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La Russia sta raggiungendo gli obiettivi strategici dell’Operazione Militare Speciale?

By: A A
13 October 2026 at 22:38

Nel dicembre 2021, la Russia presentò agli Stati Uniti e alla NATO due bozze di accordi formali per ottenere garanzie di sicurezza legalmente vincolanti, facendo intendere che se non fossero state accolte ci sarebbero state delle conseguenze.

Segue nostro Telegram.

In effetti, dopo il rifiuto di Washington di prenderle in considerazione, il 24 febbraio 2022 la Federazione Russa intraprese l’Operazione Militare Speciale in Ucraina, ancora in corso.

Tra le richieste avanzate allora da Mosca sottolineiamo:

  • Blocco dell’allargamento della NATO: l’impegno formale a impedire ulteriori espansioni dell’Alleanza Atlantica, escludendo esplicitamente l’adesione dell’Ucraina.
  • Limitazioni alle Forze Militari: il divieto per la NATO di dispiegare truppe o armamenti nei Paesi entrati a far parte dell’Alleanza Atlantica dopo il maggio 1997.
  • Basi negli ex Stati sovietici: il divieto per gli Stati Uniti di stabilire basi militari o sviluppare cooperazione bilaterale nei Paesi dell’ex URSS che non fanno parte della NATO.
  • Missili a raggio intermedio e corto: il divieto reciproco di dispiegare missili a raggio intermedio e corto in aree da cui possano colpire il territorio dell’altra parte.
  • Attività militari: la limitazione delle esercitazioni e delle attività militari della NATO in Europa orientale, nel Caucaso e in Asia centrale.

Stati Uniti e NATO nel 2021 rifiutarono le richieste principali (in particolare il veto sull’allargamento della NATO e il ritiro delle infrastrutture militari ai confini del 1997), offrendo invece di negoziare su temi specifici come il controllo degli armamenti e la trasparenza delle esercitazioni.

Perciò, il 17 febbraio 2022 Mosca consegnò una contro-risposta formale agli Stati Uniti, lamentando la mancanza di disponibilità a fornire garanzie vincolanti e preannunciando la necessità di adottare misure ‘tecnico-militari’: pochi giorni dopo ci fu l’invasione dell’Ucraina.

La Russia aveva fondati motivi per ritenere che Kiev stesse per entrare nella NATO e uno dei bersagli inziali dei suoi missili balistici (13 marzo e 17 maggio 2022) furono proprio i centri di addestramento ucraini di Yavoriv (nella zona di Leopoli, vicino al confine polacco ma all’interno dei confini ucraini), a tutti gli effetti infrastrutture della NATO, come visibile nelle mappe della stessa Alleanza Atlantica (1).

Tralasciando le questioni diplomatiche e l’auspicata volontà comune di riaffermare i principi delle Nazioni Unite che venivano espressi nel documento presentato da Mosca e sui quali l’Amministrazione Trump ha tirato oggi una riga definitiva, è interessante capire se siano stati compiuti dei passi da parte dell’attuale presidenza statunitense per venire incontro alle richieste russe (2).

All’art. 1: Russia e U.S.A. non intraprenderanno azioni né parteciperanno o sosterranno attività che pregiudichino la sicurezza dell’altra Parte; non attueranno misure di sicurezza – adottate da ciascuna Parte individualmente o nell’ambito di un’organizzazione internazionale, di un’alleanza militare o di una coalizione – che possano compromettere gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Sul supporto decisivo dell’intelligence USA e dei grandi gruppi tecnologici statunitensi (da Starlink a Palantir, entrambi vicini all’Amministrazione Trump) all’Ucraina al fine di colpire il territorio della Federazione Russa ho già ampiamente scritto in precedenza e perciò non mi soffermo (3).

Articolo 2

Le Parti si adopereranno affinché tutte le organizzazioni internazionali, le alleanze militari e le coalizioni a cui partecipa almeno una delle Parti si attengano ai principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite.

Abbiamo assistito recentemente alla doppia aggressione condotta dalla “Coalizione Epstein” all’Iran, senza alcun fondamento nel diritto internazionale e senza alcuna considerazione dei “principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite”. Per non parlare del supporto statunitense ai bombardamenti israeliani su Siria, Libano e Yemen (aggressione alla quale contribuisce in gran parte l’Arabia Saudita) o del rapimento illegittimo del Presidente venezuelano Maduro.

Articolo 3

Le Parti non utilizzeranno i territori di altri Stati allo scopo di preparare o compiere un attacco armato contro l’altra Parte o altre azioni che pregiudichino gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Naturalmente, la violazione di questo articolo non avviene solo utilizzando il territorio ucraino per colpire la Russia; recentemente, sul sito del Ministero della Difesa di Mosca è comparso un elenco di venti aziende europee accusate di essere parte integrante dell’apparato militare-industriale ucraino. Quattro hanno sede in Italia, tre in Germania, due in Gran Bretagna, due in Polonia, due in Turchia, due in Repubblica Ceca, poi sono rappresentate anche imprese con basi in Israele, Spagna, Paesi Bassi, Lituania e Lettonia. Tutto ciò avviene con il consenso implicito degli Stati Uniti. Anche le infrastrutture della NATO e le basi militari statunitensi in Europa (Sigonella ad esempio in Italia nel 2022) contribuiscono così ad alimentare questo conflitto (4).

Articolo 4

Gli Stati Uniti d’America si impegneranno a impedire un’ulteriore espansione verso Est dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e a negare l’adesione all’Alleanza agli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Gli Stati Uniti d’America non stabiliranno basi militari nel territorio degli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che non siano membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, né utilizzeranno le loro infrastrutture per attività militari di alcun tipo, né svilupperanno con essi una cooperazione militare bilaterale.

Senza trascurare l’immediato ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO all’inizio dell’Operazione Militare Speciale, l’attuale Amministrazione a Washington ha annunciato l’invio di ulteriori 5.000 soldati statunitensi in Polonia e l’istituzione di una nuova base militare permanente nel Paese (ridenominata “Fort Trump”). Ma gli U.S.A. non si sono fermati qui; in Armenia, nazione che fa ancora formalmente parte dell’Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva e dell’Unione Economica Eurasiatica, lo scorso settembre Washington e Erevan hanno tenuto un nuovo ciclo di consultazioni bilaterali sulla difesa e firmato un verbale congiunto d’intesa (jointly agreed minutes) per dare seguito alla Charter on Comprehensive Strategic Partnership sottoscritta nel maggio 2026. Gli accordi discussi riguardano:

Supporto alla trasformazione e riforma delle Forze Armate armene.

Addestramento di sottufficiali (NCO), istruttori, comandanti junior e personale per il mantenimento della pace (peacekeeping).

Istruzione militare ed esercitazioni congiunte.

Sviluppo delle capacità industriali della difesa e potenziale fornitura di equipaggiamenti tramite il programma Foreign Military Sales (FMS) e programmi educativi come l’IMET, orientando l’Armenia verso una progressiva modernizzazione degli standard militari occidentali.

Articolo 5

Le Parti si asterranno dallo schierare le proprie Forze Armate e i propri armamenti – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree in cui tale schieramento potrebbe essere percepito dall’altra Parte come una minaccia alla propria sicurezza nazionale, fatta eccezione per lo schieramento all’interno dei territori nazionali delle Parti stesse. Le Parti si asterranno dal far volare bombardieri pesanti equipaggiati con armamenti nucleari o non nucleari, o dallo schierare navi da guerra di superficie di qualsiasi tipo – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree situate rispettivamente al di fuori dello spazio aereo nazionale e delle acque territoriali nazionali, dalle quali sia possibile colpire obiettivi nel territorio dell’altra Parte.

