❌

Normal view

La Russia sta raggiungendo gli obiettivi strategici dell’Operazione Militare Speciale?

By: A A
13 October 2026 at 22:38

Nel dicembre 2021, la Russia presentò agli Stati Uniti e alla NATO due bozze di accordi formali per ottenere garanzie di sicurezza legalmente vincolanti, facendo intendere che se non fossero state accolte ci sarebbero state delle conseguenze.

Segue nostro Telegram.

In effetti, dopo il rifiuto di Washington di prenderle in considerazione, il 24 febbraio 2022 la Federazione Russa intraprese l’Operazione Militare Speciale in Ucraina, ancora in corso.

Tra le richieste avanzate allora da Mosca sottolineiamo:

  • Blocco dell’allargamento della NATO: l’impegno formale a impedire ulteriori espansioni dell’Alleanza Atlantica, escludendo esplicitamente l’adesione dell’Ucraina.
  • Limitazioni alle Forze Militari: il divieto per la NATO di dispiegare truppe o armamenti nei Paesi entrati a far parte dell’Alleanza Atlantica dopo il maggio 1997.
  • Basi negli ex Stati sovietici: il divieto per gli Stati Uniti di stabilire basi militari o sviluppare cooperazione bilaterale nei Paesi dell’ex URSS che non fanno parte della NATO.
  • Missili a raggio intermedio e corto: il divieto reciproco di dispiegare missili a raggio intermedio e corto in aree da cui possano colpire il territorio dell’altra parte.
  • Attività militari: la limitazione delle esercitazioni e delle attività militari della NATO in Europa orientale, nel Caucaso e in Asia centrale.

Stati Uniti e NATO nel 2021 rifiutarono le richieste principali (in particolare il veto sull’allargamento della NATO e il ritiro delle infrastrutture militari ai confini del 1997), offrendo invece di negoziare su temi specifici come il controllo degli armamenti e la trasparenza delle esercitazioni.

Perciò, il 17 febbraio 2022 Mosca consegnò una contro-risposta formale agli Stati Uniti, lamentando la mancanza di disponibilità a fornire garanzie vincolanti e preannunciando la necessità di adottare misure ‘tecnico-militari’: pochi giorni dopo ci fu l’invasione dell’Ucraina.

La Russia aveva fondati motivi per ritenere che Kiev stesse per entrare nella NATO e uno dei bersagli inziali dei suoi missili balistici (13 marzo e 17 maggio 2022) furono proprio i centri di addestramento ucraini di Yavoriv (nella zona di Leopoli, vicino al confine polacco ma all’interno dei confini ucraini), a tutti gli effetti infrastrutture della NATO, come visibile nelle mappe della stessa Alleanza Atlantica (1).

Tralasciando le questioni diplomatiche e l’auspicata volontà comune di riaffermare i principi delle Nazioni Unite che venivano espressi nel documento presentato da Mosca e sui quali l’Amministrazione Trump ha tirato oggi una riga definitiva, è interessante capire se siano stati compiuti dei passi da parte dell’attuale presidenza statunitense per venire incontro alle richieste russe (2).

All’art. 1: Russia e U.S.A. non intraprenderanno azioni né parteciperanno o sosterranno attività che pregiudichino la sicurezza dell’altra Parte; non attueranno misure di sicurezza – adottate da ciascuna Parte individualmente o nell’ambito di un’organizzazione internazionale, di un’alleanza militare o di una coalizione – che possano compromettere gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Sul supporto decisivo dell’intelligence USA e dei grandi gruppi tecnologici statunitensi (da Starlink a Palantir, entrambi vicini all’Amministrazione Trump) all’Ucraina al fine di colpire il territorio della Federazione Russa ho già ampiamente scritto in precedenza e perciò non mi soffermo (3).

Articolo 2

Le Parti si adopereranno affinché tutte le organizzazioni internazionali, le alleanze militari e le coalizioni a cui partecipa almeno una delle Parti si attengano ai principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite.

Abbiamo assistito recentemente alla doppia aggressione condotta dalla “Coalizione Epstein” all’Iran, senza alcun fondamento nel diritto internazionale e senza alcuna considerazione dei “principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite”. Per non parlare del supporto statunitense ai bombardamenti israeliani su Siria, Libano e Yemen (aggressione alla quale contribuisce in gran parte l’Arabia Saudita) o del rapimento illegittimo del Presidente venezuelano Maduro.

Articolo 3

Le Parti non utilizzeranno i territori di altri Stati allo scopo di preparare o compiere un attacco armato contro l’altra Parte o altre azioni che pregiudichino gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Naturalmente, la violazione di questo articolo non avviene solo utilizzando il territorio ucraino per colpire la Russia; recentemente, sul sito del Ministero della Difesa di Mosca è comparso un elenco di venti aziende europee accusate di essere parte integrante dell’apparato militare-industriale ucraino. Quattro hanno sede in Italia, tre in Germania, due in Gran Bretagna, due in Polonia, due in Turchia, due in Repubblica Ceca, poi sono rappresentate anche imprese con basi in Israele, Spagna, Paesi Bassi, Lituania e Lettonia. Tutto ciò avviene con il consenso implicito degli Stati Uniti. Anche le infrastrutture della NATO e le basi militari statunitensi in Europa (Sigonella ad esempio in Italia nel 2022) contribuiscono così ad alimentare questo conflitto (4).

Articolo 4

Gli Stati Uniti d’America si impegneranno a impedire un’ulteriore espansione verso Est dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e a negare l’adesione all’Alleanza agli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Gli Stati Uniti d’America non stabiliranno basi militari nel territorio degli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che non siano membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, né utilizzeranno le loro infrastrutture per attività militari di alcun tipo, né svilupperanno con essi una cooperazione militare bilaterale.

Senza trascurare l’immediato ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO all’inizio dell’Operazione Militare Speciale, l’attuale Amministrazione a Washington ha annunciato l’invio di ulteriori 5.000 soldati statunitensi in Polonia e l’istituzione di una nuova base militare permanente nel Paese (ridenominata “Fort Trump”). Ma gli U.S.A. non si sono fermati qui; in Armenia, nazione che fa ancora formalmente parte dell’Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva e dell’Unione Economica Eurasiatica, lo scorso settembre Washington e Erevan hanno tenuto un nuovo ciclo di consultazioni bilaterali sulla difesa e firmato un verbale congiunto d’intesa (jointly agreed minutes) per dare seguito alla Charter on Comprehensive Strategic Partnership sottoscritta nel maggio 2026. Gli accordi discussi riguardano:

Supporto alla trasformazione e riforma delle Forze Armate armene.

Addestramento di sottufficiali (NCO), istruttori, comandanti junior e personale per il mantenimento della pace (peacekeeping).

Istruzione militare ed esercitazioni congiunte.

Sviluppo delle capacità industriali della difesa e potenziale fornitura di equipaggiamenti tramite il programma Foreign Military Sales (FMS) e programmi educativi come l’IMET, orientando l’Armenia verso una progressiva modernizzazione degli standard militari occidentali.

Articolo 5

Le Parti si asterranno dallo schierare le proprie Forze Armate e i propri armamenti – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree in cui tale schieramento potrebbe essere percepito dall’altra Parte come una minaccia alla propria sicurezza nazionale, fatta eccezione per lo schieramento all’interno dei territori nazionali delle Parti stesse. Le Parti si asterranno dal far volare bombardieri pesanti equipaggiati con armamenti nucleari o non nucleari, o dallo schierare navi da guerra di superficie di qualsiasi tipo – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree situate rispettivamente al di fuori dello spazio aereo nazionale e delle acque territoriali nazionali, dalle quali sia possibile colpire obiettivi nel territorio dell’altra Parte.

Poco più di un mese fa, si è tenuta un’esercitazione aerea della NATO nel nord-est della Polonia, nelle vicinanze di Kaliningrad con alcune decine di velivoli. All’esercitazione hanno partecipato caccia statunitensi e norvegesi, un aereo di sorveglianza NATO E-3A Sentry AWACS, velivoli per il rifornimento in volo e un aereo statunitense EA-37B per la guerra elettronica: Mosca teme che si tratti di manovre preparatorie all’isolamento dell’enclave russa dal resto della Federazione e ha risposto duramente ma soltanto sul piano diplomatico.  Inoltre, la NATO Ballistic Missile Defence (BMD), la difesa antimissile balistica dell’Alleanza Atlantica, è una rete costituita da sensori e da sistemi missilistici che i Paesi Membri offrono quale contributo nazionale alla struttura, i cui punti di riferimento in Europa sono lo European Phased Adaptive Approach (EPAA), statunitense, con il sistema americano Aegis Ashore schierato in Romania e Polonia e le navi Aegis per la BMD, stazionate nelle acque spagnole. Il sistema radar della IAMD si trova in Turchia, mentre l’infrastruttura di comando e controllo in Germania (5). Nel 2016 (grazie all’annullamento del Trattato ABM deciso da Trump) gli Stati Uniti hanno prima messo in funzione una base ABM in Romania, un sistema che utilizza lanciamissili Aegis potenzialmente in grado di lanciare Tomahawk con testata nucleare ad oltre 2400 chilometri di distanza, successivamente nel 2022 hanno costruito un sito Aegis in Polonia, ancora più vicino ai confini russi. Gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto che i siti ABM hanno lo scopo di fermare le testate puntate sull’Europa dall’Iran o dalla Corea del Nord. Mosca ovviamente non la pensa così; François Geleznikoff, direttore delle applicazioni militari presso la Commissione per l’energia atomica e le energie alternative, intervenne nel marzo 2019 in audizione presso l’Assemblea Nazionale francese sull’argomento contraddicendo Washington: “Negli Stati Uniti, la Nuclear Posture Review (NPR) non si rivolge realmente alla Corea del Nord (gli americani hanno armi che permetterebbero loro di vetrificare il Paese più volte) ma piuttosto alla Russia, in risposta alle dichiarazioni del presidente Putin” (6).

Articolo 6

Le Parti si impegnano a non dislocare missili a raggio intermedio e a corto raggio lanciabili da terra al di fuori dei propri territori nazionali, né in aree dei propri territori nazionali dalle quali tali armi possano colpire obiettivi situati nel territorio nazionale dell’altra Parte.

Il 22 settembre 2026, Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia hanno firmato a New York un accordo di sicurezza trilaterale che prevede l’apertura e la gestione di due nuove basi militari americane e la modernizzazione di quella esistente. Gli Stati Uniti ottengono ampie libertà di movimento (aria, terra e mare) per collegare le basi e la possibilità di utilizzare l’isola per il sistema di difesa missilistica (la Pituffik Space Base – ex Thule Air Base – nel nord-ovest dell’isola, ospita sistemi radar d’allerta precoce per i missili balistici). Il sistema difensivo pensato dagli Stati Uniti si evolverà da una presenza concentrata in un unico punto a una rete di strutture distribuite su tutta l’isola. Anche perché le due nuove basi non saranno le uniche installazioni militari che si insedieranno sull’isola (7).

Articolo 7

Le Parti si asterranno dal dislocare armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali e riporteranno nei propri territori nazionali le armi già dislocate all’estero al momento dell’entrata in vigore del Trattato. Le Parti elimineranno tutte le infrastrutture esistenti per il dislocamento di armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali. Le Parti non addestreranno personale militare o civile proveniente da Paesi non dotati di armi nucleari all’uso di tali armi. Le Parti non condurranno esercitazioni o attività di addestramento per forze convenzionali che prevedano scenari di impiego di armi nucleari.

A partire dal 13 ottobre 2026, si svolgerà in Italia Steadfast Noon, ‘Mezzogiorno risoluto’, l’esercitazione che l’Alleanza atlantica svolge ogni anno e che coinvolgerà le basi aeree di Aviano, in provincia di Pordenone, e Ghedi, nel Bresciano, oltre a diverse località in tutta l’area di responsabilità ben oltre il Nord del Paese. “È necessario il contributo congiunto di tutti gli Alleati: si tratta di un’iniziativa che non può limitarsi a un singolo Paese”, ha riferito il colonnello David Bull, capo delle operazioni nucleari della Nato, facendo riferimento al fatto che anche lo spazio aereo dei Paesi limitrofi potrebbe essere coinvolto. Vi parteciperanno velivoli in grado di svolgere missioni convenzionali e nucleari, anche se l’esercitazione non prevede l’impiego di armi atomiche. “Ma siamo in sintonia con Roma sul fatto che si tratti di un’esercitazione nucleare”, ha poi precisato Barrows. Gli Stati Uniti saranno presenti con equipaggi di volo e personale addetto alla manutenzione. Secondo gli stessi documenti del Pentagono, in Italia sarebbero dislocate circa 80 ordigni nucleari sotto controllo statunitense nelle basi militare italiane a Ghedi e Aviano (8).

Conclusioni

Il sintetico panorama offerto da questo articolo vuole dimostrare che la Russia non potrà cantare vittoria nemmeno dopo aver completato la conquista del Donbass, perché l’inizio dell’Operazione Militare Speciale in Ucraina è legato a considerazioni di sicurezza geopolitica tuttora irrisolte se non addirittura aggravatesi rispetto al 2022.

