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Intelligenza Umana, Intelligenza Artificiale e il futuro della guerra algoritmica

La tecnologia può stabilire come un’arma raggiunge il bersaglio, mentre spetta all’umanità decidere se quel bersaglio debba essere colpito. La domanda che si cela dietro a tutto ciò è chi, concretamente, eserciti quell’umanità, con quali strumenti di conoscenza e dentro quali istituzioni.

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Dalla persona al bersaglio

Che cosa ne è dell’umanità quando la tecnologia diventa capace di riconoscere, classificare, seguire e infine uccidere esseri umani senza che chi colpisce li abbia mai visti? Se lo è chiesto l’amico Mohammad Reza Dehshiri e la sua risposta ha una formula efficace. Il pericolo, scrive, non è l’intelligenza artificiale ma l’inumanità artificiale, cioè la possibilità che le macchine diventino più accurate proprio mentre gli uomini smettono di sentirsi responsabili di ciò che quelle macchine fanno in loro nome.

Con questo articolo apro una serie che parte dalla diagnosi di Dehshiri e prova a spingersi oltre. Se il problema è l’inumanità artificiale, la risposta non può consistere in un’IA «più etica», come se l’etica fosse un modulo da installare a valle di un sistema già progettato. Bisogna recuperare una categoria che il lessico tecnologico ha reso quasi impronunciabile: l’intelligenza umana, intesa non come un residuo da proteggere nelle pieghe dell’automazione, ma come una forma di conoscenza con prerogative proprie, che nessun aumento della potenza di calcolo può surrogare.

La chiamerò Human Intelligence, e l’ambiguità è voluta. Nel gergo dei servizi di informazione, HUMINT designa la più antica delle discipline informative: quella che passa per le persone, le fonti, le lingue, la frequentazione paziente dei luoghi. Nel lessico filosofico l’espressione indica la facoltà di comprendere. La tesi di questo primo contributo è che i due significati oggi convergono, e che la loro convergenza ha una portata geopolitica che va ben oltre il dibattito sull’etica delle armi.

Possiamo descrivere la catena operativa della guerra contemporanea in sette passaggi: rilevare, identificare, classificare, predire, ordinare per priorità, designare, colpire. Ogni anello può essere tecnicamente raffinato senza che la sequenza, presa nel suo insieme, lo sia sul piano morale. Il fenomeno che ne risulta viene chiamato «datificazione della vita umana»: l’individuo ridotto a un’identità, a una posizione, a uno schema di comportamento, a un punteggio di minaccia.

Non si tratta di un’astrazione. Nell’aprile 2024 un’inchiesta di Yuval Abraham per +972 Magazine e Local Call ha descritto Lavender, un sistema impiegato dalle forze armate israeliane a Gaza per attribuire a decine di migliaia di persone una probabilità di affiliazione ai gruppi armati. Secondo le fonti interne citate dall’inchiesta, la verifica umana di ciascun nominativo si riduceva spesso a una ventina di secondi, il tempo necessario per accertare che il bersaglio fosse di sesso maschile. Le forze armate israeliane hanno contestato questa ricostruzione e hanno descritto Lavender come una banca dati di supporto agli analisti. Anche accettando la versione ufficiale, però, il nodo resta intatto: un operatore umano era presente, e la sua presenza non bastava a trasformare la raccomandazione del sistema in un giudizio.

La psicologia cognitiva ha un nome per questo fenomeno, automation bias: la tendenza di chi lavora con un sistema automatizzato a trattarne le indicazioni come sostituto della propria verifica, e a non cercare le informazioni che potrebbero smentirle. Nel 1976 Joseph Weizenbaum, che aveva costruito uno dei primi programmi conversazionali della storia, distingueva già tra la capacità di calcolare e quella di giudicare, e sosteneva che vi sono compiti che non andrebbero affidati a un calcolatore anche se il calcolatore fosse in grado di svolgerli. Mezzo secolo dopo la distinzione è diventata più urgente. Il calcolo lavora su ciò che è già stato tradotto in dato. Il giudizio deve decidere se quella traduzione è stata fedele.

Dehshiri fissa il punto con quattro distinzioni: la precisione tecnica non è precisione etica, l’accuratezza non è giustizia, l’automazione non è responsabilità, la superiorità tecnologica non è superiorità morale. Ne aggiungerei una quinta, di ordine epistemico, da cui dipendono le altre: la correlazione non è comprensione. Un sistema di apprendimento automatico riconosce regolarità statistiche in un insieme di dati. Non sa che cosa sia una scuola, perché non sa che cosa sia un bambino, e non sa nemmeno di non saperlo.

L’iraniano prende un caso studio interessante: Il 28 febbraio 2026, nelle prime ore della guerra, la scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia di Hormozgan, fu colpita più volte durante l’orario di lezione. Le cifre fornite dalle autorità iraniane oscillano tra 150 e 175 morti, in grande maggioranza bambine, con decine di insegnanti e alcuni genitori; il procuratore della contea ha indicato un bilancio definitivo di 156 vittime. Washington non ha mai riconosciuto direttamente la propria responsabilità né pubblicato le conclusioni dell’indagine del Pentagono. Amnesty International ha parlato, nella migliore delle ipotesi, di un grave fallimento dell’intelligence.

C’è un dettaglio, emerso dalle immagini satellitari, che sposta l’analisi dal piano morale a quello conoscitivo. Secondo i media occidentali, la scuola sorgeva accanto a una base navale dei Guardiani della Rivoluzione e in passato ne aveva fatto parte; tra le spiegazioni circolate negli ambienti statunitensi c’è quella di dati di puntamento non aggiornati. Se l’ipotesi venisse confermata, Minab non sarebbe il caso di una macchina che sbaglia, ma di un archivio che ha smesso di corrispondere alla realtà. L’edificio era cambiato. Il dato no.

Nessun algoritmo di classificazione, per quanto sofisticato, può accorgersi che un vecchio fabbricato militare è diventato una scuola se nessuno ha registrato il cambiamento. Lo sapeva chiunque vivesse a Minab: i genitori che ogni mattina accompagnavano le figlie, il conducente dello scuolabus, gli insegnanti. È esattamente il tipo di sapere che la HUMINT raccoglie e che la guerra a distanza tende a considerare superfluo, perché lento, costoso, difficile da scalare. Allo stato delle fonti pubbliche, la responsabilità statunitense appare altamente probabile, mentre la dinamica resta indeterminata e la confidenza su questo punto è bassa: errore della banca dati, errore di classificazione, oppure accettazione consapevole del rischio. Le tre ipotesi, però, convergono sulla stessa domanda. Chi, prima del lancio, ha verificato se in quell’edificio ci fossero persone?

Oltre il “human-in-the-loop”

Il dibattito internazionale si è a lungo accontentato del principio del human-in-the-loop, l’essere umano inserito nel circuito decisionale.

La formula è insufficiente: un uomo può essere presente nel circuito e limitarsi a ratificare la raccomandazione dell’algoritmo. Propone di sostituirla con un principio più esigente, che chiama humanity-in-command: la capacità effettiva di mettere in discussione, respingere, scavalcare e arrestare il processo automatizzato.

La storia della Guerra fredda offre due esempi che chiariscono che cosa significhi in concreto. Il 26 settembre 1983 il sistema sovietico di allerta precoce Oko segnalò il lancio di cinque missili balistici dagli Stati Uniti. L’ufficiale di turno, Stanislav Petrov, classificò l’allarme come un errore e non lo trasmise come attacco in corso, ragionando che un primo colpo americano non sarebbe mai consistito in cinque missili soltanto. Aveva ragione: il satellite aveva scambiato per lanci i riflessi del sole sulle nubi. Ventuno anni prima, il 27 ottobre 1962, nelle acque dei Caraibi, il sottomarino sovietico B-59, isolato e bersagliato da cariche di profondità di segnalazione, fu sul punto di impiegare un siluro a testata nucleare. Il lancio richiedeva il consenso dei tre ufficiali superiori a bordo, e Vasilij Archipov lo negò.

In nessuno dei due casi l’uomo approvò una raccomandazione del sistema. La contraddisse. E non lo fece perché disponeva di più dati: i dati, anzi, erano il problema. Lo fece perché seppe porsi una domanda che nessuna procedura gli imponeva, cioè se ciò che vedeva avesse senso rispetto a tutto il resto che sapeva del mondo. Petrov conosceva la dottrina nucleare americana; Archipov conosceva la differenza tra un attacco e un’intimidazione. È questa capacità di confrontare il segnale con l’insieme, il particolare con il plausibile, che chiamo Human Intelligence. Vale la pena notare che il Dena è stato affondato da un sottomarino. Non sappiamo che cosa sia stato chiesto ai suoi ufficiali, né quali margini di valutazione avessero.

La proposta va precisata, perché il rischio è di ridurla a un appello umanistico generico. La Human Intelligence, così come la intendo, si articola su tre piani distinti, ciascuno dei quali segna un limite strutturale, e non contingente, dell’intelligenza artificiale.

Il primo piano è epistemico. La tradizione scolastica distingueva tra intellectus, l’atto con cui la mente coglie in modo immediato una verità, e ratio, il procedere discorsivo da un elemento all’altro: per Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, I, q. 79, a. 8) le due non sono facoltà diverse ma momenti di un unico intelletto, in cui il ragionamento parte da una comprensione e a una comprensione ritorna. I sistemi attuali di apprendimento automatico realizzano una ratio di potenza inaudita, capace di inferire, combinare, predire su scale inaccessibili alla mente umana. Manca loro il momento dell’intellectus, cioè la presa sul senso di ciò che elaborano. È una tesi filosofica e va presentata come tale, ma ha conseguenze operative precise: un sistema privo di comprensione non può sapere quando il proprio modello del mondo è diventato falso.

Il secondo piano è pratico. La prudentia, nella definizione tomista, è la retta ragione applicata all’agire, e il suo compito specifico consiste nel portare il principio universale fino al caso singolare. La macchina generalizza: il suo valore sta nel ricondurre il singolo caso a una classe. La prudenza fa l’opposto, perché deve riconoscere ciò che, in questo caso, sfugge alla classe. La guerra, che è il regno del singolare e dell’imprevisto, è il terreno in cui la differenza pesa di più. La nota vaticana Antiqua et nova del gennaio 2025 ha ripreso questa linea, insistendo sul carattere incarnato e relazionale dell’intelligenza umana e sulla sua irriducibilità a una funzione di elaborazione.

Il terzo piano è relazionale, ed è qui che il significato filosofico incontra quello dei servizi. Sherman Kent, che negli Stati Uniti del dopoguerra fondò di fatto gli studi sull’intelligence, la definiva prima di tutto come conoscenza, prima ancora che come organizzazione o attività. La HUMINT è la forma di questa conoscenza che passa attraverso l’altro come persona: chi parla la sua lingua, conosce le sue abitudini, sa leggere un quartiere, distingue una festa da un raduno. Negli ultimi tre decenni le grandi potenze hanno progressivamente spostato risorse verso le discipline tecniche, dalla raccolta di segnali all’osservazione satellitare, fino alle piattaforme di fusione dei dati. Minab mostra il prezzo di questo squilibrio.

