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EEUU detiene a Álvaro Pulido Vargas, socio de Alex Saab acusado de lavar miles de millones de dólares

El colombiano Álvaro Pulido Vargas, de 62 años, quedó bajo custodia de las autoridades estadounidenses para responder a 13 cargos de lavado de dinero. "Enfrenta dos acusaciones federales separadas en Estados Unidos de 2019 y 2021 relacionadas con supuestos esquemas multimillonarios de lavado de dinero y soborno venezolano vinculados al régimen de Maduro", indicó en X el fiscal general Todd Blanche. "Sus presuntas acciones demuestran un flagrante desprecio por el pueblo venezolano al...

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Digital surveillance and control spread across Latin America under governments of all stripes

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Digital surveillance and data leaks may seem far removed from everyday life, but they are becoming increasingly common. In Venezuela, for example, authorities blocked messaging apps and social media platforms including Signal, X, TikTok and Telegram, as well as YouTube, VPN services and websites. In Nicaragua, independent media outlets had their domains blocked. In Paraguay, a leak from the electoral authorities exposed the data of nearly seven million people. And in Argentina, more than 665,000 medical records were put up for sale.

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Le elezioni in Palestina di cui nessuno parla, e che nessuno vuole

In Palestina si dovrebbe andare alle urne il 28 novembre, ma c’è il rischio dell’ennesimo rinvio da parte dell’Anp che teme di perdere contro un inedito cartello anti-Fatah. Intanto, lo stallo a Gaza tiene in vita Hamas

«È cambiato tutto dopo il 7 ottobre»: ci dicono le imprenditrici palestinesi del Businesswomen Forum a Ramallah. Non stentiamo a crederlo: migliaia di permessi di lavoro dei palestinesi che ogni giorno lavoravano in Israele revocati, aumento dei posti di blocco, aumento degli atti terroristici dei coloni estremisti in Cisgiordania, Gaza devastata con decine di migliaia di vittime; il blocco, da parte israeliana, delle entrate doganali spettanti all’Autorità Nazionale Palestinese (Anp); sullo sfondo, una crisi economica sempre più profonda.

Questo è lo scenario dei territori palestinesi che si presenta ai nostri occhi, e pesa sentire che – di fronte ai nostri tentativi di introdurle a spazi di dialogo con gli israeliani – ci sia più di una reticenza. Ampio è il solco che divide i due popoli, e l’idea che “normalizzare i rapporti col nemico” sia un tabù è ben presente nella filigrana delle nostre conversazioni. Ciononostante, le palestinesi con cui parliamo chiedono innanzitutto opportunità economiche: i commerci sono quasi fermi; gli spostamenti sono diventati più difficili e rischiosi e rendono problematico raggiungere il posto di lavoro; molte donne palestinesi hanno imprese “informali” che la volatilità della situazione rende impossibile gestire.

«Non guardateci come vittime di un conflitto, siamo imprenditrici e vogliamo esplorare nuovi mercati»: è il messaggio, quasi il rimprovero, che ci fa una di loro. Come darle torto? Molto spesso pensiamo ai palestinesi (e agli israeliani) solo attraverso le lenti del conflitto, e questo ci impedisce di coglierne la soggettività. L’esortazione di questa imprenditrice mi porta a riflettere su come tendiamo a guardare il conflitto: da una parte Israele, come soggetto che può fare tutto, anche raggiungere la pace; dall’altra i palestinesi, ridotti a elemento passivo della storia. Naturalmente non è così e non lo è mai stato, e in questa lettura manichea riconosco una buona dose di paternalismo. 

Una riflessione simile emerge dai colloqui con i dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese . Nonostante tutte le difficoltà – alcune imputabili al governo israeliano, altre allo stesso esecutivo palestinese – dalle conversazioni appare evidente che non esiste attualmente un’alternativa reale e migliore all’Anp per il governo degli affari palestinesi. Certo, esiste un problema di credibilità, certamente sono necessarie riforme profonde e preoccupa il loro attaccamento al “diritto al ritorno” di tutti i profughi palestinesi dal 1948 a oggi. Tuttavia, alla luce delle interlocuzioni avute, appare strategicamente miope e ingiustificata la volontà di Benjamin Netanyahu di tenere fuori l’Anp dalla gestione degli affari di Gaza, soprattutto considerando i rapporti che già intercorrono tra il comitato tecnocratico istituito nel Board of Peace e le autorità di Ramallah.