Se qualcuno al Cremlino crede che dopo un eventuale accordo con l’attuale Amministrazione U.S.A., la Russia verrà lasciata stare si sbaglia di grosso, perché l’Occidente collettivo si sta già preparando non solo al dopo Putin ma anche al dopo Trump.

L’obiettivo degli Stati Uniti non è altro che prendere tempo in attesa del verificarsi di almeno una delle due condizioni: l’allontanamento di Mosca dalla partnership strategica con Pechino e il conseguente rallentamento della dedollarizzazione – gli Stati Uniti non pagheranno di certo il diesel russo in rubli – e la fine della preparazione da parte della NATO ad un conflitto diretto contro la Russia – termine individuato nel 2030, quando sicuramente Trump non sarà più alla Casa Bianca.

Dal punto di vista occidentale la considerazione della Russia non è cambiata molto da quando il direttore della rivista “Foreign Policy”, l’israelo-statunitense John Feffer, la definì una “Nigeria con le armi nucleari”; secondo questa visione, Mosca deve tornare ad essere una sorta di ‘colonia estrattiva’ o ‘appendice di materie prime’ a esclusivo vantaggio delle industrie euro-statunitensi. A maggior ragione nel momento in cui la competizione tecnologica con la Cina necessita da parte degli Stati Uniti di quelle risorse strategiche di cui la Federazione Russa è ricca.

Pochi giorni fa, i 32 membri del Comitato Militare della NATO (quello statunitense in primis), erano a Kiev per ribadire il loro sostegno incondizionato all’Ucraina “rimasta costantemente al centro delle valutazioni, delle decisioni e della pianificazione futura dell’Alleanza”. Prima di fare qualsiasi altra concessione a Washington, Vladimir Putin dovrebbe pensarci bene: passare da una vittoria tattica ad una sconfitta strategica potrebbe essere più semplice di quanto sembra.

____

(1) https://www.nato.int/structur/nmlo/links/yavoriv-training-centre.pdf. Il sito internet è oggi irraggiungibile (forse per mascherare le prove?), ma la sua presenza come infrastruttura dell’Alleanza Atlantica era rintracciabile ancora nel giugno 2024. Come ammise anche il “Corriere della Sera”, i morti furono più di 300 e tra di essi numerosi soldati e addestratori della NATO: Giulia Fasano, Nella base militare di Yavoriv i morti sono stati trecento, 26 marzo 2022. Anche secondo il quotidiano “Repubblica”: “Il ‘Centro internazionale per la pace e la sicurezza’ di Yavoriv ospitava istruttori occidentali, come conferma il Ministro della Difesa di Kiev”.

(2) Il documento completo è stato pubblicato sul sito internet del Ministero degli Esteri della Federazione Russa: Treaty between The United States of America and the Russian Federation on security guarantees, 17 dicembre 2021.

(3) Ad esempio, cfr. Le basi della CIA in Ucraina: chiave del contenimento anti-russo in Europa, “Strategic Culture Foundation”, 11 aprile 2026.

(4) Nel contesto del conflitto in Ucraina e della postura di deterrenza della NATO, le basi militari presenti sul territorio italiano (gestite sia dalle Forze Armate italiane che dagli Stati Uniti) svolgono funzioni chiave di sorveglianza aerea, intelligence, logistica e comando, cfr. ad esempio Federico Petrangeli, Supporting Kyiv: Italy’s Military Assistance between Strategic Continuity and Political Division, IAI, 11 giugno 2026.

(5) Senato della Repubblica italiana, Schema di decreto ministeriale di approvazione del programma pluriennale di A/R n. SMD 32/2025, relativo all’ammodernamento, al rinnovamento e al potenziamento della capacità nazionale di difesa aerea e missilistica a protezione del territorio nazionale e dell’Alleanza Atlantica, alla protezione di teatro delle forze schierate in aree di operazione, inclusa la componente navale (n. 377), Resoconto sommario del 4 febbraio 2026.

(6) Stefano Vernole, La forza di dissuasione nucleare francese, Focus CeSEM, 3 maggio 2022.

(7) Stefano Vernole, Gli Stati Uniti hanno messo le mani sulla Groenlandia dimostrando la totale irrilevanza dell’Unione Europea, “Strategic Culture Foundation”, 5 ottobre 2026.

(8) Redazione Peacelink, L’esercitazione nucleare della NATO Steadfast Noon 2026 comincerà sui cieli italiani il 13 ottobre.

Cina: Xi Jinping lancia il piano per una “Cina sana”

La salute pubblica come pilastro della prosperità nazionale e dello sviluppo del Paese. È questa la linea indicata dal presidente cinese Xi Jinping, che ha chiesto di accelerare la costruzione di una “Cina sana” nel corso del XV Piano quinquennale, relativo al periodo 2026-2030. Intervenendo alla Conferenza nazionale sulla salute, tenutasi a Pechino, Xi ha sottolineato che il benessere della popolazione rappresenta un indicatore fondamentale della forza di una nazione. L'obiettivo è consolidare i risultati ottenuti negli ultimi anni e rendere i servizi sanitari sempre più equilibrati, inclusivi, efficienti e di qualità.

Dal XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese, nel 2012, la Cina ha portato avanti un importante processo di rafforzamento delle strutture sanitarie, della medicina tradizionale, della prevenzione delle malattie e dei sistemi di assistenza e copertura sanitaria. Un percorso che, secondo Xi, ha prodotto risultati storici e progressi complessivi nel settore. La nuova fase punta a mettere la salute al centro delle politiche pubbliche, superando una visione limitata alla sola cura delle patologie. In questa prospettiva, la prevenzione assume un ruolo prioritario: intervenire sui fattori di rischio prima che si trasformino in problemi sanitari è, ha evidenziato il presidente cinese, l'approccio più efficace ed economicamente sostenibile per proteggere la popolazione.

Pechino intende inoltre rafforzare il sistema di prevenzione e controllo delle malattie, migliorare la capacità di risposta alle epidemie e riorganizzare i servizi sanitari affinché i cittadini possano ricevere cure efficaci anche vicino al luogo in cui vivono. Un'attenzione particolare sarà riservata alla medicina tradizionale cinese, il cui patrimonio dovrà essere preservato e sviluppato attraverso l'innovazione, insieme al potenziamento della ricerca di base e delle capacità scientifiche originali del Paese. Xi ha indicato anche la necessità di coordinare meglio i servizi medici, l'assicurazione sanitaria e il settore farmaceutico, migliorando al contempo la formazione e la disponibilità di personale medico altamente qualificato. La strategia non si limita ai confini nazionali. La Cina intende promuovere la costruzione di una comunità globale della salute, rafforzando la cooperazione internazionale per affrontare le principali sfide sanitarie.

Nel quadro del nuovo Piano quinquennale, la “Cina sana” diventa così un obiettivo trasversale: investire nella prevenzione, nell'innovazione e nell'accessibilità delle cure significa rafforzare il benessere collettivo e porre la salute della popolazione al centro delle priorità di sviluppo.

Papa Leão 14 retira nódulo no pulmão “com sucesso”, diz Vaticano

13 October 2026 at 20:00

O papa Leão 14 passou por uma cirurgia nesta terça-feira (13), no Hospital Agostino Gemelli, em Roma, para a retirada de um nódulo no pulmão. Segundo comunicado do Vaticano, o procedimento foi concluído conforme o previsto, e o pontífice já havia retornado ao quarto no início da noite, pelo horário italiano.

“A intervenção foi concluída positivamente, no tempo e no modo previstos, e o Santo Padre já voltou para o quarto”, informou a Santa Sé em nota divulgada pouco antes das 20h locais, 15h em Brasília.

A operação ocorreu no fim da tarde, sob a coordenação do médico Stefano Margaritora, diretor de cirurgia torácica do hospital. A previsão é que Leão 14 permaneça internado por aproximadamente sete dias. Os compromissos oficiais do pontífice foram suspensos até 20 de outubro.

O próprio papa anunciou que passaria pela cirurgia durante a oração do Angelus, no domingo (11), diante dos fiéis reunidos na Praça de São Pedro. Ele explicou que o nódulo foi identificado durante exames médicos recentes.

“Recentemente, durante alguns exames, os médicos encontraram um nódulo circunscrito ao pulmão, identificado em uma fase muito inicial e bem localizado”, declarou.

Posteriormente, o Vaticano esclareceu que os exames eram de rotina e que o pontífice não apresentava sintomas. Até o momento, não foram divulgadas informações sobre a natureza do nódulo, se benigno ou maligno, nem sobre a realização de uma eventual biópsia.

Internação suspende compromissos do papa

Leão 14 chegou ao hospital pouco depois das 13h, no horário local. Na entrada, foi recebido por integrantes da direção da instituição e acenou para curiosos, fiéis e pacientes que aguardavam sua chegada.

O pontífice ficará no décimo andar do hospital. Ele não ocupará a suíte tradicionalmente reservada aos papas, que passa por reformas.

Apesar da internação, Leão 14 continua à frente da Igreja Católica. A viagem à América do Sul, prevista para ocorrer entre 6 e 17 de novembro, permanece confirmada na agenda do Vaticano.

Antes de ser hospitalizado, o papa assinou duas nomeações. Uma delas envolve o bispo brasileiro Francisco Cota de Oliveira, que deixará a Diocese de Sete Lagoas para assumir a Diocese de Itabira-Fabriciano, ambas em Minas Gerais.

Secretário de Estado manifesta preocupação

O secretário de Estado da Santa Sé, cardeal Pietro Parolin, afirmou ter conversado com o papa na tarde de segunda-feira (12). Ao comentar a cirurgia, disse estar preocupado com a situação, mas destacou a serenidade demonstrada por Leão 14.

“Estou preocupado porque não esperava algo do tipo”, declarou Parolin. O cardeal também manifestou esperança de que o problema seja resolvido em breve, conforme a avaliação inicial apresentada pelo próprio pontífice.

Aos 71 anos, Leão 14 não tinha problemas de saúde conhecidos divulgados publicamente. Ele foi eleito papa em maio de 2025, após a morte de Francisco.

Gemelli já recebeu outros dois papas

O Hospital Agostino Gemelli também recebeu os antecessores de Leão 14. João Paulo 2º foi o primeiro pontífice a passar por tratamento na instituição, em 1981, após sobreviver a um atentado na Praça de São Pedro.

O papa polonês voltou ao hospital em outras nove ocasiões até sua morte, em 2005, aos 84 anos. Ao longo dos anos, enfrentou problemas respiratórios, cardiológicos e a doença de Parkinson. Uma estátua de mármore em sua homenagem foi instalada na entrada do hospital em 2009.

Francisco também passou por duas cirurgias no Gemelli. Em 2021, foi submetido a uma intervenção programada no cólon para tratar uma diverticulite. Dois anos depois, passou por uma operação para retirada de uma hérnia abdominal relacionada a uma cirurgia anterior.

Em abril de 2025, semanas antes de morrer, aos 88 anos, o pontífice argentino ficou internado por quase 40 dias para tratar uma pneumonia bilateral. Ele morreu no Vaticano após sofrer um acidente vascular cerebral (AVC), seguido de insuficiência cardíaca.

The post Papa Leão 14 retira nódulo no pulmão “com sucesso”, diz Vaticano appeared first on Diário da Manhã - O Jornal do leitor Inteligente.

Portimão abre digressão de “Verificando se Você é Humano” com Ricardo Araújo Pereira

13 October 2026 at 17:07

É já na próxima sexta-feira, dia 16 de outubro, às 21h30, que o Portimão Arena recebe “Verificando se Você é Humano”, o primeiro espetáculo de stand-up comedy a solo do conhecido humorista português Ricardo Araújo Pereira. Com estreia em 2026, depois de esgotar as sessões em Lisboa e no Porto, Ricardo Araújo Pereira inicia em […]

«Non toccate i liceali!»: la catena umana lavoratori-studenti che ha bloccato la polizia a Tolosa (VIDEO)

Una mattina di alta tensione si è consumata davanti al liceo Déodat de Séverac, dove le forze dell'ordine sono state costrette a indietreggiare di fronte a una compatta catena umana formata da insegnanti, lavoratori e studenti. Mentre i manifestanti scandivano a gran voce «Indietreggiate!» e «Non toccate i liceali!», la situazione è degenerata con cariche della polizia e lancio di lacrimogeni.

L'unica risposta che il regime neoliberista di Macron riesce a dare a studenti e lavoratori in lotta.

L'immagine degli insegnanti e dei lavoratori che si frappongono fisicamente tra le forze dell'ordine e i propri studenti rimane il fatto più simbolico di una giornata segnata da una forte mobilitazione sociale e da un netto rifiuto della repressione negli spazi educativi in Francia.

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un post condiviso da l'AntiDiplomatico (@lantidiplomatico)

Brasile, il fuoco sulla bandiera Usa accende il duello finale tra Bolsonaro e Lula (VIDEO)

L'immagine è eloquente: il video mostra l'ennesima protesta di piazza in Brasile, dove un gruppo di manifestanti dà fuoco a una bandiera degli Stati Uniti. A San Paolo così come a Belo Horizonte. Il gesto è chiaro: rabbia per le interferenze statunitensi nelle elezioni brasiliane, a ormai pochi giorni dal ballottaggio del 25 ottobre tra Flávio Bolsonaro e Lula.