Poco più di un mese fa, si è tenuta un’esercitazione aerea della NATO nel nord-est della Polonia, nelle vicinanze di Kaliningrad con alcune decine di velivoli. All’esercitazione hanno partecipato caccia statunitensi e norvegesi, un aereo di sorveglianza NATO E-3A Sentry AWACS, velivoli per il rifornimento in volo e un aereo statunitense EA-37B per la guerra elettronica: Mosca teme che si tratti di manovre preparatorie all’isolamento dell’enclave russa dal resto della Federazione e ha risposto duramente ma soltanto sul piano diplomatico.  Inoltre, la NATO Ballistic Missile Defence (BMD), la difesa antimissile balistica dell’Alleanza Atlantica, è una rete costituita da sensori e da sistemi missilistici che i Paesi Membri offrono quale contributo nazionale alla struttura, i cui punti di riferimento in Europa sono lo European Phased Adaptive Approach (EPAA), statunitense, con il sistema americano Aegis Ashore schierato in Romania e Polonia e le navi Aegis per la BMD, stazionate nelle acque spagnole. Il sistema radar della IAMD si trova in Turchia, mentre l’infrastruttura di comando e controllo in Germania (5). Nel 2016 (grazie all’annullamento del Trattato ABM deciso da Trump) gli Stati Uniti hanno prima messo in funzione una base ABM in Romania, un sistema che utilizza lanciamissili Aegis potenzialmente in grado di lanciare Tomahawk con testata nucleare ad oltre 2400 chilometri di distanza, successivamente nel 2022 hanno costruito un sito Aegis in Polonia, ancora più vicino ai confini russi. Gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto che i siti ABM hanno lo scopo di fermare le testate puntate sull’Europa dall’Iran o dalla Corea del Nord. Mosca ovviamente non la pensa così; François Geleznikoff, direttore delle applicazioni militari presso la Commissione per l’energia atomica e le energie alternative, intervenne nel marzo 2019 in audizione presso l’Assemblea Nazionale francese sull’argomento contraddicendo Washington: “Negli Stati Uniti, la Nuclear Posture Review (NPR) non si rivolge realmente alla Corea del Nord (gli americani hanno armi che permetterebbero loro di vetrificare il Paese più volte) ma piuttosto alla Russia, in risposta alle dichiarazioni del presidente Putin” (6).

Articolo 6

Le Parti si impegnano a non dislocare missili a raggio intermedio e a corto raggio lanciabili da terra al di fuori dei propri territori nazionali, né in aree dei propri territori nazionali dalle quali tali armi possano colpire obiettivi situati nel territorio nazionale dell’altra Parte.

Il 22 settembre 2026, Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia hanno firmato a New York un accordo di sicurezza trilaterale che prevede l’apertura e la gestione di due nuove basi militari americane e la modernizzazione di quella esistente. Gli Stati Uniti ottengono ampie libertà di movimento (aria, terra e mare) per collegare le basi e la possibilità di utilizzare l’isola per il sistema di difesa missilistica (la Pituffik Space Base – ex Thule Air Base – nel nord-ovest dell’isola, ospita sistemi radar d’allerta precoce per i missili balistici). Il sistema difensivo pensato dagli Stati Uniti si evolverà da una presenza concentrata in un unico punto a una rete di strutture distribuite su tutta l’isola. Anche perché le due nuove basi non saranno le uniche installazioni militari che si insedieranno sull’isola (7).

Articolo 7

Le Parti si asterranno dal dislocare armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali e riporteranno nei propri territori nazionali le armi già dislocate all’estero al momento dell’entrata in vigore del Trattato. Le Parti elimineranno tutte le infrastrutture esistenti per il dislocamento di armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali. Le Parti non addestreranno personale militare o civile proveniente da Paesi non dotati di armi nucleari all’uso di tali armi. Le Parti non condurranno esercitazioni o attività di addestramento per forze convenzionali che prevedano scenari di impiego di armi nucleari.

A partire dal 13 ottobre 2026, si svolgerà in Italia Steadfast Noon, ‘Mezzogiorno risoluto’, l’esercitazione che l’Alleanza atlantica svolge ogni anno e che coinvolgerà le basi aeree di Aviano, in provincia di Pordenone, e Ghedi, nel Bresciano, oltre a diverse località in tutta l’area di responsabilità ben oltre il Nord del Paese. “È necessario il contributo congiunto di tutti gli Alleati: si tratta di un’iniziativa che non può limitarsi a un singolo Paese”, ha riferito il colonnello David Bull, capo delle operazioni nucleari della Nato, facendo riferimento al fatto che anche lo spazio aereo dei Paesi limitrofi potrebbe essere coinvolto. Vi parteciperanno velivoli in grado di svolgere missioni convenzionali e nucleari, anche se l’esercitazione non prevede l’impiego di armi atomiche. “Ma siamo in sintonia con Roma sul fatto che si tratti di un’esercitazione nucleare”, ha poi precisato Barrows. Gli Stati Uniti saranno presenti con equipaggi di volo e personale addetto alla manutenzione. Secondo gli stessi documenti del Pentagono, in Italia sarebbero dislocate circa 80 ordigni nucleari sotto controllo statunitense nelle basi militare italiane a Ghedi e Aviano (8).

Conclusioni

Il sintetico panorama offerto da questo articolo vuole dimostrare che la Russia non potrà cantare vittoria nemmeno dopo aver completato la conquista del Donbass, perché l’inizio dell’Operazione Militare Speciale in Ucraina è legato a considerazioni di sicurezza geopolitica tuttora irrisolte se non addirittura aggravatesi rispetto al 2022.

Se qualcuno al Cremlino crede che dopo un eventuale accordo con l’attuale Amministrazione U.S.A., la Russia verrà lasciata stare si sbaglia di grosso, perché l’Occidente collettivo si sta già preparando non solo al dopo Putin ma anche al dopo Trump.

L’obiettivo degli Stati Uniti non è altro che prendere tempo in attesa del verificarsi di almeno una delle due condizioni: l’allontanamento di Mosca dalla partnership strategica con Pechino e il conseguente rallentamento della dedollarizzazione – gli Stati Uniti non pagheranno di certo il diesel russo in rubli – e la fine della preparazione da parte della NATO ad un conflitto diretto contro la Russia – termine individuato nel 2030, quando sicuramente Trump non sarà più alla Casa Bianca.

Dal punto di vista occidentale la considerazione della Russia non è cambiata molto da quando il direttore della rivista “Foreign Policy”, l’israelo-statunitense John Feffer, la definì una “Nigeria con le armi nucleari”; secondo questa visione, Mosca deve tornare ad essere una sorta di ‘colonia estrattiva’ o ‘appendice di materie prime’ a esclusivo vantaggio delle industrie euro-statunitensi. A maggior ragione nel momento in cui la competizione tecnologica con la Cina necessita da parte degli Stati Uniti di quelle risorse strategiche di cui la Federazione Russa è ricca.

Pochi giorni fa, i 32 membri del Comitato Militare della NATO (quello statunitense in primis), erano a Kiev per ribadire il loro sostegno incondizionato all’Ucraina “rimasta costantemente al centro delle valutazioni, delle decisioni e della pianificazione futura dell’Alleanza”. Prima di fare qualsiasi altra concessione a Washington, Vladimir Putin dovrebbe pensarci bene: passare da una vittoria tattica ad una sconfitta strategica potrebbe essere più semplice di quanto sembra.

