Movimento fundado por Seguro defende apoio público aos media

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Llegaron optimistas a la primera vuelta de las elecciones presidenciales en Brasil. Con enorme confianza en que el veterano Lula lograría la victoria parcial. Es más, el triunfo definitivo tampoco les sonaba descabellado. Pero la noche electoral del 4 de octubre acabó en disgusto colosal para Rhian Silva, de 23 años, para Julia de Oliveira Szöke, de 25, estudiantes de Historia, y para toda la izquierda brasileña. Conmocionada, hizo un luto breve y se puso en acción tras un llamamiento de Lula a la movilización general. “Lo primero que nosotros hicimos fue decirnos: ‘No podemos caer en el pánico o la desesperación. Quedan casi tres semanas. Vamos a por la remontada”, recordaba Silva el miércoles, en el campus de la Universidad de São Paulo (USP), pública, una de las mejores de América Latina.
La agria polémica sobre los debates televisivos es ya un clásico de las campañas electorales, los dos grandes partidos –PSOE y PP– defienden sus estrategias antagónicas, y Pedro Sánchez y Alberto Núñez Feijóo reabren, ante la cita con las urnas del próximo 29 de noviembre, una pugna similar a la que ya libraron para los comicios del 2023. De nuevo, la televisión pública estatal –TVE– se encuentra en el epicentro de la controversia.

A cinco semanas de las elecciones generales, las espadas están en alto en las sedes de los partidos, y una prueba es el último vídeo electoral del PP, contra el que el PSOE estudia emprender acciones legales.


La commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali delibera “di segnalare al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e, per il suo tramite, alle Autorità territoriali” con riferimento “alle azioni collettive degli autotrasportatori tuttora in corso di svolgimento nelle Regioni” del Sud Italia, “il fondato pericolo di pregiudizio ai diritti della persona costituzionalmente tutelati e di invitarle ad adottare” le misure necessarie “a prevenire il predetto pregiudizio“. E “di proporre alle medesime Autorità di ordinare l’immediata cessazione dei blocchi stradali nei confronti dei singoli aderenti alle azioni collettive in corso”. E’ quanto si legge nella delibera della commissione, visionata dall’AGI, riguardante le proteste dei Tir.
“Le azioni collettive, allo stato portate avanti da comitati autonomi e spontanei di autotrasportatori, e perpetrate mediante l’attuazione di blocchi stradali, hanno determinato – si legge nella deliberazione – una seria compromissione degli approvvigionamenti dei beni di prima necessità e dei farmaci alla popolazione, nonché del carburante alla rete di pubblica distribuzione“. Si considera inoltre che “la prolungata azione di fermo risulta aver determinato un grave e progressivo svuotamento della rete di distribuzione alimentare primaria” con “il concreto rischio di carenza di generi alimentari di prima necessità per le comunità locali”. Inoltre si evidenzia che “la sospensione del trasporto di carburante alla rete di pubblico approvvigionamento ha determinato effetti vulneranti trasversali sulla regolarità dei servizi pubblici essenziali, avendo inciso, in senso pregiudizievole, anche sull’erogazione dei servizi di trasporto“.
E che “le azioni di blocco stradale e/o di rallentamento della circolazione hanno dispiegato un effetto vulnerante sull’intero sistema economico, avendo inciso sulla mobilità delle persone e quindi, in ultima analisi, su tutte le attività (essenziali e non), nella misura in cui hanno condizionato la possibilità di raggiungere i luoghi di lavoro”. Infine si rileva che “da quanto risulta dalle segnalazioni pervenute, l’azione di protesta ha comportato anche l’interruzione di servizi di trasporto dei rifiuti, con la conseguente saturazione dei siti di stoccaggio e pregiudizio per i servizi di raccolta e smistamento dei rifiuti”.
La mancanza di “approvvigionamento del carburante è suscettibile finanche di incidere sulla regolare erogazione del servizio di emergenza urgenza sanitaria, essendo necessario ai fini del rifornimento dei mezzi di soccorso”.