Le fiamme sulla bandiera a stelle e strisce non sono un simbolo nuovo, ma in questo momento pesano diversamente, perché arrivano mentre il Paese è spaccato in due e mentre il governo brasiliano ha già respinto funzionari statunitensi e denunciato finanziamenti USA a gruppi locali.

Il video non va letto come una semplice sceneggiata a favor di telecamera: è la spia di una campagna elettorale dove la sovranità nazionale è diventata il tema più caldo, e dove bruciare quella bandiera significa dire, senza troppi giri di parole, che il 25 ottobre il Brasile non vuole che nessuno scelga al posto suo.

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un post condiviso da l'AntiDiplomatico (@lantidiplomatico)

«Sì, l'ho fatto. Con orgoglio»: Varoufakis risponde a Fox News (VIDEO)

Fox News e alcuni media sionisti lo accusano di aver avuto un ruolo nel raduno di sabato scorso dell'Alleanza Globale per la Palestina a Londra. La sua risposta non lascia spazio a fraintendimenti: «Sì, l'ho avuto. Con orgoglio. Un ruolo minuscolo. Vorrei averne avuto uno più grande».

Varoufakis era ad Atene, ma ha voluto comunque inviare un video. Un messaggio che non accarezza le orecchie, come dice lui stesso. Un messaggio scomodo, che non si limita a solidarizzare, ma accusa.

«Se fossimo negli anni '30, avremmo un solo dovere morale: difendere il popolo ebraico dai nazisti. Oggi, abbiamo di nuovo un solo dovere morale: difendere il popolo palestinese da Israele».

Parole che pesano. Parole che smascherano la complicità dei governi, anche quando cercano di applicare piccoli aggiustamenti di facciata. Come nel caso di Andy Burnham che sanziona le esportazioni dai Territori Occupati - afferma Varoufakis - «come se Israele li etichettasse come tali!». Un gesto che non ferma l'embargo, non ferma le armi, non ferma il genocidio. Serve solo a cullare la maggioranza nell'illusione che qualcosa sia cambiato.

E poi i media. Gli stessi che hanno demonizzato Jeremy Corbyn per «insufficiente sostegno al genocidio di Israele», oggi applicano lo stesso manuale contro Zack Polanski e il Partito Verde.

«Ovunque guardiamo vediamo le prove del fallimento del nostro movimento nel scalfire la determinazione di Israele a completare il suo genocidio».

Qui il video del suo intervento:

L'urlo degli studenti francesi smaschera il grande inganno delle cancellerie europee

 

di Domenico Moro

 

Da quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.

Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico

La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali ne sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.

In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue. Eppure, lei era stata per molti anni un’aspra critica dell’integrazione europea. Il fatto è che la Le Pen è in testa ai sondaggi per le elezioni presidenziali francesi. E ora sta cercando di accreditarsi presso il capitale finanziario francese ed europeo, in modo da avere il via libera per l’Eliseo.  Il programma della Le Pen prevede, infatti, risparmi di 140 miliardi di euro nei cinque anni di mandato, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico del 10%. Nel solo 2027 prevede riduzioni delle tasse di 53,7 miliardi e tagli alle uscite statali di ben 85,5 miliardi, attraverso tagli ai dipendenti pubblici (mentre gli studenti chiedono più docenti), alla previdenza sociale e alle pensioni, mentre alle imprese verranno tagliati 20 miliardi di imposte.

Alla base di queste misure e di quelle che il governo francese in carica, guidato da Lecornue, sta prendendo già oggi ci sarebbe l’enorme aumento del debito e del deficit pubblici francesi, arrivati rispettivamente nel 2026 al 119,3% e al 5,4% sul Pil, ben distanti dai limiti, stabiliti dalla Ue per i paesi dell’euro, del 60% e del 3%. A causa di questa crescita, i tassi di interesse sui titoli di Stato francesi a 10 anni sono saliti al 5%. Si tratta del tasso massimo dal 2002 e maggiore dei tassi pagati ora da Italia e Grecia, le economie Pigs per eccellenza. In più, lo spread con i titoli della Germania, il benchmark per i paesi dell’euro, è arrivato ai massimi dalla crisi del debito sovrano del 2011 e 2012. Il problema è che l’aumento dei tassi sui titoli di stato, oltre a rendere più oneroso il rifinanziamento anche del vecchio debito, influenza il costo del denaro, alzando i tassi d’interesse sui mutui e sui prestiti alle imprese, e rallentando così l’economia. Dunque, oggi il “malato d’Europa” è la Francia, che rischia col suo debito di trascinare l’economia europea in una crisi del debito sovrano come quella del 2011 e 2012. Con l’importante differenza che allora il problema era la Grecia, che pesa sul Pil Ue appena l’1,3%, mentre la Francia ne rappresenta il 15,9% ed è molto più importante da tutti i punti di vista. Dunque, l’equilibrio della Ue, specialmente dell’eurozona, sarebbe sconvolto molto di più da una crisi del debito francese. Da qui la richiesta pressante di Ue e mercati finanziari ai governi francesi di ridurre debito e deficit e la messa in cantiere di tagli draconiani della spesa pubblica. Nel 2011 e 2012 la Grecia fu sottoposta a una vera e propria macelleria sociale e l’Italia subì una cura da cavallo, gestita da Mario Monti, col quale la Ue commissariò la penisola. Ora, sembrerebbe arrivato il turno della Francia, che teoricamente sarebbe un paese core, centrale, opposto ai paesi “periferici” della Ue, come la Grecia, la Spagna e L’Italia.

Il debito non è solo quello pubblico

Però, la Francia non ha solo un grande debito e un elevato deficit pubblico. Ha anche un importante deficit commerciale, anche se questo dal 2022 al 2025 si è quasi dimezzato dai 202,8 miliardi di dollari ai 103,4 miliardi. Segno che anche in Francia le politiche restrittive stanno facendo effetto, come quindici anni fa in Italia, dove, con la contrazione salariale e i tagli della spesa sociale del governo Monti, si sono aumentate le esportazioni e diminuite le importazioni, arrivando a un surplus commerciale 2025 di 57,8 miliardi. Ma, in generale, la Francia è un paese fortemente indebitato con l’estero. La Net international investment position (Niip) della Francia, indicatore che misura la differenza tra crediti e debiti dei residenti di un paese verso il resto del mondo, è negativa per 1.040 miliardi di dollari (-29,6% sul Pil)[i], aumentata in modo consistente negli ultimi dieci anni. Nella Niip sono calcolati anche il debito pubblico detenuto all’estero e il deficit commerciale, insieme ad altri flussi come gli investimenti diretti all’estero in entrata e in uscita. Si tratta di due indicatori importanti, perché i mercati finanziari, quando definiscono il rendimento dei titoli di stato di un paese, guardano anche allo stato di salute complessivo e alla capacità di uno Stato di far fronte a propri debiti (cioè alla sua solvibilità).

La verità, però, è che l’indebitamento, soprattutto quello pubblico e delle imprese, sta crescendo in tutto il mondo. Ma non dappertutto nello stesso modo. Sta crescendo soprattutto nei paesi avanzati o, per usare un’altra definizione, nei paesi del centro del sistema imperialista mondiale, la cosiddetta Triade, il Nord America (Usa e Canada), la gran parte dell’Europa occidentale, e il Giappone. Consideriamo, in particolare, i paesi centrali più importanti riuniti nel G7 (Usa, Germania, Giappone, Uk, Francia, Italia e Canada). Per quanto riguarda il debito pubblico 2026, tutti questi paesi superano il 100% sul Pil, dal Giappone con il 204%, agli Usa con il 125,8% al Canada con il 110,7% e al Regno Unito con il 103,6%, con la sola eccezione della Germania con il 64,6%[ii]. Per quanto riguarda la bilancia commerciale 2025, tutti i paesi sono in deficit, tranne la solita Germania (+226,8 miliardi di dollari) e, come già detto, l’Italia. I paesi messi peggio sono gli Usa (-1.325,9 miliardi), il Regno Unito (-393,4 miliardi) e, come abbiamo già visto, la Francia[iii]. Se guardiamo al Niip 2025 la situazione è più varia, tre paesi sono debitori netti verso l’estero, gli Usa per la cifra stratosferica di 21,8 trilioni di dollari, seguiti dalla Francia per 1,04 trilioni (con una economia circa 10 volte più piccola) e dal Regno Unito con 142 miliardi. Gli altri hanno una posizione positiva, soprattutto la Germania per 4,3 trilioni, ed anche l’Italia per 385 miliardi[iv].

Secondo Kristalina Georgieva, la numero uno del Fondo monetario internazionale, i paesi avanzati devono riportare in fretta sotto controllo il debito pubblico, rigonfiato anche dagli elevati tassi di interesse. I debiti eccessivi sono un fattore di crisi, insieme all’aumento del costo dell’energia, e i paesi avanzati necessitano di azioni, anche immediate, per alleggerire la politica monetaria, che ha visto l’innalzamento recente del costo del denaro da parte delle banche centrali degli Usa, dell’eurozona e persino del Giappone. La Georgieva, infatti, pensa, come molti altri (tra cui Trump), che l’alto costo del denaro sia la causa decisiva del rallentamento economico, perché frena la richiesta di prestiti e quindi gli investimenti. Ma c’è un altro dato che è anche più importante, ossia che, mentre in altre epoche storiche il debito pubblico aumentava per contrastare le crisi cicliche del capitalismo o per finanziare guerre importanti e poi con la ripresa economica si riduceva, oggi il debito dei paesi avanzati aumenta anche quando l’economia non è in recessione e non si riesce a farlo scendere neanche quando le cose parrebbero andare meglio. Quale ne è la ragione?

Perché il debito dei paesi avanzati non cala?

La ragione è che siamo in quella che Larry Summers, segretario al Tesoro Usa sotto il presidente Bill Clinton, definì “stagnazione secolare” nel 2008, in occasione dello scoppio della crisi dei mutui subprime. In pratica, l’economia sarebbe entrata in un lungo periodo di crescita molto lenta del Pil e di scarsa utilizzazione degli impianti produttivi, nonostante un costo del denaro molto basso. Infatti, l’elemento che influenza gli investimenti non è tanto il costo del denaro e la mancanza di liquidità o la riduzione delle tasse ai ricchi e alle imprese, bensì il livello del saggio di profitto o l’aspettativa di profitto futura. Nel modo di produzione attuale i capitalisti investono solo se e dove realizzano un certo livello di profitto. Se vogliamo spiegare la “stagnazione secolare” utilizzando Marx, possiamo dire che il movimento del capitale, arrivato ad un alto livello di sviluppo, necessariamente presenta una tendenza al calo del saggio di profitto. A questa tendenza il capitale reagisce in diversi modi, tra i quali la riduzione del salario (diretto, indiretto, cioè il welfare, e differito, cioè le pensioni) e, nel periodo della globalizzazione, lo spostamento della produzione dai paesi avanzati a quelli emergenti, dove il costo del lavoro e il salario sono più bassi e il saggio di profitto è più alto.

Infatti, la stagnazione secolare non si presenta in tutto il mondo, ma soprattutto (o quasi esclusivamente) nella maggior parte dei paesi avanzati, dove si è realizzata una sovraccumulazione di capitale, cioè un eccesso di capitale rispetto al profitto che si è in grado di generare. La sovraccumulazione era stata superata con la globalizzazione della produzione manifatturiera dalla fine degli anni ’80, ma ora si è ripresentata. Il calo del saggio di profitto riduce gli investimenti e questi riducono la produzione e quindi la crescita del Pil. Infatti, nel 2025 le principali economie Ue hanno realizzato una crescita del Pil asfittica, la Francia dello 0,9%, l’Italia dello 0,54% e la Germania dello 0,17%. Il Giappone, poi, il Pil è in stagnazione da decenni. A fare eccezione nel G7 sembrano essere i soli Stati Uniti. Ma la crescita di questi ultimi, oltre che all’apparato militare-industriale sovvenzionato dallo Stato e alla crescita del prezzo del suo gas e petrolio per via delle guerre scatenate sempre dallo Stato, è dovuta soprattutto a un solo settore, quello delle imprese giganti del Big Tech.

Alla base ci sono gli enormi investimenti per l’IA, che drenano capitali da tutto il mondo verso gli Usa. Il problema è che questi investimenti sono motivati non da profitti reali, ma da aspettative future di profitti, che, però, sembrano allontanarsi a mano a mano che gli investimenti diventano sempre più grandi. Se, alla fine, i profitti della IA non dovessero rispettare le aspettative, come pare probabile, quella che è una vera bolla speculativa scoppierebbe, con gravi ripercussioni anche in Europa. Ma già ora stiamo osservando una sovraccumulazione di capitale, che i top manager, come Mario Amodei di Anthropic, stanno cercando di contrastare, cercando di imporre un rallentamento dell’innovazione (e degli investimenti), che viene motivato con il timore che l’IA sfugga al controllo umano. Problema che esiste, ma che viene esagerato ad arte.

