

Come è stato girare ad Algeri?
Mi ha sempre raccontato soprattutto del clima di entusiasmo per la libertà che avevano conquistato, questo slancio l’aveva già visto al momento stesso della liberazione nel 1962 quando era stato in Algeria con Solinas per Parà per documentare, ma anche proprio per vivere, i festeggiamenti della guerra vinta dagli algerini. Nel 1965, durante le riprese della Battaglia di Algeri la popolazione algerina era stata molto disponibile: oltre alle centinaia di comparse selezionate, per le scene più imponenti ha potuto anche contare su molte persone che si aggiungevano spontaneamente. Il film è stato co-prodotto dagli algerini e dagli Italiani. Dalla Casbah-film, fondata per l’occasione da Saadi Yacef, che aveva contattato mio padre nel ’64, mentre la produzione italiana era affidata alla Igor film, fondata anch’essa per l’occasione da mio padre e da Antonio Musu. Yacef era stato uno dei capi del Fronte di liberazione nazionale algerino (Fln) e con mio padre parlavano una lingua comune: sapevano bene entrambi cosa fosse una guerra di liberazione perché l’avevano vissuta sulla loro pelle. Gillo trovava interessante anche la sua espressività e infatti gli propose di recitare la parte di se stesso nel film e lui lo fece.

Com’è riuscito un film che sembra quasi un documentario, su un tema difficile, a vincere il Leone d’oro al festival di Venezia?
C’era una grande tensione con la Francia, dove poi il film fu vietato fino al ’71. La delegazione di critici francesi aveva disertato la proiezione, era qualcosa che ancora bruciava sulla carne viva nazionale. Credo però che la giuria presieduta da Giorgio Bassani non potesse ignorare la capacità del film di dominare una materia così attuale e scottante senza per questo rinunciare alla forza dirompente che il film ha.

La Battaglia di Algeri ha influenzato profondamente il cinema, viene studiato ancora nelle scuole di regia.
La quantità di citazioni che ha ricevuto è incredibile. L’ultima è in Una battaglia dopo l’altra, con DiCaprio, ma prima il film era già stato citato da Tarantino in Bastardi senza gloria. Cuarón ne parlava come del film che aveva ispirato lo stile de I figli degli uomini. Sono tanti i tegisti che non hanno fatto mistero di ammirarlo, ad esempio Soderbergh. Negli Anni 70 lo studiavano nei campus universitari. Le nuove ondate di giovani cineasti americani ed europei, da Spielberg a Terrence Malick, a Roland Joffé, lo consideravano un esempio da seguire. In quegli anni era stato anche preso a modello da organizzazioni di lotta anti-sistema, come le Black Panthers, ma la lettura e l’analisi in chiave politica del film si sono estese anche in senso opposto. L’hanno proiettato più volte a West Point, ma anche al Pentagono nel 2003 nel contesto della seconda guerra all’Iraq.

Perché, a distanza di sessant’anni, è impossibile trovare un film simile?
Per la sua maniera di raccontare innovativa, che ti porta a seguire e ad entrare nello sviluppo delle storie dei personaggi principali, intrecciando quest’azione in quella di molti altri personaggi, ma non solo. Ti porta negli avvenimenti usando, insieme ai linguaggi più tradizionali come quello del flashback, ad esempio per Alì la Pointe, anche quello proprio del racconto cronachistico, come la serie di comunicati dell’Fln. Il tutto con incredibile fluidità e realismo. L’altro aspetto è il lavoro intenso sul ritmo, che ti fa sentire il polso di un fenomeno così complesso come una rivoluzione. Una parte fondamentale del film è la forza delle scene delle manifestazioni di massa che portano al finale, scene più volte paragonate alla Corazzata Potemkin, perfino dal Pauline Kael del New Yorker.

