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“Conte vuole discontinuità sull’Ucraina? Sono d’accordo, con il governo progressista invieremo armi per davvero”. Così il senatore Pd Filippo Sensi

15 October 2026 at 20:18

“Ha ragione Giuseppe Conte a volere discontinuità sull’Ucraina. Siccome l’attuale governo non dà armi da più di un anno, come ha detto peraltro in una trasmissione televisiva, vantandosene, Claudio Borghi, quindi certo che c’è bisogno di una discontinuità e un governo di centrosinistra che voglia dirsi tale, che non è il governo della Le Pen, di Vannacci e di tutti quelli che hanno posizioni filorusse, dovrà dare le armi all’Ucraina”. A parlare così è il senatore del Partito Democratico Filippo Sensi.

Dichiarazione che allontana Pd e Movimento 5 Stelle? “Non c’è alcuna divisione. Le armi all’Ucraina continueranno ad essere date. Uno può dire tutto quello che vuole, opinioni tutte rispettabili, quindi Conte può dire quello che gli pare sulle armi all’Ucraina, sicuramente le armi all’Ucraina continueranno ad essere date”.

Sensi è uno dei parlamentari dem che ieri mentre Meloni parlava di Ucraina ha applaudito il presidente del Consiglio. “Ho applaudito le sue parole, non trovo condivisibile che alle parole non seguano i fatti. I decreti armi e di sostegno all’Ucraina ancora latitano. Oggi ho sentito Tajani dire ‘presto il decreto armi’, presto siamo ad ottobre, questo vuol dire che da inizio anno non abbiamo dato nulla se non dei generatori, importanti, ma con i generatori non ci si protegge dalle bombe e dai missili che sparano i russi – e conclude – io dico che il partito Democratico è stato e starà sempre per il sostegno all’Ucraina, sostegno politico, civile, economico e militare”.

Ma le divisioni sul come sostenere l’Ucraina ci sono anche all’interno della maggioranza e del governo guidato da Giorgia Meloni. Proprio ieri mentre il presidente del Consiglio, in Parlamento, ribadiva il sostegno all’Ucraina; il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini affermava che non si può continuare ad inviare miliardi all’infinito e che serve una svolta diplomatica. Segnale di queste diverse vedute all’interno dei partiti di maggioranza è il decreto armi che, annunciato per lo scorso luglio, ad oggi, ancora non è stato varato. Il Ministro della Difesa Guido Crosetto, alle domande dei cronisti, uscendo da Palazzo Madama affida un laconico: “lo vedrete quando arriverà”.

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L’Italia irrilevante resta fuori dai negoziati sull’Ucraina: ora il dilemma interno al Pd va sciolto

15 October 2026 at 16:55

di Roberto Celante

Giorgia Meloni ha dichiarato in Senato, il 14 ottobre, che l’impegno americano all’acquisto del gasolio russo è un errore, perché finanzia la guerra di Putin e allontana ogni speranza di negoziato. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato con un laconico “non sono affari suoi”.

Quindi, qual è la notizia? Che l’Italia è irrilevante sul piano internazionale? No: questo lo sapevamo già, almeno da quando, a fine febbraio, il Ministro Crosetto fu bloccato a Dubai, perché né l’alleato Usa, né il partner commerciale Israele si ricordarono di preavvisarci dell’imminente attacco all’Iran. Non è certo l’unico esempio della marginalità dell’Italia, né l’ultimo, dato che pare ci sia un dialogo tra Stati Uniti e Russia, con delegati ucraini, uditori ammessi Regno Unito, Francia e Germania, ma Italia esclusa, per trattare la fine della guerra.

Ebbene, qual è la notizia? Che Meloni, risentita, speri di far saltare indirettamente il banco con le sue dichiarazioni sul gasolio russo? No; solo Zelensky, che non sa più a che santo votarsi, finge a se stesso che sia un assist per lui: che Meloni sia la portavoce di un immutato ed immutabile impegno europeo a sostenerlo ad oltranza.

Allora, quale può essere la notizia? La notizia è che la premier Meloni, avendo già ottenuto il parere favorevole della Commissione europea allo scostamento del bilancio dello 0,6% del Pil (la cosiddetta “clausola di salvaguardia”) e l’ok del Parlamento al Dpfp sullo stesso tema, non intende presentarsi al Consiglio europeo, dichiarando che lo scenario internazionale sta cambiando rapidamente, al punto che non vi è più necessità per l’Italia di indebitarsi per 14,4 miliardi per il riarmo.

Questa è la notizia: di fronte alla crisi energetica, all’inflazione che erode il potere d’acquisto degli italiani, anche per i beni di prima necessità, di fronte alle necessità della scuola e della sanità, alla crisi climatica e al dissesto idrogeologico, la scelta politica strategica è, da un lato, esentare per un anno il bollo auto (recuperando chissà come dei fondi che alle Regioni servono come il pane, dato che gestiscono sanità e trasporti pubblici); dall’altro indebitarsi oltre il necessario, per un importo pari a mezza manovra finanziaria. Un surplus di deficit inutile, ma che farà crescere la spesa per gli interessi e che porrà sul governo che verrà la spada di Damocle di un dilemma: tagliare i servizi pubblici o inasprire la pressione fiscale?

In questo scenario, nel campo largo si è intanto raggiunta l’unanimità contro l’attivazione della clausola di salvaguardia per il riarmo. Trattasi, naturalmente, di una valutazione di principio, poiché la maggioranza non ha avuto necessità dei voti del Campo largo per l’ok al Dpfp, né l’avrà per la legge di bilancio. Ma è comunque un impegno significativo, nella prospettiva della stesura di un programma comune, in vista delle elezioni.

Coerenza vorrebbe che un analogo impegno venisse quanto prima esteso anche in tema di aiuti militari all’Ucraina. Considerando, infatti, l’attuale contesto di dialogo per porre fine al conflitto, se il Pd tergiversasse, o perseverasse nel sostenere la necessità di continuare ad appoggiare militarmente l’Ucraina, non farebbe l’interesse né del popolo ucraino, in guerra da quasi cinque anni senza nessuna prospettiva di vittoria, né di quello italiano, che sta pagando una quota parte molto salata delle conseguenze economiche del conflitto.

Per il Pd, riconoscere che lo scenario è cambiato e che va favorito il negoziato, interrompendo gli aiuti militari, significherebbe dimostrare la lucidità che in questo momento difetta in maggioranza, compattare stabilmente la coalizione e (serve proprio sottolinearlo?) sarebbe senz’altro più apprezzabile che attendere che sia la firma del trattato di pace a risolvere l’impasse. Schlein capisca che, su certi temi, le dinamiche interne non vanno gestite con equilibrismo: vanno indirizzate.

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Dietro gli applausi a Meloni le convergenze geopolitiche che servono all’Italia

15 October 2026 at 16:02

Convergenze parallele e, per certi versi, anche fisiologiche. Ieri in Senato si è assistito ad un fenomeno che, in quattro anni, non si era quasi mai visto. Ovvero gli applausi a Meloni di Calenda e mezzo Pd. Come se la geopolitica, prima che politica, avesse avuto il sopravvento su contrapposizioni, insulti, contestazioni. Come se il clima pre-elettorale fosse stato messo da parte sull’altare delle cose giuste da fare e da rivendicare a Bruxelles. Il paniere di temi in questione è noto e riguarda il futuro non solo dell’Italia, ma anche della stessa Europa.

Quando la presidente del Consiglio ha spiegato che alcune dinamiche non hanno molto a che fare con la tutela dell’ambiente, ovvero il prezzo degli Ets che sale e che quindi fa salire anche il costo di produzione per l’acciaieria, la cartiera, il cementificio, la ceramica, ha posto un tema su cui nessuna parte sana può non essere d’accordo, perché riguarda la salvaguardia delle imprese.

Che non hanno colore politico, ma rispondono a logiche semplicissime: se regole sbagliate le strozzano, allora rischiano la chiusura, con conseguente perdita di posti di lavoro.

Quando Meloni ha chiesto una sospensione temporanea di alcuni obblighi sul Regolamento europeo del metano ha posto un altro tema nevralgico: ovvero che se una norma, nel passaggio dalla teoria alla pratica, produce danni o mancati benefici, semplicemente va corretta.

Infine quando ha avvertito che non è più possibile per l’Europa importare cobalto, grafite, terre rare imprescindibili per transizione energetica, transizione digitale e difesa, non fa solo una diagnosi arci nota (su cui però dei “bravi” nessuno ha dato un’accelerata fino ad oggi) ma indica la cura, proponendo Porto Marghera come uno dei primi siti europei di stoccaggio strategico di queste materie, iniziativa che potrebbe diventare un progetto pilota europeo.

“Il filo che lega tutte queste iniziative, insomma, è semplice: l’Europa deve tornare a mettere la capacità di produrre al centro delle proprie scelte”, ha detto la premier. In quel momento gli applausi di democratici e calendiani sono stati la spia che l’interesse nazionale è sentito dalle cosiddette forze responsabili presenti in Parlamento, dove l’epiteto responsabili non è il titolo di una squadra buono per un discorso carico di demagogia.

