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- El País
- Zelenski se reúne con el enviado de Trump en el peor momento de las relaciones con la Casa Blanca
Zelenski se reúne con el enviado de Trump en el peor momento de las relaciones con la Casa Blanca
La lista de agravios del presidente Volodímir Zelenski en contra del gobierno del presidente de Estados Unidos, Donald Trump, continúa y, con ella, también aumenta la tensión entre ambos mandatarios. En medio de estas relaciones tensionadas, Zelenski se ha reunido este martes en Oslo, la capital noruega, con el enviado de Trump para negociar la paz, Steve Witkoff. En una rueda de prensa posterior al encuentro, junto al presidente finlandés, Alexander Stubb, y al primer ministro noruego, Jonas Gahr Store, presentes en las negociaciones, el mandatario ucranio ha afirmado que Ucrania “no está perdiendo la guerra”, aunque sí está perdiendo “personas y tiempo”.

© Associated Press/LaPresse (APN)
La OTAN reforzará su presencia en el mar Negro tras los últimos ataques con drones
La OTAN ha decidido reforzar su presencia en el mar Negro en respuesta a los recientes ataques con drones contra el transporte marítimo comercial, ampliamente atribuidos a Rusia. Así lo han decidido los embajadores de la Alianza Atlántica tras un encuentro en la sede del organismo defensivo en Bruselas que tuvo como punto central la situación de seguridad en una zona marítima clave para el comercio, pero de alta tensión a causa de la continuada guerra que Moscú sigue librando contra Ucrania.

© OTAN (Europa Press)
- El País
- Rumania pone fin a seis meses de bloqueo político con la investidura del diplomático Luca Niculescu
Rumania pone fin a seis meses de bloqueo político con la investidura del diplomático Luca Niculescu
Rumania ha puesto fin a una crisis política que se prolongaba desde el pasado 5 de mayo cuando el Gobierno del liberal Ilie Bolojan cayó tras una moción de censura impulsada por el Partido Social Demócrata (PSD) y la ultraderecha de Alianza para la Unión de los Rumanos (AUR), al investir este martes a Luca Niculescu como nuevo primer ministro después de tres intentos fallidos. El diplomático logró articular una mayoría suficiente al sumar 280 votos a favor y 58 en contra en el Parlamento, gracias al respaldo de los socialdemócratas, el Partido Nacional Liberal (PNL) y la Unión Democrática de Húngaros en Rumanía (UDMR). Por el contrario, la Unión Salvar Rumanía (USR), de centro derecha, y las facciones ultranacionalistas se han opuesto.

© Associated Press / LaPresse (APN)
Associated Press / LaPresse
Only italy and spain
La UE busca reforzar su influencia en la disputada región del Ártico
En un pasado no tan lejano, el acelerado deshielo en el Ártico era considerado un problema mayoritariamente medioambiental. Pero para la Unión Europea, el indeseado efecto del cambio climático —casi cuatro veces más rápido que en el resto del planeta— ha pasado a convertirse, en los últimos años, en un rompecabezas sobre todo geopolítico. Un giro radical que se refleja en la nueva estrategia para la región presentada este martes por la Comisión Europea para impulsar “un Ártico estable y preparado para el futuro”; un plan europeo que busca responder y contrarrestar al cada vez mayor interés —no siempre pacífico— de Rusia, pero también de China y Estados Unidos, sobre una región estratégica y rica en algunas de las materias primas más cotizadas.

© Evgeniy Maloletka (AP Photo/Evgeniy Maloletka)
- QuiFinanza
- Autotrasportatori, non solo sciopero: con l’Ets2 rischio aumento diesel. La scelta dell’Ue e dell’Italia
Autotrasportatori, non solo sciopero: con l’Ets2 rischio aumento diesel. La scelta dell’Ue e dell’Italia
Il prezzo del diesel potrebbe aumentare fino a 40 centesimi al litro con l’introduzione dell’Ets2, il nuovo sistema europeo che estenderà il mercato delle emissioni di CO2 anche ai carburanti utilizzati nel trasporto stradale. Il meccanismo dovrebbe entrare pienamente in funzione dal 1° gennaio 2028, ma il Governo italiano e diversi Paesi europei chiedono di rivederne le condizioni per limitare le conseguenze economiche su imprese e famiglie. L’allarme arriva soprattutto dal settore dell’autotrasporto, già alle prese con il caro gasolio. Secondo Conftrasporto-Confcommercio, l’applicazione dell’Ets2 potrebbe comportare ulteriori rincari compresi tra 30 e 40 centesimi al litro, con il rischio di portare il prezzo del diesel oltre i 2,50 euro. Al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre 2026, i leader dell’Unione hanno raggiunto un compromesso sulla necessità di valutare gli effetti del nuovo sistema, senza però approvare un ulteriore rinvio della sua entrata in vigore.
Cos’è l’Ets2 e come funziona la nuova normativa europea
L’Ets2, acronimo di Emission Trading System 2, è il nuovo sistema europeo di scambio delle quote di emissione, introdotto nell’ambito delle politiche dell’Unione per ridurre i gas serra. A differenza del sistema Ets già applicato a grandi industrie e altri settori, l’Ets2 coinvolgerà anche il trasporto stradale, gli edifici e alcune attività produttive.
Il meccanismo prevede che i fornitori di combustibili acquistino quote corrispondenti alle emissioni di CO2 generate dai carburanti immessi sul mercato. Il numero complessivo delle quote disponibili diminuirà progressivamente, con l’obiettivo di incentivare la riduzione dei consumi di combustibili fossili.
