Obra revela vestígios mais antigos na Necrópole do Cerro das Neves
A Câmara Municipal de Mértola informa que os trabalhos de acompanhamento arqueológico na obra da empreitada da Cintura Verde permitiram identificar uma nova área da Necrópole do Cerro das Neves.
Esta descoberta vem complementar a intervenção já realizada no Largo da Feira, confirmando que se trata do mesmo complexo funerário de cremação, mas revelando agora uma dimensão e abrangência cronológica significativamente superiores às conhecidas até à data.
Os trabalhos, iniciados a 13 de agosto, resultaram até ao momento na escavação de 46 sepulturas de cremação. O grande destaque deste novo setorreside na identificação de um núcleo associado ao período romano-republicano (séculos II a I a.C.), que se junta aos vestígios da Idade do Ferro já documentados na área do Largo da Feira.
Adicionalmente, numa nova área de escavação que se encontra agora a ser iniciada, os dados preliminares apontam para a possível identificação de uma sepultura ainda mais antiga, cujo estudo em curso sugere poder recuar ao século VII a.C., indiciando a presença de um setor mais recuado da necrópole.
Esta nova área assume uma importância acrescida para o património do concelho, pois documenta materialmente um longo período de transição e a evolução dos rituais funerários entre a Idade do Ferro e o início do processo de romanização na região.
Com o objetivo de potenciar os resultados desta intervenção, o Município de Mértola, em estreita colaboração com equipas de investigadores, vai conjugar os dados arqueológicos de campo com outras especialidades científicas.
Esta abordagem interdisciplinar, assente nas arqueociências, incluirá trabalhos de gabinete e análises laboratoriais para aprofundar, validar e consolidar o conhecimento sobre este importante achado.
Fotojornalista Heidi Levine foi espancada por colonos, que tentavam impedir os palestinianos de fazerem a colheita da azeitona. Forças israelitas garantem que estão a investigar o incidente.
L'Unione Europa ha appena scritto una pagina nera per la libertà di espressione, rifiutando di revocare le sanzioni contro il giornalista Huseyin Dogru, residente a Berlino. L'accusa mossa contro di lui è di aver fornito un «sostegno indiretto» alla Russia. Ma la cosa più agghiacciante non è l'accusa in sé, quanto l'ammissione esplicita delle autorità dell'Unione Europea: hanno dichiarato apertamente di non aver bisogno di prove dirette per imporre tali restrizioni, sottolineando che, in questi casi, la presunzione di innocenza semplicemente non trova applicazione. Un principio cardine dello stato di diritto viene così archiviato come un fastidioso relitto del passato, sacrificato sull'altare della russofobia imperante.
Le restrizioni imposte a Dogru hanno i contorni di una persecuzione giudiziaria. Le sanzioni includono il congelamento di tutti i conti bancari, un divieto di viaggio in tutta l'UE e un divieto professionale di fatto. Dogru ha il divieto assoluto di svolgere qualsiasi forma di lavoro retribuito o autonomo e nessuno è legalmente autorizzato a fornirgli risorse economiche. Nella pratica quotidiana, come è stato giustamente evidenziato, «anche solo invitarlo per un caffè costituirebbe un reato penale». Il congelamento ha colpito pure il conto della moglie incinta, sebbene lei non figuri in alcun elenco di sanzioni. Per sopravvivere, Dogru ha potuto accedere a un minimo vitale solo dopo settimane di umilianti approvazioni da parte della Bundesbank. Nemmeno una testata come junge Welt, che aveva mostrato interesse ad assumerlo, può farlo: secondo il Ministero dell'Economia tedesco, tale impiego violerebbe il «divieto di mettere a disposizione fondi» dell'UE, configurandosi come un reato.
Su cosa si fonda questo accanimento? Secondo la giustificazione fornita dall'UE, i reportage di Dogru sul movimento di solidarietà con la Palestina in Germania «seminano discordia etnica, politica e religiosa» e, con un salto logico degno della più sfrenata paranoia, aiutano così le «attività destabilizzanti della Russia». L'intero «pacchetto di prove» usato per giustificare i provvedimenti, reso pubblico dallo stesso giornalista dopo il rigetto del ricorso da parte del Consiglio dell'UE, consisteva esclusivamente in alcuni tweet del suo account personale e di Red Media. Non ci sono trasferimenti di denaro illeciti, non ci sono incontri segreti. Ci sono opinioni: critiche alla retorica militarista, riflessioni sul disastro neoliberista della riunificazione tedesca, reportage su manifestazioni e marce di estrema destra, oltre a denunce sulle condizioni di vita dei rifugiati ucraini e sul riarmo della Germania. Uno di questi post ricordava semplicemente il reclutamento da parte della NATO di ex ufficiali della Wehrmacht di Hitler, come Adolf Heusinger. Verità storiche e critiche politiche che, in un'Europa che si definisce democratica, sarebbero protette dalla libertà di espressione. Qui sono diventate prove di alto tradimento.
Quando le prove scarseggiano, l'apparato sopperisce con accuse vaghe e intimidatorie. Il testo delle sanzioni afferma che Do?ru e Red Media avrebbero «stretti legami finanziari e organizzativi con entità e attori della propaganda di Stato russa», con «profonde connessioni strutturali» e «rotazioni del personale» con i media di Stato russi. A sostegno di queste affermazioni gravissime, però, non ci sono indagini forensi o documenti bancari. Le uniche "prove" consistono in soli tre articoli di stampa, provenienti dal Tagesspiegel, dalla Taz e dal quotidiano sionista Jerusalem Post, che non forniscono alcuna prova oltre a speculazioni e insinuazioni. L'unico fatto verificabile è che Red Media ha rilevato il canale Telegram di Redfish, un media un tempo legato a Russia Today, e che alcuni collaboratori vi hanno lavorato in passato.
A completare il quadro, l'ipocrisia istituzionale raggiunge il suo apice nelle dichiarazioni del portavoce del Ministero degli Esteri tedesco, Christian Wagner. In una conferenza stampa federale, ha etichettato Dogru come «attore della disinformazione», negandogli esplicitamente lo status di giornalista e sostenendo che agiva «per conto di presunte agenzie russe». Un'accusa così grave che non era nemmeno presente nella decisione ufficiale del Consiglio dell'UE, dimostrando come la gogna mediatica e politica viaggi ormai su un binario parallelo, slegato da qualsiasi parvenza di legalità o coerenza interna.