Ma la pragmatica conseguenza di scelte strutturali e lungimiranti che devono essere fatte per il bene futuro (e presente) della collettività. Che si fanno solo in un modo.

L’Europa forte che ha bisogno di Nazioni forti, parafrasando Meloni in chiusura, fa il paio con l’esigenza di un’Europa più solida e credibile all’interno di un metodo di amministrare il paese che difenda l’interesse italiano (come fanno anche tutti gli altri paesi membri).

Solo una parte delle opposizioni lo ha ben compreso.

“C’è qualcuno che vuole farmi apparire come quella che ha fatto le scarpe a Geppi Cucciari ma io sono leale. Io raccomandata da Giorgia Meloni? Siamo amiche di penna, non ci siamo mai viste”: parla Nancy Brilli

15 October 2026 at 11:06

“La radio mi è congeniale: servono i tempi e la velocità. Con Giorgio Lauro, poi, ci siamo presi subito“, assicura Nancy Brilli. L’attrice è impegnata alla conduzione di “Un giorno da pecora” su Radio 1 al posto di Geppi Cucciari: “Eredità ‘pesante’? Geppi è bravissima, ma siamo diverse. Lei lo faceva da comica, io più da attrice brillante, ma anche da signora del popolo. Mi piace quando mi dicono: ‘Nancy una di noi’. Voglio essere ‘una di noi’, amo fare le domande della gente comune. Portare i politici, che tendono al sofismo e alla ‘supercazzola’, sul terreno della spiegazione chiara”, racconta al settimanale “Oggi“.

Una sostituzione che ha anche generato polemiche, soprattutto sui social: “Geppi non l’ho sentita, i rapporti sono buoni ma piuttosto rarefatti. I commenti non li leggo. Credo siano delle provocazioni, c’è qualcuno – non Geppi, sia chiaro – , che vuole farmi apparire come quella che le ha fatto le scarpe. Ma io sono leale, non faccio le scarpe, anzi: potrei aprirci un negozio, con le scarpe che hanno fatto a me! Quando ho fatto il colloquio per la co-conduzione mi è stato detto che il ruolo era vacante“.

Per l’uscita di scena della comica sarda si è parlato di una epurazione: “Ma un’epurata non fa una trasmissione su Rai 3 (Splendida cornice, ndr), né serie prodotte da Rai Cinema: Geppi è molto apprezzata dall’azienda”, replica Brilli. Accusata di essere amica e indirettamente “raccomandata” da Giorgia Meloni: “Se lo fossi veramente, mi farei intestare un ministero o nominare sottosegretaria. Giorgia la conosco, ci siamo scambiate diversi messaggi molto carini, di stima reciproca: siamo amiche di penna, ma non ci siamo mai viste. Dopo le polemiche, però, alla fine della prima puntata di Un giorno da pecora mi ha spedito un whatsapp: ‘Complimenti, voliamo alto'”, racconta l’attrice nell’intervista rilasciata al settimanale diretto da Andrea Biavardi.

“Io le ho fatto i complimenti una sola volta, parlando della donna, non della politica. E rivendico quel giudizio: mi piace la sua fierezza, questo non sentirsi un passo indietro a nessuno. Ho la percezione che, quando parla agli altri Capi di Stato, lei è un Capo di Stato. E questa fierezza la auguro a tutte le donne. Io ce l’ho nel lavoro, ma nei rapporti personali mi manca. Non so valutare bene le persone, per esempio”, ribadisce Brilli.

In futuro le piacerebbe condurre su Rai1 “Affari Tuoi” (“Io amo i pacchi, credo che farei benissimo Affari tuoi. Mi divertirei da morire”), titolo saldo nelle mani di Stefano De Martino (“E’ stato molto bravo e ha fatto una scelta vincente: si è creato un ‘suo’ gruppo di lavoro. Come pure Paola Cortellesi nel cinema. Farò anch’io così”) mentre boccia l’esperienza da concorrente a “Ballando con le Stelle“: “Mi aspettavo di venir protetta un po’ di più. Milly mi ha corteggiato per 20 anni e io mi sono chiesta: ‘Ma perché ha insistito così a lungo per poi farmi lapidare, coi voti e con le critiche personali, da Mariotto e dalla Lucarelli?’ L’avessi saputo, non ci sarei andata. Anche se lo spettacolo dal vivo è bellissimo. È la piega pettegola che mi infastidiva. Speravano di farmi ‘sbroccare’, mi incitavano a reagire per creare trambusto soprattutto sui social”, conclude l’attrice.

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Consiglio europeo, Meloni detta le condizioni: no a sconti su contributi nazionali, agricoltura e coesione

15 October 2026 at 08:31

Il 15 e 16 ottobre è in calendario la riunione del Consiglio europeo e la linea di Giorgia Meloni è manifesta: “Agire subito in modo coordinato”, in primis per calmierare i costi dell’energia al fine di dare ossigeno a famiglie e imprese.

In vista dell’appuntamento cruciale, la presidente del Consiglio aveva già parlato al Senato e alla Camera puntando su competitività dell’Unione europea, sul caro energia e sull’accordo sul gas Trump-Putin.

La piattaforma comune europea

Anche l’Italia lavora alla creazione di una piattaforma comune con gli Amici della Coesione, finalizzata ad affrontare il negoziato sul bilancio pluriennale dell’Ue.

I 17 Amici della Coesione sono i capi di Stato e di governo di un gruppo di Paesi Ue uniti per difendere i finanziamenti destinati alla Politica di coesione e all’Agricoltura nel prossimo bilancio pluriennale.

Nella piattaforma sono inseriti i punti cruciali dell’accordo: nessun nuovo taglio al bilancio, sostegno alla Pac, sostegno alla Coesione (e non solo nei finanziamenti ma anche nelle regole di applicazione) no ai rebates, inserimento di risorse proprie ed equilibrate.

Il piano di Meloni per il Consiglio europeo

Così ha scritto su X la premier Meloni, in vista del Consiglio europeo, citando nell’incipit del suo messaggio il presidente della Romania:

Insieme a Nicușor Dan ho riunito i Capi di Stato e di Governo del gruppo degli Amici della Coesione in vista dell’#EUCO. Abbiamo deciso di restare uniti nel negoziato sul prossimo bilancio UE attorno a quattro priorità:

Questi i quattro punti citati:

  1. risorse sufficienti per affrontare tutte le priorità comuni;
  2. salvaguardare Coesione e Agricoltura sia sul piano delle risorse sia su quello delle regole di finanziamento;
  3. contribuzioni eque da parte degli Stati membri;
  4. no agli sconti sui contributi nazionali.

La conclusione:

Continueremo a lavorare insieme perché queste priorità siano riflesse nell’accordo finale!

Costo dell’energia e competitività

Il giorno precedente, il primo tema affrontato da Giorgia Meloni nella comunicazione al Senato in vista del Consiglio Europeo era stato quello del costo dell’energia e del suo peso sull’economia.

Aveva spiegato che:

La questione che oggi pesa più di tutto sulla nostra economia e sulla competitività delle imprese è il costo dell’energia. Nessuno può rispondere efficacemente da solo e per questo serve una risposta coordinata e rapida.

L’annuncio:

  • proposte per correggere il sistema ETS, perché il prezzo della CO2 rifletta l’economia reale e non le logiche della finanza;
  • rinvio dell’ETS2, che dal 2028 scaricherebbe nuovi costi su famiglie e imprese;
  • un meccanismo che consenta di contenere il prezzo del gas utilizzato per produrre energia elettrica;
  • semplificazione normativa e meno oneri amministrativi con l’Agenda “One Europe, One Market”.

Nel discorso di Meloni si è puntato al decreto Bollette. Poi anche al “successo italiano” del rinvio della stretta sul metano.

Bilancio Ue

Sul bilancio Ue, ovvero il prossimo Quadro finanziario pluriennale, Meloni aveva annunciato che non firmerà l’accordo per rispettare una data, ma “quando sarà giusto per l’Italia”.

I paletti:

  • no a un bilancio che ridimensioni la PAC;
  • ragionare su un rimborso graduale per il Next Generation EU;
  • più margine per misure come il taglio dell’Irpef.

Ucraina e Russia

Su Ucraina e Russia, la premier aveva criticato l’Europa:

Offre un’immagine di sé infantile ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca, e di regali a Mosca di questi tempi ne abbiamo fatti abbastanza.

Per “regali” potrebbe però intendere il precedentemente citato accordo stipulato da Donald Trump con Vladimir Putin, che consente alla Russia di esportare più gasolio per far abbassare i prezzi. L’aveva definita una mossa “rischiosa” e una “legittimazione per Mosca”.

Sulla pace, aveva detto:

Il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace, è ciò che la rende possibile […], nessuno mi convincerà del fatto che la resa di chi difende la propria libertà possa definirsi pace.

Difesa e sicurezza

Si è poi toccato il tema della difesa e della sicurezza. Sul punto, Meloni aveva dichiarato che una maggiore flessibilità per difesa e sicurezza significa risorse aggiuntive rispetto a quelle consentite dai parametri europei. Aveva quindi ribadito che:

Non sono soldi tolti alla sanità o alla scuola: se non li spendessimo per la difesa, non potremmo spenderli per altro.

