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Il dietro le quinte del vertice che può evitare il suicidio economico finale dell'Europa

Pechino ha ospitato un faccia a faccia ad altissima tensione, almeno nelle premesse. Maros Sefcovic e Wang Wentao si sono seduti al tavolo dei negoziati per la seconda riunione del meccanismo di consultazione su commercio e investimenti, una piattaforma lanciata nel giugno del 2026. La stampa internazionale non aveva usato mezzi termini alla vigilia dell'incontro: per Euronews la posta in gioco era "più alta che mai", mentre il South China Morning Post parlava di "ultima possibilità" per dimostrare che il dialogo non fosse un vicolo cieco.

Il nodo della discordia ha un nome ben preciso, ovvero i veicoli ibridi. Bruxelles aveva chiesto a Pechino un taglio volontario delle esportazioni, ricevendo un secco no. Dietro le auto si nasconde il vero fantasma che aggira i corridoi delle istituzioni europee, rappresentato dall'enorme surplus commerciale cinese. A questo si aggiunge una dipendenza strategica quasi totale, arrivata al novanta per cento, dalle terre rare cinesi, una leva che Pechino ha iniziato a premere con forza già dal 2025. Dall'altra parte della barricata, le aziende di Pechino chiedono garanzie reali per i propri investimenti nel Vecchio Continente, spesso bloccati o commissariati in nome della sicurezza nazionale.

Sergey Lukonin, esperto dell'Accademia delle Scienze russa, legge la mossa di Sefcovic come un voler sondare il terreno. L'Europa vuole alzare dazi sugli ibridi per blindare il suo mercato, ma teme le ritorsioni. La risposta cinese, spiega l'analista, passerebbe tradizionalmente dal blocco delle forniture di terre rare, anche se è difficile immaginare una guerra commerciale feroce come quella che Pechino sta combattendo con Washington. Di simile avviso è Yulia Melnikova, che vede nella ripresa dei tavoli un segnale positivo, ma avverte che trovare una soluzione sistemica resta un'impresa ardua. Gli obiettivi sono opposti e manca quella spinta politica necessaria per tornare a parlare di investimenti.

Contro ogni pronostico, dal vertice di giovedì e venerdì è emerso un consenso articolato in sedici punti. Non si tratta solo di buone intenzioni. Sul fronte delle terre rare e dei magneti permanenti, la Cina ha aperto a un canale verde per facilitare le licenze di esportazione verso l'Europa. È stato introdotto anche l'obbligo di preavviso prima di inserire nuovi prodotti nelle liste di controllo, una mossa pensata per evitare errori di valutazione e stabilizzare i mercati. Anche sul nodo degli ibridi si è trovato un compromesso, concordando di raggiungere un'intesa nel rispetto delle regole del Wto, sbloccando così una disputa che sembrava incistita.

I numeri ricordano perché nessuno dei due può permettersi il lusso di rompere davvero. Nel 2025 lo scambio di merci ha superato gli ottocento miliardi di dollari, con le due economie che rappresentano insieme un terzo della produzione globale. Come sottolineano i comunicati cinesi, vige ancora il vecchio paradigma dei "surplus commerciali in Cina e profitti in Europa". Pechino non perde l'occasione per bacchettare Bruxelles, invitandola a non cedere al protezionismo e a non farsi trascinare dall'onda lunga delle sanzioni a stelle e strisce.

L'appello è chiaro: l'Europa dovrebbe provare a mantenere almeno una parvenza di residua autonomia strategica ed evitare "l'eccessiva securitizzazione delle questioni economiche".

Il calendario segna già i prossimi appuntamenti, con una videoconferenza ministeriale fissata per gennaio e un nuovo vertice previsto per marzo 2027. Ma la vera partita non si gioca sulle date. Il rischio che Bruxelles sta correndo ha i contorni netti di un suicidio annunciato. Dopo aver reciso di netto i ponti con Mosca, sacrificando decenni di interdipendenza e mandando in frantumi il proprio tessuto industriale, l'Europa sembra ora intenzionata a gettarsi a capofitto in un nuovo, logorante scontro con Pechino.

Una fuga in avanti che ignora una realtà dei fatti ben più crudele. Invece di cercare il conflitto, il Vecchio Continente avrebbe tutto l'interesse a guardare alla Cina non come a un avversario da contenere, ma come a un indispensabile punto d'appoggio strategico. Un contrappeso fondamentale per arginare le continue ingerenze e le manovre egemoniche di Washington, che da tempo dettano l'agenda economica globale a colpi di dazi e protezionismo. La scelta, ormai, è obbligata per Bruxelles: diventare come esorta la Cina "partner che costruiscono fiducia reciproca piuttosto che rivali sistemici", o affondare insieme alle proprie contraddizioni.

 

Trump annuncia la tregua energetica tra Russia e Ucraina: nuova rottura con Zelensky

Una tregua energetica tra Russia e Ucraina entra immediatamente in vigore, almeno stando all’annuncio del presidente statunitense Donald Trump. L’11 ottobre, il capo della Casa Bianca ha dichiarato che le due parti hanno raggiunto un’intesa per fermare gli attacchi nel settore energetico, avvertendo: «Con effetto immediato, viene dichiarata una tregua energetica nella guerra tra Russia e Ucraina. Entrambe le parti hanno raggiunto un accordo. Non rompetelo!». L’annuncio arriva in un momento particolarmente delicato, segnato dal progressivo deterioramento dei rapporti tra Washington e il regime di Kiev. A innescare le tensioni è stato soprattutto l’accordo tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin per la fornitura di centinaia di migliaia di tonnellate di diesel russo ai mercati statunitense e internazionale.

Un’intesa che ha portato Washington a sospendere temporaneamente alcune restrizioni sulle forniture di questo combustibile, mentre Mosca ha annunciato l’allentamento del divieto di esportazione. La decisione ha provocato la reazione indignata di Volodymyr Zelensky, che ha contestato apertamente la scelta USA, sostenendo che simili rapporti con la Russia «non porteranno pace né alcun beneficio al mondo civilizzato». «La pace non arriva mai grazie alla debolezza», ha dichiarato il leader ucraino. Ma dietro lo scontro diplomatico si nasconde una divergenza sempre più evidente sulle modalità di conduzione del conflitto. Durante un incontro a Miami, durato otto ore, i negoziatori statunitensi avrebbero esercitato pressioni sulla delegazione ucraina affinché Kiev rinunciasse agli attacchi contro le raffinerie russe. Secondo quanto riportato da fonti ucraine, gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero persino minacciato di interrompere la condivisione di informazioni d’intelligence considerate essenziali per le operazioni militari ucraine. La delegazione di Kiev avrebbe appreso dell’accordo sul diesel russo durante i colloqui, reagendo con sorpresa e interrompendo anticipatamente la visita.

Un alto funzionario ucraino avrebbe descritto la situazione come una trappola, segno della crescente diffidenza nei confronti delle iniziative di Washington. Trump, dal canto suo, ha criticato ripetutamente gli attacchi ucraini alle raffinerie russe, collegandoli all'aumento dei prezzi dei carburanti in una fase di tensione sui mercati energetici. Il presidente statunitense è arrivato anche a suggerire che l’Ucraina possa avere bisogno di una nuova leadership. Zelensky, tuttavia, non sembra intenzionato a cedere. «L’Ucraina sarà pronta a fermare gli attacchi alle raffinerie russe quando la Russia smetterà di attaccare le nostre infrastrutture energetiche», ha affermato, confermando al contempo la richiesta agli alleati di ulteriori sistemi di difesa aerea, munizioni e armamenti a lungo raggio. Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha sostenuto che il presidente ucraino dovrebbe dimostrare una concreta disponibilità ai negoziati di pace, anziché chiedere agli alleati di aumentare la pressione sulla Russia e rafforzare il sostegno militare a Kiev. La tregua annunciata da Trump rappresenta dunque un possibile tentativo di contenere l'escalation in un settore strategico per entrambe le economie.

Resta però da verificare se l’intesa si tradurrà in una sospensione effettiva degli attacchi o se le divergenze sulle condizioni del cessate il fuoco finiranno per comprometterla. La vicenda mette inoltre in luce una contraddizione sempre più difficile da ignorare: mentre Washington cerca di proteggere i propri interessi energetici e contenere le conseguenze economiche della guerra, Kiev continua a puntare sul sostegno militare occidentale e sulla pressione contro Mosca per ottenere nuovi fondi e forniture di armamenti. Due strategie che, almeno per il momento, appaiono sempre meno conciliabili.

Homem e mulher são baleados em ataque durante passeio em parque de Anápolis

11 October 2026 at 15:40

Um homem e uma mulher foram baleados durante uma ocorrência na noite de sábado (10/10), no Parque Calixtópolis, em Anápolis. As vítimas foram socorridas com vida, encaminhadas ao Hospital Estadual de Anápolis Dr. Henrique Santillo (Heana) e submetidas a cirurgias. Até a publicação, não havia informações atualizadas sobre o estado de saúde dos dois.

Uma moradora ouviu vários tiros e relatou ter visto um homem armado atrás de uma mulher. Ao acionar a Polícia Militar (PM), ela informou que havia uma pessoa ferida na rua. No local, os policiais encontraram moradores reunidos e as duas vítimas próximas a um caminhão branco.

O homem estava sentado em uma cadeira ao lado do caminhão, enquanto a mulher permanecia caída no chão, consciente e com ferimentos no tórax. Duas equipes do Serviço de Atendimento Móvel de Urgência (Samu) prestaram atendimento e transportaram ambos ao Heana, onde passaram por procedimentos cirúrgicos.

A Polícia Científica (PCI) realizou perícia na área, e a Polícia Civil (PC) recebeu a comunicação do caso para investigar a tentativa de homicídio. As autoridades ainda não divulgaram a identidade do suspeito nem a motivação do ataque. A apuração também esclareceu que os ferimentos ocorreram durante uma única ocorrência, embora os chamados iniciais tenham sido tratados como casos separados.

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Papa Leão XIV vai ser operado a um nódulo no pulmão

11 October 2026 at 11:34
"Foi detetado numa fase muito inicial e bem localizado", afirmou o representante da Igreja Católica, que vai passar por uma cirurgia "nos próximos dias" para a remoção do nódulo.

© JOÃO PORFÍRIO/OBSERVADOR

Leão XIV falou aos fiéis na tradicional missa de domingo na Praça de São Pedro

Il "giuda" Trump: le esilaranti reazioni dei giornali italiani che tremano per la pace

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

11 ottobre. Beato lui, che può dire tutto quello che vuole; sia santificato il nome di Carlo Calenda, che può mettere nero su bianco che «Trump è un servo di Putin»; che è libero nelle sue parole, che può esternare apertamente tutto ciò che pensa – anche se, diciamocelo, tale verbo, nel caso umano concreto, pare eccessivo – e non deve tenere a freno la lingua o annacquare in leziose e asettiche circonlocuzioni tutto il nostro sentire euroliberale. Sia lode a Carlo Calenda che, in tutta serietà (?), può sostenere che «l'Ucraina è un paese libero e sovrano». Ah, come vorrebbero innalzarlo a proprio idolo, Carlo Calenda, nelle redazioni torinesi, romane, milanesi e poterne seguire l'esempio di combattente “libero e sovrano”, difensore di quel vallo anti-autocratico quale l'Ucraina nazigolpista, «che non si sottometterà al volere di un dittatore e di un aspirante tale». E invece no; devono in qualche modo render conto di quei cento o duecento euro (le valutazioni sono al ribasso, disgraziatamente) con cui vengono quotate quelle cinquanta-sessanta righe in cui loro, poveri cristi, sono costretti a allungare lo stesso “pensiero” esternato da Calenda in appena sei parole, di cui due nomi propri e un predicato nominale.

Zelenskij «avrebbe potuto porre fine alla guerra molte volte, ma non lo fa. Crea problemi al mondo intero», ha dichiarato Donald Trump il 10 ottobre; «Penso che sia ora che l'Ucraina scelga un nuovo presidente. Propongo che l'Ucraina abbia un nuovo leader che sappia negoziare. Per qualche ragione, Zelenskij non conclude mai accordi».

Donald Trump «è un servo», sintetizza mirabilmente Calenda; ma ecco che il signor De Feo, su Repubblica, si vede costretto ad “argomentare” che «il deal economico tra la Casa Bianca e il Cremlino offre al russo una via di uscita. Ma in gioco ci sono le democrazie europee»: “democratiche” per assunto. E il signor Giuseppe Sarcina, sul Corriere della Sera, condensando le ultimissime dichiarazioni del presidente USA sul nazigolpista-capo ucraino, secondo cui «È ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente, tante volte lui avrebbe potuto fermare la guerra ma non lo ha fatto», azzarda cautamente che il povero Zelenskij sarebbe ridotto a «capro espiatorio» delle romanzine del «tycoon». E poi, parlando del cosiddetto “patto del diesel”, mordendosi la lingua per non sublimare il succinto verbum calendiano, lo allunga in una cinquantina di parole, scrivendo che ora Trump «ha concluso un accordo con il bersaglio di quella legge» che, meno di un mese fa, penalizzava le esportazioni energetiche russe: falso e fedifrago, avrebbe volentieri aggiunto il signor Sarcina all'indirizzo di Trump, se non ci fosse stato a fermarlo il dovere di quell'eleganza da gentleman che è d'obbligo nelle redazioni, in riferimento a fatti e personaggi d'oltreoceano. Ma, soprattutto, lamenta l'articolista, dopo il “deal”, c'è da attendersi che sul vecchio continente «avrà ancora più voce chi sostiene quanto sia necessario riprendere a comprare idrocarburi dalla Russia»: maledetti disertori; ma l'epiteto non l'ha aggiunto. Ah, che disdetta non poter essere un Calenda di redazione: per obbligo di bon ton, l'appellativo di “servo” si è costretti a diluirlo con il “ragionamento” che «L’intesa sul diesel rappresenta un altro passo nel percorso di riabilitazione completa di Putin... Nei piani della Casa Bianca, lo sdoganamento del leader russo dovrebbe culminare in un dialogo a tre, da avviare con Xi Jinping, nel vertice del G20, il 14 e 15 dicembre a Miami. Una specie di “cupola” che taglierebbe fuori l’Europa». Infido e doppiogiochista, lo definirebbe volentieri il signor Sarcina, aggiungendo che a Trump è successo ciò di cui parlava Cesare nel De Bello civili: gli è cioè «capitato ciò che di solito accade a uomini pervicaci e arroganti: tornare sulle proprie decisioni e desiderare ardentemente ciò che prima avevano disprezzato». Ma non si può dire così apertamente, e allora lo si conserva nel profondo del proprio sentire euroliberale.