Nulla di tutto questo implica un rifiuto della tecnologia. La Human Intelligence non si oppone all’IA come il manuale si oppone al meccanico. Ne stabilisce la gerarchia: l’algoritmo come strumento ordinato a un giudizio che non può produrre da sé. E ne ricava un principio, che Dehshiri formula e che merita di diventare criterio operativo: quanto più la tecnica allontana chi agisce dalle conseguenze del proprio atto, tanto più deve crescere la responsabilità cosciente di chi decide, non diminuire.

Geopoliticamente parlando

Fin qui la questione potrebbe sembrare di filosofia morale. Non lo è soltanto. La distribuzione della capacità di guerra algoritmica è una distribuzione di potere, e le regole che la governeranno saranno scritte, se mai lo saranno, da chi ha interesse a limitarle il meno possibile.

Lo stato del diritto internazionale lo conferma. Il gruppo di esperti governativi istituito nell’ambito della Convenzione su certe armi convenzionali discute dei sistemi d’arma autonomi letali dal 2017 senza essere approdato a uno strumento vincolante. Gli Stati Uniti hanno promosso nel novembre 2023 una dichiarazione politica sull’uso militare responsabile dell’IA, per definizione non vincolante; nel dicembre dello stesso anno l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la prima risoluzione dedicata a questi sistemi, mentre il Comitato internazionale della Croce Rossa chiede dal 2021 il divieto dei sistemi autonomi imprevedibili e di quelli progettati per colpire esseri umani. Nel giugno 2024, intervenendo al G7 di Borgo Egnazia, Papa Francesco aveva chiesto che nessuna macchina sia mai messa nelle condizioni di decidere della vita di una persona. Il divario tra queste posizioni e la pratica dei teatri di guerra del 2026 si misura in vittime.

C’è poi un’asimmetria più profonda. Chi controlla i dati decide chi è un bersaglio, e le vittime della guerra algoritmica si trovano in larga parte fuori dall’Occidente: a Gaza, in Iran, nel Sahel, nello Yemen. Per gli Stati che non producono le piattaforme e non ne controllano gli archivi, la Human Intelligence diventa allora una questione di sovranità. Un Paese che mantiene competenze linguistiche, conoscenza regionale, reti umane di informazione conserva un’autonomia di giudizio; un Paese che affida la propria visione del mondo a sistemi progettati altrove, spesso da imprese private, la cede insieme ai dati. In un ordine che tende al multipolarismo, questa differenza separerà gli attori che giudicano da quelli che vengono giudicati.

Ne discende una proposta concreta, che svilupperò nei prossimi contributi. Accanto al principio generale del controllo umano significativo, il diritto internazionale umanitario potrebbe codificare un obbligo specifico di verifica umana dello status civile per ogni infrastruttura fissa inserita in una lista di obiettivi, con una data di validità oltre la quale l’informazione decade e va rinnovata con fonti dirette. È una norma minima. Applicata a Minab, avrebbe imposto a qualcuno di chiedersi se quell’edificio fosse ancora ciò che l’archivio diceva.

La tecnologia può stabilire come un’arma raggiunge il bersaglio, mentre spetta all’umanità decidere se quel bersaglio debba essere colpito. La domanda che si cela dietro a tutto ciò è chi, concretamente, eserciti quell’umanità, con quali strumenti di conoscenza e dentro quali istituzioni. A Minab qualcuno avrebbe dovuto sapere che c’era una scuola. Il fatto che nessuno lo sapesse, o che nessuno lo abbia chiesto, è il punto da cui ricominciare.

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Proteste giovanili e contestazione delle falsificazioni nel censimento, l’India assedia Nerendra Modi

Nerendra Modi intende forgiare un nuovo cittadino indiano, un nazionalista di Bharat, il nuovo e al contempo antico nome che ha imposto all’immensa e plurale nazione, prima al mondo per abitanti e terza per capacità economica, deciso a realizzare tale chimerica utopia, non disdegna di utilizzare tutte le leve del potere, anche in modo spregiudicato.

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Arrestare settemila studenti è certamente un segno di debolezza, il tutto con un dispiegamento di cinquantamila soldati delle forze dell’ordine e militari, come a inizio ottobre 2026 a Delhi e in altre città a fronte del movimento di protesta che ha saldato insieme i giovani scesi da mesi nelle piazze per rivendicare un futuro e non l’insulto di “scarafaggi”, loro tributato dal ministro all’istruzione poi costretto alle dimissioni, termine trasformatosi nella definizione del loro movimento politico, il Partito del Popolo degli Scarafaggi, unitosi con i rappresentanti di tutti gli altri partiti dell’opposizione, decisi a rigettare i nuovi elenchi elettorali che hanno fatto sparire, è vero, alcuni indiani deceduti, ma anche molti del tutto vivi e vegeti, eppure sgraditi, spesso perché musulmani, con la capziosa giustificazione che non sarebbero cittadini indiani, quando lo sono da sempre, registrati nell’anagrafe nazionale e in quella elettorale, impropriamente accusati di essere immigrati bengalesi che si camuffano da indiani.

Le manifestazioni sono state aperte, in testa ai cortei, dai “resuscitati”, ovvero i presunti morti, in realtà in ottime condizioni fisiche e mentali, insomma quasi un gogoliano ribaltamento delle celebri “Anime morte”, infatti in questo caso non si contano nei censimenti i morti, ma si fanno sparire i vivi.

Delhi resta in stato d’assedio, le manifestazioni sono state generalmente vietate, tuttavia Nerendra Modi, dopo quasi tre lustri di potere incontrastato e di politiche di totale deregolamentazione neoliberista e ultra – induista, deve fare i conti con l’insofferenza ogni giorno crescente e manifesta di ampi settori della società.

D’altronde tanto accanimento interno contro gli oppositori è inteso a ovviare anche alla modesta estate del primo ministro, il vertice dei BRICS organizzato nella capitale indiana è stato un mezzo fallimento. Nessuno degli attuali promotori del multipolarismo si fida di lui, essendo un amico fraterno di Israele, nonché in combutta economica e militare con gli emiratini, a loro volta al servizio dell’imperialismo occidentale contro gli iraniani e in Sudan e Burkina Faso in azione contro i governi legittimi e contro i progetti di cooperazione di quelle nazioni con Cina e Russia.

Le politiche di Modi sono tutte orientate ad abbandonare la storica vicinanza alla causa palestinese dei tempi del non – allineamento indiano, privilegiando piuttosto la cooperazione nel settore degli armamenti con l’entità statuale israeliana, amplificata, come emerso dal trionfale discorso di Modi alla Knesset nel febbraio 2026, dalla profonda affinità tra il sionismo e l’estremismo induista propugnato dal Bharatiya Janata Party.

Al vertice kirghiso dello SCO, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, di fine agosto Modi è stato relegato ai margini della fotografia ufficiale, mentre il presidente ospitante si stringeva al centro con il primo ministro pakistano, oltre ovviamente a Vladimir Putin e a Xi Jinping.

L’indiana Via del Cotone poi, visti i conflitti che incendiano tutta l’Asia Occidentale, sono sempre più aleatori, buoni soltanto per la mistificazione mediatica messa in campo dai media europei in funzione anti – cinese.

Le manifestazioni hanno per altro rovinato la festa per l’avvento, un quarto di secolo fa, il 7 ottobre 2001, al potere di Modi nel Gujarat, continuazione della parossistica celebrazione del suo 76° compleanno lo scorso 17 settembre, festeggiato con manifestazioni e pellegrinaggi.

La stampa d’opposizione ha insistito piuttosto nel ricordare come, solo un anno dopo il suo insediamento nel 2002, Modi abbia scatenato nel Gujarat una caccia al musulmano senza precedenti, un’ondata di violenza che ha mietuto almeno un paio di migliaia di morti, fatti la cui brutalità è rimasta tragicamente e traumaticamente nel ricordo collettivo.

Il vero dato che spaventa il primo ministro è il fatto che mobilitazioni di così grande portata non attraversano il vasto paese dai tempi di Jawaharlal Nehru e successivamente di sua figlia Indira Gandhi, tuttavia quelle erano manifestazioni a sostegno e non contro il capo di governo, nel primo caso per sostenere il Movimento dei Non Allineati, nel secondo per sottolineare la soddisfazione popolare per l’alleanza con i sovietici, volta a trasformare l’India in una potenza atomica.

Il nazionalismo indù del BJP, ovvero Bharatiya Janata Party, di Nerendra Modi sta invece tentando una rottura netta con tutto quel passato, immagina la nazione come capace di proporre sullo scenario internazionale una propria egemonia, se non esattamente imperialistica, certamente verso un mondo indiano – centrico. Anche in questo caso le aspettative di Modi si scontrano con la modestia delle relazioni stabilite con le vicine nazioni nello spazio eurasiatico e ugualmente negli altri continenti, mentre la proposta multipolare sino – russa risulta largamente condivisa dalle nazioni del Sud Globale.

La narrazione ufficiale di un Nerendra Modi quale figlio di un venditore di tè  dalle origini estremamente umili, è parallela alla lunga militanza nel Rashtriya Swayamsevak Sangh, ovvero la Lega Nazionale dei Volontari, organizzazione ultra – induista fondata nel 1925, nota per la sua feroce adesione al sistema delle caste, molto prossimo ai criteri di discriminazione dei sistemi  fascisteggianti della prima metà del XX secolo. È stata quella infatti la scuola sociale e politica nella quale da giovane si è formato, rafforzando la devozione che tanto lui quanto i dirigenti e i militanti del suo partito portano verso l’assassino del mahatma Gandhi, ovvero Nathuram Godse, il quale proprio grazie a Modi dal 2020 ha un santuario che ne ospita le ceneri e che è meta di pellegrinaggio per tutti gli attivisti del Bharatiya Janata Party, lo stesso primo ministro si è recato più volte a Pune, mostrando convinta adesione alle ragioni nazionalistico – induiste, anti – pakistane e anti – musulmane che hanno ispirato quel gesto omicida compiuto il 30 gennaio 1948 a Nuova Delhi.

Alcune iniziative promosse dai suoi sostenitori nel corso dei festeggiamenti di settembre – ottobre più che aumentare la considerazione del primo ministro, hanno rasentato il ridicolo, nel piccolo stato del Tripura il governatore locale Manik Saha ha imposto, con vivo disappunto delle famiglie, alle bambine e ai bambini di tutte le cinquemila scuole di partecipare a concorsi di disegno e di scrittura in lode di Nerendra Modi. Il risultato è che dopo un decennio di egemonia induista lo stato di Tripura ha tutta la possibilità di tornare ad essere governato dal Fronte di Sinistra, guidato dal Partito Comunista Indiano – Marxista (CPI-M) e dai suoi alleati. Tuttavia questo fenomeno può apparire estremo, ma non isolato, in Rajasthan, lo storico partito dei Gandhi, il Congresso, oggi all’opposizione, ha criticato le direttive rivolte a studenti e insegnanti di tutti gli istituti scolastici statali e privati per la partecipazione alle celebrazioni per il primo ministro.

