Israeli Settlers Attack Palestinians and Washington Post Journalist in West Bank

© Ammar Awad/Reuters

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© Kenny Holston/The New York Times

Care lettrici e cari lettori,
la settimana scorsa, quando abbiamo dato la notizia dell’indagine della Procura di Napoli su Unipegaso e sui suoi rapporti con il mondo della pubblicità e dell’informazione, vi avevo promesso che vi avrei tenuti aggiornati. Anche perché nella vicenda risulto coinvolto anch’io, insieme a numerosi altri direttori e amministratori di giornali.
Come sapete, il giorno successivo il Fatto e un solo altro quotidiano, il Domani, hanno pubblicato il contenuto di un decreto di perquisizione eseguito nei confronti di alcuni manager dell’università online, della società che la controlla e di un’importante società di lobbying e pubbliche relazioni. Nell’atto sono riportate anche diverse conversazioni telefoniche tra il numero uno di Multiversity, Fabio Vaccarono, direttori di giornali, manager e collaboratori. Comprese, come avevamo già scritto, alcune telefonate con me. Oggi, dopo aver fatto le necessarie verifiche, ho deciso di raccontarvi come sono andate le cose, almeno per quanto ricordo. Lo faccio qui, come ho già fatto durante una riunione di redazione trasmessa in diretta su YouTube.
La storia comincia nell’autunno del 2025. La Seif, la società editrice del Fatto, entra in contatto con Vaccarono. La nostra amministratrice delegata Cinzia Monteverdi e la società sono interessate al mondo dei corsi di formazione online, un settore che potrebbe portare nuovi ricavi. Il Fatto, in quel periodo, non naviga in buone acque. I bilanci sono in perdita, le vendite in edicola calano come le edicole, come per tutti i quotidiani, gli abbonamenti digitali hanno cominciato a crescere, ma non sono ancora decollati. La nostra società ha però fatto una scelta precisa: resistere. Non licenziare nessuno, non dichiarare lo stato di crisi, non ridurre gli orari e gli stipendi dei giornalisti. Nel frattempo, la Scuola del Fatto sta cominciando a dare buoni risultati. E dimostra che la formazione online, una strada già percorsa da altre testate, potrebbe essere una delle chiavi per fornire un buon servizio alla collettività e per rimettere in ordine i conti.
È in questo scenario che arriva Multiversity. La nostra società si informa su Vaccarono. Ne ricava un profilo di manager stimato, che ha ricoperto incarichi di vertice in Google Italia e nel gruppo Repubblica. A differenza di altri potenziali partner, che avevano già bussato alla nostra porta, non risulta aver avuto problemi con la giustizia. Negli incontri, Vaccarono racconta che nel mondo delle università online ha trovato di tutto. Ma aggiunge che, da quando Multiversity è stata acquisita interamente da un fondo americano, ha avviato una profonda e difficile opera di pulizia. Sostiene anche che a Napoli, all’Unipegaso, la situazione era diventata talmente complicata da fargli temere persino per la propria incolumità.
Cinzia Monteverdi decide allora di presentarlo alla direzione del giornale, di cui faccio parte. L’incontro avviene tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Vaccarono fa una buona impressione a tutti. Dice di essere un lettore del Fatto, racconta che sua madre ne è una grande appassionata, propone una partnership nel campo della formazione e spiega come la sua esperienza in Google e nella pubblicità dei grandi quotidiani possa esserci utile. Con la società avvia inoltre un discorso per entrare in futuro e a titolo personale nel capitale del giornale. E soprattutto torna più volte su un punto: la sua missione, ripete, è fare pulizia nelle università online controllate da Multiversity e dal fondo americano.
Nei mesi successivi la società comincia a lavorare per concretizzare gli accordi. Io, condirettore del Fatto e direttore del sito, in quel periodo frequento meno la redazione romana. Sono tornato a vivere a Milano e scendo a Roma quasi esclusivamente per i miei impegni televisivi. Cinzia Monteverdi mi tiene però informato, nelle linee generali, sull’evoluzione dei rapporti con Multiversity.
Arriviamo all’8 giugno. Quel giorno le agenzie battono la notizia che Maria Rosaria Boccia è indagata per una presunta falsa laurea conseguita all’Unipegaso. Al Fatto, intanto, siamo alle prese con il caso Minetti, arrivato alla fase delle spropositate richieste di risarcimento. Io non sono in redazione. Verso le ore 20 Monteverdi mi chiede di parlare con Vaccarono, che vuole far conoscere la posizione della sua società sulle notizie riguardanti l’indagine sulla università online. Notizie che peraltro conoscevo poco proprio perché non ero al lavoro. Vaccarono mi inoltra un comunicato stampa. Telefono a Roma per informarmi. E gli faccio sapere che verrà pubblicato un articolo di circa duemila battute, nel quale sarà poi riportata, com’era giusto e normale che sia, anche la posizione di Multiversity. Che in sostanza dice: siamo stati noi a denunciare le irregolarità, siamo noi a voler fare pulizia e così via.