È così anche per la signora Anna Zafesova che, su La Stampa, vezzeggia il proprio beniamino nazigolpista e gli fa ripetere, indirettamente, le odi francescane di Calenda: Zelenskij dunque «libera la rabbia, dicendo che “proprio mentre stiamo parlando di pace gli Usa decidono di dare a Putin soldi per finanziare la sua guerra”». Sì: proprio un «servo di Putin» di calendiana omelia. Un “servo” che, si sottintende, appare incapace di intendere, tanto che il nazigolpista speaker della Rada, Ruslan Stefanchuk, con gran giubilo della signora Zafesova, si sente in dovere di ricordare a Trump «le parole dell’ex segretario generale della Nato, l’italiano Manlio Brosio: “I russi sono dei bugiardi. Dei grandi attori che mentono e recitano perché credono sia loro dovere. Non ci si può fidare”». Dunque, non semplicemente “servo”, ma addirittura “sciocco” come Arlecchino, che si lascia gabbare dai russi, di cui «non ci si può fidare»: ecco come dare colorazione “letteraria” e giornalistica allo stringato e diretto epigramma calendiano. Oltretutto, enfatizza la signora suddetta, a Trump non va poi così bene, dal momento che Zelenskij ora «appare molto meno conciliante, anche perché lo smacco è stato inflitto anche agli europei, che ormai fanno fronte comune con gli ucraini nei colloqui con gli Usa». Ecco il punto: un “autocrate zarista”, un “dittatore” della novella dinastia Shang e un “aspirante tale” danno vita a una «cupola» che spodesta la “famiglia perdente” europea.

Ma niente paura: a scorno del «servo di Putin», scrive la signora Zafesova, Zelenskij «ieri ha promesso che gli attacchi ucraini continueranno, facendo infuriare Trump che è tornato a chiedere la sua rimozione... il leader statunitense è tornato ad accusare Zelensky di essere l’ostacolo principale alla pace».

Dunque, quell'innominabile «servo di Putin», si accanisce contro il pupillo delle cancellerie europee e «Trump contro Zelensky: "E' ora che l'Ucraina si scelga un nuovo presidente", titola Repubblica, specificando che è stato un «attacco pesantissimo quello di Trump contro il presidente ucraino Zelensky all'indomani dell'accordo con Putin per la vendita del gasolio russo agli Usa e al resto del mondo. "Gli ho detto che può attaccare tutto ma non le raffinerie e lui continua a farlo. Avrebbe potuto fare un accordo e chiudere la guerra tante volte ma non ha voluto. E' ora che l'Ucraina si scelga un nuovo presidente"». Infedele agli ordini di un autocrate asiatico.

Che attacco ai “valori liberali” incarnati dalle “democrazie europee” e calpestati da una «cupola» di “tiranni”! Basta: «L'UE e l'Italia devono avere il coraggio di rispondere a Trump con tutta la durezza che merita», è il grido di guerra di Carlo Calenda.

In effetti, anche l'Europa ha avuto il benservito a Miami, quando la delegazione dei nazigolpisti ucraini si è alzata dal tavolo delle trattative, dopo il suggerimento di Trump a Zelenskij di dedicarsi a qualcos'altro. Perché, ricorda Kirill Strel'nikov su RIA Novosti, anche i "partner europei" erano presenti ai negoziati falliti con gli americani e avevano come unico obiettivo quello di esercitare la massima pressione economica per paralizzare la macchina bellica del Cremlino. Ma qualcosa è andato storto, dice Strel'nikov e ora Kaja-Fredegonda-Kallas, si lamenta che «la sospensione delle sanzioni sul gasolio russo fornirà a Mosca ulteriori entrate per finanziare la guerra». Altro che «servo di Putin»: qui siamo all'aperta collusione col nemico, alla maramaldesca intelligenza con lo straniero, di cui parlerebbero volentieri le guerrafondaie redazioni italiche, se non fosse per l'obbligata deferenza verso l'America.

Ci pensano i bellicisti delle cancellerie europee a battere una mano sulla spalla al nazigolpista-capo: in una conversazione telefonica, il premier britannico Andy Burnham ha ribadito la sua «piena solidarietà» a Zelenskij, ha riconosciuto che la giornata appena trascorsa è stata «difficile per l'Ucraina» e, insieme, hanno ribadito la necessità di mantenere la pressione sulla Russia. The Guardian scrive che l'accordo sul diesel mina la pressione finanziaria dell'Occidente su Moskva degli ultimi quattro anni e costringe gli alleati di Kiev UE-NATO ad accrescere le sanzioni. Così, il 12 ottobre i ministri degli esteri UE intendono approvare il più grande pacchetto di sanzioni dall'inizio della guerra, «mirato alla macchina militare russa», ha detto Kallas. In barda a quel traditore di Trump, che fa accordi col nemico, sospende le sanzioni e che, alla stregua del giovane cosacco Andrej, passato nelle file polacche, meriterebbe per questo la fine riservatagli dal padre Taras Bul'ba, ecco però che il rappresentante ufficiale del governo tedesco, Stefan Cornelius, ha dichiarato che Berlino «resta impegnata nelle sanzioni imposte alla Russia e lavora coi partner europei su ulteriori sanzioni, mentre il sostegno all'Ucraina resta incrollabile». E il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha espresso «rammarico» per l'accordo USA-Russia. Polonia e Paesi baltici hanno caratterizzato le mosse di Trump come «un colpo alla schiena della sicurezza comune europea». Giuda Iscariota, che vende per trenta barili di petrolio il figlio di dio di casa a Bruxelles, griderebbero di buon grado da Berlino, Londra, Parigi.

Di tutt'altro tono, ovviamente, il commento del rappresentante speciale presidenziale russo Kirill Dmitriev a proposito delle parole di Elon Musk su Vladimir Zelenskij, che sarebbe andato “troppo oltre”: quel commento segna «un punto di svolta», ha detto Dmitriev.

C'è bisogno di aggiungere qualcosa?

"Mica sono trotzkisti": perché l'Occidente non ha ancora capito la strategia di Mosca e Pechino

 

di Laura Ruggeri*

 

Noto che tra molti commentatori occidentali permane un fraintendimento di fondo su come Mosca e Pechino concepiscono il cambiamento dell'ordine globale. 

Ad esempio, quando Putin descrive l'attuale transizione verso il multipolarismo come "un movimento emancipatore e anticoloniale contro l'egemonia unipolare", non sta annunciando una crociata e neppure la nascita di una nuova Internazionale. Mica è un trotzkista.

Il risveglio del Sud Globale non è guidato da un "consiglio rivoluzionario" composto dai leader di Cina, Iran e Russia. Questi sono i deliri di qualche minus habens occidentale. Si tratta invece di un processo storico e tettonico, dettato dalla natura stessa delle cose e dalle contraddizioni dell'imperialismo americano.

Putin non è un ingenuo e non soffre di volontarismo. Sa perfettamente che un'egemonia sistemica e militarizzata come quella americana non collassa dall'oggi al domani, ma si erode lentamente attraverso il suo stesso sovraccarico (l'overstretch imperiale). Il compito di paesi come la Cina e la Russia non è "esportare la rivoluzione", ma resistere, offrire un'alternativa di sovranità e un modello di relazioni eque e paritarie tra i paesi.

La Russia è un Paese immenso e complesso, attraversato da correnti, forze e interessi che talvolta tirano in direzioni diverse. La priorità assoluta del Cremlino è mantenere la stabilità interna, sia politica che economica, e portare a compimento gli obiettivi dell'Operazione Militare Speciale in Ucraina. Qualsiasi altra ambizione geopolitica è, piaccia o no, subordinata a questa necessità esistenziale. Senza la sicurezza dei propri confini e la tenuta della propria economia, non si va da nessuna parte. 

Conoscendo bene il Paese e avendo osservato da vicino le sue profonde trasformazioni negli ultimi vent'anni, resto fiduciosa. La traiettoria è corretta: gli ostacoli materiali e le sanzioni vengono affrontati e il cambiamento di paradigma è evidente. Tuttavia, questo cambiamento riguarda primariamente la società e l'apparato statale russo. La storia non si accelera con colpi di frusta. Senza una rivoluzione politica, culturale e spirituale (che Cina, Russia e Iran hanno già sperimentato nel secolo scorso)  certi processi storici non si possono forzare, si possono solo accompagnare e indirizzare sui binari giusti.

Questa stessa logica di prudenza strategica è condivisa da Pechino. Le preoccupazioni per la coesione interna e lo sviluppo sono identiche, e nessuno dei due Paesi intende mettere a rischio la propria stabilità per accelerare i tempi della storia. 

Vivendo in Cina, trovo assurdo l'atteggiamento di certi osservatori occidentali o terzomondisti che si aspettano che i cinesi sacrifichino le loro conquiste sociali e economiche degli ultimi decenni per "liberare il mondo". Boh, forse credono ancora che la rivoluzione sia esportabile.

La Cina (così come la Russia nel quadro dei BRICS e dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) è disposta a cooperare, a livello commerciale, diplomatico e tecnologico, con tutti i Paesi che vogliono emanciparsi dal giogo del dollaro e della dittatura occidentale. Pechino rifiuta di stringere alleanze militari di mutua difesa in stile NATO, dove un attacco a uno è considerato un attacco a tutti. Questo modello di alleanze è visto come una reliquia della Guerra Fredda.

L'unica, storica eccezione a questa regola del non-allineamento militare rimane il Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza con la Corea del Nord, firmato originariamente nel 1961. Ma si tratta di un retaggio specifico della Guerra Fredda e non di una nuova dottrina di politica estera. 

*Laura Ruggeri è autrice di "Hong Kong a fuoco" (Lad edizioni, 2026). Post Telegram su @LauraRuHK del 10 ottobre 2026

Lettera aperta a Papa Leone XIV: per fermare il genocidio bisogna chiamarlo con il suo nome

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

Santo Padre,

Le scriviamo da palestinesi, con rispetto per il Suo ministero e con fiducia nella Sua voce. La sera della Sua elezione Lei ha salutato il mondo con le parole del Risorto, «La pace sia con tutti voi», e ha parlato di una pace «disarmata e disarmante». Nella terra in cui quelle parole furono pronunciate per la prima volta, la pace manca da molto tempo. Il nostro popolo, musulmani e cristiani insieme, sta vivendo ciò che la Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite, le principali organizzazioni per i diritti umani e molti dei maggiori studiosi dell'Olocausto e del genocidio hanno chiamato genocidio. Sappiamo che Lei ha detto che la definizione è molto tecnica, e comprendiamo la prudenza che il Suo ufficio richiede. Per le famiglie di Gaza, di Betlemme e di Taybeh, però, non è una questione tecnica. La preghiamo di ascoltarle, di chiamare ciò che vivono con il suo nome e, soprattutto, di agire perché finisca.

Fra cinquant'anni la Basilica della Natività sarà quasi certamente ancora in piedi a Betlemme, e i pellegrini continueranno a chinarsi sotto la sua porta bassa per inginocchiarsi davanti alla grotta. Il Santo Sepolcro continuerà ad attirare folle lungo i suoi gradini consumati a Gerusalemme. Le pietre resteranno. Ma chi percorrerà la Via Dolorosa? Da secoli, il Venerdì Santo, i cristiani di questa terra seguono la croce lungo quelle strade insieme ai pellegrini di tutto il mondo. Oggi molti cristiani palestinesi di Betlemme e di Ramallah hanno bisogno di un permesso israeliano per entrare a Gerusalemme Est a Pasqua, e non sempre lo ottengono. Molto meno certo delle pietre è che, allora, nelle strade intorno a quei luoghi vivano ancora cristiani palestinesi in numero sufficiente da poter parlare di una comunità.

Il sindaco di Betlemme, Maher Canawati, Le ha raccontato di persona, nel settembre 2025, come l'emigrazione stesse svuotando Betlemme e le città vicine delle loro famiglie cristiane. In un solo anno più di mille cristiani palestinesi sono stati costretti a lasciare la loro terra. Li ha chiamati le «pietre vive» della Terra Santa e L'ha avvertita che senza di loro essa sarebbe diventata un museo. L'espressione viene dalla Prima lettera di Pietro: «quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale». Le pietre dei santuari non hanno bisogno di protezione. Quelle vive sì.