Il film ha quasi solo attori non professionisti. Chi è il vero protagonista?
In realtà è un personaggio corale. Si sente che mio padre e il suo sceneggiatore sono per la liberazione del popolo algerino, ma questa dimensione tiene conto anche dell’altra parte, in questo caso dando voce soprattutto al personaggio del Colonnello Mathieu. Gillo e Solinas hanno molto studiato sulla sua figura, cercando delinearlo come un uomo intelligente ed esperto di tattica militare, non un semplice sadico o il classico cattivo ma un uomo che era li per la sua nazione e che doveva fare tutto il possibile per la sua missione: far rimanere la Francia in Algeria. Proprio il fatto di distogliere l’attenzione da una figura stereotipata di antagonista, secondo loro, avrebbe aiutato il pubblico a concentrarsi sul vero mandante della vicenda, che è il colonialismo. Essendo il cinema di mio padre centrato sull’uomo e sulla sua lotta per uscire dalle situazioni che rendono più dura la sua condizione, credo che quest’ultimo atto della decolonizzazione rientri pienamente nei suoi obiettivi.

La lotta dell’Fln già all’epoca venne etichettata come “terrorismo”, ma poi è passata alla storia come uno dei più importanti movimenti di liberazione nazionale, supportato dagli intellettuali più importanti del ‘900 da Fanon a Sartre. Le vicende in Palestina oggi sollevano gli stessi temi, come la violenza, che nel film emerge emerge in tutto il sua ferocia. Qual è la lezione, per così dire politica, che rende questo film attuale?

Risiede in una cosa che mio padre disse in un’intervista a Lietta Tornabuoni: il fatto che il film fosse un atto di accusa contro il colonialismo, la violenza e la guerra e che in tutto ciò il suo personale atteggiamento fosse quello della pietà umana. Il film è un serrato racconto dell’inarrestabilità di certi processi storici, come quello dell’autodeterminazione dei popoli, che lui infatti accostava al processo dei fiumi carsici che, pur nascondendosi più volte, finiscono sempre per arrivare al mare. M voleva anche raccontare quante perdite e quanto dolore da entrambe le parti ci fossero stati in questa vicenda storica. Lo si capisce dalla musica di mestizia e dolore che aveva fatto mettere a Ennio Morricone nelle scene con i morti e i feriti dalle bombe. La musica era la stessa sia dopo le bombe messe dai francesi che dopo quelle messe dagli algerini. Questo riesce a farti alzare lo sguardo per considerare le ragioni e le sofferenze dell’altra parte. E’ chiaro, e lo si intuisce, che gli autori siano per la fine dei 130 anni di dominazione francese in Algerino ma non fa sconti. Alla vigilia della presentazione a Venezia, Saady Yacef aveva mandato un telegramma a papà in cui chiedeva di tagliare l’inquadratura del bambino francese che mangiava il gelato appena prima che scoppiasse la bomba algerina nella caffetteria. Lui non aveva nessuna intenzione di tagliarla, rientrava pienamente nella logica di quello sguardo che ogni tanto riesce ad innalzarsi anche oltre il personale punto di vista degli autori e va in prospettiva. In questo senso è indicativa la scena delle torture: nostro padre non voleva rappresentarle in maniera cruda e violenta, per questo gli ha dato un senso di pietà con una musica struggente che Morricone gli ha scritto, vagamente ispirata allo stile di Bach. Le immagini sono quasi tutte nella penombra, certamente realistiche ma anche filtrate, stilizzate. Una donna che guarda a quanto accade davanti ai suoi occhi, muove le pupille da una parte all’altra, non sa più dove guardare. Un’altra cosa che prende una prospettiva differente, pur rimanendo nel vestito del realismo che pervade tutto il film, è il finale, traslato come un balletto: quello della storia che si ripete.

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Mostra Internacional de Cinema de SP começa nesta quinta-feira

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A Mostra Internacional de Cinema de São Paulo, um dos maiores festivais de cinema do país, começa nesta quinta-feira (15). Neste ano, a Mostra, como é mais conhecida, comemora 50 anos. 