Proprio il Congresso sottolinea e documenta ampiamente come sia imbarazzante investire tanti denari pubblici per celebrazioni fuori luogo, quando, a detta dello stesso primo ministro, ancora molte siano le aree, non solo rurali, in cui mancano i servizi igienici e il collegamento, almeno per i villaggi più remoti, alla rete elettrica, il tutto mentre gli indiani scendono in piazza per protestare e al contempo gli attivisti del Bharatiya Janata Party scorrazzano in bus collettivi e motociclette da Varanasi a Vadnagar, città natale di Modi nel Gujarat, con gigantografie del primo ministro ed enormi bandiere arancioni.

Anche i conflitti in corso in ogni landa del pianeta stanno assestando un duro colpo alla dottrina ultra – liberista di Modi, il quale fondandosi sulla massima deregolamentazione e la più spregiudicata libertà per i capitali, con il drammatico risvolto di scarsissime tutele per i lavoratori, non rispettando mai le organizzazioni sindacali e le normative ambientali, ha accresciuto il Prodotto Interno Lordo prima del Gujarat, poi di tutta l’India, con una crescita ancora al 7% per l’anno fiscale 2025/2026, tuttavia è abbastanza evidente che l’economia nel 2026/2027 segnerà un brusco ridimensionamento, complicando di molto la vita di quel terzo di indiani che vivono di un lavoro nel settore precario o in quello informale, già molto poco avvantaggiati dalla crescita degli anni passati, tra questi lavoratori molti sono musulmani, cristiani, dalit, ovvero appartenenti alla casta degli intoccabili, e adivasi, i popoli nativi che quasi nessuno conosce e ricorda, ma sommano nell’insieme almeno cento milioni di persone, non è un caso che la modesta lotta alla povertà abbia visto piuttosto accrescere profonde e pesanti divaricazioni sociali, con una ristretta minoranza sempre più abbiente.

Il governo per altro è stato ferocemente contestato per quasi tutto il 2026 anche dagli agricoltori, il movimento dei lavoratori della terra è infatti riuscito a impedire l’introduzione nel settore di leggi smaccatamente liberiste e penalizzanti i produttori diretti.

I venti di opposizione non appaiono impensierire per il momento il governo, tuttavia l’epoca dei trionfalismi, come quando nel gennaio 2024 Modi ha presieduto la sfarzosa inaugurazione del colossale tempio di Ram nella città di Ayodhya, anche in questo caso come altre volte edificato sul luogo di una preesistente moschea, appaiono se non irripetibili, del tutto lontani.

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“Il cinema oggi mi inquieta, non fa ridere. Laura Antonelli è morta sola e povera, ascoltava Radio Maria, parlava con Dio chiamandolo ‘papino’ e diceva che la cocaina era la sua droga”: così Marco Risi

La ricetta per rilanciare il cinema italiano è “mezzi importanti e idee importanti”, ma soprattutto “non bisogna ripetersi”. Marco Risi è un uomo intelligente. Forse un po’ malinconico, sicuramente dallo sguardo acuto e disincantato sulla vita, sul mondo e su quel cinema intrapreso a filo di babbo Dino, uno dei più grandi e sagaci della commedia all’italiana del dopoguerra. In una lunga e bella intervista rilasciata al Corriere, il regista di Mery per sempre e Il Muro di gomma ha aperto lo scrigno dei ricordi, tra cui la sua relazione sentimentale, e la fine tragica, di Laura Antonelli, la difficoltà nel girare film in Italia oggi senza fare flop e ovviamente l’ombra lunga del padre. “Una volta Vittorio Cecchi Gori disse a proposito di suo padre Mario: “Io morirò figlio”, spiega Risi jr. “Con papà tu dovevi sempre adeguarti. Lui quello sforzo non lo faceva. Dovevi sempre trovare la chiave per interessarlo. Quando mi dilungavo nei racconti di una cosa che era accaduta, lui mi guardava e diceva: “Titolo!”, non voleva perdite di tempo inutili – ricorda il regista spiegando che Dino non gli faceva mai complimenti, che era abbastanza duro e che non l’ha mai incoraggiato a fare cinema. “Anche se mi ha aiutato, perché dopo un mio periodo difficile, mi ha voluto con lui per scrivere due film. E una volta mi elogiò perché avevo scritto una scena riuscita e volgarotta per Sono fotogenico. Ma quando gli mostrai Mery per sempre vidi che gli brillavano gli occhi, era soddisfatto, forse persino orgoglioso di me”.

Risi jr. evoca anche momenti di una tenerezza inaudita riesumando dieci ore di girato del padre anziano, magrissimo (“pesava quarantotto chili, io lo stringevo e sentivo le sue ossa”) e la sua lontananza dalla politica: “Era stato socialista nenniano, poi gli piaceva La Malfa, alla fine si era ritratto. Ma non si sentiva parte della comunità dei registi e sceneggiatori che lui avvertiva come troppo impegnati e paventava il rischio che in ragione dell’appartenenza partitica si potesse perdere libertà e autonomia espressiva”. Infine gli ultimi istanti prima della fine nel 2008, con Marco che gira Fortapasc a Castelvolturno e Dino che lo raggiunge incuriosito sul set. Poi l’ultimo abbraccio e l’ultima telefonata qualche giorno dopo: “Al telefono disse che non ne poteva più. Aveva 91 anni e mezzo, una vita enorme e un vissuto straripante. Era stanco, semplicemente stanco. Io gli dissi di resistere, di farlo per me, non per lui. E lui mi ha risposto una cosa bellissima: “Pensa al tuo film”. Il capitolo Laura Antonelli è altrettanto doloroso. Con Marco ci fu un flirt (“non conosceva presunzione, non se la tirava, era bellissima, incredibilmente bella, la più bella del creato”) ma anche l’oblio e il cupio dissolvi di una diva finita in disgrazia che morirà sola e povera: “Di tutte le ricchezze accumulate con il suo lavoro non aveva più nulla. In casa c’erano solo pacchi di pasta, conserva di pomodoro e nell’armadio un solo abito, una specie di palandrana nera. Non aveva la televisione, ascoltava solo Radio Maria. Si sentiva in dialogo con Dio, che chiamava “papino”. Le ho chiesto se a rovinarla fosse stata la cocaina per la quale fu arrestata. Forse quel momento ha cambiato la sua vita. Lei mi ha risposto che no, che la cocaina era la “droga di Dio”.

L’ultimo film girato dal 75enne regista milanese è Il punto di rugiada. Film delizioso e poetico, perfino con una punta di cinismo paterno, eppure zero tituli al botteghino. “È un momento difficile per me e per il cinema italiano. Io ho tre soggetti e una sceneggiatura pronta, ma mi rendo conto che oggi realizzare un film è diventato complicato. Il cinema italiano al box office non va bene ed è un peccato, perché ci sono buoni film. Ma se la gente va in sala, e spesso non sono i più giovani, non vuole vedere un piccolo film sul grande schermo. Ci vogliono mezzi importanti e idee importanti, non bisogna ripetersi”. Poi certo, non sappiamo più ridere come una volta e il cinema ne ha risentito assai: “Ho sorriso vedendo un buon film italiano, Serpenti, ma ridere come si faceva una volta è diventato difficile. È fuori, nel mondo reale, che si trova il grottesco. Ma inquieta, non fa neanche ridere”.

L'articolo “Il cinema oggi mi inquieta, non fa ridere. Laura Antonelli è morta sola e povera, ascoltava Radio Maria, parlava con Dio chiamandolo ‘papino’ e diceva che la cocaina era la sua droga”: così Marco Risi proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Archivio Aperto, a Bologna il festival del filmato amatoriale con oltre 40mila pellicole

Il cinema non è solo quello che riempie le sale, non è i ‘film evento’. È anche altro. Sono tante le mini-produzioni indipendenti, ignorate dai distributori, magari opere prime che non accettano quella trita struttura ‘televisiva’ nazionale che annienta, ormai da troppi anni, lo ‘specifico filmico’, per usare un desueto termine anni Settanta. Ci sono poi i prodotti audiovisivi ‘minori’ (si fa per dire…) che spesso appassiscono dopo labili apparizioni nei festival specializzati.

Meno male che, ogni tanto, c’è qualcuno che tenta di porre un freno a questo maligno sistema: certo lo fa Archivio Aperto, il festival di Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia (siamo alla diciannovesima edizione) che si tiene a Bologna anche quest’anno dal 22 al 26 ottobre. Un appuntamento “dedicato alla riscoperta del patrimonio filmico privato amatoriale, sperimentale, d’artista, in piccolo formato” conservato, catalogato e restaurato dai primi anni Duemila in poi e che ha creato, passo dopo passo, una monumentale montagna di oltre quarantamila pellicole.

La locuzione ‘film di famiglia’ non deve trarre in inganno: non si tratta, infatti, di filmati amatoriali che i papà e le mamme girano in giardino o in spiaggia per riprendere i propri pargoletti. Qui stiamo parlando di prodotti audiovisivi, girati senza tecniche iperprofessionali, ma che ci raccontano più realisticamente di tanti film prodotti con soldoni la storia del nostro Paese. E non unicamente quella.

Forse solo uno, fra questi filmati, almeno fra i prodotti italiani, l’ha girato una regista professionista come Francesca Archibugi: la storia pubblica e privata di una delle voci più dirompenti e lucide del femminismo, quella di Carla Lonzi (1931-1982). Dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, è la prima uscita pubblica del film sulla Lonzi ed è in programma il 22 ottobre, in serata.

Le opere presentate a Bologna (lungometraggi e cortometraggi) hanno tutte un unico comun denominatore: offrire uno sguardo sulla complessità del mondo che stiamo vivendo. Qualche appuntamento: Unsetting Genealogies, ad esempio, è una “ricerca di Alessandra Ferrini ospitata nella project room del festival e pone l’accento sulle origini fasciste di alcune istituzioni artistiche italiane”. E “in parallelo”, anche “sulla dimensione privata e affettiva della storia”.

Focus Upside Down descrive invece, con una serie di proiezioni e incontri, “le pratiche di militanza e di mediattivismo”; nella sezione L’Archivio che non c’è viene proiettato il documentario A Place in the Italian Sun che “riporta alla luce una storia poco conosciuta di violenza coloniale, esilio e reclusione” e in Storie Sperimentali viene presentata una retrospettiva d’autore: la proiezione delle Songs “canzoni visive mute” in pellicola originale (8 millimetri), ideate e realizzate da Stan Brakhage (1933-2003), regista americano sperimentale, autore di oltre 400 opere, la maggior parte delle quali girate in 8 e 16 millimetri (a volte dipingeva o manipolava con interventi esterni la pellicola…).