L’articolo (che io non ho letto prima) verrà pubblicato sul quotidiano cartaceo, sul pdf del giornale e in automatico da mezzanotte in una sezione del sito riservata agli abbonati digitali, dove finisce la grande maggioranza dei pezzi senza passare dalla homepage. Il titolo, però, è piuttosto duro. Forse da querela. Accosta a Unipegaso e alla parola “cricca” il nome del precedente proprietario, Danilo Iervolino, già perquisito nell’ambito di un’indagine per associazione per delinquere. Solo leggendo successivamente le conversazioni riportate nel decreto scoprirò quanto quel titolo abbia irritato i vertici di Multiversity.
La mattina seguente, Vaccarono mi telefona. Mi chiede se sia possibile non mettere online l’articolo (che in realtà c’è già da alcune ore). Per me, in quel momento, anche alla luce del pezzo che abbiamo pubblicato, Vaccarono è il manager che ha denunciato le irregolarità, che si considera parte lesa e che sta cercando di ripulire la società. Insomma, ai miei occhi è il “buono” della situazione. Non ricordo esattamente le parole che mi disse in quella telefonata, immagino molto breve. Dal decreto apprendo ora che gli risposi “assolutamente” e gli dissi “non esce”. In realtà la prima cosa che faccio è un’altra. Decido di modificare il titolo, dando maggiore evidenza alle denunce della nuova gestione e al caso Boccia. L’articolo resta pubblicato per ore là dov’era, cioè nella sezione del sito riservata agli abbonati. Chiedo inoltre che venga deindicizzato dai motori di ricerca: un procedimento che però non produce effetti immediati.
Vaccarono, intanto, continua a pregare che l’articolo venga tolto. Scrive che hanno fatto pulizia e che, passate 48 ore, si parlerà solo di futuro; ricorda che hanno già denunciato molte persone. Tutti concetti che, a quanto leggo, sono già contenuti nell’articolo. Il manager però appare preoccupato perché sui social stanno arrivando commenti negativi. In effetti chi legge quei commenti non può conoscere la posizione della nuova proprietà, perché l’articolo, come ogni pezzo del giornale cartaceo, è riservato ai soli abbonati. Ma non basta, perché l’articolo, pur spiegando che la nuova Multiversity-Pegaso si dice parte offesa e che l’inchiesta è nata proprio dalle sue denunce, rischia di danneggiare anche noi che con Multiversity abbiamo avviato una partnership nel settore della formazione online. Così, verso mezzogiorno, decido di chiudere la questione. Sapendo che il pdf del giornale contenente il pezzo resta comunque a disposizione degli abbonati e che a quell’ora molti di loro lo hanno già letto pure in versione nativa, lo faccio togliere dal sito. Anche, lo ammetto, per levarmi Vaccarono di torno. Poi avverto la direzione di Roma. In quel momento mi sembra la scelta più sensata, che ci evita anche il rischio di eventuali querele per l’uso della parola “cricca”.
C’è però una cosa che né io né i colleghi di Roma in quel momento sappiamo. Nell’articolo è stato citato un altro manager, perquisito insieme con Iervolino e altre persone. Un professionista che la Procura di Napoli considera un anello di congiunzione tra la vecchia gestione e quella nuova, guidata da Vaccarono e Multiversity. È un particolare importante. E credo che proprio da qui nasca tutta questa vicenda, almeno per quanto mi riguarda: dal non aver colto un’informazione che avrebbe potuto indurci già in quel momento a fare altre valutazioni, a porci ulteriori domande e forse a prendere decisioni societarie diverse.
Nel decreto di perquisizione della scorsa settimana si parla però anche di altro. I pm ipotizzano che tutti i giornali coinvolti (compreso quindi il Fatto) abbiano silenziato per un mese una notizia su un’altra perquisizione legata a Unipegaso avvenuta a inizio maggio. Il Fatto però, stando a quanto ho potuto verificare in questi giorni, di quella perquisizione avvenuta a Napoli non sapeva niente. Il nostro corrispondente dalla Campania l’ha scoperta solo l’8 giugno, quando ne ha scritto.
Per il resto, ho poco da aggiungere. Credo di aver risentito Vaccarono una sola volta, nel mese di luglio, e di averlo poi rivisto a settembre sul palco alla festa del nostro giornale alla Versiliana. A luglio mi telefonò per dirmi che il loro ufficio legale aveva ricevuto chiamate da colleghi del Fatto. Bastò una verifica per capire che non era vero. Ricordo che in redazione ipotizzammo persino che quella voce fosse stata messa in circolazione, assieme ad altre notizie, da qualche concorrente interessato a far saltare i nostri accordi con Multiversity.
