Kremlin confirma vonta de encontro com China e EUA




© OLIVIER MATTHYS/EPA

Mentre i diplomatici lavorano dietro le quinte per definire le geometrie di un possibile vertice trilaterale, la prospettiva di un incontro a tre tra Vladimir Putin, Donald Trump e Xi Jinping ridisegna le coordinate della politica internazionale. Sul tavolo non c’è solo il futuro della guerra in Ucraina, ma il tentativo del Cremlino di accreditarsi come terza potenza ordinatrice del pianeta, estromettendo Kiev e l’Europa per ridurre ogni negoziato a un affare esclusivo tra superpotenze.
Ma un accordo sul conflitto ucraino negoziato senza la partecipazione di Zelensky è davvero realizzabile? Quali sono le reali motivazioni di Mosca e i rischi che corrono le cancellerie europee? E soprattutto, fino a che punto la Cina è disposta a spingersi nel ruolo di mediatrice senza compromettere la propria strategia sull’Indo-Pacifico?
A fare il punto è Franz Simonini, analista geopolitico e firma della rivista Domino, che ad Affaritaliani analizza la fattibilità del summit, gli obiettivi strategici di Mosca, Washington e Pechino e i possibili scenari futuri.
Quanto è concreta la proposta di Putin di un vertice trilaterale con Trump e Xi Jinping e quali obiettivi strategici persegue Mosca?
La proposta russa di un vertice trilaterale con Stati Uniti e Cina veniva ventilata già da settimane. Avanzata lo scorso settembre, è stata poi rilanciata durante la telefonata del 9 ottobre fra Donald Trump e Vladimir Putin, la stessa che ha visto confermare l’intesa sul gasolio russo e sospendere alcune sanzioni fino all’aprile 2027. Al di là della concretezza della proposta e della scenografia degli incontri, le decisioni maturano sempre prima, nei meandri delle diplomazie.
Epperò gli obiettivi di Mosca appaiono nitidi. Anzitutto estromettere dal tavolo Kiev e le cancellerie europee, ritenute dal Cremlino i principali ostacoli a una soluzione favorevole, così da ridurre «la pace» a un mero affare fra grandi potenze. Di qui il secondo scopo, di natura simbolica, ovvero sedere da pari accanto a Washington e Pechino per restituire alla Russia il rango di potenza ordinatrice ed emanciparsi, almeno in parte, dall’immagine di socio di minoranza della Repubblica popolare.
Infine profittare della fretta della Casa Bianca per incassare il più possibile dalle eventuali trattative, a dispetto delle gravi difficoltà sul campo di battaglia e prima che l’inverno rallenti ulteriormente le operazioni.
Un eventuale accordo sulla guerra in Ucraina senza la partecipazione di Zelensky sarebbe davvero possibile? Quali rischi correrebbero Kiev e l’Europa?
Sul piano tecnico, la sopravvivenza dell’Ucraina è dipesa finora dalla logistica, dalla tecnologia, dai rifornimenti e soprattutto dall’intelligence statunitense. Benché in oltre quattro anni di guerra il paese abbia saputo accrescere la propria produzione autoctona di droni e di altri sistemi d’arma, resta legato a doppio filo alle forniture occidentali.
A ciò si aggiunge la stanchezza della popolazione. Secondo un sondaggio di inizio ottobre, il 62% degli ucraini ritiene che nessuno dei due belligeranti stia prevalendo e il 56% accetterebbe cessioni territoriali in cambio di garanzie di sicurezza americane ed europee. Una spossatezza su cui Washington potrebbe far leva per imporre a Kiev le concessioni necessarie a un compromesso con Mosca, dall’amputazione del Donbass alla neutralità, fino alla rinuncia proprio a quelle garanzie che gli Stati Uniti non intendono offrire in prima persona e che tenterebbero semmai di accollare di straforo agli alleati europei.
Le trattative sono in pieno svolgimento e, tra i rapporti di forza sul campo e l’urgenza washingtoniana di volgersi all’Indo-Pacifico, potremmo trovarci dinanzi a un autentico punto di svolta.
Che cosa cerca di ottenere la Cina da questo incontro e quanto potrebbe rafforzare il proprio ruolo di mediatrice tra Mosca e Washington?
Per Pechino il vertice costituisce allo stesso tempo un’occasione e un’insidia. Ospitare a Shenzhen gli inquilini della Casa Bianca e del Cremlino consacrerebbe simbolicamente la Repubblica popolare come potenza indispensabile, l’unica in grado di favorire la pace. Di converso lo Zhongnanhai sa bene che l’incontro rischierebbe di ridursi a un atto meramente cerimoniale, privo di ricadute concrete se non a proprio detrimento.