Fra gli altri, anche i filmati, interessantissimi, delle lotte sociali e politiche degli anni Sessanta e Settanta “che fecero dei media uno spazio di partecipazione, protesta, sperimentazione e libertà di informazione: da quello, a oggi inedito, su Radio Alice, a 50 anni dalla nascita dell’emittente, alle tristi esperienze del G8 di Genova; dalle Street TV dei primi anni Duemila, provocazione situazionista e di difesa della libertà d’informazione contro l’oligopolio televisivo, al film ‘militante a soggetto’ Processo politico di Francesco Leonelli e dello scultore Arnaldo Pomodoro sull’affaire Pinelli-Calabresi”.

Il concorso internazionale dedicato alle opere realizzate con materiali d’archivio presenta 16 titoli, fra cui 13 anteprime italiane (fra le quali Auber 89 di Giuseppe Schillaci (Italia/Francia, 1980), sulle vicende passate (e in itinere) della periferia parigina a partire dagli anni Ottanta. Ma non mancano filmati sul conflitto israelo-palestinese e persino storie curiose come quella del primo e unico astronauta afghano. Nella sezione Open Frame sono in competizione opere brevi di found footage (letteralmente ‘filmato rinvenuto’, ovvero una tecnica grazie alla quale alcune scene sembrano registrazioni di filmati amatoriali). Sono opere selezionate realizzate all’interno di vari organismi legati al cinema e alle arti visive.

In definitiva, le varie sezioni della manifestazione (Festival, Concorso internazionale, Installazioni, Archivio aperto) formano un coacervo di informazioni e approfondimenti sul mondo che abbiamo vissuto (e che viviamo) di cui oggi c’è un gran bisogno: una sorta di riposizionamento delle nostre coscienze, una boccata d’ossigeno, un momento di disintossicazione da un sistema mediatico drogato e drogante.

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Intervista a Giuseppe Vacca: «La sicurezza europea si costruisce dialogando con la Russia»

Il centrosinistra diviso sull’Ucraina, il futuro della difesa comune e il nuovo peso dell’Asia: intervista a Beppe Vacca sugli equilibri che cambiano.

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Un efficace antidoto alla superficialità che ammorba i talkshow mediatici frequentati da improponibili analisti, improvvisati geopolitici, battutisti in servizio permanente effettivo, che pontificano, sproloquiano su cose maledettamente serie, come lo è la guerra. Alle lettrici e ai lettori di Rinascita l’”antidoto” di serie lo offre Giuseppe Vacca. Professore emerito di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bari, già direttore dell’Istituto Gramsci, Vacca è stato più volte parlamentare del Pci. Della sua enorme produzione saggistica, ricordiamo il suo ultimo libro: Vita e pensiero di Palmiro Togliatti (Einaudi).

Professor Vacca, una visione condivisa della politica estera dovrebbe essere a fondamento di una coalizione che si candida al governo dell’Italia. Invece, nel centrosinistra domina il rovello armi sì armi no all’Ucraina. Lei come la vede?

La politica estera è discriminante per qualunque attore di una campagna elettorale, in particolare in Italia visto che in campagna elettorale ci siamo già entrati di fatto con la sconfitta referendaria del progetto di Meloni sulla giustizia ed è peraltro difficile prevedere che la legislatura arrivi a scadenza ordinaria, anche per le turbolenze del contesto internazionale.

In questa prospettiva, il problema principale a me pare che consista nella differente postura in politica estera tra il Pd e il Movimento5stelle.

La postura del Pd dipende molto dal problema della sicurezza europea e dall’altro tema connesso che è quello della difesa. Qui c’è innanzitutto un problema di come la s’imposta.

Vale a dire?

Armi sì o armi no all’Ucraina non è un problema autonomo bensì una derivata di come s’imposta la visione di una possibile ripresa del progetto di unificazione europea e quindi del carattere europeo della costruzione di una effettiva difesa comune.

La difesa dipende dalla percezione del nemico. Da un lato si ripete che noi, noi Europa, non siamo in guerra con la Russia, dall’altro si ventila una minaccia della Federazione Russa principalmente sull’Europa. E su questo si legittima l’aumento del 14% della spesa militare europea nel 2025, raggiungendo il maggiore incremento dalla fine della Guerra fredda.

Ora, rispetto alla ripresa e al compimento del processo europeo, fermatisi non per caso alla moneta e alla Bce, lasciando invece sospesi i problemi della politica estera e di difesa comuni, il primo problema da discutere è in che relazione l’Europa sta con la Russia, dal punto di vista geopolitico.

Se questo è il nodo di fondo da sciogliere, su che basi andrebbe impostata a suo avviso una discussione rigorosa e non propagandistica?

Dal punto di vista geopolitico, non c’è dubbio alcuno che la Russia è parte dell’Europa. Parte non vuol dire che ci possa essere una confederazione, ma possiamo stare ancora all’ultima definizione della Nato, seguita all’invasione russa dell’Ucraina, per cui l’Alleanza atlantica non è più una un’alleanza genericamente difensiva, ma è un’alleanza difensiva contro un nemico indicato con nome e cognome, cioè la Federazione Russa.

Come è possibile pensare un’Europa potenza civile, secondo la missione originaria, che misura e definisca i suoi organi e le sue missioni in base all’individuazione di un nemico. Questo porta necessariamente ad un approccio iper-militarista che moltiplica i conflitti.

Tornando sulle vicende interne, la prima questione è come si possa trovare una quadra nella politica estera tra il Pd che è attestato, a partire dall’Ucraina, sull’idea che la Russia è il pericolo, e i M5s che propone una politica di dialogo, o che comunque abbia come questione fondamentale la fine della guerra e la costruzione della pace attraverso un rapporto, un dialogo che riguardi ambedue i belligeranti, quindi anche Mosca.

Da questo punto di vista c’è un problema, al momento irrisolto, di unità dei principali partner della coalizione di centrosinistra nella visione della politica estera.

E questa unità si può o si deve raggiungere impostando il problema della sicurezza, io credo, in maniera dialogica e non pregiudizialmente antagonistica con la Russia.

Detto in altri termini: qual è il problema della sicurezza così come è percepito da parte dei russi? Perché anche loro hanno un problema di definizione, di percezione dei rischi della sicurezza. Da ciò discendono questioni strategiche che investono il futuro stesso dell’Europa.

A cosa si riferisce, professor Vacca?

A un’Europa che nella costruzione di una politica estera comune e di una politica di difesa comune, una volta che non c’è più la delega agli Stati Uniti come potenza egemone della Nato garante della sicurezza europea, garantisca la propria sicurezza commisurando la percezione del rischio al modo in cui quella percezione del rischio e il problema della sicurezza si propongono per l’altra parte. Altrimenti l’effetto dell’apparente uscita degli stati Uniti da questa partita è solo quello di ereditare la russofobia di sempre nella politica americana, da parte dell’Europa, in quanto tale, ovvero di concepire una difesa comune europea, da cui anche l’innalzamento al 5% del Pil delle spese militari, come una sostituzione nella funzione di antimurale militare della Russia come nemico. Ma questo non corrisponde alla realtà e non risolve il problema che comunque, nel momento in cui si sviluppa una divergenza strategica all’interno dell’Occidente, a fronte alla crisi da parte degli Stati Uniti di una egemonia globale, che con la presidenza Trump si acuisce ma che non nasce con l’ingresso del tycoon alla Casa Bianca, non si risponde al presupposto geostrategico fondamentale, cioè quello di capire in che rapporto non bellico impostare la sicurezza europea e la sicurezza russa.

Non ci può essere altra via di uscita, se non quella di affrontare e provare a risolvere il problema della difesa in termini di reciprocità, attraverso un dialogo con la Russia che abbia chiaro questo obiettivo.

Un tema di enorme rilevanza strategica, direi epocale, che va oltre la dimensione geopolitica e aggredisce altre questioni cruciali…

Quali?

Come si stabiliscono i confini dell’Europa? E come se ne ridefinisce la visione? Chi si deve preoccupare del rapporto geopolitico tra l’Europa e la Russia. Problemi che non si possono affrontare unilateralisticamente e solo con una riduzione del problema della sicurezza a problema di competitività dal punto di vista militare-tecnologico.

Questo, secondo me, è anche il modo di trovare un punto di unità all’interno del centrosinistra tra la posizione del Pd e quella dei 5stelle.

Non è questione se continuare o no a dare sostegno militare all’Ucraina. Il problema della difesa degli interessi dell’Ucraina come parte dell’Europa, che può trovare un precedente valido se si struttura la novità intervenuta dalla volontaria adesione all’Unione Europea del Canada, il che significherebbe l’istituzionalizzazione di una fisionomia più articolata di rapporto geostrategico dell’Europa.

Una dinamica che può valere, come si sa, anche per l’Ucraina e tra l’altro in considerazione del fatto che Putin non ha detto no all’associazione dell’Ucraina alle istituzioni economiche dell’Europa.

Quali ricadute questo complesso ragionamento potrebbe o dovrebbe avere nel dibattito aperto nel centrosinistra?

Aldilà del momento elettorale, c’è il problema di come si esercita il governo nell’eventualità di una vittoria alle elezioni, per cinque anni. Qui la politica estera continua ad essere discriminante. È un vincolo naturale di qualunque politica di governo, che vive di un costante rapporto tra politica interna e politica internazionale.

Come si esercita per una legislatura questo ruolo? Diventando un pezzo di uno schieramento europeo dominato da una russofobia?

Non posso non considerare che una parte significativa dei sostenitori della risposta militare alla invasione dell’Ucraina da parte della Russia è stata quella di ritenere che così si creava uno schieramento talmente forte tra Stati Uniti, con Biden prima e poi con Trump, ed Europa da riaprire e attualizzare la prospettiva non solo della sconfitta ma dello smembramento della Russia.

Una russofobia che ha attraversato la storia dell’Occidente, e in esso dell’Europa, fino ad essere parte del sostegno e dell’affermazione di Hitler in Germania. Perché Hitler e il nazismo non nascono solo in maniera endogena, ma nascono anche dal fatto che la politica di sostegno inglese e americana mirava a fare dell’anticomunismo hitleriano e tedesco una leva per scaricare questa potenza della Germania nazista solo sulla Russia piuttosto che su tutto l’Occidente e il mondo democratico.

Tornando all’oggi, due restano gli interrogativi di fondo: la Russia è non è parte dell’Europa geopoliticamente? E siccome è innegabile che sia parte dell’Europa, non significa questo debba riguardare l’architettura della UE così com’è; significa che nel fare quegli ulteriori passi che non erano stati mossi dal periodo di Maastricht ad oggi, l’Unione Europea, tenendo fermo e ben piantato il vessillo della potenza civile, ed anzi attrezzandosi meglio per poterlo rafforzare, definisca dialogicamente con la Russia la reciprocità degli interessi, nella percezione del rischio e quindi nella co-definizione della sicurezza.

Mi lasci aggiungere che questo comporta di conseguenza una ricaduta sul problema israeliano profondamente diversa da quella mainstream.

In che senso, professor Vacca?

Netanyahu come lo si definisce? Netanyahu è uno dei capi, degli strateghi, della politica internazionale dei neoconservatori a livello globale. Nel momento in cui in Israele le vecchie forze socialdemocratiche sono state sconfitte e sono andate al potere le destre, beh, questo mica è avvenuto senza il sostegno degli americani, e non solo di essi.