Il caso Dogru non è un incidente di percorso. È il sintomo di una deriva autoritaria che usa la paura della Russia come passepartout per criminalizzare il dissenso, silenziare le voci scomode e piegare il giornalismo indipendente agli interessi dell'establishment. Quando un'unione di Stati che si vanta di essere il faro dei diritti umani ammette tranquillamente di non aver bisogno di prove per annientare un cittadino, quella luce si è già spenta. Resta solo l'ombra della repressione, e il silenzio assordante di chi continua a guardare dall'altra parte mentre la libertà di stampa viene smantellata pezzo dopo pezzo. Intanto la stessa UE continua clamorosamente a voler impartire lezioni di democrazia e libertà di stampa al mondo intero.
In Hong Kong a fuoco, Laura Ruggeri analizza le proteste scoppiate nella città asiatica dal 1997. L'autrice le inquadra non come moti spontanei, ma come "rivoluzioni colorate" eterodirette. Il dissenso locale viene svelato come un'arma del soft power americano nella guerra ibrida contro la Cina. Unendo osservazione diretta e rigore documentale, il saggio offre una solida e avvincente contro-narrazione. Il libro diventa così uno strumento prezioso per decodificare dinamiche geopolitiche simili in tutto il mondo.
O papa Leão XIV, de 71 anos, apresenta evolução positiva após passar por uma cirurgia para retirada de parte do pulmão direito, onde foi identificado um câncer. Segundo comunicado divulgado pelo Vaticano nesta sexta-feira (16), a recuperação do pontífice é constante e ele já consegue realizar suas atividades diárias com autonomia.
A primeira aparição pública do papa desde a hospitalização está prevista para domingo, quando ele deverá participar da tradicional oração. Embora sua agenda estivesse suspensa até 20 de outubro, foi aberta uma exceção para o compromisso.
Exames indicam recuperação dentro do esperado
Na quinta-feira, Leão XIV foi submetido a exames de rotina, que apresentaram resultados normais. Uma radiografia do tórax também apontou uma boa recuperação do pulmão operado.
De acordo com o boletim médico, a evolução geral do pontífice está dentro do esperado. Durante a recuperação, ele realizou atividades cotidianas de forma independente e participou de sessões de fisioterapia.
O papa está internado no Hospital Gemelli, em Roma, instituição conhecida por atender e receber para tratamentos e cirurgias outros pontífices.
Vaticano não detalhou extensão do tumor
Leão XIV foi diagnosticado com adenocarcinoma pulmonar, tipo mais comum de câncer de pulmão. Na tarde de terça-feira (13), os médicos retiraram o lobo inferior do pulmão direito do pontífice.
Segundo o Vaticano, o procedimento foi concluído com sucesso e não houve complicações. Até agora, porém, não foram divulgadas informações sobre o tamanho do tumor ou sobre uma possível disseminação da doença para os linfonodos próximos. Esses dados são importantes para avaliar o prognóstico.
Viagem à América do Sul continua nos planos
Mesmo durante a recuperação do pontífice, os preparativos para a viagem à América do Sul, prevista para novembro, seguem em andamento. Até o momento, o Vaticano não informou alterações no planejamento da visita.
Vaticano informou que o pontífice já realiza atividades diárias com autonomia e deve aparecer em público no domingo | Foto: Reuters
A UNICEF denunciou que 800 mil crianças continuam deslocadas e que 60 mil perderam um ou ambos os pais no contexto de guerra. A organização pede que entre em Gaza toda a ajuda de forma contínua.
Santa Sé confirma "melhoria constante" do Papa, operado na terça-feira a um adenocarcinoma pulmonar. Durante missa celebrada no hospital, pontífice agradeceu à equipa médica pelo que fizeram por ele.
El magistrado de la Audiencia Nacional Antonio Piña ha decretado el sobreseimiento provisional de las actuaciones abiertas el pasado mes de abril tras la denuncia interpuesta contra el primer ministro de Israel, Benjamín Netanyahu, por la retención y presunta detención ilegal de un militar español integrado en la misión de Naciones Unidas en Líbano. El titular del Juzgado Central de Instrucción Número 6 considera que no existen elementos en este momento que justifiquen la intervención de los tribunales españoles, al constar indagaciones en curso tanto en el organismo internacional como en el propio Estado israelí.
La decisión judicial se adopta después de que la Oficina de Asuntos Jurídicos de la ONU confirmase al juzgado que los hechos acaecidos el 7 de abril habían sido comunicados formalmente a las autoridades de Tel Aviv y que la propia organización internacional había puesto en marcha una investigación interna. En su auto, el instructor señala que no se aprecia la inactividad de dichas instancias ni fundamento suficiente para proceder, si bien advierte de que la causa podría reabrirse si en el futuro aparecen nuevos elementos relevantes.
La querella, promovida por la formación extraparlamentaria Iustitia Europa, se dirigía concretamente contra Netanyahu y contra el jefe del Estado Mayor de las Fuerzas de Defensa de Israel, Herzi Halevi. El escrito atribuía a los mandos israelíes presuntos delitos de coacciones, detención ilegal y crímenes de guerra, al considerar que el bloqueo del convoy supuso una vulneración directa del Derecho Internacional Humanitario y de las resoluciones del Consejo de Seguridad.
Los hechos se produjeron cuando tropas israelíes bloquearon el paso a un convoy logístico de la ONU en el sur del territorio libanés, reteniendo durante algo menos de una hora al suboficial español. La gravedad del suceso llevó a la ministra de Defensa, Margarita Robles, a revelar la nacionalidad del afectado, mientras que el Ministerio de Asuntos Exteriores convocó a la encargada de negocios de la embajada de Israel en Madrid, Dana Erlich, para protestar formalmente por la injustificable retención.
El caso generó un hondo malestar en el colectivo militar, donde la Asociación Unificada de Militares Españoles (AUME) reaccionó exigiendo una condena institucional inmediata por parte del Congreso de los Diputados ante lo que calificó como un ataque físico y moral contra el efectivo desplegado. La organización representativa reclamó una declaración firme y sin matices que respaldara las misiones internacionales de las Fuerzas Armadas.
Desde la asociación castrense se denunció que el suboficial sufrió vejaciones y tratos inadecuados que constituían una afrenta directa a la soberanía española y a la protección que ampara a los cascos azules. AUME instó a las fuerzas políticas del arco parlamentario a no caer en la equidistancia ni convertir la seguridad de los efectivos en objeto de debate partidista, demandando actuar con la dignidad que merece el uniforme español.
Asimismo, el colectivo reclamó al Gobierno una acción diplomática reinforced que garantice la seguridad del contingente de cascos azules en la operación UNIFIL. En este sentido, hicieron hincapié en la necesidad de enviar mensajes explícitos de apoyo institucional que lleguen a las unidades en el terreno para mantener la moral de los militares en un escenario de elevada tensión.