Para celebrar a data, o evento vai exibir 392 filmes de 93 países, além de promover exposições, lançamentos de livros, shows, debates, programação especial para crianças e o lançamento de um acervo próprio. O evento ocorre até 29 de outubro. Veja aqui informações sobre locais de exibição e compra de ingressos.

Notícias relacionadas:

Ao longo dessa meia década, a Mostra já apresentou ao público mais de 11.692 filmes. Além disso, ajudou a formar uma geração de cinéfilos, diretores e profissionais do cinema. Entre eles, está Rodrigo Teixeira, que ajudou a produzir sucessos como Ainda Estou Aqui, Me Chame pelo seu Nome e também Tigre de Papel – filme de James Gray que será exibido no festival.

“A Mostra me formou como cineasta e me ajudou muito a me formar como ser humano”, disse ele durante a cerimônia de abertura do evento, na noite dessa quarta-feira (14). Em entrevista à Agência Brasil, Teixeira celebrou a data especial. 

“A Mostra celebra 50 anos, eu celebro 50 anos, minha empresa celebra 20 anos. Há 20 anos eu ganhei o prêmio de melhor filme aqui. Então, muitas datas se cruzam.”

15/10/2026 - Cenas do Filme Tigre de Papel . Foto: 50° Mostra Internacional de Cinema SP/ Divulgação 15/10/2026 - Cenas do Filme Tigre de Papel . Foto: 50° Mostra Internacional de Cinema SP/ Divulgação
Cenas do Filme Tigre de Papel do cineasta James Gray. Foto: 50° Mostra Internacional de Cinema SP/ Divulgação

Autor do pôster da Mostra deste ano, o cineasta americano James Gray esteve presente na cerimônia de abertura para apresentar seu novo filme, Tigre de Papel, que acompanha a história de dois irmãos em busca do sonho americano que se envolvem com a máfia russa. “Eu amo este país. Essa não é a minha primeira vez aqui, que é um lugar maravilhoso.”

Também apresentando seu novo filme, o cineasta Kleber Mendonça Filho destacou a relevância do festival. “A Mostra faz parte da vida de todos nós, brasileiros, que amamos cinema.”

Seu novo filme é o curta Sul de Teerã, em que ele acompanha o cineasta Jafar Panahi por Nova York. 

“Estou muito feliz em apresentar, pela primeira vez, este filme no Brasil durante a Mostra de São Paulo. O festival toma ainda mais importância para nós ao reafirmar a importância da cultura do cinema neste momento tão dramático do país.”

15/10/2026 - Cenas do Filme Sul de Teerã . Foto: 50° Mostra Internacional de Cinema SP/ Divulgação 15/10/2026 - Cenas do Filme Sul de Teerã . Foto: 50° Mostra Internacional de Cinema SP/ Divulgação
Cenas do Filme Sul de Teerã. Foto: 50° Mostra Internacional de Cinema SP/ Divulgação

Resistência

Além da exibição de filmes de diversos países, a Mostra é também um espaço de resistência importante para o país, destacou o apresentador de TV Serginho Groisman.

Groisman acompanha o evento desde a primeira exibição e, ao longo dos anos, transformou-se também no apresentador oficial das cerimônias de abertura do festival.

“Vi a batalha do Leon Cakoff [fundador da Mostra] em transformá-la não só no lugar onde a gente entra e assiste a cinco filmes do mundo inteiro no mesmo dia, mas em um lugar assim de resistência. Foram muitas batalhas – e ele conseguiu fazer com que os filmes não passassem mais a ter censura prévia [como ocorria durante a ditadura], que é uma coisa muito importante”, ressaltou.

Programação 

Entre os filmes programados para exibição na edição deste ano estão:

  • Amor Possível, vencedor do Leão de Prata do último Festival de Veneza;
  • Fjord, ganhador da Palma de Ouro em Cannes;
  • Mulher Desconhecida, Leão de Ouro no Festival de Veneza. 