Naturalmente quella che vi ho raccontato è una ricostruzione sintetica, fatta senza conoscere gli atti a cui il decreto di perquisizione della scorsa settimana rimanda, ma sufficiente per farvi capire come sono andate davvero le cose dal mio punto di vista.
Detto questo, continuo a pensare che quando emergono ipotesi di reato, i pubblici ministeri abbiano non soltanto il diritto, ma anche il dovere di indagare su chiunque. Anche su di me. E chi dirige un giornale, proprio perché ogni giorno pretende trasparenza dagli altri, deve essere pronto a offrirla quando le domande riguardano lui.
L'articolo Ai lettori proviene da Il Fatto Quotidiano.
Os podcasts produzidos em Portugal auditados pelo ranking Pod_Scope, serviço da Marktest para a medição técnica, auditada e independente, registaram cerca de 10,2 milhões de downloads no mês de setembro, uma recuperação de 41,5% face aos 7,21 milhões registados no mês de agosto. O valor representa mesmo assim o segundo registo mais baixo do ano.
A liderança dos publishers continua nas mãos do grupo Impresa, que registou 3,38 milhões de downloads mensais, cerca de 846 mil downloads semanais e 485 mil listeners semanais.
Logo a seguir, o Observador mantém-se no segundo lugar, com 2,53 milhões de downloads mensais. Já o Grupo Renascença regista 2,18 milhões, não conseguindo recuperar o segundo lugar perdido em agosto. A Bauer Media mantém-se no quarto lugar, com 1,42 milhões de downloads e a RTP no quinto lugar, com 687 mil. Esta ordenação mantém-se tanto nos downloads semanais como nos listeners semanais.
Analisando por marcas, o Observador mantém-se na liderança, obtida em agosto, com 2,53 milhões de downloads mensais. A Renascença recupera, ultrapassando o Expresso, mas não o suficiente para voltar ao lugar cimeiro de julho. Em setembro, a marca do Grupo Renascença Multimédia alcançou 2,08 milhões de downloads e a marca da Impresa registou cerca de 1,55 milhões.
A Rádio Comercial mantém-se no quarto lugar, com quase 1,3 milhões de downloads. A SIC Notícias fecha o top cinco com cerca de 1,27 milhões de downloads.
No universo de 25 marcas analisadas, 14 viram os seus números mensais aumentar em setembro, 10 desceram e uma ficou igual, a Cidade FM, com exatamente 856 downloads nos dois meses. Em agosto tinham sido 22 marcas em queda. A RTP Notícias registou um crescimento de 131,8% — de 5.105 downloads para 11.834 downloads. Tal permitiu à marca subir de 16.º para 13.º, alcançando a maior subida de posições do mês.
O “top 3” – Observador, Renascença e Expresso – continua a reunir a maioria da quota de mercado, representando 60,46% dos downloads entre as marcas analisadas.
No que toca aos listeners semanais – dispositivos/apps conectados à internet que efetuaram downloads de podcasts entre 31 de agosto e 27 de setembro –, o Observador mantém a liderança, com 288 mil. O Expresso mantém-se no segundo lugar — com 250 mil — e a Renascença recupera para o terceiro lugar — com 218 mil –, não conseguindo ainda voltar ao lugar cimeiro que ocupava em julho. A SIC Notícias cai assim do terceiro para a quarta posição — com 208 mil — e a SIC mantém o quinto lugar, com 109 mil.
No mês anterior, recorde-se, o pódio era ocupado por Observador, Expresso e SIC Notícias, por esta ordem.
Nos formatos individuais, o “Extremamente Desagradável”, da Rádio Renascença, manteve a liderança com o maior número de downloads mensais — quase 1,6 milhões, tendo sido lançados 15 episódios. “O Homem que Mordeu o Cão” – Rádio Comercial – mantém-se no segundo lugar, com 865 mil downloads mensais e novos 19 episódios. O “Expresso da Manhã” (Expresso) também mantém o terceiro lugar, com 278 mil e 24 novos episódios, face aos 305 mil registados e 25 novos episódios em agosto.
Em conjunto, estes três títulos representaram 26,84% de todo o consumo deste formato nos grupos auditados.
Pete Crockett says the history of British education is not simply one of children dutifully accepting adult instruction, while Simon Dawson says Kitty Sayers misses the mark when describing English attitudes. Plus a letter from Kevin Donnelly
Reading Kitty Sayers’ interesting article, I was reminded of the rich, and perhaps too easily forgotten, history of direct action by British schoolchildren (Angry French students take to the streets. British students don’t – and I think I know why, 10 October). Far from being historically meek or unquestioningly compliant, they have demonstrated a remarkable capacity for challenging authority.