L’obbligo di acquistare le quote ricadrà sui distributori di combustibili e non direttamente sui singoli automobilisti. Ovviamente i maggiori costi sostenuti dalle aziende potrebbero essere trasferiti, almeno in parte, sui prezzi finali di benzina, gasolio e combustibili utilizzati per il riscaldamento. L’avvio del nuovo sistema era stato inizialmente previsto per il 2027, prima dello slittamento al 2028.
Diesel fino a 40 centesimi in più al litro: quanto costerebbe un pieno
Secondo le stime di Conftrasporto, l’introduzione dell’Ets2 potrebbe determinare un aumento del gasolio compreso tra 30 e 40 centesimi al litro. Si tratta di una previsione elaborata dall’associazione di categoria, non di un incremento già stabilito dalle istituzioni europee. L’effetto effettivo dipenderà dal prezzo delle quote di emissione e dalla parte dei costi che verrà trasferita ai consumatori. Per gli automobilisti, un rincaro di questa entità avrebbe conseguenze dirette sul costo dei rifornimenti. Un pieno da 50 litri costerebbe 20 euro in più rispetto al prezzo senza tale rincaro.
Gli effetti dell’Ets2 potrebbero estendersi oltre il prezzo del carburante pagato dagli automobilisti. In Italia, secondo le stime richiamate da Conftrasporto, circa il 90% delle merci viene movimentato su strada. Un aumento dei costi del trasporto potrebbe quindi influire sulle spese sostenute dalle aziende per la distribuzione dei prodotti. Le imprese alimentari, agricole e commerciali potrebbero trovarsi a sostenere costi logistici maggiori, con possibili ripercussioni sui prezzi finali di alcuni beni.
La posizione del Governo Meloni
Il tema dell’Ets2 è stato affrontato durante il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, in un contesto segnato dall’aumento dei prezzi dell’energia e dalle difficoltà economiche delle imprese. L‘Italia ha sostenuto, insieme ad altri Paesi europei, la necessità di intervenire sul nuovo sistema per contenere il rischio di ulteriori rincari energetici.
Nelle conclusioni del vertice, i leader hanno chiesto alla Commissione europea di aggiornare la valutazione degli effetti dell’Ets2, con particolare attenzione al funzionamento del meccanismo e alle misure di salvaguardia contro aumenti eccessivi dei prezzi. Non è stato invece approvato un rinvio dell’Ets2 al 2030, soluzione sostenuta da diversi Paesi dell’Europa centrale e orientale.
Il Governo italiano punta anche a ottenere maggiori margini di intervento nazionale per sostenere i settori più esposti alla crisi energetica. Il confronto rimane aperto, mentre Bruxelles è chiamata a valutare ulteriori strumenti per contenere i costi dell’energia senza modificare gli obiettivi generali di riduzione delle emissioni.
Autotrasportatori contro l’Ets2
A contestare gli effetti economici della nuova normativa è Pasquale Russo, presidente di Conftrasporto-Confcommercio, secondo il quale il sistema rischia di aggravare una situazione già difficile per le imprese di trasporto. “L’Ets2 darebbe il colpo di grazia all’autotrasporto italiano”, ha dichiarato Russo, sottolineando che il prezzo del gasolio potrebbe superare i 2,50 euro al litro.
Secondo l’associazione, il carburante rappresenta ormai oltre il 40% dei costi complessivi delle imprese di autotrasporto, mentre il prezzo del gasolio sarebbe aumentato di oltre 50 centesimi al litro dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Conftrasporto segnala inoltre che un’impresa di autotrasporto su cinque rischierebbe il fallimento entro la fine dell’anno a causa delle attuali difficoltà economiche. Per affrontare l’emergenza, il settore chiede lo sblocco degli aiuti già annunciati e ulteriori risorse per coprire gli aumenti dei costi negli ultimi mesi del 2026.
- El País
- En la biblioteca de Jacobo Bergareche: “Con las cartas de amor adolescente uno aprende a manipular emocionalmente”
En la biblioteca de Jacobo Bergareche: “Con las cartas de amor adolescente uno aprende a manipular emocionalmente”
Jacobo Bergareche abre las puertas de su biblioteca y recorre algunos de los libros que han marcado su vida como lector y escritor. Entre cartas de amor de adolescencia, ediciones raras y autores de referencia como Montaigne o Salinger, el novelista reflexiona sobre la lectura, la escritura y los temas que atraviesan su obra: el amor, el deseo, la pérdida y la memoria. Bergareche, que acaba de publicar Tío Grande con Asteroide, muestra también cómo dialoga con sus libros, llenándolos de notas, recuerdos y huellas de los lugares en los que los leyó.

© EPV
Ventisette ferrovie nazionali non fanno una rete europea
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L’alta velocità non è soltanto una questione di infrastrutture. Per Ana Vasconcelos, eurodeputata portoghese del gruppo Renew Europe, rappresenta uno dei tasselli fondamentali per completare il mercato unico europeo e rafforzare l’integrazione tra gli Stati membri. Mentre il Parlamento è impegnato nell’esame del dossier “Connecting Europe through High-Speed Rail”, Vasconcelos indica una priorità chiara: trasformare le reti ferroviarie nazionali in un autentico sistema europeo. Secondo l’eurodeputata, la sfida principale non consiste soltanto nel costruire nuove linee, ma nel superare la frammentazione normativa e tecnica che ancora caratterizza il settore. Sistemi di segnalamento diversi, standard non armonizzati e procedure di autorizzazione differenti impediscono ancora oggi ai treni di circolare senza ostacoli da uno Stato membro all’altro. È un problema che richiama anche le conclusioni del Rapporto Letta, secondo cui l’alta velocità europea continua, di fatto, a fermarsi alle frontiere nazionali.