Nel documento si fa notare inoltre che “nonostante le dichiarazioni di revoca delle azioni di autotutela rese dai rappresentanti delle associazioni rappresentative Fedralog e Aias, notizie di stampa circolate in data odierna continuano ad evidenziare la perdurante attuazione di presidi e azioni di protesta da parte di autotrasportatori (quanto meno nell’ambito delle Regioni Puglia e Campania) che, in base alle informazioni allo stato degli atti acquisite, non risultano ascrivibili ad associazioni rappresentative di categoria, bensì a comitati spontanei di autotrasportatori e agricoltori”.
La commissione di garanzia sottolinea che “il proseguimento dei fermi (e delle correlate forme anomale di sciopero), oltre 1 limiti di durata prestabiliti dal Codice di autoregolamentazione del settore, espone le comunità locali ad un intollerabile aumento delle probabilità che i propri diritti costituzionali vengano attinti in maniera seria ed irreparabile“. E che “pertanto sussiste il pericolo di un pregiudizio grave ed imminente alla salute, alla sicurezza e alla libertà di circolazione delle persone”.
La Commissione segnala la situazione “al presidente del Consiglio o al ministro da lui delegato ovvero al prefetto, a seconda della portata (nazionale o locale) del conflitto, affinché adottino con ordinanza le misure necessarie a prevenire il pregiudizio”.
L'articolo Protesta tir, il Garante chiede la precettazione: “Servizi essenziali a rischio”. Deciderà il governo proviene da Affaritaliani.it.

Cómo ganar a los fachas (leer antes de votar), de Gabriel Rufián, deja en la boca un fuerte sabor electoral. No es una simple puesta en negro sobre blanco de su cruzada contra la ultraderecha. El libro del portavoz de Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) en el Congreso rezuma programa político, tal vez proyectado para un escenario diferente al de candidato republicano el 29-N. Da la sensación de que el texto estaba siendo parido para unas elecciones generales más tardías y cuyo adelanto no ha permitido que muchas otras cosas maduraran, entre ellas el papel mismo de Rufián. Pero con todo, certifica que el rufianismo existe y aspira a algo más.
“No puedo más, te lo juro”. Esta frase o una muy parecida lleva mucho tiempo ahí, instalada y escuchada a diario en el aire que respiramos. Insistimos en que no podemos más con la polarización, la pelea y el ruido; repetiremos y nos repetirán. Como si fueran otros y no nosotros los que pisamos de vez en cuando lo fregado de la vida diaria. Pero tranquilas, que pasará.

© Comunidad de Madrid (EFE)
La exvicepresidenta Kamala Harris aterrizó este jueves en el Estado de Mississippi al principio de un tour para ayudar a candidatos demócratas en la recta final de la campaña de las legislativas de mitad de mandato. La sucesión de actos electorales, que había empezado el día anterior en Nevada y continuará en los próximos en Georgia, New Hampshire y Wisconsin, sirve también de termómetro para medir la fiebre de sus posibles votantes ante la idea de que Harris vuelva a ser candidata presidencial del partido en 2028. Entonces hará cuatro años desde su derrota frente a Donald Trump tras una breve y decepcionante aventura de 107 días como candidata a la Casa Blanca por sorpresa.

© John Locher (AP Photo/John Locher)
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Il 17 ottobre The New York Times ha riferito che gli inviati del presidente Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, hanno esortato Kyjiv e le capitali europee a prendere in considerazione la ripresa del transito del gas russo attraverso la vasta rete di gasdotti ucraini nell’ambito di un accordo di pace. La logica alla base della proposta è semplice: poiché sia Mosca sia Kyjiv ne trarrebbero vantaggi economici, questa cooperazione potrebbe spianare la strada a un cessate il fuoco. Secondo l’articolo, i rappresentanti americani e russi avrebbero discusso anche della riattivazione del tratto ancora funzionante del gasdotto Nord Stream 2, che attraversa il Mar Baltico – un’ipotesi che la Casa Bianca nega. La proposta sul gas segue un altro incentivo avanzato durante i colloqui a Miami all’inizio di ottobre: un piano statunitense per sbloccare parte dei beni congelati della Banca centrale russa e porli sotto il controllo di Washington, respinto dai funzionari europei.