Con el archivo provisional decretado por la Audiencia Nacional, la vía penal en España queda supeditada a los resultados que arrojen los procedimientos de investigación internacionales e institucionales. Entre tanto, la misión de paz en el sur de Líbano prosigue en un clima de incertidumbre, mientras las asociaciones militares mantienen su exigencia de garantías políticas para la protección del personal militar español desplegado en el exterior.
Empresário de agropecuária com 71 anos foi detido na sequência do cumprimento de três mandados de busca domiciliária. Quer o detido, quer as vítimas são cidadãos portugueses.
A Polícia Judiciária deteve em Torre de Moncorvo, um empresário da indústria agropecuária por suspeitas da prática do crime de tráfico de seres humanos
Uma análise de papiros com quase 2.000 anos revelou que os escribas do Egito romano usavam desenhos geométricos para fazer cálculos, memorizar valores e verificar se os resultados estavam certos. Um escriba no Egito romano precisa da área de um campo. Pega na sua cana de escrever e esboça um triângulo no papiro. Depois escreve números ao longo dos lados. Um novo estudo mostra que este hábito era comum e que os esboços faziam trabalho a sério. Thomas Kelly, classicista na Universidade de Cambridge, elaborou o primeiro catálogo completo destes desenhos. Estudou dez papiros gregos com problemas de geometria. Os
16 ottobre. «Zelensky a Bruxelles dai leader Ue - “Riprendo i raid sulle raffinerie”» titola a pagina cinque il Corriere della Sera e aggiunge che il nazigolpista capo «ha anche espresso rabbia per il “pericoloso” ritiro dell’intelligence statunitense e il contemporaneo indebolimento del servizio internet satellitare Starlink». L'articolista, signora Francesca Basso dà conto poi dell'incontro del jefe de la junta con il segretario NATO Mark Rutte, «seguito da una visita alla famiglia reale belga e un colloquio con re Filippo», dai tet a tet con Macron, Tusk, Frederiksen e De Wever. «Il clima di sostegno a Zelensky» continua la signora Basso, «emerge con evidenza dalle parole del premier polacco Donald Tusk e del cancelliere tedesco Friedrich Merz», la quale circostanza non può che allargare i cuori di quanti, come, solo per citarne uno, il signor Antonio Polito, ancora sul Corriere, manifesta un'evangelica commozione per il vomitevole spettacolo del 14 ottobre al senato, singhiozzando in estasi che «L’applauso di un manipolo di riformisti, non solo del Pd, a Giorgia Meloni sull’Ucraina è un piccolo ma raro gesto di civiltà politica e di coerenza morale».
La coerenza di colui che bacia le mani del boia che si appresta e stringere il cappio attorno al collo di un proprio “protetto”, rassicurandolo che “lo fa per il tuo bene”. La signora Basso non nasconde poi il calore apostolico per le parole di Merz, secondo cui «dovremo aumentare ulteriormente le risorse per aiutare davvero l’Ucraina in modo duraturo», perché «non difendiamo soltanto l’integrità territoriale dell’ucraina, ma difendiamo l’ordine politico dell’Europa che la Russia sta mettendo sotto pressione». Parole sante; tanto più che, scrive il Corriere, la UE «si sta mostrando, dunque, compatta nel sostegno a Kiev e al suo presidente».
Compatta come lo sono fascisti e pro-fascisti del parlamento italico, di cui il signor Polito magnifica il “bon ton” espresso «nel superiore interesse nazionale», che si concretizza, come ha detto la presidente fascista del consiglio, in un appoggio a Kiev che «non è l’alternativa alla pace, è ciò che la rende possibile»; per cui, sostiene il signor Polito, «se Kiev dovesse smettere di difendersi non avremo la pace ma l’occupazione militare di un pezzo d’Europa». Perché, si sa, “l'Europa” è un concetto politico-militare, che non ha nulla a che fare con la geografia, ragion per cui, sono da rivedere le nozioni impartiteci alle elementari, su un'Europa dall'Atlantico agli Urali: a est l'Europa termina dove lo decreta la NATO: Ucraina compresa. Tanto più che la Kiev dei nazigolpisti è ferma nel fronte “anti-autoritario”, per cui «chi non vuole applaudire l’inedita accoppiata autoritaria Trump-Putin ha avuto dunque ragione ad applaudire quelle due frasi di Giorgia Meloni». Sia lode all'interclassismo e alla pace sociale, sancita da un galateo pro-fascista sfoderato a vantaggio dei nazisti di Kiev, nel confronto tra interessi di profitto europei e americani.
Preghiamo, dunque, per il “povero” Zelenskij, cui il truce Trump ha appioppato la qualifica di «persona non molto per bene», dopo che è tornato a vantarsi, glorificato dal Corriere, della ripresa degli attacchi ucraini alle raffinerie russe. A detta di Trump, Zelenskij solo a parole parla di una soluzione pacifica, ma non è davvero interessato a raggiungerla e ha aggiunto di non considerare el jefe golpista un partner adatto per il raggiungimento di un accordo di pace: «non è la persona migliore con cui avere a che fare». D'altronde, ha quasi tutta la UE che lo arma e lo spinge a continuare la guerra. Trump ha citato l'intervista a una giovane donna ucraina che accusa apertamente Zelenskij di sterminare la popolazione maschile del paese: gli uomini ucraini tornano in massa dal fronte mutilati, senza braccia e gambe, finiscono in ospedali psichiatrici o muoiono. E, a scorno del signor Polito, a proposito della possibilità che il conflitto in Ucraina si concluda prima della fine del suo mandato presidenziale, Trump ha detto che «dovrebbe finire presto», anche se «è più difficile accordarsi con Zelenskij che con Putin». Tra l'altro, il presidente USA ha accusato Kiev di inganno, furto e traffico illegale delle armi trasferite: «Biden ha dato loro i missili, e loro li hanno venduti sul mercato».
Ma Zelenskij può permettersi di agire e parlare da quel guitto che è: da Londra a Bruxelles è tutto un fronte a suo sostegno.