Per questo, la relazione in discussione punta a favorire una rete realmente europea, con regole armonizzate, standard tecnici comuni e un mercato più aperto alla concorrenza. Vasconcelos ritiene infatti che l’ingresso di nuovi operatori possa contribuire sia a migliorare la qualità del servizio sia a ridurre il costo dei biglietti per i passeggeri. Accanto all’apertura del mercato, considera prioritaria l’accelerazione dei collegamenti transfrontalieri ancora mancanti, spesso rallentati da procedure autorizzative lunghe e da difficoltà di coordinamento tra gli Stati membri.
Il nodo resta anche finanziario. Secondo le stime della Commissione europea, per completare la rete ferroviaria ad alta velocità entro il 2040 saranno necessari investimenti compresi tra 345 e 546 miliardi di euro, ben superiori alle risorse oggi disponibili. Per Vasconcelos, l’Unione dovrà concentrare gli investimenti soprattutto sui collegamenti transfrontalieri più strategici e utilizzare i fondi europei per attrarre anche capitali nazionali e privati, evitando di disperdere le risorse in interventi poco coordinati.
Rendere il treno una valida alternativa all’aereo richiede però anche un cambiamento nell’esperienza dei viaggiatori. «Le persone scelgono soprattutto in base al prezzo e ai tempi di percorrenza», sottolinea Vasconcelos. La risposta passa quindi attraverso linee più veloci, l’eliminazione dei principali colli di bottiglia della rete e condizioni di concorrenza più equilibrate con il trasporto aereo. Un ruolo importante sarà svolto anche dall’integrazione tra aeroporti e rete ferroviaria, così da rendere più semplici gli spostamenti porta a porta.
Tra gli ostacoli più evidenti per chi viaggia in Europa resta la difficoltà di acquistare un unico biglietto per tratte operate da compagnie diverse. Oggi organizzare un viaggio internazionale può essere complesso e, in caso di coincidenze perse, i diritti dei passeggeri non sempre sono garantiti lungo l’intero percorso. La proposta legislativa europea sulla bigliettazione ferroviaria, attualmente all’esame del Parlamento, punta proprio a introdurre sistemi di prenotazione multioperatore e a rafforzare la tutela dei viaggiatori durante tutto il tragitto.
Per l’eurodeputata portoghese, inoltre, l’alta velocità non deve limitarsi a collegare le grandi capitali europee. «Va considerata uno strumento di coesione», afferma. Significa investire anche nelle regioni periferiche e nei collegamenti mancanti dell’Europa centrale, orientale e atlantica, assicurando che la rete ad alta velocità sia pienamente integrata con il sistema ferroviario regionale. Una rete più capillare, sostiene, potrebbe contribuire a ridurre la pressione abitativa sulle grandi città, favorire lo sviluppo economico dei centri di medie dimensioni e contrastare lo spopolamento delle aree periferiche.
Per Vasconcelos, la posta in gioco va oltre la politica dei trasporti. «Un treno che deve fermarsi a una frontiera rappresenta un problema politico tanto quanto tecnico». L’obiettivo per il 2040 è la realizzazione di un vero Spazio ferroviario europeo unico, nel quale passeggeri e operatori possano muoversi senza barriere, acquistare un unico biglietto valido lungo l’intero percorso e contare su standard comuni in tutta l’Unione. Solo così, conclude, il treno potrà diventare un’alternativa realmente competitiva al trasporto aereo sulle medie distanze e uno dei simboli più concreti dell’integrazione europea.
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- El País
- Los gobernadores de los bancos centrales de España y Francia y el exvicepresidente del BCE debatirán en el World In Progress 2026
Los gobernadores de los bancos centrales de España y Francia y el exvicepresidente del BCE debatirán en el World In Progress 2026
World In Progress (WIP), el foro internacional de reflexión y diálogo sobre los motores del progreso, convertirá Barcelona en un punto de encuentro para líderes, expertos y responsables de la toma de decisiones los próximos 2 y 3 de noviembre. Esta tercera edición reunirá a más de 60 ponentes, entre ellos, tres destacados referentes de la política monetaria europea. El gobernador del Banco de España, José Luis Escrivá Belmonte, el gobernador del Banco de Francia, Emmanuel Moulin; y el exvicepresidente del Banco Central Europeo, Luis de Guindos, debatirán sobre el presente y futuro de la economía mundial.

© Massimiliano Minocri
Crece descontento en países de Europa por el costo de la vida y recortes
Torna l’ora solare, ma in gran parte del mondo non si cambia più: dove e perché
Torna l’ora solare e, come ogni autunno, Europa e Stati Uniti non si muovono insieme. Lancette che andranno indietro di un’ora in Italia, mentre oltreoceano bisognerà attendere il 1° novembre. Per un po’, dunque, tra Roma e New York ci saranno 5 ore di differenza e non sei, con effetti concreti sugli orari di Wall Street.
Mentre EU e USA continuano a spostare le lancette, però, gran parte del mondo ha già smesso di farlo. Basti pensare a Cina e Giappone, che ormai hanno mutato il proprio sistema.