L’Anp è figlia della stagione di Oslo, è composta da personale tendenzialmente più pragmatico e collabora già da anni con le autorità israeliane. È sufficiente? No, ma tra queste formazioni e il fondamentalismo islamico di Hamas esiste una differenza sostanziale: Hamas considera l’intera terra un bene inalienabile dell’islam e non accetterebbe in nessun modo un governo non islamico, tanto meno di uno Stato ebraico, anche a costo della vita dei palestinesi. Con l’Anp esiste invece ancora, sebbene sotto traccia, un coordinamento di sicurezza che impedisce alla situazione di deflagrare, nonostante le scellerate politiche dell’attuale governo israeliano siano ormai palesemente mirate a far esplodere la situazione nei territori palestinesi a uso e consumo dei sogni di annessione di Smotrich e Ben-Gvir.

C’è però un tema irrisolto di cui nessuno parla, concentrati come siamo sugli esiti delle elezioni israeliane: le elezioni politiche nei territori palestinesi, previste per il 28 novembre. Il rischio, confermato anche da un’attivista palestinese che incontriamo, è quello dell’ennesimo rinvio delle elezioni, motivato con l’impossibilità del voto a Gerusalemme Est e con la devastazione di una gran parte di Gaza. Sullo sfondo, il problema di Hamas, che continua ad arruolare migliaia di giovani nelle zone della Striscia che controlla e il cui disarmo è uno dei maggiori ostacoli per il Board of Peace.

Un ulteriore dato che complica lo scenario è la probabile, insolita alleanza tra Hamas, Jihad islamica e Mohammed Dahlan, arcinemico interno di Abu Mazen e attualmente consigliere della leadership degli Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo sarebbe quello di formare una sorta di cartello elettorale anti-Fatah, in grado di aggirare la regola per cui chi partecipa alle elezioni deve sottoscrivere i principi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che includono il riconoscimento d’Israele. Tutti i tentativi di rappacificazione tra Fatah e Dahlan sono finora falliti e, di fronte alla possibilità di un simile cartello elettorale, l’Autorità Nazionale Palestinese teme di perdere il controllo, se si votasse oggi.

In questo quadro, figure come Samer Sinijlawi chiedono con forza che le elezioni si tengano comunque. Sinijlawi ha formato un nuovo partito, Masar Jadid, il Nuovo Corso, che corre con un programma imperniato sul dialogo con Israele e sull’apertura democratica delle istituzioni palestinesi, e si sta confermando come uno dei più interessanti protagonisti di una nuova stagione politica in Palestina. Proprio in questi giorni ha lanciato l’allarme, invitando i Paesi europei a fare pressione su Abu Mazen perché le elezioni si tengano comunque, e a fare al tempo stesso uno sforzo per sostenere l’intero processo, sia per non frustrare le aspettative dei palestinesi sia per garantire credibilità al percorso elettorale.

Resta naturalmente aperta la questione che già Yossi Beilin aveva posto in occasione delle elezioni politiche palestinesi vinte da Hamas: riconoscere legittimità e ruolo politici alle organizzazioni del terrorismo islamista è una scelta irresponsabile, che i palestinesi hanno già pagato a caro prezzo. Su questo la leadership europea sembra fin troppo silenziosa: impegnati nell’equilibrismo delle formule e di scelte spesso fatte più per l’elettorato europeo che per contribuire alla soluzione del conflitto israelo-palestinese, finiamo per condannarci all’irrilevanza politica.

Il tema, però, rimane: rimandare per l’ennesima volta le elezioni palestinesi e mantenere questo stallo su Gaza che tiene in vita Hamas e soci sono due messaggi devastanti per i palestinesi, che in larghissima parte si sono già pre-registrati al voto.

È in questo contesto che è fondamentale accompagnare le parti palestinesi disposte al dialogo con gli israeliani fuori dal vicolo cieco in cui si trovano oggi. Le disfunzioni sono profonde ed esistono ambiti nei quali l’urgenza di un cambiamento è evidente, anche attraverso la pressione internazionale.

È il caso dei manuali scolastici palestinesi che incitano alla violenza e quello del sistema di pagamenti alle famiglie dei terroristi rinchiusi nelle carceri israeliane, accusato di creare un perverso incentivo alla violenza e per questo attualmente oggetto di revisione, sia da parte degli Stati Uniti sia da parte dell’Unione europea. È tuttavia impossibile immaginare oggi un interlocutore istituzionale diverso dall’Anp, e per questo gli sforzi dovrebbero essere concentrati nel riformarla e nel rinnovarla profondamente, non nell’indebolirla – cosa che va al solo vantaggio dei nemici della pace. È quanto è accaduto, per esempio, con la decisione statunitense di impedire ad Abu Mazen di recarsi a New York per i lavori delle Nazioni Unite.