In primo luogo, Mosca potrebbe, nei mesi successivi, recuperare margini di manovra al di fuori del rapporto obbligato con il potente vicino, allentando di riflesso la dipendenza che oggi lega le due capitali. In secondo luogo, ed è il punto decisivo, Washington, sgravata parzialmente dall’assillo del quadrante est-europeo, potrebbe concentrare le proprie pressioni sull’Impero di mezzo.
Di qui la prudenza mandarina, sospesa fra la necessità di vestire in pubblico i panni di paladina di un vantaggio reciproco tanto proclamato quanto fittizio e la convenienza di trarre partito dall’impantanamento delle potenze rivali. Con lo sguardo sempre fisso su Taiwan all’interno di un tempo limitato.
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Fin da ragazzo, negli anni Quaranta, William Owen Hanna ha trovato nel bowling la sua passione. Quasi ottant’anni dopo, il 4 ottobre scorso, ha compiuto 100 anni facendo ciò che ama di più: scendere in pista e fare strike.
Ai microfoni di 6abc Philadelphia, durante la sua festa, il neo-centenario ha ricordato i suoi esordi: “Quando ho iniziato a giocare a bowling, serviva qualcuno laggiù che sistemasse i birilli. Io ho cominciato proprio come addetto alla sistemazione dei birilli”. Il suo primo lavoro in una pista, insomma, era rimettere in piedi i birilli.
I festeggiamenti si sono tenuti al MacDade Bowl di Holmes, circondato da parenti, amici e dagli altri iscritti alla MacDade Bowl Senior League, di cui fa parte. Alla televisione locale ha dichiarato: “Dio mi ha benedetto facendomi arrivare a vedere il mio centesimo compleanno,. Poi ha aggiunto che continuerà a giocare: “Finché il Signore mi permetterà di sollevare quella palla da circa 6 kg e di godermi la compagnia, il cameratismo che ho con la lega di bowling, continuerò a giocare”.
Alla festa c’era anche Patricia Hanna Clark, l’ultima figlia ancora in vita: la moglie di William e le altre tre figlie sono scomparse negli anni. Patricia ha raccontato a 6abc: “È un’ispirazione, non solo per me come sua figlia, ma per i suoi amici e per il resto della famiglia”. L’uomo ha sei nipoti, 15 pronipoti e 23 trisnipoti.
Veterano dell’esercito, dove ha prestato servizio nel Corpo dei rifornimenti (Quartermaster Corps), William è stato visto lanciare strike, abbracciare gli ospiti e sorridere mentre tutti cantavano “Happy Birthday”. Dan Mozier, responsabile della lega senior del MacDade Bowl, ha spiegato: “Abbiamo una torta e tutto il resto… Niente di davvero elegante, ma dobbiamo riconoscere il fatto che è ancora con noi”.
(Foto frame video da @6abc Philadelphia/YouTube)
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© ATEF SAFADI/EPA
L’ultimo Consiglio europeo non ha chiuso sul bilancio 2028-2034. Confermato un minimo per le regioni meno sviluppate, che per l’Italia è di 27 miliardi, il resto passa da scelte nazionali. Serve un monitoraggio territoriale che arrivi fino ai risultati.
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Un Kalashnikov y un lanzagranadas ocultos en una bolsa de basura. Ocho fusiles de asalto abandonados en un coche tras una persecución a más de 150 kilómetros por hora. Dos hallazgos en apenas siete días que hablan del tamaño del agujero: los fusiles de asalto circulan por España sin control.
El primer caso ocurrió en plena calle del barrio sevillano del Tiro de Línea, cuando un vecino alertó de lo que escondía un plástico negro tirado en la acera. Apenas unos días después, la autovía entre Alicante y Elche fue escenario de una fuga que acabó con un vehículo estrellado en unos cultivos de Murcia. El conductor logró huir a pie, pero dejó atrás una carga que eleva el nivel de alerta policial: ocho fusiles automáticos AK-47 en su interior. Ver un fusil tirado en la calle o interceptarlo en una persecución es solo el escaparate: hallazgos aparte, la incógnita necesita saber cuál es la ruta logística de las mafias y cuál es la cotización de estas armas en un circuito tan opaco.
Conseguir un fusil de asalto a través de los circuitos ilegales puede costar entre 1.000 y 4.000 euros por unidad, según las estimaciones sobre el mercado negro europeo, un precio que varía en función del modelo, su estado de conservación y las circunstancias de cada transacción. En América Central, la presencia de este tipo de armas en países como Costa Rica se ha relacionado con envíos procedentes de Nicaragua y con rutas vinculadas al narcotráfico desde Colombia. En esta región, la horquilla sitúa el precio de los fusiles en torno 1.500 y 2.000 dólares, aunque algunas armas pueden acabar llegando posteriormente a España a través de redes de tráfico ilícito y su precio aumenta.