Quando cambia l’ora in Italia
Da noi il passaggio avverrà alle 3 di notte di domenica 25 ottobre, quando gli orologi torneranno alle 2. Si dormirà, almeno sulla carta, un’ora in più. Torna l’ora solare, dunque, mentre gli Stati Uniti vantano regole diverse, come detto.
Nell’Ue l’ora legale termina l’ultima domenica di ottobre, negli Usa la prima domenica di novembre. Il risultato è che lunedì 26 ottobre Wall Street aprirà alle 14:30 italiane invece delle consuete 15:30 e chiuderà alle 21. Una differenza che non si concretizza solo ora. È lo stesso anche in primavera, con i calendari che non coincidono. Quest’anno infatti gli americani hanno spostato le lancette l’8 marzo, tre settimane prima degli europei, che lo hanno fatto il 29 marzo, con ricadute sugli operatori dei mercati.
Quanto fa risparmiare l’ora legale
L’ora legale è nata per sfruttare meglio la luce naturale e consumare meno energia. Adottata nel 1916 da Germania e Austria-Ungheria e, nello stesso anno, dall’Italia, dov’è diventata stabile dal 1966. Secondo le stime diffuse da Terna nel marzo 2026, nei sette mesi di ora legale l’Italia dovrebbe risparmiare circa 302 milioni di kilowattora, pari al fabbisogno annuo di 115mila famiglie.
Un beneficio economico di circa 80 milioni di euro e 142mila tonnellate di CO2 in meno. Si tratta però di un risparmio stimato, non ancora di un consuntivo. E il peso dell’illuminazione nei consumi è sempre più basso, complici le lampadine a led e una domanda elettrica legata sempre più a climatizzatori e realtà attive a tutte le ore.
Il mondo che non cambia più orario
Anche il Giappone ha sfruttato l’ora legale, introdotta nel 1949 durante l’occupazione americana. È stata però abolita poco dopo, ovvero nel 1952, dopo un sondaggio in cui il 53% degli intervistati ne chiedeva la cancellazione.
La Cina, che dal 1949 usa un’unica ora nazionale, quella di Pechino, ha sperimentato il cambio stagionale tra il 1986 e il 1991, per poi sospenderlo dal 1992. Era risultato evidente, infatti, che i benefici energetici non erano uniformi, considerando un territorio tanto vasto. I disagi, alla fine, superavano i vantaggi.
Secondo Timeanddate, nel 2026 sono 70 i Paesi e territori dove almeno una località cambia l’ora, contro 178 dove non succede. Russia, Turchia, Brasile e gran parte del Messico hanno abbandonato il sistema negli ultimi anni, e perfino negli Usa le Hawaii e buona parte dell’Arizona non lo applicano.
Cambio d’ora e lavoro: i turni del 25 ottobre
Il ritorno all’ora solare richiede attenzione alle imprese con:
- turni notturni;
- servizi continuativi;
- trasporti;
- attività informatiche programmate.
Nella notte del cambio, infatti, uno stesso orario locale si presenta due volte. Per esempio, un turno dalle 22 di sabato 24 ottobre alle 6 di domenica 25 dura nove ore effettive, un dato rilevante per le presenze e il calcolo delle ore lavorate, fermo restando quanto previsto dal contratto applicato. Per distinguere gli eventi registrati nell’ora ripetuta è utile conservare il riferimento al fuso o all’orario Utc:
| Ora locale del 25 ottobre | Riferimento Utc |
|---|---|
| 02:30, prima occorrenza (Cest, Utc+2) | 00:30 Utc |
| 02:30, seconda occorrenza (Cet, Utc+1) | 01:30 Utc |
| 03:30, ora solare (Cet, Utc+1) | 02:30 Utc |
Le due registrazioni delle 02:30, quindi, corrispondono a momenti diversi, separati da sessanta minuti: verificare timbrature, pianificazioni e registri informatici aiuta a evitare errori nella ricostruzione degli orari.
Regioni Ue meno sviluppate: quel che resta garantito dopo il 2027
L’ultimo Consiglio europeo non ha chiuso sul bilancio 2028-2034. Confermato un minimo per le regioni meno sviluppate, che per l’Italia è di 27 miliardi, il resto passa da scelte nazionali. Serve un monitoraggio territoriale che arrivi fino ai risultati.
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EE.UU. advierte a UE de represalias devastadoras por planes del espectro satelital
- VP News
- Ora sorpassato il punto di non ritorno: San Pietroburgo attaccata attraverso i paesi NATO di Estonia e Lettonia
Ora sorpassato il punto di non ritorno: San Pietroburgo attaccata attraverso i paesi NATO di Estonia e Lettonia
Debito USA a 40mila miliardi, perché il record costa casa anche a Europa e Italia
Il debito degli Stati Uniti è fuori controllo. Il Fondo Monetario Internazionale ha definito la sostenibilità del debito pubblico statunitense preoccupante, con una traiettoria giudicata insostenibile nel medio e nel lungo periodo.
I problemi americani, però, non resteranno dall’altra parte dell’Oceano e toccheranno anche l’Europa e l’Italia. Questo perché gli Stati Uniti, per finanziare il proprio maxi-debito, offrono rendimenti alti e privi di rischio reale.
Come sta il debito statunitense?
Non bene. Gli Stati Uniti spenderebbero circa 2,9 miliardi di dollari al giorno solo per gli interessi sul debito. Sono i dati pubblicati dal Tesoro sull’anno fiscale chiuso il 30 settembre scorso.
