Morreu a atriz Clara Joana. Tinha 85 anos

© Facebook/Clara Joana

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La memoria, la sparizione, la violenza della natura e quella dell’amore, che può distruggere o creare. Per quanto distinti e distanti per sguardi, generi e formati, hanno motivi di intreccio i film di quattro registe italiane presenti fra la 21esima Festa del cinema di Roma e Alice nella Città. Metterli accanto non svilisce l’importanza di alcuno di loro, anzi.
Al suo secondo documentario, Kasia Smutniak si espone con Mustang (nel concorso Progressive Cinema), mettendo in scena i ricordi di un vissuto personale che sfociano in un’impresa “più grande di noi”, dove per noi intende se stessa, il compianto compagno Pietro Taricone e la loro figlia Sophie. Luogo/personaggio di questo racconto privato e universale è il Mustang, territorio nepalese al confine con il Tibet, dove Kasia e Pietro erano stati insieme agli inizi della loro relazione. Taricone aveva fatto riprese di ogni cosa, “anche della più inutile”. Una volta rientrati, si erano ripromessi di tornare e aiutare le comunità di quei luoghi. Poi la tragedia della morte di Pietro e il ritorno di Smutniak con la figlia di sei anni. Da allora, l’attrice e regista polacca si è recata regolarmente nel Mustang, finché, nel 2013, insieme alla nativa Kunzum, ha avviato, con la Fondazione Pietro Taricone, il progetto di costruzione di una scuola laddove non esisteva nulla per i ragazzi. Ma è solo nel 2018 che ha iniziato a raccogliere i materiali foto-audiovisivi del passato, immaginando di comporre il progetto di un documentario.
“Nel frattempo mia figlia è cresciuta, è andata da sola a 19 anni nel Mustang e ha voluto fare la voce narrante del film”, ha spiegato Smutniak. Insomma, una genesi ad alto tasso di emotività che unisce, tuttavia, la buona causa del sostegno a una comunità remota, i cui tempi restano imparagonabili con quelli occidentali. Ma è lì, con gli abitanti nepalesi e tibetani di quegli scenari mozzafiato, che Kasia e Sophie hanno ritrovato se stesse e, soprattutto, il sorriso. “Ho voluto fare questo film per aggrapparmi ai pochi gesti che accendono un lume di speranza in un momento così buio per l’umanità. Queste persone sono speciali, vivono pensando alla felicità, la studiano, per loro essere felici non è un concetto astratto, è qualcosa di raggiungibile”. Questo film, commovente e insieme mosaico di spazi, tempi e formati, come lo è la sovrapposizione dei materiali montati, è la chiusura di un cerchio nella vita di Smutniak, ma è anche “un manuale per la felicità” donato a tutti coloro che desiderano elaborare un lutto, una perdita, un frammento irrisolto di memoria. Da vedere in sala anche per la sua imponenza visiva, a partire dal 23 novembre.
Connesso a Mustang per il tema della perdita, intesa soprattutto come “sparizione” dal campo visivo per relegarsi in quello della memoria, ma anche per la presenza di una natura imponente, è Idda di Irene Dionisio, collocato in Alice nella Città dopo l’apprezzamento ottenuto al Festival di Toronto. Al suo secondo lungometraggio di finzione, l’artista visiva e cineasta torinese si è cimentata nel racconto di due giovani amiche, Adele “Idda” e Sofia, che si ritrovano a Catania con l’intento di risalire le pendici dell’Etna. L’obiettivo è cercare il leggendario soffio del vulcano-femmina, anch’esso chiamato come una delle due protagoniste, Idda. Rarefatto, dotato di un notevole studio visivo e sonoro, a tratti perturbante, Idda diventa quasi immediatamente un teorema metafisico e metaforico, sia sull’essenza femminea sia sul valore trascendente dell’immagine stampata. Interpretato dalle migliori esponenti della nuovissima generazione di attrici, Tecla Insolia e Romana Maggiora Vergano, il film procede verso un sacro Graal inevitabile, inscritto nella “paura del buio” di cui soffre la vivace e folle Sofia, interpretata da un’appassionata Vergano.
Ed è proprio la giovane interprete romana a fare da cerniera con Desiderio di Michela Cescon, liberamente ispirato al romanzo di Giorgio Montefoschi del 2020, in cui Romana Maggiora Vergano incarna Livia, anima inquieta, bella e ribelle, di cui si innamora perdutamente Matteo, interpretato da un convincente Enrico Borello. Sono giovani e inesperti al loro primo incontro: lui è uno studente universitario di Lettere, lei una nullafacente ricchissima e viziata nella Roma di fine anni Ottanta. Vogliono scoprire insieme un bosco, ma la separazione, dovuta alla partenza della ragazza per Londra (“mia madre mi ha iscritto a una scuola d’arte, parto domani”), si protrae per anni.
Al ritorno della giovane nella Capitale, Matteo è ormai giornalista e sposato, con prole. Quanto accadrà tra loro appartiene all’universo dell’amour fou, del melò letterario e cinematografico a cui tanto ha guardato Cescon per imbastire questo suo secondo, raffinatissimo lungometraggio. Un genere diverso dal noir Occhi blu, con cui aveva esordito alla regia nel 2021, ma altrettanto impegnativo: dalla scrittura densa a otto mani alla cura visiva (il DOP è Luca Bigazzi), fino all’attenzione, ovvia, alle interpretazioni, da cui un’attrice esperta e talentuosa come lei ha voluto il massimo. Il risultato è un buon melò, forse troppo orientato alla perfezione più che alla passione di un “desiderio” che, talvolta, resta immobilizzato fra le parole.
L’amore, invece, sboccia ancor meglio delle rose che profumano il giardino della grande villa di Marrakesh dell’ormai malata terminale Fanny Ardant. Il riferimento è al nuovo lavoro da regista di Ginevra Elkann, Le rose di Marrakesh, un piccolo e delicatissimo romanzo di emancipazione femminile racchiuso fra le mura di un ricco palazzo nella città marocchina. La vita si consuma tra la stanza di Isabelle, la padrona francese, quella di Leila, la sua giovane cameriera marocchina che nasconde un segreto, e il giardino che l’anziana proprietaria desidera ricolmo di verde e fiori rigogliosi. “Un film sulla memoria, e sull’amore che teniamo in silenzio”, spiega Elkann, sottolineando quanto l’elemento evocativo costituisca l’essenza di questo suo film, interamente parlato in francese e marocchino. Un racconto che assomiglia a una favola, una favola che rispecchia la vita, ma, purtroppo, un film «cinematograficamente» troppo esile per rimanere nella memoria.