Meloni aveva richiamato l’attenzione su:

  • minacce ibride;
  • droni;
  • danneggiamento dei cavi sottomarini;
  • sabotaggi delle reti ferroviarie.

Al Consiglio si discuterà anche della situazione in Iran, puntando alla libertà di navigazione. Così aveva detto Meloni in Aula:

Per questo credo che l’Europa debba impegnarsi in prima persona, a partire dal rafforzamento dell’operazione Aspides nel Mar Rosso, che l’Italia oggi guida e che si regge in larga parte sul contributo di pochissime Nazioni. Servono più navi, e servono ora.

Gaza, Libano e Israele

Restando a Est, tra i temi c’è stata la sicurezza dello Stato di Israele, ma anche la preoccupazione per le azioni del Paese in Libano e in Cisgiordania. Meloni punta, con l’avvio del nuovo governo israeliano, ad aprire un nuovo percorso di pace.

Proporranno di:

  • riavviare il dialogo;
  • trasferire le entrate fiscali all’Autorità Palestinese;
  • bloccare gli insediamenti.

La Presidente del Consiglio aveva ribadito la necessità di inviare aiuti alla popolazione di Gaza e di compiere un primo passo (franco-italiano) per una pace duratura tra Israele e Libano.

Stato della migrazione

Per quanto riguarda i dati relativi al tema migrazione, la premier aveva rivendicato il calo di oltre il 50% in due anni degli ingressi irregolari. Come confermano i dati di Frontex:

gli attraversamenti irregolari in ingresso sono passati da circa 381 mila nel 2023 a poco meno di 178 mila nel 2025.

Il Consiglio Europeo discuterà dei flussi migratori, anche alla luce degli eventi di Ceuta. Meloni sottolinea la regolarità della scelta di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne aeree e marittime con la Spagna.

Focus anche sulla richiesta di maggior spazio nel prossimo bilancio europeo per:

  • il Piano Mattei;
  • i return hub nei Paesi terzi.

Allargamento Ue

Sul tema dell’allargamento, l’Italia porterà al Consiglio Europeo il sostegno al processo di adesione basato sul principio del merito. Aveva dichiarato:

All’Unione, però, spetta riconoscere, senza ritardi, quei risultati con avanzamenti concreti.

Da qui la priorità è l’avanzamento di Montenegro e Albania.

Un nuovo bonus per i lavoratori dipendenti under 35, come funzionerebbe la flat tax giovani

15 October 2026 at 06:00

Tra le misure allo studio del governo guidato da Giorgia Meloni, già al lavoro sulla manovra 2027, c’è un nuovo bonus per i lavoratori dipendenti, una flat tax sugli aumenti di stipendio riconosciuti agli under 35. L’agevolazione è stata pensata per alleggerire il peso delle imposte sui redditi e rendere più conveniente la crescita professionale delle nuove generazioni, favorendo al tempo stesso il potere d’acquisto delle famiglie.

Come funzionerebbe il bonus per i lavoratori dipendenti under 35

La flat tax giovani si inserisce in un quadro più ampio di interventi fiscali che l’esecutivo sta valutando per il 2027. L’intervento prevede un’aliquota ridotta al 5% applicata esclusivamente agli aumenti di stipendio, permettendo così al lavoratore di trattenere una quota di retribuzione netta più alta rispetto a quella che otterrebbe applicando l’Irpef ordinaria.

La proposta è stata anticipata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha indicato un possibile costo di circa 350 milioni di euro. Trattandosi di misura ancora allo studio, dovrà essere definita nei dettagli per trovare spazio nella prossima manovra finanziaria. Quello che sappiamo ad oggi, però, è che il meccanismo si differenzierebbe da un bonus erogato direttamente in busta paga o da un contributo economico riconosciuto una tantum.

Esempio di calcolo

Per comprendere il meccanismo, ipotizziamo un incremento di stipendio pari a 1.000 euro lordi annui interamente ammesso alla tassazione agevolata. Applicando un’imposta sostitutiva del 5%, a prescindere dal reddito del lavoratore, il prelievo sarebbe pari a 50 euro e resterebbero 950 euro dopo l’applicazione dell’imposta, prima di considerare eventuali contributi previdenziali e gli altri elementi che incidono sul netto.

Al contrario, considerando che l’Irpef si basa su un sistema progressivo, l’imposta da pagare sugli aumenti aumenterebbe con l’aumentare del reddito del lavoratore e, di conseguenza, anche il netto spettante varierebbe. Nel dettaglio, considerando le varie fasce reddituali:

  • per i redditi fino a 28.000 euro, soggetti all’aliquota del 23%, la tassazione ordinaria sull’aumento è pari a 230 euro, per un netto di 770 euro. Con la flat tax, che prevede un’imposta di 50 euro, il risparmio è di 180 euro;
  • per i redditi compresi tra 28.001 e 50.000 euro, soggetti all’aliquota del 33%, l’imposta ordinaria sull’aumento sale a 330 euro, lasciando un netto di 670 euro. In questo caso il vantaggio della flat tax raggiunge i 280 euro;
  • per i redditi superiori a 50.000 euro, soggetti all’aliquota del 43%, il prelievo ordinario è di 430 euro e il netto scende a 570 euro. Qui il risparmio garantito dalla flat tax è il più alto, pari a 380 euro.

In ogni caso, una riduzione dell’imposta sul reddito – qualora dovesse ottenere l’approvazione del Parlamento ed essere inserita nella legge di bilancio 2027 – comunque non comporterebbe automaticamente una riduzione dei contributi previdenziali dovuti. Se la disciplina non prevedesse deroghe specifiche, infatti, questi continueranno a essere calcolati secondo le regole ordinarie.

Quali aumenti di stipendio potrebbero beneficiare della nuova agevolazione

Uno dei principali nodi da sciogliere riguarda la tipologia di aumento retributivo che potrebbe beneficiare della flat tax giovani. L’ipotesi annunciata dal ministro dell’Economia si riferisce agli aumenti di stipendio in generale, ma non è ancora disponibile una disciplina definitiva che individui tutte le voci interessate.

Resta da chiarire se la misura riguarderà esclusivamente gli incrementi derivanti dai rinnovi dei contratti collettivi, gli aumenti individuali concordati con il datore di lavoro (per esempio in seguito a una promozione, all’assunzione di nuove responsabilità o a una progressione professionale) oppure anche altre forme di incremento della retribuzione.

Queste forme di retribuzione hanno caratteristiche differenti e potrebbero essere disciplinate da regole specifiche. Non è quindi possibile presumere che tutte siano automaticamente comprese nella flat tax giovani o che le diverse agevolazioni siano cumulabili.

Giorgia Meloni non conosce la sua nuova legge elettorale

14 October 2026 at 17:28

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Ancora una volta tocca alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni: lo sa come funziona la nuova legge elettorale appena votata dal Parlamento?

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Trump's diesel deal 'legitimizes Moscow' while it bombs Ukraine, Italy's Meloni says

14 October 2026 at 16:24
Speaking to the Italian Senate, Meloni noted that "the surge in fuel prices is due primarily to the war in Iran, not the conflict in Ukraine," the Italian Ansa news agency reported.

Sondaggi politici, Meloni stabile e Schlein in calo: centrodestra al 42,4% spinto da Cateno De Luca

14 October 2026 at 13:52

I sondaggi politici vedono Fratelli d’Italia stabile al 27,7% mentre il Partito Democratico cala al 20,4% e il Movimento 5 Stelle regge al 12,7%.

Sorpresa sul fronte delle coalizioni: il centrodestra con Sud chiama Nord di Cateno De Luca ma senza Futuro Nazionale raggiunge il 42,4%. Per batterlo, il Campo Largo deve estendersi a Italia Viva e +Europa (43,7%).

Ultimi sondaggi elettorali

Qui di seguito si propone l’ultimo sondaggio effettuato da Swg per il Tg di La7 del direttore Enrico Mentana. La data di pubblicazione è 12 ottobre, mentre fra parentesi si riportano i numeri del 5 ottobre:

  • Fratelli D’Italia – 27,7% (=);
  • Partito Democratico – 20,4% (-0,3%);
  • Movimento 5 Stelle – 12,7% (+0,1%);
  • Futuro Nazionale – 7,6% (-0,2%);
  • Forza Italia – 7,3% (+0,2%);
  • Verdi e Sinistra – 6,6% (=);
  • Lega – 5,4% (+0,2%);
  • Azione – 3,2% (+0,1%);
  • Italia Viva – 2,3% (=);
  • +Europa – 1,7% (+0,1%);
  • Noi Moderati – 1% (=);
  • Sud chiama Nord – 1% (+0,1%);
  • altre liste – 3,1% (-0,3%).

Non si esprime il 28% degli intervistati (-1%).

Nota metodologica: metodo di campionamento stratificato per zona di residenza e quote per età e genere e ponderato successivamente per le variabili di età, genere, zona di residenza, studio e voto alle ultime elezioni europee; consistenza numerica campione intervistati 1.200, 4.273 non rispondenti; campione rappresentativo dell’universo di riferimento per genere, età, zona, partito votato alle ultime elezioni europee con margine di errore +/- 2,8%; sondaggio realizzato con tecnica di rilevazione online CAWI, telefonica CATI e CAMI.