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(1) https://www.nato.int/structur/nmlo/links/yavoriv-training-centre.pdf. Il sito internet è oggi irraggiungibile (forse per mascherare le prove?), ma la sua presenza come infrastruttura dell’Alleanza Atlantica era rintracciabile ancora nel giugno 2024. Come ammise anche il “Corriere della Sera”, i morti furono più di 300 e tra di essi numerosi soldati e addestratori della NATO: Giulia Fasano, Nella base militare di Yavoriv i morti sono stati trecento, 26 marzo 2022. Anche secondo il quotidiano “Repubblica”: “Il ‘Centro internazionale per la pace e la sicurezza’ di Yavoriv ospitava istruttori occidentali, come conferma il Ministro della Difesa di Kiev”.

(2) Il documento completo è stato pubblicato sul sito internet del Ministero degli Esteri della Federazione Russa: Treaty between The United States of America and the Russian Federation on security guarantees, 17 dicembre 2021.

(3) Ad esempio, cfr. Le basi della CIA in Ucraina: chiave del contenimento anti-russo in Europa, “Strategic Culture Foundation”, 11 aprile 2026.

(4) Nel contesto del conflitto in Ucraina e della postura di deterrenza della NATO, le basi militari presenti sul territorio italiano (gestite sia dalle Forze Armate italiane che dagli Stati Uniti) svolgono funzioni chiave di sorveglianza aerea, intelligence, logistica e comando, cfr. ad esempio Federico Petrangeli, Supporting Kyiv: Italy’s Military Assistance between Strategic Continuity and Political Division, IAI, 11 giugno 2026.

(5) Senato della Repubblica italiana, Schema di decreto ministeriale di approvazione del programma pluriennale di A/R n. SMD 32/2025, relativo all’ammodernamento, al rinnovamento e al potenziamento della capacità nazionale di difesa aerea e missilistica a protezione del territorio nazionale e dell’Alleanza Atlantica, alla protezione di teatro delle forze schierate in aree di operazione, inclusa la componente navale (n. 377), Resoconto sommario del 4 febbraio 2026.

(6) Stefano Vernole, La forza di dissuasione nucleare francese, Focus CeSEM, 3 maggio 2022.

(7) Stefano Vernole, Gli Stati Uniti hanno messo le mani sulla Groenlandia dimostrando la totale irrilevanza dell’Unione Europea, “Strategic Culture Foundation”, 5 ottobre 2026.

(8) Redazione Peacelink, L’esercitazione nucleare della NATO Steadfast Noon 2026 comincerà sui cieli italiani il 13 ottobre.

The EU’s latest mad plan to save itself

By: A A
13 October 2026 at 22:16

Ursula von der Leyen has the answer. Borrow even more money. Borrow like there’s no tomorrow.

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The most remarkable thing about the rapid demise of the U.S. is that when it hits the bottom of the ocean floor economically, it will be in a better state than the EU. The panic among EU leaders, in particular Ursula von der Leyen, is breathtaking. Barely a week passes before she makes another crackpot policy announcement, gives herself a salary increase, or makes a statement about needing to give even more money to Ukraine. But in recent months these announcements have become more radical and existential, and we are seeing a new dawn now in the EU where the only solution to cover up the feral spending and borrowing is to fabricate a war with Russia and then blame Putin for the whole fiasco.

Every now and again we get a sober reminder about the economic situation of the U.S., EU and Russia. The recent news that Putin is going to sell around 2 million tonnes of diesel oil to “global markets” (as U.S. media phrases it), the lion’s share going to the U.S. before, during and just after the midterm elections in a bid to stabilise the price to help Trump. We will have to assume that countries who buy some of their diesel from the U.S. will continue doing so, but it might, in fact, be Russian oil.

There’s a lot of fake news buzzing around originating from Trump, who likes to distract journalists away from the top issues. It’s hard to see how the American public will respond to Trump’s latest decision to buy Russian diesel, but it’s hard to see this being a solution to the global oil crisis, let alone Trump’s record-low ratings. Will Trump really go ahead with a new wave of strikes on Iran after the midterms, as he has said? Or is it that his own intelligence agencies have picked up information that Iran is poised for a massive strike, and so therefore he is obliged to send even more troops, plus a carrier, to the region?

Regardless of how France and Germany get their diesel in the coming weeks, after Trump forced these governments to dip into their own reserves by threatening a U.S. export ban, it’s hard to see how the Achilles heel of most EU economies – crude oil products – can still be controlled by Moscow. While intellectually challenged figures like Mark Rutte make such stupid comments about how Russia could never win a war with NATO based on comparative GDP data, this latest move might be a huge wake-up call for Macron and Merz, the latter facing dismally low poll ratings. How do you continue to fund a war in Ukraine with the ‘frenemy’ relationship pushed to breaking point, such as is the case now with the U.S. having to buy diesel from Russia? EU countries loathe Putin, as the one hope they had to magically breathe new life into EU economies by taking Ukraine under its wing was shattered when Russian forces invaded. Putin is everything they are not. Nobody can deny Putin is a leader – the very thing that is so desperately lacking in EU countries. Leadership.

But the situation now has reached farce. With a global diesel crisis brought about by Trump’s war with Iran, EU countries are expected to buy diesel on the international market, topped up by Russia. In fact, buying oil from your enemy is nothing new. Countries have been doing this for decades. Even in Syria, we saw terror groups in the north-east of the country take over the oil infrastructure and then sell oil back to the Assad regime.

It’s hard to see how EU countries will draw a line in the sand between their geostrategic military objectives and their very realistic need for a stable oil supply. But in the midst of this chaos, Ursula von der Leyen has the answer. Borrow even more money. Borrow like there’s no tomorrow. Her latest proposal is to expand the current seven-year EU budget to 2 trillion euros, and there is only one way this can be achieved, as member states are never going to cough up more for the EU experiment. She will be forced to borrow from international banks to replace a previous loan of 750 billion euros for COVID. This is the solution for failing economies. Where once for so many years EU apparatchiks would defend the EU’s failure to implement its own rule book, in preference for constantly adopting new legislation, now this seems to have been replaced by ‘create a panic about Russia and make the EU a sort of executive of NATO without a single trace of democratic virtue’. Von der Leyen doesn’t stipulate what this massive increase is for, but we can assume some of it will be siphoned off for Ukraine. Madness on steroids. But hidden in the text is a new series of taxes which the EU itself could impose on individuals, and so in the smoke-and-mirrors confusion we see there is a back-door way to start taxing EU citizens, something Brussels never touched before. How long has the whole project got?

Após deboche de Maurício Mattar, Alexandre Frota expõe: ‘Estendi a mão várias vezes’

13 October 2026 at 21:55

Com as discussões do segundo turno das eleições acaloradas, Maurício Mattar e Alexandre Frota causaram na web na última segunda-feira (12). Os dois protagonizaram um desentendimento após o ator supostamente debochar de um vídeo em que o político declara apoio a Luiz Inácio Lula da Silva (PT).

Tudo começou quando Mattar reagiu com risadas nos comentários de uma publicação sobre política. “Rindo até 2090”, escreveu ele, acompanhado de muitos emojis. Com isso, o vereador de Cotia, em São Paulo, entendeu como uma provocação ao seu lado na escolha do presidente do Brasil.

Com um print publicado em seus stories, Alexandre Frota lamentou: “Me preocupei com ele quando saiu de casa e não tinha onde morar, morou lá em casa, estendi as mãos pra ele várias vezes, foi um grande parceiro de teatro , juntos fizemos o maior sucesso da TV brasileira, Roque Santeiro, dividimos prato de comida”.