C’è bisogno di più coraggio da parte europea per aiutare davvero i palestinesi: spingere perché le elezioni si svolgano e isolare gli islamisti sono due primi passi necessari, insieme alle misure necessarie per fare pressione sugli israeliani affinché siano sventati i loro piani di annessione. La sicurezza dei palestinesi in Cisgiordania è costantemente minacciata dalla crisi economica e dall’aumento degli atti di terrorismo dei coloni (il più autorevole think tank israeliano sui temi della sicurezza ha lanciato l’allarme sul possibile collasso delle istituzioni a causa del terrorismo dei coloni in Cisgiordania). D’altra parte, una reale responsabilizzazione sarà impossibile senza un radicale cambiamento della leadership palestinese, che sappia liberarsi sia dei miraggi del massimalismo e dell’islamismo sia delle rendite di posizione di una stagione politica che deve ormai chiudersi. È questo uno dei tanti sentieri stretti che ci troviamo di fronte e che stentiamo a imboccare, per le paure incrociate di un conflitto che radicalizza le opinioni pubbliche europee e paralizza i governi.

(Secondo di una serie di articoli)

L'articolo Le elezioni in Palestina di cui nessuno parla, e che nessuno vuole proviene da Linkiesta.it.

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Promotoria diz que equipe médica deixou Maradona à própria sorte antes da morte

A Promotoria que atua no julgamento da morte de Diego Maradona afirmou nesta quinta-feira (8) que o atendimento médico prestado ao ex-jogador em seus últimos dias de vida foi marcado por desorganização e falhas graves. Para os acusadores, a equipe responsável pelo tratamento colocou o ídolo argentino em uma situação de abandono e não cumpriu medidas consideradas necessárias para preservar sua vida.

Durante a apresentação dos argumentos finais, o promotor Patricio Ferrari classificou a internação domiciliar como uma operação caótica. Segundo ele, os profissionais envolvidos deixaram de cumprir obrigações médicas e adotaram condutas incompatíveis com o quadro de um paciente considerado vulnerável e complexo.

Sete profissionais de saúde são julgados no processo, entre eles médicos, uma psiquiatra, um psicólogo e um enfermeiro. Eles são acusados de homicídio com dolo eventual, modalidade em que a acusação sustenta que os envolvidos tinham consciência de que suas ações ou omissões poderiam levar à morte.

O julgamento ocorre desde abril em um tribunal de San Isidro, na região metropolitana de Buenos Aires. Ao longo de quase 45 audiências, mais de cem testemunhas e réus prestaram depoimentos.

Ferrari afirmou que, apesar da extensão do processo, os elementos centrais da acusação permanecem sustentados pelas provas apresentadas durante o julgamento.

Morte após cirurgia

Maradona morreu aos 60 anos, em 25 de novembro de 2020, durante uma internação domiciliar em Tigre, na região metropolitana de Buenos Aires. A causa apontada foi edema pulmonar seguido de parada cardiorrespiratória.

Dias antes, o ex-jogador havia passado por uma cirurgia para tratar um hematoma subdural na cabeça. O procedimento foi considerado bem-sucedido.

Para a Promotoria, porém, o quadro posterior exigia acompanhamento médico adequado e medidas que, segundo a acusação, não foram tomadas.

O promotor Cosme Iribarren afirmou que a morte poderia ter sido evitada e classificou o atendimento como inadequado. Segundo ele, a sequência dos acontecimentos demonstra que o agravamento do estado de saúde não foi tratado de maneira compatível com a gravidade do caso.

Julgamento entra na fase final

A etapa de alegações finais deve continuar pelas próximas duas semanas. Os sete acusados podem receber penas de até 25 anos de prisão caso sejam condenados pelos crimes atribuídos pela Promotoria.

A defesa ainda terá espaço para apresentar seus argumentos antes da decisão judicial.

O processo busca determinar se houve responsabilidade criminal dos profissionais que participaram do atendimento de Maradona e se as condutas adotadas nos últimos dias de vida contribuíram diretamente para a morte do ex-jogador.