At Marlborough college, troops were once summoned to dislodge rebellious pupils occupying an island in the school grounds. In the late 1700s, Winchester college experienced several rebellions.
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© Photograph: Amer Ghazzal/Alamy

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Taylor Hill/FilmMagic; Manaure Quintero / AFP via Getty Images
Disney is paying up for employees from an AI chatbot startup that filed for bankruptcy, shortly after trimming its own tech workforce.
The Mouse House plans to pay $60 million per year to 66 workers from Character.AI, according to a Chapter 11 filing on Tuesday from its parent company. In mid-September, Disney hired Character.AI CEO Karandeep Anand to be its first-ever company-wide tech chief. (The company hasn't yet disclosed how much it's paying Anand.)
These additions are part of Disney's AI strategy under CEO Josh D'Amaro, who's been investing in the media giant's tech platforms to help jumpstart a stagnant stock that's up less than 2% in the last 12 months and is down over 36% in the last five years.
Disney's decision to bring in these Character.AI staffers came two weeks after it laid off several hundred workers — including some tech employees. The late-September cuts were Disney's third major round of layoffs since D'Amaro took over in mid-March.
In addition to the $60 million in compensation, Disney is setting aside an additional $30 million for an "aggregate retention pool" to incentivize Character.AI employees to stay. The company expects to spend $180 million on "total compensation and retention" for these staffers in the next three years, the filing said.
Of the 66 Character.AI staffers who were offered jobs by Disney, 56 have already resigned from the AI startup, while the other 10 are waiting for the US government to update their work visas.
Entertainment lawyer Corey Martin of Granderson Des Rochers, who advises companies on media transactions, said he's not surprised by those pay figures since Character.AI's employees are its biggest asset.
"They're highly compensated employees. The numbers can be eye-popping, but it's not that unusual in this space," said Martin, who didn't work on the deal or with Disney.
Disney also agreed to pay $20 million for Character.AI's key assets, including some of its IP and tech. Other companies can submit competing bids for the assets by November 20. The entire process will be overseen by a bankruptcy court judge. Disney didn't respond to requests for comment for this story.
Character.AI filed for bankruptcy after facing lawsuits from families who alleged that their teenagers harmed themselves or committed suicide after using the company's custom AI chatbots. The AI startup and Google, one of its backers, settled several child safety lawsuits earlier this year.
Disney sent a cease-and-desist letter to Character.AI last fall, telling it not to create AI chatbots featuring its copyrighted characters without permission. Character.AI complied, removing chatbots with characters from Disney franchises like Star Wars and Marvel.
In its bankruptcy announcement, Character.AI said that it had been facing "significant legal, regulatory, and operational headwinds."
Anand told Disney employees in a memo last Friday that the Mouse House was "uniquely positioned to win" in a competitive media business that he said was "at an inflection point." The tech chief also said he enjoyed meeting his new colleagues and looked forward to working with them.
"What stands out most is the talent and care this team puts into its work, the craft Disney has perfected, and the strong foundation you've built," Anand said.

© Diana Quintela /Global Imagens
Settlers hurl rocks at Palestinians and beat photographer Heidi Levine as part of yearly attacks to disrupt harvest
Israeli settlers have attacked Palestinians across the occupied West Bank in a coordinated movement to disrupt the annual olive harvest, burning cars and trees and injuring Palestinians and a Washington Post photographer.
Masked settlers wielding clubs and other weapons attacked people attempting to harvest their olives in West Bank towns on Friday. Palestinian authorities said they recorded attacks in eight villages, and injuries among at least 20 people.
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© Photograph: Ammar Awad/Reuters

© Photograph: Ammar Awad/Reuters

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Os projetos de lei do PS, IL, PCP e Livre sobre os novos estatutos da Agência Lusa foram rejeitados esta sexta-feira na votação na generalidade na Assembleia da República. Os quatro projetos contaram com o voto contra dos deputados do PSD, CDS-PP e Chega.
O projeto de lei do PS, intitulado “Aprova o modelo societário e os estatutos da Lusa — Agência de Notícias de Portugal”, contou ainda com a abstenção da IL. Já o projeto de lei da IL, “Mais independência para a Lusa”, não teve abstenções, mas contou com os votos contra de Livre, PCP e BE.
Tanto o projeto de lei do PCP (Aprova o modelo societário e os estatutos da Lusa – Agência de Notícias de Portugal, como Entidade Pública Empresarial), como o do Livre (Aprova o modelo societário e os estatutos da Lusa), contaram com os votos contra de PSD, Chega, IL e CDS-PP, sendo que a proposta comunista teve a abstenção do PS.
