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Cinema e streaming, la rivincita dei film italiani: il pubblico torna in sala e guarda sulle piattaforme. I successi: da Buen Camino a La Grazia

22 October 2026 at 13:59

Sorpresa! Il cinema in sala e i film in streaming – in primis i titoli italiani – non si guardano più in cagnesco, anzi si compenetrano con risultati quantitativi di rilievo. C’è grande euforia attorno ai dati snocciolati all’ultima edizione del MIA (Mercato Internazionale dell’Audiovisivo), nella ricerca promossa da ANICA intitolata “Il consumo dei film in Italia: il pubblico tra esperienza in sala e altri schermi”. A partire dalla sottosegretaria del Mibact, Lucia Borgonzoni, che in un affollato panel di addetti ai lavori ha cantato vittoria: “Sembrava che col Covid la sala dovesse scomparire. Si diceva che con le piattaforme i cinema avrebbero chiuso tutti, invece i film (quelli italiani, ndr) vanno visti in tutte le fasi del loro sfruttamento oltre la sala”.

Già, perché cifre e percentuali mostrati dal presidente ANICA, Alessandro Usai, e dal responsabile della ricerca, Michele Casula, dicono che le sale si stanno riprendendo grazie agli under 35 e che molti film italiani già di successo al cinema hanno un’ulteriore lunga vita sulle piattaforme streaming, dove peraltro si sono “accasciati stancamente” (il termine lo ha usato Paolo Orlando di Medusa Film) gli over 50, oramai ben oltre il 50% del pubblico pagante tra le piattaforme online (erano sul 35% dieci anni fa).

Intanto, il motivo di tanti ampi sorrisi tra gli operatori del settore riguarda un primo dato: confrontando il numero di biglietti venduti tra il 2018 e il primo semestre 2019 con quelli del 2025 più il primo semestre 2026, si passa da 29 milioni e 500mila a 29 milioni e 600mila. Insomma, il gap Covid sembra rimarginato.

Ma andiamo con ordine. Sui 68 milioni di ingressi calcolati nel 2025 sono disponibili diversi dati disaggregati. A partire dal fatto che a tirare il rilancio del ritorno in sala sono per il 56% gli under 35 (che rappresentano il 31% della popolazione italiana), con un exploit della fascia 15-24 anni, che stacca più biglietti rispetto al periodo pre-pandemia. Al contrario, gli over 50, che sono il 50% della popolazione, stazionano sul 25%. In pratica, questi ultimi stanno ricominciando a tornare lentamente in sala, ma staccano meno di due biglietti a testa all’anno, mentre gli under 35 sono tra 4 e 5 biglietti a testa.

E ancora: tra il primo semestre 2025 e il primo semestre 2026 si passa da 18 milioni di teste in sala a 22 milioni, escludendo peraltro i risultati di blockbuster campioni d’incassi estivi come Odissea e Spider-Man: Brand New Day, usciti a luglio ’26.

Ma oltre l’ottimismo della matematica c’è qualcosa in più. Perché una parte della ricerca presentata al MIA ha voluto testare anche l’interazione tra sala e streaming, riportando risultati curiosi e inattesi nel lasso temporale di quattro settimane (20 maggio-20 giugno 2026). Sono 32 milioni le visioni di film sul divano di casa, a fronte di 4,2 milioni di biglietti in sala. Su questa cifra il cinema italiano “pesa” per quasi un 20%, contro un 8% in sala nello stesso periodo.

Un risultato ancor più alto se si guarda ai film nuovi, ovvero quelli appena approdati sui servizi pay: su 9,3 milioni di visioni di film nuovi in totale, ben 3 milioni riguardano film italiani, attestandosi sul 32%. “Il cinema italiano va molto bene sui servizi pay, meglio ancora se di produzione recente”, spiegano da ANICA.

Basta guardare la top ten generale, dove sono presenti ben quattro film di produzione italiana, tutti già usciti in sala e con notevole successo di pubblico. Se poi prendiamo la top ten italiana in streaming, svetta sì Buen Camino di Zalone/Nunziante (Netflix), che dopo pochi mesi dalla fine della sua marcia trionfale in sala continua a macinare numeri da capogiro sul piccolo schermo, ma a poche incollature ci sono Diamanti di Ozpetek – visto e rivisto in continuazione da quasi un anno e mezzo – e Le cose non dette di Muccino.

Curioso che poi film che non sono andati benissimo in sala, come Agata Christian, Due cuori e due capanne, La Grazia di Sorrentino e Il Maestro di Di Stefano, siano come rinati in streaming, ricoprendo il quarto, quinto, sesto e settimo posto. Nella top ten Italia delle visioni sul piccolo schermo casalingo o smart, solo all’ottavo posto c’è una produzione esclusiva per l’online di Prime Video: Non è un paese per single. Mentre continua la sua eterna presenza tra i primi dieci film più visti C’è ancora domani della Cortellesi.

Infine, gli uomini sorpassano di nuovo in percentuale le donne sia in sala sia in streaming, mentre comincia a farsi largo una bella percentuale di puristi dello streaming, circa il 30%, che dichiara di non frequentare mai la sala, pur consumando il prodotto film (e tanto cinema italiano) sui servizi pay.

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L’Azerbaigian e la questione dell’hijab

By: A A
22 October 2026 at 10:10

Riflessioni sui confini tra laicità, sovranità e stabilità sociale

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La controversia relativa all’uso dell’hijab nelle scuole azere ha assunto nuove dimensioni nel mese di ottobre, in seguito all’attuazione di norme sul codice di abbigliamento che hanno comportato il divieto di accesso alle istituzioni pubbliche per studentesse e insegnanti. L’episodio ha scatenato manifestazioni, arresti e critiche da parte delle organizzazioni internazionali, suscitando al contempo reazioni anche da parte della Turchia. Il dibattito si estende ben oltre l’ambito scolastico, coinvolgendo questioni di sovranità, identità religiosa e stabilità regionale.

L’Azerbaigian ha ragioni storiche per mantenere un modello di Stato laico. L’esperienza sovietica, la formazione delle sue istituzioni dopo l’indipendenza e la necessità di governare una società religiosamente diversificata in un contesto regionale teso hanno contribuito al consolidamento di un sistema in cui lo Stato mantiene un controllo rigoroso sul funzionamento delle istituzioni pubbliche. Le autorità azere hanno la prerogativa di determinare le proprie politiche educative, stabilire standard per le scuole e decidere in che modo debbano essere attuati i principi costituzionali.

Tuttavia, il modo in cui tali politiche vengono attuate può produrre conseguenze che vanno oltre i loro obiettivi originari. Nel caso dell’hijab, l’applicazione dei regolamenti scolastici ha suscitato resistenze tra le famiglie e le comunità religiose, mentre gli arresti legati alle proteste hanno amplificato la controversia. La sfida principale del governo sarà quella di gestire questa reazione senza permettere che una disputa sulle uniformi scolastiche si trasformi in un conflitto più ampio tra le autorità statali e le comunità religiose.

La situazione presenta inoltre importanti implicazioni internazionali. Ankara, principale partner strategico di Baku, ha espresso preoccupazione per le restrizioni relative al velo islamico. La vicinanza politica, culturale e linguistica tra i due Paesi rende la questione particolarmente delicata. Sebbene questo disaccordo non equivalga necessariamente a una crisi bilaterale, dimostra come le decisioni interne possano creare attriti anche tra governi che intrattengono relazioni strette. Ankara deve tenere conto delle proprie considerazioni sociali e politiche, mentre Baku cerca di preservare la propria autonomia nella gestione degli affari interni.

Merita attenzione anche la dimensione iraniana. L’Azerbaigian intrattiene un rapporto complesso con l’Iran, caratterizzato da legami storici e religiosi, nonché da divergenze strategiche. Come l’Iran, l’Azerbaigian ha una popolazione prevalentemente sciita, mentre la Repubblica Islamica ospita una consistente minoranza azera. Sia la Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei, sia il presidente Masoud Pezeshkian hanno origini etniche azere. In questo contesto, le politiche di secolarizzazione potrebbero essere interpretate da attori esterni come parte di una più ampia lotta per l’influenza religiosa e politica all’interno dell’Azerbaigian. Tale interpretazione, tuttavia, non dimostra che i regolamenti scolastici siano stati adottati esclusivamente per contrastare l’influenza iraniana.

Esiste inoltre un rischio interno che merita di essere preso in considerazione. Le restrizioni religiose applicate in modo troppo rigido possono produrre effetti contrari a quelli desiderati. Quando alcuni segmenti della popolazione percepiscono determinate misure come imposizioni alle proprie pratiche religiose, i gruppi radicali potrebbero sfruttare il malcontento che ne deriva, dipingere lo Stato come un avversario della religione ed espandere la propria capacità di mobilitazione. Per comprendere questa questione è necessario prendere in considerazione altre esperienze, come quella della Siria sotto il governo di Assad, dove la laicità coesisteva con la proliferazione dell’estremismo. Questo esito non è inevitabile e l’opposizione alle norme non dovrebbe essere automaticamente equiparata all’estremismo. Tuttavia, l’esperienza internazionale suggerisce che tale possibilità debba essere esaminata con attenzione.

Per l’Azerbaigian, la questione va quindi oltre la semplice definizione di un’uniforme scolastica. Il Paese ha il diritto di organizzare le proprie istituzioni secondo le proprie priorità, senza che governi stranieri ne dettino le scelte. Allo stesso tempo, il mantenimento della stabilità richiede che si eviti che le decisioni amministrative alimentino una polarizzazione duratura o creino nuove opportunità per gli attori che cercano di intensificare le tensioni religiose.

L’evoluzione di questo caso avrà implicazioni per le relazioni di Baku con Ankara e Teheran, nonché per le dinamiche politiche interne del Paese. L’esito dipenderà non solo dalle norme stesse, ma anche dalla loro attuazione pratica e dalla risposta delle autorità alle preoccupazioni sollevate da studenti, famiglie ed educatori. Nel Caucaso meridionale, dove identità, sovranità e sicurezza rimangono strettamente intrecciate, anche una controversia apparentemente circoscritta può avere gravi ripercussioni a livello regionale.

Cuba, catastrofe sociale e umanitaria

By: A A
21 October 2026 at 22:05

Gli errori compiuti negli ultimi decenni dal Partito Comunista di Cuba e il criminale e pluridecennale embargo statunitense, rinvigorito e rafforzato negli ultimi mesi da Marco Rubio a nome dell’amministrazione statunitense stanno portando Cuba verso la catastrofe sociale e umanitaria.

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Oggi Cuba è intanto un’isola spopolata. Di dodici milioni di cubani, almeno un milione e mezzo se ne erano già andati prima del 2020 e due milioni e mezzo hanno abbandonato l’isola tra il 2021 e il 2026, massimamente attraverso il Nicaragua, nazione che dalla primavera del corrente anno ha interrotto l’accesso senza visto per i cubani. Oggi nell’isola son dunque rimaste solo otto milioni di persone.

Ad andarsene sono stati principalmente i giovani, tra i venti e quarant’anni, per altro altamente qualificati in ragione dell’istruzione gratuita, possibile fino all’università grazie al socialismo. Una dipartita che compromette di fatto il futuro dell’isola a prescindere dagli sviluppi futuri, avendo questa situazione determinato la perdita di almeno una generazione. I più maligni oppositori dicono che questi giovani “abbiano votato con i piedi”, ovvero abbiano espresso la loro lontananza dal sistema socialista andandosene, certamente la drammatica aggressione economica statunitense ha avuto negli anni un peso rilevante nel convincerli a cercare altrove maggior fortuna.

Tuttavia oggi a Cuba i problemi si moltiplicano, anche perché le rimesse da parte dei parenti all’estero sono azzerate o quasi. Soprattutto perché in molti casi hanno smesso di arrivare, bloccate dal terrorismo bancario esercitato con brutale coercizione dal Tesoro statunitense contro tutte le banche di qualsiasi nazione, per cercare di strangolare più ancora che l’economia dell’isola già al collasso, i cubani stessi, secondariamente perché se non si hanno cinquanta dollari per comprarsi una gallina, si devono spendere tre dollari per acquistare un uovo. Con uno stipendio medio di dodici dollari un medico o un professore dovrebbe vivere con un uovo a settimana e nulla più, una pensionata o un pensionato con tre uova al mese. Lo storico sistema della “livreta”, che garantiva almeno riso e fagioli neri per tutti, è totalmente collassato e le mense per i bisognosi recentemente istituite dal governo sopperiscono al dramma alimentare solo parzialmente e nelle situazioni più estreme, in particolare per gli anziani indigenti.

Di più, nell’isola non c’è mai stata povertà. Probabilmente una vita a volte difficile, ma sempre dignitosa. Oggi non è più così, la stretta economica ha imposto una violenta povertà che si sta trasformando in miseria, la quale a sua volta porta alla creazione informale di bande, principalmente di disperati, dedite al saccheggio, per la prima volta dal 1959, inizio della Rivoluzione, Cuba sta diventando un luogo incapace di garantire quella sicurezza che è sempre stata un vanto, una certezza e un orgoglio per i cubani.

La stretta sul petrolio e sul carburante ha conseguenze devastanti. Da gennaio il blocco marittimo statunitense intorno all’isola e la fine del sostegno petrolifero venezuelano hanno assestato un colpo distruttivo e incalcolabile, il cui danno, prima ancora che economico, è  umanitario.

Non solo è del tutto impossibile la raccolta dell’immondizia, venendo ora bruciata a sera negli angoli delle strade, dopo che alcuni anziani vi hanno rovistato alla ricerca di un poco probabile companatico, ma neppure i vigili del fuoco o le forze dell’ordine hanno più benzina, meno che mai i trattori in campagna, le macchine estrattive nel settore minerario, le ambulanze nelle città. Si va in ospedale con il carretto trainato dal cavallo, ammesso che ci sia il cavallo, se si sta in campagna solo il medico locale può intervenire, ovviamente come può e con gli strumenti che ha.

Peggiore la situazione negli ospedali, la mancanza di medicine, l’assenza di elettricità, visto che le centrali elettriche regionali a diesel oggi sono tutte e del tutto ferme, la mancanza di carburante per i generatori di emergenza interni alle strutture sanitarie, hanno spento le sale operatorie e non solo, con il tramonto tutti i reparti non possono che passare nella modalità del riposo in attesa dell’alba successiva. Si opera come prima dell’avvento dell’elettricità agli albori del Novecento, con la volontà, l’intelligenza medico – scientifica e l’abnegazione del personale medico e sanitario cubano, che è e resta tra i più preparati e generosi del mondo, come migliaia di missioni di solidarietà in ogni angolo della terra hanno sempre dimostrato. Tuttavia questo non impedisce che persone di tutte le età, dai bambini agli anziani, muoiano per assenza di cure e di medicamenti.

Si moltiplicano le notizie di personale medico e infermieristico il quale, straziato da questa silenziosa carneficina imposta dal violento ed estremo embargo di questi ultimi mesi, decide di abbandonare il lavoro tra le lacrime per una comprensibile crisi psicologica ed emotiva dovuta all’impotenza e all’impossibilità di assolvere al lavoro sanitario. Un dramma nel dramma, del tutto comprensibile, ma non meno straziante.

I blocchi contro le compagnie aeree, l’assenza di cherosene per ripartire una volta atterrati all’Avana, la possibilità incerta di trovare forse un ciclo – taxi per raggiungere il centro della capitale, pagandolo non meno di cinquanta dollari, che è diventato il prezzo al mercato nero di un litro di benzina per le automobili, di fatto del tutto scomparse dalle strade, più ancora che negli anni del “Periodo especial” negli anni ‘90 del XX secolo, quando almeno ambulanze, automobili della polizia, camion della raccolta dei rifiuti ancora circolavano, hanno azzerato il turismo, stroncando tutte le sue ricadute economiche, a partire dal rum e dai sigari, portando alla definitiva cancellazione di Cuba dalle mete dei viaggi organizzati, prima provenienti da ogni parte del globo terracqueo.

Le campagne, già di loro poco produttive, finiti i fertilizzanti e i pesticidi, fermi i trattori, sono del tutto incapaci di soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione. L’autosufficienza e i tre raccolti annui, mirabilmente e mirabolantemente promessi dagli infuocati discorsi di Fidel Castro nei primi anni della Rivoluzione non solo non si sono mai realizzati, ma con la fine dell’Unione Sovietica e l’apertura al turismo, con l’opportunità in quel tempo di reperire alimentari a prezzi contenuti sul mercato globale e globalizzato, hanno portato allora a non valutare a pieno la necessità di implementare, modernizzare, rafforzare il settore primario, che resta sempre e comunque decisivo per ogni nazione. La produzione è del tutto deficitaria, da qualche mese affidata alla buona volontà di chi lavora la terra, sostenendosi adesso con un vecchio aratro di legno e un mulo o un asino, quando va bene e se c’è, a tirarlo.

Gli zuccherifici sono fermi, così si è tornati a raccogliere la canna da zucchero con il machete e la molitura si realizza con i macchinari se si trova un po’ di benzina e soprattutto i pezzi di ricambio di fatto irreperibili, un’altra disgrazia che comporta continui guasti, all’occorrenza si provvede con i muli che girano le antiche macine di pietra, se son rimaste nei cortili delle aziende. Come se non bastasse il criminale embargo, ecco che i disastri naturali hanno dato il loro nefasto contributo al disfacimento dell’agricoltura cubana, i violenti uragani che hanno devastato l’isola in questi ultimi anni hanno colpito decine di migliaia di ettari di colture, massimamente di canna da zucchero, uccidendo anche decine di migliaia di animali da allevamento. Metà degli zuccherifici per cronica obsolescenza sono stati chiusi con l’avvento del nuovo secolo, molti contadini e operai del settore, qualificati e specializzati grazie all’eccellenza dell’istruzione agraria cubana, hanno abbandonato l’isola trovando facilmente lavoro in tutte le nazioni ispanofone del continente americano.

Il devastante disastro di tutta questa situazione ha di fatto compromesso totalmente la produzione zuccheriera. Nell’anno 1989, l’ultimo del campo socialista e del COMECON, i cubani hanno prodotto otto milioni di tonnellate di zucchero grezzo, mai raggiunte prima e mai più eguagliate dopo quella data, anche perché allora gli zuccherifici funzionanti erano oltre un centinaio e oggi una decina. Ancora nel 2019, anno pre – covid, la produzione ha toccato un milione di tonnellate. Nel 2025, a fronte di una programmazione statale di un quarto di milione di tonnellate, l’isola è riuscita a raccogliere e produrre solo 150mila tonnellate di zucchero, il dato più basso dell’ultimo secolo e mezzo, ovvero a partire dal 1875. Per l’anno in corso 2026 sono difficili le stime, ma vi è la certezza di un evidente calo, con il rischio di un clamoroso e drammatico dimezzamento della produzione del 2025.

Tutta l’attività estrattiva è quasi ferma, se si può forse ancora arare un campo con un zappa, diventa difficile nel 2026 immaginare di scendere in miniera con un piccone. I macchinari di perforazione, estrazione e trasporto in superficie senza carburante restano all’aria aperta a prendere ruggine.