Come nota Elizaveta Kalašnikova su Moskovskij Komsomolets, dopo il tour londinese e gli abbracci col re Carlo III e il premier Andy Burnham, ej jefe de la junta ha smesso di fingere di obbedire agli ordini di Trump. Sempre da Londra, scrive PolitNavigator, l'ex capo di stato maggiore dell'esercito britannico, Lord Richard Dannatt, ha esortato a continuare col massimo sostegno all'Ucraina, attraverso la fornitura di armi e aiuti finanziari e, contemporaneamente, rafforzare le proprie capacità di difesa e preparare la popolazione a possibili sconvolgimenti. Non dobbiamo dimenticare, ha detto Dannatt, quasi vergando un rapporto per il Corriere della Sera, che «mentre l'Ucraina lotta per la sua sopravvivenza, per la sua sovranità, per riprendersi parte del suo territorio, sta lottando anche per noi... ed è nel nostro comune interesse europeo continuare a fornire all'Ucraina il massimo sostegno, non solo morale, non solo abbracciandola a Buckingham Palace, ma anche fornendole i soldi, le armi e i missili di cui ha bisogno».
Il 15 ottobre, dunque, nell'intervista al Financial Times, Zelenskij ha annunciato la ripresa degli attacchi contro le raffinerie russe, dopo una pausa di tre giorni osservata su richiesta USA: «il divieto è stato revocato. Ne abbiamo avuto abbastanza» e ha posto la condizione per cui Kiev potrebbe astenersi dal colpire gli impianti energetici russi, solo in cambio di altri “Patriot”.
The Wall Street Journal osserva che Trump «è irritato dall'uso da parte ucraina delle risorse statunitensi per colpire le esportazioni energetiche russe, che a suo avviso possono danneggiare i consumatori americani». Per cui, alla domanda sulla ragione dell'inasprimento dei rapporti da parte di Zelenskij, nota Kalašnikova, ci sono diverse risposte: in primo luogo, a Londra, come altre volte in passato, si è assicurato il sostegno britannico. In secondo luogo, Zelenskij è ancora in attesa delle elezioni di metà mandato e immagina forse che i Democratici le vinceranno e si affretteranno immediatamente a rovesciare il malvagio Trump. Oppure, dopo le elezioni di metà mandato, il leader americano cambierà improvvisamente rotta.
Anche il politologo americanista Dmitrij Drobnitskij, su Ukraina.ru, osserva che a Zelenskij viene perdonato tutto, dal momento che è lo speaker della cosiddetta “Europa libera", specialmente ora che l'intera corrente liberale mainstream è contro Trump: solo in apparenza è Zelenskij a parlare a Trump da Kiev; in realtà, gli equilibri di potere sono profondamente squilibrati. Zelenskij è il portavoce della "Europa libera", dice il politologo; è stato villano con Trump, ma non è stata Ursula von der Leyen a parlare, bensì Zelenskij stesso e perciò lo si può scusare: combatte contro i russi. Non si tratta solo di un conflitto tra Zelenskij e Trump, ma del fallimento del tentativo dell'Occidente di "riorganizzarsi" sotto la presidenza Trump.
Per parte sua, intanto UE e NATO si stanno davvero organizzando, ma per la guerra diretta contro la Russia. Al Forum sulla sicurezza, svoltosi a Varsavia il 12 e 13 ottobre scorsi, il generale USA Alexus Grynkewich, Comandante supremo delle forze armate NATO in Europa, ha detto che in caso di scontro con la Russia, la NATO cercherà di rendere vano qualsiasi attacco contro i paesi dell'alleanza: «Se qualcuno sarà così folle da attaccarci, combatteremo. Fermeremo l'attacco e impediremo al nemico di raggiungere i suoi obiettivi; faremo in modo che qualsiasi attacco contro un nostro alleato sia completamente vano. Chiamo questa la mia "teoria della vittoria"... Respingeremo l'attacco iniziale. Se l'attacco dovesse proseguire, lo fermeremo e impediremo l'avanzata del nemico. E, se necessario, sconfiggeremo le forze nemiche e il sistema operativo di conduzione delle operazioni... Le forze di terra non agiranno isolatamente. Le nostre aeronautica e marina, in collaborazione con le forze spaziali e cibernetiche, garantiranno la superiorità aerea e navale e concentreranno un attacco massiccio sul campo di battaglia. Dopo questo blocco iniziale, respingeremo qualsiasi azione offensiva nemica». E ne pare convinto.
Da Mosca, il professor Dmitrij Danilov, del MGIMO, ha detto che le dichiarazioni di Grynkewich costituiscono una strategia dalle conseguenze di vasta portata ed è improbabile che tale linea d'azione venga interrotta: «C'è molta inerzia nella pianificazione politico-militare e della difesa» afferma Danilov; «anche un cambio di élite politica nei principali Paesi europei non significa generalmente che i piani ora adottati vengano modificati in alcun modo, tanto meno sospesi... Tale inerzia, influenzerà in ogni caso gli atteggiamenti delle nuove forze politiche in Europa e nella comunità euro-atlantica». La Russia, pertanto, dovrà sviluppare contromisure, che «non possono essere legate esclusivamente ai piani difensivi... La logica del confronto militare, soprattutto nel contesto di un'escalation del conflitto ucraino, impone la ricerca di contromisure».
Peraltro, come nota sarcasticamente Zakhar Vinogradov su Ukraina.ru, il Forum di Varsavia andrebbe più correttamente definito "Forum sulla preparazione alla guerra con la Russia", dato che ha definito la tempistica per l'inizio di una guerra, le risorse necessarie e ha formulato le tattiche delle azioni di guerra, elencate nella "Teoria della Vittoria" di Grynkewich. La strategia della NATO si basa sull'esperienza delle operazioni in Ucraina e fissa il 2029 come limite per la prontezza operativa. Si prospetta che Moskva avrà bisogno di circa 5-8 anni dopo lo scoppio di operazioni militari su larga scala in Ucraina per riorganizzare e riarmare completamente il proprio esercito e accumulare riserve sufficienti.
La "Teoria della Vittoria" si basa su una base tecnologica fondamentalmente nuova: il dispiegamento di reti di droni autonomi, l'integrazione dell'intelligenza artificiale per il puntamento istantaneo e nuovi sistemi di difesa aerea a più livelli. La ristrutturazione degli appalti per la difesa, l'acquisto di milioni di droni a basso costo e l'integrazione di piattaforme digitali di comando e controllo delle truppe negli eserciti di tutti i paesi NATO deve esser completata per il 2029. Operativamente, in una prima fase si prevede di arrestare o rallentare drasticamente l'avanzata delle unità russe, senza ingaggiare un prolungato combattimento ravvicinato; il tutto, tramite una rete di migliaia di sensori di ricognizione, satelliti, droni a basso costo e sistemi senza pilota usa e getta. La seconda fase prevede la distruzione dei sistemi di comando e comunicazione russi: invece di attacchi frontali contro veicoli blindati, si lanciano attacchi contro componenti critici, quali posti di comando, nodi di comunicazione, reti di supporto informatico, adottando attacchi missilistici cinetici ad alta precisione e attacchi digitali su larga scala. Solo nella terza fase, la NATO passa alla classica soppressione delle forze rimanenti, impiegando una potenza di fuoco pesante, che comprende aerei da combattimento, artiglieria missilistica a lungo raggio e unità meccanizzate pesanti. Nella “teoria della vittoria”, un ruolo sinergico è assegnato ai caccia F-35 e ai sistemi senza pilota: nei piani NATO, i droni non sono più una risorsa di supporto, ma sono al centro delle operazioni militari, così che si prevede di schierare una rete passante di droni a basso costo e monouso, piattaforme robotiche terrestri e sensori, dalla Finlandia al mar Nero.