L'articolo Taricone e Smutniak, in Mustang la memoria si fa cinema: alla Festa di Roma quattro registe raccontano perdita, amore e desiderio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Momenti di autentica tensione nel centro storico di Olbia, dove il set blindato della super-produzione Netflix “Un weekend da bamboccioni 3” è diventato teatro di un’aggressione improvvisa. Tre giovani, determinati a violare i cordoni di sicurezza per assistere ai ciak delle star hollywoodiane Adam Sandler e Salma Hayek, hanno scatenato una violenta sassaiola contro il personale di vigilanza. Il bilancio è di una guardia giurata ferita e di un fuggitivo già rintracciato dalle forze dell’ordine.
I disordini si sono innescati ai varchi di accesso di piazza Matteotti e nel tratto transennato di via Regina Elena, le due aree del cuore cittadino attualmente interdette al pubblico per consentire lo svolgimento regolare delle riprese. Secondo le ricostruzioni, il gruppo composto da tre ragazzi ha preteso di superare i controlli per introdursi nell’area del set. Di fronte al netto rifiuto degli addetti alla sicurezza, la situazione è rapidamente degenerata: i giovani hanno iniziato a scagliare pietre e bottiglie di vetro all’indirizzo delle guardie giurate poste a presidio dell’ingresso.
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“È andata così”. E comunque “noi, un po’ meglio”. L’importante è che, sebbene assomigliamo ad “alberi erranti”, non diventiamo “solo un’illusione“. Giocare con i titoli fa bene al cinema, soprattutto quando la 21ª Festa del Cinema di Roma celebra la famiglia. E lo fa nelle sue declinazioni più diverse, distanti, folli, tenere e — come si dice ormai da anni — disfunzionali.
Quattro opere contemporanee si cimentano nel raccontarla, tra la Festa del Cinema di Roma e Alice nella Città: dal nuovo, bellissimo film di Daniele Luchetti, Noi, un po’ meglio, con la dolcissima coppia formata da Elio Germano e Maria Chiara Giannetta, alle prese con il dubbio se intraprendere o meno il percorso dell’adozione, allo spassoso È andata così di Gianni Zanasi, in cui abbondano i figli “naturali”, così come i compagni e i mariti, grazie a una generosa Valentina Lodovini.
Si passa poi all’esplosivo Just an illusion – Una famiglia quasi perfetta dei francesi Olivier Nakache ed Éric Toledano, in cui il figlio preadolescente interpretato da Louis Garrel scompiglia un consesso familiare apparentemente quieto, per arrivare alla fiaba di respiro epico di Salvatore Mereu, che scardina le radici di padri, madri e figli con i suoi Alberi erranti. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, soprattutto sul versante del cinema italiano.
Gianni Zanasi, che da sempre osserva la famiglia estraendone gli aspetti più scompigliati, in È andata così ne mette in scena una perfettamente “orizzontale”: una madre, due figli avuti da altrettanti padri e un marito da cui non ha avuto figli. Tutti insieme appassionatamente. O, meglio, almeno fino a quando non si intromettono gli operatori sociali, intenzionati a imporre un ordine là dove a regnare è il più felice dei disordini. E, come spesso accade nel cinema del regista emiliano, ad aggiustare le cose è la metanarrazione, in questo caso affidata al teatro terapeutico.
Molto bene tutti gli attori, tra cui spiccano il solito impeccabile Valerio Mastandrea, un irrequieto Michele Riondino e un serafico Leonardo Lidi, ultimamente presenza sempre più piacevole nel cinema italiano (alla Festa recita anche ne Il ministero dell’amore).
Tutti e tre amano Valentina Lodovini, che dà il meglio di sé nel registro della commedia, non esattamente il più congeniale alla sua cifra interpretativa. Finirà in un’amorevole caciara, come è giusto che sia. Con questa divertente famigliola, sceneggiata da Zanasi e Ciarrapico, il pubblico potrà divertirsi nelle sale a partire dal 26 novembre.
Il divertimento cresce ulteriormente grazie alla formidabile coppia del cinema francese Olivier Nakache ed Éric Toledano — gli autori del fenomeno al botteghino Quasi amici — che, con Just an illusion – Una famiglia quasi perfetta, ci riportano alla metà degli anni Ottanta per raccontare la famiglia Dayan: il classico quartetto composto dai genitori e da due figli. Si tratta, però, di una famiglia che riunisce storie migratorie assai diverse tra loro, quasi contrapposte. La madre, la splendida Camille Cottin, è un’ebrea algerina arrivata in Francia dopo essere stata costretta a lasciare il Paese in seguito alla guerra d’Algeria; il padre, interpretato da un perfetto Louis Garrel, è anch’egli ebreo, ma originario del Marocco, da cui è emigrato Oltralpe insieme alla famiglia.
I due figli, il maggiore Arnaud e il più piccolo Vincent, sono così alle prese con una questione identitaria che li porta a chiedersi ripetutamente se siano ebrei, arabi, africani o francesi. La risposta è che sono una sintesi di tutto questo, proprio come suggeriscono le radici dei due registi. Un concetto che conduce la commedia verso importanti riflessioni identitarie, politiche e culturali, senza mai smarrire la sua preziosa levità narrativa. Il punto di vista è affidato al più piccolo dei Dayan che, alle soglie della pubertà, assapora i primi turbamenti sentimentali mentre osserva le difficoltà di un padre disoccupato e di una madre che prova ad affacciarsi alla modernità imparando a usare i primi computer. Ne emerge un affresco tenero, un romanzo di formazione umana e sociale di notevole qualità per scrittura, regia e interpretazioni. L’uscita è prevista per l’inizio del 2027.
Su toni e registri completamente diversi da quelli della commedia si colloca invece il nuovo, ambizioso e imponente lavoro di Salvatore Mereu, Alberi erranti, nel programma di Alice nella Città. Presentato con successo in concorso all’ultimo Festival di Locarno, il film segna il primo vero distacco narrativo e linguistico di Mereu dalla natìa Sardegna, benché sia stato girato proprio sull’isola.
Della durata di tre ore, il film mette al centro tre personaggi che attraversano l’infanzia e la giovinezza, appartenenti a classi sociali diverse e legati alle rispettive famiglie da rapporti differenti, in particolare con i padri. Ispirato al romanzo Alberi erranti e naufraghi di Alberto Capitta (edizioni Il Maestrale), che Mereu definisce “un libro senza appigli” se non quelli legati all’anima, il settimo lungometraggio del cineasta di Dorgali chiede allo spettatore la stessa fiducia che si riserva alle fiabe.