Tutto questo c’entra molto con la crescita del debito e del deficit pubblici. Infatti, questi vengono calcolati in percentuale sul Pil. Quindi, essi crescono o non diminuiscono, malgrado gli sforzi a tagliare la spesa statale, a causa del fatto che il denominatore, cioè il Pil, ristagna. Inoltre, il debito si accresce anche per l’innalzamento dei tassi di interesse sui titoli di Stato. Se questi crescono è soprattutto perché le imprese Big Tech raccolgono capitali, più che sul mercato azionario, su quello dei bond. In questo modo, entrano in concorrenza con i titoli di Stato, e gli Stati sono costretti a promettere tassi di interesse più alti se vogliono collocare tutto il proprio debito. Per la Francia c’è anche il problema che ha una quota di debito pubblico detenuta da investitori esteri, del 57,5%, molto maggiore di quella degli altri paesi del G7. Ad esempio, l’Italia presentava, nel primo trimestre 2026, una quota del 35,9%. Un debito detenuto da investitori esteri è più problematico, perché questi sono molto più pronti a liberarsi del debito rispetto a quelli interni, e, se il tasso di crescita nominale del Pil è inferiore al tasso d’interesse sul debito, il paese debitore trasferisce ricchezza all’estero. 

Infine, anche la delocalizzazione contribuisce alla crescita del debito complessivo di un paese. Da una parte, perché la perdita di produzione industriale (spesso di maggiore valore aggiunto rispetto a molti servizi) rallenta la crescita del Pil e, dall’altra parte, perché, riducendo le esportazioni e aumentando le importazioni di beni, si accresce il deficit commerciale. Questo problema si presenta con maggiore acutezza negli Usa, in Francia e nel Regno Unito, le cui multinazionali hanno massicciamente delocalizzato nei decenni scorsi, e si sono deindustrializzati. A questo proposito, va citato anche lo spostamento della sede fiscale di molte grandi società, specie europee, in paradisi fiscali e la gara dei governi sempre europei a ridurre le imposte sui profitti nel tentativo di attrarre o di non perdere investimenti industriali. In questo modo, si sono perse molte entrate, che hanno contribuito alla crescita del debito pubblico.

C’è poi un’altra questione. I paesi avanzati, in particolare quelli del G7, hanno sempre drenato ricchezza dai paesi periferici in vari modi, ma ce ne è uno che è molto importante per il discorso da cui siamo partiti, cioè la crisi della Francia. I paesi del G7 hanno monete che, essendo valute di riserva a livello internazionale, aiutano ad attrarre capitali dal resto del mondo. Questo vale soprattutto per gli Usa che hanno il dollaro, che è valuta di transazione internazionale, specie per materie prime molto importanti, e principale valuta di riserva, per cui molti paesi sono spinti a comprare titoli di Stato Usa e azioni o bond in dollari sui mercati finanziari degli Usa. Ma il vantaggio si pone, pur in misura molto minore, anche per quanto riguarda l’euro, che è la seconda valuta mondiale, dopo il dollaro.

A godere del vantaggio valutario è stata, però, soprattutto la Francia, che ha controllato, tramite il franco CFA, una buona parte dell’Africa subsahariana, in genere le ex colonie francesi. Il franco CFA ha un cambio fisso con l’euro (prima col franco francese) e i paesi che lo adottano devono conservare la metà delle loro riserve valutarie estere nella Banca di Francia. Inoltre, le multinazionali francesi hanno goduto di particolari privilegi, importando a bassi prezzi le materie prime africane, a partire dall’uranio, necessario per le centrali nucleari. Questo dominio neocoloniale della Francia sui paesi africani, che riproduce, su una scala più piccola, quello statunitense a livello mondiale, sta, però, perdendo pezzi. Negli ultimi anni, diversi paesi africani si sono svincolati dal controllo diretto della Francia, cacciandone anche le forze militari e rivolgendosi per aiuti militari ed economici ad altri paesi, soprattutto alla Russia e alla Cina.  

 

Dietro il debito: crisi del capitale e crisi di egemonia imperialista

Il debito eccessivo, quindi, non è una causa di crisi economica, e può essere al massimo un fattore di innesco. Al contrario, la crescita del debito è causata dalla stagnazione economica, e, più precisamente, dalla crisi del modo di produzione capitalistico. Questo non riesce più, da diverso tempo, ad andare avanti se non con i sussidi statali, erogati in molte forme diverse. Ora, la novità è che neanche in questo modo riesce ad andare avanti. Le soluzioni utilizzate dal capitale per superare la sua crisi di redditività, ossia lo spostamento di investimenti di capitale verso la speculazione finanziaria e verso paesi periferici a basso costo del lavoro e ad alto sfruttamento, mettono in difficoltà quella crescita, che sarebbe necessaria per contenere il debito pubblico, e vi aggiungono la crescita del deficit commerciale e la creazione di bolle speculative, che, quando scoppiano, trascinano in recessione l’economia internazionale.

Gli Usa e la Francia, come abbiamo visto, sono i paesi del G7 che manifestano queste caratteristiche in modo più evidente. La Francia, però, ha meno possibilità degli Usa, per il momento ancora la potenza mondiale egemone, di farsi sostenere dall’estero. Da qui, la contraddizione tra la decisione dei governi francesi di applicare una drastica politica di austerità di bilancio e le aspettative di molta parte della popolazione, che sta deflagrando in questi giorni. Si tratta, però, di una scelta politica di classe, perché ci sarebbero altre vie per contrastare la stagnazione, ma queste richiederebbero di mettere in secondo piano o ignorare il profitto più alto possibile come unica finalità della produzione e dell’investimento economico.

Tuttavia, ad essere in difficoltà non è solo la Francia, ma anche il Giappone, il Regno Unito e gli altri paesi Ue del G7. Infatti, anche due economie, come l’Italia e soprattutto la Germania, che avevano conservato un certa base industriale e che hanno posizioni degli investimenti con l’estero positive, vedono aggiungersi alla sovraccumulazione di capitale la temibile concorrenza della Cina, che compete non più solo sul costo del lavoro ma anche sull’innovazione tecnologica. L’esempio più lampante ne è la crisi dell’auto, il settore industriale più importante della Germania che sta andando incontro a una nuova fase di delocalizzazione. Del resto, l’economia tedesca è negli ultimi anni quella che più ristagna tra i maggiori paesi Ue. Per rilanciarla il governo tedesco (Cdu e Spd) di Merz, avendo un debito pubblico tra i più bassi d’Europa, ha varato un piano di forti investimenti pubblici infrastrutturali e soprattutto militari, ma al tempo stesso ha deciso tagli alla spesa sociale, per esempio riformando il sistema pensionistico. Scelte che hanno eroso il gradimento pubblico di Merz e dei partiti che lo sostengono a favore di AfD.

E, a questo punto, saliamo a un livello superiore. Il debito non è solo una spia della crisi del modo di produzione capitalistico, ma lo è anche della crisi del sistema imperialista mondiale che si basa sullo sfruttamento e sulla subalternità finanziaria, politica e militare dei paesi cosiddetti avanzati su quelli cosiddetti in via di sviluppo, o, in altri termini, del centro imperialista sulla periferia. Le difficoltà dei paesi del G7 mostrano che gli equilibri di potere stanno cambiando a favore di quella parte della periferia che viene definita degli “emergenti”, a partire dalla Cina e, in misura minore, dalla Russia, che, in qualche modo, se ne fanno capofila. Infatti, in molti di questi paesi (nei Brics[v], ad esempio) la crescita del Pil è maggiore e il debito pubblico è più contenuto, rispetto al G7. Per quanto riguarda il debito pubblico (2026), nel G7 arriva al 123,7% sul Pil, mentre nei paesi in via di sviluppo ed emergenti è al 77,2%[vi]. Invece, per quanto riguarda il Pil a prezzi costanti, negli ultimi 10 anni (2015-2025) quello dei Brics è cresciuto del 60%, salendo dal 24% al 29% del Pil mondiale, mentre quello del G7 è cresciuto del 19%, scendendo dal 48% al 43% del Pil mondiale[vii].

Tuttavia, il Pil non è un indicatore preciso della ricchezza prodotta da un paese. Infatti, si basa sul valore aggiunto calcolato ai prezzi vigenti, e, dal momento che i prezzi dei paesi avanzati sono molto più alti di quelli di paesi in via di sviluppo, il valore reale creato dai primi è sovrastimato e quello dei secondi sottostimato. Inoltre, una parte del valore creato nella periferia viene “catturato” dai paesi avanzati (e incluso nelle loro statistiche del Pil e del commercio estero), attraverso le catene del valore, dominate dalle multinazionali occidentali[viii]. Per questo, anche se possiamo parlare di crisi del capitalismo, perché i G7 sono la massima espressione del capitale mondiale, non possiamo parlare di crisi mondiale. Bensì di crisi del sistema imperialista, dominato dagli Usa e dall’Occidente in generale.

La crisi economica e debitoria dei paesi del G7 è aggravata dalla loro crisi di egemonia sui paesi periferici, di cui sono segnali la cacciata della Francia da una parte dell’Africa, i processi, seppure molto lenti, di dedollarizzazione e di fuga dai Treasury bond Usa e l’efficace resistenza dell’Iran agli attacchi israelo-statunitensi. I paesi del G7, e gli Usa in particolare, stanno anche per essere raggiunti (e superati) sul piano tecnologico dalla Cina, anche sulla IA. Ad ogni modo, negli ultimi anni diversi paesi periferici (o ex periferici), in particolare dell’Asia e dell’Africa, non sono più disposti a subire il dominio unipolare degli Usa e della Triade in generale. Naturalmente, tra i paesi periferici, ossia quelli che possiamo includere nel Sud globale, ci sono molte differenze sul modello economico e politico adottato e sul grado di sviluppo economico.  

Molti sono ancora i vincoli che li legano all’Occidente, a cui molti paesi del Sud continuano a essere subordinati. Tuttavia, sta crescendo una tendenza, guidata dalla Cina e dalla Russia, verso il multipolarismo, che mette in discussione il dominio economico, valutario, tecnologico, politico e militare non solo degli Usa ma di tutto l’Occidente. Potremmo dire che siamo in una fase in cui il Sud globale sta passando, pur tra mille contraddizioni e difficoltà, dalla decolonizzazione formale, avvenuta tra gli anni ’50 e ’70 del 900, che manteneva e anzi rafforzava lo sfruttamento della periferia da parte del centro, a una decolonizzazione reale. Ciò rappresenta una discontinuità importante nella storia mondiale degli ultimi 500 anni, dominata dalle potenze europee e, nell’ultimo secolo, da quella che è una loro emanazione, gli Usa.

 

La risposta dell’imperialismo in crisi: violenza dentro e guerra fuori dei suoi confini

L’imperialismo, come evoluzione parassitaria e monopolistica del capitalismo, non è ispirato alla libertà ma al dominio, al fine di aumentare l’accumulazione di capitale (cioè il saggio e la massa di profitto). Dunque, il tentativo di contrastare la sua decadenza comprende il ricorso alla violenza, all’esterno ma anche all’interno delle cittadelle imperialiste. All’interno, come abbiamo visto, c’è l’attacco alle condizioni di vita della maggioranza dei lavoratori e la risposta poliziesca e securitaria alle lotte sociali. All’esterno, come già accaduto nelle precedenti crisi dell’imperialismo nel corso del 900, assistiamo al ricorso alla guerra o alla minaccia e alla preparazione della guerra, che comportano l’aumento delle spese militari a detrimento della spesa sociale e a vantaggio dei profitti dell’industria bellica e anche civile.

La guerra aperta l’abbiamo vista recentemente nelle aggressioni degli Usa di Trump al Venezuela e all’Iran, per controllare il mercato mondiale del petrolio e conservare il dominio del dollaro. Ma anche nello strenuo appoggio al neocolonialismo, perennemente in guerra, di Israele, l’alleato strategico dell’imperialismo Usa in quel quadrante. Mentre l’ex presidente Biden è corresponsabile nell’aver spinto alla guerra Russia e Ucraina nel 2022, allo scopo di trarne un vantaggio geopolitico e strategico per gli Usa. In questo modo, in collaborazione con altre potenze minori, gli Usa stanno destabilizzando ampi settori continentali e ponendo le basi per uno scontro bellico di grandi dimensioni.

Invece, la preparazione alla guerra la vediamo in Europa, dove, alimentando la paura di una invasione russa dell’Europa fino a Lisbona, si sta attuando un riarmo massiccio e la militarizzazione della società, anche introducendo nuove forme di arruolamento militare, per ora volontario, sia in Francia che in Germania. Esemplificative sono le dichiarazioni fatte dal ministro della Difesa tedesco, Pistorius: “Dobbiamo riabituarci all’idea che in Europa possa esserci il pericolo di una guerra.” (2023), dal capo di stato maggiore della Difesa francese, generale Fabien Mandon: “La Francia e le famiglie francesi devono essere pronte a perdere i nostri figli.” (novembre 2025) e, infine, dal presidente francese Macron, il quale ha affermato che l’Europa deve essere pronta a difendere la propria libertà “a costo del sangue, se necessario” (discorso alle Forze armate, luglio 2026).