Si tratta di un accordo ragionevole o di un calice avvelenato? La risposta dipende molto meno da Kyjiv che da Mosca. Se un accordo economico di questo tipo potesse portare a un cessate il fuoco, Kyjiv acconsentirebbe con ogni probabilità a riprendere il transito del gas russo attraverso il proprio territorio e potrebbe non opporsi nemmeno alla ripresa dei flussi attraverso il Mar Baltico. Dall’inizio del 2025, il presidente Volodymyr Zelensky ha ripetutamente sostenuto sia un cessate il fuoco completo sia una moratoria parziale sugli attacchi alle infrastrutture energetiche e sulle ostilità nel Mar Nero. L’11 marzo 2025, a Gedda, l’Ucraina ha accettato una proposta statunitense per una tregua immediata di trenta giorni. La Russia, invece, no. Nel giugno 2026, Zelensky ha affermato che il congelamento dell’attuale linea del fronte nell’Ucraina orientale e meridionale avrebbe rappresentato «il modo più rapido» per porre fine alla guerra.
Negli ultimi due anni, l’interesse dell’Ucraina a porre fine ai combattimenti è cresciuto al punto che Kyjiv ha rinunciato alle condizioni preliminari che aveva posto per una tregua totale o parziale. Accetterebbe l’attuale linea del fronte come linea di contatto per un cessate il fuoco e probabilmente tollererebbe una nuova forma di cooperazione economica con la Russia nel trasporto del gas. Gli introiti derivanti dai diritti di transito versati dalla Russia sarebbero certamente graditi, ma rivestirebbero un’importanza secondaria. In base al contratto di transito 2019–2024, Naftogaz ha registrato oltre un miliardo di dollari di ricavi grazie alla clausola «ship-or-pay», che prevede il pagamento anche in caso di mancato utilizzo della capacità di trasporto concordata. Una somma significativa, ma modesta rispetto ai costi della ricostruzione postbellica dell’Ucraina e al sostegno finanziario occidentale da cui attualmente dipende il suo bilancio.
Del resto, Kyjiv ha consentito il transito del gas russo anche in tempo di guerra. Le forniture verso l’Ue e la Moldavia attraverso i gasdotti ucraini sono proseguite sia dopo la prima incursione di Mosca in Ucraina, nel 2014, sia dopo l’inizio dell’invasione su vasta scala, il 24 febbraio 2022. Il flusso si è interrotto soltanto il 1° gennaio 2025. Nel solo 2024 erano transitati circa 15–16 miliardi di metri cubi di gas. L’Ucraina, alle prese con gravi difficoltà finanziarie, aveva bisogno di quelle entrate. Inoltre, interrompere il transito non avrebbe fatto altro che dirottare le esportazioni russe verso altre rotte, come il TurkStream, che attraversa il Mar Nero e la Turchia.
A porre fine al transito, quasi tre anni dopo l’inizio dell’invasione su vasta scala, non è stata dunque la guerra in sé, ma una combinazione delle sue conseguenze e di altri fattori. Tra questi figuravano la scadenza dell’ultimo contratto quinquennale di transito, le controversie sugli obblighi «ship-or-pay» di Gazprom, l’insistenza di Kyjiv affinché il gas fosse effettivamente di origine non russa e non semplicemente rietichettato, nonché la politica di graduale eliminazione delle importazioni energetiche russe adottata dall’Ue in risposta alla crescente aggressività di Mosca. Se l’Ucraina ha consentito il transito del gas russo durante una guerra su vasta scala, è probabile che lo faccia anche in caso di cessate il fuoco.
In linea di principio, l’accordo proposto da Kushner e Witkoff dovrebbe essere ancora più redditizio per Mosca che per Kyjiv. Una rapida ripresa delle esportazioni di gas verso Occidente, su larga scala e a costi relativamente contenuti, farebbe affluire nuove risorse nelle casse dello Stato russo, già sottoposte a forti pressioni. Nel 2025, le entrate russe derivanti dal petrolio e dal gas sono diminuite del 23,8 per cento, attestandosi a 8,48 trilioni di rubli. La loro incidenza sulle entrate federali è scesa sotto il 23 per cento, il livello più basso dal 2020, mentre il deficit di bilancio ha raggiunto i 5,6 trilioni di rubli. Il calo è proseguito nel 2026: nei primi nove mesi dell’anno, le entrate derivanti da petrolio e gas si sono ridotte di un ulteriore 17,2 per cento su base annua. La sola interruzione del transito attraverso l’Ucraina è costata a Gazprom circa il 16 per cento dei volumi di esportazione previsti per il 2025, per un valore fino a 4,5 miliardi di dollari all’anno.