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Há três anos os palestinos pagam pelo 7 de outubro

Quis o destino que eu estivesse na Cisjordânia neste 07 de outubro, e que essa coluna fosse publicada no exato dia em que, 3 anos atrás, o ataque terrorista do Hamas que resultou na morte de cerca 1000 pessoas entre civis e militares, deu início a um massacre cometido pelo Estado de Israel que, até agora, somente na Faixa de Gaza, já matou mais de 75 mil e feriu mais de 170 mil palestinos. 

Eu sei que o Brasil pega fogo neste momento e é difícil falar em outra coisa ou pensar em um povo que está tão longe geograficamente. Mas talvez nós possamos aprender uma coisa ou duas sobre resistência e resiliência com um povo que vem sendo oprimido, colonizado e sofre tentativas reiteradas de apagamento há mais de 100 anos. 

Meus avós são sobreviventes do Holocausto. Minha avó polonesa e meu avô romeno passaram por campos de concentração e tinham números tatuados neles. Ainda jovens migraram para o Brasil, onde se conheceram e formaram família. E é também por respeito a essa história que não posso me calar diante de um genocídio étnico que acontece live stream nos celulares na palma de nossas mãos. 

Nos últimos dias estive rodando pela Cisjordânia, visitando comunidades palestinas que estão sendo despejadas, torturadas, roubadas e dizimadas por milícias israelenses formadas por colonos e por militares. A Cisjordânia é um território palestino que fica no Oriente Médio, situado na margem ocidental do rio Jordão, entre Israel e a Jordânia. É dividida em três zonas administrativas – zonas A, B e C –  segundo os Acordos de Oslo, assinados na década de 1990, que previam transferir gradualmente o controle do território para a Autoridade Palestina. A área teoricamente estaria sob controle total da Palestina. A área B teria um controle misto entre Israel e Palestina e a área C, cerca de 60% da Cisjordânia, está sob controle israelense total, tanto para administração civil quanto para segurança. 

Mas atualmente esses contornos estão cada vez mais borrados, com colonos israelenses tomando cada vez mais áreas.

Tudo isso ainda vai virar reportagem e indico o Pauta Pública desta sexta-feira (09/10) com o diretor geral do Centro de Assistência Jurídica e Direitos Humanos de Jerusalém (JLAC) e membro do Conselho de Comissários da Comissão Independente de Direitos Humanos da Palestina (ICHR), Issam Aruri, que traz uma verdadeira aula sobre o conflito na região. 

Mas queria contar aqui na coluna uma das histórias que mais me marcou até agora: A de uma mulher de 67 anos, moradora de um vilarejo em Masafer Yatta, que fica nas colinas ao sul da cidade de Hebrom, cerca de 70km ao sul de Ramallah – capital administrativa da Cisjordânia. Não vou revelar seu nome por motivos óbvios. Mas sua vila está totalmente cercada por assentamentos israelenses, que tentam a custo de barbárie expulsar os palestinos que estão ali há dezenas de gerações, vivendo da colheita de azeitonas e do pastoreio de ovelhas e cabras. 

Casa de palestinos em Masafer Yatta, na Cisjordânia
Casa de palestinos na comunidade de Masafer Yatta, na Cisjordânia

Sua vila não tem água encanada nem luz. Se vê apenas pedras, areia, pequenas casas e barracões. Os cabos de energia passam por cima da comunidade, de um lado a outro, para os assentamentos israelenses, mas os palestinos não podem usar. Foi instalado um portão na estrada, que pode ser fechado pelos soldados a qualquer momento e por tempo indeterminado, impedindo os moradores de entrar ou sair, mesmo que em emergência médica. Essa é uma prática bastante comum na região. Até mesmo ruas dentro de comunidades são fechadas indiscriminadamente pelas forças israelenses. 

“Foi aqui que um colono israelense matou meu filho”. A senhora aponta para um ponto do centro de convivência, que já foi destruído e reconstruído várias vezes e que abriga o único banheiro disponível para a comunidade. As casas tinham banheiro. Mas eles foram destruídos ou absurdamente declarados como zonas militares, tornando-se inacessíveis aos moradores. Sua filha mora em uma casa há poucos metros dali e não pode usar o próprio banheiro nem construir outro sem permissão. Mais: o celeiro, que fica no quintal da casa, foi declarado “zona militar” e trancado, então a família não pode levar os animais para o pasto ou mesmo chegar perto do pequeno barracão. O exército israelense passa por lá uma vez na semana (quando muito) para alimentar as ovelhas e cabras, que estão obviamente morrendo paulatinamente. 