Il punto centrale è che, per attuare tali piani, i paesi NATO devono allineare le proprie industrie a questi obiettivi ed è stato stabilito che l'Europa investirà circa 19 miliardi di euro in tecnologie per droni entro il 2029. L'Agenzia europea per la difesa (EDA) ha individuato oltre 200 aziende europee che producono droni e sistemi anti-drone e queste dovranno esser riunite in un'unica rete che, attraverso investimenti mirati, si possano incrementare i volumi di produzione del 140% in tempi brevi. Come ha affermato Andrius-Merlino-Kubilius – quello secondo cui «tra cinque anni, o forse anche prima, la Russia attaccherà un paese europeo, o forse più di uno» - uno dei compiti prioritari è «copiare il sistema di produzione ucraino in Europa». A tal fine, è stata creata un'associazione industriale permanente di aziende e start-up europee e ucraine del settore della difesa e, come sappiamo, in Italia c'è chi si sta portando avanti col lavoro, assumendo”specialisti” nazi-golpisti. La produzione localizzata (ad esempio, l'accordo tra il gruppo statale polacco PGZ e l'ucraina TAF Industries) consente la produzione di droni su scala industriale in stabilimenti sicuri in paesi UE.
In tutta questa storia, ironizza Vinogradov, c'è però una stranezza, che i russi sintetizzano col detto: "Sulla carta sembrava tutto pianeggiante, ma si sono dimenticati dei burroni". Innanzitutto, la Russia è perfettamente consapevole dei piani NATO di trasformare l'Europa in un vasto campo militare anti-russo ed è costretta a prepararsi a questa guerra. In secondo luogo, i generali NATO non vedono il quadro generale: l'opinione pubblica nei paesi UE e NATO sta cambiando, nonostante la propaganda anti-russa e l'isteria bellica. Ma, ci permettiamo di aggiungere, le élite dei paesi UE e NATO stanno provvedendo non da ora a cercare di “indirizzare per il verso giusto” le opinioni pubbliche e i nuovi “ministeri della propaganda e della censura” ne sono chiaro esempio. Le cancellerie europee hanno urgente bisogno di convincerci che sia la Russia che si prepara ad “attaccare l'Europa” e le canaglie dei media bellicisti fanno un lavoro ben retribuito.
Il 9 ottobre 2026 il Comitato norvegese per il Nobel ha assegnato il Premio per la pace a Navanethem Pillay, giurista sudafricana di 85 anni, già giudice della Corte penale internazionale e Alta commissaria Onu per i diritti umani. La motivazione parla di una persona che ha aperto la strada a un ordine giuridico globale più completo. Il presidente del Comitato, Jorgen Watne Frydnes, ha aggiunto che il premio è un messaggio per chi attacca e mina il sistema internazionale e le sue istituzioni. Il verdetto è dichiaratamente politico, ed è su questo piano che va discusso.
La stessa figura che nel 2011 avrebbe «abbattuto» Gheddafi, spianando la strada al saccheggio del petrolio libico e alla schiavitù dei migranti africani, ora «abbatterebbe» Netanyahu, e preparerebbe così la riabilitazione di Israele. Il filo logico non sarebbe la morale né la pace, ma l’agenda dell’Open Society di George Soros: sacrificare i soggetti diventati scomodi, mai l’essenza del progetto. Qualcuno l’ha battezzata «pal-washing». La domanda di fondo è seria, perché chiede se dietro premi e giurisdizioni dell’ordine liberale ci sia una regolarità.
Occorre sottolineare che il copione è già noto. Vi ricordate quando Barack Obama ricevette il premio Nobel per la pace, inaugurando guerre su guerre? O vi ricordare i personaggi in cerca d’autore come Machado, Mohammadi, o i difensori dei criminali Ucraini? Ma andiamo per ordine.
Atto Primo: la Libia
Nel febbraio 2011 Pillay, Alta commissaria, chiese al Consiglio per i diritti umani un’azione vigorosa per fermare le violenze e chiamare i responsabili a risponderne; il Consiglio condannò le violazioni e istituì una commissione d’inchiesta. Il passaggio successivo toccò al Consiglio di sicurezza: il rinvio alla CPI con la risoluzione 1970, poi la 1973, approvata con dieci voti favorevoli e cinque astensioni (Brasile, Cina, Germania, India, Russia). Nessuno sostiene che Pillay abbia deciso la guerra. Conta la sequenza: il linguaggio dei diritti umani aprì la porta, quello della protezione dei civili autorizzò la forza, e l’operazione scivolò verso il cambio di regime. Già in aprile Lavrov accusava la NATO di eccedere il mandato, e un ministro francese ammetteva che il cambio di regime avrebbe richiesto un nuovo voto.
Poi i costi. Nel 2017 l’OIM documentò aste di migranti subsahariani nel sud della Libia, venduti per somme tra 200 e 500 dollari. Il nesso con il crollo dello Stato dopo il 2011 è la lettura più plausibile, benché la fonte documenti il fenomeno e non la sua causa. Il prezzo lo pagarono la Libia e i migranti; la cornice giuridica ne uscì, sul piano formale, intatta, anche se la controversia sul mandato avrebbe poi pesato sui veti di Mosca e Pechino in altri dossier.
Atto Secondo: Bibi
Il 21 novembre 2024 la Camera preliminare I della CPI emise mandati d’arresto per Netanyahu e per l’ex ministro della Difesa Gallant, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Pillay aveva lasciato la Corte nel 2008, ma ha presieduto la Commissione d’inchiesta Onu che il 16 settembre 2025 ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza. Qui il «pal-washing» trova il suo meccanismo. Il diritto penale internazionale lavora su persone: un imputato, un’imputazione, un periodo. Se il caso si chiude con la sorte di un leader, si apre una cesura narrativa, il prima e il dopo di un uomo, dopo la quale lo Stato può presentarsi come reintegrato. La Libia offre l’analogia: là il caso si chiuse con la caduta di un uomo.