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha detto a Roma all'inizio di quest'anno che la presenza cristiana in Terra Santa si è drasticamente ridotta da quando vi è arrivato nel 1990, e che dall'ottobre 2023 almeno cento famiglie hanno lasciato la sola Betlemme. Ne ha indicato anche le cause. I palestinesi, musulmani e cristiani, non possono lavorare, perdono le loro terre e subiscono aggressioni armate e atti vandalici, mentre le loro case vengono devastate, demolite o confiscate. Le demolizioni e le confische sono opera dello Stato e dell'esercito israeliani, le aggressioni dei coloni israeliani. Perfino le tredici scuole cattoliche di Gerusalemme devono lottare ogni giorno per i permessi degli insegnanti che arrivano da Betlemme. La Cisgiordania vive sotto un'occupazione che le principali organizzazioni per i diritti umani, anche israeliane, hanno definito un regime di apartheid: strade chiuse, permessi di lavoro annullati, un'economia al collasso, terre sottratte per gli insediamenti ebraici illegali, attacchi dei coloni condotti con il sostegno costante dell'esercito israeliano. Cristiani e musulmani sono discriminati e perseguitati allo stesso modo, e allo stesso modo vengono costretti a fuggire. Una migrazione forzata imposta a un intero popolo ha un nome: pulizia etnica.

A Gerusalemme Est la pressione passa anche dai documenti. Dal 1967 Israele ha revocato la residenza a migliaia di palestinesi della città. Inoltre, una legge del 2003, rinnovata più volte, impedisce di fatto il ricongiungimento familiare fra chi risiede a Gerusalemme Est o in Israele e un coniuge della Cisgiordania o di Gaza. Una ragazza cristiana di Gerusalemme Est che sposa un ragazzo di Betlemme, a dieci chilometri di distanza, si trova davanti a una scelta: vivere separata dal marito, trasferirsi con lui a Betlemme rischiando di perdere la residenza, cioè il diritto di vivere a Gerusalemme e perfino di tornarvi, oppure lasciare insieme la propria terra. Molte coppie sono costrette a scegliere l'ultima strada. Anche questa è emigrazione forzata, benché non venga mai chiamata così.

In Occidente si parla spesso dei cristiani palestinesi come di una fragile minoranza stretta fra ebrei e musulmani. Non è così che si vedono, e non è questa la loro storia. Sono parte inseparabile del popolo palestinese, per lingua, famiglie, villaggi e terre coltivate da generazioni. Prima del 1948 gli arabi palestinesi, musulmani e cristiani, erano il popolo indigeno di questa terra e la grande maggioranza della sua popolazione, e i cristiani ne erano circa un decimo. Oggi, in Cisgiordania e a Gaza, sono fra l'uno e il due per cento. Nel 1948 circa 750.000 palestinesi furono espulsi o costretti a fuggire, cristiani e musulmani insieme, e lo Stato nato quell'anno non ha mai permesso loro di tornare. Nel 2018 la legge sullo Stato-nazione ha riservato ai soli ebrei il diritto all'autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele, sancendo per legge uno Stato esclusivamente ebraico.

La storia di Iqrit e di Kafr Bir'im lo mostra meglio di qualsiasi statistica. Erano due villaggi cristiani dell'Alta Galilea, uno melchita e uno maronita. Nel novembre 1948 l'esercito israeliano ordinò agli abitanti di andarsene, promettendo che sarebbero potuti rientrare dopo due settimane. Non sono mai tornati. Nel 1951 la Corte suprema israeliana riconobbe agli abitanti di Iqrit il diritto di rientrare, ma il giorno di Natale di quello stesso anno l'esercito fece saltare le case del villaggio. Kafr Bir'im fu distrutto due anni dopo. Le famiglie divennero profughe, nella propria terra o oltre il confine, in Libano. Da allora i loro discendenti tornano a Iqrit per pregare nella chiesa rimasta in piedi e per seppellire i loro morti nel cimitero del villaggio. A Eilabun, un altro villaggio cristiano della Galilea, nell'ottobre 1948 soldati israeliani uccisero una dozzina di uomini e ne espulsero gli abitanti. I cristiani palestinesi hanno vissuto la Nakba come tutto il loro popolo, e da Iqrit nel 1948 a Taybeh oggi il loro sradicamento dalla propria patria non si è mai fermato.

Papa Francesco conosceva questa realtà. Nel maggio 2014, durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa, fece fermare l'auto a Betlemme e pregò in silenzio davanti al muro di separazione. Il giorno dopo, al Notre Dame of Jerusalem Center, il primo ministro Benjamin Netanyahu difese quel muro e gli disse che Gesù, in quella terra, parlava ebraico. Francesco lo corresse: aramaico. Era un dettaglio, ma ricordava che Gesù non appartiene a una sola tradizione. Nel dicembre 2024 Francesco pregò in Vaticano davanti a un presepe arrivato da Betlemme, con Gesù Bambino adagiato su una kefiah. Poche settimane prima aveva scritto che, secondo alcuni esperti, ciò che accade a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio e andrebbe indagato con attenzione. Il 21 dicembre, davanti alla Curia, disse dei bambini bombardati a Gaza: «Questa è crudeltà, questa non è guerra». E fino alle ultime settimane della sua vita telefonò quasi ogni sera alla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza. Quelle chiamate non fermavano le bombe, ma dicevano alle famiglie rifugiate lì dentro che non erano sole. La preghiamo di raccoglierne l'eredità, a cominciare dai luoghi in cui i cristiani palestinesi si sentono oggi più soli.

Gaza è il primo di questi luoghi. Una comunità cristiana di circa mille persone vi ha vissuto i bombardamenti e la fame insieme al resto del suo popolo, e non è stata risparmiata. Nell'ottobre 2023 un attacco israeliano ha colpito il complesso della chiesa greco-ortodossa di San Porfirio, dove si erano rifugiate circa 450 persone, uccidendone diciotto. Nel dicembre successivo una madre e sua figlia sono state uccise nel recinto della parrocchia della Sacra Famiglia da un cecchino israeliano, come ha riferito il Patriarcato latino. Nel luglio 2025 il fuoco di un carro armato israeliano ha colpito la chiesa stessa, uccidendo tre persone e ferendo il parroco. Israele ha parlato di errore. Quella chiesa però era nota a tutti, ospitava da quasi due anni centinaia di sfollati e non era la prima volta che veniva colpita.

Il cosiddetto cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, entrato in vigore il 10 ottobre 2025, non ha fermato il genocidio. Da allora, secondo il ministero della Salute di Gaza, Israele ha ucciso nella Striscia almeno 1.460 palestinesi, e in Cisgiordania, dove dall'ottobre 2023 le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di mille palestinesi, le uccisioni continuano. Nella notte tra il 2 e il 3 ottobre di quest'anno un attacco aereo israeliano contro un edificio residenziale a Gaza City ha ucciso Maysa Khader Ibrahim Abu Daoud e sua figlia Mary Hafez Michel Najjar. Durante i bombardamenti erano state sfollate e avevano trascorso parte del loro tempo aiutando i parrocchiani e le famiglie rifugiate presso la Sacra Famiglia. I loro funerali si sono svolti il 3 ottobre nella chiesa greco-ortodossa di San Porfirio. Lei ha inviato un messaggio di cordoglio a padre Gabriel Romanelli, e quel gesto conta. Ma le parole di cordoglio, da sole, non bastano a fermare le atrocità e a porre fine al genocidio. La comunità di Gaza ha bisogno di protezione.

Il secondo è Taybeh, il villaggio collinare a nord-est di Ramallah che viene solitamente descritto come l'ultima cittadina interamente cristiana della Cisgiordania. I coloni israeliani vi hanno compiuto ripetute incursioni, incendiando automobili e terreni agricoli e avanzando sulle terre da cui dipendono le famiglie del luogo. Nel luglio 2025 i capi delle Chiese di Gerusalemme vi si sono recati insieme dopo gli incendi divampati nei pressi del cimitero e della chiesa bizantina di San Giorgio, appiccati deliberatamente dai coloni secondo le Chiese. Un anno dopo Israele ha dichiarato Taybeh e la vicina Rimon zona militare chiusa, e il 5 agosto alcuni coloni sono entrati nella casa di una famiglia della parrocchia, vi hanno portato le loro pecore e hanno piantato tende sul terreno.

Cinque giorni più tardi padre Bashar Fawadleh, parroco latino di Taybeh, ha detto a Vatican News che la sua gente si sentiva dimenticata e completamente sola, che alcuni erano pronti ad abbandonare tutto, e Le ha chiesto di intervenire. Il 16 agosto, all'Angelus, Lei ha rinnovato l'appello a porre fine alla violenza contro i civili palestinesi in Cisgiordania e ha esortato la comunità internazionale a far avanzare una soluzione a due Stati. Gliene siamo grati. La gente di Taybeh, però, aspettava di sentire il nome del proprio villaggio e il nome di chi la minaccia e la aggredisce. Chiede di essere protetta da chi, in Cisgiordania, uccide i palestinesi e li scaccia dalle loro terre. Ci sono dei responsabili. Non nominarli non protegge chi resta nella propria terra, e non dice la verità su chi ha dovuto lasciarla.

Una famiglia che lascia Taybeh dopo che il suo uliveto è stato incendiato e la strada per Ramallah chiusa non è emigrata nel senso ordinario della parola. È stata spinta fuori, un passo alla volta.

A Betlemme la stessa spinta è più silenziosa. Dopo l'ottobre 2023 i pellegrini hanno smesso di arrivare, alberghi e laboratori di legno d'ulivo hanno dovuto chiudere, e i permessi che consentivano agli uomini di lavorare in Israele sono stati annullati quasi da un giorno all'altro. Il vescovo William Shomali, vicario generale e vicario patriarcale per Gerusalemme e la Palestina, che da anni chiede giustizia, verità e pace per questa terra, ha parlato di un nuovo insediamento israeliano progettato su terre di famiglie cristiane di Beit Sahour, terre alle quali i proprietari non possono più nemmeno avvicinarsi.

Il cardinale Pizzaballa ha descritto questo processo con precisione, e la Santa Sede ne possiede la documentazione, raccolta in buona parte dai suoi stessi giornalisti. Proprio per questo ci permettiamo di segnalarLe un'assenza. Roberto Cetera, per anni corrispondente de L'Osservatore Romano da Israele e dai territori palestinesi, ha raccontato Gaza, l'occupazione, la violenza dei coloni e la condizione delle comunità cristiane con una continuità rara nei media occidentali. Scriveva ancora per il giornale nell'aprile 2026. Nel settembre dello stesso anno veniva presentato come «già corrispondente dell'Osservatore Romano in Israele e Palestina». Non sappiamo perché quel rapporto sia terminato. Sappiamo però che con lui il giornale vaticano ha perso una delle voci che più sistematicamente documentavano ciò che accadeva ai palestinesi, e La preghiamo di far sì che quella testimonianza non venga a mancare.

Non siamo i soli a rivolgerLe questo appello. La rete Preti contro il Genocidio, presentatasi pubblicamente nel settembre 2025, oggi riunisce più di 2.600 membri del clero, sacerdoti europei e americani e di molti altri Paesi, e conta fra i suoi sostenitori cardinali del Sudafrica, del Marocco e del Guatemala. Siamo convinti che siano soltanto una parte di quanti, nel clero, la pensano allo stesso modo senza dirlo pubblicamente. Il 22 settembre di quest'anno circa 150 tra sacerdoti e frati, insieme a un vescovo e a suore, sono partiti in processione dalla chiesa di Santo Spirito in Sassia e hanno percorso via della Conciliazione fino ai margini di piazza San Pietro. Si sono fermati davanti all'Ambasciata dello Stato di Palestina presso la Santa Sede, lo Stato che la Santa Sede ha riconosciuto formalmente con l'accordo del 2015, e lì hanno intonato un canto dedicato a Taybeh. Poi hanno proseguito fino alla sede di Leonardo, il gruppo italiano degli armamenti, portando un sudario con i nomi di 300 bambini palestinesi e libanesi uccisi dopo la proclamazione dei cessate il fuoco.

Quella processione era rivolta a Lei, con affetto filiale. I preti volevano dirLe che senza le parole giuste il genocidio non si fermerà, e che quella di Gaza non è una guerra. Si chiedono perché i cristiani del mondo non ascoltino i cristiani della Terra Santa e non ne sentano il dolore. San Paolo lo aveva scritto ai Corinzi: «se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme». La pregano di andare in Palestina e a Gaza, e di usare la parola genocidio. Chiedono protezione per le comunità cristiane palestinesi. E chiedono che si interrompano i rapporti e i finanziamenti che sostengono questo genocidio, e che Israele sia sottoposto a sanzioni, come tante Chiese fecero per il Sudafrica dell'apartheid.

Il 16 settembre, nel sessantesimo anniversario di Nostra aetate, tre dicasteri hanno pubblicato con la Sua approvazione la Nota «Un cammino di speranza». Sessant'anni fa la dichiarazione conciliare deplorava, «come contraria alla volontà di Cristo, qualsiasi discriminazione tra gli uomini o persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione». La nuova Nota considera ogni persecuzione per motivi religiosi una violazione della dignità umana, riconosce la crescente consapevolezza dell'islamofobia e chiede ai credenti di essere «costruttori di ponti, non di muri». Ammette anche che i conflitti in Medio Oriente hanno messo alla prova i ponti costruiti fra ebrei e cristiani. Quei ponti hanno valore, e nessuno di noi vuole indebolirli. Ma a Betlemme il muro di separazione è ancora lì, e i cristiani palestinesi vivono dall'altra parte.