O plenário aprovou um projeto de resolução (uma recomendação ao Governo, sem força de lei) do Chega que recomenda ao executivo que “assegure a independência editorial, a autonomia institucional, a transparência financeira e o escrutínio parlamentar da Lusa”. A iniciativa contou com a abstenção de IL, PS, Livre, PCP e BE.
A 9 de setembro, a Entidade Reguladora para a Comunicação Social (ERC) deliberou que a reestruturação da agência “não está conforme com o quadro normativo aplicável” nem com as recomendações e “boas práticas do funcionamento independente de um meio de comunicação social público”, considerando que as desconformidades terão efeitos sobre “os níveis de independência da Lusa face ao poder político”.
Joaquim Letria, jornalista e escritor, morreu esta sexta-feira, 16 de outubro, aos 82 anos, em casa. A notícia foi avançada pela agência Lusa, que cita fonte familiar.
Nascido em Lisboa a 8 de novembro de 1943, Joaquim José da Conceição Letria iniciou a carreira no Diário de Lisboa, tendo trabalhado também na revista Flama e no Rádio Clube Português. Foi repórter internacional da Associated Press e correspondente da agência alemã Deutsche Presse-Agentur, tendo passado ainda por Londres, onde trabalhou na BBC.
Regressou a Portugal em 1974, após a Revolução de Abril, para assumir funções na direção de informação da RTP. Na televisão pública, apresentou programas de informação e criou formatos que marcaram o percurso da estação, como Tal & Qual. Foi também um dos jornalistas ligados ao histórico debate televisivo entre Mário Soares e Álvaro Cunhal, em 1975, que ficou na memória coletiva pela expressão “Olhe que não, olhe que não”.
Joaquim Letria integrou a equipa fundadora do Expresso e esteve na origem de O Jornal, lançado em 1975, e do semanário Tal & Qual, fundado em 1980. Em 1988, assumiu a direção da revista Sábado, função que exerceu até 1992.
Foi ainda presidente do Sindicato dos Jornalistas e porta-voz do então Presidente da República, Ramalho Eanes. Foi também autor e apresentador de vários programas de rádio e televisão e dedicou parte da sua atividade ao ensino das Ciências da Comunicação.


© Tiago Petinga/LUSA
As a free speech absolutist, Elon Musk is making a mistake going after Nitter, says Dr R P. He should instead be praising the site that helps users speak freely, uninhibited by login screens that undermine their privacy.
The post Musk’s Perplexing Battle With Nitter and the Problem With Locking the Internet Behind Login Screens appeared first on The Daily Sceptic.

Simon Galloway/LAT Images
A new financial filing provides fresh details — and more questions — about a mysterious $975 million deal struck by TikTok's top star, Khaby Lame.
On January 9, Lame — who has over 160 million followers — entered into an agreement that would theoretically net him a major payday and take his company public. The mechanism: a merger with the publicly traded Rich Sparkle Holdings, a financial printing firm based in Hong Kong.
Then, in late January, Lame went silent on the merger. Now, we have an update: the deal is still on ice. A Rich Sparkle financial filing on September 30, its first since March, described the deal as conditional on a due diligence process, a minimum valuation of Lame's company, and stock exchange approval. That's the same language that has appeared in previous filings.
While the deal has been in limbo, Rich Sparkle's stock has plummeted 99% from its peak. In the wake of the announcement of the deal with Lame's company in January, the stock shot up to a high of about $180. On Thursday, it closed at $1.93. Several prominent brokerages had restricted or blocked trading in the stock, Business Insider exclusively reported in April.
The original deal announcement was celebrated throughout the creator economy, since such rich valuations are rare among influencer-founded companies, and it would give everyday investors an unusual opportunity to directly bet on a creator. The high profile of Lame, a Senegalese-Italian creator who rose to fame from dialogue-free comedy videos, means the outcome of the deal could impact how investors assess the viability of backing businesses centered on individual creators.
The January deal terms promised Lame's company 75 million shares, which would be worth about $145 million at Thursday's closing share price. The initial agreement had valued that stake at $975 million.
Rich Sparkle and Lame did not respond to multiple requests for comment.
At the time of the original announcement, Rich Sparkle said that it planned to create an AI avatar of Lame to do brand deals and sell products on social media. It projected this business could drive more than $4 billion in annual product sales.
The new filing contains another intriguing detail: Rich Sparkle issued nearly $39 million in stock to its staff as part of their compensation during the six months ended March 31, resulting in an operating loss of almost $40 million. In the year-earlier period, it issued no share-based compensation.
This new share issuance means some employees could have benefited from the stock's massive spike following the Lame deal announcement. The filing doesn't indicate which staffers received shares or exactly when they got them within that six-month period.