Perché “la favola è la favola”: si accettano così ellissi temporali, nevicate e sparizioni improvvise, osmosi tra natura e mondo animale, innamoramenti folgoranti, luoghi senza nome e geografie incerte, ma anche infinite tracce metafisiche e simboliche disseminate sui volti, sui corpi e nelle parole dei numerosi personaggi. A interpretarli sono, tra gli altri, attori di primo piano come Massimo Popolizio e Alessandro Haber, accanto ai più giovani Romeo Perrone e Giulia Maenza.
Un film radicale, misterioso, raffinatissimo che, pur non essendo privo di qualche caduta e di alcune eccedenze di lunghezza, ha il coraggio e la capacità di spingere lo sguardo oltre i confini del visibile. Il film arriverà nelle sale il 29 ottobre.
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O ator americano Michael Forest, conhecido por interpretar o deus grego Apolo na série “Jornada nas Estrelas”, morreu aos 97 anos, na última quarta-feira. A causa da morte não foi informada.
Ele nasceu Gerald Michael Charlebois em Dakota do Norte, nos Estados Unidos, em 1929, e vivia numa instituição de repouso para idosos em Nevada nos últimos anos. A morte foi confirmada por um amigo numa publicação no Facebook.
Forest era conhecido como um homem de porte atlético e tinha um currículo extenso como ator coadjuvante no cinema e televisão, que iniciou na década de 1950.
Carreira no cinema e na televisão
Além de participações em séries e novelas que inclui ainda “Além da Imaginação” e “The Dick Van Dyke Show”, atuou em diversos filmes do ator e diretor Roger Corman e emprestou a voz a projetos de animação, animes e videogames.
Como dublador, participou de títulos como “Power Rangers” e “World of Warcraft”. Ele era fluente em italiano e dublou centenas de filmes nos anos em que morou em Roma, além de atuar em produções de outros países da Europa.
Entre seus inúmeros papéis, estão particapações em “A Besta da Caverna Assombrada”, “Atlas” e “Náufrago”.
Vida pessoal
Forest foi casado com a atriz Diane Hale por 52 anos, até a morte dela, em 2022. Não há informações se eles tiveram filhos juntos.
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“A volte è stato travolgente e terrificante, ti senti disconnesso dal mondo che ti circonda; sono consapevole di essere un personaggio pubblico, so bene che le persone sono libere di farsi le loro idee ed esprimersi online e so che non posso cercare di accontentare tutti, di piacere a tutti… ma io non posso portare il peso del mondo sulle mie spalle, posso solo cercare di essere la versione migliore di me stessa e imparare il più possibile a essere gentile con chi mi circonda”. A dirlo è Jenna Ortega alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Accolta da fan in attesa fin dalle prime ore del mattino e da una sala stampa gremita, la ventiquattrenne ha portato nella Capitale un’ondata di entusiasmo inedita per questa edizione, firmando decine di autografi sul red carpet con la consumata esperienza di una diva navigata. L’occasione è la presentazione, nella sezione Grand Public, di “Klara and the Sun“, pellicola diretta dal Premio Oscar Taika Waititi e tratta dall’omonimo romanzo distopico di Kazuo Ishiguro (Premio Nobel per la Letteratura 2017).
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Hanno rivoluzionato la musica, conquistato il pianeta e trasformato quattro ragazzi di Liverpool in un fenomeno immortale. Ma a quanto pare la grandezza dei Beatles, almeno al cinema, si misura anche in centimetri.
A sollevare la questione è Paul McCartney, 84 anni e una carriera che basterebbe a riempire un’enciclopedia. Il problema? Nei quattro film dedicati ai Beatles, diretti da Sam Mendes, l’attore incaricato di interpretarlo, Paul Mescal, appare troppo basso rispetto al collega che veste i panni di John Lennon. Una faccenda apparentemente minuscola. Ma Sir Paul, evidentemente, non intende farsi ridimensionare. Nemmeno per esigenze cinematografiche.
La miccia si accende davanti a una fotografia delle riprese che ricrea la leggendaria copertina di Abbey Road. McCartney nota che Mescal sembra più basso di Harris Dickinson, il nuovo Lennon.
Apriti cielo. Durante il podcast Good Hang di Amy Poehler, il musicista racconta di aver contattato Mendes per protestare. Il regista lo tranquillizza: sarebbe soltanto una questione di falcata. E gli spedisce un’altra immagine nella quale le proporzioni tornano accettabili.
Del resto, McCartney rivendica una verità storica: John, Paul e George erano sostanzialmente della stessa altezza. Soltanto Ringo era leggermente più basso. Una specie di democrazia dei centimetri.
Il progetto, atteso nell’aprile 2028, prevede quattro pellicole, una per ciascun componente della band. Mescal sarà McCartney, Dickinson interpreterà Lennon, Joseph Quinn sarà George Harrison e Barry Keoghan vestirà i panni di Ringo Starr.
Non è la prima volta che Paul contesta la propria rappresentazione cinematografica. Già nel film Nowhere Boy, del 2009, aveva trovato il suo personaggio troppo minuto e remissivo rispetto a Lennon. Intanto qualche mugugno arriva anche dall’universo femminile dei Beatles: Jane Asher non intende vedere i film, mentre Pattie Boyd ha lamentato di non essere stata consultata.
Insomma, Sam Mendes dovrà gestire quattro film, milioni di fan e una leggenda musicale praticamente intoccabile. Ma soprattutto dovrà ricordarsi una cosa: Paul McCartney può anche aver scritto Yesterday. Non per questo accetterà di essere ricordato come il Beatle formato tascabile.
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Tra atmosfere oniriche, sedute spiritiche e il palcoscenico dell’Opéra Garnier, Deva Cassel fa il suo debutto da protagonista sul grande schermo. Alla Festa del Cinema di Roma, l’attrice ventiduenne ha presentato L‘amore immortale (in uscita per 01 Distribution), una rilettura cinematografica del classico Il fantasma dell’Opera di Gaston Leroux. Un progetto che ha richiesto mesi di allenamento per calzare le scarpette da ballo, ma che l’ha attratta fin dal primo momento per la sua forte componente sovrannaturale. Un tema verso il quale Cassel confessa un’intima e inaspettata connessione.