La Santa Sede ha fatto bene a non aderire al Board of Peace e a ricordare che le crisi vanno gestite nel quadro delle Nazioni Unite. Può fare ancora molto. È uno Stato sovrano, con piene relazioni diplomatiche con Israele stabilite dopo l'Accordo Fondamentale del 1993 e un accordo con lo Stato di Palestina firmato nel 2015. Dispone di conferenze episcopali in ogni Paese che arma Israele o commercia con esso, di università cattoliche, ospedali e scuole in tutta la regione, e di un pulpito che raggiunge più di un miliardo di persone. Le Scritture che la Chiesa annuncia ogni giorno sono chiare. Gesù stesso, a Nazaret, annunciò la sua missione con le parole di Isaia: era stato mandato «a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). E la lettera di Giacomo avverte che dire a un fratello senza cibo «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», senza dargli il necessario, non serve a nulla, perché la fede, «se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta» (Gc 2,16-17).

Per questo, perché i cristiani palestinesi possano restare nella loro terra, con il loro popolo e con dignità, Le chiediamo con rispetto alcuni gesti concreti. Le chiediamo di andare in Palestina e a Gaza, come ha fatto il cardinale Pizzaballa, e di pregare con quelle comunità nelle loro chiese. Di sollevare formalmente presso il governo israeliano ogni attacco a Taybeh, a Betlemme e a Gaza, la revoca delle residenze a Gerusalemme Est e il divieto di ricongiungimento familiare. Di chiedere ai vescovi d'Europa e del Nord America di impegnarsi con forza presso i propri governi sulla violenza dei coloni e sul commercio con gli insediamenti illegali. La preghiamo di invitare un cardinale a trascorrere la stagione della raccolta delle olive a Taybeh, accanto a quelle famiglie. E La preghiamo di ascoltare i Suoi preti quando chiedono misure economiche e diplomatiche capaci di fermare il genocidio. Un'istituzione che ha negoziato con Napoleone e con il blocco sovietico è perfettamente capace di fare tutto questo.

Sappiamo che il passo più difficile è quello dal lamento all'azione, ma è quel passo che oggi serve. Condannare non basta, quando una chiesa è stata incendiata o bombardata, quando dei cristiani sono stati uccisi, quando sacerdoti e religiosi vengono insultati, umiliati e molestati. Le condanne non hanno fermato nulla di tutto questo. Un monastero vandalizzato produce dichiarazioni nel giro di poche ore. Un posto di blocco chiuso, una terrazza di ulivi confiscata, una carta d'identità revocata, una strada per i coloni tracciata attraverso la terra di famiglie cristiane non producono nemmeno quelle. Eppure, nell'arco di vent'anni, faranno molto di più per svuotare la Terra Santa dei suoi cristiani di qualunque incendiario.

La presenza dei cristiani palestinesi conta anche per un'altra ragione. Da anni lo Stato israeliano usa l'islamofobia come uno strumento di guerra. Presentare ciò che accade in Palestina come uno «scontro di civiltà», l'Occidente giudaico-cristiano contro l'Islam, trasforma un popolo a cui è stata tolta la terra in una minaccia da contenere. È proprio l'islamofobia che la Nota vaticana del 16 settembre su Nostra aetate chiede di riconoscere e di respingere.

Per questo La invitiamo a diffidare di una formula molto usata in Occidente, la «tradizione giudaico-cristiana». È una costruzione recente. Si è diffusa negli Stati Uniti fra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento, prima come risposta all'antisemitismo e al fascismo, poi come bandiera dell'Occidente religioso contro il comunismo ateo durante la Guerra fredda. Per quasi due millenni, prima di allora, l'Europa cristiana aveva emarginato e perseguitato gli ebrei, e la Chiesa stessa ha dovuto attendere Nostra aetate per voltare pagina. Oggi quella formula serve soprattutto a tracciare un confine. Unisce ebrei e cristiani in un'unica civiltà occidentale e lascia fuori l'Islam, e con l'Islam i cristiani d'Oriente, che pregano in arabo e in siriaco e vivono da secoli accanto ai musulmani. Nostra aetate non ha seguito questa strada. Accanto agli ebrei nominava i musulmani, che la Chiesa «guarda anche con stima» perché «adorano l'unico Dio».

I cristiani palestinesi fanno la fila agli stessi posti di blocco dei loro vicini musulmani, perdono terra a favore degli stessi insediamenti, muoiono sotto le stesse bombe. La loro presenza mostra che il problema di questa terra è l'occupazione. Per questo crediamo che Israele voglia ridurre il numero dei cristiani nella popolazione araba palestinese. Una Terra Santa senza cristiani palestinesi sarebbe più facile da raccontare come uno scontro fra ebrei e musulmani, e la terra di Gesù perderebbe per sempre i suoi cristiani originari. I Preti contro il Genocidio riportano le cose a ciò che sono: un popolo espropriato, che vive sotto un sistema che l'organizzazione israeliana B'Tselem ha definito un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al Mediterraneo, e i cui figli, musulmani e cristiani, muoiono insieme.

La Terra Santa è un mosaico in cui ebrei, cristiani e musulmani hanno vissuto, pregato e sepolto i loro morti per secoli. Ridurla a un'alleanza fra due fedi contro una terza significa perderla. Le tre fedi monoteiste hanno il dovere di custodire il dialogo che Nostra aetate ha aperto e di combattere insieme, con saggezza, ogni estremismo, compreso quello che usa la religione per giustificare la conquista della terra altrui. Lei può farlo con le parole e con i gesti: riunendo a Gerusalemme i capi religiosi ebrei, cristiani e musulmani, e ricordando a tutti che nessuna fede autorizza a cacciare un popolo dalla propria terra.

Santo Padre, il Suo pontificato in Terra Santa sarà ricordato per questo: se tra dieci anni i parrocchiani di padre Fawadleh saranno ancora a Taybeh, e se una bambina palestinese battezzata questo Natale a Betlemme potrà immaginare di crescervi un giorno i propri figli. I cristiani palestinesi sono gli eredi delle prime comunità cristiane. Non Le chiedono soltanto una parola. Le chiedono di essere salvati e di poter restare nella loro terra, insieme al loro popolo e con dignità, e che il genocidio di quel popolo finisca. La parola, detta da Lei, sarebbe il primo passo, e il mondo la ascolterebbe.

«In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40).

Con rispetto e speranza,

Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

Il Melonellum, la Consulta e il grande circo del centrosinistra: quando la legge elettorale diventa una questione di sopravvivenza

By: A A
11 October 2026 at 10:30

L’approvazione definitiva della nuova legge elettorale, prontamente ribattezzata Melonellum, ha offerto al centrosinistra l’occasione per mettere in scena questo straordinario esercizio di equilibrismo: una mano alzata in difesa della democrazia, l’altra impegnata a sistemare le liste per il 2027.

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C’è un momento, nella vita politica italiana, in cui le grandi questioni della democrazia finiscono curiosamente per assomigliare alle piccole questioni della sopravvivenza parlamentare. È il momento in cui i partiti cominciano a parlare di rappresentanza, pluralismo, partecipazione e diritti costituzionali, mentre, sotto il tavolo, qualcuno conta i seggi, qualcun altro le firme e quasi tutti cercano di capire come assicurarsi un posto nella prossima legislatura. L’approvazione definitiva della nuova legge elettorale, prontamente ribattezzata Melonellum, ha offerto al centrosinistra l’occasione per mettere in scena questo straordinario esercizio di equilibrismo: una mano alzata in difesa della democrazia, l’altra impegnata a sistemare le liste per il 2027.

La prima reazione è stata quella di annunciare la prosecuzione della battaglia davanti alla Corte costituzionale. Il campo largo, sconfitto sul terreno parlamentare, intende trasferire il confronto su quello giurisdizionale, affidandosi a un arsenale di contestazioni che comprenderebbe la parità di genere, le sottoscrizioni necessarie per presentare le liste e il premio previsto per il Senato. La staffetta tra parlamentari e società civile, annunciata sul modello della mobilitazione contro la riforma della giustizia, dovrebbe garantire continuità alla protesta. Del resto, quando i numeri in Parlamento non sono sufficienti, resta sempre la possibilità di cercare una maggioranza altrove: nelle piazze, nei tribunali o, più precisamente, nelle pieghe della Costituzione.

Naturalmente, il ricorso alla Consulta è uno strumento pienamente legittimo in uno Stato di diritto. Una legge elettorale deve rispettare i principi costituzionali, e nessuna maggioranza parlamentare può considerarsi immune dal controllo dei giudici. Il problema, semmai, è la facilità con cui il confronto politico italiano scivola dalla discussione sulle regole alla speranza che siano le istituzioni di garanzia a risolvere ciò che i partiti non riescono a risolvere attraverso il consenso parlamentare. La Corte costituzionale non è un secondo Parlamento, né una commissione elettorale incaricata di correggere le strategie dei partiti. È chiamata a giudicare la legittimità delle norme, non a restituire ossigeno a chi non ha trovato i voti necessari per contrastarle.

Eppure, proprio mentre si denuncia la presunta natura antidemocratica della riforma, il centrosinistra si è immediatamente dedicato a una questione assai concreta: come consentire alle forze minori di partecipare alle prossime elezioni senza dover affrontare integralmente gli oneri previsti per la raccolta delle sottoscrizioni. Qui la difesa dei principi incontra la ragion pratica, e la retorica costituzionale comincia a fare i conti con la matematica elettorale.

Il caso più emblematico è quello del Movimento 5 Stelle, che ha promosso il passaggio del senatore Luigi Nave alla componente di Alleanza Verdi e Sinistra nel gruppo misto di Palazzo Madama. L’operazione, secondo la ricostruzione riportata, dovrebbe favorire la nascita di una nuova componente collegata al Nuovo PSI di Enzo Maraio e al Progetto civico Italia di Alessandro Onorato, permettendo alla futura lista centrista di beneficiare di una soglia di raccolta delle firme più favorevole: 1.500 anziché 6.000 per circoscrizione.

La spiegazione ufficiale è edificante: Nave rimarrebbe del Movimento 5 Stelle, pur cambiando collocazione parlamentare, e il suo sarebbe un gesto al servizio della democrazia e della partecipazione. Non una manovra di palazzo, assicurano, ma un’azione contro una legge definita liberticida e antidemocratica. È una distinzione che merita di essere accolta con attenzione, perché la politica italiana ci ha abituati a scoprire che le manovre di palazzo, quando vengono compiute dagli avversari, sono il segno della degenerazione istituzionale, mentre quando servono ai propri alleati diventano improvvisamente raffinati strumenti di ingegneria democratica.

Il punto, tuttavia, non è stabilire in astratto se agevolare le forze minori sia giusto o sbagliato. Un sistema elettorale dovrebbe effettivamente evitare che gli adempimenti burocratici diventino barriere sproporzionate all’accesso alla competizione politica. Il pluralismo non può essere un privilegio riservato a chi dispone di una macchina organizzativa imponente, di risorse economiche abbondanti e di una rete capillare di militanti. Ma se si ritiene che le soglie di sottoscrizione siano eccessive, la soluzione più lineare sarebbe discuterne apertamente e promuovere una modifica generale delle regole. Costruire invece una particolare architettura parlamentare per consentire a una determinata formazione di accedere a condizioni più vantaggiose solleva inevitabilmente una domanda: si sta correggendo un ostacolo alla partecipazione oppure si sta individuando una scorciatoia per un alleato?

La differenza non è secondaria. Nel primo caso si interviene su una regola nell’interesse generale; nel secondo si sfrutta la configurazione del Parlamento per ottenere un vantaggio specifico. Anche quando un’operazione risulta formalmente legittima, resta possibile interrogarsi sulla sua coerenza con la denuncia di una legge che si vorrebbe contestare proprio in nome della trasparenza e dell’uguaglianza politica.

Il Partito Democratico, dal canto suo, si è detto disponibile ad aiutare le formazioni più piccole che intendono contribuire alla costruzione di un’alleanza di centrosinistra. Una dichiarazione comprensibile, se considerata dal punto di vista della costruzione di una coalizione; meno sorprendente se si ricorda che ogni alleanza elettorale è anche un sistema di interessi reciproci. I partiti maggiori hanno bisogno di alleati, quelli minori di condizioni che rendano possibile la loro partecipazione, mentre i gruppi centristi cercano lo spazio necessario per trasformare il proprio peso politico in una presenza parlamentare. Tutti parlano di rafforzare il progetto comune. Nessuno, naturalmente, rinuncia a fare i propri conti.

Il campo largo assomiglia così a un condominio nel quale tutti invocano la ristrutturazione dell’edificio, ma ciascuno pretende di scegliere l’amministratore, decidere la ripartizione delle spese e assicurarsi il posto migliore sul terrazzo. La casa comune è evocata continuamente; la questione di chi debba abitarne il piano attico rimane, invece, irrisolta.