“Um colono entrou na comunidade e atirou na cabeça do meu filho. Meu neto, aquele ali  – aponta para um gurizinho de uns 3 anos – estava no colo dele. Entrou e atirou. Assim. Na frente de todo mundo. Chamamos a polícia que veio, levou o corpo e não puniu o colono. Alguns dias depois ele estava caminhando por aqui normalmente e eu perguntei: ‘Por que você matou o meu filho’? Ele me empurrou ali, eu caí de cabeça em uma pedra e desmaiei. O portão estava fechado e só pude ser levada ao hospital dias depois. Sofri uma concussão e perdi a visão. Quebrei ossos do corpo. Mas nenhuma dor foi igual a de não poder enterrar meu filho. A polícia levou o corpo e não nos deixou velar ou enterrar”, contou. Ela enxugava os olhos no hijab preto, que contornava seu rosto e se fundia ao vestido também preto. Uma mãe em luto há três anos.

Não faltam provas. Todas as comunidades que visitei me mostraram dezenas de vídeos de colonos invadindo, cortando as oliveiras centenárias, subindo à noite nos telhados das casas batendo os pés e cantando músicas, ameaçando botar fogo, e todo o tipo de humilhações e torturas inimagináveis. Em todas as vilas, ouvi que os moradores fazem turnos durante a noite, para que não morram queimados enquanto dormem. 

As violações também são amplamente registradas por organizações de direitos humanos na região. Eu vi as árvores cortadas. Eu vi os animais mortos. Eu fiquei do lado de fora dos portões e levei 4 horas para atravessar poucos quilômetros, porque no caminho havia pontos de checagem com soldados pesadamente armados que me fizeram descer do carro, mostrar meus documentos e passar minha bolsa em detectores. Eu visitei uma escola de crianças palestinas que era proibida de pôr o lixo pra fora e tinha que manter todo ele dentro das classes – não no pátio, dentro das salas – por semanas. 

Enquanto caminhava por um mercado árabe a céu aberto em Hebrom e ouvia histórias de porque os corredores estreitos haviam sido cobertos por grades – para evitar que pedras fossem jogadas do alto, fui cercada, junto a colegas jornalistas e guias palestinos, por um grupo de soldados israelenses usando roupas camufladas e rosto coberto, mais novos que meu filho. Um deles apontou sua metralhadora para nós. 

Ouvi de moradores que a Cisjordânia está virando Gaza. Mas também ouvi que eles não pretendem ir a lugar nenhum, que ali é sua terra há dezenas de gerações, que eles têm resistido. Que uma hora esse massacre vai ter que acabar. “O que eles vão fazer? Matar 7 milhões de nós? Nós não temos para onde ir, aqui é nossa casa”, me disse um senhor, diante das suas oliveiras centenárias queimadas por colonos israelenses.

Bandeira de Israel colocada por colonos no quintal da casa de palestinos em Masafer Yatta, na Cisjordânia
Bandeira de Israel colocada por colonos no quintal da casa de palestinos em Masafer Yatta, na Cisjordânia

Há três anos a Palestina é punida pelo 7 de outubro. Todos os dias. Mas teve uma frase que ouvi de uma mulher que conheci pelo caminho que acho que serve pra nós também, nesse momento da nossa história: 

“O mais difícil é não se tornar um monstro. Não desejar a morte deles como eles desejam as nossas. Enquanto eles passam com tanques sobre bebês em Gaza, eu quero o bem das crianças deles. Esse é um desafio e um exercício diário. Que a indignação nos fortaleça em nossa resistência, mas que não nos torne monstros”. 

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Fisioterapeuta é preso suspeito de manter clínica de estética clandestina em Goiânia

Um fisioterapeuta foi preso em flagrante nesta quarta-feira (7) durante uma operação da Polícia Civil de Goiás que investiga o funcionamento irregular de uma clínica de estética em Goiânia. O estabelecimento, segundo a corporação, funcionava sem autorização sanitária.

A ação foi realizada pela Delegacia Estadual de Repressão a Crimes Contra o Consumidor (Decon), que apura suspeitas de exercício ilegal da medicina, lesão corporal grave e crimes contra as relações de consumo. Ao todo, dois mandados de busca e apreensão foram cumpridos na capital.

Durante uma das buscas, os policiais encontraram o estabelecimento investigado. No local, havia medicamentos vencidos, produtos de uso hospitalar, materiais e equipamentos cirúrgicos, além de receituários em branco e substâncias sem registro na Agência Nacional de Vigilância Sanitária (Anvisa). Um carimbo pertencente a uma médica também foi localizado.