Interrogata sulla dialettica tra reale e soprannaturale che permea la pellicola, l’attrice non si sottrae e svela un lato personale legato all’invisibile. “Se credo ai fantasmi? Non lo so, ma mi piace pensare che esistano entità e forze più grandi di noi, capaci di guidarci”, confessa Cassel. Una fascinazione che affonda le radici in episodi vissuti in prima persona: “Ho avuto esperienze quasi paranormali e, quando mi hanno proposto questo progetto, ero molto interessata a come Alexandre volesse mettere in scena questo aspetto”.
La regia di Alexandre Castagnetti asseconda questo mistero, ma ne ribalta le prospettive tradizionali. Il regista ha infatti scelto di narrare la vicenda interamente dal punto di vista della giovane protagonista, “trasformando il mito di Orfeo in mito di Euridice”, con l’obiettivo di “sottolineare la forza delle donne”, portando finalmente le eroine al centro della scena.
Nel film, Cassel interpreta Anastasia Marescu, una ragazza che dalle montagne della Romania riesce ad accedere alla prestigiosa compagnia dell’Opéra di Parigi, ritrovandosi subito coinvolta nella messa in scena di un’opera maledetta, L’Orpheus di Ernest Dupré. Prima di affrontare il valzer per la serie Il Gattopardo, l’attrice non aveva mai studiato danza. Per calarsi nel ruolo di Anastasia, si è sottoposta a tre mesi di studio costante, affiancata dalla sua controfigura e dall’attrice Laïka Blanc-Francard.
“Serve molta disciplina. E costanza”, ammette ripensando alla preparazione. “È stato un lavoro da zero, ogni giorno più interessante. Mi ha aiutato a trovare una coscienza della fisicità che prima non avevo, una sincronizzazione tra il corpo e la mente. Il movimento ti regala libertà, Anastasia di prova in prova si lascia andare”. Una fisicità culminata nelle scene finali del balletto, girate dal vero all’interno dell’Opéra Garnier e rese complesse dalla presenza dell’acqua, elemento centrale legato al lago sotterraneo in cui si nasconde il fantasma.
Al centro del racconto gotico si snoda anche l’amore impossibile tra la ballerina e lo spettro pianista (interpretato da Julien de Saint-Jean). Un sentimento che per l’attrice muta forma con il tempo: “L’amore assoluto è qualcosa difficile da definire. Credo cambi con l’età. Per me è sinonimo di ascolto e pazienza, in modo incondizionato. Il vero regalo — me l’hanno insegnato i miei genitori — non è essere amato ma amare”.
E proprio dalla famiglia, Monica Bellucci e Vincent Cassel, ha ereditato gli strumenti per gestire il peso delle aspettative e l’invadenza della fama. “Certo, l’esposizione è molto forte, può essere invasiva”, riconosce. “Ma i miei mi hanno insegnato a trovare tempo e modo per isolarmi, credo tutti ne abbiamo bisogno. Mi hanno ripetuto più volte: prenditi i tuoi tempi, anche i silenzi. Non c’è sempre bisogno di spiegare tutto“.
Una barriera protettiva che le permette di affrontare i set cinematografici con lucidità e senza soccombere alle dinamiche di rivalità, diversamente da quanto accade alla sua Anastasia. L’ambiente del cinema, osserva, si è rivelato meno insidioso rispetto alle sue esperienze precedenti: “Il cinema lo è meno, anche rispetto alla moda dove ho iniziato e dove ho imparato molto. Io, semmai, la competizione la sento con me stessa: sei tu che devi metterti in gioco“. E il gioco, per Deva Cassel, continuerà presto con un nuovo ruolo da protagonista: sarà Maria di Nazareth nel film Zero A.D. diretto da Alejandro Monteverde.
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“Aí comecei a fazer os filmes em stop motion com brinquedos que eu tinha e fui me aprimorando”, contou em entrevista à Agência Brasil
Miguel Viglio é um dos concorrentes no Festival Internacional Pequeno Cineasta (FIPC), que ocorre deste domingo (18) até o dia 24 de outubro, em três espaços culturais da cidade do Rio de Janeiro: Teatro Municipal Carlos Gomes, Instituto Cervantes e Jardim Botânico. A programação é gratuita.
Em casa, Miguel conta com o incentivo da mãe Chica Amoreira, que orgulhosa lembrou os prêmios que o filho já conquistou em festivais. Entre as premiações, somente com o filme Circo dos Horrores, com o qual vai concorrer nesta edição do FIPC, tem Melhor Filme no festival FECEA no Rio Grande do Sul, em 2025; Troféu Geração no Festival do Rio, no mesmo ano; Melhor filme pelo Júri Popular no festival É Tudo Criança, em Minas Gerais, em 2026.
Fora do Brasil, foi finalista no CineClub Dei Picoli, na Itália, em 2025, no Madeira Curtas Short Film, de Portugal em 2026 e no REC film festival da Alemanha também em 2026.
Daniel Nini, de 16 anos, é mais um concorrente no Festival Internacional Pequeno Cineasta. O interesse pela arte o levou para atuar como ator. Depois do teatro, veio a vontade de fazer cinema porque gostava muito de ver filmes.
“Com 10 anos eu me toquei que poderia estar nos filmes e realizar filmes. Aí comecei a ver muita coisa para pegar bagagem cultural e tentar botar em prática os meus próprios roteiros”, disse à Agência Brasil.
No início, recorreu ao celular, que era o que dispunha na época para realizar o seu filme. “Nessa época eu não tinha câmera, quando eu peguei feito por telefone, pensei que nada ia ser aproveitado, porque o som também não estava com uma qualidade muito boa , mas com a mágica da edição, ainda mais vendo na tela grande, ficou ótimo. Fiquei muito feliz com o resultado”, contou Daniel.
que também é ator e com o tempo conseguiu comprar os equipamentos necessários com o dinheiro que ganhava com as suas atuações.
Uma outra característica do festival é que as crianças e adolescentes também participam da escolha dos vencedores. O Júri Oficial é formado por jovens das mesmas faixas etárias dos competidores, na faixa etária entre 8 e 17.
A responsabilidade de ter que julgar as produções é grande, afinal pode representar um marco para quem está começando na carreira. Participante do Júri Oficial, Carina Ki considerou uma experiência muito importante.
“Quando eu soube que eram de 13 a 17 pensei que era uma coisa meio experimental porque são crianças fazendo, mas fiquei muito impactada com a criatividade e todas as técnicas que elas usaram. As crianças se esforçaram muito para fazer. Fiquei muito impressionada com o talento delas”, disse.