A lista também inclui o brasileiro Feito Pipa, de Allan Deberton, escolhido para ser o representante do Brasil na disputa ao Oscar do próximo ano.

Além da programação voltada ao público adulto, há três anos a Mostra promove sua Mostrinha, destinada ao público infantojuvenil. 

Neste ano, a Mostrinha apresentará 20 longas e um curta-metragem. Um dos destaques é o filme Clarice Vê Estrelas, escrito e dirigido por Letícia Pires e baseado em seu livro. Segundo a organização, 16 desses filmes são inéditos no Brasil.

Zustissia, il peso di 33 anni di ingiustizia: il caso Zuncheddu diventa cinema. Fabrizio Ferracane negli Usa sarebbe da Oscar

15 October 2026 at 14:20

Zustissia non è il solito film italiano. Partiamo da qui. Da un dato più estetico-produttivo. Perché recensire l’opera prima di Francesco Piras iniziando dal cuore del racconto, i 33 anni di carcere ingiustamente patiti da Beniamino Zuncheddu per un triplice omicidio mai commesso – tratto da una storia vera, si dice di solito al cinema – sarebbe retoricamente più semplice.

Dicevamo che Zustissia è prima di tutto il risultato di un’idea visiva solidamente non convenzionale, senso dell’immagine oltre la banale ripresa dei dialoghi, ricostruzione, esplorazione e restituzione di uno spazio e di un tempo dell’attesa (e della rivincita) come fossero sospesi e astratti oltre il regime dell’ordinarietà. Piras sa dare significato ai propri movimenti di macchina, sa disegnare traiettorie di sguardo attraverso brevi panoramiche circolari, piani sequenza e carrellate, sa mantenere alta la temperatura emotiva sia negli stralci insanguinati tra pecore e ruderi sia nella più classica prossimità di visi e corpi, modello court room movie hollywoodiano.

Regia completa, distinta, amalgamata a un sapiente taglio di scrittura (spiegare i dettagli del caso e della legge, pitturare anime silenti e passive e timidi eroi coraggiosi); poi, ovviamente, la volumetria straordinaria dell’errore giudiziario più lungo d’Italia, viziato realmente da superficialità e volontaria approssimazione inquirente.

La sera del 27 febbraio 1991, mentre si trova in casa a Burcei, nel sud-est della Sardegna, con la sorella e il cognato a guardare in tv la performance dei Tazenda e di Pierangelo Bertoli a Sanremo, il pastore ventiseienne Beniamino Zuncheddu (da carcerato adulto interpretato da Fabrizio Ferracane) viene improvvisamente arrestato dalla polizia. Accusato del brutale omicidio di tre pastori e del ferimento di un altro, avvenuti vicino alle terre in cui pascola con le sue bestie, il giovane verrà condannato all’ergastolo in tre rapidi processi che attraverseranno i tre gradi di giudizio con sedute sprint in nemmeno un anno.

Zuncheddu si dichiara innocente, ma passerà 25 anni in carcere senza mai uscire, anche solo per un permesso, fino a quando, nel 2016, l’avvocato Mauro Trogu (Michele Riondino) prenderà in mano il caso e riuscirà, comunque con immane fatica, a ottenere, a 2021 inoltrato, la revisione del processo con la clamorosa svolta di una nuova prova. Il ferito e testimone oculare, che già nel 1991, nel giro di 40 giorni, aveva cambiato versione dei fatti, afferma definitivamente di non aver riconosciuto Zuncheddu la notte della mattanza e che a suggerirgli di riconoscerlo in una foto segnaletica era stato un agente della Criminalpol.

Immersa in un’atmosfera grigia e rarefatta, la ricostruzione biografica evita il pietismo e cerca la giusta distanza umana e morale; mentre la ricostruzione giuridico-processuale, preceduta dal flashback iniziale dei delitti, che irradia sotterraneamente l’opera in ogni possibile ganglio di senso, si immerge nelle secche di un tunnel prima crudele e cieco, poi paradossalmente kafkiano (il tribunale fa “galleggiare” per mesi il processo di revisione per mille cavilli procedurali).