Na sequência, o politico ainda contou que foi o primeiro a chegar ao hospital quando Maurício Mattar sofreu um infarto. No entanto, mesmo com a mágoa, ele garantiu que o carinho permanece e que “nem o Bolsonaro” conseguirá apagar a importância da história entre eles. “A merda do bolsonarismo faz isso, um irmão rir e gargalhar da opção do outro irmão publicamente”, finalizou.

Esclarecimento

Após a repercussão da treta, Maurício Mattar usou suas redes sociais para esclarecer que a reação não se tratava de Frota. “Te amo, meu irmão, você me conhece pra caramba. Eu não estou falando de política, eu não estou rindo de você. Eu estou rindo da cara do Sandro”.

“Você sabe que eu não discuto futebol, religião, política. Respeito todo mundo, convivo bem com todas as tribos, adoro as diferenças, eu acho que é por isso que eu transito com a maior das dignidades em todas as tribos”, desabafou o ator.

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Comprar casa para arrendar rende 6,8% em Portugal

13 October 2026 at 20:50

A rentabilidade bruta da compra de uma casa em Portugal para arrendamento fixou-se nos 6,8% no terceiro trimestre de 2026, uma descida de 0,1 pontos percentuais (p.p.) face ao mesmo período de 2025 (6,9%) e de 0,4 p.p. em relação ao terceiro trimestre de 2024 (7,2%), de acordo com os dados do idealista. Ainda assim, […]

What to know about the search of Democratic Rep. Omar's home

President Donald Trump's administration has taken the unusual step of searching Democratic Rep. Ilhan Omar's home in Washington, just three weeks before the midterm election.

A Tôr vai caminhar pela igualdade com vertente solidária

13 October 2026 at 17:23

No âmbito das comemorações associadas à temática da Igualdade e do Plano Municipal para a Igualdade e Não Discriminação (PMIND), a Câmara Municipal de Loulé, em parceria com a Junta de Freguesia da Tôr, promove, no próximo dia 17 de outubro, sábado, a iniciativa “Caminhar pela Igualdade”. O evento, que repete o sucesso de edições […]

Baleia de 20 toneladas enterrada pela segunda vez em Ovar

13 October 2026 at 17:25
O cetáceo tinha dado à costa em março em Maceda. A forte agitação marítima voltou a deixar a carcaça exposta, obrigando a nova intervenção da autarquia e da Polícia Marítima.

© PAULO NOVAIS/LUSA

As características físicas do local e os constrangimentos operacionais associados às dimensões da baleia impediram a retirada integral do respetivo cadáver

Diesel et crise diplomatique : Poutine durcit le ton, Zelensky pète uncâble et Trump exige sa tête

By: A A
13 October 2026 at 17:05

par Russia TRUTH

Une succession rapide de manœuvres diplomatiques a permis à Donald Trump d’être publiquement réhabilité, à Vladimir Poutine de garder le contrôle stratégique total et à Volodymyr Zelensky de sombrer dans une rage sans bornes :

• L’accord bilatéral sur le diesel : La Maison Blanche et le Kremlin ont conclu un accord en vertu duquel le Trésor américain accorde une dérogation renouvelable aux sanctions sur les exportations russes de diesel jusqu’au 7 avril 2027. En contrepartie, Moscou a accepté de lever son interdiction temporaire d’exportation nationale de distillats moyens, apportant ainsi un soulagement immédiat, tant psychologique que concret, à un marché mondial du diesel mis à mal par les interdictions de transport maritime imposées au Moyen-Orient.

• L’effondrement du mythe de la «trêve énergétique» : Les rumeurs relayées par les médias occidentaux alléguant que Moscou aurait accepté une cessation provisoire des frappes aériennes et des tirs de missiles sur le réseau électrique ukrainien en échange d’un allègement plus large des sanctions ont été totalement discréditées. La position russe reste inébranlable : pas de cessez-le-feu provisoire ni sur terre, ni en mer, ni dans les airs.

• Moscou suspend officiellement les négociations : Lors d’un point presse officiel rendant compte du sommet téléphonique entre Poutine et Trump, le conseiller du Kremlin en matière de politique étrangère, Youri Ouchakov, a lancé une bombe diplomatique : la Russie a officiellement révoqué sa décision de septembre dernier de reprendre les négociations trilatérales avec Washington et Kiev. Invoquant les tentatives d’attaques par drones menées par l’Ukraine contre des bureaux de vote russes lors des élections à la Douma d’État, Poutine a informé Trump que le processus de négociation est suspendu indéfiniment tandis que les forces russes progressent sur l’ensemble du front.

• Rupture entre Washington et Kiev : Axios a confirmé que Donald Trump a personnellement adressé six exigences distinctes à Zelensky, lui ordonnant de mettre immédiatement fin aux raids de drones ukrainiens visant les raffineries russes. Zelensky a défié ces six exigences. Piégé par la dépendance de son pays aux financements occidentaux, Zelensky s’en est ouvertement pris à Trump, qualifiant le dialogue entre Washington et Moscou de «trahison en coulisses» et accusant la Maison Blanche d’utiliser les réunions à Miami comme écran de fumée pour traiter directement avec le Kremlin.

1. La transaction sur le diesel : un levier stratégique négocié contre un répit électoral

L’accord conclu entre Washington et Moscou est présenté par la Maison Blanche comme une avancée majeure. En réalité, cet accord marque le recul logique d’une puissance hégémonique surendettée, confrontée aux réalités économiques à l’approche des élections de mi-mandat de novembre :

• Le mécanisme de la dérogation : tout comme le Trésor américain a discrètement délivré des licences renouvelables pour permettre aux raffineries indiennes d’acheter du pétrole brut russe acheminé par voie maritime à la suite des premières escalades dans le golfe Persique en février, Washington a de nouveau accordé une dérogation d’urgence pour le diesel russe. Confronté à la réalité des pénuries de diesel agricole et routier, Trump a cédé sur ce que son dispositif de sanctions s’efforçait d’empêcher depuis des années.

• Le levier calculé de Novak : le vice-premier ministre russe Alexandre Novak a signalé il y a plusieurs semaines que les stocks nationaux de diesel en Russie affichent un excédent, la récolte agricole de cette année étant suffisante et comparable à celle de l’année dernière. L’interdiction russe des exportations, loin d’être un acte de désespoir déclenché par les frappes de drones ukrainiens, constituait un instrument de levier géopolitique. Moscou a retenu les distillats hors du marché jusqu’à ce que Washington soit contraint de négocier un assouplissement des sanctions.

• L’arithmétique du réel : comme l’ont démontré les analystes énergétiques, les volumes de diesel exportables par la Russie couvrent environ neuf jours de consommation intérieure américaine. Le véritable moteur de la crise énergétique mondiale reste le blocus du golfe Persique et de la mer Rouge. Pourtant, en acceptant de libérer ce volume, Moscou a obtenu une concession politique majeure de la part de Trump tout en démontrant aux pays du Sud que les régimes de sanctions occidentaux sont mis de côté dès que les prix intérieurs menacent une élection américaine.

2. Le point presse d’Ouchakov : la Russie claque la porte des négociations

La révélation géopolitique cruciale du jour provient du compte-rendu officiel de Youri Ouchakov sur le sommet téléphonique Poutine-Trump.

Pour la première fois depuis le lancement de l’opération militaire spéciale en 2022, la Fédération de Russie a officiellement et publiquement retiré son offre de pourparlers diplomatiques :

Poutine expose à Trump la doctrine russe durcie :

Les tentatives du régime de Kiev de perturber notre processus démocratique par des attaques terroristes contre des bureaux de vote ont réduit à néant toute possibilité de négociations. Nos forces armées détiennent l’initiative et avancent avec assurance. C’est à nous de déterminer si et quand des pourparlers auront un sens.