Non meraviglia che i politici e i militari francesi siano in prima linea nel soffiare sul fuoco di uno scontro con la Russia, proprio perché la Francia, come abbiamo visto, è forse il paese centrale che è maggiormente in decadenza, anche in considerazione del suo storico ruolo colonialista e imperialista. Senza dimenticare che la Francia in Africa subisce la presenza sempre più forte della Russia. Ma una situazione simile c’è anche negli altri paesi dell’Europa occidentale, dal Regno Unito, che spinse l’Ucraina a non accettare l’accordo proposto dai russi prima dello scoppio della guerra[ix], alla Germania e anche all’Italia.  

Le rivolte dei giovani francesi nascono da tutto questo, dalla saldatura dell’attacco allo stato sociale con i sempre più chiari preparativi di guerra, visto che sarebbero proprio i giovani a dover combattere in prima linea un eventuale conflitto. Tale situazione è stata ben sintetizzata da uno dei leader degli studenti francesi in lotta: “Siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare. I soldi vadano all’istruzione pubblica e non alle spese miliari”. Parole sagge, che andrebbero riprese in tutta Europa. Anche perché nei decenni seguiti alla fine della guerra fredda gli europei si sono baloccati con le “missioni fuori area”, dove era facile prendersela con le deboli popolazioni del Sud del mondo (ma anche lì un costo umano lo si è dovuto pagare). Ben diverso sarebbe fare una vera guerra contro una superpotenza militare, di dimensioni gigantesche e ricca di ogni tipo di risorse, e che soprattutto ha a sua disposizione il maggiore arsenale nucleare al mondo.

 

Note

[i][i][i] International monetary fund.

[ii] International monetary fund.

[iii] Unctad, Data Centre, International Trade, Trade Balance.

[iv] International Monetary Fund. Data. International investment position.

https://data.imf.org/en/Data-Explorer?datasetUrn=IMF.STA:IIP(13.0.0)

[v] Nei Brics abbiamo Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, a cui recentemente si sono aggiunti Indonesia, Iran, Emirati arabi uniti, Egitto ed Etiopia.

[vi] International monetary fund, World economic outlook (2026), General government gross debt.

[vii] Unctad, Data Centre, National Accounts, Gross domestic product, Us dollars at constant price (2020). I calcoli sono miei.

[viii] John Smith, Imperialism & The Globalization of Production, 2010.

[ix] Ad aprile 2022 Boris Johnson, allora primo ministro britannico, si recò in Ucraina da Zelensky, al quale garantì il pieno sostegno finanziario e militare. Poco dopo, gli ucraini abbandonarono i colloqui con i russi in Turchia, durante i quali erano arrivati vicinissimi alla pace, come è riportato in un articolo di Foreign Affairs del 2024, firmato da S. Radchenko e S. Charap. Il problema è che l’imperialismo britannico ha sempre avuto una forte rivalità con la Russia sin dall’800. Il padre britannico della geopolitica, Halford Mackinder, ai primi del 900, ha sostenuto che il controllo del Mondo passava per quello della Russia europea, che allora comprendeva l’Ucraina. Una posizione ribadita nel 1997 in La grande scacchiera da Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Usa Jimmy Carter, secondo il quale si sarebbe dovuta estendere la Nato all’Ucraina. Proprio la decisione con cui, insieme alla guerra mossa dall’Ucraina alla popolazione russofona del Donbass, Putin ha sempre giustificato la sua “Operazione militare speciale”. Uno dei sogni dell’imperialismo occidentale è sempre stato la fine della Russia come stato unitario e la sua frammentazione in molti piccoli stati, che non fossero in grado di impedire il saccheggio delle risorse dell’immenso territorio russo.

"Basta con questa storia!" Sahra Wagenknecht smaschera il vassallaggio energetico dell'UE

 

Il suicidio energetico e il vassallaggio dell'Unione Europea sono stati perfettamente sintetizzati nell'ultimo commento sui suoi social da parte di Sahra Wagenknecht, fondatrice del partito BSW. "È proprio una follia totale: il governo degli Stati Uniti sta ora di nuovo importando diesel dalla Russia per abbassare i prezzi della benzina alle stelle per i consumatori americani. Eppure il governo federale continua ad aggrapparsi alla politica di sanzioni insensata, che sta portando la nostra economia alla rovina e sta rendendo i cittadini sempre più poveri. Basta con questa storia!", ha scritto. 

"I prezzi della benzina sono ancora scandalosamente alti. Anche la Germania ha bisogno di un accordo sul diesel con la Russia e di un ritorno generale al petrolio e al gas russi! Senza energia a buon mercato dalla Russia, il declino della nostra industria non potrà essere fermato", ha proseguito. "Anche su questo il Landtag di Magdeburgo voterà mercoledì: in un progetto di legge comune con l'AfD, chiediamo al governo federale di revocare le sanzioni insensate contro la Russia e di impegnarsi per una fine diplomatica della guerra in Ucraina. Sarebbe la prima maggioranza in un parlamento tedesco dall'inizio della guerra per la pace e l'energia a buon mercato – e un forte segnale per un cambio di rotta nella politica energetica!", ha concluso. 

Es ist doch vollkommen verrückt: Die US-Regierung importiert jetzt wieder Diesel aus Russland, um die explodierenden Spritpreise für die amerikanischen Verbraucher zu senken. Doch die Bundesregierung hält immer weiter an der sinnlosen Sanktionspolitik fest, die unsere Wirtschaft in den Ruin treibt und die Bürger immer ärmer macht. Schluss damit! Die Spritpreise sind immer noch unverschämt hoch. Auch Deutschland braucht einen Diesel-Deal mit Russland und eine generelle Rückkehr zu russischem Öl und Gas! Ohne preiswerte Energie aus Russland wird der Niedergang unserer Industrie nicht aufzuhalten sein. Auch darüber wird der Magdeburger Landtag am Mittwoch abstimmen: In einem gemeinsamen Antrag mit der AfD fordern wir die Bundesregierung auf, die sinnlosen Sanktionen gegen Russland aufzuheben und sich für eine diplomatische Beendigung des Ukraine-Kriegs einzusetzen. Das wäre die erste Mehrheit in einem deutschen Parlament seit Kriegsbeginn für Frieden und preiswerte Energie – und ein starkes Signal für einen Kurswechsel in der Energiepolitik!

— Sahra Wagenknecht (@SWagenknecht) October 12, 2026

Papa chega ao hospital para remover nódulo no pulmão

13 October 2026 at 12:10
O pontífice, de 71 anos, vai ser submetido a uma cirurgia para remover um nódulo no pulmão que foi detetado durante exames de rotina.

© VATICAN MEDIA HANDOUT/EPA

Esercito libanese e disarmo di Hezbollah: i segreti e le pressioni USA

 

 
Mentre cresce la pressione internazionale per il disarmo di Hezbollah, e Israele continua i suoi attacchi quasi quotidiani contro il Libano mantenendo l'occupazione di posizioni all'interno del territorio libanese, l'esercito libanese si trova ad affrontare un'equazione sempre più complessa. Ci si aspetta che esegua le decisioni delle autorità politiche senza farsi coinvolgere in uno scontro interno, sedendo allo stesso tavolo con gli ufficiali israeliani all'interno del "comitato di coordinamento". Allo stesso tempo, l'esercito dipende fortemente dagli Stati Uniti per armamenti e addestramento, mentre Washington garantisce la superiorità militare qualitativa di Israele.

In questa intervista, un alto ufficiale delle Forze Armate Libanesi (LAF), che ha parlato a condizione di anonimato a The Cradle, delinea i limiti del ruolo dell'istituzione militare nella questione degli armamenti e discute delle tensioni tra il Comandante Generale delle LAF, Rudolphe Haikal, e il Presidente libanese Joseph Aoun. Rivela inoltre la presenza di personale militare statunitense nelle basi di Hamat e Rayak, nonché quella che descrive come una "forza d'assalto" all'interno dell'esercito che, a suo dire, riceve ordini direttamente dagli americani.

Dietro a tutto ciò si cela una domanda che l'ufficiale pone senza mezzi termini: come si può pretendere che un esercito che non controlla il proprio approvvigionamento di armi e i cui soldati guadagnano 300 dollari al mese si assuma la piena responsabilità della difesa del Libano?

The Cradle: Come affronta l'esercito libanese le crescenti richieste e pressioni per il disarmo di Hezbollah? Dove traccia i limiti del suo ruolo in questa questione, tra l'attuazione delle decisioni delle autorità politiche e la preservazione della pace civile e della stabilità interna?

Ufficiale: L'esercito libanese non è l'istituzione che prende la decisione politica sul disarmo di Hezbollah. Si tratta di una questione sovrana e politica, decisa dallo Stato attraverso le sue istituzioni costituzionali. Il ruolo dell'esercito è quello di attuare le decisioni delle autorità legittime nel rispetto della Costituzione e della legge. In altre parole, non è l'esercito a decidere se le armi di Hezbollah verranno disarmate, né quando o come ciò avverrà.

È qui che la questione si complica. L'esercito è tenuto a eseguire qualsiasi ordine gli venga impartito dalle autorità politiche, ma l'istituzione militare considera anche le conseguenze di ogni decisione sul campo, nonché il suo impatto sulla pace civile, sull'unità dell'esercito e sulla stabilità interna. C'è una differenza sostanziale tra prendere una decisione politica e avere la capacità di attuarla sul campo. L'esercito non vuole essere coinvolto in uno scontro interno né essere spinto in un conflitto con una parte della popolazione libanese, poiché una delle sue priorità principali è prevenire i disordini e preservare l'unità dell'istituzione militare stessa.

L'esperienza dell'esercito durante la guerra civile e i danni subiti dall'istituzione in quel periodo hanno reso il tema della sua unità interna particolarmente delicato. Pertanto, qualsiasi decisione di questo tipo richiede un ampio sostegno politico e nazionale, nonché un meccanismo attuabile che non porti a scontri interni. Se viene emessa una decisione politica e all'esercito viene chiesto di imporla con la forza mentre l'attuazione minaccia la pace civile, si tratterebbe di una situazione estremamente pericolosa. Per quanto riguarda specificamente il disarmo di Hezbollah sul territorio libanese, l'esercito non attuerà una decisione delle autorità politiche se non vi è consenso, al fine di salvaguardare l'unità dell'istituzione. Lo Stato può prendere una decisione sulla carta, ma se non sussistono le condizioni politiche necessarie, tale decisione potrebbe rimanere nient'altro che inchiostro su carta.

The Cradle: Il comandante dell'esercito, generale Rudolphe Haikal, prende decisioni unilateralmente all'interno dell'istituzione, con gli ufficiali che seguono le sue indicazioni, oppure le opinioni degli ufficiali superiori hanno un peso nel processo decisionale?

Ufficiale: Se la domanda è se il generale Haikal potrebbe decidere di disarmare Hezbollah, non si tratta di una decisione che spetta al comandante dell'esercito, bensì allo Stato. Per quanto riguarda le opinioni degli ufficiali, esiste ovviamente una struttura di comando militare e una catena di comando. Le decisioni delicate vengono discusse tra gli ufficiali superiori e le valutazioni sono attentamente ponderate: il loro ruolo principale riguarda la tempistica operativa, la valutazione del rischio e la capacità dell'esercito di attuare una decisione.

All'interno dell'istituzione sono presenti diverse correnti politiche. Sebbene tutti gli ufficiali rispondano in ultima analisi al comandante, essi nutrono opinioni proprie. Una questione di tale importanza incide direttamente sulla pace civile, sulla sicurezza nazionale e sulla stabilità del Paese. Il generale Haikal ha ripetutamente affermato che la tutela della pace civile è una linea rossa non negoziabile.

The Cradle: Data la sua posizione al comando dell'esercito, il generale Rudolphe Haikal ha dovuto affrontare tentativi da parte delle autorità politiche, in particolare del presidente Joseph Aoun, di minarlo o indebolirlo? Se sì, in che modo?

Ufficiale: Non credo che la questione possa essere semplicemente descritta come un tentativo del presidente Joseph Aoun di minare l'autorità del generale Haikal. Esiste, tuttavia, un chiaro margine di tensione tra considerazioni politiche e militari. In quanto capo dello Stato e comandante in capo delle forze armate, secondo la Costituzione, il presidente ha priorità politiche e di sicurezza, oltre a impegni internazionali. Il comandante dell'esercito, al contrario, è responsabile della valutazione di ciò che l'esercito può effettivamente realizzare sul campo e dei rischi che ciò comporta.

Questa tensione emerge quando vi è la volontà politica di spingere l'esercito verso misure più rapide o delicate, mentre la leadership militare ritiene che l'attuazione richieda condizioni diverse, potrebbe esporre l'esercito a uno scontro interno o minacciarne la coesione. In tali circostanze, il comandante dell'esercito può percepire una pressione sulle proprie decisioni operative.

La tensione tra il comandante e il presidente Aoun è reale, e la minaccia degli americani di rimuovere il comandante dell'esercito ne è la prova. Tuttavia, affermare che Joseph Aoun cerchi deliberatamente di indebolire Haikal o di eludere la sua autorità richiederebbe delle prove concrete — come comunicazioni dirette con gli ufficiali bypassando il comandante o interferenze nelle nomine — che non si sono verificate. Va anche ricordato che fu proprio Joseph Aoun a nominare Rudolphe Haikal comandante dell'esercito.