“Eu tenho o projeto de estudar cinema no futuro, então, foi uma oportunidade muito importante, para mim, ter contato com produções de outros adolescentes”, concluiu.
Para a cineasta, produtora, educadora audiovisual e idealizadora do FIPC, Daniela Gracindo, o diferencial deste festival é que não são adultos falando sobre crianças e adolescentes. São eles que assumem as câmeras para contar as suas histórias.
“Eles ficam se sentindo mais participativos com protagonismo, porque a opinião deles importa. Já muda completamente a postura daquela criança que senta na cadeira sabendo que vai eleger o filme que vai ser premiado. A postura dela na cadeira de cinema é outra”, avaliou Daniela.
O Festival Internacional Pequeno Cineasta chega a 11ª edição com mais atividades e maior interesse de crianças e adolescentes pela arte do cinema. A ideia surgiu quando Daniela produzia uma homenagem ao avô Paulo Gracindo.
Na época, o pai Gracindo Jr., com quem realizava o documentário, tinha uma produtora, onde a cineasta queria dar aulas de cinema e teatro. Foi assim que em 2009 uma turma com equipe infantil de alunos entre 9 e 13 anos inaugurou a Oficina Pequeno Cineasta, que acompanha crianças e jovens em todas as etapas da realização de um filme, indo da ideia e do roteiro à atuação, direção, filmagem e edição.
A partir daí surgiu a primeira edição do festival em 2010 e, que segundo Daniela, ainda era bem mais tímida.
“Cada edição que eu faço é uma potência tão grande de troca de cultura, de conexão, de conseguir se aproximar da criança, porque a gente tem esse espaço qualificado onde elas podem e devem se expressar por meio da sétima arte”, apontou Daniela.
Ao longo dos anos o convívio com as crianças e adolescentes foi aumentando e se fortalecendo por meio de Oficinas Pequeno Cineasta que já foram realizadas no Rio de Janeiro, em São Paulo, em Santa Catarina, no Rio Grande do Sul e até fora do Brasil, como na Guiana Francesa e na Argentina.
“Por ver todo esse resultado e conseguir abrigar crianças que nunca entraram em uma sala de cinema e ficam estonteadas só com a sala, imagina quando elas veem que uma outra garota ou garoto, como elas, fizeram aquele filme que está na tela. O impacto é muito grande para todos”, disse Daniela.
Este ano, o festival vai exibir 68 filmes realizados por jovens de 8 a 17 anos. As produções foram selecionadas a partir de 467 inscrições de 41 países e dez estados brasileiros. São ficções, documentários e animações, que conforme a organização, “mostram como essa geração enxerga questões que vão de amizade e preconceito à inteligência artificial, cyberbullying e crise climática”.
Além de quatro categorias: Nacional e Internacional Criança para realizadores de 8 a 12 anos; e Nacional e Internacional Jovem para adolescentes de 13 a 17 anos, a competição das obras se dá em três mostras especiais: Oficina Pequeno Cineasta, Filmes Hispânicos e Sustente Sua História, que é dedicada a produções sobre sustentabilidade e meio ambiente.
Os temas dos filmes selecionados passam por afetos, perdas, amizade, preconceito, trabalho, inteligência artificial, violência, cyberbullying, crise climática e a relação entre humanidade e natureza.
Os vínculos humanos são abordados em A Night Without You (Malásia), Orpheus & Eurydice (Estados Unidos) e Passagens (Niterói, Rio de Janeiro). Já em The City (Ucrânia) e Paani (Estados Unidos) os cineastas tratam da resiliência diante de guerras, deslocamentos e eventos climáticos extremos.
A crise climática é tema em Axinos (Grécia), Concreto (Contagem, MG) e Yanomamis: Guardiões da Floresta (Brasil), enquanto O Espelho e Segundo Plano, os dois de Porto Alegre, e Por Culpa de la IA (Espanha) exploram a solidão, pressão social, violência e os efeitos da tecnologia.
A abertura, no dia 18, às 11h, no Teatro Municipal Carlos Gomes, Centro do Rio, reserva um encontro especial entre cineastas do Brasil e da Guiana Francesa. Na cerimônia, serão exibidos seis curtas realizados em Saint-Georges, por cerca de 80 crianças e jovens, produzidos durante oficinas desenvolvidas entre 2025 e 2026, além de um minidocumentário sobre o processo de criação.
Na segunda-feira (19), haverá no Instituto Cervantes, em Botafogo, das 15h30 às 17h, a Mesa Redondinha. O evento será um encontro de jovens cineastas do Brasil e da Guiana Francesa para assistirem aos filmes produzidos pelos dois grupos. Também terá conversar com o público sobre escolhas narrativas, temas, desafios de realização e as diferentes maneiras de transformar experiências em cinema.
Ainda na segunda e no dia seguinte, o Instituto Cervantes recebe, das 9h às 13h, o workshop Cinema na Sala de Aula, destinado a professores, educadores e interessados em desenvolver práticas audiovisuais com crianças e jovens. A educadora, realizadora e pesquisadora argentina Irene Blei, é quem vai ministrar a atividade com oito horas de duração.
Irene é inovadora na educação audiovisual, ela criou e dirigiu historicamente a Oficina de Cine El Mate, a primeira escola de cinema infantil e juvenil de Vicente López, na Argentina.
As ações do festival atravessam os seus espaços e chegam às escolas e comunidades educativas de todo o país por meio do Pequeno Cineasta na Escola.
As instituições inscritas tem acesso gratuito, durante o período do festival, às mostras competitivas e podem organizar sessões com seus alunos e enviar os votos para o Prêmio do Júri Popular. Para a organização, a iniciativa favorece a formação de plateia e transforma o cinema em ponto de partida para conversas sobre temas contemporâneos dentro da escola.
“É primordial para a infância e a juventude nesse sentido, não de ser um youtuber, um tiktoker, pode ser também, mas a ideia do projeto Pequeno Cineasta é que eles se aprofundem na linguagem e se tornem críticos e saibam o que estão recebendo, fazendo e sejam alfabetizados nessa linguagem”, relatou Daniela.
Ao longo das edições, o festival reuniu produções de 54 países e alcançou mais de 80 mil pessoas, “promovendo autoria, direito à expressão, formação de público e diálogo intercultural”.
O encerramento da programação deste ano será no Instituto Cervantes, das 16h às 18h, quando haverá a premiação dos vencedores e uma homenagem a Gracindo Jr, que morreu no dia 2 de setembro, em casa no Rio, aos 83 anos.