Le ricchezze minerarie non sono poche: nichel in provincia di Holguín, cobalto con riserve tra le più rilevanti a livello globale, cromo nella provincia di Camagüey e destinato all’industria metallurgica e alla produzione di acciaio inossidabile anch’esse del tutto bloccate mancando l’energia per far funzionare le fabbriche, zinco e piombo destinati a una implementazione estrattiva mai avvenuta per gli evidenti motivi di embargo e scarsità di manodopera, che anche in questo caso spesso ha lasciato l’isola.

A fronte di tutto questo l’attaccamento del popolo cubano alle sue istituzioni è ammirevole, al pari dell’amicizia e della solidarietà di nazioni come la Russia e la Cina, quest’ultima capace in questi difficili circostanze di intraprendere una fenomenale campagna di implementazione della capacità di raccolta dell’energia solare attraverso i pannelli fotovoltaici.

Tuttavia la situazione è drammatica e resta difficile elucubrare ipotesi politiche per il futuro, rendendo possibile paventare scenari di ogni sorta.

Resta la tragedia di un un popolo incolpevole, martirizzato dall’imperialismo statunitense per evidente e irriducibile odio politico.

Milan apoia boicote de torcedores contra a Udinese por ingressos caros

21 October 2026 at 16:49

O Milan declarou apoio aos torcedores que planejam boicotar a partida contra a Udinese, neste domingo (25), pelo Campeonato Italiano. O protesto é motivado pelo alto preço dos ingressos destinados aos visitantes, que custam 65 euros (cerca de R$ 400).

Em comunicado, o clube afirmou que os valores excessivos podem ampliar as divisões entre as equipes e prejudicar os esforços para fortalecer a imagem do futebol italiano.

“A projeção internacional do futebol italiano depende muito da lealdade e da paixão dos torcedores de clubes como o Milan”, declarou o clube.

“Cobrar preços excessivos desses mesmos torcedores em jogos fora de casa não é apenas injusto, mas também prejudica a união da liga, em um momento em que o futebol italiano precisa se unir para competir com a Premier League e outras ligas europeias.”

Milan propõe limite para ingressos de visitantes

O Milan também pediu à Serie A, a liga que organiza a primeira divisão italiana, que considere estabelecer um teto para os preços dos ingressos destinados aos torcedores visitantes em todas as partidas do campeonato.

Como exemplo, o clube citou a Premier League, da Inglaterra, que estabelece um limite de 30 libras (cerca de R$ 200) para ingressos de visitantes.

Além disso, o Milan advertiu que poderá adotar uma política de reciprocidade. Pela proposta, torcedores de clubes que cobrarem valores acima da média dos milanistas em jogos fora de casa poderão pagar mais caro para acompanhar suas equipes no San Siro, estádio do clube, respeitando os regulamentos da liga.

Segundo o Milan, a receita adicional seria destinada à Fondazione Milan, instituição ligada ao clube que desenvolve iniciativas sociais e beneficentes.

“O futebol italiano não pode se tornar mais forte tratando os torcedores de maneira diferente de acordo com o tamanho de seus clubes”, acrescentou a equipe.

Preço dos ingressos é alvo de protestos da torcida

A insatisfação com os preços dos ingressos não é recente entre os torcedores do Milan. O grupo organizado Curva Sud já havia boicotado uma partida fora de casa contra a Juventus, em 2023, em protesto contra os valores cobrados.

Na temporada passada, o grupo voltou a criticar os preços praticados nos confrontos contra a Juventus e também acusou o Torino de cobrar valores excessivos dos torcedores visitantes.

O debate sobre o custo dos ingressos ganhou força com a cobrança por medidas que tornem as partidas mais acessíveis aos torcedores e preservem a participação das torcidas nos estádios.

Juventus e Milan ficam fora da Champions League após quase 35 anos

 

Cosa sta realmente accadendo al confine tra Iran e Pakistan

By: A A
21 October 2026 at 10:30

Non c’è modo di combattere l’Impero senza aggirare il suo controllo sul sistema finanziario internazionale.

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Si sta già scatenando il finimondo quando si tratta di indagare su ciò che sta realmente accadendo in relazione agli ultimi, decisamente oscuri, movimenti legati agli Stati Uniti sul territorio e nelle acque pakistane. Dopo una prima analisi su Transition Protocol – che, come ammesso, non ha fornito tutte le risposte necessarie – abbiamo approfondito l’argomento con un’analisi molto più completa, supportata da diverse fonti.

Ciò che stiamo osservando in diversi punti nevralgici della connettività terrestre estremamente delicata tra Iran e Pakistan non è una chiusura totale delle frontiere, bensì un delicato equilibrio su due fronti da parte di Islamabad tra l’enorme morsa finanziaria di Washington e l’ancora di salvezza strategica di Teheran.

Ecco quindi a che punto siamo, integrando i dati verificati con le nostre ultime consultazioni.

Il punto chiave: il fattore scatenante dal punto di vista normativo è stata una misura di sanzioni bancarie, non solo la sicurezza delle frontiere.

Sebbene i funzionari provinciali del Balochistan abbiano pubblicamente attribuito la sospensione di sabato in due nodi chiave, Taftan e Gabd–Rimdan, a motivi di sicurezza, antiterrorismo e lotta al contrabbando, ciò che conta di più è l’esatto meccanismo relativo a un memorandum emanato venerdì scorso dal Ministero del Commercio pakistano.

Tale memorandum ha immediatamente revocato la proroga del 3 ottobre relativa all’esenzione dal Modulo Elettronico di Importazione (EIF) per le merci importate dall’Iran, e ha coinciso con l’ordine impartito da Islamabad di chiudere il valico di frontiera dell’Agenzia Federale di Investigazione (FIA) a Taftan.

L’aspetto fondamentale è che, senza l’esenzione dall’EIF, gli importatori pakistani devono gestire gli acquisti iraniani attraverso i canali bancari ufficiali pakistani – cosa che le sanzioni statunitensi, ovviamente, rendono assolutamente impossibile.

Peyman Sanandaji, presidente della Commissione Trasporti della Camera di Commercio di Teheran, ha confermato ufficialmente che è proprio il rispetto delle sanzioni bancarie (l’abbandono dell’EIF) ad aver bloccato le esportazioni iraniane verso il Pakistan.

Lo shock immediato ai valichi ufficiali è stato notevole: sono a rischio oltre 4.000 tonnellate di importazioni giornaliere di GPL iraniano attraverso Gabd–Rimdan. L’ex presidente della Camera di Commercio di Quetta, Ayoub Miryani, ha riferito che oltre 2.000 container sono bloccati nella sola Gabd–Rimdan, con altre centinaia di autocarri merci in coda a Taftan.

Ma perché sta accadendo proprio ora? A causa della spiacevole coincidenza tra la rata del FMI del 7 ottobre che il Pakistan doveva pagare e l’«Operazione Economic Outcast» del Tesoro imperiale statunitense.

Nell’ambito dell’«Operazione Economic Outcast», Washington ha concesso ai paesi terzi una «scadenza ben definita per interrompere» i collegamenti commerciali con l’Iran, pena l’espulsione dal sistema finanziario statunitense. A ciò hanno fatto seguito le designazioni dell’OFAC del 1° ottobre contro le reti ferroviarie terrestri e industriali iraniane e le azioni dell’8 ottobre contro 17 petroliere della «flotta ombra».

Ma poi, il 7 ottobre – appena nove giorni prima che il Ministero del Commercio revocasse la deroga EIF – Islamabad ha raggiunto un accordo con il FMI sulla quarta revisione della sua Extended Fund Facility per sbloccare 1,21 miliardi di dollari. Ciò richiede ancora l’approvazione del Consiglio esecutivo del FMI.

Naturalmente non esiste alcun documento pubblico che dimostri un ordine diretto da parte degli Stati Uniti o del FMI di chiudere i confini tra Iran e Pakistan. Tuttavia, fonti di Islamabad hanno sottolineato che lasciare in vigore una deroga a tempo indeterminato sugli strumenti bancari in vista del voto del Consiglio del FMI era diventato per il Pakistan un punto di vulnerabilità insostenibile in materia di sanzioni.

Le fonti di Islamabad sostengono con fermezza che la mossa fosse accompagnata da autentiche preoccupazioni in materia di controsabotaggio e silenziosamente coordinata tra Islamabad e Teheran (corsivo mio), affinché la sospensione non compromettesse i rapporti bilaterali.

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha pubblicamente definito l’interruzione una pausa temporanea dovuta a «problemi tecnici» e a «misure precauzionali».

Da parte loro, fonti ufficiali pakistane hanno insistito sul fatto che i controlli più rigorosi costituiscono una misura congiunta di antiterrorismo che riflette la «reciproca comprensione» con Teheran a seguito di un’impennata degli attacchi nel Sistan-Baluchistan, delle imboscate autostradali e di un attacco marittimo avvenuto l’11 ottobre contro imbarcazioni della Guardia Costiera pakistana al largo di Jiwani – che i funzionari pakistani hanno attribuito ad «attori stranieri» intenti a sabotare la mediazione del Pakistan nell’accordo di pace con l’Iran.

Si torna allo stesso vecchio schema dei salafiti-jihadisti strumentalizzati e manipolati dai soliti sospetti.

L’unica telefonata pubblicamente confermata tra il vice primo ministro Ishaq Dar e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha avuto luogo domenica 18 ottobre – due giorni dopo il memorandum del 16 ottobre – e i resoconti ufficiali menzionano solo la diplomazia regionale e la riunione dell’OIC a Baghdad.

Pertanto, il coordinamento preventivo a livello di vice primo ministro Dar e ministro degli Esteri Araghchi, così come gli arresti specifici per sabotaggio, fanno parte della nostra stessa cronaca.

Esportazioni asimmetriche di generi alimentari e rotte informali

In sintesi, le merci continuano a attraversare i confini. Islamabad ha deliberatamente lasciato in essere le esportazioni pakistane di prodotti deperibili e alimentari verso l’Iran. Prodotti deperibili essenziali – tra cui pomodori, patate e cipolle – continuano a circolare, insieme ai tradizionali flussi di petrolio e carburante, attraverso il poroso confine lungo 909 km.

La documentazione normativa ne spiega il motivo: otto mesi fa, il Pakistan ha emanato una deroga separata relativa agli strumenti bancari, specificamente per dieci prodotti alimentari esportati via terra verso l’Iran (elencando esplicitamente riso, patate, cipolle, pomodori, carne e frutta), oltre ai prodotti farmaceutici.

La Camera di Commercio di Teheran ha confermato sabato scorso che, mentre le esportazioni iraniane verso il Pakistan sono bloccate dalla norma EIF, le importazioni dal Pakistan verso l’Iran proseguono, e il commercio informale di carburante e il commercio transfrontaliero attraverso il Baluchistan operano già per un valore stimato compreso tra 800 milioni e oltre 1 miliardo di dollari all’anno al di fuori dei canali doganali ufficiali.

Si dovrebbe prestare particolare attenzione ai porti di Gwadar e Karachi, nonché all’architettura complessiva del transito Cina-Iran. Secondo le nostre fonti, il transito di merci provenienti da paesi terzi e quello tra Cina e Iran attraverso il Pakistan rimane protetto.

A livello giuridico, un documento che descrive in dettaglio il transito delle merci attraverso il Pakistan ha stabilito sei corridoi di transito terrestri designati che collegano Gwadar, Karachi e Port Qasim a Gabd e Taftan per le merci provenienti da paesi terzi dirette in Iran, sotto la garanzia di una banca.

Inoltre, una notifica del Federal Board of Revenue dello scorso giugno ha formalmente designato la stazione ferroviaria di Taftan come stazione doganale terrestre, mentre i ministri iraniani e pakistani promuovono il corridoio ferroviario per collegare la Cina all’Iran e all’Europa.

Tuttavia, permangono due vincoli operativi molto complessi.

La modernizzazione della linea ferroviaria Quetta-Taftan è ancora ufficialmente classificata come un progetto di potenziamento; inoltre, la designazione da parte dell’OFAC, avvenuta il 1° ottobre, della Compagnia Ferroviaria della Repubblica Islamica dell’Iran (RAI) era esplicitamente volta a ostacolare il passaggio di Teheran dalle rotte marittime bloccate al trasporto ferroviario.

Per riassumere: ci vuole una maestria eccezionale per affrontare l’Impero della Pirateria. Islamabad ha messo in atto una manovra classica e ben calibrata: revocare visibilmente la deroga formale alle importazioni EIF a Taftan e Gabd–Rimdan per proteggere la sua tranche in sospeso da 1,21 miliardi di dollari del FMI e le banche pakistane dalle sanzioni secondarie del Tesoro statunitense.

E nel contempo ha mantenuto attive con Teheran le esportazioni alimentari pakistane, i canali informali di confine e gli accordi di transito con paesi terzi.

Se ciò rimarrà un breve riassetto amministrativo o si consoliderà in un punto di strozzatura più duraturo sarà deciso da tre indicatori nel corso delle prossime due settimane:

  1. Una notifica modificata relativa all’EIF o al baratto da parte del Ministero del Commercio.
  2. Sdoganamento separato per le merci in transito verso Gwadar/Karachi.
  3. Movimenti documentati di merci lungo il collegamento ferroviario Taftan–Zahedan.

Possa questa lezione rimanere impressa nelle terre rare affinché l’intero Sud del mondo rifletta: non c’è modo di combattere l’Impero senza aggirare il suo controllo sul sistema finanziario internazionale.

Lo Spirito di Shanghai: un bilancio dei primi 25 anni della SCO

By: A A
20 October 2026 at 23:40

Dallo “Shanghai Spirit” alla Dichiarazione di Bishkek, questa organizzazione, che pone la sicurezza al primo posto, privilegia il pragmatismo rispetto all’ideologia.

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La sicurezza prima di tutto

Il recente vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), tenutosi a Bishkek, ha segnato il venticinquesimo anniversario della nascita di quella che, nel panorama delle istituzioni internazionali, rappresenta un caso di studio particolarmente interessante. Nata dalle ceneri delle misure di fiducia sovietico-cinesi e trasformata in organizzazione a tutti gli effetti nel 2001, la SCO ha attraversato un quarto di secolo consolidando un’architettura istituzionale che oggi funziona in modo efficace: riunioni annuali del Consiglio dei Capi di Stato, incontri regolari a livello interministeriale, e una cooperazione quotidiana che si sviluppa su binari sempre più articolati.

Tuttavia, l’anniversario offre l’occasione per una riflessione che va oltre la mera celebrazione. La domanda che emerge con forza è: quale ruolo giocano i valori all’interno della SCO? E come si rapporta questa dimensione valoriale con quella, apparentemente più pragmatica, della sicurezza e della cooperazione funzionale? L’analisi dei documenti fondativi e delle dichiarazioni successive rivela una traiettoria complessa, che merita di essere esaminata in profondità.

Fin dalle sue origini, la SCO ha posto la cooperazione in materia di sicurezza come una delle sue priorità principali. Questa scelta non è casuale: la preistoria dell’organizzazione affonda le radici nelle misure di fiducia sovietico-cinesi, sia sulle questioni di confine che sugli aspetti più ampi della sicurezza reciproca. Il “Shanghai Five”, gruppo informale che precedeva la nascita ufficiale dell’SCO, aveva proprio nella gestione delle questioni di sicurezza e nella costruzione di fiducia tra i membri il suo collante principale.

Questa specializzazione originaria ha avuto conseguenze durature. Anche quando, nel corso degli anni, l’SCO ha ampliato il proprio raggio d’azione a settori sempre più diversificati, la sicurezza è rimasta il fulcro attorno al quale si è sviluppata l’intera architettura organizzativa. In un certo senso, come nota acutamente l’analisi, l’SCO può ancora essere definita un’organizzazione internazionale specializzata, focalizzata su una singola priorità principale, nonostante la sua evoluzione verso forme di cooperazione più comprensivo.

Il confronto con i BRICS, struttura di cooperazione genuinamente omnicomprensiva che opera in un’ampia gamma di campi, risulta particolarmente illuminante. Mentre i BRICS hanno sviluppato nel tempo una piattaforma valoriale sempre più articolata, con dichiarazioni che dedicano ampio spazio a questioni di valori comuni e condivisi, l’SCO ha mantenuto un approccio più marcatamente operativo e meno declamatorio sul piano assiologico.

La Carta dell’SCO: principi senza valori

Un dato particolarmente significativo emerge dall’analisi del documento fondativo dell’SCO. La Carta, firmata il 7 giugno 2002 ed entrata in vigore il 19 settembre 2003, non menziona affatto il termine “valori”. Al suo posto, troviamo un articolo dedicato, l’articolo 2, intitolato significativamente “Principi”. È su questi principi che l’SCO basa la propria attività.

Questi principi includono: rispetto reciproco per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini statali; non aggressione; non interferenza negli affari interni; non uso della forza nelle relazioni internazionali; uguaglianza di tutti gli Stati membri; risoluzione pacifica delle controversie tra Stati membri; non targeting dell’SCO contro altri Stati. Un principio particolarmente rivelatore è quello dell’attuazione graduale delle azioni congiunte in aree di interesse comune.

Quest’ultimo principio, quello della “phased implementation”, spiega molto del funzionamento dell’SCO e delle aspettative, talvolta eccessive, che si generano attorno alla sua attività. La delusione che talvolta accompagna il giudizio sull’organizzazione — quel “nulla accade oltre i vertici” che circola in certi ambienti — trova proprio in questo principio la sua spiegazione. Non si tratta di un difetto, ma di una scelta deliberata e costitutiva: procedere per gradi, consolidare i risultati raggiunti, evitare passi falsi.

L’assenza del termine “valori” dalla Carta dell’SCO è perfettamente spiegabile e non diminuisce affatto il livello di fiducia reciproca tra gli Stati membri. Vale la pena ricordare che, anche nel caso dei BRICS, il termine “valori” non fu una caratteristica immediata delle dichiarazioni finali, affermandosi stabilmente solo a partire dalla metà degli anni 2010. Prima di allora, il termine utilizzato per caratterizzare la coesione interna dei BRICS era, tra gli altri, proprio “principi”, esattamente come per l’SCO.

Il contesto storico e l’evoluzione del lessico valoriale

Nel 2002, il termine “valori” non era ancora politicamente di moda come lo è oggi, ed era usato piuttosto raramente nei documenti dei principali Paesi del mondo non occidentale. In quel periodo, in questi Paesi — Russia inclusa — la parola “valori” era più spesso postulata nel lessico politico in senso negativo, come “valori imposti dall’Occidente”, e quindi come qualcosa che richiedeva resistenza.

La consapevolezza che questo è un gioco che si può giocare in due, e che per rafforzare efficacemente la solidarietà tra i Paesi non occidentali era necessario formulare una propria piattaforma di valori condivisi, arrivò molto più tardi. E il lavoro per garantire che i valori non occidentali siano percepiti come comprensibili, attraenti e allo stesso tempo non banali — non semplicemente nello stile “siamo per tutte le cose buone e contro tutte le cose cattive” — continua ancora oggi, con successi alterni.