Il deficit è a 1.990 miliardi di dollari, il 12% in più dell’anno precedente, e gli interessi sono diventati la terza voce del bilancio federale, dietro a pensioni e Medicare e prima della difesa. Gli interessi netti hanno raggiunto la cifra record di 1.050 miliardi, crescendo più delle entrate, della spesa complessiva e del PIL.
La difficoltà degli Stati Uniti è legata al costo del denaro: tasso medio al 3,53% (il doppio del 2021), debito lordo oltre i 40.000 miliardi e rendimento del decennale sopra il 5% dopo le tensioni e la guerra con l’Iran, contro il 4,1% previsto dal Congressional Budget Office.
Le stime, inoltre, rischiano di peggiorare: come calcola il Committee for a Responsible Federal Budget, se i rendimenti restassero un punto sopra le stime, nel 2030 gli interessi costerebbero 2.800 miliardi, pari al 5,9% del PIL.
Il peso del debito USA sull’Europa
Fin qui il problema sembra riguardare solo gli Stati Uniti, ma non è così. Il Tesoro americano deve rinnovare oltre 10.000 miliardi di dollari di debito a breve termine. Per convincere gli investitori a comprare i suoi titoli (i Treasury), sta offrendo tassi di interesse molto elevati, superiori al 5%.
Un grande vantaggio per risparmiatori e fondi di investimento, che preferiscono spostare i capitali negli Stati Uniti anziché investirli in Europa. Il rapporto Draghi metteva già in guardia sui circa 300 miliardi di euro di risparmio europeo che vanno ogni anno all’estero, principalmente verso i mercati americani.
Questo denaro finisce così per finanziare le innovazioni tecnologiche americane (data center, intelligenza artificiale, microchip) e la difesa degli Stati Uniti. Risorse che potrebbero andare a sostenere la transizione ecologica, la riconversione industriale e l’autonomia strategica dell’Unione Europea, ma gli USA offrono di più.
L’Italia paga un prezzo doppio
L’Europa sta già pagando il conto, ma l’Italia versa un prezzo doppiamente alto a causa dell’enorme dimensione del suo debito pubblico. Sul piano dei conti pubblici l’Italia si sta comportando bene e i mercati si fidano, come dimostra lo spread storicamente basso intorno ai 105 punti.
Il punto è che il rendimento dei BTP italiani non può scendere sotto un certo margine: se il debito americano (la valuta di riserva mondiale) rende il 5%, nessun investitore comprerebbe un BTP italiano a un tasso molto inferiore, ad esempio al 3%. I tassi USA stabiliscono una sorta di tetto minimo dal quale l’Italia non può prescindere.
Ed è in questo contesto che il Tesoro italiano si trova costretto a collocare il BTP Valore e il nuovo BTP Valore Insieme con rendimenti e cedole particolarmente alti, proprio per convincere le famiglie a trattenere i risparmi in patria.
Cosa bisogna fare?
Secondo il Fondo Monetario Internazionale c’è il rischio che si inneschi un meccanismo difficile da arrestare: più debito porta a una maggiore esposizione all’aumento dei tassi e, se gli investitori iniziano a dubitare della sostenibilità dei conti, possono chiedere interessi ancora più alti per prestare denaro.
Secondo le stime del Fondo, il costo medio effettivo del finanziamento dei governi potrebbe salire dal 2,3% del 2021 al 3,7% nel 2031.
Il debito pubblico mondiale, già al 94% del PIL nel 2025, potrebbe così raggiungere il 100% entro il 2029. Cosa fare, dunque? La direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, ha indicato poche ma significative linee:
- alla Cina si chiede di spendere di più per sostenere la domanda interna;
- agli Stati Uniti di risparmiare di più e tagliare il deficit;
- all’Europa di investire di più.
L’avvertimento finale, però, riguarda tutti: più si rinvia il riequilibrio dei conti pubblici, più diventerà costoso e doloroso raggiungerlo.
UE condena ataque de colonos israelíes contra delegación diplomática en Cisjordania
PFAS nelle padelle antiaderenti, l’Ue verso la stretta sulle sostanze tossiche in cucina
Dal 2020 le padelle antiaderenti non possono essere prodotte con PFOA, ovvero l’acido perfluoroottanoico. Si tratta di una sostanza della famiglia dei PFAS, le sostanze considerate cancerogene per la salute umana dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. Da allora molti prodotti presentano la scritta “senza PFAS”. Non tutti i produttori mantengono la promessa allo stesso modo: in diversi test di laboratorio sono state trovate tracce di queste sostanze.
Ci sono poi produttori che vengono accusati apertamente di fare ancora uso di tali sostanze, in un contesto nel quale l’Europa si sta impegnando attivamente per vietare i PFAS nei prodotti di consumo di uso quotidiano. Ci sono delle deroghe per alcuni settori considerati critici, come la difesa e la sanità; la proposta ufficiale è attesa per l’inizio del 2027, dopo la relazione finale dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche che arriverà a dicembre.
L’Europa vieta le sostanze PFAS?
La direzione dell’Europa sembra essere quella del divieto delle sostanze PFAS. Anche i lobbisti, come cita Euronews, sono per la riduzione di queste sostanze in maniera sensata, ma anche misurata e proporzionata.
La proposta di legge è attesa per l’inizio del 2027, dopo l’arrivo della relazione finale dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche, prevista per dicembre 2026. Già nel marzo 2026 però l’agenzia aveva affermato che le sostanze PFAS “rappresentano rischi crescenti per le persone e per l’ambiente”, chiedendo un divieto generalizzato del loro utilizzo, con eccezioni in assenza di alternative.