Ciononostante, l’idea americana appare destinata a fallire, perché si basa su una lettura errata della strategia, dell’ideologia e della logica interna del regime di Vladimir Putin. Il comportamento della Russia in Ucraina è guidato da miti storici, risentimento politico, ultranazionalismo panrusso e fantasie di grande potenza ed espansione territoriale. L’interesse economico rappresenta soltanto una parte del quadro. È quindi probabile che Putin respinga la proposta come base per la pace. Ai suoi occhi, un accordo sul gas sarebbe tutt’al più la ciliegina sulla torta di una capitolazione parziale – o, meglio ancora, totale – dell’Ucraina.
Gli avvenimenti recenti lo dimostrano. Le esportazioni di gas russo verso l’Ue attraverso il Nord Stream non si sono interrotte nel 2022 a causa di un attacco ucraino ai gasdotti sottomarini, come spesso si sostiene. Era stata la stessa Mosca a sospendere le forniture settimane prima, alla fine di agosto del 2022, sacrificando il suo principale cliente per ottenere un vantaggio politico. Quando, il 26 settembre 2022, i gasdotti ormai inattivi furono fatti saltare in aria – un’operazione che i pubblici ministeri tedeschi attribuiscono a una squadra ucraina, il cui presunto capo è comparso a processo ad Amburgo il 14 ottobre 2026 –, una delle quattro condutture rimase intatta.
Putin si offrì di far transitare il gas attraverso quella conduttura, ma Berlino rifiutò. Quello che il Cremlino proponeva era un accordo che avrebbe aiutato la Russia a finanziare la propria guerra, non un cambiamento di rotta. Mosca ha preferito rinunciare a gran parte del suo mercato di esportazione più redditizio piuttosto che ridimensionare i propri obiettivi in Ucraina. Il Cremlino accoglierebbe certamente con favore maggiori entrate derivanti dal commercio energetico con l’Europa. Nel complesso, però, per la leadership revanscista russa si tratta di una questione secondaria.
Nel frattempo, è emerso un ostacolo molto concreto al ripristino sia del tratto rimasto intatto del Nord Stream 2 sia di qualsiasi altra rotta per il trasporto del gas russo verso l’Ue. Il 26 gennaio 2026, il Consiglio dell’Ue ha adottato formalmente un regolamento che prevede la graduale eliminazione di tutte le importazioni di gas russo. Il divieto totale per il gas naturale liquefatto (Gnl) russo entrerà in vigore all’inizio del 2027, mentre quello relativo al gas trasportato via gasdotto scatterà nell’autunno dello stesso anno. Ripristinare il transito richiederebbe quindi una revisione sostanziale della normativa europea vigente.
L’idea di portare la pace nell’Europa orientale attraverso una rinnovata cooperazione energetica è ingenua e si fonda su presupposti sbagliati. Di certo, l’Ucraina non rappresenta un ostacolo. Kyjiv accetterebbe molto probabilmente la ripresa del transito del gas russo attraverso il proprio territorio nell’ambito di un vero cessate il fuoco, proprio come ne ha consentito il passaggio durante la prima fase della guerra russo-ucraina, dal 2014 al 2021, e nei primi tre anni dell’invasione su vasta scala, dal 2022 alla fine del 2024.
Eppure, per riprendere un’espressione cara al Cremlino, la «causa principale» dell’insicurezza dell’Europa orientale non è di natura economica. È l’imperialismo radicale della Russia, il suo fervore espansionistico e la sua virulenta ucrainofobia. Di fronte a simili impulsi, anche le iniziative commerciali più redditizie si rivelano inutili. La storia zarista e quella sovietica insegnano che a frenare l’avventurismo estero di Mosca e a riportare l’attenzione della Russia sui problemi interni sono le sconfitte sul campo di battaglia, non le vittorie diplomatiche, e le difficoltà economiche, non i successi commerciali.
I risultati più duraturi si ottengono quando il fallimento militare e la crisi economica coincidono. Alla fine degli anni Ottanta, l’Unione Sovietica si ritirò dall’Afghanistan, perse la guerra fredda e sprofondò in una grave crisi socioeconomica. L’impero sovietico si disgregò e lo Stato russo che ne emerse divenne, per un certo periodo, una democrazia ancora embrionale, con ambizioni di politica estera relativamente contenute. Qualcosa di simile dovrebbe accadere oggi per porre fine all’attuale avventura militare della Russia all’estero.