Vigilância Sanitária interditou o estabelecimento

A fiscalização contou com a participação da Vigilância Sanitária, que determinou a interdição da clínica. Entre as irregularidades encontradas estavam a ausência de alvará sanitário e de responsável técnico, além de problemas relacionados às condições de higiene do espaço.

Diante do material apreendido e das circunstâncias verificadas durante a operação, o fisioterapeuta recebeu voz de prisão em flagrante. Conforme a Polícia Civil, ele foi autuado por suspeita de exercício ilegal da medicina, crime contra as relações de consumo e venda ou exposição à venda de mercadorias em condições impróprias para o consumo.

A investigação continua e também busca esclarecer uma suspeita de lesão corporal grave que teria relação com os procedimentos realizados no estabelecimento.

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Leo Messi’s final appearance: Argentina bids farewell to its all-time record scorer

The story coming to an end had it all: surprise and hope, sadness and dismay, the bitterest defeats and the triumphs that brought joy to an entire nation. Twenty-one years ago, Lionel Messi began writing the first page of his story with the Argentina national team, and on Tuesday, October 6, 2026, he will write the last. Between that ill-fated debut against Hungary on August 17, 2005 — when he was sent off 43 seconds after stepping onto the pitch — and the match with Benin that will close his international career, Messi has already become a legend of assured immortality.

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© Icon Sportswire (Icon Sportswire via Getty Images)

Lionel Messi with Argentina in Atlanta, July 7, 2026.
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Luis Har, former Israeli hostage in Gaza: ‘If it had been only up to our government, we would still be there’

Luis Har, at the headquarters of the Hostages and Missing Families Forum in Tel Aviv, in 2024.

Luis Har (Buenos Aires, 73) squeezes in a break during his vacation at a hotel in Eilat, a tourist city on the shores of the Red Sea at Israel’s southernmost tip. It is the clearest evidence of the upheaval — from anonymous citizen to a public figure who travels constantly — his life has undergone since October 7, 2023, when Hamas took him hostage in its massive surprise attack, along with his partner, Clara Marman, and three of her relatives, at a kibbutz near Gaza, Nir Yitshak. All five held dual Argentine and Israeli nationality.

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Amenaza de EE.UU a empresarios argentines

La Embajada de los Estados Unidos en Argentina envió una advertencia a la Cooperativa CALF, principal distribuidora de energía eléctrica de la Patagonia: amenazó con la revocación o denegación de las visas de ingreso a EE. UU. a un total de 18 directivos de la entidad (16 integrantes del consejo de administración y dos síndicos).

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Escríbenos: info@strategic-culture.su

El mensaje de la diplomacia norteamericana busca interrumpir las negociaciones entre la cooperativa neuquina y la tecnológica china Huawei para construir un data center regional con equipamiento de esa firma.

Según trascendió, la intromisión de Washington responde a cuestiones de seguridad nacional y geoestrategia, debido a que la administración de Donald Trump considera a Huawei una amenaza ligada al Partido Comunista y al Ejército del gigante asiático, susceptible de ser utilizada para espionaje. A esto se le agrega la proximidad a Vaca Muerta. Temen que la posibilidad del crecimiento de la infraestructura tecnológica china impacte sobre el yacimiento, donde operan inversores estadounidenses como Chevron y Continental Resources…

Publicado originalmente por  Pagina12

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Spanish-Argentine expedition to verify whether a geoglyph located in the Andes via Google Earth is genuine

Traces of the geoglyph on the Tigre range in the Andes.

The Dictionary of the Spanish Language explains that a geoglyph is a “large figure on slopes or in wide plains, carved directly into the ground or made with stones, especially by prehistoric peoples.” Of all those located worldwide, the most famous are the Nazca lines (Peru), which have been declared a UNESCO World Heritage Site. They are visible only from surrounding mountains or from the air, which gives them an aura of mystery. Now, a group of researchers from Argentina and Spain will study a structure that could be a geoglyph discovered last year at about 3,000 meters above sea level in the Tigre mountain range (Argentina) and which was found by mountaineer Carlos Gobbi while consulting Google Earth. A joint expedition will attempt to examine it in situ in December.