Alternative che esistono in cucina, e per questo uno dei settori che dovrebbe veder sparire i PFAS è proprio questo.
Il caso delle pentole SEB
Un produttore di pentole francese, Groupe SEB, è stato raggiunto da un ultimatum di tre organizzazioni ambientaliste. Secondo queste, il gruppo continua a utilizzare PFAS in alcune sue pentole antiaderenti. Scrivono che l’azienda utilizza un approccio “obsoleto e inadeguato”, ma soprattutto non conforme ai requisiti di legge previsti tanto dalla normativa europea quanto da quella francese in materia di responsabilità sociale d’impresa.
L’azienda continuerebbe a utilizzare il PTFE, che è un tipo di PFAS impiegato da molti altri produttori, nello specifico da chi produce pentole e padelle, per via della resistenza all’acqua, alle macchie e al grasso. Rispetto ad altri PFAS tossici, il PTFE non è stato collegato al cancro. Secondo le organizzazioni ambientaliste, però, l’azienda ha utilizzato pratiche commerciali ingannevoli legate alla campagna pubblicitaria di questo prodotto, raccontandolo come totalmente sicuro.
Perché, anche se il PTFE non è tossico, come spiegano gli esperti è il modo in cui viene prodotto e smaltito che può rilasciare PFAS tossici. Uno dei metodi di smaltimento errati è quello tramite incenerimento. Quindi questi prodotti, se utilizzati quotidianamente, non causano problemi di salute, ma la maniera nella quale sono stati prodotti e il modo in cui saranno smaltiti in futuro potrebbero aver contaminato o contaminare l’ambiente.
Le accuse arrivano in un momento di acceso dibattito in attesa della legge del 2027. A questa diffida l’azienda ha risposto che “esaminerà i contenuti e risponderà in conformità con la legge”.
Inquinamento da PFAS in Europa
Non c’è quindi in gioco soltanto la salute singola di chi acquista una padella antiaderente con PFAS, ma anche un più ampio fenomeno di inquinamento. I PFAS sono diventati un simbolo della crisi ambientale. Il Belgio, per esempio, è stato denunciato per violazione dei diritti umani per la sua incapacità di affrontare la contaminazione da PFAS.
Hélène Duguy, ambientalista di ClientEarth:
I PFAS sono piuttosto emblematici di una realtà sociale diffusa, che accetta danni collaterali in nome di profitti a breve termine.
Sono sostanze difficili da rimuovere dall’ambiente e possono avere effetti dannosi sulla salute umana. L’inquinamento da PFAS, inoltre, è particolarmente diffuso in Europa. Secondo le indagini del 2023, in tutto il continente ci sono circa 23.000 siti contaminati da PFAS. In Italia 300 famiglie saranno risarcite proprio a causa della diffusione di PFAS.
All’inizio del 2026 è entrata in vigore una normativa che impone ai singoli Stati di monitorare i livelli di PFAS nell’acqua potabile. Nel caso i risultati siano superiori ai limiti, dovranno adottare misure per ridurre i livelli e tutelare la salute pubblica. Il problema, secondo le organizzazioni, è che in questo modo si agisce sul sintomo ma non sulla prevenzione, ovvero andando alla fonte per fermare la produzione, la commercializzazione o il rilascio stesso dei PFAS.
Bollette, intesa Ue-Italia sul tetto al gas sul modello spagnolo: cosa cambia
Italia e Commissione europea hanno raggiunto un’intesa preliminare sulle misure del decreto Bollette per contenere il costo dell’elettricità per famiglie e imprese. L’accordo, maturato il 16 ottobre dopo un confronto tecnico tra Roma e Bruxelles, apre la strada a un intervento sul prezzo dell’energia senza modificare le regole europee sulle emissioni.
Il risultato rappresenta un passaggio importante per il governo guidato da Giorgia Meloni, che da tempo chiede maggiore flessibilità per affrontare il caro energia. Il punto centrale riguarda la possibilità di ridurre l’impatto del prezzo del gas sulla formazione del prezzo dell’elettricità, attraverso un meccanismo di compensazione dei costi sostenuti dalle centrali elettriche.
L’intesa, tuttavia, non equivale ancora all’approvazione definitiva del provvedimento. L’Italia dovrà notificare formalmente alla Commissione europea il testo aggiornato del piano, che sarà esaminato alla luce delle norme comunitarie sugli aiuti di Stato e sulla concorrenza. Bruxelles ha annunciato l’intenzione di procedere rapidamente con la valutazione una volta ricevuta la documentazione.
Come funziona il meccanismo per abbassare le bollette
Per capire la portata dell’accordo bisogna partire dal funzionamento del mercato elettrico. In Italia l’elettricità viene prodotta attraverso diverse fonti, tra cui solare, eolico, idroelettrico e gas naturale. Il prezzo all’ingrosso, però, è generalmente determinato dall’impianto più costoso necessario a soddisfare la domanda in un determinato momento.
Spesso si tratta di una centrale a gas, soprattutto quando le fonti rinnovabili non sono sufficienti a coprire il fabbisogno. Di conseguenza, un aumento del costo del combustibile può far salire il prezzo dell’elettricità sul mercato, influenzando anche l’energia prodotta da impianti solari ed eolici, che non devono acquistare gas per funzionare. È questo il meccanismo sul quale il governo vuole intervenire. L’ipotesi è introdurre un tetto convenzionale al costo del gas utilizzato per produrre elettricità, così da ridurre il peso dei rincari nella determinazione del prezzo finale dell’energia.