Ed eccoci al secondo atto della commedia: la scelta del candidato alla guida della coalizione. La nuova legge elettorale ha reso ancora più urgente il confronto sulle primarie, ma non ha certo prodotto una soluzione alle rivalità che attraversano l’opposizione. Giuseppe Conte vorrebbe arrivare rapidamente alla consultazione, dopo aver definito un programma unitario. Il Partito Democratico procede con maggiore cautela, anche in vista dell’assemblea del 18 ottobre, appuntamento delicato per Elly Schlein e per gli equilibri interni al partito. Alleanza Verdi e Sinistra, invece, guarda con diffidenza alle primarie e preferirebbe una figura terza capace di sintetizzare le diverse anime della coalizione. Nel frattempo, il nome di Silvia Salis circola nel dibattito, mentre lei stessa invita a non attribuirle dichiarazioni che non ha fatto.

La situazione è quasi didascalica: il centrosinistra vuole presentarsi agli elettori come un’alternativa unitaria, ma non ha ancora stabilito chi debba rappresentarla, con quale programma e attraverso quale meccanismo di selezione. La discussione sulle primarie, che in teoria dovrebbe servire a dare voce agli elettori, rischia così di diventare una trattativa preventiva tra apparati, nella quale il corpo elettorale viene chiamato a ratificare equilibri che i gruppi dirigenti non sono riusciti a definire autonomamente.

Il dilemma Conte-Schlein, in fondo, è soltanto la manifestazione più visibile di una questione più profonda. Che cosa tiene insieme il campo largo, oltre alla comune opposizione al governo? Quale idea di economia, politica estera, lavoro, welfare, istituzioni e collocazione internazionale potrebbe trasformare una somma di sigle in un progetto riconoscibile? Senza risposte convincenti, le primarie rischiano di scegliere il volto di una coalizione che non ha ancora deciso quale volto mostrare al Paese.

Ecco perché il monito di Massimo D’Alema, secondo cui l’opposizione dovrebbe evitare divisioni utili a mantenere l’attuale assetto di potere, coglie un problema reale, pur senza risolverlo. L’unità non può essere soltanto un imperativo pronunciato quando incombe il rischio di perdere. Deve essere il risultato di una sintesi politica, non il nome elegante attribuito a un accordo provvisorio tra gruppi che continuano a contendersi leadership, candidature e condizioni di accesso alle liste.

In questo scenario, la battaglia contro il Melonellum rischia di diventare il contenitore simbolico nel quale far confluire tutte le difficoltà del centrosinistra: la contestazione della legge, la protezione dei piccoli alleati, la ricerca di una leadership condivisa e il tentativo di arrivare al 2027 senza che le contraddizioni interne esplodano prima del voto. La riforma elettorale può certamente presentare profili da sottoporre a un serio scrutinio costituzionale. Ma sarebbe riduttivo immaginare che la soluzione delle difficoltà dell’opposizione possa arrivare esclusivamente da una sentenza o da un aggiustamento tecnico delle regole.

La democrazia, dopotutto, non coincide con la possibilità di presentare una lista, così come la partecipazione non si esaurisce nella riduzione delle firme da raccogliere. Questi elementi sono importanti, ma la qualità di un sistema politico dipende anche dalla capacità dei partiti di offrire alternative comprensibili, programmi coerenti e una classe dirigente disposta ad assumersi responsabilità. Si può facilitare la presentazione di una lista senza rendere più credibile il progetto che quella lista rappresenta. Si può ottenere una pronuncia favorevole della Consulta senza risolvere una crisi di identità. E si può organizzare una primaria impeccabile senza riuscire a spiegare perché gli elettori dovrebbero riconoscersi nella coalizione che ne uscirà.

Il paradosso finale è proprio questo: mentre il centrosinistra denuncia una legge che considera costruita per ostacolare la propria partecipazione, si trova impegnato a costruire, al proprio interno, le condizioni minime per partecipare senza inciampare nelle sue divisioni. Da una parte si contestano le regole del campo di gioco; dall’altra si discute su chi debba indossare la fascia di capitano, quali compagni ammettere in squadra e chi debba pagare l’iscrizione al torneo.

La Consulta farà il suo lavoro, se e quando sarà chiamata a pronunciarsi. I partiti, invece, dovranno fare il proprio: spiegare agli italiani che cosa intendono cambiare, con quali strumenti e a vantaggio di chi. Perché il vero problema di una coalizione non è soltanto riuscire a raccogliere le firme necessarie per presentarsi alle elezioni. È riuscire a raccogliere, prima ancora, ragioni sufficienti per essere votata.

E su questo terreno, purtroppo per chi preferisce le alchimie parlamentari alle sintesi politiche, non esistono scorciatoie burocratiche. Nessuna componente del gruppo misto può sostituire un progetto comune, nessuna deroga alle sottoscrizioni può fabbricare una leadership condivisa e nessuna sentenza può dispensare i partiti dal compito di convincere i cittadini. La democrazia non è un modulo da compilare: è una responsabilità da assumersi. E non basta dichiararsi pronti a difenderla, se poi si trascorre metà del tempo a cercare il modo più conveniente per aggirarne gli ostacoli e l’altra metà a discutere su chi debba guidare la protesta.

Esclusiva: l’enigma Pakistan-Arabia Saudita-Yemen-Iran

By: A A
10 October 2026 at 22:56

Il titolo definitivo dell’intera vicenda, tuttavia, è che la Casa dei Saud sta attaccando Ansarallah per proteggere il culto della morte in Asia occidentale

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Cominciamo con alcune informazioni esclusive. Giovedì, Yahya Ali al-Ra’i, presidente della Camera dei Rappresentanti con sede a Sana’a sotto il controllo di Ansarallah, ha consegnato una lettera a Sardar Ayaz Sadiq, presidente dell’Assemblea Nazionale del Pakistan, richiedendo la mediazione pakistana tra Ansarallah e Riyadh.

Ra’i, figura ampiamente rispettata, ricopre la carica di presidente a Sana’a dal 2008. Sadiq ha iniziato il suo attuale mandato come presidente a Islamabad nel marzo 2024. Questo canale parlamentare diretto riveste un’enorme importanza come apertura diplomatica – poiché il Pakistan si trova ad affrontare enormi pressioni, sia a livello interno che in tutto il mondo islamico, riguardo ai suoi reali impegni relativi allo scontro tra Arabia Saudita e Yemen, come stabilito dall’Alleanza per la Difesa della Mecca.

Per quanto l’intera situazione sia in realtà oscura, informazioni dirette provenienti sia da Islamabad che da Teheran, ai massimi livelli, come da me specificatamente richiesto, hanno stabilito quattro punti chiave: Sembra che sia così – per ora.

Islamabad è irremovibile nel sostenere che il Pakistan non attaccherà Ansarallah e non impiegherà truppe a tal fine. L’intesa raggiunta a Riyadh la scorsa settimana escludeva l’ingresso nel territorio yemenita. Le forze pakistane dovrebbero rimanere al di fuori di qualsiasi offensiva terrestre contro Ansarallah.

Il Pakistan stava già mediando tra Riyadh e Sana’a attraverso Teheran. Il feldmaresciallo Asim Munir ha personalmente richiesto al ministro degli Esteri iraniano Araghchi di esercitare l’influenza dell’Iran su Ansarallah, avvalendosi dei contatti di Araghchi sia con Islamabad che con Riyadh. Il Ministero degli Esteri pakistano non ha smentito l’esistenza di questo canale diplomatico.

Il Pakistan sarebbe tenuto a difendere il territorio saudita in virtù dei propri impegni nell’ambito dell’Alleanza per la Difesa della Mecca. I dispiegamenti finalizzati alla protezione dei confini e alla difesa contro droni e missili lanciati dalle Forze Armate yemenite rientrano in questo quadro. Il problema è se alcuni consiglieri pakistani siano già dispiegati in territorio yemenita. Se il Pakistan avesse anche solo pochi «consiglieri» ad Aden e truppe da qualche parte nel nord dello Yemen, al confine con l’Arabia Saudita, ciò costituirebbe già una violazione delle sue promesse.

Le forze pakistane dovrebbero essere in grado di difendersi da sole – è una conseguenza naturale del territorio. Si tratta di una contingenza dichiarata; non di una previsione di ritorsione. Almeno un ufficiale pakistano è stato ucciso in Arabia Saudita senza che il Pakistan reagisse con una ritorsione. Ciò denota moderazione – almeno per ora.

Transito attraverso lo Stretto di Hormuz: utilizzare il CIPS e pagare in rial

Sul più ampio fronte USA-Iran, le mosse diplomatiche confermano quanto abbiamo riportato negli ultimi giorni riguardo al Protocollo di Transizione. Il Pakistan, infatti, è determinato a mantenere i rapporti sia con Riyadh che con Teheran, parallelamente a un coordinamento costante con Pechino. Dopotutto, la Cina sostiene pienamente la mediazione pakistana; e Araghchi continua a dialogare con Munir, come ha fatto in seguito ai colloqui con Wang Yi a Pechino.

Nel frattempo, sul fronte di Washington, le speculazioni sono febbrili su tutta la linea riguardo ai preparativi per una ripresa della guerra da parte dell’amministrazione Trump – compresi potenziali attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane e persino, cosa piuttosto preoccupante, a obiettivi nucleari. Non vi è ancora alcuna decisione definitiva da parte dello «psicopatico/sociopatico al comando», tanto meno una data di avvio.

I rischi immediati, in ogni caso, sono sbalorditivi.

La diplomazia – anche nella sua forma surrogata – è impantanata in un vicolo cieco. Teheran rimane – e continuerà a rimanere – ancorata alle proprie condizioni attuali, specificate nel memorandum d’intesa ormai privo di significato, ma ora con l’aggiunta della minaccia di bloccare le rotte di transito lungo la costa dell’Oman che considera illegali. Washington, dal canto suo, è ossessionata dall’ottenere vaste concessioni in materia nucleare. All’inizio di questa settimana, abbiamo confermato che il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale (SNSC) di Teheran ha preso due decisioni di grande rilevanza.

  1. Teheran ha deciso di riscuotere il pedaggio di transito nello Stretto di Hormuz esclusivamente in valuta iraniana. Niente yuan, niente criptovalute. In realtà, tramite un meccanismo collegato al CIPS, il sistema cinese di pagamento e compensazione, aggirando il dollaro statunitense. Si utilizza il CIPS per acquistare elettronicamente yuan, convertirli in rial e pagare il pedaggio. Le entrate derivanti dal transito nello Stretto di Hormuz, dopotutto, rappresentano una delle poche fonti di valuta forte rimaste a Teheran. Il nuovo meccanismo rafforzerà sicuramente il valore del rial.
  2. Attraverso il Pakistan, Teheran ha comunicato a Witkoff, il «Bismarck» del settore immobiliare di Trump, che l’Iran non si smuoverà di un millimetro dalle proprie condizioni per un accordo negoziato – ed è pienamente preparato a qualsiasi possibile offensiva statunitense. E questo dopo che J.D. Vance ha avanzato un’ulteriore condizione sull’arricchimento nucleare: una riduzione «significativa» e «sostanziale». Ciò blocca il dossier nucleare e rende quasi impossibile una formula di risoluzione rapida.

Il punto fondamentale è che la spirale di escalation potrebbe sfuggire al controllo in un batter d’occhio.

La “Tempesta yemenita in arrivo 1.0” è già in atto

Sul fronte saudita-yemenita, le Forze Armate yemenite si stanno dimostrando assolutamente spietate. La “Tempesta yemenita in arrivo 1.0” è già in atto.

I danni alla raffineria di Jeddah, vicino a Yanbu, sono ingenti. Ansarallah sta colpendo contemporaneamente la costa orientale e quella occidentale dell’Arabia Saudita, oltre all’oleodotto est-ovest che le collega.

A tutti gli effetti, Sana’a sta prendendo di mira l’intera infrastruttura chiave di Riyadh. Il «paracadute» difensivo statunitense è una farsa: le batterie PAC-3 e Patriot rimaste sono inutili contro i missili balistici yemeniti.

Le truppe saudite potrebbero ammontare, nella migliore delle ipotesi, a 75.000 unità, più 125.000 della Guardia Nazionale. Le Forze Armate yemenite dispongono di almeno 350.000 uomini, che possono essere facilmente portati a 800.000. Aspettarsi un «aiuto» dai petrol-sceicchi del CCG non è nemmeno degno di essere definito uno scherzo.

Le Forze Armate yemenite hanno inoltre lanciato due missili balistici e droni esplosivi in direzione dell’aeroporto internazionale di Aden. Ansarallah ha dichiarato che l’obiettivo erano i rifornimenti militari sauditi appena giunti al Campo di Badr, il quartier generale dei mercenari adiacente all’aeroporto. È stato ucciso un numero non specificato di ufficiali e funzionari sauditi di alto rango – forse anche alcuni pakistani.

Da parte sua, anche la Turchia sta per schierare truppe, velivoli e sistemi di difesa aerea sul territorio saudita. Queste forze turche potrebbero, in teoria, proteggere Riyadh, le città sante e l’oleodotto Est-Ovest. Ankara, proprio come Islamabad, insiste nel sostenere di non avere alcuna intenzione di entrare in guerra nello Yemen.

La rapida liberazione da parte delle Forze Armate yemenite della costa occidentale vicino al Mar Rosso ha inoltre reso chiarissimo come la cosiddetta «coalizione» saudita – in realtà una banda di proxy e mercenari – stesse schierando di fatto dei terroristi fin dall’inizio.