La strategia di Netanyahu, se la si analizza con freddezza, io la leggo così: perché la Grande Israele? Solo perché in base alla mitologia biblica, Dio deve avere tutta quell’aerea per il suo insediamento? Il problema mi pare molto prosaicamente diverso, cioè Netanyahu è il leader di una militarizzazione, di un consolidamento territoriale ampliato dello Stato d’Israele in vista di una situazione geopolitica mondiale che cambia e cambierà ancor più nel momento in cui Israele non potrà far leva per la sua sicurezza solo sulla potenza americana, che tra l’altro è molto distante anche dal punto di vista geopolitico. Dovrà trovare il modo di garantire la propria sicurezza attraverso accordi con le potenze che guidano il processo mondiale di emersione dell’Asia, cioè con l’asse russo-cinese. E ormai ci siamo vicini, al fatto che questo tema entri nell’agenda geopolitica dei BRICS; un’agenda che muove dalla emersione della centralità dell’Asia come nuovo epicentro del mondo, sotto la duplice guida, che io considero talmente fondata da rendere indistinguibile l’individuazione dei soggetti Russia e Cina, definendosi, da questo punto di vista, come un soggetto unico che agisce in maniera articolata per costruire quello che sta già realizzando, vale a dire la leadership di tutta una rete che si va vieppiù strutturando dall’Iran al Sud globale, in alternativa al mondo che abbiamo conosciuto, tarato sull’asse Est/Ovest e non aveva risposte emancipative per il Sud globale a cui invece pensano la Cina e in parte la Russia, ormai strettamente collegate, soggetto unitario di questo processo globale enorme che ha attraversato l’intera storia del ‘900 e che oggi è il vero punto di svolta e di rottura con la vecchia egemonia del mondo transatlantico.

Articolo originale:  rivistarinascita.it

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Mattarella contro l’eccesso di ‘giornate nazionali’: lo stesso discorso andrebbe esteso ai festival

La sortita del Presidente Mattarella rispetto all’esigenza di contenere la proliferazione delle “giornate nazionali”, per ridurre il rischio di deriva inflattiva che determina la sostanziale inefficacia delle stesse, stimola una riflessione in coloro che credono (ancora) in uno Stato che sappia sviluppare una sana politica culturale.

Il nostro Presidente si è mai posto un quesito “simile”, rispetto alla gran quantità di festival che durante l’anno si svolgono in tutta Italia?! Senza dubbio, si tratta di una ricchezza del nostro territorio, e in alcuni casi sono anche veri e propri preziosi presidi culturali sopravvivenziali, in zone del nostro Paese che soffrono di una tremenda desertificazione (ci sono migliaia di comuni nei quali non ci sono più teatri, non ci sono più cinematografi, non ci sono più nemmeno edicole!). Un monitoraggio curato da alcuni anni dal centro di ricerca indipendente che presiedo, IsiCult, ha censito oltre 4mila festival in tutto il Paese, e crescono di decine e decine ogni anno (e altrettanti muoiono, quasi sempre a causa di deficit di sostegno pubblico).

Si tratta dell’iniziativa “Italia dei Festival” (www.italiadeifestival.it), che beneficia di un modesto contributo della Direzione Cinema e Audiovisivo come “progetto speciale” (per l’anno 2024 e per l’anno 2025).

Spesso si tratta di piccole iniziative, che potrebbero ben svilupparsi con sovvenzioni di poche decine di migliaia di euro, ma la macchina burocratica del Ministero della Cultura attribuisce sostegni ad una minima parte del totale dei festival italiani. Si tratta indicativamente di circa 600 festival l’anno, su un totale di oltre 4mila. Quelli non “premiati” dal Mic riescono a vivere (spesso soltanto a sopravvivere) grazie a contributi delle Regioni, dei Comuni, delle fondazioni ex bancarie, di sponsor privati.

IsICult sta cercando di costruire una mappatura dei festival anche dal punto di vista economico-finanziario, con grande difficoltà perché i livelli di trasparenza non sono sempre eccellenti. In verità, questo dataset dovrebbe essere costruito dallo stesso MiC, ma pare che, nel corso dei decenni, nessuno ci abbia pensato…

Nell’economia festivaliera italica, emergono poi i “big”, ovvero una ventina di festival che sono classificati come nazionali e speciali – con criteri spesso misteriosi – che beneficiano di sovvenzioni a botte di milioni di euro, con una quantificazione sganciata da criteri oggettivi, ma determinata dalla discrezionalità del Principe di turno: tra questi, uno di quelli che spicca è senza dubbio il Festival del Cinema di Roma, che si sta svolgendo in questi giorni.

Qualcuno si è mai preso la briga di comprendere se questo festival (che ha un budget di 8 milioni di euro) determina reali ricadute concrete nel sistema cinematografico nazionale?! Esattamente come per Venezia, si pone come simpatica vetrina per cinefili, con red carpet integrato, ma poco più di sostanziale, considerando che la gran parte dei film che propone non hanno poi alcuno sbocco nel mercato cinematografico. Si tratta di festival che costano molti milioni di euro di danaro del contribuente, danno certamente lavoro a decine e centinaia di persone, ma che non modificano l’audience cinematografica in modo sostanziale.

La questione riguarda ovviamente anche la stessa Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: contribuisce – al di là del red carpet appunto – a promuovere realmente la fruizione di cinema (e magari di cinema nazionale), o si tratta di una grande “macchina burocratico-culturale” autoriferita ed autoreferenziale?! Altresì dicasi per il David di Donatello… Quanti piccoli festival potrebbero essere sostenuti con una parte del sostegno pubblico assegnato a grandi kermesse come Venezia e Roma e poche altre dell’eletta schera?!

Queste patologie riguarda le “giornate nazionali” così come i… “comitati nazionali”, ai quali il Presidente della Repubblica non ha ancora (non ancora?!) dedicato attenzione. In sostanza, così come a livello nazionale non si dispone di vere “valutazioni di impatto” (né per il cinema e l’audiovisivo, né per lo spettacolo dal vivo, che complessivamente assorbono oltre 1 miliardo di sovvenzioni da parte del MiC), a livello territoriale lo Stato non dispone di strumentazione adeguata per ben valutare il senso delle iniziative culturali.

Il discorso va ben oltre lo specifico festivaliero. Senza dimenticare la gran quantità di danari che il MiC assegna direttamente a Cinecittà s.p.a. con assoluta discrezionalità, senza rendere conto a nessuno, per i cosiddetti “progetti speciali”: basti pensare alle decine di milioni di euro ogni anno di una incerta campagna promozionale – con zero trasparenza – tanto cara alla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, qual è “Cinema Revolution”, oppure al misterioso progetto “Rambaldi”, gestito dal “Comitato Nazionale per le Celebrazioni del 100° anniversario della nascita di Carlo Rambaldi”.

Trattasi di 1,6 milioni di euro (perché non 2 o 3?!), con un “Comitato Nazionale” la cui presidenza è stata affidata (non si sa bene da chi) a Chiara Sbarigia, Presidente da anni dell’Associazione Produttori Audiovisivi (Apa), già Presidente di Cinecittà, nonché ancora oggi consigliere di fiducia della Sottosegretaria Borgonzoni…

E che dire – ancora? – dei 2,2 milioni (perché non 3 o 4?!) di euro che Cinecittà ha concesso graziosamente all’Italian Global Series Festival per l’edizione 2025. Iniziativa anch’essa promossa dall’Apa presieduta da Chiara Sbarigia… L’elenco completo sarebbe troppo lungo. E sconfortante. E nel frattempo, sul territorio centinaia e centinaia di piccoli festival boccheggiano.

Giochi di palazzo, capitale relazionale, conventicole e lobby, amichettismi diffusi e trasversali… A nessuno sembra interessare la verifica della reale efficacia (ovvero inefficacia) del sostegno pubblico alla cultura. Prevale discrezionalità ed opacità. E sempre latente è il rischio di clientelismo, di asimmetrie: sostanzialmente di ingiustizie. Con buona pace della tanto decantata meritocrazia e – in fondo – della democrazia culturale.

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Il Nobel per la non-Pace, versione 2026

Sacrifica ciò che è scomodo, mai il progetto. Il “pal-washing” in azione.

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Un copione già noto

Il 9 ottobre 2026 il Comitato norvegese per il Nobel ha assegnato il Premio per la pace a Navanethem Pillay, giurista sudafricana di 85 anni, già giudice della Corte penale internazionale e Alta commissaria Onu per i diritti umani. La motivazione parla di una persona che ha aperto la strada a un ordine giuridico globale più completo. Il presidente del Comitato, Jorgen Watne Frydnes, ha aggiunto che il premio è un messaggio per chi attacca e mina il sistema internazionale e le sue istituzioni. Il verdetto è dichiaratamente politico, ed è su questo piano che va discusso.

La stessa figura che nel 2011 avrebbe «abbattuto» Gheddafi, spianando la strada al saccheggio del petrolio libico e alla schiavitù dei migranti africani, ora «abbatterebbe» Netanyahu, e preparerebbe così la riabilitazione di Israele. Il filo logico non sarebbe la morale né la pace, ma l’agenda dell’Open Society di George Soros: sacrificare i soggetti diventati scomodi, mai l’essenza del progetto. Qualcuno l’ha battezzata «pal-washing». La domanda di fondo è seria, perché chiede se dietro premi e giurisdizioni dell’ordine liberale ci sia una regolarità.

Occorre sottolineare che il copione è già noto. Vi ricordate quando Barack Obama ricevette il premio Nobel per la pace, inaugurando guerre su guerre? O vi ricordare i personaggi in cerca d’autore come Machado, Mohammadi, o i difensori dei criminali Ucraini? Ma andiamo per ordine.

 

Atto Primo: la Libia

Nel febbraio 2011 Pillay, Alta commissaria, chiese al Consiglio per i diritti umani un’azione vigorosa per fermare le violenze e chiamare i responsabili a risponderne; il Consiglio condannò le violazioni e istituì una commissione d’inchiesta. Il passaggio successivo toccò al Consiglio di sicurezza: il rinvio alla CPI con la risoluzione 1970, poi la 1973, approvata con dieci voti favorevoli e cinque astensioni (Brasile, Cina, Germania, India, Russia). Nessuno sostiene che Pillay abbia deciso la guerra. Conta la sequenza: il linguaggio dei diritti umani aprì la porta, quello della protezione dei civili autorizzò la forza, e l’operazione scivolò verso il cambio di regime. Già in aprile Lavrov accusava la NATO di eccedere il mandato, e un ministro francese ammetteva che il cambio di regime avrebbe richiesto un nuovo voto.

Poi i costi. Nel 2017 l’OIM documentò aste di migranti subsahariani nel sud della Libia, venduti per somme tra 200 e 500 dollari. Il nesso con il crollo dello Stato dopo il 2011 è la lettura più plausibile, benché la fonte documenti il fenomeno e non la sua causa. Il prezzo lo pagarono la Libia e i migranti; la cornice giuridica ne uscì, sul piano formale, intatta, anche se la controversia sul mandato avrebbe poi pesato sui veti di Mosca e Pechino in altri dossier.