The Cradle: L'esercito libanese ora si trova nella stessa stanza con gli israeliani. In che misura si sente a suo agio o a disagio in questa situazione? E può darci un'idea di cosa accade all'interno di quella stanza?

Ufficiale: L'esercito libanese non vede di buon occhio questa situazione. La sua presenza nella stessa stanza con gli israeliani non significa che ci sia fiducia tra le due parti, né che esista un rapporto normale. Per l'esercito si tratta di una soluzione imposta per far fronte a una realtà militare e di sicurezza coatta.

Ancora più importante, l'esperienza dell'esercito con la controparte israeliana negli ultimi mesi ha fornito una valutazione molto chiara: è difficile raggiungere intese stabili con gli israeliani o fare affidamento sul loro rispetto degli accordi presi, poiché le violazioni e le operazioni israeliane continuano. L'esercito entra in quella stanza come rappresentante dello Stato libanese per coordinare la sicurezza attraverso il "comitato del meccanismo", non certo considerando gli israeliani un partner di cui fidarsi. Esiste molta diffidenza e la crescente convinzione che raggiungere un accordo con Israele sia una cosa, mentre garantirne l'attuazione sul campo sia tutt'altra storia.

The Cradle: Sappiamo che l'esercito libanese si affida, in parte, a capacità di intelligence e tecniche forniti da paesi occidentali. Ciò solleva preoccupazioni in merito alla sovranità dell'intelligence libanese?

Ufficiale: Questo è certamente motivo di preoccupazione. Qualsiasi istituzione di sicurezza che si affidi a tecnologie di intelligence straniere si trova di fronte a una questione fondamentale sulla sicurezza delle proprie informazioni: a chi appartiene il sistema? Chi può accedere ai dati? Esistono backdoor non note?

Nel caso del Libano, la sensibilità è maggiore a causa della dipendenza dell'esercito dagli aiuti, dalle attrezzature e dall'addestramento occidentali, in particolare dagli Stati Uniti. Occorre però distinguere tra il possesso di sistemi occidentali e l'affermazione che i Paesi sviluppatori possano accedere automaticamente alle informazioni di intelligence dell'esercito. Non credo che sia questo il caso. Ciononostante, la preoccupazione rimane legittima: l'esercito opera in un contesto sensibile, mentre Israele possiede capacità tecniche avanzate e mantiene stretti legami di sicurezza con gli Stati Uniti. Per l'esercito libanese la questione chiave è quindi mantenere il controllo sui propri dati e database sensibili all'interno di sistemi protetti.

The Cradle: Esiste una base militare statunitense in Libano?

Ufficiale: Ufficialmente, non esiste alcuna base militare statunitense dichiarata in Libano. Anche quando è stata sollevata la questione della base aerea di Hamat, il Ministero della Difesa libanese ha esplicitamente negato che si trattasse di una base americana, sottolineando che è un'installazione aerea sotto l'esclusiva autorità dell'esercito libanese.

Ma questa risposta ufficiale non racconta tutta la storia. Gli americani sono infatti presenti alla base aerea di Hamat e alla base aerea di Rayak, dove supervisionano operazioni con droni e sistemi di sorveglianza che coprono l'area di Masnaa. La presenza e l'influenza militare e di sicurezza degli Stati Uniti in Libano sono eccezionali. Sono accompagnate da un altissimo livello di cooperazione: presenza di personale militare americano, esercitazioni congiunte, visite del CENTCOM e squadre di addestramento dislocate presso tutte le unità delle forze speciali.

Esistono inoltre seri interrogativi sui limiti della sovranità libanese: gli aerei militari statunitensi in arrivo in Libano spesso non vengono sottoposti alle normali procedure di controllo applicate ai voli di linea all'aeroporto di Beirut, e anche il nuovo complesso dell'ambasciata statunitense ad Awkar costituisce un enorme complesso fortemente fortificato. In passato si sono verificati episodi in cui personale statunitense armato ha esercitato controlli di sicurezza sul suolo libanese al di fuori del complesso diplomatico, sollevando forti perplessità sui limiti della propria autorità.

The Cradle: Quanti militari statunitensi sono attualmente presenti in Libano?

Ufficiale: Non ho una cifra precisa. L'ultimo dato ufficiale annunciato dalla Casa Bianca nel 2024 era di 99 militari statunitensi. Personalmente credo che oggi il numero sia decisamente più alto.

The Cradle: Come comunica l'ambasciata statunitense con l'esercito libanese? Qual è la natura dei loro canali di comunicazione?

Ufficiale: Il rapporto non assomiglia a un normale canale diplomatico convenzionale. Esistono canali di comunicazione diretti e permanenti che collegano l'ambasciatore statunitense, gli addetti militari e l'Ufficio di Cooperazione per la Difesa dell'ambasciata direttamente al CENTCOM.

Gli Stati Uniti sono il principale partner esterno dell'esercito libanese in materia di sicurezza. Forniscono armi, addestrano ufficiali e personale, e finanziano equipaggiamenti, veicoli e sistemi di comunicazione. Nel 2021 le due parti hanno persino concordato un piano quinquennale per rafforzare le capacità dell'esercito. Questo conferisce a Washington una notevole influenza nei confronti dell'istituzione militare libanese, che gli stessi USA definiscono un partner chiave per la sicurezza nella regione.

The Cradle: Gli americani comunicano direttamente con il comandante dell'esercito, il generale Rudolphe Haikal, oppure lo aggirano e trattano con altri ufficiali?

Ufficiale: Il rapporto non passa esclusivamente attraverso il comandante dell'esercito. Esiste un'ampia rete di relazioni dirette tra americani e ufficiali libanesi a diversi livelli, costruita nel corso di molti anni di cooperazione, addestramento e missioni congiunte.

The Cradle: Quali generali dell'esercito libanese sono considerati i più vicini all'ambasciata statunitense?

Ufficiale: La figura di spicco per gli americani al momento è il generale di brigata George Saqr, direttore della pianificazione.

The Cradle: Da dove proviene l'esercito libanese per quanto riguarda armi e attrezzature? Qual è il valore di questo aiuto e che tipo di armi riceve?

Ufficiale: Negli ultimi due decenni gli Stati Uniti sono stati la principale fonte di armi e attrezzature per l'esercito libanese. Tra il 2006 e il 2018 l'assistenza militare statunitense è ammontata a circa 1,28 miliardi di dollari, raggiungendo complessivamente oltre 3 miliardi negli ultimi vent'anni. I fondi statunitensi vengono assegnati e gestiti direttamente dal Dipartimento della Difesa USA, che provvede al pagamento dei produttori: ciò consente a Washington di esercitare una notevole influenza sul tipo di armi acquistabili.

L'equipaggiamento ricevuto comprende elicotteri Huey II, aerei Cessna, missili Hellfire, proiettili guidati Copperhead, droni di ricognizione, veicoli blindati e motovedette veloci. L'esercito conserva anche una quota di arsenale di provenienza orientale o acquistato da altri Paesi (come razzi Grad acquisiti dalla Serbia nel 2017). Tentativi passati di acquisire armamenti differenti, come un accordo da 3 miliardi financo dall'Arabia Saudita per forniture francesi o donazioni russe di caccia MiG-29, sono stati ostacolati o bloccati dalle pressioni americane.

L'influenza statunitense si estende anche all'uso dell'arma: il principio dell'"utente finale" comporta che ogni fornitura sia soggetta a rigide condizioni d'impiego operative.

The Cradle: Di cosa ha bisogno l'esercito libanese per indirizzare le proprie capacità militari verso il confronto con Israele? Perché non riesce a ottenere questi armamenti?

Ufficiale: Il problema fondamentale è che l'esercito libanese non è stato formato né armato per combattere una guerra convenzionale contro Israele. La maggior parte degli aiuti statunitensi e occidentali si concentra su lotta al terrorismo, controllo delle frontiere e sicurezza interna.

Per diventare una vera forza di deterrenza contro Israele, l'esercito avrebbe bisogno di sistemi di difesa aerea per contrastare aerei e droni, radar di allerta precoce, capacità di guerra elettronica, artiglieria e missili di precisione a lungo raggio. Attualmente l'esercito non dispone di una rete di difesa aerea in grado di negare ai caccia israeliani la libertà d'azione nello spazio aereo libanese.

Le ragioni del mancato raggiungimento di queste capacità sono due:

  1. Motivo finanziario e politico interno: Costruire un esercito convenzionale richiede miliardi di dollari che lo Stato libanese, attualmente in bancarotta, non possiede. Gli stipendi dei soldati aggirano i 300 dollari mensili e le autorità politiche impediscono acquisti di armi da fornitori alternativi agli USA.

  2. Politica estera statunitense: Gli Stati Uniti sono vincolati dalla propria legislazione a garantire il "vantaggio militare qualitativo" di Israele nella regione. Di conseguenza, negano all'esercito libanese forniture di sistemi di difesa aerea o armamenti avanzati che potrebbero minacciare la superiorità israeliana.

The Cradle: Esistono dati che mostrano quanto ha speso la Gran Bretagna a sostegno dell'esercito libanese rispetto agli Stati Uniti?

Ufficiale: Sì. A fronte degli oltre 3 miliardi di dollari forniti dagli Stati Uniti dal 2006, il sostegno britannico è più ridotto ma mirato: circa 180 milioni di sterline dal 2009.

Mentre gli americani si sono concentrati sullo sviluppo di capacità militari generali (aerei, blindati, artiglieria, comunicazioni e addestramento), i britannici si sono focalizzati quasi esclusivamente sulla sicurezza del confine siriano. Londra ha finanziato la creazione dei reggimenti di frontiera terrestri, fornito oltre 300 veicoli Land Rover e contribuito alla costruzione di circa 78 torri di osservazione e postazioni di confine lungo la frontiera con la Siria.

Zacharova: la BMW “serve i seguaci di Hitler” a Kiev proprio come fece con il Terzo Reich

 

«Oggi la BMW non nega i propri servizi né ai neonazisti ucraini né al gruppo di potere russofobo tedesco, proprio come un tempo servì il Terzo Reich», ha affermato la portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, Maria Zacharova, commentando sui suoi canali social il ritiro dell’offerta di leasing da parte del colosso automobilistico tedesco al nuovo presidente del Parlamento della Sassonia-Anhalt, Tobias Rausch, del partito Alternativa per la Germania (AfD).

La portavoce ha ricordato la storia della BMW durante la Seconda guerra mondiale. «La BMW non ha voltato le spalle al Terzo Reich. L’azienda produceva attivamente non solo motociclette e automobili per le esigenze del Reich, ma anche motori per gli aerei della Luftwaffe, con i quali i nazisti bombardavano senza pietà, tra l’altro, città e civili dell’Unione Sovietica, nonché motori a combustibile liquido per razzi “aria-aria”, con i quali abbatterono aerei nostri e britannici».

Zacharova ha poi sottolineato come l’azienda ricorreva ampiamente al lavoro forzato di abitanti dell’URSS e dell’Europa dell’Est catturati dai nazisti. «Nelle fabbriche della Bayerische Motoren Werke lavoravano senza sosta 35.000 persone trasformate di fatto dal Reich in schiavi. I lavoratori forzati rappresentavano fino a due terzi del personale totale dell’azienda», ha sottolineato. Attualmente, ha affermato, quasi un terzo delle azioni della BMW appartiene a rappresentanti della dinastia Quandt, che nel 1959 «investì il proprio capitale insanguinato» nella società.

«Questa famiglia fu uno dei gruppi industriali tedeschi che contribuirono a portare Hitler al potere e poi si arricchì grazie alla sofferenza e all’uccisione di milioni di persone. Durante la guerra hanno prodotto armi e batterie, ricorrendo in modo generalizzato al lavoro schiavizzato», ha scritto.

Pertanto, ha indicato, «non c’è da stupirsi che, al giorno d’oggi, la BMW non volti le spalle al regime neonazista dell’Ucraina, ma assecondi i seguaci ideologici dei collaborazionisti e gli ammiratori di Hitler» presenti al potere in Ucraina. La portavoce si chiede perché la BMW neghi il servizio ai rappresentanti eletti democraticamente dai cittadini tedeschi alle elezioni, mentre mantiene i propri rapporti commerciali con coloro che considera eredi ideologici del nazismo e «non volta le spalle nemmeno alla classe dirigente russofoba della Germania, che fornisce armi per uccidere gli slavi». «Non sarà forse che la BMW e la sua dirigenza, proprio come un tempo hanno sostenuto — contro gli interessi dei tedeschi — lo “Stato profondo” e gli ideologi della superiorità della razza occidentale, continuano a farlo ancora oggi?», ha chiosato. 

BRICS Pay, non è ancora giunto il momento?

By: A A
13 October 2026 at 10:30

BRICS Pay non è una valuta né una rete di regolamento: è interoperabilità. E a Nuova Delhi i leader si sono limitati a “prenderne atto”.

Segue nostro Telegram.