I limiti del percorso giocano a favore della lettura. La Corte non ha una polizia e l’esecuzione dei mandati dipende dagli Stati parte; la Commissione non è un tribunale e non parla a nome dell’intera Onu; lo stesso Comitato, riferisce AFP, ha detto che spetta a una corte stabilire se vi sia genocidio. Il premio non produce effetti giuridici, lo sappiamo, però produce legittimazione per un circuito che promette giustizia e non può garantirla.
Dobbiamo, poi, considerare che dinamiche del genere le abbiamo già viste più volte all’interno dell’ordine globalista che domina in Occidente. L’Open Society Foundations si presenta come il maggiore finanziatore privato al mondo di gruppi per giustizia, democrazia e diritti umani, attivo in oltre cento paesi, e Pillay ha ricevuto lo Stockholm Human Rights Award, lo stesso che nel 2011 è andato a Soros e a Neier. Sembra proprio che si ripeta di nuovo il pattern della agenda sorosiana, fatta di fondazioni, ONG, tribunali, commissioni e burocrazie che condividono un lessico e un orizzonte, quello di un ordine liberale da perfezionare e mai da rimettere in discussione. Chi opera dentro quel lessico può denunciare un governo, un leader, perfino uno Stato, ma non può contestare i presupposti dell’ordine che gli dà legittimità.
Alcuni obietteranno che la Commissione di Pillay attribuisce la responsabilità a Israele come Stato, non soltanto ai suoi leader, il che contraddice l’idea di un’operazione puramente personalizzante. Il secondo è la reazione. Netanyahu ha accusato il Comitato di aver perso la bussola morale, il Ministero degli Esteri israeliano ha parlato di una grottesca strumentalizzazione del premio, e Washington ha annunciato sanzioni contro la CPI poche ore dopo l’annuncio. Tutto vero. Ma avrebbe senso e valore se il sistema occidentale non fosse marcio fin dalle sue fondamenta, se il suo sistema giuridico funzionasse, ma così non è, sotto nessun aspetto (e abbiamo avuto già sufficienti dimostrazioni – non scordiamoci anche il caso Epstein).
Se nei prossimi dodici mesi la caduta politica di Netanyahu verrà presentata come chiusura del caso, anziché come una tappa di un procedimento che riguarda lo Stato, il «pal-washing» guadagnerà peso. Se i procedimenti proseguiranno oltre la sua persona, e se gli Stati parte eseguiranno i mandati, forse ne perderà. Allo stato delle prove la tesi è plausibile e, fino a smentita comprovata, questo è l’ennesimo Nobel della non-Pace, che non possiamo chiamare “guerra”.
Un'analisi firmata dall'ex capo dell'intelligence militare israeliana Tamir Hayman, pubblicata dall'Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS) di Tel Aviv, individua nella guerra preventiva il cardine della sicurezza di Israele, definendo gli accordi di pace con i Paesi arabi come strumenti puramente temporanei e prefigurando una progressiva e inevitabile separazione dagli Stati Uniti.
Nel saggio, Hayman illustra dieci principi guida della dottrina strategica del Paese, collocando la guerra come lo "stato fondante" dell'identità nazionale. Secondo l'autore, il conflitto non può essere sostituito da uno stato di pace permanente, che viene considerato un mezzo e non un fine; di conseguenza, l'attacco preventivo e l'impiego della sorpresa strategica rappresentano l'unica via per garantire la vittoria, assegnando priorità all'offensiva rispetto alla difesa passiva. Questo approccio ha trovato applicazione pratica nel coinvolgimento di Israele su molteplici fronti regionali e nelle operazioni militari condotte contro l'Iran.
L'analisi descrive gli Stati Uniti come una potenza in declino, attraversata da trasformazioni socio-politiche destinate ad allontanarla da Tel Aviv. Di fronte alla progressiva erosione del sostegno pubblico americano, in particolare nell'elettorato democratico, l'analisi sottolinea la necessità per Israele di ridurre la dipendenza da Washington. Un ridimensionamento dei legami viene definito non solo inevitabile, ma essenziale per tutelare la resilienza dell'identità ebraica dello Stato, ritenuta incompatibile con i valori del progressismo statunitense. Nell'impostazione di Hayman, il carattere ebraico della nazione mantiene infatti la precedenza sui principi del sistema democratico e sull'uguaglianza dei diritti.
Sul piano diplomatico, il documento considera irraggiungibili accordi di pace strutturali con i vicini regionali, declassando le intese con i Governi arabi a meri espedienti tecnici. Tale visione si fonda sulla lettura delle nazioni circostanti non come Stati nazionali consolidati, bensì come aggregati tribali ed etnici; in questa prospettiva, la frammentazione politica dei Paesi limitrofi viene individuata come una condizione favorevole per la stabilità di Israele.
Infine, la dottrina assegna una funzione militare e strategica diretta alla presenza dei residenti israeliani nei territori oltre la linea d'armistizio, considerati come un avamposto di difesa della nazione. L'espansione degli insediamenti viene indicata come uno strumento centrale per la sicurezza, prefigurando per la popolazione palestinese un modello basato su forme di autogoverno locale e diritti di residenza circoscritti.
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LETTURA CONSIGLIATA:
LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"
Donald Trump falou ao canal de televisão de tendência conservadora "Newsmax", afirmando que não está a ponderar o envio de tropas para o Irão. Acrescentou que a "mãe de todas as bombas" não é nuclear.
Publicada na capa do Público em outubro de 2025, a obra sobre a guerra em Gaza valeu ao artista o Grande Prémio, o 1.º lugar editorial e 3.º em caricatura.
Trump sta forse pensando di avvalersi di Putin per tirarsi fuori dal pasticcio causato sia dai suoi bassi consensi nei sondaggi sia dalla guerra con l’Iran? A prima vista potrebbe sembrare inverosimile, ma egli è completamente intrappolato nella questione iraniana, e qualsiasi opzione prenda in considerazione sembra portare a uno scenario apocalittico. Potrebbe Putin aiutarlo sia a risolvere la questione dei prezzi del gasolio nel Paese, sia a negoziare un accordo con l’Iran che faccia apparire agli americani che lui, e l’America, siano in qualche modo i vincitori?