Paul Nary, a management professor at Wharton, said the size of the share issuance was unusual relative to the company's valuation and revenue.
If the deal is in motion, we haven't heard a peep from Lame, who removed Rich Sparkle's stock ticker, ANPA, from his social-media bios in late January. The content creator continues to post for brands, recently making a cameo in the James Bond-inspired video game "007 First Light," signing on as a brand ambassador for travel eSIM company Holafly, and promoting the Dakar 2026 Youth Olympic Games.

Aaron Schwartz/Stringer/Getty; BI
Content creators are influencing much more than our coffee orders and skincare routines.
About one in four Americans (26%) say influencer content has affected who they've voted for, according to a survey of around 2,000 US adults conducted by Morning Consult in September, commissioned by Business Insider.
Creator content is an "underestimated avenue" for political campaigns, said Nicole Dunger, a founding partner at the marketing firm People First, which works with candidates and advocacy groups on their creator strategies. "It is a real player and a big player in this space now."
If 2024 was the podcast election, 2026 is shaping up to be the influencer one. Instagram and TikTok creators have joined Fox News hosts and personalities like Joe Rogan as go-to sources of information for voters.
Influencers like Jake Paul and Hasan Piker have emerged as main characters in politics this year.
Paul recently joined President Donald Trump in Ohio for a midterm rally, posting TikTok clips of his Air Force One flight. Piker, meanwhile, has become a campaign ally for progressives like Michigan's Abdul El-Sayed and a negative talking point for Fox News commentators.
As online attention has become a key asset in politics, influencers are helping candidates break through the noise.
A little over half of US adults (56%) told Morning Consult that creator content had affected their views on political or social issues to some degree. That figure jumped among Gen Z respondents, where close to three in four respondents said their views had been swayed by influencer posts.
For campaigns, the challenge is identifying the right creators to work with, particularly when many influencers don't regularly talk about politics.
"You have to have your base of people, your core supporters, and then you have to have a broader cultural space of people who don't always talk about politics," said Parker Butler, a managing partner at the digital strategy firm Luminary Strategies, which works on social strategy with Democratic candidates like James Talarico. "It's worth having different pockets of creators for different purposes."
Reaching creators with smaller followings than Piker (about 3 million Twitch followers), or Paul (around 21 million YouTube subscribers) is a focus in 2026, Butler said.
He said the goal is to shift the creator outreach strategy from "this person has a million followers" to identifying influencers who work in a particular niche a campaign is trying to reach.
More and more, political discussions are playing out on digital platforms, whether that's podcasts, YouTube videos, or Twitch streams.
YouTube was the top source for political and election news among US adults in September, narrowly beating out TV, print, and X (formerly Twitter), according to a survey from Syracuse University.
About one in five Democrats and Republicans said podcast appearances could make them "more likely to support a candidate," according to a July through August survey of likely midterm voters from the podcast industry group Sounds Profitable. A smaller share of Independents (11%) said podcasts could make them more likely to back a candidate.
While campaigns see attention moving online, they're still spending the bulk of their ad budgets on TV.
Part of that may be because they're accustomed to buying TV spots. They're also reckoning with the fact that influencer marketing is harder to predict and measure, particularly as social-media feeds become more personalized and algorithmically driven.
"It can be very challenging, but you see the results in the end," Dunger said. "It's the same with door knocking. We know door knocking somehow works and has worked for so long, but it's not like we have those direct measurements."

© Diana Quintela /Global Imagens

Courtesy of Rothy's
The latest hot marketing KPI: RSVPs.
Creators ranging from Substackers to "SNL" stars are jumping off the screen to in-person events — and marketers can't get enough.
"IRL is the No. 1 brand equity builder of all the channels," said Justin Thomas-Copeland, CEO of the American Association of Advertising Agencies (4As).
As it becomes harder to reach customers online, in-person events offer a way for brands to connect with their biggest fans — and hopefully inspire a flurry of social content.
One night last month, Snapple turned a decommissioned Staten Island Ferry into a floating comedy club featuring Colin Jost and Pete Davidson.
Lindsay Burstein, a top marketer at Snapple parent Keurig Dr Pepper, said the night resulted in about 200 pieces of user-generated content.
"It is the buzziest thing that the brand has done in a very long time," she said.

Snapple
Events aren't a new phenomenon, but interest from marketers is surging. In its annual survey of marketers, Linqia found that 53% said they planned to work with influencers on events in 2026, up from 34% in 2025.
"We've seen an uptick in both custom brand pop-up experiences and brand activation at large events," Linqia's chief strategy officer Keith Bendes said.
IRL activations and events can also help brands gauge the depth of a creator's connection with their audience — and how valuable partnering with them might prove.