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Google Earth image of the potential geoglyph that was located.Stone structures located in the Tigre mountain range.
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Dusklands

Celebrated novelists J.M. Coetzee and F.M. Siccardi recently published a co-written book, Un mal salvaje (A Savage Evil), about their experiences coming of age in South Africa and Argentina, respectively. Both states were created by colonial forces that all but wiped out indigenous populations and cultures. This excerpt juxtaposes the authors’ childhood memories of life in the shadow of genocide, though neither would have known to call it that when they were young. In particular they recall the workers on their families’ land—men they somehow knew both intimately and not at all:

Freek did not see himself as a tragic figure, did not even see himself as a survivor. To see yourself as a survivor of the past you must have a firm conception of that past, you must know where you come from; and Ros and Freek had no such historical consciousness. First, they were illiterate. Second, it was of the essence of the genocide which they had survived that communal memory was erased.

If I were magically able to return to the 1950s and tell Freek about the Khoi who had pastured their stock at the Cape for hundreds or perhaps thousands of years before the Dutch came and laid waste to their society, about a people who were his ancestors, he would have thought it was just a story I was making up. Genocide is not just the destruction of a people, it is also the obliteration of that people’s store of memories and, with it, the destruction of their ability to see themselves historically.

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The 140 minutes of horror in the murder of a Mexican musician and his family

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On the way back home, Jonathan Meléndez began to feel nervous. He called home and nobody answered. Uneasy, he called the security booth at the housing complex where he lived, and asked them to buzz the apartment through the intercom to see if anyone picked up. On his phone he opened the app that gave access to his Alexa, a smart-home device that allowed him to view the camera feed, speak through his phone and have his voice play on the device’s speaker… But there was nothing. It was after 7 pm. The friend riding with Meléndez in the car says he became concerned by then. Something happened in the following minutes, something Jonathan saw on the Alexa footage, or perhaps someone finally answered the phone, because at 7.20 pm he called the building security supervisor and asked him to call the police: “He told me his business partner was armed.”

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Argentina Again States Its Claims to the Malvinas Islands

On September 3, 2026, Argentine President Javier Milei addressed the nation on the issue of the Malvinas (Falkland) Islands. This programmatic speech is noteworthy be-cause Milei had previously taken a more cautious position on the islands and advocated resolving the long-standing territorial dispute with the United Kingdom through diplomatic means. However, in this address, the […]
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Milei at the UN: Argentina as the ‘promised land’ for capital, AI, and Israel

Far-right Argentine President Javier Milei addressed the 81st session of the United Nations General Assembly on September 23, giving a speech which provoked strong reactions. The South American head of state also participated in a series of high-level meetings.

One of his most quoted lines from his New York City trip has been: “Argentina is the new promised land.”

This is not the first time Milei has used religious concepts and ideas from the Judeo-Christian tradition to explain his political stance, but it is the first time the Argentine president has equated his country, in economic and political terms, with the land of Abraham and his descendants.

This is even more telling when one considers Milei’s extremely close relationship with Israel and ardent defense of its policies of war and genocide across West Asia, as well as the admiration he professes for the Jewish religion.

Milei also emphatically underscored this during his address to the UN General Assembly: “We also made a geopolitical choice: we have unambiguously aligned ourselves with the West … We condemn the Iranian regime’s attacks on the State of Israel.”

And this is an indisputable fact. Since the beginning of his term, Milei has not only aligned himself with the geopolitical interests that the Trump administration has vigorously pursued, but has also become one of Israel’s staunchest allies in the region.

This is quite impressive, considering that President Noboa in Ecuador, De la Espriella in Colombia, and others have also expressed a kind of unwavering alliance with Tel Aviv.

That is why Milei has not limited himself to diplomatic rhetoric, but has pulled the strings of power to designate Iran’s main military force (currently in conflict with Israel and the United States) as a terrorist organization.

“We declare the Iranian Revolutionary Guard a terrorist organization, just as we continue to seek justice for the two attacks we suffered on Argentine soil in 1992 and 1994,” Milei said at the UN, referring to two attacks in Argentina against the Israeli Embassy and the Argentine Israelite Mutual Association (AMIA). The Argentine justice system, advised by Israel and the United States, identified Hezbollah and Iranian citizens as the perpetrators.

Free-market capitalism and Artificial Intelligence

Another topic Milei addressed during his appearance was his staunch defense of free-market capitalism in which the state plays a minimal role: “We do not want to lose again; that is why we embrace free-market capitalism.”

In this regard, Milei once again highlighted his government’s strong support for artificial intelligence companies and the tycoons behind them. It should not be forgotten that the Argentine government signed a working and information-sharing agreement with Palantir, whose co-founder, Peter Thiel, purchased a property on Argentine soil.