O Festival Internacional Pequeno Cineasta tem apoio institucional da Prefeitura do Rio, por meio das Secretarias Municipais de Cultura e de Educação, do Sistema Nacional de Cultura e do Ministério da Cultura.
Addio all’attore statunitense Michael Forest, celebre volto del cinema di Roger Corman e di serie tv cult come Star Trek e Ai confini della realtà. L’artista si è spento all’età di 97 anni in una struttura per anziani a Sparks, in Nevada. Nato Gerald Michael Charlebois nel Dakota del Nord nel 1929, Forest iniziò la carriera negli anni Cinquanta dopo l’incontro con Corman, diventando uno dei protagonisti delle sue storiche produzioni a basso budget, da La leggenda vichinga a Atlas il trionfatore di Atene.
Il ruolo che lo consegnò alla memoria del pubblico globale fu quello del dio Apollo nell’episodio del 1967 di Star Trek, “Chi piange per Adonais?”. La sua versatile carriera lo portò anche in Italia, dove visse dal 1968 al 1978 recitando in cult come Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci e lavorando al doppiaggio di oltre 500 pellicole grazie alla sua perfetta padronanza della lingua italiana.
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Este ano, o festival traz duas grandes novidades: a mostra competitiva para longas-metragens e o Animage Conecta, com programação voltada para proporcionar ambiente de negócios na área de animação e pensar os desafios e o futuro do setor.
A programação do Animage Conecta contará ainda com seis oficinas abertas ao público com um total de 90 vagas. As inscrições começam no próximo dia 19 e vão até 29 de outubro.
Haverá ainda duas masterclasses com profissionais premiados. No dia da abertura, 20 de novembro, a aula será com a animadora e diretora norte-americana Sarah de Gaudemar.
Com mais de duas décadas de experiência, Sarah Gaudemar venceu um Emmy do Primetime com o filme Frango Robô e participou de produções como Coraline, Anomalisa e Wendell & Wild e Lego Batman: o Filme.
No dia 22, haverá uma masterclass com o diretor Hugo Covarrubias, do curta Bestia, indicado ao Oscar de Melhor Curta-metragem de Animação em 2022.
Também vão participar do festival os cineastas Marco Nguyen, diretor do longa Jim Queen, e Otto Guerra, um dos diretores do filme O Filho da Puta.
A Agência Brasil estará no Festival Animage.
Serviço
Festival Animage: 20 a 29/11
Animage Conecta: 20 a 23/11
Local: Recife

© DIOGO VENTURA/OBSERVADOR
La ricetta per rilanciare il cinema italiano è “mezzi importanti e idee importanti”, ma soprattutto “non bisogna ripetersi”. Marco Risi è un uomo intelligente. Forse un po’ malinconico, sicuramente dallo sguardo acuto e disincantato sulla vita, sul mondo e su quel cinema intrapreso a filo di babbo Dino, uno dei più grandi e sagaci della commedia all’italiana del dopoguerra. In una lunga e bella intervista rilasciata al Corriere, il regista di Mery per sempre e Il Muro di gomma ha aperto lo scrigno dei ricordi, tra cui la sua relazione sentimentale, e la fine tragica, di Laura Antonelli, la difficoltà nel girare film in Italia oggi senza fare flop e ovviamente l’ombra lunga del padre. “Una volta Vittorio Cecchi Gori disse a proposito di suo padre Mario: “Io morirò figlio”, spiega Risi jr. “Con papà tu dovevi sempre adeguarti. Lui quello sforzo non lo faceva. Dovevi sempre trovare la chiave per interessarlo. Quando mi dilungavo nei racconti di una cosa che era accaduta, lui mi guardava e diceva: “Titolo!”, non voleva perdite di tempo inutili – ricorda il regista spiegando che Dino non gli faceva mai complimenti, che era abbastanza duro e che non l’ha mai incoraggiato a fare cinema. “Anche se mi ha aiutato, perché dopo un mio periodo difficile, mi ha voluto con lui per scrivere due film. E una volta mi elogiò perché avevo scritto una scena riuscita e volgarotta per Sono fotogenico. Ma quando gli mostrai Mery per sempre vidi che gli brillavano gli occhi, era soddisfatto, forse persino orgoglioso di me”.
Risi jr. evoca anche momenti di una tenerezza inaudita riesumando dieci ore di girato del padre anziano, magrissimo (“pesava quarantotto chili, io lo stringevo e sentivo le sue ossa”) e la sua lontananza dalla politica: “Era stato socialista nenniano, poi gli piaceva La Malfa, alla fine si era ritratto. Ma non si sentiva parte della comunità dei registi e sceneggiatori che lui avvertiva come troppo impegnati e paventava il rischio che in ragione dell’appartenenza partitica si potesse perdere libertà e autonomia espressiva”. Infine gli ultimi istanti prima della fine nel 2008, con Marco che gira Fortapasc a Castelvolturno e Dino che lo raggiunge incuriosito sul set. Poi l’ultimo abbraccio e l’ultima telefonata qualche giorno dopo: “Al telefono disse che non ne poteva più. Aveva 91 anni e mezzo, una vita enorme e un vissuto straripante. Era stanco, semplicemente stanco. Io gli dissi di resistere, di farlo per me, non per lui. E lui mi ha risposto una cosa bellissima: “Pensa al tuo film”. Il capitolo Laura Antonelli è altrettanto doloroso. Con Marco ci fu un flirt (“non conosceva presunzione, non se la tirava, era bellissima, incredibilmente bella, la più bella del creato”) ma anche l’oblio e il cupio dissolvi di una diva finita in disgrazia che morirà sola e povera: “Di tutte le ricchezze accumulate con il suo lavoro non aveva più nulla. In casa c’erano solo pacchi di pasta, conserva di pomodoro e nell’armadio un solo abito, una specie di palandrana nera. Non aveva la televisione, ascoltava solo Radio Maria. Si sentiva in dialogo con Dio, che chiamava “papino”. Le ho chiesto se a rovinarla fosse stata la cocaina per la quale fu arrestata. Forse quel momento ha cambiato la sua vita. Lei mi ha risposto che no, che la cocaina era la “droga di Dio”.