Chi è in vantaggio nei sondaggi: le coalizioni

Ora passiamo alle coalizioni politiche. Prima i freddi numeri, poi le spiegazioni.

Qui lo stato della coalizione conservatrice:

  • centrodestra senza Vannacci – 42,4%;
  • centrodestra con Vannacci – 50%.

Qui lo stato della coalizione progressista:

  • campo largo – 39,7%;
  • campo largo con Renzi e Magi – 43,7%.

Oggi il centrodestra si arricchisce di un nuovo alleato: Sud chiama Nord di Cateno De Luca. Si tratta di una formazione politica nata nel 2022. Il suo leader, nelle cronache definito anche come “Scateno De Luca” per via del suo carattere vulcanico, ha un passato nella Democrazia Cristiana e nei movimenti autonomisti della Sicilia. De Luca ha condotto battaglie contro il centralismo statale. Per il siciliano De Luca l’accordo si intende nazionale, ma non locale. Così ha infatti detto al Corriere della Sera: “L’accordo vale in ambito nazionale ma non per la Regione Siciliana, dove abbiamo mani libere. L’abbiamo chiarito ben bene: il mio progetto per una Sicilia civica, autonomista e progressista va avanti per i fatti suoi”.

Il centrodestra senza Futuro Nazionale riuscirebbe a raggiungere quella soglia del 42% fissata dallo Stabilicum per ottenere il premio di maggioranza. Si tratta di una soglia virtuale, dal momento che ci sono ricorsi pendenti presso la Corte Costituzionale. Per capire se l’assetto della nuova legge elettorale verrà confermato, occorrerà attendere la pronuncia delle toghe.

I numeri odierni rendono meno appetibile la presenza di Vannacci nella compagine di centrodestra. Anche in considerazione del fatto che Matteo Salvini (Lega) e Antonio Tajani (Forza Italia) non gradirebbero l’ingresso in coalizione del generale (i gradi militari in Italia durano a vita, anche durante la pensione).

Nel centrosinistra è aperto il fronte primarie. Bisogna decidere: quando farle, come farle (doppio turno o turno secco) e cosa inserire nel programma condiviso. I due nomi in testa sono quelli di Elly Schlein (Partito Democratico) e Giuseppe Conte (Movimento 5 Stelle).

Il centrosinistra e Silvia Salis

Da più parti a sinistra si tira la giacchetta alla sindaca di Genova Silvia Salis. La quale ha però ribadito che non si candiderà. L’ultimo niet è arrivato nel corso dell’intervista rilasciata a Che tempo che fa di Fabio Fazio lo scorso 11 ottobre 2026. Salis trova le primarie “divisive”, ma si di dice comunque pronta a “dare una mano se richiesto” per la campagna elettorale del centrosinistra. La nota a margine del conduttore, acuto osservatore politico: “Io che penso male, penso che nessuno le chiederà niente”.

Trump Accounts and the privatization of citizenship

By: A A
14 October 2026 at 12:00

Satire, however over-the-top, never quite measures up to reality.

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A thought experiment

Imagine that Giorgia Meloni, as Prime Minister, launches an app for newborns through which the government credits 1,000 euros to each child. She does so in an official capacity, via a government website and under a specific name: “Conto Giorgia.” Suppose the campaign promises parents that this capital will grow based on the historical performance of the FTSE MIB – the former MIB30 – provided they invest it on the stock market. Suppose the money comes largely from Italian taxpayers’ money and that the initiative has the blessing of a public statement signed by the nation’s capitalist elite: the Del Vecchio heirs, Marina Berlusconi, Giovanni Ferrero, Francesco Gaetano Caltagirone, and company. Such an initiative would raise an institutional issue even before a political one. Article 97 of the Constitution requires the public administration to act with due diligence and impartiality, and placing a personal brand on newborns’ savings is at odds with both.

In the United States, this is not just a hypothetical scenario. The Trump Accounts, accessible at trumpaccounts.gov, have been operational since July 4, 2026 – a date chosen to mark the 250th anniversary of the Declaration of Independence. They were established by the One Big Beautiful Bill Act, signed by Donald Trump in the summer of 2025: tax-advantaged savings accounts governed by Section 530A of the federal tax code. The Treasury makes an initial contribution of $1,000 for children born during the pilot program period, from 2025 to 2028, and anyone else can add money: parents, relatives, employers, states, and private individuals. By default, the funds are invested in a State Street index fund, the SPDR S&P 500 ETF; among the alternatives that can be selected at a later date, the Treasury has included funds from BlackRock and Vanguard.

The launch followed the ritual one might expect. From the Oval Office, Trump rang the opening bell for the NYSE and Nasdaq, flanked by Michael and Susan Dell, who pledged $6.25 billion: $250 each into the accounts of 25 million children under the age of ten living in areas where the median income does not exceed $150,000. The president joked that those present “aren’t doing this for that reason,” and invited everyone to buy a Dell computer. BlackRock, State Street, Visa, and Mastercard had already joined the summit organized by the Treasury, alongside Dell Technologies and the Dells; the underlying idea is attributed to financier Brad Gerstner. The $1,000 in public funds serves as the initial capital to open the account, while the private funds carry less weight than the scene surrounding them.

What’s the problem?

It’s important to distinguish between what is documented and what is interpretation. The name is documented: the sitting president lends his last name to a government product, hosted on a government domain. There are precedents for policies named after individuals, such as the Roth IRA, named after Senator William Roth, but in that case the person was a lawmaker and the name remained a colloquial label, whereas “Obamacare” began as a controversial acronym and was only later adopted. Here, the name is official. Citizens receive the benefit from a man, not from a law, and with three weeks to go before the November 3 midterm elections, the effect of this personalization is far from neutral.

The chain of interests is also well documented. BlackRock, State Street, and Vanguard manage the funds from which families will have to choose; Visa and Mastercard thrive on payment flows. That they derive a commercial advantage from this is an inference and should be treated as such. The fact remains that their brands appear alongside that of the government in the promotion, and that every dollar deposited into the accounts becomes assets under management. The Treasury, for its part, makes no secret of its ambition: Scott Bessent described the measure as the “greatest merger in history between Main Street and Wall Street,” within a framework – Parallel Prosperity – in which the two grow together.

Then there is the risk, which shifts from the government to families. One thousand dollars left for eighteen years at a nominal annual return of 7% – a theoretical scenario, not a forecast – grows to about $3,400. A useful sum, but one that does not constitute a safety net. The outcome will depend on market conditions in the year the child comes of age, and the family – not the one who made the promise – will bear the responsibility. A promise based on an index’s past performance sells confidence, yet past performance guarantees nothing.

The strongest objection must be taken seriously. The Treasury presents these accounts as a way to make the American Dream accessible to every citizen, and the idea of providing every child with a starting capital is defensible: stock ownership is concentrated among already affluent families, and an account opened at birth brings even those who would never have entered the market into it. This demonstrates that starting capital is a legitimate concept. It does not prove that it must bear the president’s name, nor that the sponsors can be the same as the fund managers, nor that stock capital can replace the guarantees that a welfare state should offer regardless of market conditions.

The Corpse

What remains is the political judgment, which is mine and not based on the facts. When the state links its authority to the name of a single man, entrusts promotion to those who manage savings, and promises newborns a future through the stock market, democracy recedes into the background and ceases to be the guiding principle. To speak of desecrating a corpse is a harsh turn of phrase, but it gets the point across: democratic rhetoric continues to circulate while its bulwarks – the impersonality of institutions and the separation between public and private interests – are being dismantled one by one. Those who exported it for decades through a series of interventions, it seems, left little of it at home.

On a friend’s recommendation, last night I watched Digger, a dystopian and grotesque film starring Goodman and Cruise. You leave the theater with the same impression: the satire, however over-the-top, never quite measures up to reality, and not even two excellent actors can push beyond a caricature that has since become everyday news.

Sovranità europea, così Meloni indica la strada su energia, mercato, terre rare

14 October 2026 at 11:19

Quello che accade fuori dai confini nazionali incide sempre di più sulla vita quotidiana di popoli e Paesi, mettendo a dura prova la capacità italiana di difendere la propria prosperità e la propria sicurezza. Parte da questa premessa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione delle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, per disegnare il perimetro geopolitico di Italia ed Europa.

Le criticità sono molteplici: la guerra che si allarga a macchia d’olio ad altre aree, la competizione economica globale sempre più serrata, le tensioni geopolitiche che impattano sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento, come anche sul costo del carburante e della vita, il tema della competitività legato alle minacce ibride e alle pressioni migratorie. C’è tutto questo nell’intervento della premier, che abbraccia a 360 gradi (ma forse anche di più) lo scenario attuale. Elementi che vanno letti intrecciandoli e non scomponendoli. Per questa ragione, rivendica, il “Governo ha scelto di essere presente e attivo sulla scena internazionale, con continuità e con una linea chiara, perché l’interesse nazionale si difende contribuendo a orientare le scelte che ci riguardano, e non limitandosi a subirne le conseguenze”.