Questo ritardo nell’elaborazione di una piattaforma valoriale esplicita non significa però che l’SCO sia priva di una dimensione assiologica. Al contrario, essa esiste, ma si esprime attraverso categorie diverse da quelle del lessico valoriale occidentale: i “principi” e, soprattutto, lo “spirito”.

Un dato cronologicamente significativo emerge dall’analisi comparata dei documenti dell’SCO e dei BRICS: rispetto a un termine particolare — e alla sua rilevanza sostanziale — l’SCO ha notevolmente anticipato i BRICS. Si tratta del termine “spirito”.

Nelle dichiarazioni dei vertici annuali dei BRICS, il termine “spirito dei BRICS” e i suoi elementi costitutivi apparvero per la prima volta durante la presidenza cinese del 2017. Lo “spirito” scomparve poi dai documenti dei BRICS per diversi anni. Il termine ritornò nel 2022, ancora una volta durante la presidenza cinese. Ma successivamente, in tutte le dichiarazioni dei vertici BRICS del 2023-25, i cui progetti iniziali furono preparati da altri Paesi, il termine “spirito dei BRICS” fu costantemente presente.

Nel caso dell’SCO, invece, il termine “spirito” apparve nella primissima dichiarazione successiva al vertice di Shanghai del 15 giugno 2001, quando lo “Shanghai Five”, precedentemente esistente come raggruppamento informale, fu trasformato in un’organizzazione internazionale a tutti gli effetti. In questa dichiarazione, lo “spirito di Shanghai” fu menzionato come punto separato, caratterizzato da fiducia reciproca, beneficio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto per la diversità culturale e aspirazione allo sviluppo condiviso.

È evidente che il termine “spirito” affonda le sue radici, innanzitutto, nella tradizione politica cinese contemporanea, poiché in ogni caso è apparso per la prima volta in documenti di anni in cui i vertici si tenevano in Cina. Questa è, in un certo senso, una peculiarità cinese. Detto questo, il termine “spirito”, anche se non immediatamente, si è poi stabilmente affermato nelle dichiarazioni dei BRICS; e nel caso dell’SCO, un anno dopo, nel 2002, quando il vertice si tenne non in Cina ma a San Pietroburgo, il termine “spirito” entrò nel preambolo della Carta dell’SCO.

Nella Carta, tuttavia, l’epiteto “Shanghai” scomparve in relazione allo spirito; lì si fa riferimento semplicemente allo “spirito di fiducia reciproca, beneficio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto per la diversità culturale e aspirazione allo sviluppo condiviso”.

L’approccio civilizzazione e la sua evoluzione

Di particolare rilevanza per l’ideologia politica odierna è l’approccio civilizzazionale riflesso nella Dichiarazione di Shanghai del 2001. Essa notava specificamente il “rispetto reciproco e la fiducia reciproca tra Stati appartenenti a civiltà diverse e portatori di tradizioni culturali differenti”. Un anno dopo, tuttavia, la menzione delle civiltà scomparve dal preambolo della Carta dell’SCO.

Questo movimento di apparizione e scomparsa del lessico civilizzazionale è significativo. Da un lato, riflette la sensibilità cinese per le questioni di identità culturale e di diversità; dall’altro, mostra la cautela degli altri membri nell’adottare un linguaggio che potesse essere percepito come troppo marcatamente ideologico o potenzialmente divisivo.

Se esaminiamo il preambolo dell’attuale Dichiarazione di Bishkek del Consiglio dei Capi di Stato dell’SCO del 1° settembre 2026, troviamo che essa enfatizza il “fermo impegno verso gli obiettivi e i principi sanciti nella Carta dell’SCO, nonché verso il ulteriore rafforzamento del buon vicinato, dell’amicizia e dell’efficace cooperazione multilaterale”. Inoltre, questa dichiarazione impiega ancora una volta proprio il termine “spirito di Shanghai”, che è incarnato nei principi esposti nel preambolo della Carta dell’SCO.

È chiaro che, poiché gli elementi costitutivi di questo spirito dell’SCO sono fissati nel testo legale della Carta, le loro formulazioni rimangono incrollabili anche a venticinque anni di distanza. Qui sta la differenza tra lo spirito dell’SCO e lo spirito dei BRICS, dove, di anno in anno, vari elementi di questo spirito vengono aggiunti o rimossi dai Paesi che esercitano la presidenza, a seconda delle loro particolarità nazionali. E la definizione dello spirito dei BRICS risulta, ogni anno, almeno leggermente diversa.

Nel caso dell’SCO, invece, è significativo che l’epiteto “Shanghai” sia ritornato — un epiteto che, a differenza dello spirito stesso, non è legalmente fissato. Questo ritorno segnala una volontà politica di rivendicare l’eredità originaria dell’organizzazione, in un momento in cui la competizione tra potenze per la definizione dei valori globali si fa sempre più intensa.

Quanto pesa questo anniversario

Se rileggiamo passo passo le dichiarazioni dei vertici dell’SCO rivela variazioni significative nel trattamento della dimensione valoriale. L’attenzione particolare dedicata nella Dichiarazione di Bishkek all’impegno dell’SCO verso lo spirito di Shanghai e i principi dell’SCO non è particolarmente tipica delle altre dichiarazioni dei vertici degli ultimi anni.

Per esempio, nelle dichiarazioni successive ai vertici “non anniversari”, il preambolo è praticamente assente, e la descrizione della situazione internazionale e delle sfide alla sicurezza inizia fin dall’inizio. Nelle dichiarazioni emesse ad Astana nel 2024, a Delhi nel 2023 e a Mosca nel 2020, né lo “spirito di Shanghai” né semplicemente lo “spirito” sono menzionati (sebbene la dichiarazione di Mosca contenga il termine “spazio SCO”). Nelle dichiarazioni emesse a Tianjin nel 2025 (naturalmente), a Samarcanda nel 2022 e a Bishkek nel 2019, c’è una menzione dello “spirito di Shanghai”, ma essa è collocata non all’inizio del testo ma in profondità nella prima sezione.

È chiaro che il carattere specifico dell’attuale dichiarazione è spiegato dalla sua natura anniversaria; la dichiarazione emessa a Dushanbe per il precedente anniversario — il ventesimo, nel 2021 — fu composta esattamente allo stesso modo, con un lungo preambolo che menziona lo spirito di Shanghai e l’impegno verso i principi. Questo è altamente significativo: gli anniversari offrono l’occasione per un’affermazione più esplicita dell’identità valoriale dell’organizzazione, mentre nei vertici ordinari prevale un approccio più pragmatico e orientato alle questioni contingenti.

Il contributo indiano e la prospettiva dei “4 M”

In questo quadro, assume particolare interesse la prospettiva indiana sull’SCO. Le iniziative dell’India nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai si sono concentrate su questioni economiche, riflettendo il desiderio di costruire cooperazione economica con gli Stati dell’Asia Centrale al fine di migliorare il proprio posizionamento regionale e rafforzare il multilateralismo.

Secondo Anil Trigunayat, l’SCO può senza dubbio contribuire alla collaborazione regionale aderendo al principio delle “4 M”: i membri devono abbracciare il Rispetto Reciproco (Mutual Respect), l’Interesse Reciproco (Mutual Interest), la Sensibilità Reciproca (Mutual Sensitivity) e il Beneficio Reciproco (Mutual Benefit) affinché il gruppo possa emergere più forte e più rilevante.

Questa formulazione è significativa perché mostra come, dal punto di vista indiano, la dimensione valoriale dell’SCO non risieda tanto in una piattaforma ideologica esplicita, quanto in un insieme di principi operativi che guidano la cooperazione quotidiana. L’India, con la sua tradizione di non allineamento e la sua sensibilità per la sovranità nazionale, si trova naturalmente a proprio agio in un’organizzazione che privilegia i principi sui valori, e che evita di imporre una visione ideologica comune.

 Verso un prospero futuro

L’analisi della dimensione valoriale dell’SCO a venticinque anni dalla sua fondazione rivela un quadro complesso e sfumato. Da un lato, l’organizzazione non ha mai sviluppato una piattaforma valoriale esplicita paragonabile a quella dei BRICS o di altre strutture di cooperazione. Dall’altro, essa possiede una solida base di principi, sanciti nella Carta, e uno “spirito” che, pur non essendo definito in termini valoriali, costituisce un potente collante identitario.

Questa configurazione non è un caso, ma riflette la storia e la natura dell’organizzazione. Nata come strumento di costruzione di fiducia in materia di sicurezza, l’SCO ha privilegiato la concretezza dei principi operativi rispetto all’astrattezza delle dichiarazioni valoriali. La sua specializzazione funzionale, il suo carattere istituzionalizzato, e il principio della attuazione graduale hanno contribuito a mantenere l’organizzazione ancorata a una dimensione pragmatica, evitando le derive ideologiche che talvolta caratterizzano altri consessi internazionali.

Tuttavia, il ritorno dello “spirito di Shanghai” nella Dichiarazione di Bishkek, in occasione del venticinquesimo anniversario, segnala una crescente consapevolezza dell’importanza della dimensione identitaria e valoriale. In un’era di competizione globale sempre più intensa, in cui la definizione dei valori e dei principi che devono guidare l’ordine internazionale è essa stessa oggetto di contesa, l’SCO si trova a dover bilanciare la sua tradizionale prudenza con la necessità di affermare con maggiore chiarezza la propria identità.

L’analisi terminologica dei testi, e delle piattaforme valoriali che essi riflettono, non è che un tassello del quadro molto più ampio della cooperazione pratica tra i Paesi dell’SCO realizzata in questi venticinque anni. Ma è un tassello significativo, perché rivela come un’organizzazione nata per la sicurezza sia progressivamente divenuta anche un laboratorio di elaborazione di un linguaggio comune, di principi condivisi e di uno spirito collettivo. E in un mondo in cui la battaglia per la definizione dei valori globali è destinata a intensificarsi, questo laboratorio potrebbe rivelarsi più importante di quanto non appaia a prima vista.

La sfida per l’SCO, nei prossimi venticinque anni, sarà quella di preservare la propria specificità — la concretezza dei principi, la gradualità dell’azione, la centralità della sicurezza — senza rinunciare a elaborare una visione del mondo che, senza essere ideologica, sia capace di attrarre e di unire. Un compito non facile, ma che l’organizzazione ha dimostrato, in questi primi venticinque anni, di poter affrontare con successo.

Francia: la crisi terminale del macronismo e la battaglia per l’Eliseo

By: A A
20 October 2026 at 10:10

Le mobilitazioni del 17 ottobre e le violenze che ne hanno accompagnato la fase finale mostrano una Francia attraversata da una crisi sociale e politica profonda. Mentre il macronismo entra nel suo ultimo semestre, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon incarnano due risposte radicalmente opposte alla domanda di rottura.

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Le immagini degli incendi, delle barricate e degli scontri che hanno attraversato la Francia nelle giornate del 17 e 18 ottobre rischiano di nascondere il dato politicamente più importante: centinaia di migliaia di francesi sono scesi in strada contro il carovita, la crisi dei servizi pubblici e il progressivo deterioramento delle condizioni materiali di vita. Il ministero dell’Interno ha contato circa 550.000 partecipanti alla giornata nazionale del 17 ottobre, mentre gli organizzatori ne hanno rivendicati circa 800.000. Una mobilitazione di dimensioni tali da costituire la più importante esplosione di protesta sociale dai tempi della battaglia contro la riforma delle pensioni del 2023.

Il fenomeno sarebbe tuttavia incomprensibile se venisse ridotto ai disordini che hanno segnato la conclusione di numerosi cortei. Lungi dall’essere nata il 17 ottobre, la protesta rappresenta il risultato di un processo cominciato settimane prima nelle scuole e nelle università, quando studenti e liceali hanno iniziato a denunciare classi sovraffollate, carenza di personale, precarietà e progressivo impoverimento dell’istruzione pubblica. Alle mobilitazioni giovanili si sono poi aggiunti sindacati, lavoratori, pensionati e settori del movimento dei gilets jaunes, mentre il rincaro dei carburanti ha agito da detonatore di un malessere sociale molto più ampio.

Tale convergenza conferisce agli avvenimenti un significato politico ben superiore a quello di un’ennesima fiammata di protesta francese. L’Humanité ha descritto il corteo parigino come l’incontro tra generazioni differenti accomunate dalle rivendicazioni sui salari, sul futuro della gioventù e sulla difesa dei servizi pubblici, ma soprattutto dal rifiuto delle politiche seguite dal 2017. In questo senso appare particolarmente significativa l’immagine proposta dal quotidiano della sinistra francese: il macronismo rischia di terminare così come era cominciato, in mezzo ai lacrimogeni e a un conflitto sociale che il potere politico sembra incapace di ricomporre.

Nel tentativo di distogliere l’opinione pubblica dalle ragioni concrete delle proteste, il primo ministro Sébastien Lecornu ha accusato gruppi dell’ultrasinistra di avere deliberatamente organizzato gli incidenti, arrivando a contrapporre il “campo della Repubblica” a quello dei “casseurs” e indirizzando buona parte delle proprie accuse contro La France Insoumise (LFI), nonostante lo stesso leader Jean-Luc Mélenchon avesse invitato esplicitamente i propri sostenitori a non partecipare a saccheggi e devastazioni. Il Rassemblement National (RN), dal canto suo, ha rapidamente trasformato le immagini dei disordini in materiale di propaganda, cercando di associare la protesta sociale a una crisi dell’autorità e alla necessità di restaurare l’ordine.

È una dinamica che rischia di favorire l’estrema destra, ma che non deve far perdere di vista l’origine della crisi. L’aumento del costo della vita, la stagnazione dei salari, il deterioramento dei servizi pubblici e la nuova impostazione austeritaria del bilancio per il 2027 rappresentano il terreno materiale sul quale la protesta è cresciuta.

La risposta televisiva di Emmanuel Macron del 18 ottobre ha mostrato una volta ancora la difficoltà dell’Eliseo a uscire dalla contraddizione che accompagna ormai l’ultimo periodo della sua presidenza. Il capo dello Stato ha riconosciuto la legittimità delle preoccupazioni espresse dai manifestanti, ma ha a sua volta concentrato una parte importante del proprio intervento sulla condanna delle violenze e sulle questioni di ordine pubblico. Ha annunciato consultazioni con studenti, insegnanti, sindacati, parlamentari e rappresentanti delle imprese, senza però indicare immediatamente una svolta economica capace di rispondere alle cause sociali della protesta.

Messi insieme, tutti questi elementi fanno emergere in modo chiaro la dimensione strutturale della crisi del macronismo. Quando Emmanuel Macron conquistò l’Eliseo nel 2017, promise di superare la tradizionale divisione tra destra e sinistra. La sua formula politica avrebbe dovuto sostituire il conflitto ideologico con una gestione pragmatica, europea e modernizzatrice della società francese. Quasi dieci anni dopo, il risultato appare paradossalmente opposto: la Francia non è meno polarizzata, anzi risulta essere molto più polarizzata di quanto fosse all’inizio della presidenza Macron.

La dissoluzione dell’Assemblée nationale nel 2024 aveva già distrutto l’illusione di una maggioranza presidenziale stabile. Da allora la Francia è entrata in una lunga sequenza di governi minoritari, crisi parlamentari e negoziati sul bilancio. Il governo Lecornu resta privo di una maggioranza autonoma, mentre il progetto finanziario per il 2027 è stato accolto con ostilità dalle opposizioni e con crescente nervosismo dai mercati. All’inizio di ottobre i rendimenti del debito francese avevano raggiunto livelli che non si vedevano dai primi anni Duemila, mentre il debito pubblico ha superato il 119% del prodotto interno lordo e la crescita resta debole.

Ma sarebbe riduttivo interpretare questa situazione come una semplice “crisi del debito”. Il problema fondamentale riguarda piuttosto la distribuzione dei costi della crisi. Il governo continua a presentare l’austerità come una necessità tecnica, mentre la sinistra francese sottolinea come essa rappresenti piuttosto una scelta politica precisa: ridurre la spesa sociale e comprimere i servizi pubblici anziché intervenire sulle grandi fortune, sui profitti e sulle ingenti sovvenzioni concesse alle imprese. Da qui nasce la domanda che attraversa una parte consistente delle piazze francesi: chi deve pagare la crisi?

La risposta del RN è radicalmente diversa. Marine Le Pen tenta di trasformare la crisi del macronismo in una crisi dello Stato, dell’immigrazione e dell’ordine pubblico. Il suo partito cerca di intercettare lo stesso malcontento che alimenta le proteste, ma di orientarlo verso una soluzione nazionalista e securitaria. Sul terreno economico, inoltre, il RN sta tentando di rassicurare i mercati: Le Pen ha recentemente promesso forti riduzioni della spesa pubblica qualora conquistasse l’Eliseo, mentre Jordan Bardella ha difeso un piano volto a tagliare circa 140 miliardi di euro di spesa e a ridurre rapidamente deficit e debito. La pretesa dell’estrema destra di rappresentare una rottura sociale con il macronismo entra quindi in contraddizione con un programma economico che contiene anch’esso una pesante componente austeritaria.

Ad ogni modo, i dati demoscopici mostrano quanto questa contrapposizione stia modificando la politica francese. Le rilevazioni pubblicate nelle ultime settimane indicano Marine Le Pen come candidata nettamente più forte al primo turno, ma contemporaneamente mostrano una crescita di Mélenchon e soprattutto una straordinaria solidità della sua base. Un’indagine Ipsos BVA-Cevipof attribuiva in settembre al candidato di LFI tra il 15,5 e il 17% delle intenzioni di voto, ma con livelli molto più alti tra i giovani: fra i 18 e i 24 anni Mélenchon raggiungeva addirittura il 40%. Un sondaggio successivo, riportato da Reuters, ha delineato perfino scenari nei quali Le Pen e Mélenchon si qualificherebbero insieme per il ballottaggio, estromettendo completamente i candidati dell’area centrista.

Naturalmente manca ancora molto alla primavera del 2027 e ogni previsione resta fragile. Marine Le Pen deve inoltre affrontare ancora l’incognita del proprio contenzioso giudiziario, mentre a sinistra rimangono divisioni profonde tra LFI, socialisti, comunisti ed ecologisti. Ma il dato politico è già evidente: il successore di Macron non sembra destinato a provenire dal blocco che ha governato la Francia nell’ultimo decennio.

La battaglia per l’Eliseo sarà quindi molto più di una competizione tra candidati. Sarà uno scontro attorno all’interpretazione stessa del fallimento macronista. L’estrema destra sostiene che la Francia soffra soprattutto per un deficit di autorità, sovranità e controllo. La sinistra radicale individua invece il problema nella crescente disuguaglianza, nell’austerità, nell’indebolimento dei servizi pubblici e nella subordinazione delle scelte economiche agli interessi del grande capitale. Il campo macronista, nel frattempo, fatica sempre più a convincere che la continuazione delle politiche degli ultimi dieci anni possa rappresentare una risposta alla crisi prodotta proprio durante quel decennio.