Cosa è e cosa non è

Alla vigilia del diciottesimo vertice BRICS, ospitato al Bharat Mandapam di Nuova Delhi il 12 e 13 settembre 2026, una parte della stampa specializzata dava per imminente il debutto di BRICS Pay. Le guide al vertice indicavano proprio la capitale indiana come sede del pieno dispiegamento del sistema, con la Reserve Bank of India incaricata del coordinamento tecnico. Il testo approvato dai leader racconta un’altra storia. La Dichiarazione di Nuova Delhi, 140 paragrafi adottati per consenso, si limita a «prendere atto» del lavoro svolto dalla BRICS Payment Task Force sull’interoperabilità dei canali di pagamento e di messaggistica e sulle discussioni relative al regolamento in valute locali, precisando che ciò avviene nel rispetto delle priorità nazionali e nella consapevolezza che non esiste una soluzione valida per tutti. La proposta indiana di collegare le valute digitali delle banche centrali, su cui Nuova Delhi aveva investito una parte consistente del capitale politico della propria presidenza, nel documento non compare.

La distanza tra attese e risultato non va letta come un incidente diplomatico. Riflette due condizioni strutturali che la pubblicistica sulla de-dollarizzazione tende a sottovalutare. La prima è che i Paesi BRICS, presi uno per uno, hanno ancora buone ragioni per regolare in dollari una parte rilevante dei propri scambi. La seconda è che un sistema di pagamento comune non è un problema di ingegneria finanziaria. È un atto di governo condiviso, che richiede regole vincolanti, un’istanza di arbitrato e la disponibilità a fidarsi delle banche centrali altrui. A Nuova Delhi nessuna di queste condizioni era sul tavolo.

Il nome induce in errore. BRICS Pay non è una moneta e non è, almeno nella configurazione discussa finora, un circuito di regolamento. È un livello di interoperabilità pensato per mettere in comunicazione sistemi nazionali già esistenti: il russo SPFS, nato dopo le sanzioni del 2014; il cinese CIPS, operativo dal 2015; l’indiano UPI e il brasiliano Pix, costruiti per i pagamenti domestici istantanei e solo in seguito proiettati all’estero. Il progetto ha preso forma durante la presidenza russa del 2024, nel quadro della BRICS Cross-Border Payments Initiative accolta a Kazan, un’iniziativa che la stessa dichiarazione di quel vertice qualificava come volontaria e non vincolante.

Per capire dove si colloca il progetto conviene distinguere tre piani che il dibattito pubblico confonde di continuo. Il primo è la messaggistica, cioè la trasmissione standardizzata degli ordini di pagamento tra istituzioni finanziarie: è il terreno di SWIFT, ed è qui che BRICS Pay si propone come alternativa. Il secondo è il regolamento, il trasferimento effettivo di valore tra conti presso banche centrali o banche corrispondenti, con tutto ciò che comporta in termini di liquidità, rischio di controparte e gestione dei saldi. Il terzo è l’unità di conto, la moneta in cui i contratti sono denominati. Un’alternativa a SWIFT agisce soltanto sul primo piano. Se un esportatore indiano fattura in dollari e la banca russa regola in dollari presso un corrispondente, aver trasmesso il messaggio su un canale non occidentale cambia ben poco.

L’interoperabilità ha però un vantaggio politico evidente, ed è la ragione per cui è diventata la formula di compromesso del gruppo: consente a ciascun Paese di conservare la propria moneta e il proprio sistema finanziario. Una moneta comune imporrebbe rinunce di tutt’altra portata, dalle regole di emissione e di cambio alla gestione dei Paesi strutturalmente in avanzo o in disavanzo. Non a caso Sudhakar Dalela, segretario per le relazioni economiche del ministero degli Esteri indiano, ha ribadito durante il vertice che una valuta BRICS non è in discussione, aggiungendo la prudente clausola «per ora».

La storia del dossier è la storia di un lessico che avanza di millimetri. Nel 2010, a Brasília, i quattro Paesi fondatori si impegnavano a studiare la fattibilità di una cooperazione monetaria e di accordi di regolamento in valuta locale. A Ufa, nel 2015, si riconosceva il potenziale delle valute nazionali; a Xiamen, due anni dopo, si parlava di swap valutari e di investimenti diretti in moneta locale. Dal 2019 l’attenzione si è spostata sulle infrastrutture di pagamento, con l’avvio dei lavori della Payment Task Force. Johannesburg, nel 2023, ha evocato per la prima volta l’interconnessione dei sistemi di pagamento transfrontalieri; Kazan ha lanciato l’iniziativa volontaria; Rio, nel 2025, ha accolto un rapporto tecnico sul sistema di pagamenti transfrontalieri BRICS che a oltre un anno di distanza non è stato reso pubblico. Sedici anni dopo Brasília, Nuova Delhi «prende atto». La successione dei verbi (studiare, riconoscere, accogliere, prendere atto) è già un indicatore: in un organismo che decide per consenso, il grado di impegno reale si legge nella grammatica dei comunicati.

L’ambizione indiana e il prezzo del consenso

L’India aveva fatto dei pagamenti transfrontalieri uno dei pilastri della propria presidenza. A gennaio la Reserve Bank of India aveva proposto di collegare le valute digitali di banca centrale dei Paesi membri per facilitare commercio e turismo; ad agosto il governatore Sanjay Malhotra confermava che erano in corso discussioni sul collegamento dei sistemi di pagamento veloce e delle CBDC; alla vigilia del vertice il ministro del Commercio Piyush Goyal rilanciava l’invito a regolare gli scambi in moneta locale. Già il 10 settembre, tuttavia, Reuters riferiva di ostacoli politici e tecnici in grado di limitare i progressi, e ne indicava due in particolare: l’interruzione dei rapporti finanziari tra Emirati Arabi Uniti e Iran e la riluttanza della stessa India ad approfondire la connettività finanziaria con la Cina senza una fiducia reciproca più solida.

Il secondo ostacolo merita attenzione, perché rovescia un’immagine corrente. Il freno più robusto a un’integrazione dei pagamenti BRICS non viene da Washington, ma dal Paese che presiedeva il vertice. Nuova Delhi vuole infrastrutture che rendano più semplice il commercio in rupie e più economiche le rimesse della sua diaspora. Non vuole che queste infrastrutture passino per nodi cinesi, né che il loro effetto netto sia un’espansione dello yuan in Asia meridionale. L’incontro tra Narendra Modi e Xi Jinping a margine del vertice ha segnato un disgelo prudente, ma il disavanzo commerciale indiano verso la Cina, raddoppiato nell’arco di un decennio, resta una frattura che nessun comunicato può ricomporre.

C’è poi l’effetto dell’allargamento. Con undici membri e dieci Paesi partner, il gruppo comprende oggi Stati che nella guerra del 2026 si sono trovati su fronti opposti. A maggio la riunione dei ministri degli Esteri, sempre a Nuova Delhi, si era chiusa senza un comunicato congiunto, costringendo la presidenza indiana a una dichiarazione a titolo proprio. L’unanimità di settembre è stata ottenuta abbassando la soglia degli impegni. La dichiarazione critica dazi e sanzioni unilaterali senza nominare gli Stati Uniti e, sul dossier finanziario, rinvia a un lavoro tecnico di cui non fissa né scadenze né obiettivi. Ajay Srivastava, fondatore del Global Trade Research Initiative, ha osservato che il testo non prevede alcuna azione concreta e che, in assenza di un piano coordinato, il commercio in valute locali potrà crescere solo gradualmente, senza raggiungere volumi significativi.

Va segnalato, per scrupolo di metodo, che alcune testate hanno presentato il vertice come il momento del «lancio» di BRICS Pay. Il testo della dichiarazione, così come riportato dalle fonti che lo hanno esaminato nel dettaglio, non autorizza questa lettura. La confusione tra annuncio e realizzazione è uno dei tratti ricorrenti della comunicazione sul tema, e contribuisce a gonfiare aspettative che poi ricadono sulla credibilità del gruppo.

Le buone ragioni del dollaro

Le statistiche disponibili spiegano meglio di qualsiasi dichiarazione perché la de-dollarizzazione resti, per ora, più un tema di dibattito che una tendenza misurabile. Secondo l’ultima indagine triennale della Banca dei regolamenti internazionali, nell’aprile 2025 il dollaro compariva in circa l’89% delle transazioni valutarie mondiali, una quota in lieve aumento rispetto al 2022, mentre lo yuan si fermava all’8,5%. Sul versante delle riserve, i dati del Fondo monetario internazionale indicano per il primo trimestre del 2026 una quota del dollaro pari al 57,13%, contro l’1,99% della valuta cinese. La tendenza di lungo periodo è di erosione: intorno al 1999 il dollaro superava il 70% delle riserve allocate. Ma la diversificazione si disperde su una costellazione di valute minori, la cui quota residua è più che raddoppiata dal 2021, e non si concentra sulle monete dei Paesi BRICS.

La ragione non è la sudditanza, è il calcolo. Il dollaro offre ciò che nessuna alternativa offre ancora: mercati profondi e liquidi, strumenti di copertura a basso costo, un enorme stock di debito denominato nella stessa valuta e la possibilità di convertire in qualsiasi momento il ricavato di una transazione in un attivo considerato sicuro. Barry Eichengreen ha descritto questi vantaggi in termini di effetti di rete: una moneta è utile in proporzione al numero di soggetti che già la usano, e ciò rende costosa qualunque transizione tentata da un solo attore o da un piccolo gruppo. Per un importatore brasiliano o un esportatore indonesiano pagare in dollari significa pagare nella moneta che la controparte accetta senza trattare.

Scendendo al livello dei singoli membri, il quadro si fa ancora più netto. L’India ha dichiarato a più riprese di non avere interesse a indebolire il dollaro: nel dicembre 2024 il ministro degli Esteri Subrahmanyam Jaishankar ricordava che gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale del Paese, e nell’estate 2025 il portavoce del ministero ribadiva che la de-dollarizzazione non rientra nell’agenda finanziaria indiana. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita mantengono le proprie valute ancorate al dollaro e fondano la propria sicurezza su un rapporto con Washington che nessun circuito di pagamento alternativo potrebbe compensare. Riyadh, del resto, continua a stare nel gruppo in una posizione ambigua: la presidenza indiana la elencava tra gli undici membri, ma a Nuova Delhi la delegazione saudita si è presentata con lo status di Paese invitato. Egitto ed Etiopia, che negli ultimi anni hanno negoziato programmi con il Fondo monetario e portano un debito estero in valuta forte, non possono permettersi di complicare il rapporto con i propri creditori. Il Brasile di Lula ha rilanciato più volte l’idea di una moneta commerciale comune, ma il suo sistema di punta, Pix, rimane un successo domestico.

Restano la Russia e l’Iran, per i quali l’uscita dal dollaro non è una scelta ma una necessità imposta dalle sanzioni, e la Cina, che ha un interesse reale all’internazionalizzazione dello yuan ma lo persegue attraverso infrastrutture proprie, a cominciare da CIPS, e senza rinunciare ai controlli sui capitali che limitano l’attrattiva della sua moneta come riserva. Anche per chi ha le motivazioni più forti, tuttavia, il regolamento in valute locali ha mostrato limiti precisi. L’esperienza russo-indiana è istruttiva. Il forte aumento delle importazioni indiane di petrolio russo dopo il 2022 ha lasciato Mosca con ingenti saldi in rupie difficili da impiegare, un problema che lo stesso Sergej Lavrov ammise pubblicamente nel maggio 2023. Quando gli scambi sono squilibrati, la moneta del Paese in disavanzo si accumula presso il Paese in avanzo, e il dollaro torna a essere la via d’uscita più semplice.

A questi incentivi si somma il costo esplicito di una rottura. Donald Trump ha minacciato dazi del 100% contro i Paesi BRICS che sostenessero una moneta alternativa al dollaro e, dopo il vertice di Rio del 2025, un dazio aggiuntivo del 10% per chi si allineasse alle politiche del gruppo da lui definite antiamericane. Alla vigilia di Nuova Delhi l’economista di Natixis Alicia García-Herrero prevedeva che i leader avrebbero discusso di pagamenti transfrontalieri senza tentare di sostituire il dollaro. È andata esattamente così.

Una scelta politica

Si arriva così al punto centrale. Un sistema di pagamento non è un’infrastruttura neutrale. Susan Strange collocava la struttura finanziaria, cioè il controllo sul credito e sui canali attraverso cui circola, tra le quattro fonti del potere strutturale nell’economia politica internazionale. Gli Stati che controllano i nodi centrali delle reti economiche globali, di cui SWIFT è l’esempio canonico, possano trasformarli in strumenti di coercizione, sfruttandone sia la funzione di osservatorio sia la capacità di esclusione. È proprio questa esperienza, culminata nell’esclusione delle principali banche russe da SWIFT nel 2022, ad aver dato slancio politico al progetto BRICS.

La stessa lezione, però, vale all’interno del gruppo. Chi costruisce una rete alternativa deve stabilire dove si trovano i nodi, chi ne gestisce i dati, quale diritto regola le controversie, chi fornisce liquidità nei momenti di tensione e come si compensano i saldi tra economie in avanzo e in disavanzo. Ognuna di queste decisioni redistribuisce potere. Per l’India un sistema imperniato su CIPS significherebbe sostituire una dipendenza da Washington con una dipendenza da Pechino, cioè da un rivale con cui condivide una frontiera contesa. Per gli Emirati collegarsi a un circuito in cui transita l’Iran vorrebbe dire esporsi al rischio di sanzioni secondarie, proprio mentre i due Paesi escono da una guerra vissuta su fronti opposti. Il problema non è la tecnologia: le componenti nazionali esistono e funzionano. Manca un accordo su chi governa l’insieme.