Nella migliore delle ipotesi, il difetto dell’approccio di Kushner e Witkoff riguarda la sequenza delle iniziative. Se proposta prima di una tregua, la ripresa del commercio del gas equivarrebbe a un allentamento delle sanzioni che premia l’aggressione, senza riuscire a ottenere ciò che Mosca non è disposta a concedere. La Germania ha già sperimentato questa strategia con la sua fallimentare politica del Wandel durch Handel, ovvero «cambiamento attraverso il commercio», e soprattutto con i suoi due progetti Nord Stream, che hanno contribuito a incoraggiare il Cremlino prima delle escalation del 2014 e del 2022.
Se la cooperazione energetica deve svolgere un ruolo nella soluzione del conflitto, dovrebbe arrivare dopo, non prima, di un cessate il fuoco verificato e duraturo, sostenuto da garanzie di sicurezza credibili per l’Ucraina. Il gas russo che transita attraverso l’Ucraina e sotto il Mar Baltico potrebbe contribuire a consolidare la pace. Ma non può crearla.
Questo articolo si basa su un commento dell’EPIK.
Andreas Umland è ricercatore presso l’European Policy Institute in Kyjiv (EPIK) e analista presso lo Stockholm Centre for Eastern European Studies (SCEEUS), parte dello Swedish Institute of International Affairs (UI).
L'articolo La diplomazia energetica di Trump non cambia gli obiettivi imperiali di Putin proviene da Linkiesta.it.
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«Qu’ils mangent de la brioche!». Storicamente, non la pronunciò mai la celebre risposta, Maria Antonietta, a chi la informava che il popolo non aveva il pane. Forse era stata detta qualche anno prima da un’altra nobildonna, citata da Rousseau, ma passò comunque alla storia come l’emblema definitivo della separatezza del sovrano dal popolo.
Che è un problema sempre immanente quando la distanza che separa chi governa da chi è governato, il Palazzo dalla strada, la contabilità del potere dalla contabilità della vita assume proporzioni preoccupanti. Una distanza che non appartiene soltanto all’ancien régime e che, in questi giorni, sembra essersi riaperta sotto i nostri occhi.
L’impressione è che le proteste degli autotrasportatori nascondano dietro la loro impellente materialità qualcosa di più generale, come se fossero la classica punta dell’iceberg di un Paese che si scopre improvvisamente povero, o almeno più povero di prima. La gente ammonticchia, se ce l’ha, quattro risparmi sui conti correnti, nessuno investe più, nessuno compra e molti vendono. E chi non ha un euro da parte si arrabatta come può, in un’Italia tornata in bianco e nero e che si alza presto la mattina, accende il furgone e non ha i soldi per fare il pieno. In questa situazione, basta un’improvvisa Hormuz (thank you, mister Trump) e i conti non tornano più. I nostri governanti tutto questo non lo avevano visto arrivare. Tuttora non lo capiscono.
Dov’è il governo dinanzi alla rivolta degli autotrasportatori, che non sono “il popolo” ma pure sono decisivi per la “Nazzione” con due zeta come pronuncia la presidente del Consiglio? Ieri hanno stanziato dieci milioni per i pescatori: più che la brioche sono briciole: d’altronde l’etimo è lo stesso. E qualche altra decina di milioni per tutti quelli che stanno bloccando il Mezzogiorno e non solo.
A occhio paiono insufficienti per risolvere il problema. Anche se il Tg Uno del principale seguace di Giorgia Meloni in Rai, Gianmarco Chiocci, apre con titoli fuorvianti per cui i blocchi sono stati tolti grazie al governo, la realtà è quella degli scaffali vuoti e dei benzinai a secco. Diversi giorni fa le organizzazioni dei manifestanti sono state convocate per il 27: con comodo, che fretta c’è?
Descrivono la premier più nervosa del solito, alza la voce, pretende soluzioni, intima ai ministri di non parlare «di quello che ci diciamo qui dentro», nel bunker di Palazzo Chigi dove si susseguono vertici su vertici con ministri e cardinali – Alfredo Mantovano, Giovanbattista Fazzolari – celebrando l’angosciante rito di trovare i soldi che non ci sono mai quando servono, e i tecnici di via Venti Settembre devono rompere i salvadanai che, come si ripete con frase trita, Giancarlo Giorgetti ha tenuto in ordine.