Il s’agit là d’un tournant décisif.

Tout au long du conflit, Moscou a maintenu une position cohérente : nous restons ouverts à un règlement politique et diplomatique selon nos conditions.

En lançant des attaques massives de drones contre les capitales provinciales russes et les bureaux de vote pendant les élections à la Douma, Bankova a fait le jeu de l’état-major russe.

Poutine a profité de cet incident pour mettre définitivement fin à cette voie de négociation, informant Trump que la Russie n’envisagera pas de discussions trilatérales tant que ses forces auront l’initiative opérationnelle totale.

Selon Ouchakov, Trump n’a pas réagi ; il a promis d’envoyer des «signaux» fermes à la délégation ukrainienne qui attendait à Miami.

3. Le coup de folie de Bankova : six défis, l’arnaque des 27 milliards d’euros et la rupture de Séoul

À Kiev, la prise de conscience que Donald Trump négocie des accords énergétiques directement avec Vladimir Poutine a provoqué une réaction démesurée de la part de Volodymyr Zelensky :

• Les six exigences : un reportage d’Axios a confirmé que la Maison Blanche a émis six directives distinctes à l’intention de Bankova, ordonnant la fin immédiate des attaques contre les infrastructures de raffinage russes. La motivation de Trump est purement intéressée : chaque frappe contre un craqueur de catalyseur russe fournit aux traders de Wall Street un prétexte pour faire grimper les cours à terme du diesel. Zelensky a rejeté toutes ces directives. Mettre fin aux frappes reviendrait à admettre que toute la campagne estivale de drones n’a abouti à aucun résultat stratégique.

• Le racket des 27 milliards d’euros : les dirigeants ukrainiens ne peuvent se permettre d’arrêter l’offensive de drones, car celle-ci constitue leur principal argumentaire utilisé pour extorquer des fonds à Bruxelles. Des responsables du ministère ukrainien de la Défense ont récemment déclaré que sans 27 milliards d’euros de subventions européennes immédiates, le montage de drones sur le territoire national serait interrompu. En déployant des munitions volantes pour incendier des réservoirs de stockage périphériques dans des villes de province russes, Bankova fabrique des images destinées à persuader des dirigeants européens comme Friedrich Merz et Ursula von der Leyen de continuer à faire affluer l’argent des contribuables dans les caisses du régime.

• La crise diplomatique avec Séoul : l’irritabilité diplomatique de Zelensky s’est étendue au-delà de Washington. Après la capture de deux soldats nord-coréens dans la région frontalière de Koursk, un accord a été conclu avec Séoul pour transférer secrètement les prisonniers en vue de les interroger. Ignorant la demande explicite de confidentialité formulée par la Corée du Sud pour éviter tout conflit avec Pyongyang, Zelensky a annoncé publiquement l’opération à des fins de relations publiques. Lorsque Séoul a protesté, Bankova a refusé de présenter des excuses, déclenchant une rupture diplomatique sans précédent qui a abouti au retrait par la Corée du Sud de son ambassadeur à Kiev — s’aliénant inutilement un partenaire qui avait fourni plus de 500 000 obus d’artillerie de 155 mm pour la campagne de 2023.

4. Le théâtre de la décapitation : sous-stations, centres de la SBU et le «Collegium» de Surovikin

Tandis que les diplomates échangent leurs reproches, la campagne aérienne stratégique russe contre Kiev est entrée dans une phase opérationnelle meurtrière :

1. La destruction du réseau électrique : des observateurs indépendants du secteur électrique confirment que les frappes russes sur la sous-station de Kievska de 750 kV et les nœuds de transformation du nord ont contourné les boucliers de protection en béton en ciblant les transformateurs de réduction de tension, les disjoncteurs et les parcs de refroidissement. Toute la rive droite (moitié ouest) de Kiev reste plongée dans une coupure d’électricité totale. Le réseau de métro étant à l’arrêt et les pompes de relevage d’eau à haute pression hors service, l’assainissement municipal a cessé de fonctionner, provoquant des refoulements d’eaux usées généralisés dans tout le centre administratif.

2. Les ogives coupe-câbles : les Forces aériennes russes (VKS) ont introduit des sous-munitions spécialisées, déployées par des appareils Geran-4 à propulsion à réaction, conçues spécifiquement pour sectionner les lignes aériennes à haute tension. En coupant les lignes reliant la production nucléaire de base de l’ouest à Kiev, les forces russes s’assurent que, même si les transformateurs des sous-stations sont réparés, le courant ne puisse physiquement atteindre la capitale.

3. Le collège de Surovikin : des sources militaires faisant autorité confirment que, bien que le chef d’état-major général Valery Gerasimov conserve officiellement le commandement suprême, le général Sergei Surovikin dirige activement la campagne d’interdiction et de destruction des infrastructures sur l’ensemble du théâtre d’opérations, à la tête d’un collège restreint de généraux supérieurs, dont Andrey Mordvichev et le vice-ministre de la Défense Yunus-Bek Yevkurov. Les caractéristiques de ce groupe de commandement — blocus systématique des ponts, ciblage méthodique des nœuds administratifs du SBU et publication de coupes architecturales du bunker souterrain de Zelensky situé sous la rue Bankova — indiquent une opération destinée à rendre la capitale fonctionnellement inhabitable pour le régime.

5. Usure sur le front : Dobropillya nettoyée, mines saisies, poches encerclées

Sur le terrain, les formations interarmes russes progressent à un rythme accéléré à travers les dernières lignes de fortifications ukrainiennes :

• La prise d’assaut de la mine de Dobropilska : le ministère russe de la Défense a confirmé que des groupes d’assaut de la 51e armée interarmes et des formations spécialisées d’infanterie de marine ont nettoyé les secteurs ouest de Dobropillya, pénétrant dans les galeries fortifiées de la mine de charbon de Dobropilska. Plus de 82 structures fortifiées ont été nettoyées en l’espace de 24 heures. La prise des imposants terrils de la mine offre aux observateurs d’artillerie russes un contrôle de tir direct et panoramique sur les lignes arrière de Druzhkivka.

• La liquidation des poches de résistance du nord : dans le nord-est de l’oblast de Kharkiv, les dernières poches de résistance du groupement frontalier ukrainien, fort de 1 700 hommes, ont été éliminées. Les forces russes ont libéré les hameaux centraux de la région, déplaçant ainsi le centre de gravité opérationnel du Groupe de forces Nord vers l’encerclement direct du nœud logistique de Velykyi Burluk. Au nord de Soumy, les positions avancées ukrainiennes le long des lisières de forêt se sont effondrées, rapprochant les détachements russes avancés à portée d’artillerie des limites municipales de Soumy.

• Le couloir mortel du Dniepr méridional : à Zaporijia, la fermeture du pont de Vantovyi (Khortytsia) a transformé les voies d’approvisionnement de la rive est en champ de bataille meurtrier. Les opérateurs de drones FPV russes, bénéficiant d’une ligne de visée ininterrompue au-dessus des fonds asséchés du réservoir de Kakhovka, ont établi un contrôle total des tirs sur tout le trafic routier tentant de renforcer le front sud.

Le crépuscule de la guerre par procuration

Les événements du 10 octobre 2026 marquent la fin d’une époque dans l’art de gouverner moderne :

• Donald Trump a obtenu sa dérogation temporaire sur le diesel pour protéger ses arrières sur le plan politique intérieur, reconnaissant ainsi que l’arme unipolaire des sanctions est inopérante.