La storia monetaria del Novecento offre due riferimenti utili. Il primo è la proposta keynesiana di una International Clearing Union, presentata dal Tesoro britannico nel 1943, che affrontava esattamente il nodo degli squilibri persistenti imponendo oneri simmetrici ai Paesi in avanzo e a quelli in disavanzo. Un BRICS Pay che volesse andare oltre la messaggistica avrebbe bisogno di un meccanismo analogo di compensazione multilaterale, e dunque di regole capaci di vincolare anche la Cina, principale creditore commerciale del gruppo. Il secondo riferimento è la tesi di Charles Kindleberger sulla stabilità del sistema internazionale come bene pubblico, che richiede un attore disposto a sostenerne i costi. Nell’ordine del dollaro quel ruolo è svolto, con tutti gli abusi che ne derivano, dagli Stati Uniti. Nel partenariato BRICS l’unico candidato plausibile è la Cina, e gli altri membri non intendono riconoscerle quella funzione. Qui sta il dilemma costitutivo di un ordine monetario multipolare: moltiplica i poli, ma lascia vacante il posto di chi garantisce il sistema.

A ciò si aggiunge la fragilità istituzionale. Il gruppo opera senza un segretariato permanente, con presidenze annuali a rotazione che affidano la continuità dei dossier tecnici alla volontà del Paese di turno. L’allargamento ha accresciuto l’eterogeneità degli interessi senza dotare il partenariato di strumenti decisionali più robusti. Un sistema di pagamento unificato richiederebbe un trattato, o almeno un accordo vincolante di governance, mentre l’iniziativa sui pagamenti transfrontalieri è, per esplicita scelta dei firmatari, volontaria e non vincolante. Finché questa asimmetria tra ambizione e forma giuridica non sarà sciolta, BRICS Pay resterà ciò che è oggi: un marchio politico sovrapposto a un insieme di corridoi bilaterali. La stabilità del partenariato non è dunque una condizione accessoria del progetto. Ne è il presupposto.

Verso la presidenza cinese del 2027

Con il passaggio della presidenza alla Cina per il 2027, l’orizzonte di valutazione più utile è quello dei prossimi diciotto-ventiquattro mesi. Le valutazioni che seguono poggiano su evidenze di qualità moderata, costituite in larga parte dai testi ufficiali e dalla stampa economica internazionale.

Lo scenario che considero altamente probabile è quello di un mosaico bilaterale. Crescono i corridoi già avviati, come quelli tra India ed Emirati e tra India e Russia, mentre l’architettura comune resta allo stadio di studio. Il commercio in valute locali aumenta in termini assoluti, ma la quota del dollaro negli scambi intra-BRICS si riduce solo in misura marginale.

Uno scenario alternativo, cui attribuisco una probabilità moderata, prevede che la presidenza cinese usi il 2027 per promuovere un nucleo a geometria variabile, costruito attorno a CIPS e SPFS, con l’adesione di Russia, Iran e di alcuni Paesi partner. Il marchio BRICS Pay verrebbe formalmente attivato, ma per una parte soltanto del gruppo e con ogni probabilità senza l’India. Sarebbe un risultato politicamente spendibile per Pechino e Mosca, ma renderebbe esplicita la frattura che oggi il linguaggio delle dichiarazioni riesce ancora a coprire.

L’entrata in funzione, entro il 2028, di un sistema unificato e operativo per tutti i membri resta invece altamente improbabile.

Gli indicatori da seguire sono pochi e concreti: la pubblicazione del rapporto tecnico accolto a Rio; l’eventuale firma di un accordo vincolante sulla governance dei pagamenti; la creazione di un meccanismo multilaterale di compensazione o di linee di swap dedicate, magari affidate alla Nuova Banca di Sviluppo; la posizione indiana su un collegamento con CIPS; la formalizzazione, o il definitivo abbandono, della membership saudita. Un comunicato che parli di «lancio» senza alcuno di questi elementi andrà letto per ciò che è, un annuncio.

Il multipolarismo ha finora prodotto soprattutto una pluralità di opzioni nazionali, utili a ciascun Paese per ridurre l’esposizione alle sanzioni e per negoziare da posizioni migliori con Washington. Trasformare queste opzioni in un sistema richiede un partenariato che riconosca un interesse comune più forte delle rivalità interne. Quel partenariato è ancora in evoluzione, e BRICS Pay ne seguirà i tempi, non il contrario.

Israel mata cinco membros do Hamas e da Jihad Islâmica

13 October 2026 at 10:29
Forças israelitas abateram no domingo três militantes da Jihad Islâmica e outros dois alegados militantes ligados ao Hamas, num ataque contra o sul da faixa de Gaza. Vários feridos foram reportados.

© MOHAMMED SABER/EPA

A operação de Israel começou após o ataque do Hamas contra território israelita a 7 de outubro de 2023 e que fez 1.250 mortos

Yemen, Netanyahu offre aiuto all'Arabia Saudita contro gli Houthi

 

Secondo un'indiscrezione pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu starebbe cercando di intervenire direttamente nel conflitto in Yemen a fianco dell'Arabia Saudita.

L'obiettivo di Netanyahu, condotto attraverso la mediazione degli Stati Uniti, sarebbe quello di ottenere il consenso di Riyadh per far partecipare Israele alle operazioni militari contro il movimento Ansar Allah (gli Houthi). Nel disegno strategico di Tel Aviv, tale cooperazione militare rappresenterebbe un tassello chiave per accelerare il processo di normalizzazione dei rapporti diplomatici con il Regno saudita.

Il no di Mohammed bin Salman

Nonostante la proposta di Tel Aviv, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman si sarebbe opposto a un coinvolgimento formale e diretto delle forze israeliane. La decisione di Riyadh sarebbe dettata dal timore di una reazione fortemente negativa da parte dell'opinione pubblica saudita e del mondo arabo-musulmano in un momento di estrema delicatezza regionale.

La reazione e le accuse delle autorità di Sana'a

Le rivelazioni hanno subito provocato la durissima reazione delle autorità yemenite guidate dagli Houthi. In una nota ufficiale rilasciata dal Ministero degli Esteri di Sana'a, l'assedio e l'intervento militare a guida saudita sono stati definiti una risorsa strategica a favore degli interessi israeliani e un attacco diretto alla causa palestinese.

"Per quanto il nemico saudita si sforzi di gettare lo Yemen nel caos, non riuscirà a distogliere l'attenzione dalla nostra causa principale" — ha dichiarato il Ministero degli Esteri yemenita, definendo la questione palestinese un punto centrale indissolubile per la comunità islamica.

Le autorità di Sana'a sostengono di aver tentato più volte di dimostrare a Riyadh come la prosecuzione dell'aggressione e del blocco economico sullo Yemen vada a tutto vantaggio di Israele, accusando la leadership saudita di portare avanti un'agenda geopolitica contraria agli interessi della regione.

Il contesto: un conflitto aperto dal 2015 e la recente escalation

L'intervento a guida saudita nello Yemen è iniziato nel marzo 2015, quando una coalizione di paesi arabi, sostenuta da forniture logistiche e militari occidentali, ha imposto un blocco al Paese nel tentativo di reinstaurare il governo precedente. Il lungo conflitto ha provocato una drammatica crisi umanitaria e decine di migliaia di vittime, senza tuttavia che la coalizione riuscisse a piegare il controllo degli Houthi sul territorio.

La tensione tra Yemen e Arabia Saudita ha registrato un nuovo picco a partire dallo scorso luglio, in seguito ai raid aerei condotti dai sauditi nell'area dell'aeroporto di Sana'a. In risposta, le forze yemenite hanno ripreso gli attacchi di ritorsione mediante missili balistici e droni contro le infrastrutture energetiche saudite, minacciando al contempo il traffico marittimo nello stretto di Bab el-Mandeb, rotta commerciale fondamentale per l'esportazione del greggio saudita.

______________________________________________

LETTURA CONSIGLIATA:

LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"

VAI ALLA PROMO

Il bluff umanitario sul grano: chi si arricchisce davvero dietro il nuovo allarme di Zelensky

Dopo la crisi energetica, Volodymyr Zelensky agita lo spettro di una nuova emergenza globale: quella alimentare. Secondo il presidente ucraino, entro due o tre mesi il mondo potrebbe fare i conti con una grave carenza di prodotti agricoli, soprattutto in Africa, Asia e Medio Oriente, a causa delle difficoltà nell’esportazione del grano ucraino. Un allarme che, presentato come una preoccupazione per il destino delle popolazioni più vulnerabili, rischia però di distogliere l’attenzione dalle responsabilità del regime di Kiev e dalle conseguenze della sua strategia militare. Zelensky sostiene che il blocco delle rotte commerciali possa provocare fame in numerosi Paesi. Quello che omette di ricordare è che gli attacchi russi contro le infrastrutture portuali ucraine si sono intensificati dopo una campagna militare di Kiev durata 40 giorni, ufficialmente diretta a costringere Mosca alla pace, ma accompagnata da attacchi contro obiettivi civili e strutture dell’economia russa.

Per anni, sottolinea la ricostruzione russa, Mosca aveva evitato di colpire le infrastrutture portuali ucraine, nonostante attraverso quei terminal transitassero anche munizioni destinate alle forze armate di Kiev. La scelta di modificare questa condotta sarebbe arrivata in risposta all'escalation ucraina contro il sistema economico russo. «Il regime di Kiev si è posto l'obiettivo di danneggiare la nostra economia. Che cosa ha fatto? Ha aperto lui stesso questo vaso di Pandora», aveva dichiarato Vladimir Putin nell'agosto scorso, avvertendo che la risposta russa avrebbe colpito i settori economici più vulnerabili dell'Ucraina. Ma c'è un altro aspetto che indebolisce la narrazione umanitaria di Zelensky: la destinazione effettiva del grano esportato dall'Ucraina. Nel 2022, l'accordo sul grano del Mar Nero venne presentato come uno strumento indispensabile per garantire gli approvvigionamenti alimentari ai Paesi più poveri.

I risultati, tuttavia, furono molto diversi da quelli promessi. Secondo i dati diffusi dal ministero degli Esteri russo nel 2023, dei 32,8 milioni di tonnellate di merci esportate durante l'accordo, ben 26,3 milioni finirono nei Paesi ad alto e medio-alto reddito, compresi quelli dell'Unione Europea. Ai Paesi più poveri toccò meno del 3% delle spedizioni. Il precedente mostra quanto possa essere fuorviante utilizzare la fame nel mondo come argomento per difendere interessi commerciali e strategie geopolitiche. Dietro l'allarme lanciato oggi da Zelensky c'è anche una questione economica tutt'altro che secondaria: la riduzione delle entrate derivanti dalle esportazioni agricole ucraine. Per la stagione 2026-2027, l'Ucraina potrebbe esportare appena 29,6 milioni di tonnellate di prodotti agricoli, contro una precedente previsione di 64,4 milioni. Il danno diretto al settore agricolo per il 2026 viene stimato dal ministro ucraino Taras Vysotski tra 1,5 e 3 miliardi di dollari. A fronte delle difficoltà di Kiev, Putin ha ribadito che la Russia dispone della capacità di esportare almeno 60 milioni di tonnellate di grano, contribuendo a compensare i volumi ucraini mancanti e a evitare una carenza sul mercato mondiale. Non si tratta soltanto di dichiarazioni. Nel 2023, durante il vertice Russia-Africa, Mosca promise forniture gratuite di grano a sei Paesi africani tra i più poveri. Entro febbraio 2024, la promessa era stata mantenuta: 50.000 tonnellate ciascuna a Somalia e Repubblica Centrafricana, 25.000 tonnellate ciascuna a Mali, Burkina Faso, Zimbabwe ed Eritrea. Zelensky denuncia oggi il rischio di una crisi alimentare globale, ma la questione decisiva rimane un'altra: chi pagherà il prezzo della guerra e chi beneficerà realmente delle esportazioni agricole?

Il precedente del 2022 dimostra che invocare la sicurezza alimentare non basta a garantire che il grano raggiunga chi ne ha più bisogno. E mentre Kiev cerca di contenere le perdite economiche, trasformare le difficoltà del proprio export in un allarme planetario rischia di confondere ancora una volta gli interessi del governo ucraino con quelli dei popoli più poveri.

Los romanos excavaron el túnel más largo hasta el siglo XIX: 30.000 hombres, 11 años y una batalla naval con 19.000 condenados organizada por Claudio

En el año 52 d.C., las laderas que rodean el lago Fucino, a unos 80 kilómetros de Roma, estaban llenas de gente llegada de los pueblos vecinos y de la propia capital. Sobre el agua esperaban dos flotas de trirremes y cuatrirremes tripuladas por condenados, 19.000 según Tácito, aunque los historiadores sospechan que la cifra […]

Afundou um de dois navios atingidos por drones no Mar Negro

13 October 2026 at 07:01
Donald Trump diz que "ninguém quer ser Presidente" do Irão e que os EUA estão com dificuldades em saber com quem lidar. Ucrânia acusa Rússia de lançar mísseis balísticos contra Kiev.

© AFP via Getty Images

❌