Più mercato unico, meno regole

Si parte dall’agenda “One Europe, One Market” e dai progressi compiuti per approfondire il mercato unico, obiettivi sui quali l’Italia insiste da tempo. Ma oggi c’è un elemento che scompagina analisi e riflessioni: il costo dell’energia. Meloni sostiene che non si possa chiedere alle imprese europee di competere con i grandi attori globali e, allo stesso tempo, accettare che paghino strutturalmente l’energia molto più dei loro concorrenti. “Né possiamo perseguire la transizione ambientale al prezzo della nostra base industriale”.

Per questa ragione la risposta non può risiedere nelle scelte di un singolo Stato, ma servono coordinamento e rapidità. In questo senso rivendica l’accordo in ambito G7, che ha previsto il rilascio sui mercati di un quantitativo significativo di carburante, anche per prevenire il rischio di un blocco delle esportazioni americane, che avrebbe pesato duramente sulle nostre economie. Ma non basta: Meloni chiede apertamente “il coraggio di guardare a ciò che possiamo fare noi, in Europa. A partire dalla cosa più scontata: evitare che regole pensate in un contesto completamente diverso da quello che viviamo finiscano oggi per aggravare gli effetti delle crisi che stiamo attraversando”.

Ricorda che pochi giorni fa, con alcuni capi di Stato e di governo più impegnati sul fronte della competitività, ha individuato tre priorità (energia, semplificazione, commercio internazionale), inviando a Bruxelles una proposta di merito articolata in tre mosse: corsie prioritarie per i progetti strategici, un vero freno all’eccesso di burocrazia e una riduzione drastica degli obblighi di reporting, soprattutto per le piccole e medie imprese. Il tutto senza dimenticare il tema Ets. L’obiettivo? Meloni non punta “ad una riga in più nelle conclusioni di un vertice, ma una bolletta più leggera per una famiglia, un costo in meno per un’impresa”.

In questa direzione va la sua rivendicazione sul tema delle regole: “Non siamo qui per difendere le regole dalla realtà, noi siamo qui per difendere i cittadini dalle regole sbagliate e si può fare, grazie all’Italia è accaduto diverse volte”. Come nel caso della clausola di salvaguardia nazionale, con la flessibilità prevista per difesa e sicurezza da utilizzare anche per la crisi energetica. A queste “proposte di buon senso” Meloni lega il tema delle materie prime critiche, ossigeno per difesa e transizione.

Come è noto, l’Ue le importa in larga parte dall’estero, ma “se noi non affrontiamo questo nodo, rischiamo di uscire da una dipendenza solo per entrare in un’altra e questa è anche la ragione per cui l’Italia si è candidata a ospitare a Porto Marghera uno dei primi siti europei di stoccaggio strategico di queste materie, iniziativa che potrebbe diventare un progetto pilota europeo. Il filo che lega tutte queste iniziative, insomma, è semplice: l’Europa deve tornare a mettere la capacità di produrre al centro delle proprie scelte”.

Ucraina, cosa fare? E come?

In secondo luogo il tema bellico, su cui la premier chiede all’Ue di non andare in ordine sparso, dal momento che la strategia con cui la Russia punta a piegare il popolo ucraino è quella del “terrore, del freddo e del buio, semplicemente perché non è riuscita a piegarlo sul campo di battaglia”. Dunque, al netto del dibattito “acceso, anche in quest’Aula, anche all’interno degli schieramenti, lo rispetto e lo comprendo perfino, perché nessuno in quest’Aula vuole la guerra”, chiede punti fermi.

Il primo è arrivare alla pace attraverso il sostegno all’Ucraina, “perché se l’aggressore può puntare alla resa dell’avversario, che bisogno ha di negoziare? Solo che la resa non è pace, è conquista”. La posizione del governo, quindi, non cambia: sostegno a Kyiv, con particolare attenzione alla popolazione civile, pressione su Mosca e unità euro-atlantica “rimangono i pilastri della nostra azione”. In questo contesto, l’intesa sul gasolio russo annunciata venerdì scorso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump è una scelta “che io considero molto rischiosa”.

Sul nome dell’inviato Ue per l’Ucraina, Meloni è schietta: “Se su un nome non si trova convergenza, siamo pronti anche a valutare soluzioni diverse. Se, ad esempio, Francia, Germania e Gran Bretagna, nel famoso formato E3, ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è questa la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti. Perché sarò onesta: considero secondario il tema di chi siede a quale tavolo. Mi interessa a nome di chi si siede al tavolo, e per dire cosa. Mi interessa che l’Europa non vada in ordine sparso, non offra il fianco a chi ha interesse ad alimentare le divisioni e parli con una voce sola. Perché un’Europa che si divide sui formati offre un’immagine di sé infantile, ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca. E di regali a Mosca, in questi giorni, ne abbiamo fatti abbastanza”.

Sicurezza e difesa

Meloni cerchia in rosso, inoltre, alcune priorità: proteggere le infrastrutture critiche come reti energetiche, cavi sottomarini, porti e aeroporti, sostenere l’industria italiana nel dare un contributo decisivo ai sistemi anti-drone e antimissile e, infine, ribadire che la sicurezza dei confini dell’Unione è indivisibile. Il ragionamento della premier è tarato su un nuovo concetto di difesa, che non si esaurisce più nei carri armati ma abbraccia altri ambiti e altri mezzi.

Difendersi vuol dire anche un ospedale che continua a curare sotto un attacco informatico, una centrale che non si spegne, un aeroporto che non chiude le piste per colpa di un drone. Difendersi non è proteggere un’idea astratta di potenza, ma la vita quotidiana dei cittadini. Quindi, spiega, “senza sicurezza, l’energia costa di più. E senza energia, potrebbe non rimanere nulla da difendere. Per questo abbiamo chiesto, e ottenuto, che la clausola di salvaguardia nazionale potesse essere utilizzata non soltanto per le spese di difesa, ma anche per le misure necessarie ad affrontare la crisi energetica”.

Non manca una stoccata: chi racconta che più sicurezza significa meno ospedali, e risorse sottratte ai servizi essenziali da un governo di guerrafondai, mente sapendo di farlo. “Tanto più se gli stessi che oggi ci accusano dall’opposizione, quando erano al governo approvavano, in piena pandemia, un aumento delle spese militari da 15 miliardi di euro. E allora non c’era neanche la guerra in Ucraina. Ma voglio dirlo a chi ci ascolta, riprendendo un ragionamento del ministro Crosetto, che ringrazio. Ogni 100 euro che lo Stato spende per la Difesa, circa 60 pagano gli stipendi di chi difende la nostra sicurezza, quasi 280 mila donne e uomini in divisa. Circa 10 euro servono a far funzionare le strutture ogni giorno. Circa 30 vanno in investimenti, in un comparto industriale che dà lavoro a oltre 300 mila persone, spesso altamente qualificate, in migliaia di piccole e medie imprese diffuse in tutta Italia. Chi parla di spreco dovrebbe anche spiegare a quelle famiglie che il loro lavoro è inutile. E quando compriamo, cosa compriamo? Prevalentemente strumenti per difenderci. Difesa aerea, sistemi anti-drone, cyber-sicurezza, protezione delle infrastrutture. Compriamo scudi”.

Gli equilibri in Medio Oriente

Meloni definisce il 7 ottobre 2023 un attacco barbaro, che ha gettato l’intera regione nel caos. “Credo che sia importante ricordarlo anche oggi, perché qualsiasi legittimo approccio critico verso le azioni del Governo israeliano nei tre anni successivi non può e non deve mai farci dimenticare quello che è stato il più orrendo pogrom dai tempi della Shoah, pianificato ed eseguito da Hamas”. Se da un lato la sicurezza dello Stato di Israele non può essere messa in discussione, dall’altro preoccupa il perdurare della presenza israeliana nel sud del Libano, in Siria e a Gaza. La premier ribadisce inoltre che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali e si oppone con forza a chi sostiene l’annessione e lo spostamento forzato della popolazione palestinese.

Cosa può fare l’Europa in questo frangente? “Riprendersi lo spazio che può occupare. E la finestra per farlo si aprirà, inevitabilmente, con l’insediamento del nuovo Governo israeliano, chiunque dovesse vincere le elezioni. Sarà quello il momento per chiedere gesti capaci di invertire la spirale negativa da troppo tempo in atto e di riaprire, in prospettiva, un percorso politico di pace”. La sua proposta all’Ue è lavorare al trasferimento all’Autorità palestinese delle entrate fiscali che Israele oggi trattiene, al congelamento dell’insediamento E1, a più aiuti per Gaza (senza che vengano drenati da Hamas) e a un’iniziativa politica per verificare se Hamas sia davvero disposta a deporre le armi.

I nuovi flussi migratori

Sul tema Meloni rivendica che l’approccio europeo è cambiato in modo significativo in questi anni, grazie al contributo decisivo dell’Italia, che “sta producendo risultati concreti”, come dimostrano i dati di Frontex: in due anni gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione si sono più che dimezzati. A proposito di Ceuta, ricorda poi che il Codice Schengen prevede espressamente la possibilità di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza. Si tratta, di fatto, di uno strumento utilizzato regolarmente dal 2006 a oggi.