Ansarallah ha recuperato una grande quantità di passaporti stranieri – in particolare provenienti dal Kuwait, dal Qatar, dalla Turchia e dalla Siria – appartenenti a sicari dell’ISIS e di Al-Qaeda. Chiamatela pure la Legione della Terror Inc.

È sempre la solita storia. Il Qatar e la Turchia, di comune accordo, hanno strumentalizzato il trasferimento di miliziani dell’ISIS e dei salafiti-jihadisti dalla Siria e dall’Iraq: questi sono stati accolti nello Yemen dal Partito Islah. La Turchia è stata la principale via di transito; almeno 2.100 di questi membri dell’ISIS sono turchi.

AQAP è tornata! Già nel lontano 2020, Ansarallah aveva sequestrato documenti, mappe e video che mostravano jihadisti dell’ISIS/Daesh e di Al-Qaeda, direttamente sostenuti da Riyadh, mentre vagavano per lo Yemen, con i miliziani catturati che confessavano di essere stati pagati, armati e sostenuti logisticamente dai sauditi.Ora è già in atto una nuova incarnazione dell’ex Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) – attraverso almeno 20.000 mercenari terroristi del Daesh/takfiri “importati” dalla Siria. Essi saranno inviati nel governatorato di Aden – in seguito alla richiesta, anzi alla pretesa dello stesso MbS, pienamente approvata dall’amministrazione Trump e dal suo vassallo tagliagole diventato presidente a Damasco, l’ex membro dell’ISIS al-Jolani.

Il titolo definitivo dell’intera vicenda, tuttavia, è che la Casa dei Saud sta attaccando Ansarallah per proteggere il culto della morte in Asia occidentale. Controllando Bab al-Mandab, Ansarallah isola di fatto il porto israeliano di Eilat. Ciò era già accaduto in precedenza durante il genocidio di Gaza. Riyadh era furiosa perché aveva stretto accordi per il progetto NEOM – ora praticamente accantonato – che avrebbe collegato Eilat una volta che gli Accordi di Abramo trumpiani fossero entrati in vigore. Considerando il quadro d’insieme, una singola scintilla potrebbe ancora scatenare l’inferno. Tra le possibilità figurano: un attacco yemenita contro l’Arabia Saudita che causi ingenti perdite; un caos nella riscossione dei pedaggi nello Stretto di Ormuz; un attacco iraniano contro un obiettivo legato ai «petro-sceicchi» del CCG, a seguito di una provocazione americana; un attacco legato all’Iran contro una base statunitense, ancora una volta a seguito di una provocazione americana; e, soprattutto, una (dis)avventura del CENTCOM «via terra, aria e mare» imposta da un sociopatico.

Allacciate le cinture di sicurezza.

Trump lo scarica e Zelensky delira: "Datemi i missili e vincerò in tre mesi"

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
 

10 ottobre. La notizia che compare su quasi tutte le prime pagine dei giornali è quella, naturalmente, delle centinaia di migliaia di tonnellate di prodotti energetici russi che “inonderanno” il mercato americano, risollevando (forse) un po' i numeri del Partito repubblicano in vista delle elezioni di medio termine e del ritiro di alcune sanzioni USA contro la Russia. Una questione tutta interna agli Stati Uniti, si dice. E in parte è così. Ma c'è un passaggio che sembra ampliare “leggermente” la faccenda, legandola più direttamente al conflitto in Ucraina: Donald Trump avrebbe specificato che l'accordo con Moskva è legato anche al mantenimento delle capacità delle strutture energetiche russe. Vale a dire che Kiev dovrebbe smettere di attaccare raffinerie e depositi russi: lo chiede la Casa Bianca.

E quando una richiesta arriva sul Dnepr dal Potomac, forse per i nazigolpisti non è il caso di ignorarla completamente, fermi restando, ca va sans dire, i rapporti di forza UE-USA e i relativi “messaggi” che giungono all'Ucraina, per un verso da Bruxelles e, per un altro verso, da Washington. Dunque, secondo quanto riporta Axios, citata da La Stampa, non meglio precisati funzionari yankee avrebbero specificato che «Zelenskij sta valutando male la situazione. Continuando a colpire le raffinerie, sta compromettendo la fiducia e la disponibilità ottenuta da Trump negli ultimi sei mesi».

In un modo o in un altro, Zelenskij sembra aver completamente perso la capacità di valutare adeguatamente la situazione. La risposta data da Moskva alle sue «operazioni di pressione sulla Russia» ha privato l'Ucraina di interi settori industriali, delle sue principali fonti di reddito da esportazione, e ha messo a nudo la vulnerabilità dei ponti sul Dnepr e del settore energetico. Non pago, Zelenskij ha nuovamente minacciato la Russia, dicendo che potrebbe sconfiggerla in due o tre mesi, se solo Trump aumentasse le pressioni sul Cremlino, fornisse a Kiev missili antiaerei e balistici e allargasse l'accesso ucraino al sistema  Starlink per attacchi a lungo raggio. «Aiutateci a proteggere i cieli e a dominarli. E poi Putin si siederà al tavolo delle trattative. Perché? Perché perderà tutto. Tre mesi, due mesi e perderà tutto», ha detto Zelenskij. Proprio di questo erano incaricati di parlare i suoi emissari in USA il 9 e 10 ottobre; il 9 sera è arrivato l'annuncio di Trump sul diesel russo, dopo che il nazigolpista-capo aveva proclamato i suoi “desiderata”.

Commentando il discorso di Zelenskij del 8 ottobre, in cui ha di fatto accusato Trump di non voler aiutare Kiev a sconfiggere la Russia, il corrispondente di guerra Evghenij Poddubnyj osserva che egli ha «raggiunto un nuovo livello di isteria... C'è una totale mancanza di istinto di autoconservazione, senza considerare le conseguenze».

Su Moskovskij Komsomolets, il colonnello Levon Arzanov dichiara che Zelenskij non ha bisogno di un cessate il fuoco, tanto meno di una pace duratura, che per lui significherebbero una rapida morte politica, se non fisica: «Zelenskij è chiaramente isterico. Ha paura della pace. Ma l'Occidente, o almeno i governanti di Gran Bretagna, Germania e Francia, non sono interessati a una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina... L'Occidente non vuol porre fine alla guerra. Tutte le loro azioni mirano a una escalation, mentre continuano a inondare l'Ucraina di armi, trascinandola ostentatamente nella NATO».
Nessuno è disposto a negoziare con la Russia, dice Poddubnyj; l'Occidente punta alla sconfitta militare o politica della Russia. Se non riusciranno a sconfiggere la Russia militarmente, contano sui disordini interni e fanno il possibile per fomentarli: le lamentele di Zelenskij sulla mancanza di missili e fondi sono finalizzate a prolungare il conflitto.

Le esternazioni dell'ex ministro degli esteri golpista Dmitrij Kuleba su Foreign Affairs del 30 settembre ne sono testimonianza più che eloquente. Zelenskij, scrive Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, si è mostrato apertamente irritato dalle osservazioni del Segretario di stato USA Marco Rubio sul vicolo cieco diplomatico; il succo della critica del nazigolpista-capo è stato che gli USA possiedono tutti gli strumenti necessari per costringere Moskva alla capitolazione, ma per qualche ragione si rifiutano di usarli. È significativo, osserva Pavliv, che ciò sia stato detto alla presenza di un rappresentante della Gran Bretagna, da sempre favorevole a un massiccio supporto militare a Kiev; Zelenskij continua a parlare di colloqui di pace, ma non propone soluzioni diplomatiche, bensì una preliminare coercizione militare ed economica della Russia, perché accetti le condizioni ucraine.

L'intervento di Kuleba va proprio in questa direzione, tanto più che Kuleba non è affatto, semplicemente, un ex ministro degli esteri e anzi mantiene contatti negli ambienti dell'élite occidentale e partecipa alle riunioni del Gruppo Bilderberg. Kuleba, dunque, come già riportato nei giorni precedenti, cita un non meglio precisato Istituto norvegese, per sostenere che, per i paesi europei, il costo di una pace con la vittoria russa sarebbe più oneroso di quello per la continuazione della guerra: nei prossimi quattro anni gli europei dovrebbero sborsare da 1.300 a 1.800 miliardi, in caso di sconfitta dell'Ucraina, contro i 910 miliardi per aiutare Kiev a sconfiggere la Russia. È dunque vantaggioso investire nella guerra, lascia direttamente intendere Kuleba, tanto più che la somma citata non verrebbe solo dai bilanci europei, ma anche da beni russi congelati.

Ora, scrive Pavliv, l'aspetto più interessante di questi calcoli non sono tanto le somme che si chiede agli europei di sborsare, quanto l'orizzonte temporale ipotizzato dagli autori di tali calcoli: parlando di quattro anni, significa che la guerra si protrarrebbe di fatto fino al 2030, con una “curiosa” coincidenza temporale: la scadenza dell'attuale mandato presidenziale di Vladimir Putin; seguendo la logica di quelle «élite occidentali che considerano il conflitto ucraino non solo come una situazione di stallo per l'Ucraina, ma anche come uno strumento di pressione strategica sulla Russia, un simile orizzonte di pianificazione assume un ulteriore significato politico». In questa logica, una guerra di lunga durata può essere vista come un modo per accumulare costi economici, sociali e politici a carico della Russia, con l'obiettivo di creare i presupposti per un colpo di stato secondo lo scenario del “majdan” alle prossime elezioni presidenziali in Russia. Ed è possibile che, insieme all'orizzonte temporale della pianificazione, cambino anche gli obiettivi che i sostenitori occidentali della continuazione del conflitto si prefiggono per Kiev, o che la leadership ucraina è disposta a perseguire di propria iniziativa.

In questo quadro, assumono un'altra dimensione anche tutte le cantiche, quantomeno su buona parte della proclamata “opposizione pacifista” ucraina, così che, ancora su Ukraina.ru, Vladimir Skachko parla di Zelenskij e neonazisti che stanno approntando a proprio beneficio un surrogato di opposizione. Dunque, ecco che la deputata Anna Skorokhod ha presentato alla Rada un disegno di legge di modifica costituzionale per riportare il paese a uno status neutrale, abbandonando i piani di adesione alla NATO. Anche l'ormai “famoso” - alla maniera di Erostrato - Aleksej Goncharenko chiede di non precipitarsi nella NATO, di abbandonare il confronto con la Russia e avviare negoziati di pace con Moskva. Artëm Dmitruk, imprenditore riparato a Londra, parla della necessità di ristabilire buoni rapporti di vicinato con Moskva e Minsk. Aleksandr Dubinskij e Evghenij Ševcenko – entrambi agli arresti con accusa di tradimento - sostengono posizioni pressoché identiche. È così anche per Julija Mendel, ex addetta stampa di Zelenskij e Aleksej Arestovic, a lungo consigliere presidenziale: entrambi stanno riversando tonnellate di fango e materiali compromettenti su Zelenskij.

La particolarità della situazione è che, fatta eccezione per Goncharenko, i più critici sono proprio coloro che Zelenskij nel 2019 aveva promosso ad alti livelli politici nel partito “Servo del Popolo” o nello staff presidenziale. Ora, dice Skachko, Zelenskij è un perdente politico, terrorista e criminale di guerra; nel 2019 incarnava però le speranze di un popolo stremato dalla guerra e dalla povertà. E, promettendo pace e prosperità, era riuscito a far eleggere duecentocinquanta deputati alla Rada, reclutandoli tramite annunci pubblicitari, tra persone scelte a caso, prive di base ideologica. Persone che, per un certo periodo, sono rimaste unite in una monolitica frazione parlamentare di maggioranza, grazie a lauti compensi, cui si aggiungevano quelli per voti "appropriati". Quando la situazione ha iniziato a vacillare e i fondi dei finanziatori a diminuire, ecco che la coesione dei "Servi del Popolo" ha iniziato a traballare. Ormai da due anni, la frazione "Servo del Popolo" alla Rada non riesce ad assicurarsi i voti necessari "per il presidente", senza che una delle altre fazioni non l'appoggi dietro “piccoli compensi”, con un “listino prezzi” in continua evoluzione. È lecito supporre che finanziatori e supervisori dell'Ucraina abbiano deciso di utilizzare alcuni dei "Servi" nelle nuove circostanze, per salvare il regime e, almeno temporaneamente, rafforzarlo. Quindi, afferma Skachko, l'odierna opposizione, rumorosa, ostentata e fantasiosa, fatta di individui con o senza mandato parlamentare, non deve trarre in inganno: si tratta probabilmente di un gioco politico a scoppio ritardato. Qualcuno deve agire ora, facendo da apripista per sfogare il malcontento e la protesta popolare, distogliendo l'opinione pubblica dai fallimenti del regime, con una apparente opposizione e promettendo di rinnovarlo man mano che il processo si sviluppa.

In sostanza, tutti i cosiddetti oppositori sono direttamente responsabili sia dell'instaurazione del regime di Zelenskij, sia del fatto di aver ingannato il popolo per molti anni e sono diventati improvvisamente "audaci" quando hanno perso la loro comoda posizione accanto al nazigolpista-capo, o sono stati costretti a farsi da parte per perseguire nuovi interessi. Finora, tutti loro avevano servito fedelmente Zelenskij e il trionfo del suo cannibalismo politico; il regime stesso ha ora iniziato a preparare queste persone come suoi successori, sottoponendole in modo plateale a finta repressione e apparenti procedimenti penali, creando un'immagine di persecuzione in vista del futuro. Il messaggio è: cittadini, votate per loro; hanno sofferto sotto il regime di Zelenskij e, una volta al potere, saranno migliori degli attuali ferventi suoi sostenitori.