Atto Secondo: Bibi

Il 21 novembre 2024 la Camera preliminare I della CPI emise mandati d’arresto per Netanyahu e per l’ex ministro della Difesa Gallant, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Pillay aveva lasciato la Corte nel 2008, ma ha presieduto la Commissione d’inchiesta Onu che il 16 settembre 2025 ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza. Qui il «pal-washing» trova il suo meccanismo. Il diritto penale internazionale lavora su persone: un imputato, un’imputazione, un periodo. Se il caso si chiude con la sorte di un leader, si apre una cesura narrativa, il prima e il dopo di un uomo, dopo la quale lo Stato può presentarsi come reintegrato. La Libia offre l’analogia: là il caso si chiuse con la caduta di un uomo.

I limiti del percorso giocano a favore della lettura. La Corte non ha una polizia e l’esecuzione dei mandati dipende dagli Stati parte; la Commissione non è un tribunale e non parla a nome dell’intera Onu; lo stesso Comitato, riferisce AFP, ha detto che spetta a una corte stabilire se vi sia genocidio. Il premio non produce effetti giuridici, lo sappiamo, però produce legittimazione per un circuito che promette giustizia e non può garantirla.

Dobbiamo, poi, considerare che dinamiche del genere le abbiamo già viste più volte all’interno dell’ordine globalista che domina in Occidente. L’Open Society Foundations si presenta come il maggiore finanziatore privato al mondo di gruppi per giustizia, democrazia e diritti umani, attivo in oltre cento paesi, e Pillay ha ricevuto lo Stockholm Human Rights Award, lo stesso che nel 2011 è andato a Soros e a Neier. Sembra proprio che si ripeta di nuovo il pattern della agenda sorosiana, fatta di fondazioni, ONG, tribunali, commissioni e burocrazie che condividono un lessico e un orizzonte, quello di un ordine liberale da perfezionare e mai da rimettere in discussione. Chi opera dentro quel lessico può denunciare un governo, un leader, perfino uno Stato, ma non può contestare i presupposti dell’ordine che gli dà legittimità.

Alcuni obietteranno che la Commissione di Pillay attribuisce la responsabilità a Israele come Stato, non soltanto ai suoi leader, il che contraddice l’idea di un’operazione puramente personalizzante. Il secondo è la reazione. Netanyahu ha accusato il Comitato di aver perso la bussola morale, il Ministero degli Esteri israeliano ha parlato di una grottesca strumentalizzazione del premio, e Washington ha annunciato sanzioni contro la CPI poche ore dopo l’annuncio. Tutto vero. Ma avrebbe senso e valore se il sistema occidentale non fosse marcio fin dalle sue fondamenta, se il suo sistema giuridico funzionasse, ma così non è, sotto nessun aspetto (e abbiamo avuto già sufficienti dimostrazioni – non scordiamoci anche il caso Epstein).

Se nei prossimi dodici mesi la caduta politica di Netanyahu verrà presentata come chiusura del caso, anziché come una tappa di un procedimento che riguarda lo Stato, il «pal-washing» guadagnerà peso. Se i procedimenti proseguiranno oltre la sua persona, e se gli Stati parte eseguiranno i mandati, forse ne perderà. Allo stato delle prove la tesi è plausibile e, fino a smentita comprovata, questo è l’ennesimo Nobel della non-Pace, che non possiamo chiamare “guerra”.

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L’accordo sul gasolio tra Putin e Trump potrebbe essere più ampio di quanto si pensasse inizialmente

Dopo questa decisione sul diesel, la guerra potrebbe essere appena diventata molto più semplice e più netta.

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Trump sta forse pensando di avvalersi di Putin per tirarsi fuori dal pasticcio causato sia dai suoi bassi consensi nei sondaggi sia dalla guerra con l’Iran? A prima vista potrebbe sembrare inverosimile, ma egli è completamente intrappolato nella questione iraniana, e qualsiasi opzione prenda in considerazione sembra portare a uno scenario apocalittico. Potrebbe Putin aiutarlo sia a risolvere la questione dei prezzi del gasolio nel Paese, sia a negoziare un accordo con l’Iran che faccia apparire agli americani che lui, e l’America, siano in qualche modo i vincitori?

Il fatto che il presidente russo venda quasi 2 milioni di tonnellate di gasolio ai Paesi occidentali, compresi ovviamente gli Stati Uniti, sembra un cerotto su una ferita enorme nelle economie americana e occidentale. A meno che, ovviamente, non vi sia un secondo accordo dietro le quinte di cui giornalisti ed esperti non siano a conoscenza, o che semplicemente scelgano di non riportare. Per quanto riguarda l’iniziativa di Putin sul gasolio, la quantità offerta non è enorme, ma vi sono un paio di precedenti che essa stabilisce e che sono più importanti.

In primo luogo, apre le porte a un’ulteriore revoca delle sanzioni (che potrebbe essere abbinata a quella relativa all’Iran, date le relazioni di Mosca con Teheran), ma, cosa forse ancora più importante, rende il presidente ucraino Zelensky un bersaglio ancora più importante per Trump. Molto dipenderà dai prossimi giorni e dalla decisione che Zelensky prenderà riguardo al proseguimento dei bombardamenti contro gli impianti petroliferi russi. Prenderà quella pillola suicida? Le guerre sono spesso caotiche e vi sono sempre zone d’ombra in cui i due paesi in conflitto si trovano di fronte a situazioni illogiche e impraticabili. Forse i bombardamenti degli impianti petroliferi russi nell’ambito della guerra in Ucraina hanno raggiunto il loro punto di svolta e, indipendentemente da quanto i leader dell’UE siano vicini a Zelensky – che, nella migliore delle ipotesi, possiamo definire un leader ad interim – ciò metterà alla prova questo rapporto fino al punto di rottura.

È necessario che un gran numero di cittadini in Francia e Germania muoia quest’inverno semplicemente a causa di una crisi energetica e/o di una crisi economica nei propri paesi, che hanno investito miliardi per mantenere viva la guerra in Ucraina? Putin è così sicuro che quest’inverno sarà l’ultimo per le sue truppe, dato che la linea difensiva tra le forze ucraine e quelle russe sembra sul punto di cedere da un momento all’altro? Gli stessi ucraini sono pronti ad affrontare un inverno gelido a Kiev, incapaci di fornire elettricità o riscaldamento ai propri appartamenti? Tante guerre sono iniziate per le riserve energetiche, ma non quella in Ucraina. Eppure potrebbe finire proprio per quelle.

I commenti minacciosi di Trump sui social media riguardo a Zelensky dovrebbero essere presi sul serio. Se la stessa cricca di consiglieri incompetenti di Trump riesce davvero a convincerlo che un’invasione terrestre dell’Iran sia fattibile, se non addirittura vincente, si potrebbe semplicemente sostenere che un cambio di regime in Ucraina dovrebbe essere un gioco da ragazzi e garantirgli un enorme guadagno – dal punto di vista politico, economico e geopolitico. La rimozione di Zelensky porrebbe immediatamente fine alla guerra, e Trump potrebbe rivendicarne la vittoria, mentre chiede al suo amico Putin di intervenire discretamente in Iran e di risolvere la questione dello Stretto di Hormuz.

Il fatto che Trump abbia effettivamente reagito allo sfogo di Zelensky davanti ai giornalisti – secondo cui la decisione di acquistare gasolio russo fosse «debole» – minacciando di destituirlo, dimostra che la sua pazienza ha raggiunto un punto in cui sta iniziando a considerare il presidente ucraino come la fonte dei problemi. Rimuovere Zelensky sostenendo un rivale sarà difficile e lo metterà in contrasto con i leader dell’UE, ma si potrebbe sostenere che le relazioni non potrebbero davvero peggiorare ulteriormente e che, una volta che Macron e Merz avranno compreso che la pace è l’unica opzione e che Zelensky è in realtà l’unico vero ostacolo a ciò, faranno ciò che fanno tutti i leader dell’UE e seguiranno l’esempio degli Stati Uniti.

Spesso sentiamo gli analisti su YouTube parlare del gioco del «chi ha più coraggio», ma non c’è mai stato un momento più fugace di questo, poiché sia Trump che Zelensky si osserveranno a vicenda per vedere chi batterà ciglio per primo. Zelensky, fino ad ora, ha condotto un gioco pericoloso fingendo di essere servile nei confronti dell’egemonia statunitense, mentre in realtà si limitava a incassare denaro e armi e a ridere di Trump in mezzo a una cerchia di deboli leader europei nelle loro residenze sontuose. La guerra è stata complessa sin dall’inizio, poiché gli Stati Uniti e l’UE raramente erano d’accordo, ma se Trump dovesse dare seguito alla sua minaccia di negare agli ucraini la condivisione di informazioni di intelligence, ciò costituirebbe un pessimo presagio per il futuro di Zelensky, poiché egli eserciterà una pressione ancora maggiore su britannici, francesi e tedeschi affinché forniscano ulteriori armi e denaro in una guerra impossibile da vincere, su cui hanno puntato tutto e da cui dipendono le loro intere carriere politiche.

La guerra, dopo questa decisione sul gasolio, potrebbe essere appena diventata molto più semplice e binaria, e dalla follia delle farneticazioni dell’UE potrebbe emergere una narrativa collettiva da parte di paesi che non riescono nemmeno a proteggere la propria popolazione sul proprio territorio dall’invasione di falsi richiedenti asilo. Non sarà solo la prova definitiva per le relazioni tra Stati Uniti e Ucraina, ma anche per quelle tra Stati Uniti e UE, e potrebbe forse rappresentare la fine della NATO così come la conosciamo.

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“I tricamper sui set sono molto spesso usurati”. “Sono sicura che non hanno mai dato a Luca un camerino inadeguato”: botta e risposta tra Cristina Marino e Claudia Pandolfi

Non c’è ombra di dubbio che il cinema, così come tanti ambienti di lavoro, sia fatto di piccole o grandi litigiosità, ma che queste possano emergere pubblicamente crea sempre stupore. Questa volta a creare il pretesto per una semplice contrapposizione tra vedute diverse su uno stesso argomento sono state le dichiarazioni che Cristina Marino, compagna di Luca Argentero, ha fatto al podcast di Alessandro Cattelan, “Supernova”.

L’attrice e influencer ha parlato della scelta adottata dal compagno di dotarsi di un proprio tricamper per affrontare i suoi impegni lavorativi sui set: “Quando sei in giro con i set ti danno i tricamper, che sono spesso molto usurati: non sono proprio comfort. Luca, giustamente dopo vent’anni che fa questo lavoro, si è comprato il suo, come business però”.

Il ragionamento che sta dietro la scelta dell’attore, stando alle parole di Marino, è questo: “La produzione che deve pagare allo stesso prezzo una cosa che è lì da vent’anni con le macchie sul divano o il mio che lo faccio chiccoso, non è più comodo o carino per tutti?”.