This is clearly part of Milei’s neoliberal agenda to attract investment from major foreign capitalists, among whom the owners of technology companies (who are so interested in resources such as lithium, copper, and others that abound in South America) currently stand out.

However, recent statements by former employees of these companies regarding the danger that the development of AI poses to humanity have created some unease around the world. But Milei says that this is precisely the time to move forward: “Prudence does not mean fear, and what’s more, fear should under no circumstances automatically lead to obedience … where many see a threat, we see a frontier.”

Criticism of the UN

Probably one of the most important aspects highlighted in Milei’s speech was his harsh criticism of the UN and its role in current geopolitics: “Today, unfortunately, it is time to acknowledge that this sacred pact has, in fact, been broken.”

But not content with merely pointing out the shortcomings, Milei asserted (very much in line with Trump) that the UN has become a venue for certain people to amass wealth: “It has become a useless organization that serves only to feed a caste of fatally arrogant parasites disguised as well-meaning bureaucrats.”

Hence, he asserted that resolutions ultimately have no real effect on policy. He cited the example of the Malvinas Islands, a territory disputed with the United Kingdom: “What good is a resolution if, for decades, the other party can act contrary to it, and that resolution remains intact in the archives but is powerless in the face of reality?”

Criticism of Milei’s speech

Milei’s statements, while applauded by his supporters, have drawn widespread criticism in Argentina. Much of the criticism has focused on the fact that Milei now seems to staunchly defend Argentina’s right to control the Malvinas Islands, whereas in the past he was cautious and even reluctant to adopt a patriotic stance against the United Kingdom – something both the Argentine left and right have done. “We’re surprised that Milei now remembers when he used to talk about self-determination,” said Axel Kicillof, governor of the province of Buenos Aires.

Likewise, critics pointed out the apparent contradiction in Milei’s rhetoric between extolling the right to self-determination and aligning himself with the interests of Washington and Tel Aviv: “Milei’s stance doesn’t surprise me. The truth is that this line of subservience—and I say this very clearly—is directed at Trump and Netanyahu. Even the terminology is consistent with what Trump proposed and his ideas on the deregulation of artificial intelligence, as well as his view that Argentina’s natural resources are available to anyone who wants to take them,” said Kicillof.

Regarding Milei’s economic rhetoric, Patria Grande leader Juan Grabois said: “Besides being an ignorant imbecile, besides being a lobotomized parrot who parrots Trump, besides plagiarizing Gramsci without knowing he’s “a filthy communist,” what Milei is saying is that we’re basically going to hand over our territory, critical minerals, energy, and national sovereignty to the technocracy.”

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Lionel Messi to bid farewell to Argentina national team with a final match in Buenos Aires: ‘The last tango of the world’s best player’

A story that had it all, from painful defeats to everlasting victories, will come to an end. It will happen on October 6, when Lionel Messi plays his final match with the Argentina national team. That day the Albiceleste will face Benin in Buenos Aires in a friendly. “The last tango of the world’s best player,” said the president of the Argentine Football Association (AFA), Claudio Tapia.

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© Hannah McKay (REUTERS)

Lionel Messi celebrates Argentina's victory at the Qatar 2022 World Cup.
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Wie Deutschland zum größten Unterstützer von Staatsterrorismus und Völkermord wurde

Die Bundesregierung verkündet sehr stolz immer wieder zwei Dinge: Erstens, dass die Sicherheit Israels deutsche Staatsräson sei, womit die Bundesregierung auch begründet, dass sie Israel Waffen verkauft und viele Waffensysteme sogar schenkt, und zweitens, dass Deutschland der größte Unterstützer der Ukraine ist. In beiden Fällen liefert Deutschland Waffen an Krieg führende Länder, wobei das noch […]
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The Terms and Conditions of a Place Where I’ll Belong

In this essay at Panorama: The Journal of Travel, Place, and Nature, writer and professor Samuel Autman reflects on tourism and privilege, especially in a time of xenophobia; traveling as a Black queer American; and the idea of not fully belonging wherever he goes. The sections in Autman’s piece are organized as terms and conditions in a legal agreement, reminding us that when we cross borders, we navigate different cultural and social scenarios, written and unwritten rules, and people who view us as foreign—no matter how at home we might feel.

I found myself asking harder questions about the young men around him, about the relationships, the patronage and the blurred line between generosity and dependency. Mark had paid for many of them to study law, medicine or business. He had even helped one man living in the United States without legal status by paying for him to attend a Spanish-language school.

None of it suggested scandal or anything obviously illegal. But parts of it no longer sat comfortably with me.

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