• Vladimir Poutine a fait savoir que la Fédération de Russie ne se prêtera plus au jeu des négociations trilatérales théâtrales alors que ses soldats traversent les lignes défensives ukrainiennes.

• Et à Kiev, Volodymyr Zelensky est confiné dans une capitale plongée dans l’obscurité et envahie par les eaux usées — hurlant des insultes à ses protecteurs américains, rompant ses liens avec ses fournisseurs asiatiques et regardant ses brigades d’élite périr dans les tourbières du Donbass.

La transaction est conclue. Les illusions sont brisées.

Le maître impérial a conclu son accord parallèle sur le carburant, son mandataire a été abandonné à son sort, et la machine militaire souveraine de la Fédération de Russie achève méthodiquement la guerre dans la steppe eurasienne.

Publiéà l’origine par RussiaTruth 

Traduction:  ReseauInternational

La inteligencia humana, lainteligencia artificial y el futuro de la guerra algorítmica

By: A A
13 October 2026 at 16:06

Cuanto más aleja la tecnología al actor, más debe aumentar su responsabilidad.

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De persona a objetivo

¿Qué será de la humanidad cuando la tecnología sea capaz de reconocer, clasificar, rastrear y, en última instancia, matar a seres humanos sin que quienes ejecutan los ataques los hayan visto jamás?

Mi amigo Mohammad Reza Dehshiri planteó precisamente esta pregunta, y su respuesta es contundente.

El peligro, escribe, no es la inteligencia artificial, sino la inhumanidad artificial; es decir, la posibilidad de que las máquinas se vuelvan más precisas precisamente cuando los humanos dejen de sentirse responsables de lo que esas máquinas hacen en su nombre.

Con este artículo, inicio una serie que toma el análisis de Dehshiri como punto de partida e intenta llevarlo más allá. Si el problema es la «inhumanidad artificial», la respuesta no puede estar en una IA «más ética», como si la ética fuera un módulo que se instalara a posteriori en un sistema que ya ha sido diseñado.

Necesitamos recuperar una categoría que la jerga tecnológica ha vuelto casi innombrable: la inteligencia humana, entendida no como un vestigio que hay que proteger en medio de las complejidades de la automatización, sino como una forma de conocimiento con características propias y distintivas, que ningún aumento en la potencia computacional puede reemplazar.

La llamaré Inteligencia Humana, y la ambigüedad es deliberada. En la jerga de los servicios de inteligencia, HUMINT se refiere a la más antigua de las disciplinas de inteligencia: aquella que se basa en las personas, las fuentes, los idiomas y la visita paciente y frecuente a distintos lugares.

En terminología filosófica, la expresión denota la facultad de comprender. La tesis de esta primera contribución es que estos dos significados ahora convergen, y que su convergencia tiene implicaciones geopolíticas que se extienden mucho más allá del debate sobre la ética de las armas.

Podemos describir la cadena operativa de la guerra contemporánea en siete etapas: detectar, identificar, clasificar, predecir, priorizar, seleccionar el objetivo, atacar.

Cada eslabón puede perfeccionarse técnicamente sin que la secuencia, tomada en su conjunto, se perfeccione moralmente. El fenómeno resultante se denomina «dataficación de la vida humana»: el individuo reducido a una identidad, una ubicación, un patrón de comportamiento, un índice de amenaza.

Esto no es una abstracción. En abril de 2024, una investigación de Yuval Abraham para +972 Magazine y Local Call describió a «Lavender», un sistema utilizado por las fuerzas armadas israelíes en Gaza para asignar a decenas de miles de personas una probabilidad de afiliación a grupos armados.

Según fuentes internas citadas en la investigación, la verificación humana de cada nombre a menudo no duraba más de veinte segundos: el tiempo necesario para determinar que el objetivo era un hombre.

Las Fuerzas de Defensa de Israel han refutado este relato y han descrito a «Lavender» como una base de datos diseñada para apoyar a los analistas.

Sin embargo, incluso si se acepta la versión oficial, el meollo del asunto sigue siendo el mismo: había un operador humano presente, y su presencia no fue suficiente para transformar la recomendación del sistema en un juicio.

La psicología cognitiva tiene un nombre para este fenómeno, el sesgo de automatización: la tendencia de quienes trabajan con un sistema automatizado a tratar sus recomendaciones como un sustituto de su propia verificación y a no buscar la información que pudiera contradecirlas.

Ya en 1976, Joseph Weizenbaum —quien había creado uno de los primeros programas conversacionales de la historia— ya distinguía entre la capacidad de calcular y la capacidad de juzgar, y argumentaba que hay tareas que no deberían confiarse a una computadora, incluso si esta fuera capaz de realizarlas. Medio siglo después, esta distinción se ha vuelto aún más apremiante. La computación trabaja con lo que ya se ha traducido en datos. El juicio debe decidir si esa traducción ha sido fiel.

Dehshiri deja claro este punto con cuatro distinciones: la precisión técnica no es precisión ética; la exactitud no es justicia; la automatización no es responsabilidad; la superioridad tecnológica no es superioridad moral.

Yo agregaría una quinta, de naturaleza epistémica, de la que dependen las demás: la correlación no es comprensión. Un sistema de aprendizaje automático reconoce patrones estadísticos en un conjunto de datos. No sabe qué es una escuela, porque no sabe qué es un niño, y ni siquiera sabe que no sabe esto.

L’iraniano cita un interesante estudio de caso: el 28 de febrero de 2026, en las primeras horas de la guerra, la escuela primaria Shajareh Tayyebeh en Minab, en la provincia de Hormozgan, fue alcanzada varias veces durante el horario escolar.

Las cifras proporcionadas por las autoridades iraníes oscilan entre 150 y 175 muertos, la gran mayoría de los cuales eran niñas, junto con docenas de maestros y algunos padres; el fiscal del distrito fijó el número total de muertos en 156.

Washington nunca ha reconocido directamente su responsabilidad ni ha publicado los resultados de la investigación del Pentágono. Amnistía Internacional ha descrito el incidente, en el mejor de los casos, como un grave fallo de inteligencia.

Hay un detalle, revelado por imágenes satelitales, que traslada el análisis del plano moral al fáctico.

Según los medios occidentales, la escuela se encontraba junto a una base naval perteneciente a la Guardia Revolucionaria y anteriormente había formado parte de ella; entre las explicaciones que circulan en los círculos estadounidenses se encuentra la de datos de selección de objetivos desactualizados.

Si se confirmara esta hipótesis, Minab no sería un caso de una máquina que cometió un error, sino de una base de datos que había dejado de corresponder a la realidad. El edificio había cambiado. Los datos, no.

Ningún algoritmo de clasificación, por muy sofisticado que sea, puede detectar que un antiguo edificio militar se ha convertido en una escuela si nadie ha registrado el cambio. Todos los que vivían en Minab lo sabían: los padres que llevaban a sus hijas a la escuela cada mañana, el conductor del autobús escolar, los maestros.

Este es precisamente el tipo de información que recopila el HUMINT y que la guerra a distancia tiende a considerar superflua, porque es lenta, costosa y difícil de ampliar. Con base en fuentes de dominio público, la responsabilidad de EE. UU. parece altamente probable, aunque las circunstancias exactas siguen sin estar claras y el nivel de certeza en este punto es bajo: un error en la base de datos, un error de clasificación o una aceptación consciente del riesgo.

Sin embargo, las tres hipótesis convergen en la misma pregunta. ¿Quién, antes del ataque, verificó si había personas en ese edificio?