Substack creators, for instance, have "rabid fans and followers" who are hungry to connect in person, said Rothy's VP Anna Doré.
After Substacker Erika Veurink's article for New York Magazine featuring Rothy's shoes went viral, Rothy's struck a partnership with the writer that included a vintage pop-up experience at a Rothy's in New York City.
The Rothy's pop-up drew over 200 people and grew the store's foot traffic by 75% that day.
There can be category-specific reasons some brands are going all in on events. Flushable wipes maker Goodwipes, for one, leans on IRL experiences, said SVP of marketing Meredith Diehn, "partially because it's an intimate category, but there's a lot of questions around flushability and why should I leave toilet paper for Goodwipes."
Still, it can often be harder to measure success from an IRL event and prove it's an efficient use of marketing dollars.

Courtesy of Poppi
"Live experiences is not an efficient business," Bilt CMO Zoe Oz said. "It's like the most inefficient, unscalable thing you can possibly do. But we found those to be 10 times more effective than the other ways we used to spend money."
Events also aren't a foolproof strategy, Copeland of 4As said.
There's a lot that goes into an experience, and if one part goes wrong or a creator is involved in an inauthentic way, criticism can spread quickly.
They present practical challenges as well, sometimes forcing marketers to wear yet another hat: event planning.
Burstein said that planning Snapple's comedy event — despite its eventual success — took her "blood, life, sweat, and tears."
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O investimento publicitário em rádio deverá recuperar este ano os valores pré-pandemia, antecipou ao +M Vítor Dourado, chief investment officer da Havas Media Network Portugal, à margem da segunda edição do (re)THINK MEDIA, que teve como tema “Áudio: de meio ‘de fundo’ a meio de intimidade” — após uma primeira edição focada na televisão e Connected TV.
O meio rádio regista atualmente um crescimento a dois dígitos, à semelhança do exterior, enquanto a televisão linear cresce a um dígito.
“De todos os meios, a rádio foi aquele que demorou mais tempo a recuperar pós-pandemia. Enquanto todos os outros meios em dois/três anos conseguiram recuperar níveis de investimento anteriores a 2020, a rádio só este ano é que vai finalmente, pelas contas que temos e pelo forecast que é possível fazer neste momento, recuperar valores anteriores pré-pandemia“, explicou.
Sendo “o último meio a recuperar” os níveis de 2019, Vítor Dourado explica que esta recuperação mais lenta esteve relacionada com as necessidades pós-pandemia das marcas. Na sua visão, os orçamentos foram direcionados para o regresso aos eventos e ações de rua, bem como pelo “boom extraordinário” do consumo de vídeo e streaming durante a pandemia e a sua continuação nos anos seguinntes. Ainda assim, ressalva o responsável, a rádio mantém-se como um meio “muito dinâmico, inovador” e de forte intimidade com o público.
Vítor Dourado destaca ainda que “o investimento do meio exterior em Portugal tem uma fatia muito superior àquilo que é a média no mundo e isso afeta depois a quota que vai caber a todos os outros meios”.
Quanto aos novos formatos de áudio, como os podcasts, o investimento das marcas continua a ser “mais lento do que a evolução do próprio consumo”. Uma realidade que Vítor Dourado justifica com a cautela das marcas, que preferem analisar a consolidação destas tendências antes de avançarem com investimentos mais expressivos.
No primeiro painel, sobre o tema “O valor do áudio na era da inteligência”, Rudolf Gruner, diretor-geral do Observador, explicou como a tecnologia é utilizada no grupo para transcrição de podcasts, sound design — criação ou procura de efeitos sonoros — , tradução noutras línguas e criação de vídeos a partir de videocasts.
Com uma publicação de 50 podcasts por dia, Rudolf Gruner frisou que a transcrição automática resolve a invisibilidade do formato nas pesquisas online. Sem isso, “do ponto de vista da internet significa que o podcast não existe”, destacou, acrescentando que “a partir do momento em que temos a transcrição feita, todo o arquivo passa a estar indexado”.
Outra das vertentes que abordou na sua apresentação foi a utilização da inteligência artificial para replicar a voz da radialista Maria João Simões — com a sua autorização — de forma a ser utilizada para ouvir artigos do jornal. Apesar dos avanços tecnológicos, sublinhou que a vertente emocional, de investigação, de escrita e conversa continua a ser estritamente humana.
Na mesma linha, Rebecca Attali, do Spotify, definiu a IA como “uma extensão da criatividade humana”. “Se a usarmos a nosso favor, percebemos que está provavelmente a trazer mais oportunidades e possibilidades do que propriamente a tirar-nos coisas. Pensem numa grande ideia que pudessem ter no passado. Se quisessem criar uma variação diferente ou até traduzi-la para vários idiomas, tinham de pensar no custo, nos recursos, em quantas pessoas teriam de trabalhar nisso. Hoje, com a IA, é muito mais fácil”, argumentou.