L’ultimo film girato dal 75enne regista milanese è Il punto di rugiada. Film delizioso e poetico, perfino con una punta di cinismo paterno, eppure zero tituli al botteghino. “È un momento difficile per me e per il cinema italiano. Io ho tre soggetti e una sceneggiatura pronta, ma mi rendo conto che oggi realizzare un film è diventato complicato. Il cinema italiano al box office non va bene ed è un peccato, perché ci sono buoni film. Ma se la gente va in sala, e spesso non sono i più giovani, non vuole vedere un piccolo film sul grande schermo. Ci vogliono mezzi importanti e idee importanti, non bisogna ripetersi”. Poi certo, non sappiamo più ridere come una volta e il cinema ne ha risentito assai: “Ho sorriso vedendo un buon film italiano, Serpenti, ma ridere come si faceva una volta è diventato difficile. È fuori, nel mondo reale, che si trova il grottesco. Ma inquieta, non fa neanche ridere”.
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Non aspettatevi il film concerto. E non aspettatevi nemmeno dichiarazioni riparatorie sulla nidificazione del fratino o della stabilità delle dune dopo i Jova Beach Party. Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti, “special screening” alla Festa di Roma 2026, è la cinematografica ricerca del significato di Rosabella in Quarto potere. Qualcosa di fino ad oggi rimasto nascosto, fragilmente misterioso, che riguarda Lorenzo senza il costume da Jovanotti, supereroe della musica e del divertimento. Quello di Dario Zonta e Carlo Zoratti è sì un fragoroso documentario monumento ma vive di una garbata levità esplorativa, di una sottile intrusione nel privato, di una inequivocabile dimostrazione dell’inesorabile passare del tempo.
Lorenzo scavato, rugoso, segaligno, una specie di corpo nervosamente pasoliniano. Sessantenne dai piedi scalzi nel casale studio di registrazione cortonese, sorta di manichino saltellante della più variopinta serie di cappelli, abiti, collanine, bracciali. “Vivo nel mio mondo, non in quello reale. Nella mia Rimini di Fellini che suppongo sia così”, spiega il cantante in uno dei rari momenti in cui parla fronte macchina. Il fascino, la raffinatezza, e perfino una certa perfettina ruffianeria di Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti sta proprio qui. In questa deviazione documentaristica oltre il didascalico (nel tal anno ha fatto questo, nel tal’altro quest’altro) e le didascalie (vedrete molti personaggi, ma mai la scritta sotto con nome e cognome). È la celebrità che esce dallo straordinario e viene colta non tanto di sorpresa quanto ripresa nella sua ovvia naturale parificata normalità. È il passaggio drastico dal ragazzino caciarone di È qui la festa osannato da ogni conduttore e star di tv e spettacolo (Carrà, Costanzo, Biagi, Vasco e Celentano) all’uomo nuovo gioioso nell’amore e segnato dal dolore della perdita. Le luci del concerto, del resto, si spengono subito.
Va bene la tenda indiana dove truccarsi e meditare prima della danza e della musica sulla spiaggia, ma è subito tempo di fuga oltre il palco, seguito di spalle, al ralenti, accappatoio e asciugamano da boxeur svuotato, di filata dentro un auto che lo porta via. Jovanotti è immediatamente Lorenzo (pardon se il gioco nella scrittura stufa, ma Zonta e Zoratti lo fanno slittare nel film con maggior dolcezza), ed è anche subito quell’incidente in bicicletta del cantautore cortonese nella Repubblica Domenicana nell’estate del 2023. Un tormento che sembra diventare estasi. Lunga riabilitazione, quattro centimetri di osso della gamba in meno, operazione chirurgica delicatissima. E soprattutto la reiterata testimonianza video con lo smartphone, journal intime della disgrazia e del dolore autoprodotta dal paziente ferito senza volere e potere alcuno. Formalmente Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti è un patchwork di fonti visive raccolte per oltre sei anni, ibridazione disinvolta e curiosa, Alina Marazzi o Pietro Marcello style and touch, tra narrazione contemporanea (quattro operatori più Jova in solitaria nel suo letto di dolore), stralci di generico e tematico found footage (Teche Rai e cineteche varie), infine Super8, vhs e minidv della famiglia Cherubini miracolosamente intatti e conservati.
Il risultato in certi slanci di montaggio è drammaturgicamente incredibile come la sequenza surreale eppur insistita dell’evocazione dei pappagalli sul cupolone del Vaticano che il piccolo Lorenzo cerca con il suo/nostro sguardo o quella del ricordo di Umberto, il fratello pilota morto in un incidente aereo, immersa tra le pieghe di una visita al cimitero in collina con il protagonista che sfiora lapidi familiari – e non – aprendo un varco intimo verso la morte. Perché il segreto di quest’opera ispirata e inattesa (Zoratti ha un solo lungometraggio alle spalle, Zonta è stato critico di L’Unità e oggi conduttore di Hollywood Party), non sta tanto nel dove arrivare (la vulnerabilità e la sofferenza del protagonista), ma nel come ci si arriva. I fan comunque avranno di che deliziarsi nel vedere Lorenzo, in compagnia del guru barbuto Rick Rubin, che compone e scompone la sua musica nel suo farsi. In sala come evento speciale dal 24 novembre al 2 dicembre 2026.
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Il cinema non è solo quello che riempie le sale, non è i ‘film evento’. È anche altro. Sono tante le mini-produzioni indipendenti, ignorate dai distributori, magari opere prime che non accettano quella trita struttura ‘televisiva’ nazionale che annienta, ormai da troppi anni, lo ‘specifico filmico’, per usare un desueto termine anni Settanta. Ci sono poi i prodotti audiovisivi ‘minori’ (si fa per dire…) che spesso appassiscono dopo labili apparizioni nei festival specializzati.
Meno male che, ogni tanto, c’è qualcuno che tenta di porre un freno a questo maligno sistema: certo lo fa Archivio Aperto, il festival di Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia (siamo alla diciannovesima edizione) che si tiene a Bologna anche quest’anno dal 22 al 26 ottobre. Un appuntamento “dedicato alla riscoperta del patrimonio filmico privato amatoriale, sperimentale, d’artista, in piccolo formato” conservato, catalogato e restaurato dai primi anni Duemila in poi e che ha creato, passo dopo passo, una monumentale montagna di oltre quarantamila pellicole.
La locuzione ‘film di famiglia’ non deve trarre in inganno: non si tratta, infatti, di filmati amatoriali che i papà e le mamme girano in giardino o in spiaggia per riprendere i propri pargoletti. Qui stiamo parlando di prodotti audiovisivi, girati senza tecniche iperprofessionali, ma che ci raccontano più realisticamente di tanti film prodotti con soldoni la storia del nostro Paese. E non unicamente quella.