Il fatto che il presidente russo venda quasi 2 milioni di tonnellate di gasolio ai Paesi occidentali, compresi ovviamente gli Stati Uniti, sembra un cerotto su una ferita enorme nelle economie americana e occidentale. A meno che, ovviamente, non vi sia un secondo accordo dietro le quinte di cui giornalisti ed esperti non siano a conoscenza, o che semplicemente scelgano di non riportare. Per quanto riguarda l’iniziativa di Putin sul gasolio, la quantità offerta non è enorme, ma vi sono un paio di precedenti che essa stabilisce e che sono più importanti.
In primo luogo, apre le porte a un’ulteriore revoca delle sanzioni (che potrebbe essere abbinata a quella relativa all’Iran, date le relazioni di Mosca con Teheran), ma, cosa forse ancora più importante, rende il presidente ucraino Zelensky un bersaglio ancora più importante per Trump. Molto dipenderà dai prossimi giorni e dalla decisione che Zelensky prenderà riguardo al proseguimento dei bombardamenti contro gli impianti petroliferi russi. Prenderà quella pillola suicida? Le guerre sono spesso caotiche e vi sono sempre zone d’ombra in cui i due paesi in conflitto si trovano di fronte a situazioni illogiche e impraticabili. Forse i bombardamenti degli impianti petroliferi russi nell’ambito della guerra in Ucraina hanno raggiunto il loro punto di svolta e, indipendentemente da quanto i leader dell’UE siano vicini a Zelensky – che, nella migliore delle ipotesi, possiamo definire un leader ad interim – ciò metterà alla prova questo rapporto fino al punto di rottura.
È necessario che un gran numero di cittadini in Francia e Germania muoia quest’inverno semplicemente a causa di una crisi energetica e/o di una crisi economica nei propri paesi, che hanno investito miliardi per mantenere viva la guerra in Ucraina? Putin è così sicuro che quest’inverno sarà l’ultimo per le sue truppe, dato che la linea difensiva tra le forze ucraine e quelle russe sembra sul punto di cedere da un momento all’altro? Gli stessi ucraini sono pronti ad affrontare un inverno gelido a Kiev, incapaci di fornire elettricità o riscaldamento ai propri appartamenti? Tante guerre sono iniziate per le riserve energetiche, ma non quella in Ucraina. Eppure potrebbe finire proprio per quelle.
I commenti minacciosi di Trump sui social media riguardo a Zelensky dovrebbero essere presi sul serio. Se la stessa cricca di consiglieri incompetenti di Trump riesce davvero a convincerlo che un’invasione terrestre dell’Iran sia fattibile, se non addirittura vincente, si potrebbe semplicemente sostenere che un cambio di regime in Ucraina dovrebbe essere un gioco da ragazzi e garantirgli un enorme guadagno – dal punto di vista politico, economico e geopolitico. La rimozione di Zelensky porrebbe immediatamente fine alla guerra, e Trump potrebbe rivendicarne la vittoria, mentre chiede al suo amico Putin di intervenire discretamente in Iran e di risolvere la questione dello Stretto di Hormuz.
Il fatto che Trump abbia effettivamente reagito allo sfogo di Zelensky davanti ai giornalisti – secondo cui la decisione di acquistare gasolio russo fosse «debole» – minacciando di destituirlo, dimostra che la sua pazienza ha raggiunto un punto in cui sta iniziando a considerare il presidente ucraino come la fonte dei problemi. Rimuovere Zelensky sostenendo un rivale sarà difficile e lo metterà in contrasto con i leader dell’UE, ma si potrebbe sostenere che le relazioni non potrebbero davvero peggiorare ulteriormente e che, una volta che Macron e Merz avranno compreso che la pace è l’unica opzione e che Zelensky è in realtà l’unico vero ostacolo a ciò, faranno ciò che fanno tutti i leader dell’UE e seguiranno l’esempio degli Stati Uniti.
Spesso sentiamo gli analisti su YouTube parlare del gioco del «chi ha più coraggio», ma non c’è mai stato un momento più fugace di questo, poiché sia Trump che Zelensky si osserveranno a vicenda per vedere chi batterà ciglio per primo. Zelensky, fino ad ora, ha condotto un gioco pericoloso fingendo di essere servile nei confronti dell’egemonia statunitense, mentre in realtà si limitava a incassare denaro e armi e a ridere di Trump in mezzo a una cerchia di deboli leader europei nelle loro residenze sontuose. La guerra è stata complessa sin dall’inizio, poiché gli Stati Uniti e l’UE raramente erano d’accordo, ma se Trump dovesse dare seguito alla sua minaccia di negare agli ucraini la condivisione di informazioni di intelligence, ciò costituirebbe un pessimo presagio per il futuro di Zelensky, poiché egli eserciterà una pressione ancora maggiore su britannici, francesi e tedeschi affinché forniscano ulteriori armi e denaro in una guerra impossibile da vincere, su cui hanno puntato tutto e da cui dipendono le loro intere carriere politiche.
La guerra, dopo questa decisione sul gasolio, potrebbe essere appena diventata molto più semplice e binaria, e dalla follia delle farneticazioni dell’UE potrebbe emergere una narrativa collettiva da parte di paesi che non riescono nemmeno a proteggere la propria popolazione sul proprio territorio dall’invasione di falsi richiedenti asilo. Non sarà solo la prova definitiva per le relazioni tra Stati Uniti e Ucraina, ma anche per quelle tra Stati Uniti e UE, e potrebbe forse rappresentare la fine della NATO così come la conosciamo.
Presidente libanês Aoun instou o secretário de Estado dos EUA a exigir a Israel o fim dos ataques ao sul do Líbano e o cumprimento do acordo-quadro de junho.
O Atlético-GO enfrenta a Ponte Preta nesta sexta-feira (16), às 19h30, no Estádio Ítalo Mário Limongi, em Indaiatuba, no interior paulista, pela 34ª rodada da Série B do Campeonato Brasileiro. Sexto colocado, com 53 pontos, o Dragão busca uma vitória para fortalecer sua posição na disputa por uma vaga nos playoffs de acesso à Série A de 2027.
Segundo projeções do Departamento de Matemática da Universidade Federal de Minas Gerais (UFMG), o Atlético-GO tem 40,5% de probabilidade de se manter na zona de playoffs de acesso e 0,8% de chance de conquistar o acesso direto. A equipe chega ao confronto depois de conquistar apenas um ponto nos dois últimos jogos.
A disputa segue apertada. O CRB, com 52 pontos, e o Sport, com 51, estão entre os concorrentes que tentam se aproximar do grupo dos seis primeiros. Com cinco rodadas restantes, cada resultado pode alterar a situação dos clubes na briga pelo acesso.
Dragão terá retornos e desfalques
O atacante Gustavo Coutinho está novamente à disposição da comissão técnica depois de cumprir suspensão. Um dos artilheiros do Atlético-GO na Série B, com 13 gols, ele reforça o setor ofensivo para a partida.