In realtà, afferma Skachko, cosa indica questa finta opposizione a Zelenskij e ai suoi burattinai? Innanzitutto, indica che qualcuno si sta preparando a preservare il potere degli attuali neonazisti in Ucraina; un potere che potrebbe rimanere sulla scena anche dopo la fine del conflitto, seppur leggermente modificato. In secondo luogo: alcuni degli attuali curatori neonazisti sperano ancora di preservare almeno una parte dell'Ucraina così com'è: un paese attanagliato da un'aggressiva russofobia e che si prepara a una nuova guerra con la Russia, persino dopo aver firmato un trattato di pace e aver soddisfatto tutte le richieste russe.

In altre parole: la sostanza è la continuazione della guerra, per cui si prodigano le cancellerie belliciste europee e che verrà decisa in parte dai rapporti di forza tra Bruxelles e Washington, ferma restando la determinazione delle “autocrazie euroasiatiche” a perseguire la propria legittima strategia di sviluppo, lontana dai “valori occidentali”.

Gari aprovado na OAB em Goiás dedica vitória à mãe e quer servir à sociedade

10 October 2026 at 18:09

O gari Antônio José Júnior de Oliveira conquistou aprovação no exame da Ordem dos Advogados do Brasil (OAB). A história dele emociona pessoas em Goiás e ganhou repercussão nesta sexta-feira (09/10). Segundo o novo advogado, a mãe Ivani Vavier de Souza inspirou a continuidade dos estudos e a busca por uma vida melhor.

Antônio trabalhou na Companhia de Urbanização de Goiânia (Comurg) por 18 anos. Foram 13 anos na coleta orgânica, três na coleta seletiva e um ano e meio na varrição. Com apoio da companhia, ele conciliou a faculdade de Direito com o trabalho nas ruas.

Ele cursou a graduação com bolsa de estudos no Centro Universo Goiânia. As aulas ocorriam das 8h às 12h; o estágio, à tarde, por três horas em audiências; e o trabalho, das 16h às 22h. Antônio abdicava dos sábados, domingos e feriados para estudar.

O Centro Universo Goiânia informou que Antônio se formou em quatro anos e meio e foi juramentista do curso. Formado em julho, ele abriu o próprio escritório em agosto e atua na área trabalhista.

“O Direito do Trabalho traz justiça e pacifica a sociedade. Meu propósito: servir à sociedade, trazer paz e ajudar as pessoas a resolver seus problemas”, declarou Antônio.

Antônio concilia as atividades como advogado e o trabalho na Comurg. Ele assumiu a função de supervisor de abastecimento de combustível após concurso interno de meritocracia e trabalha no escritório na parte da tarde.

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Legge 180 e salute mentale: il tradimento di Basaglia e l'inganno della psichiatria moderna

 

di Agata Iacono

 

Ho avuto la fortuna di frequentare la facoltà di Sociologia ad Urbino, proprio quando Franco Basaglia ci fece pervenire una richiesta di aiuto.

In sintesi, ci invitava a raggiungere lui e il suo team a Gorizia e Trieste per condividere la sua rivoluzionaria esperienza.

Io partii immediatamente per Trieste.

Non si trattava di "chiudere i manicomi", come oggi si semplifica ogni anno il 10 ottobre per la giornata mondiale della salute mentale.

L'approccio era totalmente differente.

Cos'è la follia? Si chiedeva Franco.

Il mio team era composto da antropologi culturali.

Noi ci chiedevamo "cos'è la civiltà? Esiste un solo modello o hanno tutte la stessa dignità? Come emanciparci dal pensiero unico, dominante e omologato, senza però inficiare con la nostra osservazione partecipante altre culture?

Come possiamo decolonizzare il nostro punto di vista?"

E ci rendemmo conto che le nostre meravigliose ricerche in Amazzonia, (andavamo tutti lì alla ricerca di civiltà non sporcate da noi occidentali), potevano aiutare ad attuare una piccola grande rivoluzione in casa nostra.

Da quell'esperienza cambiò veramente il mio modo di rapportarmi alla società: dalla teoria, dall'ideologia, mi scontrai con la prassi.

E non fu facile.

Diventai facilitatore dell'applicazione della legge 180, quando ancora nei reparti di psichiatria le persone erano legate nude a brandine fatiscenti o chiuse in strutture punitive e soprattutto isolanti.

Eravamo noi "sani" e omologati che volevamo difenderci dai cosiddetti pazzi, non il contrario.

La loro vista era uno specchio della nostra follia.

Da epidemiologa tracciai le incidenze, per sesso, età, reddito, situazione familiare, istruzione, condizione territoriale...

e mi accorsi subito che prevaleva una netta divisione di classe.

Ma non solo: laddove il cosiddetto scemo del villaggio era un tempo parte integrante di una comunità rurale, la società standardizzata, (che Bauman definisce genialmente liquida), non tollera deviazioni di sorta.

Devi sentirti talmente solo, inadeguato, alienato, da cercare in tutti i modi di sopravvivere, omologandoti, diventando uguale allo standard, pur di ottenere un'identità sociale riconosciuta.

Fui fortunata: vinsi il concorso alla ASL e lavorai immediatamente per il Dipartimento di Salute Mentale a livello territoriale.

Avevamo, sull'Etna, la maggiore intensità di strutture differenziate sul territorio, dalle RSA alle case famiglia alle case appartamento.

Ottenemmo due pulmini che andavano a prendere a domicilio gli utenti dimessi dai manicomi e per ognuno concordavamo un percorso monitorato, di riabilitazione, fino alla completa autonomia.

Praticamente ogni mese dovevamo lottare perché la ASL non ci togliesse i pulmini e le risorse sul territorio che coinvolgevano volontari, insegnanti, artisti, centri sportivi e laboratori artigianali.

Prima di criticare la legge Basaglia, bisognerebbe tentare di applicarla.

E non aumentando di qualche piccola mancia lo stipendio del personale sanitario, ma dando risorse legate ad obiettivi concreti e verificabili.

Invece, proprio oggi, nel celebrare la giornata della salute mentale, si ignora che le diagnosi seguono protocolli aleatori legati alla percezione dei sintomi che ha il singolo operatore.

Si ignora che qualsiasi disagio viene immediatamente psichiatrizzato e medicalizzato.

Si ignora che nelle scuole, ormai ridotte come le Asl ad aziende, qualsiasi "ritardo" sulla tabella di marcia di un bambino viene segnalato e trattato come disturbo psichico, senza alcuna attenzione per la soggettività.

A pagamento, migliaia di logopedisti, esperti di psicomotricità, neurologi infantili, sono pronti ad intervenire per modellare il "bambino tipo" o "l'adolescente standard".

E, se falliscono nella clonazione, sono pronti a certificarne lo stigma della diversità.

La “regola aurea” dell’Iran

By: A A
10 October 2026 at 10:30

Il controllo iraniano sui passaggi strategici di Hormuz e Bab el-Mandeb si trasforma in un’arma economica capace di influenzare i prezzi dell’energia, alimentare l’inflazione e condizionare le decisioni della Federal Reserve. Teheran dimostra così che la pressione militare e il controllo delle rotte petrolifere possono mettere in difficoltà Washington ben oltre il campo di battaglia.

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Nei giorni scorsi, Kpler ha quantificato in almeno 16,5 milioni di barili al giorno l’ammontare medio raggiunto nel mese di settembre dalle esportazioni di petrolio dalla regione del Golfo, nell’ambito di graduale ritorno dei flussi sui livelli prebellici. Una quota significativa dell’output è transitata attraverso lo Stretto di Hormuz, che la scorsa settimana ha registrato volumi medi di greggio in uscita superiori ai 14 milioni di barili al giorno segando un incremento di oltre il 210% rispetto al minimo di circa 4,5 milioni di barili giornalieri di media toccato nel mese di marzo.

Un risultato strabiliante, ascritto generalmente al danneggiamento e/o distruzione dei radar e dei sistemi di comunicazione iraniani situati nelle zone costiere ad opera delle forze statunitensi. Le operazioni di “bonifica” hanno posto le basi per l’instaurazione di un corridoio di navigazione a doppio senso a ridosso delle coste dell’Oman, di cui i mercantili si sono serviti per entrare nel Golfo Persico, imbarcare petrolio, riattraversare lo Stretto e trasferire il carico su navi in attesa al di fuori del passaggio marittimo, sotto la supervisione della Us Navy.

Di questa “rotta sicura” si è avvalsa anche l’Arabia Saudita, specialmente in seguito al danneggiamento in più punti dell’oleodotto East-West ad opera delle milizie irachene. La conduttura aveva assicurato a Riyadh la possibilità di convogliare parte rilevante (4-5 milioni di barili al giorno) della produzione petrolifera verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, così da aggirare lo Stretto di Hormuz.

L’Iran, di contro, è stato tagliato fuori dal mercato petrolifero globale dal blocco navale statunitense, che accentua le pressioni economiche sulla Repubblica Islamica esercitate dalle sanzioni annunciate lo scorso agosto dal segretario al Tesoro Bessent.

La Repubblica Islamica, hanno concluso gran parte degli analisti, stava rapidamente perdendo il controllo sullo Stretto di Hormuz.

Lo scenario è cambiato radicalmente a partire dal 28 settembre, quando gli iraniani hanno ripreso le operazioni offensive contro le petroliere che si accingevano ad attraversare lo Stretto di Hormuz senza autorizzazione di Teheran. Kpler ha documentato almeno sette attacchi contro navi mercantili, di cui quattro avevano effettuato due o più viaggi di andata e ritorno attraverso lo Stretto di Hormuz a partire da giugno. Nel novero degli obiettivi figurano due Very Large Crude Carrier (Vlcc) gestite dalla Kuwait Oil Tanker Company, in grado di trasportare fino a due milioni di barili di petrolio.

Il 3 ottobre, la divisione navale dei Pasdaran ha lanciato un chiaro avvertimento alle navi intenzionate a percorrere il corridoio allestito dagli Stati Uniti, minacciando di prenderle di mira e distruggerle. «Non fidatevi della Marina statunitense, non utilizzate assolutamente il corridoio meridionale e non mettete a rischio la vostra vita», recitava il messaggio radio trasmesso dalle Guardie Rivoluzionarie su un canale pubblico comunemente impiegato per la navigazione commerciale. Secondo gli specialisti, gli attacchi iraniani starebbero già producendo un impatto negativo, con i primi segnali di un rallentamento dei flussi petroliferi.

La passività con cui Teheran ha assistito alla ripresa dei flussi petroliferi in uscita dal Golfo Persico era quindi frutto di una preciso calcolo politico. Una strozzatura prolungata dell’offerta petrolifera danneggia non soltanto i nemici della Repubblica Islamica, ma anche un grande importatore di idrocarburi alleato come la Cina e la vasta platea di Paesi neutrali che gli iraniani non hanno alcun interesse a inimicarsi.

La riattivazione del traffico attraverso quel cruciale braccio di mare non è per di più coinciso con un crollo delle quotazioni internazionali di petrolio, gas e derivati, i cui prezzi sono rimasti mediamente del 50% più alti rispetto ai livelli pre-bellici. Costi di trasporto elevati (i broker navali stimano che i produttori di petrolio del Golfo Persico sborsino tra i 30 e i 40 milioni di dollari per un viaggio di andata e ritorno attraverso lo Stretto di Hormuz), rincaro delle polizze assicurative, prolungamento dei tempi di riparazione e/o ricostruzione degli impianti energetici del Golfo Persico danneggiati e/o distrutti nell’ambito del conflitto e insufficiente capacità di raffinazione all’interno del sistema globale hanno mantenuto i valori dell’energia sufficientemente alta da imporre conseguenze molto pesanti all’economia globale nel suo complesso e in particolare agli Stati Uniti. Paese in cui i riscaldamenti domestici, i mezzi agricoli, i treni e i camion che percorrono oltre 400 miliardi di miglia ogni anno per trasportare il 73% circa di tutte le merci sono alimentati a diesel. Nella settimana compresa tra il 21 e il 28 settembre, il prezzo del diesel è salito a 6,53 dollari, a fronte dei 3,76 registrati nei giorni antecedenti all’attacco israelo-statunitense contro l’Iran.

Si tratta di un aumento di circa il 74%, che pesa soprattutto sugli agricoltori, chiamati proprio in questo periodo di raccolto a fare maggiore impiego di trattori e mietitrebbie. Devono anche prepararsi alla stagione della semina, accumulando fertilizzanti che provengono in larga parte proprio dalla regione del Golfo Persico. A partire dall’urea, derivato petrolifero il cui prezzo è aumentato dell’80% soltanto tra marzo e aprile.

Anche le compagnie aeree risentono pesantemente dell’instabilità nel quadrante del Golfo, perché le loro flotte consumano carburante speciale derivato dal petrolio. Dopo lo scoppio della guerra, i prezzi del carburante per aerei sono pressoché raddoppiati.

L’inflazione è conseguentemente aumentata, anche a causa del concomitante, frenetico attivismo di Ansarallah. Nell’arco di pochi giorni, la compagine yemenita alleata di Teheran ha strappato al governo internazionalmente riconosciuto di Sana’a il controllo delle aree costiere che si affacciano sullo Stretto di Bab el-Mandeb, imposto il blocco dei porti sauditi, preso di mira petroliere riconducibili al regno e colpito, di concerto con le milizie sciite irachene, il cruciale oleodotto East-West in più punti rendendolo inutilizzabile per quasi due settimane.