Questo assunto, secondo il quale i tricamper messi a disposizione per gli attori dalle produzioni cinematografiche siano scadenti, ha fatto contrariare Claudia Pandolfi, che rispondendo tra i commenti del video pubblicato da “Supernova” ha ribattuto a quanto dichiarato da Cristina Marino.

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L’accordo sul gasolio tra Trump e Putin: la speranza muore per ultima

La dichiarazione di Trump offre una prospettiva mediatica molto interessante e potrebbe segnare la fine del “Progetto Ucraina”, un argomento che merita di essere approfondito.

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Nessuno si sarebbe aspettato che Donald Trump, dopo una telefonata di auguri di compleanno al suo omologo russo, dichiarasse che il gasolio russo si sarebbe rivelato la soluzione all’attuale carenza di carburante negli Stati Uniti. Se la presidenza Trump ha prodotto qualcosa, sono stati molti titoli interessanti che sembrano spuntare dal nulla e che, purtroppo, molto spesso, svaniscono nuovamente nella nebbia da cui sono emersi. A volte le parole di Trump possono riempirci di speranza, come in questo «accordo sul gasolio», mentre altre, come il suo recente discorso alle Nazioni Unite, in cui ha minacciato di uccidere potenzialmente tutti gli iraniani, ci riempiono di terrore. Questa dichiarazione del nostro enigmatico leader presenta una narrazione mediatica molto interessante e una potenziale conclusione del «Progetto Ucraina» che vale la pena approfondire.

Trump ha accusato Zelensky della carenza energetica globale, in particolare per quanto riguarda il gasolio. All’epoca, tutti pensavano che si trattasse solo di una banale manovra diversiva in stile Twitter per sviare l’attenzione dalla fallita guerra contro l’Iran, che certamente ha causato notevoli interruzioni nel trasporto di carburante. In altre parole, la Casa Bianca stava proiettando questa crisi – che aveva permesso che si verificasse, o che aveva attivamente provocato – addossandola al capro espiatorio Zelensky. Tuttavia, questa forma di diversione o proiezione non è più solo una questione di parole in una narrativa pre-elettorale, ma si è trasformata in azione concreta. Le sanzioni sul gasolio russo sono state revocate e la prima spedizione è già in viaggio mentre scrivo queste righe. È accaduto qualcosa di tangibile.

Zelensky è stato infatti avvertito circa sei volte di smettere di attaccare le infrastrutture petrolifere russe. Far saltare in aria dei bambini nel Donbass e oltre va «bene», ma attaccare ciò che l’Occidente vuole dalla Russia più di ogni altra cosa è «assolutamente inaccettabile». Zelensky, al quale – come indicato sopra – era stato intimato una mezza dozzina di volte di sospendere gli attacchi alle infrastrutture petrolifere e del gas, dopo aver appreso della decisione di Trump di acquistare gasolio russo, ha agito come segue:

1) Ha rapidamente attaccato nuovamente le infrastrutture petrolifere russe, apparentemente per fare un dispetto al Presidente degli Stati Uniti

2) Ha immediatamente interrotto i colloqui di pace a Miami con i collaboratori di Trump, il duo Kushner-Witkoff, il che rappresenta l’ennesimo schiaffo in faccia a Donald Trump.

La cosa più incredibile di tutte è che il «narcisista» Trump abbia già pubblicamente ringraziato il presidente Putin due volte per questo accordo. Durante un comizio, gli americani in piedi dietro a Trump hanno applaudito con grande entusiasmo all’annuncio della pace con la Russia e dell’approvvigionamento extra di carburante per l’America. La russofobia è un passatempo della borghesia globalista e di «Epstein Island», non dei camionisti e degli agricoltori americani.

È una narrazione eccellente, speriamo che duri

Trump ha ora attribuito il 100% della colpa dei problemi energetici e di approvvigionamento globali direttamente a Zelensky, accusandolo personalmente di aver alimentato la guerra negli ultimi due anni. Pertanto, la narrazione sta prendendo forma più o meno così: Se la guerra in Ucraina è la causa della carenza di carburante e Zelensky è la causa del protrarsi della guerra, ciò significa che gli Stati Uniti possono stringere un accordo con la Russia anche se «sono stati loro a iniziare», con la conseguenza logica che Zelensky debba logicamente andarsene, poiché è lui la fonte del problema. Ma approfondendo ulteriormente la narrazione, possiamo cogliere l’aspetto più interessante di tutti o, come si suol dire online, «la parte taciuta»: Trump ha sostanzialmente dichiarato che la produzione energetica russa riveste un interesse strategico vitale per gli Stati Uniti.

Sono proprio queste parole a togliermi la «pillola nera» dalla bocca e a iniettarmi direttamente «hopium» nel sangue. L’idea che il Presidente americano dichiari che NON essere in guerra con la Russia riveste un interesse strategico vitale per gli Stati Uniti è qualcosa che ho sognato per tutta la mia vita da adulto. Questa è esattamente la logica di cui abbiamo bisogno per porre fine, una volta per tutte, alla mentalità della Guerra Fredda e del «Progetto per un Nuovo Secolo Americano» in politica e consentire finalmente agli Stati Uniti di ricostruirsi e investire in se stessi. Questo potrebbe benissimo rappresentare il risveglio multipolare dell’America, utilizzando una trappola logica simile a quelle che sono state impiegate in passato per ottenere l’esatto contrario e mantenere gli Stati Uniti intrappolati in eterne guerre all’estero, condotte per il puro lusso della «sicurezza nazionale».

Questa nuova trappola logica potrebbe presentarsi più o meno così: «Quindi volete la guerra con la Russia? Ciò significa che volete danneggiare l’America, sporco traditore! Prenderete il carburante al contadino Joe e i nostri figli moriranno di fame, mostro che non siete altro! Lasciare che la Russia produca carburante in pace è un interesse di sicurezza nazionale per l’America; siete forse contrari alla sicurezza nazionale del nostro Paese? Volete indebolire la virile America per conto di quegli europei omosessuali?».

Ma mentre ci iniettiamo quella dose di «hopium» nelle vene, dobbiamo ricordare che Donald Trump ha detto molte cose, ha cambiato idea numerose volte, o è stato costretto a farlo, e forse non è proprio il decisore unilaterale che si dipinge in televisione.

Ci vogliono due per ballare il tango, ma basta un uomo arancione per mantenere la parola data.

Le trascrizioni di questa ormai famosa conversazione telefonica di compleanno appaiono molto diverse tra la versione americana e quella russa, il che è del tutto normale. Il team di Trump tende a riportare gli argomenti discussi come fatti accertati, mentre i russi utilizzano un linguaggio più evasivo. Ma le sanzioni sul gasolio sono state sospese per ora e le navi si stanno muovendo, quindi la cosa sembra essere reale… almeno fino a quando non si terranno le elezioni di medio termine.

Da allora la parte americana ha minacciato di escludere Zelensky dalla condivisione di informazioni di intelligence, il che potrebbe rappresentare un colpo mortale immediato per i loro sforzi militari, poiché molti esperti ritengono che solo le informazioni degli Stati Uniti abbiano permesso loro di sopravvivere così a lungo. Senza tali dati di puntamento, verrebbero immediatamente riportati alla guerra del XX secolo e non sarebbero più in grado di sferrare attacchi in profondità nel territorio russo. RT ha scritto quanto segue su questo tema:

Un funzionario ucraino ha riferito ad Axios che Witkoff e Kushner hanno minacciato di interrompere la condivisione delle informazioni di intelligence statunitensi con Kiev qualora questa continuasse a ignorare le richieste di Trump di sospendere gli attacchi alle raffinerie di petrolio russe, ma il funzionario statunitense ha negato che fosse stata formulata una simile minaccia.

Ma è qui che dobbiamo trattenere il respiro, poiché nonostante questa nuova narrativa possa sembrare allettante e rappresenti l’uscita perfetta per gli Stati Uniti dalla loro partecipazione al «Progetto Ucraina», non dovremmo dimenticare le parole del presidente Putin di qualche tempo fa, quando parlò del vero potere di qualsiasi presidente degli Stati Uniti:

«Quindi una persona viene eletta — arriva con delle idee… Poi vanno a trovarlo persone con le valigette, ben vestite, in abiti scuri — un po’ come i miei.»

Quindi la vera domanda potrebbe essere: la lobby sionista, l’élite di Epstein, le agenzie di intelligence a tre lettere, i miliardari influenti e tutti gli altri agenti segreti di Capitol Hill permetteranno davvero al presidente Trump di porre fine a questa guerra? Al Presidente degli Stati Uniti sarà consentito farlo?

Dovremmo ricordare che, dopo che Zelensky si è comportato in modo vergognoso alla Casa Bianca all’inizio del secondo mandato di Trump, tutti pensavano che questo conflitto sarebbe finito. Trump, il famoso narcisista, appariva visibilmente arrabbiato e offeso davanti alle telecamere durante il loro scontro verbale. Ma la guerra è proseguita. C’è stato il vertice di Anchorage, che ha suscitato un enorme clamore e tutti pensavano allora che gli Stati Uniti avrebbero ritirato il sostegno a Kiev. Ma così non è stato. I nemici di Trump, compreso il clan Biden, sono coinvolti in un enorme scandalo di corruzione in Ucraina, ormai tutto allo scoperto. Questa sarebbe stata un’ottima via d’uscita dal conflitto, ma Trump non l’ha colta o non ha potuto farlo. E, in generale, la retorica di Trump nei confronti di Zelensky e di altri politici europei è stata palesemente dura e irrispettosa. L’uomo accusato di essere un «spaccone» in qualche modo parla sempre in modo piuttosto cortese sia alle spalle che in faccia a Putin e Xi.

Pertanto, sebbene io desideri la pace e una cooperazione improntata al rispetto reciproco tra gli Stati Uniti e la Russia, forse questo accordo durerà solo fino alle elezioni di medio termine, quando all’improvviso Zelensky tornerà a essere «un bastardo, ma è il nostro bastardo», e il conflitto proseguirà senza sosta.

Forse questa è la nostra «sorpresa di ottobre» da parte della fazione repubblicana? E a dicembre potremo tutti essere «di nuovo sorpresi» quando la guerra riprenderà con tutta la sua forza e altre migliaia di slavi moriranno sul campo di battaglia?

Ora, Donald Trump, a denti stretti, sta lanciando l’idea secondo cui ritiene «sia giunto il momento che l’Ucraina abbia un nuovo presidente». Ma una volta conteggiati i voti in America, potrebbe semplicemente tornare a odiare passivamente e a tollerare Zelensky fino alla fine del suo mandato o fino a quando un giorno un certo Oreshnik non colpirà nel segno. Non possiamo inoltre dimenticare che l’Occidente sta da tempo esercitando pressioni affinché i russi concedano un cessate il fuoco di ampia portata. Presumibilmente ciò verrebbe utilizzato per riorganizzarsi, riposarsi, riarmarsi e poi tornare semplicemente a combattere fino all’ultimo ucraino. Ora Trump vuole che si tengano elezioni a Kiev, il che probabilmente richiederà un cessate il fuoco per poter essere attuato. Ma spingerà per un cessate il fuoco di tre giorni, o cercherà di indurre con l’inganno i russi ad accettare una tregua di un mese o più?