In concreto, il sistema dovrebbe prevedere un livello di riferimento per il costo del combustibile. Se il prezzo effettivo del gas supera tale soglia, la differenza verrebbe compensata attraverso un apposito meccanismo. Il costo riconosciuto per la produzione elettrica risulterebbe così più contenuto e potrebbe contribuire a ridurre il prezzo dell’elettricità sul mercato all’ingrosso. La misura non consiste quindi nell’imporre un tetto generalizzato al prezzo del gas per tutti gli utilizzi, ma nell’intervenire sul costo del combustibile impiegato dalle centrali elettriche. Le modalità operative, la soglia di riferimento e il sistema di finanziamento dovranno essere precisati nel testo definitivo del decreto.
Chi pagherà la differenza tra il prezzo reale e il tetto
Uno degli aspetti centrali del piano riguarda il finanziamento delle compensazioni. Secondo il meccanismo descritto dal governo, lo Stato dovrebbe coprire la differenza tra il costo effettivo del gas e quello convenzionale riconosciuto ai fini della produzione elettrica.
L’obiettivo è evitare che il prezzo elevato del combustibile continui a trasferirsi integralmente sul mercato dell’elettricità. In questo modo, il sistema dovrebbe contribuire a contenere i costi sostenuti dagli operatori e, attraverso la riduzione dei prezzi all’ingrosso, favorire un alleggerimento delle bollette. La Commissione europea ha fissato però alcuni paletti: l’intervento dovrà essere temporaneo, non dovrà alterare in modo significativo la concorrenza e dovrà garantire che i benefici arrivino integralmente ai consumatori.
Il precedente del modello iberico
Il riferimento è l’esperienza di Spagna e Portogallo, che nel 2022 ottennero dalla Commissione europea l’autorizzazione a introdurre un meccanismo straordinario per contenere l’impatto del gas sui prezzi elettrici. Il cosiddetto modello iberico interveniva sui costi di approvvigionamento delle centrali alimentate da combustibili fossili, con l’obiettivo di ridurre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità durante la crisi energetica.
La soluzione italiana si ispira a quella esperienza, ma dovrà rispettare le condizioni concordate con Bruxelles e le caratteristiche del mercato nazionale. Il precedente dimostra che è possibile introdurre misure temporanee sul funzionamento del mercato elettrico, purché siano compatibili con le regole europee e non compromettano la concorrenza.
Quando arriverà il via libera definitivo
Dopo l’intesa preliminare, il prossimo passaggio spetta al governo italiano, che dovrà presentare formalmente il piano alla Commissione europea. L’esecutivo comunitario procederà quindi a verificare la compatibilità del provvedimento con il diritto europeo e con il quadro temporaneo sugli aiuti di Stato predisposto per affrontare le conseguenze della crisi in Medio Oriente.
Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha annunciato che la notifica del nuovo testo dovrebbe arrivare a breve. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha accolto positivamente il risultato della trattativa, considerandolo un passo avanti nella strategia del governo contro il caro energia.
L’accordo segna quindi un avanzamento nel confronto tra Italia e Unione europea. Il governo ottiene la possibilità di intervenire sul costo del gas utilizzato per produrre elettricità, mentre Bruxelles mantiene i vincoli sulla concorrenza e sulla politica climatica. La riduzione delle bollette resta l’obiettivo del piano, ma la sua portata concreta dipenderà dalle condizioni definitive del provvedimento e dalla sua applicazione.
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Ripristino natura, l’Italia invia a Bruxelles la bozza annacquata di quello che doveva essere il piano originario
Blindata nelle stanze ministeriali per mesi, presentata in ritardo a Bruxelles a fine settembre, ma rimasta ‘secretata’ fino al 7 ottobre. Perché tanto mistero attorno alla bozza del Piano nazionale di Ripristino della natura (Pnr)? Per capirlo basta leggere ciò che rimane degli obiettivi che guidano il Regolamento europeo approvato nonostante il voto contrario dell’Italia. Non resta neppure lo scheletro. Tanto che appare difficile comprendere come le misure sopravvissute potranno bastare da sole a recuperare gli ecosistemi degradati, tutelare e rafforzare la biodiversità e aumentare la resilienza del territorio di fronte anche agli effetti dei cambiamenti climatici. Obiettivi questi del regolamento Ue che, comunque, è già vigente dal 18 agosto 2024 (e non aspetta il Pnr). Ma se da un lato lo svuotamento del piano è nelle corde del Governo Meloni che tanto l’ha ostacolato, non si capisce come l’esecutivo pensa di uscire dal cul-de-sac nel quale si è cacciato, dato che la bozza dovrà essere valutata ora dalla Commissione europea. Nei prossimi sei mesi esaminerà il documento e potrà formulare osservazioni e indicazioni, in vista della definizione della versione finale. Si preannuncia l’ennesimo contrasto con Bruxelles che pone obiettivi e l’Italia che fa un po’ come le pare. L’Italia, però, dovrà arrivare alla versione definitiva entro il 1 settembre 2027. Tra le voci più critiche sulla bozza, quella di Paolo Pileri, ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. “Hanno azzerato articolo 8, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani. Invece di lavorare alla depavimentazione – spiega a ilfattoquotidiano.it – hanno pensato bene di pavimentato il Piano nazionale di ripristino. Anche ciò che resta di quell’articolo è stato indebolito dietro le parole: da ‘devono’ a ‘possono’, da ‘obbligo’ a ‘si auspica’ e così via”.