L’azzeramento provvisorio dell’export petrolifero saudita si è istantaneamente riverberato sui prezzi internazionali del greggio.

Segno che, controllando i due cruciali punti di strozzatura di Hormuz e Bab el-Mandeb, l’Iran e i suoi alleati regionali esercitano una notevole capacità di influenza sulla quotazione del petrolio e, a ricasco, sulle politiche monetarie di gran parte dei Paesi del mondo. A partire proprio dagli Stati Uniti.

Lo ha sottolineato di recente il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, attraverso un sottilissimo post sul suo profilo X in cui presentava versione opportunamente ritoccata dell’equazione elaborata nel 1993 dall’economista di Stanford John Taylor e affermatasi rapidamente come una delle formule di riferimento per le Banche Centrali in materia di determinazione dei tassi di interesse.

Nello specifico, l’equazione mette in relazione il tasso di interesse sui titoli di Stato a dieci anni con l’andamento dell’inflazione e l’output gap, raccomandando di innalzare i tassi di interesse quando l’inflazione supera l’obiettivo del 2% e/o la produzione economica eccede il suo potenziale.

La logica è elementare: tassi di interesse più alti rendono più costoso indebitarsi. Quando il costo del credito aumenta, privati ​​e aziende riducono la propria propensione all’indebitamento e riducono la spesa, raffreddando così la dinamica dei prezzi. Ghalibaf ha integrato a questi dati già ricompresi nell’equazione di Taylor due nuove variabili, rappresentate dallo Stretto di Hormuz (denominato “SOH”) e da quello di Bab el-Mandeb (denominato “BM”) .

Nella “Stratis Taylor Rule” – i = r* + π* + 1.5(π−π*) + 0.5(y−y*) + α(SOH−SOH*) + β(BEM−BEM*), α,β > 0 – coniata da Ghalibaf, i tassi di interesse statunitensi crescono proporzionalmente alla gravità dell’interruzione dei traffici di idrocarburi in questi due nevralgici punti di strozzatura. Alla formula, il presidente del Parlamento iraniano ha accluso un commento: «vediamo se un rialzo dei tassi contribuirà a riaprire lo Stretto di Hormuz o a produrre una singolo barile di petrolio in più. Non si possono risolvere i problemi di un punto di strozzatura con 25 punti base aggiuntivi».

Tradotto: un innalzamento dei tassi di interesse ad opera della Federal Reserve non garantisce la riapertura dei due stretti, né l’aumento dell’offerta di petrolio. In compenso, chi controlla Hormuz e Bab el-Mandeb influisce indirettamente sulla determinazione dei tassi di interesse negli Stati Uniti in quanto titolare della prerogativa di dettare tempi e modi del traffico marittimo. E, quindi, di aumentare discrezionalmente i prezzi petroliferi. Ovvero di far lievitare l’inflazione.

Le dinamiche belliche che di recente hanno interessato la regione del Golfo Persico avvalorano la tesi di Ghalibaf. Nei dieci giorni antecedenti al 16 settembre, data in cui il direttivo della Federal Reserve si sarebbe pronunciato in materia di tassi, gli iraniani hanno preso di mira alcune petroliere nei pressi dello Stretto di Hormuz, mentre Ansarallah ha bersagliato la raffineria saudita di Jizan e assunto il controllo della costa prospiciente lo stretto di Bab el-Mandeb. Parallelamente, uno sciame di droni lanciato dalle milizie sciite irachene ha colpito l’oleodotto East-West, sospingendo il prezzo del petrolio al di sopra della soglia critica dei 100 dollari per barile. Un copione sostanzialmente analogo era andato in scena poche ore prima della riunione del board della Federal Reserve di fine luglio, quando alcuni missili lanciati da Ansarallah avevano centrato due petroliere saudite facendo anche in quel caso salire il prezzo petrolio sopra i 100 dollari.

Il prossimo vertice del direttivo della Federal Reserve è previsto per il 28 ottobre. Si tratta di una data da tenere d’occhio, visti i precedenti.

La mancia di Putin a Trump

 

di Giuseppe Masala

 

Dopo una telefonata tra  Vladimir Putin e Donald Trump è stata data al mainstream mondiale la grande notizia: la Russia “inonderà” il mercato mondiale dei prodotti raffinati di petrolio ed in particolare di diesel.

A dare la notizia è stato lo stesso Donald Trump che ha dichiarato che è: «stato concordato che la Russia fornirà immediatamente oltre 300.000 tonnellate di gasolio al mercato americano e globale, altre 500.000 tonnellate nel mese di novembre e 1.000.000 di tonnellate subito dopo”. Quantità apparentemente enormi ma che in un mondo assetato di energia non sono nulla più che una goccia nell'oceano. Il mondo, secondo autorevoli stime, consuma tra i 28 e i 30 milioni di barili di gasolio e distillati al giorno, che equivalgono a circa 3,8 milioni di tonnellate al giorno.

Come si può vedere, le trecentomila tonnellate di gasolio che i russi hanno promesso per Ottobre non sono nient'altro che meno del 10% del consumo mondiale giornaliero.

Se ci concentriamo sul solo mercato americano, scopriamo che i consumi equivalgono a circa 510.000 tonnellate al giorno. Da qui si deduce che le 300.000 tonnellate promesse dalla Russia per Ottobre equivalgono a poco più di mezza giornata di consumo statunitense.

Cifre dunque che non sono in grado di cambiare l'inerzia di un mercato che sta subendo uno shock da offerta molto forte e  che potrebbe anche peggiorare se i ribelli yemeniti di Ansar Allah continuassero a bersagliare con i loro missili e droni le raffinerie saudite e sei loro alleati iraniani continuassero a bloccare il traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz. 

Tutte cose ben conosciute sia a Putin che a Trump e che chiariscono come la reale motivazione di questa operazione non va ricercata nella volontà di risolvere la carenza mondiale di petrolio e di suoi distillati. Semplicemente dal punto di vista di Trump si vuole sfruttare al massimo l'effetto annuncio per guadagnare voti alle elezioni di MidTerm facendo credere agli elettori statunitensi che la fiammata sui prezzi dei carburanti è destinata a spegnersi in breve tempo grazie al lavoro di Trump.

Dal punto di vista di Putin questa mossa consente di guadagnare altro preziosissimo tempo, in attesa o di un miracolo che risolva il conflitto favorevolmente o di una sua ulteriore deflagrazione alla quale bisogna comunque prepararsi.

In qualunque caso chi parla di reale distensione tra USA e Russia, non ha valutato correttamente né il quadro generale sul piano delle relazioni diplomatiche né le dinamiche reali del mercato del petrolio.

Polícia localiza mulher em hotel após furto de celular em academia de Goiânia

10 October 2026 at 03:05

Uma mulher natural do Rio Grande do Sul foi presa após furtar um celular esquecido por um cliente em uma academia de Goiânia. O caso veio à tona após o sistema de vigilância do estabelecimento registrar a retirada do aparelho, fato que permitiu à polícia identificar a suspeita e iniciar as buscas.

As gravações de segurança tiveram papel decisivo na apuração. Após analisar as imagens e reunir informações sobre o caso, as equipes policiais localizaram a mulher em um hotel no Setor Marista, região nobre da capital. Segundo as informações divulgadas, ela estava em Goiânia a trabalho e permanecia temporariamente na cidade.

A abordagem ocorreu sem resistência. Após a localização da suspeita, os policiais recuperaram o celular e a encaminharam à delegacia para os procedimentos legais. O caso ficou sob responsabilidade da Polícia Civil, que dará continuidade à apuração da ocorrência.

O episódio evidenciou a importância das câmeras de segurança na identificação de suspeitos e na recuperação de objetos furtados. A vítima conseguiu reaver o aparelho após a ação policial, enquanto o caso seguiu para as providências previstas em lei.

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MP-GO identifica 12 casos e médico é preso sob suspeita de abusos

10 October 2026 at 03:00

O médico Carlos Umberto Inácio Novais, de 71 anos, foi preso preventivamente na quinta-feira (08/10), em Porangatu, no norte de Goiás, sob suspeita de cometer crimes sexuais contra pacientes. O Ministério Público de Goiás (MP-GO) identificou, até o momento, 12 casos, todos associados à atuação profissional do investigado. Um dos episódios envolve contexto de violência doméstica.

Durante o cumprimento de mandados de busca, a Polícia Civil apreendeu seis armas de fogo na residência do médico, no consultório e em uma propriedade rural ligada a ele. As diligências integram a apuração conduzida pela Delegacia Estadual de Atendimento à Mulher (Deam) de Porangatu, após o advogado das vítimas encaminhar relatos ao Ministério Público.

Segundo o MP-GO, os casos investigados estão relacionados aos serviços prestados pelo médico em unidades públicas de Porangatu, entre elas o Hospital Municipal, o Centro de Atenção Psicossocial (CAPS) e a policlínica. O profissional também exercia a função de perito na Polícia Científica de Goiás.

Após tomar conhecimento das denúncias, a Secretaria Municipal de Saúde determinou o afastamento temporário do médico e abriu procedimento administrativo disciplinar. A Polícia Científica encaminhou o caso à Corregedoria para análise. O Conselho Regional de Medicina do Estado de Goiás (Cremego) foi procurado, mas não havia se manifestado até a última atualização da reportagem.

Em nota, a defesa declarou confiar no andamento do processo e afirmou que a apuração demonstrará a inocência do investigado. Os advogados também destacaram a trajetória do profissional, descrito como respeitado pela comunidade por décadas de serviços prestados a Porangatu e à região. O Ministério Público solicita que possíveis outras vítimas procurem a Promotoria de Justiça pelo e-mail 3porangatu@mpgo.mp.br ou presencialmente.

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From charming toys to unsettling creatures on a catwalk: When did robots start to scare us?

10 October 2026 at 05:00

Yumi Nu is one of the world’s most sought-after models. An American citizen of Dutch and Japanese descent, and the niece of DJ Steve Aoki, she has appeared on the cover of Sports Illustrated and walked for L’Oréal and Victoria’s Secret. On September 22, at Vogue World in Milan, Nu shared the runway with a group of inexperienced intruders: four humanoid robots built by the Chinese company Unitree Robotics.

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© Valentina S. Frugiuele (Getty Images for Vogue)

A Unitree robot on the catwalk at the Vogue World event in Milan in September.

Vídeo: Fábio Faria surge em registros de festas milionárias de Vorcaro e exposição amplia polêmica

10 October 2026 at 01:31

O ex-ministro das Comunicações Fábio Faria, marido da apresentadora Patrícia Abravanel, apareceu em fotografias e mensagens extraídas do celular do ex-banqueiro Daniel Vorcaro, divulgadas pela revista Piauí no domingo (04/10). O material registra a presença de Faria em eventos de luxo realizados em Londres, na Inglaterra, durante viagens em março e abril de 2024.

Os registros mostram encontros em clubes privados e festas com convidados de destaque. Em uma das fotografias, Faria aparece ao lado de Vorcaro e do presidente da Câmara dos Deputados, Hugo Motta. As imagens integram o conteúdo encontrado no celular do empresário, apreendido pela Polícia Federal.

A divulgação das fotografias provocou comentários nas redes sociais sobre o casamento de Faria com Patrícia Abravanel. Entretanto, o material divulgado não comprova infidelidade, e a presença do ex-ministro nos eventos não constitui, isoladamente, evidência de traição.

A reportagem também detalhou os gastos atribuídos a Vorcaro nas viagens, ao incluirhospedagem em hotel cinco estrelas e uma degustação de uísque Macallan avaliada em aproximadamente R$ 3,3 milhões. Os valores ampliaram os questionamentos sobre o financiamento dos encontros e a proximidade do banqueiro com figuras influentes.

A divulgação do material reacendeu discussões sobre os vínculos entre Vorcaro e integrantes da política brasileira. As imagens documentam encontros e a participação de convidados nos eventos, mas não comprovam, por si só, a prática de irregularidades pelos políticos retratados.

Foto e Vídeo: Redes Sociais

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Vídeo: Capitão da PM é liberado após vídeo registrar agressões brutais contra duas mulheres

10 October 2026 at 01:31

Um capitão da Polícia Militar foi liberado após ser flagrado em vídeo a agredir duas mulheres em São Luís, capital do Maranhão. As imagens, que registraram a sequência de ataques, mostram o oficial a desferir socos e um chute no rosto de uma das vítimas, identificada pela roupa laranja. Com a força dos golpes, a mulher caiu no chão, enquanto a violência prosseguiu diante da câmera.

A segunda mulher, que vestia um vestido preto, tentou intervir para interromper as agressões contra a primeira vítima. A reação, porém, também foi alvo da violência do capitão, que sacou uma arma e passou a atingir a mulher com coronhadas. Além disso, o oficial desferiu novos golpes no rosto da vítima, conforme o registro em vídeo. A gravação documentou diferentes momentos das agressões contra as duas mulheres.

O caso está sob investigação da Delegacia Especializada da Mulher de São Luís, responsável pela apuração das circunstâncias das agressões. A ocorrência deverá ser esclarecida pelas autoridades competentes, que buscam reunir informações sobre o episódio e avaliar as medidas cabíveis em relação à conduta do policial militar. Até o momento, as informações disponíveis indicam que o capitão foi liberado após o caso.

Foto e Vídeo: Redes Sociais

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