Bell’ordine, verrebbe da dire: quattro anni dopo – la mitica longevità, che buffonata – questi non hanno un euro in cassa, complimenti, sicché davanti a un’emergenza sanno trovare briciole, bruscolini, brioche. Il punto diventa ovviamente politico. Fino a lambire una vera e propria questione democratica. Perché quando pezzi di popolazione soffrono e addirittura si rivoltano e il governo della Repubblica non sa bene cosa fare, allora si esce dalla normale dialettica tra società e potere e si entra in quella della consunzione della politica, che, come sappiamo, è l’anticamera dello sfascio.
La crisi di un Paese comincia spesso così: quando i cittadini smettono di aspettarsi una risposta dalla politica e cercano di farsi ascoltare bloccando ciò che possono bloccare. Il camion diventa allora qualcosa di più di un mezzo di trasporto: una metafora di una democrazia incrinata.
Per una volta, l’abusato richiamo delle opposizioni a «venire in Parlamento» per riferire sulla situazione è fondatissimo perché il Paese è effettivamente allo sbando, dai violenti di Milano alla penuria di cibo al Sud. Altro che brioche. Qui non ci sarà la Grande Rivoluzione. Ma una politica che brancola nel buio, questo sì.
L'articolo I camionisti, e lo scontento che Meloni non ha visto arrivare proviene da Linkiesta.it.



Na transmissão ao vivo, Lula mandou um recado para todos que não foram votar no primeiro turno porque não quiseram ou porque não gostavam de nenhum dos candidatos. Ele falou, sobretudo, com os mais velhos, que não têm mais obrigação de votar por terem mais de 70 anos.
O candidato à reeleição defendeu as políticas sociais e reiterou a promessa de ampliar o programa Pé-de-Meia para os universitários. A versão escolar do programa Pé-de-Meia foi criada em 2024. Trata-se de um incentivo financeiro-educacional pago pelo governo federal para promover a permanência e a conclusão escolar de pessoas matriculadas no ensino médio público.
Janones conduz um canal no WhatsApp chamado Exército do Lula para organizar uma militância espontânea e aumentar o apoio ao candidato do PT nas redes sociais. O canal já conta com 8,5 milhões de pessoas. Na esteira dessa mobilização, Lula e Janones fizeram a live, ouvindo artistas de várias áreas.
A atriz Marieta Severo participou da live e também fez um chamamento para que os idosos se motivem a votar no domingo (25), dia do segundo turno das eleições. Ela lembrou que ir votar serve como prova de vida para continuidade do recebimento dos benefícios do Instituto Nacional do Seguro Social (INSS).
Lula e Janones também conversaram com o cantor Jão, que incentivou os jovens a votar. A live ainda teve as participações da youtuber Nath Finanças, da atriz Camila Pitanga, do apresentador Serginho Groismann e da atriz Leandra Leal.
O candidato Flávio Bolsonaro (PL) não teve agenda pública de campanha nesta quinta-feira. Estava prevista a realização de uma live no YouTube, mas o candidato não participou.
Todo mundo já sabe que Flávio Bolsonaro (PL) e Lula (PT) conseguem brigar. Agora, será que conseguem governar o Brasil? É o que os dois precisam demonstrar no debate da Globo nesta sexta-feira (23). O Datafolha aumentou a responsabilidade de ambos ao registrar 50% dos votos válidos para cada um. Na semana passada, eram 51% para Flávio e 49% para Lula. A eleição continua aberta, e os candidatos chegam ao último confronto com uma obrigação que parece incomodá-los bastante que é a de explicar o que pretendem fazer com o poder que tanto disputam. Um precisa provar que tem futuro e o outro precisa provar que tem postura. Foi o principal problema, respectivamente, de Lula e de Flávio no debate anterior, da Band.
Nos votos totais do Datafolha, Flávio manteve 47%, enquanto Lula passou de 45% para 46%. Brancos e nulos somam 5%, e os indecisos, 2%. Com margem de erro de dois pontos, a oscilação não autoriza anunciar uma arrancada do presidente nem um desmoronamento do adversário. Autoriza, porém, cobrar alguma prudência de quem imaginou que o resultado estava encaminhado. Flávio não conseguiu abrir uma distância segura. Lula permanece competitivo, mas ainda precisa convencer uma parcela do eleitorado que conhece muito bem seu governo e continua sem querer "renovar o contrato".