Forse solo uno, fra questi filmati, almeno fra i prodotti italiani, l’ha girato una regista professionista come Francesca Archibugi: la storia pubblica e privata di una delle voci più dirompenti e lucide del femminismo, quella di Carla Lonzi (1931-1982). Dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, è la prima uscita pubblica del film sulla Lonzi ed è in programma il 22 ottobre, in serata.
Le opere presentate a Bologna (lungometraggi e cortometraggi) hanno tutte un unico comun denominatore: offrire uno sguardo sulla complessità del mondo che stiamo vivendo. Qualche appuntamento: Unsetting Genealogies, ad esempio, è una “ricerca di Alessandra Ferrini ospitata nella project room del festival e pone l’accento sulle origini fasciste di alcune istituzioni artistiche italiane”. E “in parallelo”, anche “sulla dimensione privata e affettiva della storia”.
Focus Upside Down descrive invece, con una serie di proiezioni e incontri, “le pratiche di militanza e di mediattivismo”; nella sezione L’Archivio che non c’è viene proiettato il documentario A Place in the Italian Sun che “riporta alla luce una storia poco conosciuta di violenza coloniale, esilio e reclusione” e in Storie Sperimentali viene presentata una retrospettiva d’autore: la proiezione delle Songs “canzoni visive mute” in pellicola originale (8 millimetri), ideate e realizzate da Stan Brakhage (1933-2003), regista americano sperimentale, autore di oltre 400 opere, la maggior parte delle quali girate in 8 e 16 millimetri (a volte dipingeva o manipolava con interventi esterni la pellicola…).
Fra gli altri, anche i filmati, interessantissimi, delle lotte sociali e politiche degli anni Sessanta e Settanta “che fecero dei media uno spazio di partecipazione, protesta, sperimentazione e libertà di informazione: da quello, a oggi inedito, su Radio Alice, a 50 anni dalla nascita dell’emittente, alle tristi esperienze del G8 di Genova; dalle Street TV dei primi anni Duemila, provocazione situazionista e di difesa della libertà d’informazione contro l’oligopolio televisivo, al film ‘militante a soggetto’ Processo politico di Francesco Leonelli e dello scultore Arnaldo Pomodoro sull’affaire Pinelli-Calabresi”.
Il concorso internazionale dedicato alle opere realizzate con materiali d’archivio presenta 16 titoli, fra cui 13 anteprime italiane (fra le quali Auber 89 di Giuseppe Schillaci (Italia/Francia, 1980), sulle vicende passate (e in itinere) della periferia parigina a partire dagli anni Ottanta. Ma non mancano filmati sul conflitto israelo-palestinese e persino storie curiose come quella del primo e unico astronauta afghano. Nella sezione Open Frame sono in competizione opere brevi di found footage (letteralmente ‘filmato rinvenuto’, ovvero una tecnica grazie alla quale alcune scene sembrano registrazioni di filmati amatoriali). Sono opere selezionate realizzate all’interno di vari organismi legati al cinema e alle arti visive.
In definitiva, le varie sezioni della manifestazione (Festival, Concorso internazionale, Installazioni, Archivio aperto) formano un coacervo di informazioni e approfondimenti sul mondo che abbiamo vissuto (e che viviamo) di cui oggi c’è un gran bisogno: una sorta di riposizionamento delle nostre coscienze, una boccata d’ossigeno, un momento di disintossicazione da un sistema mediatico drogato e drogante.
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A 27.ª Festa do Cinema Francês apresenta três filmes no auditório do IPDJ, em Faro. «O Canto das Florestas» tem uma sessão exclusiva para escolas às 10h00 do dia 23 de outubro.
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Si ride molto, e ci stupirebbe il contrario. Ma non in maniera organica. Il motivo potrebbe essere che la comicità diretta ed esplosiva di Ciarrapico/Vendruscolo non si sposa perfettamente con quella ironico-sentimentale e nostalgica di Pif. Naturalmente, sotto esame è Il Ministero dell’Amore, passato oggi nel Grand Public alla 21esima Festa del Cinema di Roma e in arrivo direttamente su Prime Video dal prossimo 18 dicembre, dunque il film di Natale di Amazon.
Ispirato alla pièce teatrale Stare meglio oggi del 2013 di Giacomo Ciarrapico, il film mette al centro un giornalista parlamentare che pensa di vivere guidato da un “governo interno”, strutturato con tanto di parlamento, segreterie e così via. Insomma, Aldo – questo il suo nome, interpretato da Pif – traduce nella propria personalità il funzionamento dell’oggetto del suo lavoro. Il suo personalissimo governo è composto da uno squadrone di personaggi grotteschi, capitanati dal presidente del Consiglio, a cui Corrado Guzzanti presta la propria comicità irresistibile. Tra i ministri figurano alcuni dei sodali del cinema dell’ex trio magico di Boris e Ogni maledetto Natale (2014), oggi ridotto al duo Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, purtroppo orfani del compianto Mattia Torre, a partire da Pietro Sermonti e Carlo De Ruggieri. New entry molto ben inserita è Anna Finocchiaro, nei panni della leader dell’opposizione che, dopo le elezioni, passa all’esecutivo, dando vita al tipico rimpasto di governo all’italiana. Anche la partner femminile di Pif è un volto noto del cinema del “duo”, Alessandra Mastronardi.
L’attrice è Claudia, compagna da anni di Aldo, che inspiegabilmente entra in una fase di crisi e chiede la classica pausa di riflessione. Le certezze di Aldo crollano e, di conseguenza, si apre una crisi del suo governo interno. Il film procede saltando dalla vita del cronista a quella della sua psiche, tra siparietti irresistibili e momenti di malinconia stampati sulla maschera di Pif. Il rimando è certamente alla saga Pixar di Inside Out, ma il dato interessante è che il film d’animazione è del 2015, dunque successivo alla brillante e originale idea contenuta nella pièce di Ciarrapico che è appunto del 2013. Il problema è che, visto oggi, non si può che pensare a un adattamento italiano – con ovvia satira politica – del capolavoro dei geni della lampada. Come si diceva, tuttavia, il film non offre la fluidità attesa: distanti e non sempre felicemente conciliabili sono l’universo di Pif, con i suoi riconoscibili alter ego, e il registro di potente sberleffo ai difetti della specie umana (anzi, italiana!) tipico dei maestri di Boris. Ad ogni modo, il pubblico non potrà che divertirsi e – probabilmente – perdonare al film ogni debolezza.
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