Ma Ceuta ha insegnato anche un’altra cosa: “Una crisi alle frontiere non sempre nasce da sola, a volte viene costruita. I trafficanti la organizzano, i social la amplificano, la disinformazione la alimenta. Chi usa persone disperate come arma di pressione sui nostri confini non sta solo forzando una frontiera. Sta attaccando l’Europa e l’Europa deve dotarsi degli strumenti per rispondere”.

E ancora: “Se passa il messaggio che un ingresso irregolare può trasformarsi successivamente in una permanenza legale il rischio è alimentare nuove partenze, rafforzare il modello di affari dei trafficanti e vanificare parte degli sforzi che stiamo facendo per ridurre gli arrivi irregolari. E non ce lo possiamo permettere”. In questa direzione vanno gli sforzi del governo su progetti concreti come il Piano Mattei per l’Africa (“nato dalla convinzione che il rapporto tra Europa e Africa debba fondarsi su partenariati paritari, investimenti e crescita condivisa”) e su soluzioni innovative come i centri in Albania e i “return hubs” nei Paesi terzi, esplicitamente previsti dalle norme europee.

L’Europa di domani

Infine, un passaggio di prospettiva. La premier tocca un nervo scoperto, il futuro dell’Europa, su cui sono stati scritti paper, studi e analisi. Meloni dice la sua e sottolinea che l’Europa deve decidere cosa fare da grande, “se continuare a scrivere regole come se nulla fosse cambiato, oppure può guardare la realtà per quello che è, e dotarsi degli strumenti per difendere la propria economia, la propria sicurezza, la propria libertà”.

È a questa seconda prospettiva che lavora Palazzo Chigi: un’Europa capace di tenere insieme transizione e industria, politiche tradizionali e nuove priorità, cooperazione con i partner e difesa dei propri confini. “Un’Europa pragmatica, che non ha paura di correggere le proprie scelte quando la realtà cambia. Un’Europa che concentra la sua forza sulle grandi sfide che nessuna Nazione può affrontare da sola, e sa farsi da parte dove le Nazioni fanno meglio da sole. Un’Europa grande sulle grandi questioni, e discreta su tutto il resto”.

E conclude: “Per anni ci hanno detto che, per contare in Europa, l’Italia doveva rinunciare a difendere i propri interessi. Abbiamo dimostrato il contrario. Perché un’Europa forte ha bisogno di Nazioni forti. E si può lavorare per un’Europa più solida e credibile senza smettere, neanche per un minuto, di difendere l’Italia con orgoglio”.

Metano, caro energia e bilancio Ue, Meloni avvisa: “Firmeremo solo quando sarà giusto per l’Italia”

14 October 2026 at 11:11

Il caro energia torna al centro dell’agenda economica del Governo. Giorgia Meloni ha infatti indicato nel costo dell’energia “la questione che oggi pesa più di tutto sulla nostra economia e sulla competitività delle imprese”.

Lo ha fatto nel corso delle comunicazioni rese al Senato, in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Ha spiegato la necessità di “una risposta coordinata e rapida” su scala continentale, perché “nessuno può rispondere efficacemente da solo”.

Accanto al dossier energia, la premier ha toccato altri due nodi economici molto delicati:

  • trattativa sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea;
  • calendario dei rimborsi del debito legato al Next Generation Eu (strumento da cui dipende anche il Piano nazionale di ripresa e resilienza).

Stretta sul metano: rinvio di un anno

Parlando di regole energetiche, la premier ha voluto rivendicate esplicitamente un traguardo raggiunto in campo europeo:

Ci sono sviluppi anche sul regolamento Ue sul metano. (…) Le nuove prescrizioni previste per gli importatori rischierebbero di restringere ulteriormente l’offerta disponibile e re nuove pressioni sui prezzi. Per questo abbiamo chiesto una sospensione temporanea di alcuni obblighi.

Meloni ha rivendicato il risultato come un successo italiano, ricordando quanto sembrasse difficile far avanzare la proposta. Ora però gli scenari sono diversi e “la Commissione europea ha deciso di rinviare di un anno l’entrata in vigore del regolamento”.

Di fatto da Bruxelles hanno annunciato la volontà di far slittare dal 2027 al 2028 gli obblighi legati alle importazioni di gas, petrolio e carbone, così da “evitare ulteriori pressioni sulla sicurezza dell’approvvigionamento”. Il provvedimento, però, non è ancora definitivo. La proposta dovrà essere approvata formalmente dal Parlamento europeo e dagli Stati membri.

Caro energia, le richieste dell’Italia

C’è una chiara necessità di rivedere delle regole europee, ha spiegato Meloni. Sono state infatti pensate in un contesto completamente diverso da quello attuale, ha ribadito. Se mantenute così come sono, rischiano “di aggravare gli effetti delle crisi che stiamo attraversando”.

Sul fronte economico il discorso è stato molto chiaro:

Le nostre imprese affrontano oggi una concorrenza globale sempre più aggressiva, e ogni costo in più che l’Europa impone a sé stessa è un vantaggio che regala ai suoi concorrenti.

La richiesta portata al tavolo del Consiglio è quindi duplice:

  • intervento comune sui prezzi dell’energia;
  • semplificazione normativa che non penalizzi il sistema produttivo europeo.

Bilancio europeo, l’Italia non firma

Il passaggio più netto del suo intervento riguarda però il bilancio europeo, ovvero il prossimo Quadro finanziario pluriennale:

La presidenza irlandese e le istituzioni europee hanno indicato l’obiettivo di arrivare a un accordo entro la fine dell’anno. Noi non siamo contrari per principio. (…) Non firmeremo però un accordo non vantaggioso per rispettare una data.

Di fatto l’intesa ci sarà, ma solo “quando sarà giusto per l’Italia”. Tracciati due confini ben chiari. Da un lato l’Italia non accetterà un bilancio che ridimensioni la Politica agricola comune, la Pesca e la Coesione. Dall’altro, invece, sulle nuove risorse proprie proposte dalla Commissione il Governo ha “diverse riserve”. Si punta ad “alleggerire per quanto possibile il peso sui bilanci nazionali, senza nuove tasse”.

Pnrr e Next Generation Eu: rimborsi più graduali

Sul fronte debito comune, la premier ha chiesto di “ragionare anche su un rimborso più graduale” del Next Generation Eu (lo strumento che ha finanziato il Pnrr). È fondamentale evitare che i rimborso “comprimano le altre politiche” europee, “proprio quando serve investire di più”.

Di fatto la proposta italiana è quella di diluire nel tempo la restituzione per non sottrarre spazio agli investimenti nazionali. Meloni si è inoltre detta aperta alle discussioni in merito, senza chiudere le porte a nuove forme di finanziamento comune, purché non si traducano in un peso ulteriore sui conti italiani.

Extra gettito Iva

Sul fronte meramente interno, Meloni ha indicato nell’extra gettito Iva una leva da destinare a famiglie e imprese. Un passaggio ponte che collega il suo lungo discorso europeo alla legge di Bilancio in lavorazione.

Di fatto le risorse disponibili per misure come il taglio dell’Irpef dipenderanno anche dai margini negoziati a Bruxelles, oltre che dall’andamento delle entrate. Tutto ciò viene sottolineato in una fase cruciale, con l’esecutivo alle prese con coperture limitate e un quadro macroeconomico che resta sotto osservazione.

L’eccellente discorso di Meloni sull’Ucraina, e le parole che il campo largo non sa dire

14 October 2026 at 09:19

Il Presidente Giorgia Meloni in occasione delle comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista della riunione del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Senato Roma, Mercoledì 14 Ottobre 2026 (Foto Mauro Scrobogna / LaPresse) PM Giorgia Meloni on the occasion of the statements by the President of the Council of Ministers ahead of the European Council meeting of 15 and 16 October. Senate, Rome, Wednesday, 14 October 2026.(Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

La Russia ha avviato la sua nuova campagna d’autunno contro l’Ucraina. Incapace di avanzare sul fronte, Mosca ha iniziato a colpire sempre più duramente la popolazione civile. Centrali elettriche, ospedali, persino autobus che portano le persone al lavoro come nell’orrenda strage di Kramatorsk. È una strategia con la quale la Russia prova a piegare l’Ucraina con il freddo, il terrore, il buio, semplicemente perché non è riuscito a piegarla sul campo di battaglia. I fatti smentiscono la propaganda del Cremlino e anche quella di chi la porta qui in Italia. Dall’inizio dell’anno Mosca ha guadagnato pochissimo terreno e nel solo mese di settembre ha perso buona parte di quanto aveva conquistato negli ultimi mesi.

Questo stallo non è caduto dal cielo, lo hanno costruito il coraggio degli ucraini e il sostegno dell’Occidente, Italia compresa. E continuo a ritenere che questo stallo sia l’unico strumento efficace che abbiamo per portare la Russia a un tavolo negoziale serio. So che il dibattito è acceso, anche in quest’aula, e lo rispetto, perfino lo comprendo, perché nessuno in quest’aula vogliamo la guerra, tutti vogliamo che si arrivi alla pace. La differenza è su come pensiamo che ci si arrivi. Per come la vedo io il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace, è ciò che la rende possibile. Perché se l’aggressore può puntare la resa dell’avversario che bisogno ha di negoziare? Solo che la resa non è pace, è conquista. Se l’Ucraina domani smettesse di difendersi come in molti auspicano e propongono, noi non avremmo la pace, noi discuteremmo dell’occupazione di una nazione europea e del ritorno dell’imperialismo di stampo sovietico che l’Europa ha conosciuto per mezzo secolo.