La bozza sul ripristino nella natura rimasta secreta
La prima criticità ha riguardato l’iter poco trasparente. Il regolamento Ue Nature Restoration Law (2024/1991) imponeva la consegna dei piani entro il 1 settembre. L’Italia ha trasmesso la bozza a Bruxelles con quasi un mese di ritardo (il 25 settembre) ma, fino ai primi giorni di ottobre, il testo inviato a Bruxelles è rimasto di fatto inaccessibile. Sono quattordici le associazioni che hanno espresso forte delusione per il percorso di partecipazione, oltre alla preoccupazione per i contenuti finali del Piano, chiedendo al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica di rendere pubblico il testo definitivo e di dare conto degli esiti della consultazione pubblica aperta il 23 aprile e conclusa il 24 giugno. Tra queste, Legambiente, Slow Food, Wwf Italia, la sezione nazionale della Commissione internazionale per la protezione delle Alpi, Federazione Nazionale Pro Natura, Fondazione Marevivo, Lav (Lega antivivisezione) e Lipu.
Chi ha affossato il Piano italiano
Ma le quattordici associazioni ambientaliste hanno anche denunciato le pressioni stringenti (Leggi l’approfondimento) da parte dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci) e dei costruttori edili (Ance) volte a indebolire e deregolamentare le tutele sugli ecosistemi urbani. Di fatto, l’Associazione nazionale costruttori edili ha elaborato e trasmesso una serie di osservazioni critiche che sono state poi ampiamente condivise e integrate nella proposta di emendamenti presentata ufficialmente dall’Associazione nazionale comuni italiani, che puntava – ed è riuscita nell’intento – a riscrivere la bozza del Pnr, stralciando diverse misure chiave elaborate originariamente dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Il resto lo ha fatto l’Istituto nazionale di urbanistica (Inu) con i suoi appunti. Uno su tutti: “La prescrizione del Regolamento, che stabilisce che dal settembre 2026 gli Stati membri non debbano ridurre la dotazione di spazi verdi urbani (Ugs) né la copertura arborea urbana (Utc), imponendo ai comuni di dimostrare il saldo rispetto ai livelli del 2024, pone dunque rilevanti problemi applicativi”. Molto diversa la posizione della Siu, la Società italiana degli urbanisti), la principale società scientifica che riunisce i docenti e i ricercatori italiani nel campo della tecnica e della pianificazione urbanistica, di cui Pileri fa parte. E che ha sostenuto fino all’ultimo il piano di ripristino, per come era stato concepito.
Ecosistemi urbani: i Comuni coinvolti
Molto diversa la bozza inviata a Bruxelles. In un articolo su Altraeconomia, Pileri si è soffermato sull’articolo 8 del testo, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani. A ilfattoquotidiano.it, Pilieri ricorda che l’applicazione di quell’articolo coinvolge 2.761 enti comunali, che rappresentano circa il 38% del territorio nazionale. “Metà del consumo di suolo registrata nel 2024, e si parla di quattromila ettari, è stata consumata da questi 2.761 Comuni, proprio cancellando aree verdi” aggiunge. Entro il 31 dicembre 2030 non dovrà esserci alcuna perdita netta della superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani né della copertura arborea rispetto ai valori del 2024. Dal 1 gennaio 2031 i Comuni dovranno garantire una tendenza positiva all’aumento progressivo degli spazi verdi urbani e della copertura arborea.
Le misure sparite dal piano
“Delle 23 misure del Pnr valide per tutti i Comuni e proposte dall’Ispra – scrive Pileri – ben 15 sono state completamente cancellate, senza nessuna proposta alternativa”. Tra quelle svanite dalla bozza inviata a Bruxelles, la misura che prevedeva un registro delle perdite di aree verdi, ma anche “quella che minimizzava il consumo di suolo, quella che prevedeva oneri urbanistici supplementari per sostenere un po’ gli interventi di ripristino e quella che invocava il principio di precauzione per il quale si chiedeva di sospendere interventi che generavano riduzione degli spazi verdi fino alla pubblicazione del monitoraggio ufficiale al 2030”. Nel testo inviato alla Commissione manca la misura con la quale si sarebbero dovuti limitare gli interventi su suoli urbani non artificializzati “quella di depavimentare con contestuale ricostituzione dei suoli ed equipaggiamento ecologico delle superfici”. La depavimentazione dei cortili scolastici è ormai solo una opzione. Pileri la definisce “una posizione antistorica” e guarda ad altri Paesi, come la Francia, “dove già da alcuni anni nei quartieri del centro si stanno depavimentando tanti cortili scolastici” e la Danimarca “dove si stanno eliminando le recinzioni attorno alle scuole”. Le misure di depavimentazione rimaste, spiega Pileri “sono state un po’ declassate a deimpermeabilizzazioni e un po’ trasformate in suggerimenti”. Di obbligatorio, insomma, non c’è più nulla. “Credo che i Comuni non si stiano davvero rendendo conto che le conseguenze di questo stravolgimento ricadranno proprio sulle loro casse, oltre al fatto che queste misure – conclude Pileri – avrebbero rappresentato una difesa. Avrebbero aiutato i Comuni, infatti, a respingere alcune pretese di trasformazione che gli operatori privati vogliono fare. Ora saranno più esposti a questi rischi, oltre a quelli legati agli eventi estremi causati dai cambiamenti climatici”.
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