O empate impõe tarefas diferentes. Flávio precisa explicar por que a mudança que oferece merece confiança. Lula precisa dizer por que continuar com ele pode produzir resultados melhores do que os que entregou até agora. Para o presidente, a pergunta da abertura vem acompanhada de uma cobrança adicional. Ele já governa. Se há tanta resistência à sua permanência, alguma coisa em seu desempenho precisa ser revista. Falar do passado dos governos do PT como se a insatisfação fosse resultado exclusivo de desinformação é uma maneira eficiente de continuar sem entender o eleitor. E ser derrotado.
Lula recebeu uma notícia favorável nessa pesquisa. A aprovação do seu trabalho passou de 48% para 49%, enquanto a desaprovação recuou de 50% para 48%. A aprovação voltou a ficar numericamente acima da desaprovação como não ficava desde o meio do ano. Há espaço para o presidente disputar uma avaliação melhor, mas também há resistência suficiente para impedir qualquer comemoração antecipada.
Aprovar o trabalho de um presidente e desejar mais quatro anos dele são decisões diferentes. Lula precisa apresentar alguma perspectiva de futuro para quem reconhece realizações, mas está cansado do governo. Recitar o próprio currículo pode animar a militância. E só isso.
Flávio enfrenta a outra metade dessa cobrança. O desgaste de Lula oferece uma oportunidade, mas não torna automaticamente confiável quem se apresenta para substituí-lo. O eleitor pode querer mudança e, ao mesmo tempo, temer a instabilidade de um governo Bolsonaro. Cabe ao senador reduzir essa insegurança. Cada vez que prefere uma provocação a uma resposta sobre como pretende governar, desperdiça tempo com um público que já está convencido e deixa sem resposta justamente quem poderia ampliar sua votação.
A rejeição ajuda a entender o tamanho do obstáculo. Considerando quem rejeita ambos, os dois chegam a 48%. Quase metade do eleitorado resiste a cada candidato. Nesse ambiente, um ataque capaz de render aplausos entre aliados também pode confirmar a má impressão de quem está do lado de fora.
O último debate ainda pode pesar numa disputa tão apertada. Os 5% de brancos e nulos e os 2% de indecisos merecem atenção, embora não sejam apenas um estoque de votos esperando uma boa frase para mudar de destino. Há também a tarefa de mobilizar quem já escolheu, mas precisa sair de casa para votar. Outra sessão de insultos como a do último domingo pode reforçar o desânimo. Quem ainda está em dúvida precisa de um motivo para escolher um presidente. Motivos para desistir dos dois já há de sobra.


© Charles Vieira/Divulgação e Ricardo Stuckert/Divulgação


A corrida pela Presidência da República alcançou um cenário de igualdade numérica na reta final do segundo turno. Pesquisa Datafolha divulgada nesta quinta-feira (22/10) atribuiu 50% dos votos válidos ao presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) e 50% ao senador Flávio Bolsonaro (PL). A eleição ocorrerá no domingo (25/10).
O levantamento confirmou a redução da diferença entre os candidatos ao longo das últimas semanas. Na primeira rodada do segundo turno, Flávio registrou 52% dos votos válidos, contra 48% de Lula. Na pesquisa seguinte, os percentuais passaram para 51% e 49%, respectivamente. Agora, ambos aparecem com 50%.
A margem de erro é de dois pontos percentuais, para mais ou para menos. O instituto ouviu 2.520 eleitores em 154 municípios, entre terça-feira (20/10) e quinta-feira (22/10). O levantamento foi encomendado pela Folha de S.Paulo e pela TV Globo e registrado no Tribunal Superior Eleitoral (TSE) sob o número BR-09709/2026.
O presidente alcançou 46% das intenções de voto no cenário que considera todos os entrevistados, um ponto acima dos 45% registrados na semana anterior. Flávio permaneceu com 47%, enquanto os votos brancos e nulos recuaram de 6% para 5%. Os indecisos continuaram em 2%.