Gustavo Maia também fica disponível após não enfrentar o Sport por uma questão contratual. O Dragão, porém, não contará com o técnico Roger, que cumpre suspensão.
Do lado da Ponte Preta, o zagueiro Gustavo Almeida e o volante Denis estão fora após receberem cartões vermelhos na goleada sofrida diante do Novorizontino.
A equipe paulista já teve o rebaixamento para a Série C de 2027 confirmado e ocupa a lanterna da competição, com 13 pontos. Apesar da situação do adversário, o Atlético-GO não espera um jogo sem dificuldades.
A Ponte tem utilizado jogadores das categorias de base nesta reta final. O confronto será disputado em Indaiatuba porque o gramado do Estádio Moisés Lucarelli, em Campinas, passa por substituição. A cidade fica a cerca de 30 quilômetros de Campinas.
Coutinho reconhece resultados ruins e cobra reação
Para o jogador, a equipe precisa fazer uma sequência de cinco partidas sem erros para alcançar o objetivo da temporada. Coutinho também destacou a importância da vaga nos playoffs de acesso e a pressão natural da reta final.
O atacante avaliou que a proximidade do encerramento do campeonato aumenta a responsabilidade do elenco. Ele afirmou que o grupo precisa manter a concentração nos compromissos restantes para evitar que a disputa pelo acesso fique ainda mais complicada.
Além da disputa pelo acesso com o Atlético-GO, Gustavo Coutinho tem uma meta individual para alcançar nesta reta final da Série B: chegar aos 100 gols como profissional. Aos 27 anos, o atacante soma mais de 200 partidas na carreira e está a dois gols de atingir a marca.
“Eu acredito que estou trabalhando e estou no caminho, que é chegar aos 100 gols na carreira. Tenho 27 anos, seis anos de carreira profissional e mais de duzentos jogos na carreira. Estou próximo de conquistar os 100 gols. Faltam apenas dois. Acredito que isso é palpável. São cinco jogos, mas eu não posso, de forma alguma, relaxar e achar que isso vai acontecer de qualquer jeito”, afirmou.
Gustavo Coutinho está recuperado e pronto para entrar em campo em busca dos 100 gols na carreira e para ajudar o Atlético-GO | Foto: Reprodução/Dragão TV
Atacante comenta salários atrasados
Coutinho também falou sobre os salários atrasados no Atlético-GO e declarou que Adson Batista tem a confiança do elenco para resolver a situação.
O jogador lembrou sua passagem pelo clube em 2023 e afirmou que recebeu os valores devidos, inclusive a premiação pelo acesso. Segundo Coutinho, o presidente informou que pretende acertar os pagamentos ainda nesta semana.
O atacante disse que a pendência financeira não pode tirar o foco da equipe na preparação para o duelo contra a Ponte Preta. O Atlético-GO tenta garantir pontos importantes enquanto a disputa pelo G-6 se aproxima das rodadas decisivas.
Coutinho pede respeito à Ponte Preta
Mesmo com o rebaixamento confirmado, a Ponte Preta terá jogadores tentando aproveitar as últimas oportunidades da temporada. Coutinho chamou a atenção para a situação dos atletas mais jovens que vêm sendo utilizados pela equipe paulista.
O atacante afirmou que o adversário merece respeito e lembrou que os jogadores também estão em busca de oportunidades profissionais para 2027 e para o restante de suas carreiras.
A partida desta sexta-feira pode ter impacto direto na permanência do Dragão entre os seis primeiros. Depois de dois resultados abaixo do esperado, o Rubro-Negro tenta retomar o caminho das vitórias para continuar na disputa pelo acesso à Série A.
Nicolás Maduro non arretra e respinge tutte le accuse formulate dalla giustizia statunitense. Il legittimo presidente venezuelano in carica e la moglie Cilia Flores sono comparsi il 15 ottobre davanti al giudice Alvin Hellerstein, presso il tribunale federale di New York, per rispondere a nuovi capi d’imputazione relativi alla presunta cospirazione per commettere torture. «Queste sono accuse false contro di me», ha dichiarato Maduro davanti al giudice, ribadendo poi di respingere integralmente l’atto d’accusa. Flores ha affermato a sua volta: «Sono completamente innocente». Le nuove contestazioni, presentate dalla Procura l’8 ottobre, si aggiungono alle precedenti accuse di narcotraffico e possesso di ordigni distruttivi.
La difesa considera questa evoluzione una manovra per mantenere in piedi un procedimento segnato da gravi problemi giuridici. Non è un dettaglio secondario che l’accusa abbia dovuto abbandonare il riferimento al cosiddetto ‘Cartel de los Soles’ come organizzazione diretta da Maduro, una delle principali argomentazioni utilizzate da Washington nella campagna contro Caracas, caduta perché infondata. Il punto centrale resta però la legittimità stessa dell’intero processo. Maduro e Flores sono stati sequestrati il 3 gennaio, durante l’aggressione militare statunitense contro il Venezuela, che ha provocato oltre cento morti tra civili e militari e un numero analogo di feriti. Trasferiti con la forza negli Stati Uniti e detenuti a Brooklyn, contestano la legalità della loro cattura e la competenza dei tribunali statunitensi.
Maduro si è definito un «prigioniero di guerra» e invoca l’immunità spettantegli in quanto capo di Stato in carica. Anche la situazione di Cilia Flores solleva interrogativi. Il giudice Hellerstein ha respinto la richiesta di arresti domiciliari avanzata dai suoi legali, nonostante le preoccupazioni per le sue condizioni di salute, i problemi cardiaci denunciati dalla difesa e una perdita di peso superiore agli undici chilogrammi durante la detenzione. La motivazione del magistrato è un presunto rischio di fuga. A complicare ulteriormente la vicenda sono le contestazioni dei legali sulle restrizioni imposte al finanziamento della difesa da parte del governo venezuelano, considerate una violazione del diritto a un’adeguata assistenza legale. Il processo è stato rinviato al 14 giugno 2027, mentre una nuova udienza è fissata per il 17 dicembre, quando saranno esaminate le richieste della difesa di archiviare il caso.
Nel frattempo, le manifestazioni di solidarietà organizzate davanti al tribunale di Manhattan testimoniano come la vicenda abbia ormai superato i confini di un procedimento penale, diventando una protesta contro la tracotanza dell’imperialismo statunitense. Il caso Maduro-Flores si inserisce nella più ampia offensiva statunitense contro la sovranità della Repubblica Bolivariana.