Más allá del «human-in-the-loop»

El debate internacional se ha conformado durante mucho tiempo con el principio de human-in-the-loop, según el cual un ser humano forma parte del ciclo de toma de decisiones.

Esta fórmula es insuficiente: una persona puede estar presente en el ciclo y, sin embargo, limitarse a dar el visto bueno a la recomendación del algoritmo.

Él propone sustituirlo por un principio más exigente, al que denomina humanity-in-command: la capacidad efectiva de cuestionar, rechazar, anular y detener el proceso automatizado.

La historia de la Guerra Fría ofrece dos ejemplos que aclaran lo que esto significa en la práctica. El 26 de septiembre de 1983, el sistema soviético de alerta temprana Oko señaló el lanzamiento de cinco misiles balísticos desde Estados Unidos.

El oficial de guardia, Stanislav Petrov, descartó la alarma como una falsa alarma y no la reportó como un ataque en curso, razonando que un primer ataque estadounidense nunca consistiría en solo cinco misiles.

Tenía razón: el satélite había confundido el reflejo del sol en las nubes con lanzamientos de misiles.

Veintiún años antes, el 27 de octubre de 1962, en el mar del Caribe, el submarino soviético B-59, aislado y bajo fuego de cargas de profundidad, estaba a punto de lanzar un torpedo con ojiva nuclear. El lanzamiento requería el consentimiento de los tres oficiales de mayor rango a bordo, y Vasily Arkhipov se negó a darlo.

En ninguno de los dos casos el hombre aprobó una recomendación del sistema. La contradijo. Y no lo hizo porque tuviera más datos: de hecho, los datos eran el problema.

Lo hizo porque sabía plantearse una pregunta que ningún procedimiento le exigía hacer, a saber, si lo que estaba viendo tenía sentido en el contexto de todo lo demás que sabía sobre el mundo.

Petrov estaba familiarizado con la doctrina nuclear estadounidense; Arkhipov sabía la diferencia entre un ataque y una amenaza. Es esta capacidad de comparar la señal con el panorama general, el detalle con lo que es plausible, lo que yo denomino Inteligencia Humana. Vale la pena señalar que el Dena fue hundido por un submarino. No sabemos qué se les preguntó a sus oficiales, ni qué margen de discreción tenían para tomar decisiones.

Esta propuesta debe aclararse, ya que existe el riesgo de reducirla a un llamado humanista genérico. La Inteligencia Humana, tal como yo la entiendo, se estructura en tres niveles distintos, cada uno de los cuales marca un límite estructural —más que contingente— de la inteligencia artificial.

El primer nivel es epistémico. La tradición escolástica distinguía entre intellectus, el acto mediante el cual la mente capta inmediatamente una verdad, y ratio, el proceso discursivo de pasar de un elemento a otro: para Tomás de Aquino (Summa Theologiae, I, q. 79, a. 8), ambos no son facultades distintas, sino aspectos de un único intelecto, en el que el razonamiento comienza con una comprensión y regresa a una comprensión. Los sistemas actuales de aprendizaje automático logran una ratio de una potencia sin precedentes, capaz de inferir, combinar y predecir a escalas inaccesibles para la mente humana.

Carecen del aspecto del intellectus, es decir, de la comprensión del significado de lo que procesan. Esta es una tesis filosófica y debe presentarse como tal, pero tiene consecuencias prácticas precisas: un sistema desprovisto de comprensión no puede saber cuándo su propio modelo del mundo se ha vuelto falso.

El segundo aspecto es práctico. La Prudentia, según la definición tomista, es la razón recta aplicada a la acción, y su tarea específica consiste en aplicar el principio universal al caso particular. La máquina generaliza: su valor radica en asignar el caso individual a una clase.

La prudencia hace lo contrario, porque debe reconocer qué es lo que, en este caso particular, queda fuera de la clase. La guerra, que es el ámbito de lo singular y lo imprevisto, es el escenario donde esta diferencia tiene mayor peso.

La nota Antiqua et nova del Vaticano, de enero de 2025, retomó esta línea de pensamiento, haciendo hincapié en la naturaleza encarnada y relacional de la inteligencia humana y su irreducibilidad a una mera función de procesamiento.

El tercer nivel es relacional, y es aquí donde el significado filosófico se encuentra con el de los servicios de inteligencia. Sherman Kent, quien de hecho fundó el campo de los estudios de inteligencia en los Estados Unidos de la posguerra, lo definió ante todo como conocimiento, incluso antes que como organización o actividad.

El HUMINT es la forma de este conocimiento que pasa a través del otro como persona: alguien que habla su idioma, conoce sus costumbres, sabe interpretar un barrio y puede distinguir una fiesta de una manifestación.

Durante las últimas tres décadas, las grandes potencias han ido desviando progresivamente recursos hacia disciplinas técnicas, desde la inteligencia de señales hasta la vigilancia satelital, pasando por las plataformas de fusión de datos. Minab ilustra el costo de este desequilibrio.

Nada de esto implica un rechazo a la tecnología. La inteligencia humana no se opone a la IA de la misma manera que un manual se opone a un mecánico. Establece una jerarquía: el algoritmo como herramienta subordinada a un juicio que no puede producir por sí mismo. Y de ahí se deriva un principio, formulado por Dehshiri, que merece convertirse en un criterio operativo: cuanto más aleja la tecnología al actor de las consecuencias de sus propias acciones, más debe aumentar —y no disminuir— la responsabilidad consciente de quien toma la decisión.

Desde el punto de vista geopolítico

Hasta ahora, el tema podría parecer una cuestión de filosofía moral. No es solo eso. La distribución de la capacidad de guerra algorítmica es una distribución de poder, y las reglas que la rigen serán redactadas —si es que llegan a redactarse— por aquellos que tienen interés en limitarlas lo menos posible.

El estado del derecho internacional lo confirma. El grupo de expertos gubernamentales establecido en virtud de la Convención sobre Ciertas Armas Convencionales ha estado discutiendo los sistemas de armas autónomas letales desde 2017 sin haber llegado a un instrumento vinculante.

En noviembre de 2023, Estados Unidos promovió una declaración política sobre el uso militar responsable de la IA, que por definición no es vinculante; en diciembre del mismo año, la Asamblea General de las Naciones Unidas adoptó la primera resolución dedicada a estos sistemas, mientras que el Comité Internacional de la Cruz Roja ha venido pidiendo desde 2021 la prohibición de los sistemas autónomos impredecibles y de aquellos diseñados para atacar a seres humanos.

En junio de 2024, en su intervención en la cumbre del G7 en Borgo Egnazia, el papa Francisco pidió que nunca se le permitiera a una máquina decidir sobre la vida de una persona. La brecha entre estas posturas y la realidad en los campos de batalla de 2026 se mide en víctimas.

También existe una asimetría más profunda. Quienes controlan los datos deciden quién es un objetivo, y las víctimas de la guerra algorítmica se encuentran en su mayoría fuera de Occidente: en Gaza, Irán, el Sahel y Yemen.

Para los Estados que no producen las plataformas ni controlan sus bases de datos, la inteligencia humana se convierte así en una cuestión de soberanía.

Un país que cuenta con pericia lingüística, conocimiento regional y redes de inteligencia humana conserva su autonomía de juicio; un país que confía su visión del mundo a sistemas diseñados en otros lugares —a menudo por empresas privadas— la cede junto con sus datos. En un orden que tiende hacia la multipolaridad, esta distinción separará a los actores que juzgan de aquellos que son juzgados.