A plataforma conta com 3,4 milhões de utilizadores na versão com anúncios em Portugal, que utiliza maioritariamente o smartphone (77%) para aceder o serviço e cuja franja de idades com maior expressão é entre os 25 e os 34 anos (35%).
De acordo com estudo The Sound On Era, que envolveu cinco mil participantes, 105 anunciantes e 30 especialistas da indústria, 70% dos anunciantes concorda que o áudio captura a atenção de forma mais efetiva do que outra rede social. O estudo destaca ainda que dois em cada três concordam que os anúncios de áudio são mais eficazes a alcançar os consumidores quando eles estão altamente recetivos, quando comparado com outras plataformas visuais ou redes sociais.
A credibilidade foi o eixo central da intervenção seguinte. Domingos Andrade, administrador da Notícias Ilimitadas, destacou o papel da TSF, cuja audiência se concentra em 70% na classe média-alta e alta, defendendo a construção de um ecossistema assente na reputação.
“A TSF que hoje estamos a construir não é uma tentativa de regressar ao passado. Pelo contrário, o que tornou a TSF relevante é confiança, a proximidade, a reportagem, a capacidade de explicar o que está a acontecer, sendo que está a dar origem a um novo ecossistema de consumo de média e um ecossistema territorial que trabalha em conjunto com outras marcas”, explicou, apontando a importância da confiança para criar valor.
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No segundo painel, o foco esteve na criação de comunidades. Renata Silva, do Grupo Renascença Multimédia, trouxe a palco a personagem Tia Bli — interpretada por Vasco Pereira Coutinha — numa interação com os presentes. A responsável explicou depois como a personagem passou de uma criação de rádio a um ícone e a uma marca com uma comunidade própria. Outro dos exemplos dados foi o Extremamente Desagradável, que classificou como um “fenómeno cultural”. “Somos e sempre fomos produtores de conteúdos. Produzimos conteúdos que criam comunidades e relações entre as pessoas”, frisou.
O painel abordou também o regresso de um formato clássico, a radionovela. O grupo apostou em Cataplana de Paixão, na RFM. António Mendes, que a idealizou com Pedro Fernandes, Rui Melo e Henrique Dias, explicou que o projeto foi construído “exatamente como se fazia uma radionovela há 50 anos ou muito parecido”, mas com dupla vida — pode ser ouvida ou vista.
Por sua vez, José Manuel Gomes, da Medialivre, defendeu uma abordagem multimédia 360º, notando que “o áudio não é outro meio, é muitas vezes a porta de entrada. A mesma história pode ser lida, ouvida, partilhada, vista”.
“Hoje em dia não se fala em comprar espaço, mas sim em construir audiências”, apontou, acrescentando que o que os anunciantes querem é “mais audiência, mais relevância e mais resultados e por isso é que temos que cruzar as plataformas todas que temos”.
Já na reta final do debate, a vitalidade da rádio e a sua relação com o mercado publicitário foram postas em perspetiva. Rita Sobral, do Bauer Media Audio Group, lembrou que 82% da população portuguesa ouve rádio semanalmente e que a distribuição digital fortaleceu essa proximidade.
“A rádio não é só o FM. Há toda uma fábrica de conteúdos, além também aquilo que passa na rádio. A imagem, o vídeo e as redes sociais vieram trazer uma maior conexão e uma maior ligação às nossas comunidades e aos nossos ouvintes”, reforçou. “A forma de distribuir mudou, a ligação não mudou. Ela até se intensificou”, rematou.
Rita Sobral destacou que existem três ingredientes essenciais para as marcas se associarem à rádio nesta nova era, “criatividade para surpreender”, “confiança para alguma imprevisibilidade” perante o improviso do direto e e uma “grande obsessão pela nossa audiência”, garantindo que o conteúdo é suficientemente relevante e impactante para o público.
A maturidade do meio foi ilustrada por Pedro Ribeiro, vice-presidente da Bauer Media, através da emissão conjunta de seis rádios da Bauer Media e do Grupo Renascença Multimédia que serviu de apoio à seleção nacional, promovida pela Galp. “Perdemos muitos anos só falar uns para os outros. Quando deixamos de falar uns para os outros e passamos só a falar com as pessoas, isso mostrou que de repente o meio estava maduro o suficiente para fazer isto. Ninguém morreu, toda a gente se deu bem e eu acho que há um antes e um depois disto”, diz, notando que gostaria de fazer o mesmo com mais marcas de rádios.
Pedro Ribeiro concluiu lembrando a essência inovadora do setor, destacando que “fazer o que ainda não foi feito é aquilo que a rádio faz desde que foi inventada”.