Personalmente non rimpiango quegli anni, non rimpiango i carri armati russi che repressero le rivolte di Praga e Budapest, e non rimpiango il muro di Berlino.

Nessuno mi convincerà del fatto che la resa di chi difende la propria libertà possa definirsi pace. La pace che vogliamo e che lavoriamo per costruire, anche pagando un prezzo in termini di consenso, è una pace giusta. Perché solo una pace giusta può durare. Solo una pace giusta mette al sicuro l’Europa e i nostri interessi. Dunque la posizione del governo non cambia. Sostegno a Kyjiv, con particolare attenzione alla popolazione civile, pressione su Mosca e unità euro-atlantica rimagono i pilastri della nostra azione.

In questo contesto dobbiamo considerare anche l’intesa sul gasolio russo. Chiaramente tutti comprendiamo e condividiamo l’esigenza di contenere i prezzi dell’energia che pesano su famiglie e imprese, anche in Italia. Ma dobbiamo essere consapevoli che l’impennata dei prezzi del carburante è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina. E quindi il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari. Una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraina, nuove entrate con cui finanziare la guerra, un implicito indebolimento della leva sanzionatoria sono elementi che non possiamo ignorare e che contraddicono quanto finora fatto dagli Stati occidentali, Stati Uniti compresi, per spingere Putin a sedersi al tavolo delle trattative.

Discorso diverso è una tregua tra le parti sulle centrali energetiche che l’Italia chiaramente sostiene. Ringraziamo il presidente Zelensky per aver immediatamente dichiarato disponibiità ucraina in questo senso. Ci aspettiamo ora che la Russia faccia altrettanto e interrompa l’attacco alle centrali elettriche ucraine.

Dopodiché, in un momento così compresso, in cui tante variabili sfuggono al nostro controllo, c’è almeno una cosa che dipende da noi. Fare in modo che l’Europa non resti a guardare. Perché le condizioni di una pace che riguarda il nostro continente, e quindi la nostra sicurezza, non possono essere scritte senza di noi, per questo continuo a chiedere che i Ventisette individuino una figura autorevole con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa. E se su un nome non si trova convergenza siamo pronti anche a valutare soluzioni diverse. Se ad esempio Francia, Germania e Gran Bretagna nel famoso formato E3 ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti. Perché, sarò onesta, considero secondario che siede a quale tavolo, mi interessa a nome di chi si siede al tavolo e poter chiedere cosa. Mi interessa che l’Europa non proceda in ordine sparso e parli con una voce sola. Perché unEuropa che si divide sui formati offre un’immagine di sé infantile, ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca. E di regali a Mosca di questi tempi ne abbiamo fatti abbastanza.

Il Consiglio europeo discuterà in modo specifico dell’escalation delgi attacchi ibridi russi. Ed è giusto così perché la minaccia ibrida russa è diventata il nuovo normale di questa guerra travagliata. Sono i droni che violano lo spazio aereo dei nostri partner, e che sorvolano aeroporti e basi in diverse nazioni europee, sono i cavi sottomarini nel Baltico, sono gli attacchi informatici a ospedali, porti e amministrazioni pubbliche, sono le campagne di disinformazione costruire per dividere le nostre opinioni pubbliche e per screditare esponenti politici considerati nemici, condizionare le elezioni fino a vere e proprie forme di manipolazione dello spazio cognitivo, la strumentalizzazione dei migranti spinti alle frontiere come armi di pressione. UN quadro di questo tipo richiede una risposta coordinata, e l’Italia porterà a Bruxelles alcune priorità che considera fondamentali: proteggere le nostre infrastrutture critiche, reti energetiche, dominio subacqueo, porti, aeroporti, sostenere l’industria italiana nel dare un contributo decisivo ai sistemi antidrone e antimissile, e ribadire che la sicurezza ai confini dell’Unione è indivisibile. E questo significa che nel sostenere il fianco est non possiamo perdere di vista il fianco sud. Perché difendersi oggi significa un ospedale che continua a curare sotto un attacco informatico, una centrale che nons i spegne, un aeroporto che non si ferma per un drone. Difendersi non è proteggere un’idea astratat di potenza, è proteggere la vita quotidiana dei cittadini.

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Energia e competitività. Quale menù per il prossimo Consiglio europeo

13 October 2026 at 16:42

Sono quattro gli argomenti che verranno trattati nel prossimo Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre: competitività, energia, guerre, migranti. Giorgia Meloni, Friedrich Merz e Bart De Wever chiedono ad António Costa, in vista del Consiglio, di assumere una serie di iniziative concrete. Troppo forti le preoccupazioni dei singoli paesi sulla situazione internazionale che impatta sulle economie, oltre al fatto che esiste l’esigenza reale di tutta l’Ue di vedere un’accelerazione su comparti nevralgici come la competitività e su una crisi dagli esiti ancora incerti, come quella energetica legata alla situazione nel golfo.

Nella missiva rivolta al Presidente del Consiglio europeo, il Presidente del Consiglio, il Cancelliere tedesco e il Primo Ministro belga, dopo la riunione del gruppo informale degli “Amici della competitività” della scorsa settimana, invitano a approfondire tre strade. Ovvero: una corsia preferenziale per accelerare gli investimenti in settori prioritari, a partire da energia e digitalizzazione; un freno contro nuovi oneri burocratici; una riduzione generalizzata degli obblighi di ‘reporting’ Ue, soprattutto per le Pmi. Inoltre si fa specifico riferimento al collegamento tra semplificazione, caro energia e competitività industriale.

Il tema energetico è connesso alla cosiddetta tabella di marcia “One Europe, One Market” agli elevati prezzi dell’energia e agli squilibri macroeconomici globali, in particolare con la Cina. Si attendono a questo proposito “misure a breve termine”, come ad esempio la possibilità che il Consiglio europeo chieda alla Commissione di presentare ulteriori misure senza dimenticare la connessione con il macro tema dei rapporti con la Cina, visto e considerato che la scorsa settimana nella plenaria di Strasburgo è stata votata una risoluzione che inasprisce i meccanismi di difesa delle industrie europee rispetto all’invasività di super players esterni. Al secondo posto delle analisi ci sarà il cosiddetto dossier “difesa e sicurezza” legato a tre criticità: gli attacchi ibridi russi in Europa e la relativa risposta dell’Ue, la situazione in Medio Oriente con lo status quo in Libano, Iran, Gaza e Cisgiordania, e la criticità nello Yemen, dove la situazione “si è estesa e aggravata”.

Ma non è tutto, perché il consiglio analizzerà anche il dossier migranti e la gestione delle crisi migratorie nella consapevolezza che, come ammesso da un funzionario Ue, “il numero di ingressi irregolari nell’Ue è in costante calo da cinque anni cosa che dimostra che le misure adottate dall’Unione per contrastare tali ingressi sono efficaci e stanno funzionando”. Infine il tema dell’allargamento e delle riforme, con particolare attenzione al Montenegro, che è l’unico candidato che vede vicino il traguardo visto che il relativo trattato di adesione è in fase di elaborazione. Andranno quindi valutate le clausole di salvaguardia con le relative conseguenze.

A proposito di bilanci e prossimo Quadro finanziario pluriennale va segnalata la posizione della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola secondo cui “non possiamo fare di più con meno, se vogliamo che l’Europa ottenga risultati concreti, deve disporre del necessario sostegno finanziario”, per cui “dobbiamo garantire che le priorità che stiamo realizzando – quelle che i cittadini ci chiedono di portare avanti – siano accompagnate dai finanziamenti adeguati”.

Europe’s big election season is about to kick off. It could change everything | Nathalie Tocci

13 October 2026 at 05:00

If far right nationalists gain power in four big countries simultaneously, we are in for a dramatic Trumpian tilt

When it comes to Europe’s economy or its peace and security, it is obvious that decision-making has to be done largely at the European level to be meaningful. Yet electoral politics is still conducted mostly at the national level. The silver lining of this mismatch is that from country to country in Europe we have governments with different political priorities and leanings. Unlike in the US, where one presidential election can radically change the entire country’s course, as we have seen so vividly under Donald Trump’s leadership, the same drama has not so far unfolded in Europe. This may be about to change.

Pedro Sánchez rolled the dice in Spain last week, calling a snap election for next month after an unholy alliance of the conservative People’s party (PP), the far-right Vox and Catalan pro-independence party Junts blocked his big housing reform package in parliament. If the socialist prime minister, hailed by progressives globally but demonised by Europe’s right and Trump’s US, loses his election gamble, Spain could fall into the hands of a conservative/far-right coalition, which is currently ahead in the polls.