Esto conduce a una propuesta concreta, que desarrollaré en futuros artículos. Junto con el principio general de una supervisión humana significativa, el derecho internacional humanitario podría codificar una obligación específica de verificación humana del estatus civil de cada infraestructura fija incluida en una lista de objetivos, con una fecha de vencimiento más allá de la cual la información se vuelve inválida y debe renovarse utilizando fuentes directas. Esta es una norma mínima.

Aplicada a Minab, habría requerido que alguien preguntara si ese edificio seguía siendo lo que los registros indicaban que era.

La tecnología puede determinar cómo un arma llega a su objetivo, mientras que le corresponde a la humanidad decidir si ese objetivo debe ser atacado. La pregunta subyacente a todo esto es quién, en términos prácticos, ejerce esa humanidad, con qué herramientas de conocimiento y dentro de qué instituciones.

En Minab, alguien debería haber sabido que había una escuela allí. El hecho de que nadie lo supiera, o de que nadie preguntara, es el punto desde el cual debemos volver a empezar.

Traducción:  Observatoriode trabajador@s en lucha

Europe’s leaders are preparing for war. Workers are organising to stop it

By: A A
13 October 2026 at 16:00

By John REES

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Preparations for war with Russia and complicity in Israel’s genocide in Gaza have set off a struggle over jobs, wages and military production

War preparation is now a reality across Europe. Within a single September week, Poland issued fresh warnings, Germany ran drills and national alerts, military exercises were held across the Baltic, and Lithuania published plans to evacuate residents of Vilnius in the event of an attack.

The Finnish government is in full cry over the prospect of war, reminding its citizens yet again that they should be ready, in mind and in practice, for the disruption it would bring.

On 18 September, French President Emmanuel Macron gathered party leaders and presidential hopefuls at the Elysee Palace to hear the heads of France’s intelligence services describe what his office called the rapid deterioration of the international situation.

Nato, meanwhile, talks ever more openly about Russian sabotage, cyber attacks, arson and drone attacks.

Many workers and citizens across the continent, though, are not convinced by the war fever.

Thousands of Airbus workers in Spain began strike action on 1 July after rejecting the company’s pay and conditions offer.

Representatives of the UGT and CGT unions said the stoppage had slowed military and commercial production and would make it harder for the company to meet its delivery target. Airbus’s eight sites in Spain produce military transport planes and parts for commercial aircraft and satellites.

As the Defence Matters website reported: “The industrial pressure is not confined to commercial aviation. Spain is central to Airbus Defence and Space, including military transport and satellite activity. European governments are asking manufacturers to increase output at the same time as companies compete for engineers, technicians and production workers.”

Supply lines are so tight that Airbus has had to hire giant Antonov An-124 heavy-lift aircraft to ferry parts from one plant to another just to keep production running.

Air Data News reported that the strike “threatens key military aircraft programmes”, noting that the Eurofighter plant near Madrid and the military transport aircraft site near Seville were both affected.

Spanish unions said about 90 percent of eligible workers took part in the stoppage on 25 August, part of an indefinite strike. The strikes were called after workers voted at plant-level assemblies to reject the company’s offer.

French unions briefed on the dispute said the three striking Spanish unions represent about 40 percent of Airbus Spain’s roughly 14,000 employees. Workers were seeking inflation-linked pay rises, the restoration of previous remote-working arrangements and sick-leave benefits.

After the intervention of Industry Minister Jordi Hereu and concessions from Airbus, the strikers paused the stoppage on 10 September, but not the movement. Two days later, around 8,000 workers from Airbus sites across Spain marched through Madrid to keep the pressure on.

On 1 October, 77 percent of those voting backed an improved offer providing for the restoration of lost purchasing power, inflation-linked pay rises and the protection of remote-working rights, a settlement that months of industrial action had forced out of the company.

The Airbus dispute shows the leverage workers hold in the very industries on which Europe’s rearmament depends.

Trains and the TUC

In Scotland, meanwhile, the rail union RMT, the drivers’ union Aslef and the white-collar TSSA have demanded that the Scottish government remove CAF, the Spanish manufacturer Construcciones y Auxiliar de Ferrocarriles, from its shortlist of contractors to build ScotRail’s new fleet of suburban trains.

The company is included in the UN human rights database of businesses involved in Israeli settlements for its role in running the Jerusalem light rail and helping to extend it into territory illegally seized by Israel.

Aslef made clear that its members would refuse to drive CAF trains, a position echoed by TSSA general secretary Maryam Eslamdoust when she urged the Scottish government to “think again”.

Scottish Greens co-leader Gillian Mackay put the first minister on the spot, asking him directly: “So will the first minister agree that CAF should be blocked from this contract, and will he stand with the rail workers who have refused to drive trains produced by a company that they say profits from apartheid?”

In his response, the first minister confirmed that ScotRail was seeking advice on the contract.

For the second year running, delegates at the Trades Union Congress (TUC) backed a motion opposing increases in arms spending.

This year’s motion passed with even more support than last year’s, which reversed the TUC’s previous backing, advocated by the GMB and Unite unions, for higher defence spending.

Speaking in favour of the motion, Alex Gordon, a former RMT president and national officer of the Stop the War Coalition, said: “This movement is about fighting for jobs, for public services, for investment in the industries of the future that our young people, that our young workers need.

“Those industries are not military industries. The skills of the workers in the military sector are vital skills, vital skills that need to be used in civilian production.”

Ports and classrooms

Dockworkers’ unions in at least six countries are planning an international day of action and strikes on 30 October to protest against the war on Gaza and demand an immediate end to the genocide of the Palestinian people.

This coordinated mobilisation follows a strike on 6 February this year that shut down cargo operations at more than 20 Mediterranean and European ports to halt arms shipments bound for Israel.

“No to the war economy, government rearmament plans, and the project of militarisation of ports and strategic infrastructure from [the] EU,” the unions said in their statement. “Public resources must be used to meet people’s social needs, not to finance war.”

The signatories include CGT FNPD in France, Enedep in Greece, LAB in the Basque Country, Liman-Is in Turkey, ODT in Morocco, and Orsa Porti and USB in Italy.

The next generation, at least in Germany, seems even less enthusiastic about the prospect of a new European war. More than 45,000 school students across the country walked out of class in late September to protest against plans for compulsory military service, after hundreds of young men were summoned for medical examinations.

The School Strike Against Conscription initiative said demonstrations took place in more than 100 cities after the German defence ministry began calling in 18-year-old men for medical screening. Service itself remains voluntary for now, but the screening is compulsory.

Students took to the streets demanding a halt to the forced checks, the repeal of the new military service law and an end to what they call a step-by-step return to the draft.

This is now the ground on which European politics is being fought. It is a contest between a political establishment obsessed with war and preparations for war, and millions of workers across the continent unwilling to pay for rearmament with their wages, jobs and living standards.

These are the opening shots in that battle.

Original article:  middleeasteye.net

Alopécia androgenética: o que a ciência não diz

13 October 2026 at 15:53
O que é a alopécia androgenética? Homens e mulheres têm a mesma doença? Os dermatologistas Dr. António Massa e Dra. Filipa Osório desmontam o maior mito da queda de cabelo: que é "coisa de homem".

Nova Unidade de Saúde Familiar de São Brás de Alportel: o Governo tem de assumir as suas responsabilidades!

13 October 2026 at 15:11

A Comissão Concelhia de São Brás de Alportel do Partido Comunista Português (PCP) regista a conclusão das obras de construção da nova Unidade de Saúde Familiar (USF), um investimento há muito necessário para melhorar as condições de acesso aos cuidados de saúde da população e as condições de trabalho dos profissionais. Contudo, é com preocupação […]

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