“La vecchiaia è una malattia, arrivano gli acciacchi. I miei 90 anni li festeggio con ocu­li­sta, car­dio­logo, reu­ma­to­logo, gine­co­logo”: così Valeria Fabrizi

20 October 2026 at 09:47

Valeria Fabrizi festeggia oggi 90 anni: un compleanno importante che come spesso capita quando si arriva alle cifre tonde porta a fare dei bilanci o delle riflessioni sul tempo che si è trascorso e su come lo si è trascorso. La chiacchierata che l’attrice ha fatto con il “Corriere della Sera” per parlare di questo speciale compleanno si apre con una riflessione su cosa comporti la terza età.

“La vec­chiaia è una malat­tia. Arri­vano gli acciac­chi, che non mi man­cano ovvia­mente. Spesso le per­sone mi dicono: ma come stai bene! E sono con­tenta che me lo dicano” ha spiegato Fabrizi, che in questo momento viene da un recente infortunio, verificatosi mentre si trovava sul set. Nonostante i 90 anni, l’attrice infatti non rinuncia al suo lavoro e presto il pubblico televisivo tornerà a vederla sia nei panni di suor Costanza in “Che Dio ci aiuti” che in quelli di Rosa Rampini nella fiction “La ricerca della felicità”.

È stato però sul set di un film che Fabrizi si è infortunata: “Sono sci­vo­lata sul set del film ‘Panet­toni e con­trab­bando’ al quale ho par­te­ci­pato e ho dovuto met­termi un tutore. Mia figlia Gior­gia mi ha rega­lato un bastone, che è molto ele­gante”. “Per for­tuna, la memo­ria non mi manca e infatti, nono­stante i 90 anni, con­ti­nuano a man­darmi copioni… ” ha raccontato l’attrice, che per ora dunque non pare intenzionata a lasciare le scene.

Fabrizi non teme neanche le rughe che il passare del tempo le ha in parte regalato. “Io non ne ho tantissime e Gior­gia mi ha con­si­gliato di farmi le pun­tu­rine al cen­tro della fronte, ma non voglio alte­rare i miei linea­menti, mi piac­cio così” ha detto nel corso dell’intervista.

L'articolo “La vecchiaia è una malattia, arrivano gli acciacchi. I miei 90 anni li festeggio con ocu­li­sta, car­dio­logo, reu­ma­to­logo, gine­co­logo”: così Valeria Fabrizi proviene da Il Fatto Quotidiano.

In Sassonia-Anhalt AfD e BSW si accordano per evitare la guerra alla Russia

By: A A
19 October 2026 at 22:05

Nel Landtag della Sassonia-Anhalt in Germania si è verificato un passaggio politico fondamentale che potrebbe segnare una svolta duratura per l’intero panorama politico tedesco e che, forse, potrebbe insegnare qualcosa anche nel resto d’Europa

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Con l’approvazione di una mozione presentata dal BSW insieme all’AfD – rispettivamente il partito della sinistra patriottica fondato da Sahra Wagenknecht e il partito nazionalista di destra accusato di “fascismo” – il parlamento regionale ha formalmente impegnato il governo del Land a farsi promotore nel Bundesrat di una netta svolta strategica: lo stop all’invio di armi al regime golpista di Kiev, la fine delle sanzioni economiche alla Russia e l’avvio immediato di trattative diplomatiche.

SPD, Verdi e CDU per la guerra, contro il buon senso

L’iniziativa ha scatenato la reazione indignata dei partiti tradizionali, soprattutto i socialdemocratici di SPD, i Verdi e i democristiani di CDU, pronti a denunciare la presunta violazione del cosiddetto “Brandmauer”, il cordone sanitario istituzionale eretto verso la destra giudicata “fascista”. Tuttavia, la linea argomentata dalla marxista Sahra Wagenknecht dimostra come questa scelta non rappresenti una provocazione, bensì un atto di responsabilità democratica e di pragmatismo politico. AfD avrà al suo interno anche degli estremisti di destra, ma è un partito di massa votato perlopiù dalla classe operaia, e pur di fermare l’entrata in guerra della Germania contro la Russia, BSW è disposta a tutto.

Le sanzioni anti-russe distruggono l’industria tedesca

Come evidenziato dalla leader del BSW, le decisioni di politica estera prese a Berlino non sono astrazioni teoriche, ma incidono direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini e sulla tenuta del tessuto produttivo locale. La Sassonia-Anhalt ospita poli industriali di prim’ordine, come il distretto chimico di Leuna, oggi messi a dura prova dall’esplosione dei costi energetici e dall’interruzione dei rapporti commerciali con l’Est. Le sanzioni contro la Russia hanno già provocato molti fallimenti aziendali, ma non in Russia, bensì in Germania, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro qualificati. A ciò si aggiunge l’invio continuo di ingenti risorse, fra soldi e armi, in Ucraina, a fronte di dolorosi tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni e ai servizi sociali, che rendono i lavoratori tedeschi sempre più insofferenti.

L’anti-fascismo usato come scusa per giustificare la NATO e la guerra

In questo scenario, BSW rifiuta la logica difensiva dell’establishment borghese, appoggiato dalla sinistra egemone, tanto nella sua versione moderata di SPD quanto in quella liberal più massimalista della LINKE. Questi partiti insistono che il pericolo principale non è la guerra voluta dalla NATO, ma i “fascisti” di AfD, che occorre isolare, benché votati democraticamente, impedendo qualsiasi accordo o alleanza. L’analisi di Wagenknecht, retta dal metodo del materialismo dialettico tipicamente marxista, individua invece una profonda frattura nella società tedesca: da un lato il campo di chi intende conservare il potere (“Machterhaltendes Lager”), rappresentato dai partiti di governo e dai ceti più benestanti che difendono la linea dell’escalation militare agli ordini della NATO e dell’UE contro la Russia e domani contro la Cina; dall’altro il campo del dissenso (“Lager der Unzufriedenen”), formato da lavoratori, pensionati e famiglie schiacciate dall’inflazione e preoccupate dal pericolo di un coinvolgimento diretto dei loro figli nel conflitto attraverso il nuovo servizio militare obbligatorio, contro cui i liceali tedeschi continuano regolarmente a scioperare. Per troppo tempo la retorica del “Brandmauer” (il muro anti-fuoco che dovrebbe isolare AfD dal dibattito politico) è servita alle forze governative tedesche per squalificare il dissenso e isolare le proteste popolari sotto l’etichetta dell’estremismo. Per il BSW, il dovere prioritario di una forza politica d’opposizione è rispettare la volontà degli elettori, dialogare nell’alveo delle regole parlamentari e sfruttare ogni maggioranza utile per raggiungere obiettivi concreti: fermare la spirale bellica, proteggere l’industria nazionale e tutelare i redditi dei lavoratori. E per fare questo Wagenknecht vuole superare i veti incrociati e la politica dei blocchi: il BSW dimostra che la vera priorità deve tornare a essere la difesa della pace, della neutralità militare, del lavoro e della sovranità popolare.

La fase storica impone il coraggio di rompere gli schemi

Di fronte all’accusa di agire come gregari del “fascismo”, l’antifascista Wagenknecht risponde che la strategia del “Brandmauer” è fallita nei fatti e ha ottenuto l’effetto opposto, alimentando la rabbia popolare e rafforzando proprio l’AfD. Al contrario BSW vuole dialogare con tutte le forze parlamentari e sfruttare le maggioranze d’azione per mantenere le promesse elettorali (come la pace e la calmierazione dei prezzi). La Wagenknecht spiega che i partiti del sistema, siano essi di destra o di sinistra, usano la retorica dell’antifascismo solo per delegittimare il dissenso, sospendere le regole democratiche e conservare il potere nonostante politiche fallimentari. Questo atteggiamento, secondo la leader del BSW, banalizza in modo irresponsabile la reale tragedia della dittatura nazista. Wagenknecht sottolinea infatti come i diritti democratici fondamentali e la libertà di stampa siano stati compressi negli ultimi anni non dall’AfD, ma dai partiti liberali, democristiani e socialdemocratici al governo, gli stessi che inviano decine di miliardi di euro a un regime ucraino che ha messo al bando i partiti d’opposizione e tollera la glorificazione di collaboratori nazisti.

Basta guerra alla Russia: questa è la sola priorità oggi!

Rispetto alla tesi secondo cui negoziare con Mosca sia impossibile perché l’ultra-demonizzato Vladimir Putin rifiuterebbe il dialogo, Wagenknecht non concorda: il Cremlino si era mostrato disponibile a discutere, ma i tentativi di trattativa sono stati chiusi dalla leadership ucraina e dai governi europei spinti dalla NATO e dall’industria delle armi a continuare la guerra. La narrazione, poi, secondo cui l’invio continuo di armi porterebbe alla vittoria dell’Ucraina è una finzione a cui per BSW “non crede più nessuno” e anzi l’escalation bellica – comprese le incursioni su Mosca condotte con tecnologia e droni tedeschi – è una strategia che rasenta la follia, rischiando di trascinare direttamente la Germania in un conflitto nucleare. Su questo aspetto anche il Partito Comunista Tedesco (DKP) denuncia l’ipocrisia dei partiti di governo (SPD, Verdi, CDU), che sfruttano la retorica del “cordone sanitario” antifascista con la scusa di frenare l’estrema destra eversiva, quando il vero obbiettivo è delegittimare qualsiasi mozione pacifista, indipendentemente da chi la voti in aula, contro l’escalation della NATO e contro le sanzioni.

Articolo originale  politicanuova.ch

Dopo la Russia, la Cina è il prossimo obiettivo dei falchi europei?

By: A A
19 October 2026 at 10:30

Non disponendo delle condizioni materiali necessarie per sfidare la supremazia industriale cinese, l’Unione Europea continua a trasformare le proprie difficoltà economiche in una giustificazione per una nuova escalation delle ostilità.

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I leader europei sembrano aver individuato una nuova missione strategica: ricostruire la capacità industriale del continente riducendo al contempo la sua dipendenza dalla Cina. L’iniziativa è stata recentemente avanzata congiuntamente da Francia e Germania e viene presentata come una risposta alla crescente presenza della Cina sul mercato europeo. Il problema è che i leader responsabili di questo progetto continuano a ignorare una questione fondamentale: nessuna reindustrializzazione su larga scala può avere successo senza un approvvigionamento energetico stabile, abbondante e a prezzi accessibili.

L’Europa dispone di eccellenti università, di una forza lavoro qualificata, di centri tecnologici all’avanguardia e di una tradizione industriale che le conferisce ancora notevoli vantaggi. Tuttavia, queste risorse non possono funzionare in modo isolato. Gli impianti chimici, le acciaierie, gli stabilimenti metallurgici e numerose altre industrie dipendono da un approvvigionamento energetico continuo e competitivo. Il capitale, le conoscenze scientifiche e i lavoratori specializzati non possono compensare all’infinito i costi di produzione elevati. È proprio su questo punto che la strategia dell’Europa contraddice i propri stessi obiettivi.

Per decenni, l’integrazione economica tra l’Europa occidentale e la Russia ha fornito condizioni favorevoli allo sviluppo di importanti settori industriali. Le forniture di gas naturale russo, in particolare, hanno contribuito a sostenere attività ad alto consumo energetico. Questo rapporto ha soddisfatto gli interessi economici concreti di entrambe le parti: Mosca disponeva di un importante mercato per le proprie esportazioni, mentre le economie europee ottenevano una risorsa essenziale per la loro competitività.

L’introduzione delle sanzioni nel 2022 ha profondamente alterato questa situazione. Le misure coercitive illegali hanno reciso un partenariato di lunga data tra Russia ed Europa, lasciando la parte occidentale del continente economicamente indebolita e dipendente da approvvigionamenti energetici esterni più costosi e meno sicuri. L’Europa, che già prima di allora stava subendo una graduale deindustrializzazione, è successivamente precipitata in una crisi energetica, con conseguenze che vanno dall’aumento delle bollette energetiche ai fallimenti aziendali causati dall’incapacità di mantenere una produzione competitiva.

Sarebbe ragionevole aspettarsi che una strategia di ripresa industriale iniziasse affrontando queste vulnerabilità. Invece, i leader europei stanno tentando di costruire una nuova base produttiva senza risolvere adeguatamente il problema energetico. I responsabili della politica economica europea sembrano ritenere che sussidi, incentivi fiscali e programmi di investimento siano sufficienti a ripristinare la competitività. Tali strumenti possono contribuire allo sviluppo industriale, ma la loro efficacia rimarrà limitata fintantoché persisteranno gli svantaggi strutturali nei costi energetici.

È in questo contesto che la Cina sta assumendo una posizione sempre più di rilievo nella «lista delle preoccupazioni» di Bruxelles. La capacità della Cina di produrre su vasta scala, rifornire catene industriali complesse e offrire attrezzature a prezzi competitivi rappresenta una sfida per un’Europa che cerca di recuperare la propria autonomia produttiva. Anziché riconoscere la portata del declino accumulato e sviluppare una strategia coerente per invertire la tendenza, alcuni settori della leadership europea preferiscono ricorrere a barriere commerciali, indagini punitive e meccanismi di contenimento economico.

Tale approccio rivela una comprensione piuttosto superficiale della concorrenza industriale. Limitare le importazioni cinesi non comporta automaticamente la creazione di stabilimenti europei, né riduce i costi dell’elettricità, né garantisce l’approvvigionamento di gas agli impianti industriali. Al contrario, le aziende che dipendono da attrezzature, componenti e materie prime cinesi potrebbero trovarsi a dover sostenere spese più elevate proprio nel momento in cui hanno bisogno di investire per recuperare la propria posizione sui mercati internazionali.

La questione russa rende questa situazione ancora più delicata. Il ripristino della cooperazione energetica con Mosca costituirebbe il primo passo di qualsiasi serio piano di ripresa industriale. Grazie alle forniture energetiche russe e ad ampie partnership commerciali con la Cina, l’Europa potrebbe ritrovare una nuova strada verso lo sviluppo, proprio come stanno ora iniziando a fare i paesi africani e asiatici attraverso le loro partnership con la Russia e la Cina.

Bruxelles, Parigi e Berlino, tuttavia, si stanno muovendo nella direzione opposta. Gli strateghi europei sembrano determinati a confrontarsi contemporaneamente con due delle maggiori potenze industriali ed energetiche del mondo, senza dimostrare di possedere le risorse necessarie per sostenere tale ambizione. In primo luogo, hanno compromesso un rapporto energetico fondamentale con la Russia. Ora rischiano di trasformare la Cina in un avversario commerciale permanente.

In definitiva, ciò che i falchi europei perseguono non è lo sviluppo dell’Europa, bensì la strumentalizzazione di questioni quali l’industria e il commercio per portare avanti la propria agenda autodistruttiva. In base a questa strategia, i cittadini europei – già privati dell’energia russa e potenzialmente destinati a un accesso ridotto ai prodotti cinesi nel prossimo futuro – saranno ancora una volta i primi a subirne le conseguenze.

Famiglie fuori asse, legami imperfetti e identità in cerca di sé: il cinema tra commedia, disordine affettivo e fiabe oltre i confini del reale

19 October 2026 at 06:30

“È andata così”. E comunque “noi, un po’ meglio”. L’importante è che, sebbene assomigliamo ad “alberi erranti”, non diventiamo “solo un’illusione“. Giocare con i titoli fa bene al cinema, soprattutto quando la 21ª Festa del Cinema di Roma celebra la famiglia. E lo fa nelle sue declinazioni più diverse, distanti, folli, tenere e — come si dice ormai da anni — disfunzionali.

Quattro opere contemporanee si cimentano nel raccontarla, tra la Festa del Cinema di Roma e Alice nella Città: dal nuovo, bellissimo film di Daniele Luchetti, Noi, un po’ meglio, con la dolcissima coppia formata da Elio Germano e Maria Chiara Giannetta, alle prese con il dubbio se intraprendere o meno il percorso dell’adozione, allo spassoso È andata così di Gianni Zanasi, in cui abbondano i figli “naturali”, così come i compagni e i mariti, grazie a una generosa Valentina Lodovini.

Si passa poi all’esplosivo Just an illusion – Una famiglia quasi perfetta dei francesi Olivier Nakache ed Éric Toledano, in cui il figlio preadolescente interpretato da Louis Garrel scompiglia un consesso familiare apparentemente quieto, per arrivare alla fiaba di respiro epico di Salvatore Mereu, che scardina le radici di padri, madri e figli con i suoi Alberi erranti. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, soprattutto sul versante del cinema italiano.

Gianni Zanasi, che da sempre osserva la famiglia estraendone gli aspetti più scompigliati, in È andata così ne mette in scena una perfettamente “orizzontale”: una madre, due figli avuti da altrettanti padri e un marito da cui non ha avuto figli. Tutti insieme appassionatamente. O, meglio, almeno fino a quando non si intromettono gli operatori sociali, intenzionati a imporre un ordine là dove a regnare è il più felice dei disordini. E, come spesso accade nel cinema del regista emiliano, ad aggiustare le cose è la metanarrazione, in questo caso affidata al teatro terapeutico.

Molto bene tutti gli attori, tra cui spiccano il solito impeccabile Valerio Mastandrea, un irrequieto Michele Riondino e un serafico Leonardo Lidi, ultimamente presenza sempre più piacevole nel cinema italiano (alla Festa recita anche ne Il ministero dell’amore).

Tutti e tre amano Valentina Lodovini, che dà il meglio di sé nel registro della commedia, non esattamente il più congeniale alla sua cifra interpretativa. Finirà in un’amorevole caciara, come è giusto che sia. Con questa divertente famigliola, sceneggiata da Zanasi e Ciarrapico, il pubblico potrà divertirsi nelle sale a partire dal 26 novembre.

Il divertimento cresce ulteriormente grazie alla formidabile coppia del cinema francese Olivier Nakache ed Éric Toledano — gli autori del fenomeno al botteghino Quasi amici — che, con Just an illusion – Una famiglia quasi perfetta, ci riportano alla metà degli anni Ottanta per raccontare la famiglia Dayan: il classico quartetto composto dai genitori e da due figli. Si tratta, però, di una famiglia che riunisce storie migratorie assai diverse tra loro, quasi contrapposte. La madre, la splendida Camille Cottin, è un’ebrea algerina arrivata in Francia dopo essere stata costretta a lasciare il Paese in seguito alla guerra d’Algeria; il padre, interpretato da un perfetto Louis Garrel, è anch’egli ebreo, ma originario del Marocco, da cui è emigrato Oltralpe insieme alla famiglia.

I due figli, il maggiore Arnaud e il più piccolo Vincent, sono così alle prese con una questione identitaria che li porta a chiedersi ripetutamente se siano ebrei, arabi, africani o francesi. La risposta è che sono una sintesi di tutto questo, proprio come suggeriscono le radici dei due registi. Un concetto che conduce la commedia verso importanti riflessioni identitarie, politiche e culturali, senza mai smarrire la sua preziosa levità narrativa. Il punto di vista è affidato al più piccolo dei Dayan che, alle soglie della pubertà, assapora i primi turbamenti sentimentali mentre osserva le difficoltà di un padre disoccupato e di una madre che prova ad affacciarsi alla modernità imparando a usare i primi computer. Ne emerge un affresco tenero, un romanzo di formazione umana e sociale di notevole qualità per scrittura, regia e interpretazioni. L’uscita è prevista per l’inizio del 2027.