Nathalie Tocci is a Guardian Europe columnist

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© Photograph: Benoît Tessier/Reuters

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Giorgia Meloni sul Pil dell’Italia: “La crescita per il 2026 può arrivare all’ +1%”

12 October 2026 at 11:35

La crescita dell’Italia nel 2026 “può arrivare a +1%”, in linea con le principali economie europee e sopra le previsioni. Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenendo all’assemblea di Assolombarda. Secondo la premier, “sono risultati che ci devono incoraggiare” perché rappresentano un “segnale che non va sminuito”. Meloni ha poi precisato che “la crescita in Italia è ancora troppo debole”, ma ha sottolineato che “la nostra economia ha retto l’onda d’urto di scenari complessi”.

Giorgia Meloni e il ringraziamento alle imprese

Nel suo intervento, la presidente del Consiglio si è rivolta direttamente agli imprenditori presenti all’assemblea. “Voglio ringraziarvi a nome della nazione per il vostro contributo”, ha detto. La premier ha poi aggiunto: “Se l’Italia è forte, autorevole e ammirata nel mondo, il merito è soprattutto delle imprese e dei loro lavoratori, è di chi cerca di non accontentarsi perché in un mondo che corre sempre più rischia di non esserci spazio per chi indietreggia e per chi tentenna”. Giorgia Meloni ha collegato la tenuta dell’economia italiana al ruolo del sistema produttivo e alla capacità delle imprese di affrontare un contesto internazionale instabile.

“Lo Stato è alleato” dell’industria

“Lo Stato è alleato” dell’industria e “non la considera un soggetto da tassare”, ha affermato Giorgia Meloni durante il suo intervento. La presidente del Consiglio ha poi spiegato: “Un’industria che vuole creare ha certamente bisogno di volontà, ma ha anche bisogno di uno Stato che accompagni, che la consideri un alleato e che non la consideri un mero soggetto da tassare quando non direttamente da controllare o addirittura da ostacolare”.

La Premier ha ribadito anche il ruolo delle imprese nella reputazione internazionale del Paese: “Se l’Italia è autorevole e ammirata nel mondo il merito è soprattutto delle sue imprese e dei suoi lavoratori”. Poi ha aggiunto: “Il merito è di chi sa trasformare l’incertezza in decisione, l’ambizione in traguardo, la crisi in opportunità, e di chi non si accontenta”.

Meloni su intelligenza artificiale e investimenti

La premier ha affrontato anche il tema dell’intelligenza artificiale e ritiene “urgente una governance dell’intelligenza artificiale”, ma il tema “va affrontata a livello globale”. La presidente del Consiglio ha ricordato che l’Italia ha portato il tema al centro della presidenza del G7, “chiamando a parlarne Papa Francesco”.

Sul piano delle misure economiche, ha richiamato la legge nazionale sull’intelligenza artificiale: “La legge nazionale sull’IA ha messo a disposizione 1 miliardo di euro di investimenti per le imprese che sviluppano Intelligenza artificiale, cybersicurezza e tecnologie abilitanti”.

Nel suo intervento, Meloni ha annunciato anche un lavoro in corso con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. “Un primo segnale per dire che l’Italia non rimanga indietro ed al quale ora ne vogliamo aggiungere un altro”, ha detto.

Giorgia Meloni ha poi aggiunto: “Considero di buon senso trovare il modo di promuovere anche gli investimenti in software utilizzati tramite i contratti di cloud”. Da qui l’annuncio: “Voglio annunciare che con il ministro Giorgetti stiamo lavorando per introdurre nella legge di bilancio una misura di carattere fiscale per agevolare gli investimenti per questa tipologia di beni”.

Caro energia, le risposte strutturali

Non poteva mancare anche un passaggio sul caro energia, Giorgia Meloni durante l’intervento ad Assolombarda ha spiegato servono interventi non limitati all’emergenza. “Se non costruiamo risposte strutturali e di lungo periodo rischiamo di restare in balia dell’emergenza”, ha detto la premier. Il riferimento è alla necessità di rendere il sistema produttivo meno esposto agli shock energetici e più competitivo rispetto agli altri Paesi europei.

Brussels Rejects Italy and Greece’s Demands for Further Energy Budget Relief

12 October 2026 at 09:51

The European Commission has rejected demands from Italy and Greece for additional exemptions from EU spending rules as the Middle East energy crisis drives inflation higher, exposing renewed divisions over how much financial assistance European governments can provide.

The European Commission has rejected requests from Italy and Greece for greater freedom to increase public spending in response to the energy crisis, resisting pressure from two member states that argue existing budget restrictions are limiting their ability to protect households and businesses.

The decision, confirmed on 8 October, follows renewed appeals from Italian Prime Minister Giorgia Meloni and Greek Prime Minister Kyriakos Mitsotakis for measures recognising the exceptional financial burden imposed by higher energy prices.

Meloni wants Brussels to take greater account of unexpected inflation when assessing national budgets and to permit additional tax revenue generated by rising prices to be used for energy relief. Mitsotakis has sought the exclusion of temporary support measures for consumers and businesses from the expenditure limits agreed under the EU’s fiscal framework.

Economic Commissioner Valdis Dombrovskis rejected the argument for further concessions, maintaining that the existing arrangements already take inflation into account and provide mechanisms for responding to exceptional circumstances.

The disagreement comes as Europe’s governments confront the economic consequences of the Middle East conflict, including higher fuel costs, inflationary pressures and increased demands for state intervention.

Italy’s increasingly difficult budget choices

For Italy, the dispute adds to a fiscal problem that has been developing throughout the year.

The government expects its budget deficit to rise to 3.4 per cent of GDP in 2027, reversing an earlier objective of reducing borrowing below the EU’s three per cent reference value.

As EU Today reported earlier this month, Rome plans to use additional fiscal room for defence and energy-related expenditure, while public debt is projected to remain close to 138 per cent of GDP.

The new request concerns the treatment of inflation and the financial support required to offset its effects.

Energy inflation creates an unusual budgetary problem. Governments can receive additional nominal tax revenue as prices rise, particularly through consumption taxes, while simultaneously facing public pressure to compensate consumers for higher living costs.

Meloni argues that such unexpected revenue should be available for targeted assistance without forcing equivalent reductions elsewhere in national expenditure.

Brussels is reluctant to accept arrangements that could turn temporary increases in tax receipts into an opportunity for permanent spending expansion.

Italy’s position also reflects the political competition between defence spending and domestic economic support. Rome has accepted the need for higher military expenditure but faces immediate pressure from households and energy-intensive industries.

That competition was already apparent when the government chose to prioritise energy relief over the full use of defence-spending flexibility.

Greece seeks different treatment for emergency support

Greece’s request is more narrowly focused on the treatment of temporary assistance under the EU’s expenditure rules.

Athens argues that measures intended to help businesses and households manage exceptional energy costs should not be counted against the normal spending limits.

The Greek government faces an economic environment in which higher imported energy prices threaten household purchasing power and business profitability, particularly in sectors dependent on transport and fuel.

Excluding temporary relief from expenditure calculations would give Athens additional room to intervene without breaching its agreed fiscal trajectory.

The Commission, however, has resisted establishing further exemptions beyond those already provided in the fiscal framework.

Its objection is institutional as well as financial. If additional categories of emergency expenditure are repeatedly excluded from fiscal calculations, the system becomes increasingly difficult to enforce consistently across the Union.

The limits of Europe’s reformed fiscal rules

The EU revised its fiscal governance framework in 2024, introducing nationally agreed expenditure paths intended to provide greater flexibility while maintaining sustainable public finances.

The Commission’s rules on exceptional circumstances permit member states to depart temporarily from normal requirements under specified conditions.

Those provisions have already been used to accommodate higher defence expenditure, while the Commission has also issued guidance on their application to energy-security investments.

Temporary financial assistance intended to reduce household energy bills, however, is not necessarily treated in the same way as investment in infrastructure that reduces Europe’s long-term dependence on imported fuel.

That distinction has become a source of friction between Brussels and national capitals.

Governments argue that the immediate economic effects of an international crisis require exceptional measures. The Commission is concerned that repeated concessions could weaken the credibility of the spending framework.

A wider dispute over Europe’s economic response

The Commission’s decision also comes as France faces increasing pressure over its debt and budget deficit.

The deterioration in French borrowing conditions has reinforced concerns about the risks associated with heavily indebted governments continuing to expand expenditure.

France, Italy and Greece have different fiscal positions, but the problems confronting them originate partly in the same combination of expensive energy, weak economic growth and competing spending commitments.

The dispute will now feed into preparations for the European Council meeting on 15–16 October, where energy prices and economic competitiveness are prominent agenda items.

EU leaders are expected to consider targeted and temporary measures to reduce the burden on businesses and consumers, alongside longer-term initiatives intended to reduce dependence on fossil fuels.

The Commission’s refusal to provide Italy and Greece with further fiscal exemptions establishes the limits within which those discussions will take place.

National governments remain free to introduce assistance, but Brussels is insisting that they account for its cost within the fiscal rules already agreed.

For Rome and Athens, the question is whether those rules provide sufficient room to respond to an energy crisis whose duration remains uncertain.

Torna a crescere il lavoro nero, nonostante il Pnrr

9 October 2026 at 09:26

Il Pnrr delle origini prevedeva una clausola per far scendere di due punti la percentuale di lavoratori non regolari. Il governo Meloni ha rinunciato all’obiettivo. E infatti il lavoro nero ha ripreso a crescere, proprio nei settori dove già era alto.

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