Il risultato è un levigato racconto in crescendo che tifa evidentemente per i deboli e le vittime, ma che non usa mai sguaiatamente le urla per affermarlo. Gli attori poi non corrono, non sbrodolano, non biascicano in romanesco (il posato pseudo-sardo di Riondino, nella sua mimesi mai sovraccarica, è da antologia): vivono di sguardi, di microespressioni, di lenti movimenti. E Fabrizio Ferracane, nel riprodurre la silenziosa remissività di Zuncheddu, questo farsi tritare da un destino disegnato meschinamente da altri, millimetro dopo millimetro, cellula di invecchiamento dopo cellula, negli Stati Uniti sarebbe da Oscar. Il commento musicale, sussurrato, modello Città di pianura, è di Iosonouncane. Il vero Zuncheddu è uscito di galera dopo 33 anni e 8 mesi, con assoluzione per non aver commesso il fatto.

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“O Doclisboa continua a ser a casa do cinema português”

15 October 2026 at 13:08
O Doclisboa começa hoje e decorre até 25 de outubro. O diretor, Hélder Beja, fala na ambição de expandir o público do festival, apostando em parcerias com escolas e na aproximação a zonas periféricas.

© DIOGO VENTURA/OBSERVADOR

Amigos, ódio ou engate: para que serve o Facebook hoje?

15 October 2026 at 12:55
A propósito da estreia de “O Veredito Social” e no 20.º aniversário da rede social de Mark Zuckerberg, esta semana falamos sobre likes e perfis, algoritmos e cronologias, bons textos e má língua.

"Acho que conseguia entrar na persona do João Baião"

15 October 2026 at 10:42
Miguel Queirós, criador de conteúdos, ambiciona chegar à TV e vê nas redes sociais "uma ponte". Recorda a infância e conta como o bullying o ajudou a continuar -  até vencer um prémio revelação.

"Histórias Paralelas": real e ficção num filme fastidioso

15 October 2026 at 06:30
Segundo filme rodado pelo iraniano Asghar Farhadi em França, "Histórias Paralelas" não consegue injectar originalidade na meta-narrativa em que assenta. Eurico de Barros dá-lhe duas estrelas.

Isabelle Huppert interpreta uma escritora excêntrica em "Histórias Paralelas", de Asghar Farhadi

"Sente-se. No cinema": a campanha anti-sofá

15 October 2026 at 00:23
APEC e FEVIP lançam filme-manifesto com atores portugueses. Receitas sobem 20% em 2026, mas número de salas caiu de 550 para 525 e metas estão longe de ser atingidas.

© Getty Images

António Paulo Santos rejeita ainda a ideia de que o problema esteja no preço dos bilhetes que, em média, custavam 6,18 euros em 2025 , segundo dados do Instituto do Cinema e do Audiovisual

Seis salas de cinema reabrem este mês em Braga

13 October 2026 at 21:28
A Cinebox abre a 24 de outubro seis salas no centro comercial de Braga, que ficou sem cinema em janeiro após a insolvência da Cineplace. As outras seis vão virar bowling e arcade.

© TIAGO PETINGA/LUSA

O espaço das outras seis salas de cinema deverá ser ocupado com oferta de bowling e jogos de arcade, com abertura prevista para dezembro

Seminário em Odemira vai questionar papel do cinema

13 October 2026 at 13:06
Edição de 2026 vai decorrer entre 13 e 18 de novembro. Omnipresença das imagens como testemunha dos "processos de despossessão acelerados e da violência colonial genocida" é o tema deste ano.