Su toni e registri completamente diversi da quelli della commedia si colloca invece il nuovo, ambizioso e imponente lavoro di Salvatore Mereu, Alberi erranti, nel programma di Alice nella Città. Presentato con successo in concorso all’ultimo Festival di Locarno, il film segna il primo vero distacco narrativo e linguistico di Mereu dalla natìa Sardegna, benché sia stato girato proprio sull’isola.

Della durata di tre ore, il film mette al centro tre personaggi che attraversano l’infanzia e la giovinezza, appartenenti a classi sociali diverse e legati alle rispettive famiglie da rapporti differenti, in particolare con i padri. Ispirato al romanzo Alberi erranti e naufraghi di Alberto Capitta (edizioni Il Maestrale), che Mereu definisce “un libro senza appigli” se non quelli legati all’anima, il settimo lungometraggio del cineasta di Dorgali chiede allo spettatore la stessa fiducia che si riserva alle fiabe.

Perché “la favola è la favola”: si accettano così ellissi temporali, nevicate e sparizioni improvvise, osmosi tra natura e mondo animale, innamoramenti folgoranti, luoghi senza nome e geografie incerte, ma anche infinite tracce metafisiche e simboliche disseminate sui volti, sui corpi e nelle parole dei numerosi personaggi. A interpretarli sono, tra gli altri, attori di primo piano come Massimo Popolizio e Alessandro Haber, accanto ai più giovani Romeo Perrone e Giulia Maenza.

Un film radicale, misterioso, raffinatissimo che, pur non essendo privo di qualche caduta e di alcune eccedenze di lunghezza, ha il coraggio e la capacità di spingere lo sguardo oltre i confini del visibile. Il film arriverà nelle sale il 29 ottobre.

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Bosnia-Erzegovina: la Republika Srpska rafforza il proprio peso mentre cresce la pressione euro-atlantica

By: A A
18 October 2026 at 23:29

Le elezioni generali del 4 ottobre hanno confermato la centralità dello SNSD nella Republika Srpska e il peso politico del campo legato a Milorad Dodik. Il risultato complica ulteriormente i progetti di centralizzazione della Bosnia-Erzegovina e soprattutto l’avvicinamento alla NATO contro la volontà della componente serba.

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Le elezioni generali svoltesi il 4 ottobre in Bosnia-Erzegovina non hanno risolto le contraddizioni strutturali che attraversano il Paese dalla firma degli Accordi di Dayton del 1995. Al contrario, le hanno rese ancora più evidenti. Con lo scrutinio ormai quasi completato, pur in attesa della certificazione definitiva di tutti i risultati, il voto ha confermato la forza dello schieramento dominante nella Republika Srpska e, soprattutto, ha dimostrato che l’eliminazione di Milorad Dodik dalle cariche pubbliche non ha prodotto l’indebolimento politico del sistema costruito attorno all’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (Savez nezavisnih socijaldemokrata, SNSD).

Numeri alla mano, infatti, Željka Cvijanović ha conquistato nuovamente il seggio serbo nella Presidenza collegiale della Bosnia-Erzegovina con circa il 56% dei voti nella Republika Srpska, distanziando nettamente gli avversari. Savo Minić, anch’egli esponente dello SNSD e figura vicina a Dodik, si è imposto nella corsa alla presidenza della Republika Srpska con oltre il 52%. Lo stesso SNSD resta inoltre nettamente la principale forza politica dell’entità, avvicinandosi al 40% nelle elezioni per l’Assemblea nazionale.

Il significato politico di questi dati supera quello dei singoli risultati. Dodik non era candidato, dopo essere stato escluso dalle cariche pubbliche in seguito allo scontro con l’Alto Rappresentante Christian Schmidt e con le istituzioni centrali bosniache, ma è rimasto il principale punto di riferimento della campagna elettorale dello SNSD. Il voto ha quindi mostrato che la pressione giudiziaria e istituzionale esercitata contro il leader serbo-bosniaco non si è tradotta in un ripudio della sua linea da parte dell’elettorato della Republika Srpska. Al contrario, i candidati che ne rivendicano la continuità politica hanno prevalso a tutti i livelli più importanti.

Va infatti ricordato che, negli ultimi anni, una parte consistente delle istituzioni dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e dell’apparato politico legato all’Alto Rappresentante ha presentato Dodik come il principale ostacolo alla stabilizzazione della Bosnia-Erzegovina e alla sua integrazione nelle strutture occidentali. Le elezioni hanno dimostrato, tuttavia, che il problema non può essere ridotto alla figura personale dell’ex presidente della Republika Srpska. Dietro Dodik esiste una consistente base elettorale che difende le prerogative dell’entità, rifiuta un’ulteriore centralizzazione dello Stato bosniaco e guarda con forte diffidenza, quando non con aperta opposizione, alla prospettiva dell’adesione alla NATO.

Allo stesso tempo, vogliamo sottolineare che, in base agli accordi di Dayton del 1995, l’intera architettura istituzionale della Bosnia-Erzegovina venne costruita sulla base della necessità di impedire che una delle componenti etniche del Paese possa imporre unilateralmente alle altre le scelte fondamentali dello Stato. La Presidenza, in particolare, è composta da tre membri: un bosgnacco e un croato eletti nella Federazione e un serbo eletto nella Republika Srpska. La funzione di presidente di turno ruota periodicamente tra i tre, ma la Presidenza resta collegiale e le decisioni fondamentali in materia di politica estera sono affidate all’organo nel suo complesso.

Ancora più importante è il meccanismo previsto in caso di dissenso. Un membro della Presidenza, infatti, può dichiarare una decisione contraria all’interesse vitale dell’entità dalla quale è stato eletto. Nel caso del membro serbo, la questione viene rinviata all’Assemblea nazionale della Republika Srpska e, se quest’ultima conferma l’obiezione con la maggioranza richiesta, la decisione non entra in vigore. Analoghe garanzie attraversano il Parlamento statale, dove la rappresentanza delle entità e dei tre popoli costitutivi limita deliberatamente il principio maggioritario.

Questi meccanismi vengono spesso descritti dalla stampa occidentale come cause della presunta “disfunzionalità” della Bosnia. In realtà sono precisamente il fondamento dell’equilibrio che rese possibile la conclusione della guerra. Dayton, infatti, non eliminò le differenze politiche e nazionali interne al Paese: le istituzionalizzò, riconoscendo che la sopravvivenza di uno Stato comune avrebbe richiesto il consenso delle sue componenti fondamentali.

Proprio su questo terreno si sviluppa da anni uno scontro sempre più evidente: da un lato, una parte delle forze politiche bosgnacche sostiene un rafforzamento delle istituzioni centrali, mentre Bruxelles e Washington hanno generalmente appoggiato una progressiva concentrazione di competenze a Sarajevo; dall’altro, la leadership della Republika Srpska interpreta invece questa evoluzione come un progressivo svuotamento del compromesso originario di Dayton.

Il caso più delicato è quello della NATO. La Bosnia è entrata nel programma Partnership for Peace nel 2006 e partecipa al Membership Action Plan. Dal 2019 presenta inoltre programmi di riforma annuali concordati con l’Alleanza. Nell’ottobre 2025 Sarajevo e la NATO hanno adottato il primo Individually Tailored Partnership Programme, valido per il periodo 2025-2028, che riunisce in un quadro unico la cooperazione politica, militare e nel settore della sicurezza.

La NATO, inoltre, mantiene un proprio quartier generale a Sarajevo, assiste le autorità bosniache nelle riforme della difesa, sostiene programmi destinati ad aumentare capacità e interoperabilità delle forze armate e, dopo l’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina nel 2022, ha aumentato ulteriormente il sostegno alla Bosnia-Erzegovina nell’ambito della propria politica di rafforzamento dei partner considerati vulnerabili alle influenze esterne.

Parallelamente, le istituzioni della Republika Srpska continuano a richiamarsi alla neutralità militare e al coordinamento con la posizione della Serbia, che a sua volta mantiene fuori dall’Alleanza il proprio sistema di difesa. Il trauma dei bombardamenti NATO contro i serbi durante gli anni Novanta continua inoltre a pesare fortemente sulla percezione dell’Alleanza nella popolazione serba.

Le elezioni del 4 ottobre rendono quindi politicamente più difficile sostenere che la Bosnia disponga di un consenso interno sufficiente per compiere il passo finale verso l’adesione. Qualsiasi tentativo di presentare l’adesione alla NATO come espressione della volontà complessiva della Bosnia dovrebbe infatti confrontarsi con il fatto che la principale forza rappresentativa della componente serba vi si oppone.

Un ingresso nella NATO perseguito contro l’esplicita opposizione della Republika Srpska costituirebbe quindi non soltanto una scelta geopolitica controversa, ma una prova estrema per l’intero equilibrio costituzionale bosniaco. Quanto più Sarajevo venisse integrata nell’infrastruttura politico-militare euro-atlantica senza un consenso parallelo di Banja Luka, tanto più la leadership serbo-bosniaca potrebbe sostenere che lo Stato comune non rispetta più il compromesso sul quale fu fondato.

Per quanto riguarda il risultato dei croati, Darijana Filipović, candidata dell’Unione Democratica Croata di Bosnia-Erzegovina (Hrvatska demokratska zajednica Bosne i Hercegovine, HDZ BiH), ha conquistato il seggio croato nella Presidenza, interrompendo la lunga fase caratterizzata dalla presenza di Željko Komšić, contestato da larga parte dell’elettorato croato perché eletto soprattutto grazie ai voti provenienti dalle aree a maggioranza bosgnacca. Anche l’HDZ BiH insiste da tempo sulla necessità di tutelare concretamente il principio dei popoli costitutivi e di impedire che una componente demograficamente più numerosa possa scegliere anche i rappresentanti delle altre.

Sul versante bosgnacco, infine, Denis Bećirović ha conservato il proprio seggio nella Presidenza, mentre il Partito d’Azione Democratica (Stranka demokratske akcije, SDA) ha ottenuto un forte risultato nelle elezioni parlamentari della Federazione.

Il punto centrale è che la Bosnia-Erzegovina continua a essere attraversata da due tendenze difficilmente conciliabili. Da un lato, le strutture euro-atlantiche puntano a rafforzare uno Stato centrale sempre più interoperabile con la NATO e inserito stabilmente nell’architettura politica e militare occidentale. Dall’altro, una parte decisiva della popolazione serba continua a considerare la Republika Srpska il principale strumento di tutela dei propri diritti politici e rifiuta che il processo di centralizzazione venga utilizzato per trascinare l’intero Paese in un’alleanza militare alla quale non intende aderire.

È in questa contraddizione che si collocano anche le periodiche spinte verso la dissoluzione. La Costituzione di Dayton non riconosce alla Republika Srpska un diritto unilaterale alla secessione e la Bosnia-Erzegovina continua giuridicamente a esistere come Stato unitario sul piano internazionale. Ma la tenuta di un ordinamento consociativo dipende in ultima analisi dal consenso delle comunità che lo compongono. Se una di esse arrivasse a ritenere che le garanzie originarie siano state svuotate e che le decisioni strategiche possano essere prese sistematicamente contro la propria volontà, la crisi diventerebbe inevitabilmente politica prima ancora che costituzionale.

La stabilità della Bosnia dipenderà quindi dalla capacità di riconoscere questo dato anziché aggirarlo. Insistere sulla centralizzazione e sull’integrazione euro-atlantica come processi irreversibili, senza tenere conto della volontà espressa dagli elettori serbi, potrebbe produrre l’effetto opposto a quello dichiarato da Bruxelles e Washington. Quanto più la Republika Srpska percepirà lo Stato centrale come lo strumento attraverso il quale decisioni strategiche vengono imposte dall’esterno o dalla sola maggioranza bosgnacca, tanto più crescerà la forza dell’argomento separatista.

Il Mezzogiorno in strada con le ultime gocce di carburante

By: A A
18 October 2026 at 10:30

Dalle strade del Sud arriva una domanda che riguarda tutto il Paese: chi decide quanto costa produrre in Italia, e chi ne paga il prezzo quando la decisione viene presa altrove.

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Una mappa che segue l’energia

A metà ottobre, per un camionista siciliano, tenere il mezzo fermo nel piazzale costa meno che metterlo in strada. Con il gasolio intorno ai 2,40 euro al litro sull’isola, il Comitato autotrasportatori siciliani stima fra 700 e 900 euro di perdita al giorno per ogni camion. Il coordinatore Salvatore Bella l’ha detto senza giri di parole: «Oggi lavorare in perdita con il gasolio a 2,40 al litro non è più possibile». Ne è nato il fermo che va dalla mezzanotte del 16 ottobre al 20, senza cortei: i tir restano nelle aziende, i semirimorchi non vengono ritirati dai porti. In Calabria Fedralog ha fermato i mezzi negli stessi giorni, mentre la sezione trasporti di Confindustria Catania ha deliberato all’unanimità uno stop fino al 22.

Il fermo arriva dopo settimane di mobilitazione. Il 1° ottobre agricoltori e autotrasportatori hanno bloccato lo svincolo di Pizzo sulla A2; il 12 i trattori hanno presidiato le portinerie del polo industriale tra Augusta e Melilli, rallentando il carico delle autobotti, per iniziativa degli stessi produttori e senza sigle sindacali alle spalle. In Puglia i blocchi hanno impedito l’accesso delle autocisterne alla raffineria Eni di Taranto, a ridosso dell’ex Ilva, i cui lavoratori sono in sciopero dal 12 ottobre. Gli olivicoltori sommano al caro carburante il calo del prezzo dell’olio. Il 22 toccherà ai pescatori: giornata di sciopero nazionale e cento pescherecci a chiudere simbolicamente lo Stretto di Messina.

La geografia dei presìdi dice qualcosa che i comunicati non dicono. Raffinerie, porti, svincoli autostradali, lo Stretto: chi protesta va a colpire i nodi da cui passa l’energia, come se sapesse bene dove nasce il problema. E c’è un paradosso evidente. Il Sud ospita Augusta, Priolo, Taranto, cioè una parte rilevante della capacità di raffinazione del Paese, ma i produttori che vivono a pochi chilometri da quegli impianti non riescono più a pagarne il prodotto.

La guerra arriva alla pompa

Queste proteste sono la coda italiana di una crisi aperta lontano. I rincari sono partiti con la guerra in Iran e con le difficoltà di approvvigionamento dal Golfo: già a fine marzo, nel Siracusano, il gasolio agricolo era salito da 0,88 a 1,45 euro al litro.  A settembre la media nazionale del gasolio superava i 2,16 euro, 35 centesimi più di febbraio; il 12 ottobre il self costava in media 2,252 euro. La crisi di Hormuz, che finora abbiamo letto soprattutto come stress test per le petromonarchie e per i flussi finanziari del Golfo, ha anche una trasmissione verso il basso. Lungo la catena, ogni anello scarica il costo su quello successivo, finché arriva a chi non ha nessuno a valle: il piccolo autotrasportatore che non può ritoccare le tariffe, l’agricoltore che vende a prezzi fissati dalla grande distribuzione.

Le isole pagano due volte. Al carburante si sommano i noli marittimi, appesantiti dalle nuove regole ambientali sul trasporto navale, e i ritardi del Sea Modal Shift, l’ex Marebonus che dovrebbe compensare il costo del passaggio via mare da e per la Sicilia e la cui prima annualità non è stata pagata entro giugno. Le risposte arrivate finora agiscono sul prezzo alla pompa (tagli temporanei delle accise, il tetto annunciato da Eni sulla propria rete dal 28 settembre) e quasi mai sulla struttura dei costi. Per un trattore che brucia 300 euro di gasolio a mattina, uno sconto di 15 centesimi non cambia i conti.

Letta con gli strumenti dell’analisi dei sistemi-mondo, la vicenda ha una forma riconoscibile: gli shock esterni attraversano il centro e si depositano sulla periferia, che ha meno margini per assorbirli. Il Mezzogiorno funziona da periferia interna dell’Europa. Importa energia a prezzi di mercato globale, esporta prodotti agricoli in competizione con importazioni soggette a standard diversi, dipende da una logistica strada-mare che nessun incentivo pagato in ritardo riesce a rendere sostenibile. Su questo si innestano fragilità di lungo periodo come il credito difficile, lo spopolamento e l’arretramento dei servizi, che l’autonomia differenziata rischia di accentuare.

La copertura nazionale ha registrato i blocchi come cronaca del traffico più che come fatto politico. È una scelta che pesa: una protesta trattata come disagio stradale non obbliga nessuno a rispondere sul merito. Eppure il merito è chiaro. Un Paese che importa gli effetti delle guerre altrui senza strumenti propri per governare il costo dell’energia finisce per trasferirli sui territori e sulle categorie più deboli.

Per le prossime settimane gli indicatori da seguire sono pochi e osservabili: un intervento specifico sul gasolio agricolo e da autotrazione, il pagamento del Sea Modal Shift, l’eventuale proroga dei fermi oltre il 20 e il 22, la saldatura con lo sciopero dei pescatori. In assenza di misure, gli stessi promotori siciliani hanno già prospettato di proseguire. Se accadrà, sarà difficile continuare a chiamarla una vertenza di categoria.

Dalle strade del Sud arriva una domanda che riguarda tutto il Paese: chi decide quanto costa produrre in Italia, e chi ne paga il prezzo quando la decisione viene presa altrove.

“Esistono entità che ci guidano. Se credo ai fantasmi? Non lo so, ma ho avuto esperienze paranormali”: la confessione di Deva Cassel

18 October 2026 at 09:00

Tra atmosfere oniriche, sedute spiritiche e il palcoscenico dell’Opéra Garnier, Deva Cassel fa il suo debutto da protagonista sul grande schermo. Alla Festa del Cinema di Roma, l’attrice ventiduenne ha presentato L‘amore immortale (in uscita per 01 Distribution), una rilettura cinematografica del classico Il fantasma dell’Opera di Gaston Leroux. Un progetto che ha richiesto mesi di allenamento per calzare le scarpette da ballo, ma che l’ha attratta fin dal primo momento per la sua forte componente sovrannaturale. Un tema verso il quale Cassel confessa un’intima e inaspettata connessione.

Il legame con l’occulto e le forze invisibili

Interrogata sulla dialettica tra reale e soprannaturale che permea la pellicola, l’attrice non si sottrae e svela un lato personale legato all’invisibile. “Se credo ai fantasmi? Non lo so, ma mi piace pensare che esistano entità e forze più grandi di noi, capaci di guidarci”, confessa Cassel. Una fascinazione che affonda le radici in episodi vissuti in prima persona: “Ho avuto esperienze quasi paranormali e, quando mi hanno proposto questo progetto, ero molto interessata a come Alexandre volesse mettere in scena questo aspetto”.

La regia di Alexandre Castagnetti asseconda questo mistero, ma ne ribalta le prospettive tradizionali. Il regista ha infatti scelto di narrare la vicenda interamente dal punto di vista della giovane protagonista, “trasformando il mito di Orfeo in mito di Euridice”, con l’obiettivo di “sottolineare la forza delle donne”, portando finalmente le eroine al centro della scena.