Frente a los circuitos ilegales, la imagen del AK-47 también tiene presencia en el mercado legal, aunque bajo condiciones muy distintas; en España, la venta de armas de fuego está sujeta a una normativa específica y los establecimientos autorizados comercializan rifles destinados a la caza, el tiro deportivo y el coleccionismo. Es el caso una armería situada en Viladecans (Barcelona), cuyo catálogo en línea incluye modelos civiles de fabricantes como Kalashnikov USA.
Si bien estas armas pueden compartir la estética del conocido fusil, su funcionamiento y su régimen legal difieren de los de las versiones automáticas, sometidas a restricciones específicas. A esta oferta, además, se suman las réplicas recreativas y los modelos de airsoft, que reproducen su apariencia sin ser armas de fuego funcionales o que utilizan balines, mucho más accesibles para el gran público y sin necesidad de navegar demasiado por la denominada 'dark web'. Así, el AK-47 trasciende el mercado negro y su imagen está presente también en ámbitos como la venta legal de armas, el coleccionismo y el ocio.
El foco vuelve a Cataluña cuando se trata de analizar las posibles vías de abastecimiento de las organizaciones criminales: su conexión con Francia y la actividad de grupos delictivos asentados en la región forman parte del contexto que construye esta realidad. Albert Palacio, portavoz del sindicato policial USPAC, sostiene que la competencia entre organizaciones criminales contribuye a que estas busquen disponer de armamento para proteger sus actividades y enfrentarse a grupos rivales: ''El crimen organizado tiene que armarse'', afirma. Y añade: ''Se siguen armando con armas de guerra''.
Palacio también apunta a la posible influencia de los conflictos internacionales en el movimiento de armas por Europa: ''Estando la guerra de Ucrania tan cerca, hay muchas armas que pasan por aquí'', asegura. Sobre las posibles vías de entrada en España, señala: ''Creemos que la entrada es por desde Marsella''. Según su explicación, Barcelona como ubicación, desempeñaría un papel relevante en la distribución posterior: ''Tienen sus contactos, sobre todo en Barcelona, que es donde las consiguen y desde aquí se distribuyen'', explica. Su testimonio apunta a la existencia de intermediarios y contactos entre redes internacionales y grupos delictivos locales.
La presencia de armas automáticas introduce un factor adicional de riesgo en las intervenciones policiales: una persecución que comienza por una conducción peligrosa puede complicarse si los ocupantes transportan armamento de guerra, como ocurrió en el caso de Alicante. Allí, los agentes tuvieron que hacer frente a una huida en la que el conductor embistió repetidamente a los vehículos policiales y puso en peligro a sus ocupantes.
Palacio advierte de la diferencia entre las armas cortas habituales en otros delitos y los fusiles de mayor calibre –algo sobre lo que ya informó El Independiente–. Su preocupación se centra en la protección de los agentes ante un posible enfrentamiento con este tipo de armamento: "Nuestros chalecos no pueden contra un disparo de armas de guerra".
Una vez incautado un fusil, el trabajo continúa en el laboratorio. Su análisis puede ayudar a identificar el modelo, determinar algunas de sus características y buscar indicios que permitan esclarecer su procedencia o relacionarlo con otros hechos. Palacio describe así parte del procedimiento: ''Recogerlas y llevarlas al laboratorio, a la unidad de armas y que las analicen. En el caso de que sean reales, conocer más o menos el modelo, año de origen y buscar huellas''.
En Sevilla, la Policía Nacional intenta identificar a quien dejó el fusil y el lanzagranadas en la vía pública. En el caso de Alicante, las pesquisas posteriores a la persecución permitieron detener a cuatro hombres, que deberán responder ante la Justicia por los presuntos delitos que se les atribuyen. En ambos episodios, el origen y el destino del armamento siguen siendo cuestiones centrales para esclarecer lo ocurrido.
Los dos casos muestran cómo las armas de guerra pueden aparecer en circunstancias muy diferentes: abandonadas en una calle o transportadas en un vehículo que trata de escapar de la Policía. Pero el hallazgo de un fusil no basta, por sí solo, para determinar de dónde procede, a quién iba destinado o si forma parte de una red criminal más amplia.
Esas son las preguntas que deberán resolver las investigaciones. Mientras tanto, las armas intervenidas quedan fuera de circulación y a disposición de los análisis policiales, que pueden aportar nuevas pistas sobre su procedencia y sobre las personas que las tuvieron en su poder.