As oscilações ocorreram dentro da margem de erro e não permitem afirmar que houve mudança efetiva na preferência do eleitorado. A pesquisa representa o comportamento dos entrevistados no período da coleta, sem antecipar o resultado das urnas.
Entre os entrevistados que declararam participação na votação de 4 de outubro, Flávio alcançou 51% dos votos válidos, enquanto Lula registrou 49%.
O recorte destacou a importância da participação eleitoral no segundo turno, após uma abstenção superior a 21% na primeira etapa da disputa. A capacidade de atrair eleitores ausentes poderá alterar a composição do eleitorado que comparecerá às urnas.
Na modalidade espontânea, sem apresentação prévia dos nomes dos concorrentes, Flávio obteve 47% das intenções de voto, ante 46% de Lula. Os percentuais repetiram os resultados da semana anterior.
O número de entrevistados sem candidato definido nessa modalidade passou de 3% para 4%. Apesar disso, 94% dos participantes afirmaram que já decidiram em quem votar.
Entre os eleitores de Lula, esse índice chegou a 96%. No grupo de apoiadores de Flávio, alcançou 95%.
Embora as intenções de voto estejam numericamente empatadas, a percepção sobre o desfecho da eleição apresentou diferença expressiva.
Segundo o Datafolha, 53% dos entrevistados acreditam na vitória de Flávio Bolsonaro, enquanto 39% esperam a reeleição de Lula. Outros 8% não souberam responder.
A expectativa dos entrevistados sobre quem vencerá não corresponde à intenção de voto nem constitui previsão estatística do resultado eleitoral.
A pesquisa também investigou as razões que orientam o voto. Para 73% dos entrevistados, a decisão decorre da preferência pelo candidato escolhido. Outros 18% afirmaram que pretendem votar principalmente para impedir a vitória do adversário.
Entre os eleitores de Lula, 81% apontaram a preferência pelo presidente como principal motivação, contra 13% que declararam voto de oposição a Flávio.
No eleitorado do senador, 65% afirmaram escolher o candidato por considerá-lo a melhor opção, enquanto 23% indicaram a intenção de derrotar Lula.
O levantamento identificou diferenças regionais importantes. No Sudeste, região que concentra 42% do eleitorado nacional, Flávio registrou 51% das intenções de voto totais, contra 41% de Lula.
No Sul, o senador alcançou 58%, enquanto o presidente apareceu com 33%. Entre os evangélicos, os percentuais foram de 69% para Flávio e 26% para Lula.
O presidente manteve vantagem no Nordeste, com 65% das intenções de voto, ante 30% do adversário. Entre os eleitores de menor renda, Lula registrou 54%, contra 39% de Flávio. No segmento de menor escolaridade, os índices foram de 53% e 40%, respectivamente.
Flávio ampliou sua presença entre as mulheres, grupo que representa 51% do eleitorado. O senador passou de 40% para 44% das intenções de voto, enquanto Lula permaneceu com 49%.
Entre os homens, que correspondem a 49% dos eleitores, o presidente avançou de 40% para 44%. Flávio oscilou de 52% para 50%.
Os resultados indicaram aproximação numérica entre os candidatos nos dois segmentos, embora as variações isoladas não comprovem mudanças fora da margem de erro.
A rodada do Datafolha ocorreu após uma sequência de acontecimentos políticos que marcaram a campanha presidencial.
Lula intensificou a divulgação de medidas governamentais, entre elas a antecipação do Bolsa Família. A aprovação do fim da escala de trabalho 6×1 pelo Senado também integrou o debate político da reta final.
Flávio concentrou parte de sua estratégia na campanha eleitoral, nas críticas ao governo e nas mobilizações de rua associadas ao deputado federal Nikolas Ferreira (PL-MG).
Os dois candidatos participaram do debate promovido pela Band no domingo (18/10), marcado por confrontos diretos e acusações recíprocas.
Lula e Flávio chegaram à disputa decisiva após um primeiro turno de diferença reduzida. O senador conquistou 47,03% dos votos válidos em 4 de outubro, enquanto o presidente recebeu 45,16%.
A igualdade numérica identificada pelo Datafolha nesta quinta-feira reforçou o cenário de disputa equilibrada a três dias da votação. O resultado definitivo dependerá dos votos depositados nas urnas no domingo (25/10).
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© DIOGO VENTURA/OBSERVADOR