La danza come disciplina e libertà

Nel film, Cassel interpreta Anastasia Marescu, una ragazza che dalle montagne della Romania riesce ad accedere alla prestigiosa compagnia dell’Opéra di Parigi, ritrovandosi subito coinvolta nella messa in scena di un’opera maledetta, L’Orpheus di Ernest Dupré. Prima di affrontare il valzer per la serie Il Gattopardo, l’attrice non aveva mai studiato danza. Per calarsi nel ruolo di Anastasia, si è sottoposta a tre mesi di studio costante, affiancata dalla sua controfigura e dall’attrice Laïka Blanc-Francard.

“Serve molta disciplina. E costanza”, ammette ripensando alla preparazione. “È stato un lavoro da zero, ogni giorno più interessante. Mi ha aiutato a trovare una coscienza della fisicità che prima non avevo, una sincronizzazione tra il corpo e la mente. Il movimento ti regala libertà, Anastasia di prova in prova si lascia andare”. Una fisicità culminata nelle scene finali del balletto, girate dal vero all’interno dell’Opéra Garnier e rese complesse dalla presenza dell’acqua, elemento centrale legato al lago sotterraneo in cui si nasconde il fantasma.

La gestione della pressione e l’insegnamento dei genitori

Al centro del racconto gotico si snoda anche l’amore impossibile tra la ballerina e lo spettro pianista (interpretato da Julien de Saint-Jean). Un sentimento che per l’attrice muta forma con il tempo: “L’amore assoluto è qualcosa difficile da definire. Credo cambi con l’età. Per me è sinonimo di ascolto e pazienza, in modo incondizionato. Il vero regalo — me l’hanno insegnato i miei genitori — non è essere amato ma amare”.

E proprio dalla famiglia, Monica Bellucci e Vincent Cassel, ha ereditato gli strumenti per gestire il peso delle aspettative e l’invadenza della fama. “Certo, l’esposizione è molto forte, può essere invasiva”, riconosce. “Ma i miei mi hanno insegnato a trovare tempo e modo per isolarmi, credo tutti ne abbiamo bisogno. Mi hanno ripetuto più volte: prenditi i tuoi tempi, anche i silenzi. Non c’è sempre bisogno di spiegare tutto“.

Una barriera protettiva che le permette di affrontare i set cinematografici con lucidità e senza soccombere alle dinamiche di rivalità, diversamente da quanto accade alla sua Anastasia. L’ambiente del cinema, osserva, si è rivelato meno insidioso rispetto alle sue esperienze precedenti: “Il cinema lo è meno, anche rispetto alla moda dove ho iniziato e dove ho imparato molto. Io, semmai, la competizione la sento con me stessa: sei tu che devi metterti in gioco“. E il gioco, per Deva Cassel, continuerà presto con un nuovo ruolo da protagonista: sarà Maria di Nazareth nel film Zero A.D. diretto da Alejandro Monteverde.

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L’Iran, un cobra arrotolato pronto a moderdere

By: A A
17 October 2026 at 22:05

L’Iran e il Pakistan sono fortemente impegnati nella costruzione di un ordine finanziario post-americano nel punto di incontro tra l’Asia occidentale e l’Asia meridionale.

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Andiamo subito al nocciolo della questione: dopo aver esaminato attentamente la scacchiera, la leadership politica e militare di Teheran è già giunta alla conclusione che un attacco congiunto statunitense-israeliano, la cui pianificazione procede a ritmo frenetico, sia inevitabile.

Pertanto, si sono ora posizionati come un cobra arrotolato, pronto a colpire e a iniettare veleno letale al primo sentore di una minaccia imminente da parte del Sindacato di Epstein – senza nemmeno attendere un attacco effettivo.

L’offensiva preventiva, già delineata, sarà devastante, estendendosi oltre le basi statunitensi nell’Asia occidentale ad altri obiettivi regionali e includendo potenzialmente le infrastrutture energetiche del Golfo e i cavi sottomarini (in questo caso con ripercussioni che interesseranno soprattutto il Golfo e l’India, molto più che gli Stati Uniti e l’Europa).

Ci troviamo in una situazione di pericolo chiaro e imminente: una mossa militare statunitense-israeliana intesa come pressione sarà certamente interpretata a Teheran come l’inizio di un attacco.

Pertanto, la pressione bellica esercitata dal «culto della morte» e da Trump si scontra ora con una soglia di tolleranza iraniana pericolosamente bassa. Le opzioni di attacco del Pentagono spaziano dagli impianti nucleari iraniani alle infrastrutture energetiche.

Va da sé che il «sociopatico in capo» – già in preda al panico per l’imminente debacle delle elezioni di medio termine – sia una facile preda della potente lobby sionista e dei suoi finanziatori favorevoli alla guerra. Il pericolo strategico supremo è quindi che questa pressione incessante possa produrre un segnale che Teheran interpreti come un attacco imminente, anche se Washington sostiene pubblicamente che non vi sarà alcun attacco prima delle elezioni di medio termine.

Lo Yemen sta portando la situazione a un livello superiore

Parallelamente, fonti privilegiate a Islamabad confermano il successo di un test missilistico pakistano a Mach 7, con una gittata di diverse migliaia di chilometri. Questa nuova capacità ha tutte le carte in regola per alterare concretamente l’equilibrio di potere in Asia occidentale, rafforzando la portata deterrente del Pakistan e la sua capacità di influenzare ogni calcolo di sicurezza regionale, oltre ad accrescere la sempre più profonda interconnessione del Pakistan con la Cina, l’Iran e le petro-monarchie del Golfo.

Ed ora un’altra esclusiva: membri dei servizi di intelligence militare israeliani, tra cui un generale di divisione, hanno lasciato Riyadh dopo che MbS, in un presunto momento di lucidità, ha detto «No» all’offerta di «assistenza» da parte del culto della morte. Eppure, più di 100 membri del personale del CENTCOM rimangono sul posto.

La decisione di MbS potrebbe essergli stata imposta dalla Turchia e dal Pakistan – gli altri due firmatari dell’Alleanza di Difesa della Mecca, che si sono improvvisamente ritrovati nella stessa sala operativa a Riyadh fianco a fianco con agenti del culto della morte.

Ora, la loro partenza potrebbe aver eliminato un rischio di escalation, ma gli agenti statunitensi rimangono esposti: qualsiasi attacco, da qualunque parte provenga, che causi vittime tra le forze statunitensi trascinerà immediatamente Washington nella guerra tra Arabia Saudita e Ansarallah.

La guerra tra Arabia Saudita e Ansarallah, infatti, sta raggiungendo il livello successivo: quello della volatilità. Il mix esplosivo costituito dall’intercettazione di un missile da crociera sopra la provincia di Medina, dalle intercettazioni di droni in altre zone dell’Arabia Saudita e dagli attacchi missilistici delle Forze Armate yemenite contro il complesso presidenziale del governo fantoccio di Aden è solo l’inizio.

Ciò che è accaduto dopo che Ansarallah ha preso di mira Najran – una delle province meridionali dell’Arabia Saudita sottratte allo Yemen nel 1934 dagli inglesi – è un fatto che suscita grande stupore.

Un portavoce saudita ha accusato Ansarallah di aver lanciato un missile da crociera contro Medina. La risposta dell’iconico portavoce delle Forze Armate yemenite, il generale Yahya Saree, è stata devastante: «Oggi non abbiamo condotto alcuna operazione militare contro il territorio saudita. Pertanto, l’affermazione del nemico saudita secondo cui Medina sarebbe stata presa di mira è una vera e propria invenzione e una grave menzogna».

Traduzione: lo Yemen colpisce una delle sue ex province; i sauditi ricorrono a una notizia totalmente falsa, inventando un attacco a una delle due moschee sacre – senza dubbio come preparazione per un’operazione sotto falsa bandiera; poi lo Yemen nega prontamente di aver colpito qualsiasi (corsivo mio) territorio saudita.

Ciò significa che Sana’a sta dichiarando in modo sottile, affinché tutti possano comprenderlo, di non condurre più operazioni all’estero (il corsivo è mio) nelle tre province: Jizan, Najran e Asir. Sta già – psicologicamente e operativamente – preparando il terreno per recuperare il proprio territorio sottratto.

Tutto ciò si sintetizza in questa concisa analisi proveniente dallo Yemen sulla decostruzione della sfarzosa Casa dei Saud:

«Lo Yemen sta minando i pilastri estremamente fragili dell’economia non petrolifera su cui i “pirati del deserto” hanno riposto tutte le loro speranze: immagine, investimenti (FDI), evasione dalla realtà, nonché impunità e invulnerabilità nei confronti del terrorismo proveniente dall’estero».

Come Pakistan e Iran aggirano il FMI

Prestino ora attenzione a un fatto piuttosto sorprendente avvenuto a metà settimana a Bangkok, durante la riunione annuale del FMI e della Banca Mondiale – debitamente accolta da proteste di piazza in Thailandia.

Il governatore della Banca Centrale iraniana, Abdolnaser Hemmati, ha incontrato il governatore della Banca Centrale pakistana, Jameel Ahmad, a margine del principale rituale annuale in lode del dollaro statunitense.

Il Pakistan è sottoposto alla ferrea morsa degli adeguamenti strutturali imposti dal FMI e dalla Banca Mondiale – e, come se non bastasse, è minacciato dalle sanzioni statunitensi perché intrattiene rapporti commerciali con l’Iran.

Pertanto, il fatto che Pakistan e Iran stiano di fatto discutendo della de-dollarizzazione proprio all’interno della tana del leone – il tempio del dollaro statunitense – è di un valore inestimabile.

L’infrastruttura è operativa dal 2023, grazie a un accordo di swap valutario che utilizza il rial e la rupia al posto del dollaro statunitense. Il baratto è gestito da entrambe le Banche Centrali, mentre i canali bancari passano attraverso la Bank Melli in Iran e la Bank Mellat in Pakistan. I loro mercati di confine – almeno sei – sono in forte espansione: rotte commerciali fisiche che aggirano completamente il dollaro statunitense.

Ciò di cui si è discusso a Bangkok all’inizio di questa settimana è come espandere l’intero sistema: non gliene importa nulla delle sanzioni secondarie statunitensi. Soprattutto perché Teheran sta offrendo a Islamabad ciò che il sistema americano semplicemente non può offrire: sovranità, nessun cambio di regime, nessuna austerità, nessuna lezione e, soprattutto, nessun aggiustamento strutturale.

Senza contare che il Pakistan ha un disperato bisogno del gas iraniano – e delle rotte commerciali della Nuova Via della Seta promosse dalla Cina.

L’Iran ha costruito un’intera economia aggirando completamente il FMI – e in grado di sopravvivere a uno tsunami di sanzioni, a un blocco e alla guerra.

Ora l’Iran e il Pakistan sono impegnati a fondo nella costruzione di un ordine finanziario post-americano all’incrocio tra l’Asia occidentale e l’Asia meridionale – completo di swap valutari, commercio di baratto, mercati di confine in forte espansione e canali bancari adeguati, che rendono le sanzioni secondarie una farsa.

A proposito, ciò sta avvenendo proprio mentre un immenso treno iraniano, carico di petrolio greggio – e il primo di molti – è pronto a partire alla volta della… Cina attraverso l’Asia centrale, sulla ferrovia della Nuova Via della Seta costruita dalla Cina.

Il cobra arrotolato potrebbe essere pronto a colpire. Ma il cobra, da tempo immemorabile, ama anche fare affari.

Intelligenza Umana, Intelligenza Artificiale e il futuro della guerra algoritmica

By: A A
17 October 2026 at 16:30

La tecnologia può stabilire come un’arma raggiunge il bersaglio, mentre spetta all’umanità decidere se quel bersaglio debba essere colpito. La domanda che si cela dietro a tutto ciò è chi, concretamente, eserciti quell’umanità, con quali strumenti di conoscenza e dentro quali istituzioni.

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Dalla persona al bersaglio

Che cosa ne è dell’umanità quando la tecnologia diventa capace di riconoscere, classificare, seguire e infine uccidere esseri umani senza che chi colpisce li abbia mai visti? Se lo è chiesto l’amico Mohammad Reza Dehshiri e la sua risposta ha una formula efficace. Il pericolo, scrive, non è l’intelligenza artificiale ma l’inumanità artificiale, cioè la possibilità che le macchine diventino più accurate proprio mentre gli uomini smettono di sentirsi responsabili di ciò che quelle macchine fanno in loro nome.

Con questo articolo apro una serie che parte dalla diagnosi di Dehshiri e prova a spingersi oltre. Se il problema è l’inumanità artificiale, la risposta non può consistere in un’IA «più etica», come se l’etica fosse un modulo da installare a valle di un sistema già progettato. Bisogna recuperare una categoria che il lessico tecnologico ha reso quasi impronunciabile: l’intelligenza umana, intesa non come un residuo da proteggere nelle pieghe dell’automazione, ma come una forma di conoscenza con prerogative proprie, che nessun aumento della potenza di calcolo può surrogare.

La chiamerò Human Intelligence, e l’ambiguità è voluta. Nel gergo dei servizi di informazione, HUMINT designa la più antica delle discipline informative: quella che passa per le persone, le fonti, le lingue, la frequentazione paziente dei luoghi. Nel lessico filosofico l’espressione indica la facoltà di comprendere. La tesi di questo primo contributo è che i due significati oggi convergono, e che la loro convergenza ha una portata geopolitica che va ben oltre il dibattito sull’etica delle armi.

Possiamo descrivere la catena operativa della guerra contemporanea in sette passaggi: rilevare, identificare, classificare, predire, ordinare per priorità, designare, colpire. Ogni anello può essere tecnicamente raffinato senza che la sequenza, presa nel suo insieme, lo sia sul piano morale. Il fenomeno che ne risulta viene chiamato «datificazione della vita umana»: l’individuo ridotto a un’identità, a una posizione, a uno schema di comportamento, a un punteggio di minaccia.

Non si tratta di un’astrazione. Nell’aprile 2024 un’inchiesta di Yuval Abraham per +972 Magazine e Local Call ha descritto Lavender, un sistema impiegato dalle forze armate israeliane a Gaza per attribuire a decine di migliaia di persone una probabilità di affiliazione ai gruppi armati. Secondo le fonti interne citate dall’inchiesta, la verifica umana di ciascun nominativo si riduceva spesso a una ventina di secondi, il tempo necessario per accertare che il bersaglio fosse di sesso maschile. Le forze armate israeliane hanno contestato questa ricostruzione e hanno descritto Lavender come una banca dati di supporto agli analisti. Anche accettando la versione ufficiale, però, il nodo resta intatto: un operatore umano era presente, e la sua presenza non bastava a trasformare la raccomandazione del sistema in un giudizio.

La psicologia cognitiva ha un nome per questo fenomeno, automation bias: la tendenza di chi lavora con un sistema automatizzato a trattarne le indicazioni come sostituto della propria verifica, e a non cercare le informazioni che potrebbero smentirle. Nel 1976 Joseph Weizenbaum, che aveva costruito uno dei primi programmi conversazionali della storia, distingueva già tra la capacità di calcolare e quella di giudicare, e sosteneva che vi sono compiti che non andrebbero affidati a un calcolatore anche se il calcolatore fosse in grado di svolgerli. Mezzo secolo dopo la distinzione è diventata più urgente. Il calcolo lavora su ciò che è già stato tradotto in dato. Il giudizio deve decidere se quella traduzione è stata fedele.

Dehshiri fissa il punto con quattro distinzioni: la precisione tecnica non è precisione etica, l’accuratezza non è giustizia, l’automazione non è responsabilità, la superiorità tecnologica non è superiorità morale. Ne aggiungerei una quinta, di ordine epistemico, da cui dipendono le altre: la correlazione non è comprensione. Un sistema di apprendimento automatico riconosce regolarità statistiche in un insieme di dati. Non sa che cosa sia una scuola, perché non sa che cosa sia un bambino, e non sa nemmeno di non saperlo.

L’iraniano prende un caso studio interessante: Il 28 febbraio 2026, nelle prime ore della guerra, la scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia di Hormozgan, fu colpita più volte durante l’orario di lezione. Le cifre fornite dalle autorità iraniane oscillano tra 150 e 175 morti, in grande maggioranza bambine, con decine di insegnanti e alcuni genitori; il procuratore della contea ha indicato un bilancio definitivo di 156 vittime. Washington non ha mai riconosciuto direttamente la propria responsabilità né pubblicato le conclusioni dell’indagine del Pentagono. Amnesty International ha parlato, nella migliore delle ipotesi, di un grave fallimento dell’intelligence.

C’è un dettaglio, emerso dalle immagini satellitari, che sposta l’analisi dal piano morale a quello conoscitivo. Secondo i media occidentali, la scuola sorgeva accanto a una base navale dei Guardiani della Rivoluzione e in passato ne aveva fatto parte; tra le spiegazioni circolate negli ambienti statunitensi c’è quella di dati di puntamento non aggiornati. Se l’ipotesi venisse confermata, Minab non sarebbe il caso di una macchina che sbaglia, ma di un archivio che ha smesso di corrispondere alla realtà. L’edificio era cambiato. Il dato no.

Nessun algoritmo di classificazione, per quanto sofisticato, può accorgersi che un vecchio fabbricato militare è diventato una scuola se nessuno ha registrato il cambiamento. Lo sapeva chiunque vivesse a Minab: i genitori che ogni mattina accompagnavano le figlie, il conducente dello scuolabus, gli insegnanti. È esattamente il tipo di sapere che la HUMINT raccoglie e che la guerra a distanza tende a considerare superfluo, perché lento, costoso, difficile da scalare. Allo stato delle fonti pubbliche, la responsabilità statunitense appare altamente probabile, mentre la dinamica resta indeterminata e la confidenza su questo punto è bassa: errore della banca dati, errore di classificazione, oppure accettazione consapevole del rischio. Le tre ipotesi, però, convergono sulla stessa domanda. Chi, prima del lancio, ha verificato se in quell’edificio ci fossero persone?

Oltre il “human-in-the-loop”

Il dibattito internazionale si è a lungo accontentato del principio del human-in-the-loop, l’essere umano inserito nel circuito decisionale.

La formula è insufficiente: un uomo può essere presente nel circuito e limitarsi a ratificare la raccomandazione dell’algoritmo. Propone di sostituirla con un principio più esigente, che chiama humanity-in-command: la capacità effettiva di mettere in discussione, respingere, scavalcare e arrestare il processo automatizzato.

La storia della Guerra fredda offre due esempi che chiariscono che cosa significhi in concreto. Il 26 settembre 1983 il sistema sovietico di allerta precoce Oko segnalò il lancio di cinque missili balistici dagli Stati Uniti. L’ufficiale di turno, Stanislav Petrov, classificò l’allarme come un errore e non lo trasmise come attacco in corso, ragionando che un primo colpo americano non sarebbe mai consistito in cinque missili soltanto. Aveva ragione: il satellite aveva scambiato per lanci i riflessi del sole sulle nubi. Ventuno anni prima, il 27 ottobre 1962, nelle acque dei Caraibi, il sottomarino sovietico B-59, isolato e bersagliato da cariche di profondità di segnalazione, fu sul punto di impiegare un siluro a testata nucleare. Il lancio richiedeva il consenso dei tre ufficiali superiori a bordo, e Vasilij Archipov lo negò.