© KIKO HUESCA/EPA

Durante seis dias, o seminário vai reunir "mais de uma centena de participantes oriundos de diversas partes do mundo" no concelho do litoral alentejano

“Digger”, e i film delle sei tornati a farci bisticciare, come “Temptation Island”

13 October 2026 at 03:45

Il declino dell’abitudine di andare al cinema sembrava irreversibile, poi sono arrivati Digger con Tom Cruise, “The Social Reckoning” e persino ”L’Odissea” a dimostrare che era solo perché non c’era nulla di interessante da vedere, per poi discuterci su

La regola l’ha codificata Anthony Lane, critico cinematografico del New Yorker, scrivendo un ritratto di Michael Haneke a settembre del 2009, e l’ha usata per spiegare “Il nastro bianco”, che allora era già passato a Cannes ma non era ancora uscito nei cinema americani.

Come regola generale, scriveva Lane, il cinema si divide in film delle sei e film delle nove, e la maggior parte appartiene all’insieme “film delle nove”. «Torni a casa dal lavoro, mangi qualcosa al volo, vai al cinema, e ti godi lo spettacolo». E dopo, che è il dettaglio che fa la differenza, vai a dormire.

Dopo i film che ha senso vedere alle sei, no. Servono una prenotazione al ristorante e gli amici giusti. «Ne avrai bisogno perché, se tutto va secondo i piani, passerai la seconda metà della serata a ribaltare il film, il suo impatto e il suo senso, da un lato e dall’altro».

Prima di arrivare a dire che “Il nastro bianco” era un film delle sei, Lane ci forniva la sua tassonomia. «”Persona” è un film da sei di pomeriggio, anche se poi al ristorante non avrete fame. Lo è anche “Il cacciatore”, mentre “Platoon”, per quanto rumoroso e furibondo, va benissimo alle nove».

C’è anche, in quella paginetta di Lane, una tassonomia del ceto medio complessato, anche se lui non lo chiama così, e anche se caratteristica precipua del ceto medio complessato e dei suoi film è non ritenersi tali. «A voce alta” è un film da nove di sera che pensa d’essere un film da sei di pomeriggio. “Ricomincio da capo” è il contrario». (“A voce alta” è quello in cui Kate Winslet è una nazista analfabeta, “Ricomincio da capo” è quello in cui Bill Murray si risveglia sempre nella stessa giornata).

Penso alla tassonomia di Lane da dieci giorni, cioè da quando ho iniziato a ricevere telefonate solo di sera, da gente che era uscita da “Digger”. Tra le persone con cui parlo abitualmente, ce ne sono solo due che in questi dieci giorni non mi hanno chiamata per parlare di “Digger”, ed è perché sono due persone che non vanno al cinema. Era dal 2010 che, della gente che non va al cinema, non pensavo: poverini.

Non andare al cinema è una cosa abbastanza normale, ormai, talmente normale che non abbiamo più gli anticorpi per quei piccoli inconvenienti di quando non vedi il film a casa tua. Domenica mattina sono andata a rivedere “Digger”, e il cinema era abbastanza pieno, e un po’ di gente è entrata in ritardo e invece di vergognarsi della propria maleducazione e sedersi dove capitava ha indugiato con la torcia del telefono accesa a cercare proprio il posto che aveva prenotato, facendo anche alzare gente già seduta, per disturbare meglio.

Succede ogni volta, e io ogni volta li insulto profusamente – disturbando la sala almeno quanto loro – e ogni volta mi chiedo se sia stato sempre così o se, quando andare al cinema era una cosa normale, mi sembrasse anche più normale che gli esseri umani fossero imperfetti. Così come, ogni volta che esco da un film bruttino furibonda del suo permettersi d’essere bruttino quando io ho fatto l’immane fatica d’andare fino al cinema, mi domando se fossi più tollerante dei film inutili quando andare al cinema era abituale come andare al bar.

Giovedì sono andata a vedere “The Social Reckoning”, e prima del film c’erano alcuni trailer di film italiani così orrendi ma così orrendi che mi sono detta sì va bene, le maestranze vanno fatte lavorare, due spicci in cultura è giusto continuare a investirli per non ritrovarci con ex truccatori e attrezzisti che fanno i fattorini di Glovo, però come si può pensare che uno, per vedere questa roba, cerchi una babysitter, prenda la macchina, vada al cinema, cerchi parcheggio, spenda dei soldi in più oltre a quelli che ogni mesi butta in abbonamenti alle piattaforme?