J. S. era uno de los vecinos más conocidos de un pequeño municipio del oeste de Alemania. Tenía 105 años, los medios locales le dedicaban artículos por su aniversario desde que era un venerable centenario y el alcalde lo recibía con honores. Lo que muchos de sus conciudadanos no saben es que también fue guardia en el mayor campo de prisioneros de guerra en Alemania durante la II Guerra Mundial, el Stalag 326. Al menos 15.000 presos, sobre todo combatientes soviéticos, murieron allí en condiciones inhumanas, aunque se cree que la cifra real puede ascender a 70.000.

© Keystone (Getty Images)
Alrededor de las enormes fortificaciones que Israel ha levantado en Gaza no queda nada. Algunas de ellas se remontan a 2023, tras los atentados de Hamás aquel 7 de octubre y la posterior invasión de la Franja por parte de Israel. Pero la construcción de nuevos puestos se ha acelerado a partir del alto el fuego del 10 de octubre de 2025: al menos 15 de ellos aparecen por primera vez en imágenes de satélite en diciembre del año pasado. “Estos puestos sirven como bases a través de las cuales Israel mantiene y ejerce control territorial sobre Gaza”, asegura Sarah Sanbar, investigadora de la ONG Human Rights Watch (HRW).
Para localizar las fortificaciones militares israelíes en Gaza, hemos desarrollado un sistema de búsqueda visual basado en inteligencia artificial que nos ha permitido identificar estructuras similares entre cientos de imágenes de satélite. Después, hemos revisado y contrastado los resultados para distinguir las posiciones fortificadas de otras construcciones o movimientos de tierra.
En total, hemos analizado más de 600 imágenes de la Franja de Gaza, tomadas entre enero de 2023 y octubre de 2026, que suman más de 400 GB de información. La mayoría proceden de Planet Labs y tienen una resolución aproximada de medio metro por píxel. También hemos utilizado una imagen aérea del norte de Gaza, publicada en la plataforma GovMap del Gobierno de Israel, con una resolución aproximada de 15 centímetros por píxel.
La investigación se ha desarrollado en cinco fases, con sucesivas rondas de búsqueda y revisión:
1. Selección de ejemplos. Escogimos 15 imágenes de fortificaciones con características reconocibles: grandes muros de tierra, accesos protegidos, zanjas y estructuras interiores como barracones, vehículos o antenas. Añadimos otros 15 ejemplos de caminos, excavaciones y terrenos arrasados que podían confundirse con ellas.
2. Búsqueda mediante inteligencia artificial. Dividimos las imágenes en 1.550.108 fragmentos, procedentes de 602 escenas de Planet Labs y de la imagen aérea de GovMap. Desarrollamos una herramienta que comparó estos fragmentos con los ejemplos seleccionados y los ordenó según su similitud. Repetimos las búsquedas incorporando los resultados ya revisados para identificar nuevos candidatos. La inteligencia artificial nos ayudó a localizar posibles fortificaciones, pero no decidió cuáles lo eran.
3. Revisión y evolución temporal. Examinamos las propuestas, descartamos las coincidencias incorrectas y reunimos imágenes de distintas fechas para cada ubicación. Así pudimos reconstruir los cambios visibles en el terreno y observar cuándo aparecían las primeras modificaciones.
4. Comprobación de uso militar. Para distinguir las fortificaciones de otros recintos, buscamos indicios adicionales, especialmente estructuras compatibles con barracones o módulos prefabricados. Revisamos distintas fechas para comprobar si estas instalaciones habían estado presentes, incluso cuando el recinto aparecía posteriormente vacío. Estos elementos, junto con la configuración del terreno, reforzaron la identificación de las posiciones militares.
5. Recuento final. Tras descartar falsos positivos y agrupar las imágenes correspondientes a una misma ubicación, identificamos 50 posiciones fortificadas. Para documentar su evolución, elaboramos 50 series temporales con 4.382 imágenes, accesibles para los lectores de EL PAÍS, después de excluir los recortes sin cobertura suficiente.
Limitaciones de la investigación. La cobertura de las imágenes no es uniforme: no disponemos de todos los lugares en todas las fechas. Por eso, la primera imagen en la que aparece una construcción no indica necesariamente cuándo fue levantada.
Las 50 posiciones identificadas representan las fortificaciones que hemos podido verificar en el material disponible, no un censo exhaustivo de todas las existentes en Gaza. Aunque hemos revisado miles de candidatos, no podemos descartar que haya otras posiciones que nuestra herramienta no haya detectado.
Las imágenes nos permiten documentar las estructuras y su evolución, pero no determinar por sí solas la función exacta de cada instalación ni si estuvo ocupada de manera continua. Para ello necesitamos contrastar nuestras observaciones con otras fuentes.