In nessuno dei due casi l’uomo approvò una raccomandazione del sistema. La contraddisse. E non lo fece perché disponeva di più dati: i dati, anzi, erano il problema. Lo fece perché seppe porsi una domanda che nessuna procedura gli imponeva, cioè se ciò che vedeva avesse senso rispetto a tutto il resto che sapeva del mondo. Petrov conosceva la dottrina nucleare americana; Archipov conosceva la differenza tra un attacco e un’intimidazione. È questa capacità di confrontare il segnale con l’insieme, il particolare con il plausibile, che chiamo Human Intelligence. Vale la pena notare che il Dena è stato affondato da un sottomarino. Non sappiamo che cosa sia stato chiesto ai suoi ufficiali, né quali margini di valutazione avessero.

La proposta va precisata, perché il rischio è di ridurla a un appello umanistico generico. La Human Intelligence, così come la intendo, si articola su tre piani distinti, ciascuno dei quali segna un limite strutturale, e non contingente, dell’intelligenza artificiale.

Il primo piano è epistemico. La tradizione scolastica distingueva tra intellectus, l’atto con cui la mente coglie in modo immediato una verità, e ratio, il procedere discorsivo da un elemento all’altro: per Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, I, q. 79, a. 8) le due non sono facoltà diverse ma momenti di un unico intelletto, in cui il ragionamento parte da una comprensione e a una comprensione ritorna. I sistemi attuali di apprendimento automatico realizzano una ratio di potenza inaudita, capace di inferire, combinare, predire su scale inaccessibili alla mente umana. Manca loro il momento dell’intellectus, cioè la presa sul senso di ciò che elaborano. È una tesi filosofica e va presentata come tale, ma ha conseguenze operative precise: un sistema privo di comprensione non può sapere quando il proprio modello del mondo è diventato falso.

Il secondo piano è pratico. La prudentia, nella definizione tomista, è la retta ragione applicata all’agire, e il suo compito specifico consiste nel portare il principio universale fino al caso singolare. La macchina generalizza: il suo valore sta nel ricondurre il singolo caso a una classe. La prudenza fa l’opposto, perché deve riconoscere ciò che, in questo caso, sfugge alla classe. La guerra, che è il regno del singolare e dell’imprevisto, è il terreno in cui la differenza pesa di più. La nota vaticana Antiqua et nova del gennaio 2025 ha ripreso questa linea, insistendo sul carattere incarnato e relazionale dell’intelligenza umana e sulla sua irriducibilità a una funzione di elaborazione.

Il terzo piano è relazionale, ed è qui che il significato filosofico incontra quello dei servizi. Sherman Kent, che negli Stati Uniti del dopoguerra fondò di fatto gli studi sull’intelligence, la definiva prima di tutto come conoscenza, prima ancora che come organizzazione o attività. La HUMINT è la forma di questa conoscenza che passa attraverso l’altro come persona: chi parla la sua lingua, conosce le sue abitudini, sa leggere un quartiere, distingue una festa da un raduno. Negli ultimi tre decenni le grandi potenze hanno progressivamente spostato risorse verso le discipline tecniche, dalla raccolta di segnali all’osservazione satellitare, fino alle piattaforme di fusione dei dati. Minab mostra il prezzo di questo squilibrio.

Nulla di tutto questo implica un rifiuto della tecnologia. La Human Intelligence non si oppone all’IA come il manuale si oppone al meccanico. Ne stabilisce la gerarchia: l’algoritmo come strumento ordinato a un giudizio che non può produrre da sé. E ne ricava un principio, che Dehshiri formula e che merita di diventare criterio operativo: quanto più la tecnica allontana chi agisce dalle conseguenze del proprio atto, tanto più deve crescere la responsabilità cosciente di chi decide, non diminuire.

Geopoliticamente parlando

Fin qui la questione potrebbe sembrare di filosofia morale. Non lo è soltanto. La distribuzione della capacità di guerra algoritmica è una distribuzione di potere, e le regole che la governeranno saranno scritte, se mai lo saranno, da chi ha interesse a limitarle il meno possibile.

Lo stato del diritto internazionale lo conferma. Il gruppo di esperti governativi istituito nell’ambito della Convenzione su certe armi convenzionali discute dei sistemi d’arma autonomi letali dal 2017 senza essere approdato a uno strumento vincolante. Gli Stati Uniti hanno promosso nel novembre 2023 una dichiarazione politica sull’uso militare responsabile dell’IA, per definizione non vincolante; nel dicembre dello stesso anno l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la prima risoluzione dedicata a questi sistemi, mentre il Comitato internazionale della Croce Rossa chiede dal 2021 il divieto dei sistemi autonomi imprevedibili e di quelli progettati per colpire esseri umani. Nel giugno 2024, intervenendo al G7 di Borgo Egnazia, Papa Francesco aveva chiesto che nessuna macchina sia mai messa nelle condizioni di decidere della vita di una persona. Il divario tra queste posizioni e la pratica dei teatri di guerra del 2026 si misura in vittime.

C’è poi un’asimmetria più profonda. Chi controlla i dati decide chi è un bersaglio, e le vittime della guerra algoritmica si trovano in larga parte fuori dall’Occidente: a Gaza, in Iran, nel Sahel, nello Yemen. Per gli Stati che non producono le piattaforme e non ne controllano gli archivi, la Human Intelligence diventa allora una questione di sovranità. Un Paese che mantiene competenze linguistiche, conoscenza regionale, reti umane di informazione conserva un’autonomia di giudizio; un Paese che affida la propria visione del mondo a sistemi progettati altrove, spesso da imprese private, la cede insieme ai dati. In un ordine che tende al multipolarismo, questa differenza separerà gli attori che giudicano da quelli che vengono giudicati.

Ne discende una proposta concreta, che svilupperò nei prossimi contributi. Accanto al principio generale del controllo umano significativo, il diritto internazionale umanitario potrebbe codificare un obbligo specifico di verifica umana dello status civile per ogni infrastruttura fissa inserita in una lista di obiettivi, con una data di validità oltre la quale l’informazione decade e va rinnovata con fonti dirette. È una norma minima. Applicata a Minab, avrebbe imposto a qualcuno di chiedersi se quell’edificio fosse ancora ciò che l’archivio diceva.

La tecnologia può stabilire come un’arma raggiunge il bersaglio, mentre spetta all’umanità decidere se quel bersaglio debba essere colpito. La domanda che si cela dietro a tutto ciò è chi, concretamente, eserciti quell’umanità, con quali strumenti di conoscenza e dentro quali istituzioni. A Minab qualcuno avrebbe dovuto sapere che c’era una scuola. Il fatto che nessuno lo sapesse, o che nessuno lo abbia chiesto, è il punto da cui ricominciare.

Proteste giovanili e contestazione delle falsificazioni nel censimento, l’India assedia Nerendra Modi

By: A A
17 October 2026 at 10:30

Nerendra Modi intende forgiare un nuovo cittadino indiano, un nazionalista di Bharat, il nuovo e al contempo antico nome che ha imposto all’immensa e plurale nazione, prima al mondo per abitanti e terza per capacità economica, deciso a realizzare tale chimerica utopia, non disdegna di utilizzare tutte le leve del potere, anche in modo spregiudicato.

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Arrestare settemila studenti è certamente un segno di debolezza, il tutto con un dispiegamento di cinquantamila soldati delle forze dell’ordine e militari, come a inizio ottobre 2026 a Delhi e in altre città a fronte del movimento di protesta che ha saldato insieme i giovani scesi da mesi nelle piazze per rivendicare un futuro e non l’insulto di “scarafaggi”, loro tributato dal ministro all’istruzione poi costretto alle dimissioni, termine trasformatosi nella definizione del loro movimento politico, il Partito del Popolo degli Scarafaggi, unitosi con i rappresentanti di tutti gli altri partiti dell’opposizione, decisi a rigettare i nuovi elenchi elettorali che hanno fatto sparire, è vero, alcuni indiani deceduti, ma anche molti del tutto vivi e vegeti, eppure sgraditi, spesso perché musulmani, con la capziosa giustificazione che non sarebbero cittadini indiani, quando lo sono da sempre, registrati nell’anagrafe nazionale e in quella elettorale, impropriamente accusati di essere immigrati bengalesi che si camuffano da indiani.

Le manifestazioni sono state aperte, in testa ai cortei, dai “resuscitati”, ovvero i presunti morti, in realtà in ottime condizioni fisiche e mentali, insomma quasi un gogoliano ribaltamento delle celebri “Anime morte”, infatti in questo caso non si contano nei censimenti i morti, ma si fanno sparire i vivi.

Delhi resta in stato d’assedio, le manifestazioni sono state generalmente vietate, tuttavia Nerendra Modi, dopo quasi tre lustri di potere incontrastato e di politiche di totale deregolamentazione neoliberista e ultra – induista, deve fare i conti con l’insofferenza ogni giorno crescente e manifesta di ampi settori della società.

D’altronde tanto accanimento interno contro gli oppositori è inteso a ovviare anche alla modesta estate del primo ministro, il vertice dei BRICS organizzato nella capitale indiana è stato un mezzo fallimento. Nessuno degli attuali promotori del multipolarismo si fida di lui, essendo un amico fraterno di Israele, nonché in combutta economica e militare con gli emiratini, a loro volta al servizio dell’imperialismo occidentale contro gli iraniani e in Sudan e Burkina Faso in azione contro i governi legittimi e contro i progetti di cooperazione di quelle nazioni con Cina e Russia.

Le politiche di Modi sono tutte orientate ad abbandonare la storica vicinanza alla causa palestinese dei tempi del non – allineamento indiano, privilegiando piuttosto la cooperazione nel settore degli armamenti con l’entità statuale israeliana, amplificata, come emerso dal trionfale discorso di Modi alla Knesset nel febbraio 2026, dalla profonda affinità tra il sionismo e l’estremismo induista propugnato dal Bharatiya Janata Party.

Al vertice kirghiso dello SCO, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, di fine agosto Modi è stato relegato ai margini della fotografia ufficiale, mentre il presidente ospitante si stringeva al centro con il primo ministro pakistano, oltre ovviamente a Vladimir Putin e a Xi Jinping.

L’indiana Via del Cotone poi, visti i conflitti che incendiano tutta l’Asia Occidentale, sono sempre più aleatori, buoni soltanto per la mistificazione mediatica messa in campo dai media europei in funzione anti – cinese.

Le manifestazioni hanno per altro rovinato la festa per l’avvento, un quarto di secolo fa, il 7 ottobre 2001, al potere di Modi nel Gujarat, continuazione della parossistica celebrazione del suo 76° compleanno lo scorso 17 settembre, festeggiato con manifestazioni e pellegrinaggi.

La stampa d’opposizione ha insistito piuttosto nel ricordare come, solo un anno dopo il suo insediamento nel 2002, Modi abbia scatenato nel Gujarat una caccia al musulmano senza precedenti, un’ondata di violenza che ha mietuto almeno un paio di migliaia di morti, fatti la cui brutalità è rimasta tragicamente e traumaticamente nel ricordo collettivo.

Il vero dato che spaventa il primo ministro è il fatto che mobilitazioni di così grande portata non attraversano il vasto paese dai tempi di Jawaharlal Nehru e successivamente di sua figlia Indira Gandhi, tuttavia quelle erano manifestazioni a sostegno e non contro il capo di governo, nel primo caso per sostenere il Movimento dei Non Allineati, nel secondo per sottolineare la soddisfazione popolare per l’alleanza con i sovietici, volta a trasformare l’India in una potenza atomica.

Il nazionalismo indù del BJP, ovvero Bharatiya Janata Party, di Nerendra Modi sta invece tentando una rottura netta con tutto quel passato, immagina la nazione come capace di proporre sullo scenario internazionale una propria egemonia, se non esattamente imperialistica, certamente verso un mondo indiano – centrico. Anche in questo caso le aspettative di Modi si scontrano con la modestia delle relazioni stabilite con le vicine nazioni nello spazio eurasiatico e ugualmente negli altri continenti, mentre la proposta multipolare sino – russa risulta largamente condivisa dalle nazioni del Sud Globale.

La narrazione ufficiale di un Nerendra Modi quale figlio di un venditore di tè  dalle origini estremamente umili, è parallela alla lunga militanza nel Rashtriya Swayamsevak Sangh, ovvero la Lega Nazionale dei Volontari, organizzazione ultra – induista fondata nel 1925, nota per la sua feroce adesione al sistema delle caste, molto prossimo ai criteri di discriminazione dei sistemi  fascisteggianti della prima metà del XX secolo. È stata quella infatti la scuola sociale e politica nella quale da giovane si è formato, rafforzando la devozione che tanto lui quanto i dirigenti e i militanti del suo partito portano verso l’assassino del mahatma Gandhi, ovvero Nathuram Godse, il quale proprio grazie a Modi dal 2020 ha un santuario che ne ospita le ceneri e che è meta di pellegrinaggio per tutti gli attivisti del Bharatiya Janata Party, lo stesso primo ministro si è recato più volte a Pune, mostrando convinta adesione alle ragioni nazionalistico – induiste, anti – pakistane e anti – musulmane che hanno ispirato quel gesto omicida compiuto il 30 gennaio 1948 a Nuova Delhi.

Alcune iniziative promosse dai suoi sostenitori nel corso dei festeggiamenti di settembre – ottobre più che aumentare la considerazione del primo ministro, hanno rasentato il ridicolo, nel piccolo stato del Tripura il governatore locale Manik Saha ha imposto, con vivo disappunto delle famiglie, alle bambine e ai bambini di tutte le cinquemila scuole di partecipare a concorsi di disegno e di scrittura in lode di Nerendra Modi. Il risultato è che dopo un decennio di egemonia induista lo stato di Tripura ha tutta la possibilità di tornare ad essere governato dal Fronte di Sinistra, guidato dal Partito Comunista Indiano – Marxista (CPI-M) e dai suoi alleati. Tuttavia questo fenomeno può apparire estremo, ma non isolato, in Rajasthan, lo storico partito dei Gandhi, il Congresso, oggi all’opposizione, ha criticato le direttive rivolte a studenti e insegnanti di tutti gli istituti scolastici statali e privati per la partecipazione alle celebrazioni per il primo ministro.

Proprio il Congresso sottolinea e documenta ampiamente come sia imbarazzante investire tanti denari pubblici per celebrazioni fuori luogo, quando, a detta dello stesso primo ministro, ancora molte siano le aree, non solo rurali, in cui mancano i servizi igienici e il collegamento, almeno per i villaggi più remoti, alla rete elettrica, il tutto mentre gli indiani scendono in piazza per protestare e al contempo gli attivisti del Bharatiya Janata Party scorrazzano in bus collettivi e motociclette da Varanasi a Vadnagar, città natale di Modi nel Gujarat, con gigantografie del primo ministro ed enormi bandiere arancioni.

Anche i conflitti in corso in ogni landa del pianeta stanno assestando un duro colpo alla dottrina ultra – liberista di Modi, il quale fondandosi sulla massima deregolamentazione e la più spregiudicata libertà per i capitali, con il drammatico risvolto di scarsissime tutele per i lavoratori, non rispettando mai le organizzazioni sindacali e le normative ambientali, ha accresciuto il Prodotto Interno Lordo prima del Gujarat, poi di tutta l’India, con una crescita ancora al 7% per l’anno fiscale 2025/2026, tuttavia è abbastanza evidente che l’economia nel 2026/2027 segnerà un brusco ridimensionamento, complicando di molto la vita di quel terzo di indiani che vivono di un lavoro nel settore precario o in quello informale, già molto poco avvantaggiati dalla crescita degli anni passati, tra questi lavoratori molti sono musulmani, cristiani, dalit, ovvero appartenenti alla casta degli intoccabili, e adivasi, i popoli nativi che quasi nessuno conosce e ricorda, ma sommano nell’insieme almeno cento milioni di persone, non è un caso che la modesta lotta alla povertà abbia visto piuttosto accrescere profonde e pesanti divaricazioni sociali, con una ristretta minoranza sempre più abbiente.

Il governo per altro è stato ferocemente contestato per quasi tutto il 2026 anche dagli agricoltori, il movimento dei lavoratori della terra è infatti riuscito a impedire l’introduzione nel settore di leggi smaccatamente liberiste e penalizzanti i produttori diretti.

I venti di opposizione non appaiono impensierire per il momento il governo, tuttavia l’epoca dei trionfalismi, come quando nel gennaio 2024 Modi ha presieduto la sfarzosa inaugurazione del colossale tempio di Ram nella città di Ayodhya, anche in questo caso come altre volte edificato sul luogo di una preesistente moschea, appaiono se non irripetibili, del tutto lontani.

“Il cinema oggi mi inquieta, non fa ridere. Laura Antonelli è morta sola e povera, ascoltava Radio Maria, parlava con Dio chiamandolo ‘papino’ e diceva che la cocaina era la sua droga”: così Marco Risi

17 October 2026 at 10:14

La ricetta per rilanciare il cinema italiano è “mezzi importanti e idee importanti”, ma soprattutto “non bisogna ripetersi”. Marco Risi è un uomo intelligente. Forse un po’ malinconico, sicuramente dallo sguardo acuto e disincantato sulla vita, sul mondo e su quel cinema intrapreso a filo di babbo Dino, uno dei più grandi e sagaci della commedia all’italiana del dopoguerra. In una lunga e bella intervista rilasciata al Corriere, il regista di Mery per sempre e Il Muro di gomma ha aperto lo scrigno dei ricordi, tra cui la sua relazione sentimentale, e la fine tragica, di Laura Antonelli, la difficoltà nel girare film in Italia oggi senza fare flop e ovviamente l’ombra lunga del padre. “Una volta Vittorio Cecchi Gori disse a proposito di suo padre Mario: “Io morirò figlio”, spiega Risi jr. “Con papà tu dovevi sempre adeguarti. Lui quello sforzo non lo faceva. Dovevi sempre trovare la chiave per interessarlo. Quando mi dilungavo nei racconti di una cosa che era accaduta, lui mi guardava e diceva: “Titolo!”, non voleva perdite di tempo inutili – ricorda il regista spiegando che Dino non gli faceva mai complimenti, che era abbastanza duro e che non l’ha mai incoraggiato a fare cinema. “Anche se mi ha aiutato, perché dopo un mio periodo difficile, mi ha voluto con lui per scrivere due film. E una volta mi elogiò perché avevo scritto una scena riuscita e volgarotta per Sono fotogenico. Ma quando gli mostrai Mery per sempre vidi che gli brillavano gli occhi, era soddisfatto, forse persino orgoglioso di me”.