È chiaro che è ormai un’impresa eroica, e tu in cambio dell’impresa eroica non puoi darmi Filippo Timi che fa Gino Cecchettin (è ovviamente l’esempio sbagliato, quel film nello specifico incasserà tantissimo, perché andandoci dici al mondo che sei una persona perbene e vai vedere un film delle nove che pensa d’essere un film delle sei: sarà il nuovo “Naza”).

Tuttavia, “Digger” arriva in un anno in cui non è l’unica eccezione. Persino di “The Social Reckoning”, per quanto non piaccia a nessuno, ci sono cose da dire (io e uno dei miei Luminari Culturali di riferimento non riusciamo a convenire sulla ragione della sbagliatezza di Jeremy Strong: per lui è un limite di scrittura, per me della sua faccia). Quest’estate ho discusso parecchio persino dell’“Odissea”, quel film in cui Ulisse è un reduce del Vietnam e Calipso è la sua insegnante di yoga.

È iniziata un anno fa, quando abbiamo cominciato a discutere di “Una battaglia dopo l’altra”, che ho dovuto rivedere per sapere come cominciasse perché la prima volta al cinema entrava la gente in ritardo e mi distraevo a redarguirli.

Fanno, in un anno, quattro film da sei di pomeriggio, dopo non so quanti anni in cui si discuteva di Sanremo e di “Temptation Island”, ma se andavi al cinema eri uno strano che parlava di cose che capiva solo lui, un po’ come se avessi avuto l’hobby della filatelia. Qualche tempo fa su TikTok ho visto una ventenne che diceva che lei era cresciuta in una famiglia povera e lo capiva dal fatto che tutti andavano al cinema ma lei no. Ma sei cresciuta negli anni dello streaming: chi è che andava al cinema?

Pensavo fosse ormai irreversibile, del cinema parlavamo noialtri vegliardi cresciuti negli anni in cui davvero ci si andava, e qualche ragazzina con desiderio mimetico che giurava che quando era piccola tutti andassero al cinema. Al presente, nessuno. Pensavo c’entrasse la comodità del vedere le cose a casa, i prezzi dei biglietti in un paese con gli stipendi fermi alla lira, il fatto che le idee fossero finite e lo star system pure. E invece era che non c’erano abbastanza film da sei di pomeriggio.

Che, dopo, ti facessero venir voglia di bisticciare con lo stesso impeto con cui alzavi la voce per capire se avesse più torto Oronzo o Valentina (“Temptation” 2018), o se fosse meno peggio il vestito di Bianca Balti o quello di Miriam Leone (Sanremo 2025).

Poi è arrivata la stagione cinematografica 2025/2026, e ci siamo ritrovati a discutere di quanto fossero imbecilli quelli che, di “Una battaglia dopo l’altra”, notavano l’inseguimento sulle dune, stretti parenti di quelli che pensavano che Alessia (“Temptation” 2024) facesse bene a riprendersi Lino; di quanto non capissero niente gli adattatori di “Digger”, quelli che avevano trasformato il dualismo tra «essere vivi» e «vivere» in un’alternanza tra «vivere» e «sopravvivere» che sarebbe potuta essere un tatuaggio di Giovanni (“Temptation” 2026); e persino di quanto fosse liberatoria l’ultima mezz’ora dell’“Odissea”, quella in cui finalmente Matt Damon diventa Bruce Willis e mena tutti: era da quando Amadeus finalmente chiudeva il televoto alle due e mezza di notte, che non provavamo un tale sollievo. Solo che, al cinema, puoi provarlo prima di cena, e andare a dormire a un’ora decente.

L'articolo “Digger”, e i film delle sei tornati a farci bisticciare, come “Temptation Island” proviene da Linkiesta.it.

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