Risi jr. evoca anche momenti di una tenerezza inaudita riesumando dieci ore di girato del padre anziano, magrissimo (“pesava quarantotto chili, io lo stringevo e sentivo le sue ossa”) e la sua lontananza dalla politica: “Era stato socialista nenniano, poi gli piaceva La Malfa, alla fine si era ritratto. Ma non si sentiva parte della comunità dei registi e sceneggiatori che lui avvertiva come troppo impegnati e paventava il rischio che in ragione dell’appartenenza partitica si potesse perdere libertà e autonomia espressiva”. Infine gli ultimi istanti prima della fine nel 2008, con Marco che gira Fortapasc a Castelvolturno e Dino che lo raggiunge incuriosito sul set. Poi l’ultimo abbraccio e l’ultima telefonata qualche giorno dopo: “Al telefono disse che non ne poteva più. Aveva 91 anni e mezzo, una vita enorme e un vissuto straripante. Era stanco, semplicemente stanco. Io gli dissi di resistere, di farlo per me, non per lui. E lui mi ha risposto una cosa bellissima: “Pensa al tuo film”. Il capitolo Laura Antonelli è altrettanto doloroso. Con Marco ci fu un flirt (“non conosceva presunzione, non se la tirava, era bellissima, incredibilmente bella, la più bella del creato”) ma anche l’oblio e il cupio dissolvi di una diva finita in disgrazia che morirà sola e povera: “Di tutte le ricchezze accumulate con il suo lavoro non aveva più nulla. In casa c’erano solo pacchi di pasta, conserva di pomodoro e nell’armadio un solo abito, una specie di palandrana nera. Non aveva la televisione, ascoltava solo Radio Maria. Si sentiva in dialogo con Dio, che chiamava “papino”. Le ho chiesto se a rovinarla fosse stata la cocaina per la quale fu arrestata. Forse quel momento ha cambiato la sua vita. Lei mi ha risposto che no, che la cocaina era la “droga di Dio”.

L’ultimo film girato dal 75enne regista milanese è Il punto di rugiada. Film delizioso e poetico, perfino con una punta di cinismo paterno, eppure zero tituli al botteghino. “È un momento difficile per me e per il cinema italiano. Io ho tre soggetti e una sceneggiatura pronta, ma mi rendo conto che oggi realizzare un film è diventato complicato. Il cinema italiano al box office non va bene ed è un peccato, perché ci sono buoni film. Ma se la gente va in sala, e spesso non sono i più giovani, non vuole vedere un piccolo film sul grande schermo. Ci vogliono mezzi importanti e idee importanti, non bisogna ripetersi”. Poi certo, non sappiamo più ridere come una volta e il cinema ne ha risentito assai: “Ho sorriso vedendo un buon film italiano, Serpenti, ma ridere come si faceva una volta è diventato difficile. È fuori, nel mondo reale, che si trova il grottesco. Ma inquieta, non fa neanche ridere”.

L'articolo “Il cinema oggi mi inquieta, non fa ridere. Laura Antonelli è morta sola e povera, ascoltava Radio Maria, parlava con Dio chiamandolo ‘papino’ e diceva che la cocaina era la sua droga”: così Marco Risi proviene da Il Fatto Quotidiano.

Archivio Aperto, a Bologna il festival del filmato amatoriale con oltre 40mila pellicole

17 October 2026 at 06:06

Il cinema non è solo quello che riempie le sale, non è i ‘film evento’. È anche altro. Sono tante le mini-produzioni indipendenti, ignorate dai distributori, magari opere prime che non accettano quella trita struttura ‘televisiva’ nazionale che annienta, ormai da troppi anni, lo ‘specifico filmico’, per usare un desueto termine anni Settanta. Ci sono poi i prodotti audiovisivi ‘minori’ (si fa per dire…) che spesso appassiscono dopo labili apparizioni nei festival specializzati.

Meno male che, ogni tanto, c’è qualcuno che tenta di porre un freno a questo maligno sistema: certo lo fa Archivio Aperto, il festival di Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia (siamo alla diciannovesima edizione) che si tiene a Bologna anche quest’anno dal 22 al 26 ottobre. Un appuntamento “dedicato alla riscoperta del patrimonio filmico privato amatoriale, sperimentale, d’artista, in piccolo formato” conservato, catalogato e restaurato dai primi anni Duemila in poi e che ha creato, passo dopo passo, una monumentale montagna di oltre quarantamila pellicole.

La locuzione ‘film di famiglia’ non deve trarre in inganno: non si tratta, infatti, di filmati amatoriali che i papà e le mamme girano in giardino o in spiaggia per riprendere i propri pargoletti. Qui stiamo parlando di prodotti audiovisivi, girati senza tecniche iperprofessionali, ma che ci raccontano più realisticamente di tanti film prodotti con soldoni la storia del nostro Paese. E non unicamente quella.

Forse solo uno, fra questi filmati, almeno fra i prodotti italiani, l’ha girato una regista professionista come Francesca Archibugi: la storia pubblica e privata di una delle voci più dirompenti e lucide del femminismo, quella di Carla Lonzi (1931-1982). Dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, è la prima uscita pubblica del film sulla Lonzi ed è in programma il 22 ottobre, in serata.

Le opere presentate a Bologna (lungometraggi e cortometraggi) hanno tutte un unico comun denominatore: offrire uno sguardo sulla complessità del mondo che stiamo vivendo. Qualche appuntamento: Unsetting Genealogies, ad esempio, è una “ricerca di Alessandra Ferrini ospitata nella project room del festival e pone l’accento sulle origini fasciste di alcune istituzioni artistiche italiane”. E “in parallelo”, anche “sulla dimensione privata e affettiva della storia”.

Focus Upside Down descrive invece, con una serie di proiezioni e incontri, “le pratiche di militanza e di mediattivismo”; nella sezione L’Archivio che non c’è viene proiettato il documentario A Place in the Italian Sun che “riporta alla luce una storia poco conosciuta di violenza coloniale, esilio e reclusione” e in Storie Sperimentali viene presentata una retrospettiva d’autore: la proiezione delle Songs “canzoni visive mute” in pellicola originale (8 millimetri), ideate e realizzate da Stan Brakhage (1933-2003), regista americano sperimentale, autore di oltre 400 opere, la maggior parte delle quali girate in 8 e 16 millimetri (a volte dipingeva o manipolava con interventi esterni la pellicola…).

Fra gli altri, anche i filmati, interessantissimi, delle lotte sociali e politiche degli anni Sessanta e Settanta “che fecero dei media uno spazio di partecipazione, protesta, sperimentazione e libertà di informazione: da quello, a oggi inedito, su Radio Alice, a 50 anni dalla nascita dell’emittente, alle tristi esperienze del G8 di Genova; dalle Street TV dei primi anni Duemila, provocazione situazionista e di difesa della libertà d’informazione contro l’oligopolio televisivo, al film ‘militante a soggetto’ Processo politico di Francesco Leonelli e dello scultore Arnaldo Pomodoro sull’affaire Pinelli-Calabresi”.

Il concorso internazionale dedicato alle opere realizzate con materiali d’archivio presenta 16 titoli, fra cui 13 anteprime italiane (fra le quali Auber 89 di Giuseppe Schillaci (Italia/Francia, 1980), sulle vicende passate (e in itinere) della periferia parigina a partire dagli anni Ottanta. Ma non mancano filmati sul conflitto israelo-palestinese e persino storie curiose come quella del primo e unico astronauta afghano. Nella sezione Open Frame sono in competizione opere brevi di found footage (letteralmente ‘filmato rinvenuto’, ovvero una tecnica grazie alla quale alcune scene sembrano registrazioni di filmati amatoriali). Sono opere selezionate realizzate all’interno di vari organismi legati al cinema e alle arti visive.

In definitiva, le varie sezioni della manifestazione (Festival, Concorso internazionale, Installazioni, Archivio aperto) formano un coacervo di informazioni e approfondimenti sul mondo che abbiamo vissuto (e che viviamo) di cui oggi c’è un gran bisogno: una sorta di riposizionamento delle nostre coscienze, una boccata d’ossigeno, un momento di disintossicazione da un sistema mediatico drogato e drogante.

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Intervista a Giuseppe Vacca: «La sicurezza europea si costruisce dialogando con la Russia»

By: A A
16 October 2026 at 22:26

Il centrosinistra diviso sull’Ucraina, il futuro della difesa comune e il nuovo peso dell’Asia: intervista a Beppe Vacca sugli equilibri che cambiano.

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Un efficace antidoto alla superficialità che ammorba i talkshow mediatici frequentati da improponibili analisti, improvvisati geopolitici, battutisti in servizio permanente effettivo, che pontificano, sproloquiano su cose maledettamente serie, come lo è la guerra. Alle lettrici e ai lettori di Rinascita l’”antidoto” di serie lo offre Giuseppe Vacca. Professore emerito di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bari, già direttore dell’Istituto Gramsci, Vacca è stato più volte parlamentare del Pci. Della sua enorme produzione saggistica, ricordiamo il suo ultimo libro: Vita e pensiero di Palmiro Togliatti (Einaudi).

Professor Vacca, una visione condivisa della politica estera dovrebbe essere a fondamento di una coalizione che si candida al governo dell’Italia. Invece, nel centrosinistra domina il rovello armi sì armi no all’Ucraina. Lei come la vede?

La politica estera è discriminante per qualunque attore di una campagna elettorale, in particolare in Italia visto che in campagna elettorale ci siamo già entrati di fatto con la sconfitta referendaria del progetto di Meloni sulla giustizia ed è peraltro difficile prevedere che la legislatura arrivi a scadenza ordinaria, anche per le turbolenze del contesto internazionale.

In questa prospettiva, il problema principale a me pare che consista nella differente postura in politica estera tra il Pd e il Movimento5stelle.

La postura del Pd dipende molto dal problema della sicurezza europea e dall’altro tema connesso che è quello della difesa. Qui c’è innanzitutto un problema di come la s’imposta.

Vale a dire?

Armi sì o armi no all’Ucraina non è un problema autonomo bensì una derivata di come s’imposta la visione di una possibile ripresa del progetto di unificazione europea e quindi del carattere europeo della costruzione di una effettiva difesa comune.

La difesa dipende dalla percezione del nemico. Da un lato si ripete che noi, noi Europa, non siamo in guerra con la Russia, dall’altro si ventila una minaccia della Federazione Russa principalmente sull’Europa. E su questo si legittima l’aumento del 14% della spesa militare europea nel 2025, raggiungendo il maggiore incremento dalla fine della Guerra fredda.

Ora, rispetto alla ripresa e al compimento del processo europeo, fermatisi non per caso alla moneta e alla Bce, lasciando invece sospesi i problemi della politica estera e di difesa comuni, il primo problema da discutere è in che relazione l’Europa sta con la Russia, dal punto di vista geopolitico.

Se questo è il nodo di fondo da sciogliere, su che basi andrebbe impostata a suo avviso una discussione rigorosa e non propagandistica?

Dal punto di vista geopolitico, non c’è dubbio alcuno che la Russia è parte dell’Europa. Parte non vuol dire che ci possa essere una confederazione, ma possiamo stare ancora all’ultima definizione della Nato, seguita all’invasione russa dell’Ucraina, per cui l’Alleanza atlantica non è più una un’alleanza genericamente difensiva, ma è un’alleanza difensiva contro un nemico indicato con nome e cognome, cioè la Federazione Russa.

Come è possibile pensare un’Europa potenza civile, secondo la missione originaria, che misura e definisca i suoi organi e le sue missioni in base all’individuazione di un nemico. Questo porta necessariamente ad un approccio iper-militarista che moltiplica i conflitti.

Tornando sulle vicende interne, la prima questione è come si possa trovare una quadra nella politica estera tra il Pd che è attestato, a partire dall’Ucraina, sull’idea che la Russia è il pericolo, e i M5s che propone una politica di dialogo, o che comunque abbia come questione fondamentale la fine della guerra e la costruzione della pace attraverso un rapporto, un dialogo che riguardi ambedue i belligeranti, quindi anche Mosca.

Da questo punto di vista c’è un problema, al momento irrisolto, di unità dei principali partner della coalizione di centrosinistra nella visione della politica estera.

E questa unità si può o si deve raggiungere impostando il problema della sicurezza, io credo, in maniera dialogica e non pregiudizialmente antagonistica con la Russia.

Detto in altri termini: qual è il problema della sicurezza così come è percepito da parte dei russi? Perché anche loro hanno un problema di definizione, di percezione dei rischi della sicurezza. Da ciò discendono questioni strategiche che investono il futuro stesso dell’Europa.

A cosa si riferisce, professor Vacca?

A un’Europa che nella costruzione di una politica estera comune e di una politica di difesa comune, una volta che non c’è più la delega agli Stati Uniti come potenza egemone della Nato garante della sicurezza europea, garantisca la propria sicurezza commisurando la percezione del rischio al modo in cui quella percezione del rischio e il problema della sicurezza si propongono per l’altra parte. Altrimenti l’effetto dell’apparente uscita degli stati Uniti da questa partita è solo quello di ereditare la russofobia di sempre nella politica americana, da parte dell’Europa, in quanto tale, ovvero di concepire una difesa comune europea, da cui anche l’innalzamento al 5% del Pil delle spese militari, come una sostituzione nella funzione di antimurale militare della Russia come nemico. Ma questo non corrisponde alla realtà e non risolve il problema che comunque, nel momento in cui si sviluppa una divergenza strategica all’interno dell’Occidente, a fronte alla crisi da parte degli Stati Uniti di una egemonia globale, che con la presidenza Trump si acuisce ma che non nasce con l’ingresso del tycoon alla Casa Bianca, non si risponde al presupposto geostrategico fondamentale, cioè quello di capire in che rapporto non bellico impostare la sicurezza europea e la sicurezza russa.

Non ci può essere altra via di uscita, se non quella di affrontare e provare a risolvere il problema della difesa in termini di reciprocità, attraverso un dialogo con la Russia che abbia chiaro questo obiettivo.

Un tema di enorme rilevanza strategica, direi epocale, che va oltre la dimensione geopolitica e aggredisce altre questioni cruciali…

Quali?

Come si stabiliscono i confini dell’Europa? E come se ne ridefinisce la visione? Chi si deve preoccupare del rapporto geopolitico tra l’Europa e la Russia. Problemi che non si possono affrontare unilateralisticamente e solo con una riduzione del problema della sicurezza a problema di competitività dal punto di vista militare-tecnologico.

Questo, secondo me, è anche il modo di trovare un punto di unità all’interno del centrosinistra tra la posizione del Pd e quella dei 5stelle.

Non è questione se continuare o no a dare sostegno militare all’Ucraina. Il problema della difesa degli interessi dell’Ucraina come parte dell’Europa, che può trovare un precedente valido se si struttura la novità intervenuta dalla volontaria adesione all’Unione Europea del Canada, il che significherebbe l’istituzionalizzazione di una fisionomia più articolata di rapporto geostrategico dell’Europa.

Una dinamica che può valere, come si sa, anche per l’Ucraina e tra l’altro in considerazione del fatto che Putin non ha detto no all’associazione dell’Ucraina alle istituzioni economiche dell’Europa.

Quali ricadute questo complesso ragionamento potrebbe o dovrebbe avere nel dibattito aperto nel centrosinistra?

Aldilà del momento elettorale, c’è il problema di come si esercita il governo nell’eventualità di una vittoria alle elezioni, per cinque anni. Qui la politica estera continua ad essere discriminante. È un vincolo naturale di qualunque politica di governo, che vive di un costante rapporto tra politica interna e politica internazionale.

Come si esercita per una legislatura questo ruolo? Diventando un pezzo di uno schieramento europeo dominato da una russofobia?

Non posso non considerare che una parte significativa dei sostenitori della risposta militare alla invasione dell’Ucraina da parte della Russia è stata quella di ritenere che così si creava uno schieramento talmente forte tra Stati Uniti, con Biden prima e poi con Trump, ed Europa da riaprire e attualizzare la prospettiva non solo della sconfitta ma dello smembramento della Russia.

Una russofobia che ha attraversato la storia dell’Occidente, e in esso dell’Europa, fino ad essere parte del sostegno e dell’affermazione di Hitler in Germania. Perché Hitler e il nazismo non nascono solo in maniera endogena, ma nascono anche dal fatto che la politica di sostegno inglese e americana mirava a fare dell’anticomunismo hitleriano e tedesco una leva per scaricare questa potenza della Germania nazista solo sulla Russia piuttosto che su tutto l’Occidente e il mondo democratico.

Tornando all’oggi, due restano gli interrogativi di fondo: la Russia è non è parte dell’Europa geopoliticamente? E siccome è innegabile che sia parte dell’Europa, non significa questo debba riguardare l’architettura della UE così com’è; significa che nel fare quegli ulteriori passi che non erano stati mossi dal periodo di Maastricht ad oggi, l’Unione Europea, tenendo fermo e ben piantato il vessillo della potenza civile, ed anzi attrezzandosi meglio per poterlo rafforzare, definisca dialogicamente con la Russia la reciprocità degli interessi, nella percezione del rischio e quindi nella co-definizione della sicurezza.

Mi lasci aggiungere che questo comporta di conseguenza una ricaduta sul problema israeliano profondamente diversa da quella mainstream.

In che senso, professor Vacca?

Netanyahu come lo si definisce? Netanyahu è uno dei capi, degli strateghi, della politica internazionale dei neoconservatori a livello globale. Nel momento in cui in Israele le vecchie forze socialdemocratiche sono state sconfitte e sono andate al potere le destre, beh, questo mica è avvenuto senza il sostegno degli americani, e non solo di essi.

La strategia di Netanyahu, se la si analizza con freddezza, io la leggo così: perché la Grande Israele? Solo perché in base alla mitologia biblica, Dio deve avere tutta quell’aerea per il suo insediamento? Il problema mi pare molto prosaicamente diverso, cioè Netanyahu è il leader di una militarizzazione, di un consolidamento territoriale ampliato dello Stato d’Israele in vista di una situazione geopolitica mondiale che cambia e cambierà ancor più nel momento in cui Israele non potrà far leva per la sua sicurezza solo sulla potenza americana, che tra l’altro è molto distante anche dal punto di vista geopolitico. Dovrà trovare il modo di garantire la propria sicurezza attraverso accordi con le potenze che guidano il processo mondiale di emersione dell’Asia, cioè con l’asse russo-cinese. E ormai ci siamo vicini, al fatto che questo tema entri nell’agenda geopolitica dei BRICS; un’agenda che muove dalla emersione della centralità dell’Asia come nuovo epicentro del mondo, sotto la duplice guida, che io considero talmente fondata da rendere indistinguibile l’individuazione dei soggetti Russia e Cina, definendosi, da questo punto di vista, come un soggetto unico che agisce in maniera articolata per costruire quello che sta già realizzando, vale a dire la leadership di tutta una rete che si va vieppiù strutturando dall’Iran al Sud globale, in alternativa al mondo che abbiamo conosciuto, tarato sull’asse Est/Ovest e non aveva risposte emancipative per il Sud globale a cui invece pensano la Cina e in parte la Russia, ormai strettamente collegate, soggetto unitario di questo processo globale enorme che ha attraversato l’intera storia del ‘900 e che oggi è il vero punto di svolta e di rottura con la vecchia egemonia del mondo transatlantico.

Articolo originale:  rivistarinascita.it

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