Un «buon» segnale su questa questione dal punto di vista russo è che ora ci sono già richieste di dimissioni di Zelensky su Twitter/X provenienti da tutte le parti, persino da quelle filo-ucraine:

«“Zelensky deve dimettersi” – media ucraini. Ci hanno messo poco. Zelensky ha ignorato per ben SEI volte gli avvertimenti di Trump di non attaccare le raffinerie di petrolio russe. Questa mattina, Zelensky ha bombardato un’altra raffineria di petrolio russa. Gli ucraini chiedono le dimissioni di Zelensky.

L’ex deputato ucraino e comproprietario di Metinvest, Vadym Novynskyi, ha esortato Zelensky a dimettersi e a cedere tutti i poteri alla Verkhovna Rada ucraina a seguito degli accordi tra Trump e Putin.»

Dobbiamo ricordare che l’Ucraina del 2026 è già uno Stato di polizia in cui qualsiasi dissenso comporta il rischio di essere caricati su un autobus e portati al fronte a morire, oppure di scomparire in una prigione con l’accusa di essere una «spia» russa. Pertanto, quando personalità di rilievo si coalizzano apertamente contro Zelensky, si tratta di una dichiarazione ben più incisiva rispetto agli attori di Hollywood che, al sicuro nelle loro lussuose camere da letto, realizzano video su TikTok contro Trump.

Il resto del mondo non resterà a guardare senza fare nulla.Presto dagli account bot di Kiev emergerà sicuramente qualche stupida contro-narrazione del tipo «Putin ha tradito i BRICS». Ovviamente qualcuno dirà che il Cremlino ha gettato i propri fratelli iraniani in pasto alla macchina della lobby sionista! Ma in realtà, sembra che gli iraniani si limiteranno semplicemente a spedire il proprio petrolio attraverso la Russia e a venderlo come «russo», e tutti ne saranno soddisfatti. Il Mar Caspio sarà ancora più trafficato nel prossimo futuro. Se le sanzioni hanno ottenuto qualcosa, è stato proprio quello di aumentare il commercio tra Russia e Iran.

A Mosca nessuno ha intenzione di tradire Teheran; si vuole che l’America entri a far parte del mondo multipolare, salvando al contempo la faccia e riducendo il livello globale di minaccia di guerra nucleare, che attualmente è decisamente troppo elevato. L’Iran e la Cina sono stati sicuramente consultati su questa questione prima che qualsiasi accordo sul diesel fosse finalizzato.

Il vero pericolo che Trump invochi la destituzione di Zelensky proviene dall’Europa, dove alcune fazioni, politici e i loro finanziatori potrebbero intraprendere azioni radicali in risposta. E la reazione di Trump a tale risposta potrebbe ora rivelarsi ancora più radicale. Sarebbe possibile che la NATO desse il via libera ai Paesi baltici per aprire semplicemente un altro fronte e «vedere cosa succede»? La Francia metterà finalmente in atto la propria minaccia e schiererà apertamente truppe in massa per salvare il «Napoleone in verde» dalla morte politica o, potenzialmente, fisica? Finora l’UE si è limitata a minacciare ulteriori sanzioni. Se gli oltre 20 pacchetti di sanzioni precedenti hanno fallito, mi chiedo cosa rimanga effettivamente da sanzionare. Ursula promette il pacchetto di sanzioni più ampio e di maggiore portata per lunedì 12 ottobre, ma dubito che cambierà qualcosa. L’unica cosa che potrebbe cambiare la situazione sarebbe un’azione militare da parte dell’UE davvero aggressiva, drastica e sconsiderata.

E il resto delle sanzioni?I media russi hanno reso un disservizio al pubblico scrivendo ripetutamente che «Trump revoca le sanzioni», quando le uniche sanzioni revocate riguardano le esportazioni di gasolio per sei mesi. Tutte le altre sanzioni sono ancora in vigore. Non è ancora possibile volare direttamente da Mosca a New York e i trasferimenti di denaro tramite SWIFT sono ancora in gran parte bloccati. Dobbiamo ricordare che, almeno in teoria, le sanzioni sono una forma di punizione per i crimini commessi contro, in questo caso, il diritto internazionale e gli Stati Uniti. Come possono quindi normalizzarsi veramente le relazioni tra gli Stati Uniti e la Federazione Russa quando l’una parte accusa ancora l’altra di crimini che ritiene non siano stati nemmeno commessi?

Una volta concluso il «Progetto Ucraina», le cose potrebbero cambiare rapidamente, ma non potrà esserci vera amicizia finché Washington non avrà fiducia in Aeroflot al punto da consentirle di atterrare sul territorio statunitense. Non possiamo trovarci contemporaneamente in una guerra di sanzioni e in una situazione di normalizzazione. Ma questa nuova narrativa di Trump, se riuscirà a portarla avanti fino alla sua logica conclusione, rappresenta la via d’uscita perfetta per l’America e il modo in cui potremo finalmente porre fine a questa guerra e tornare a un certo senso di normalità, con l’apocalisse relegata in un futuro lontano, ben oltre la durata delle nostre vite.

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Canada, le crepe del federalismo: dal ritorno sovranista in Québec al referendum dell’Alberta

La vittoria del Parti Québécois e il referendum del 19 ottobre in Alberta riportano al centro il problema della coesione canadese. La separazione resta minoritaria, soprattutto nell’Ovest, ma il riemergere simultaneo delle spinte centrifughe rappresenta una sfida politica per Mark Carney.

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A pochi mesi dal consolidamento parlamentare del governo liberale di Mark Carney, il Canada si trova ad affrontare una questione che sembrava essersi progressivamente allontanata dal centro della scena politica: quella della propria coesione interna. La vittoria del Parti Québécois (PQ) nelle elezioni provinciali del Québec del 5 ottobre e il referendum previsto per il 19 ottobre in Alberta, nel quale gli elettori saranno chiamati a pronunciarsi sull’eventuale avvio del procedimento verso un successivo referendum vincolante sulla separazione dal Canada, hanno riportato contemporaneamente alla ribalta due forme molto diverse di contestazione dell’assetto federale.

Sarebbe eccessivo sostenere che il Canada si trovi alla vigilia della disgregazione. In Alberta, soprattutto, tutti i dati disponibili indicano che l’opzione favorevole alla permanenza nella federazione dovrebbe prevalere con un margine molto ampio. Tuttavia, il fatto stesso che una delle province economicamente più importanti del Paese abbia ritenuto politicamente possibile sottoporre agli elettori una domanda di questo genere dimostra il malcontento di una parte della popolazione: una questione che fino a pochi anni fa apparteneva soprattutto alle frange più radicali del cosiddetto western alienation è entrata nella sfera della politica istituzionale.

Il caso del Québec, invece, ha radici molto più profonde. Le elezioni provinciali del 5 ottobre hanno riportato al governo, dopo oltre un decennio, il Parti Québécois guidato da Paul St-Pierre Plamondon. Il PQ ha conquistato 59 dei 127 seggi dell’Assemblée nationale, fermandosi cinque seggi sotto la maggioranza assoluta. Ottenendo circa il 28% dei voti, ha chiuso la consultazione elettorale davanti al Parti Libéral du Québec, attestatosi poco sopra il 24%, al Parti Conservateur du Québec, con circa il 21%, e a Québec Solidaire, che ha raccolto oltre il 12% conquistando nove seggi. La Coalition Avenir Québec (CAQ), al governo dal 2018, è invece crollata al 13,3% senza ottenere alcun seggio.

Un tale esito impone certamente una lettura prudente, in quanto il successo del PQ non equivale a un mandato maggioritario per l’indipendenza. Il partito, infatti, ha beneficiato della frammentazione del voto e ha ottenuto la percentuale più bassa mai registrata da una formazione vincitrice nella storia elettorale del Québec, mentre i sondaggi continuano inoltre a collocare il sostegno alla separazione dal Canada intorno al 30%, ben lontano da una maggioranza sociale. Lo stesso St-Pierre Plamondon ha indicato che non intende convocare un nuovo referendum finché Donald Trump resterà alla Casa Bianca, sostenendo che la pressione tariffaria e l’instabilità derivante dai rapporti con gli Stati Uniti rendono necessario evitare, per il momento, un’ulteriore crisi costituzionale.

Ciò non riduce tuttavia la portata della vittoria del PQ. Per la prima volta dopo molti anni, il governo della seconda provincia più popolosa del Canada sarà guidato da una formazione che considera esplicitamente l’indipendenza del Québec il proprio obiettivo storico. Inoltre, sommando i 59 deputati del PQ ai nove di Québec Solidaire, anch’esso favorevole alla sovranità del Québec sebbene attraverso un percorso politico e sociale profondamente diverso, nell’Assemblée nationale esiste una maggioranza numerica di deputati eletti sotto le insegne di partiti indipendentisti. Questo non significa che PQ e Québec Solidaire formeranno automaticamente un blocco comune, né che un referendum sia imminente, ma conferma che la questione nazionale québécoise è tutt’altro che scomparsa.

La sua natura, inoltre, resta profondamente diversa dal separatismo emergente in Alberta. Il nazionalismo del Québec dispone di una propria continuità storica, linguistica e culturale, di una tradizione intellettuale e politica consolidata e di istituzioni che hanno progressivamente acquisito un grado considerevole di autonomia rispetto a Ottawa. I referendum del 1980 e del 1995, quest’ultimo perduto dagli indipendentisti per uno scarto inferiore all’1%, hanno mostrato quanto la questione possa arrivare a mettere in discussione l’esistenza stessa della federazione canadese.

La situazione dell’Alberta nasce invece prevalentemente da fattori economici, fiscali ed energetici. La provincia, cuore dell’industria petrolifera canadese, ha sviluppato da tempo un forte risentimento nei confronti del governo federale, accusato da settori rilevanti dell’opinione pubblica occidentale di utilizzare la ricchezza prodotta dalle province delle praterie per finanziare politiche redistributive decise nell’Est, imponendo contemporaneamente vincoli ambientali e normativi penalizzanti per il settore degli idrocarburi.

Sebbene tutti i sondaggi siano concordi sul fatto che il referendum non dovrebbe avere esito positivo, la trasformazione di una rivendicazione precedentemente marginale in una questione sottoposta ufficialmente all’intero corpo elettorale provinciale rappresenta un passaggio qualitativo da non sottovalutare. Significa che una parte della classe politica dell’Alberta considera ormai il ricorso alla minaccia separatista uno strumento legittimo di pressione nei confronti del governo federale. La premier Danielle Smith ha annunciato che voterà per la permanenza nel Canada e non sostiene personalmente la separazione, ma è stato il suo governo ad aggiungere la domanda al referendum provinciale (che consiste di un totale di dieci quesiti). La stessa Smith ha presentato la consultazione come uno strumento attraverso il quale permettere agli albertani di esprimere il proprio malcontento nei confronti di Ottawa.

Una vittoria del 70% o persino superiore dell’opzione federalista non cancellerebbe il fatto che circa un quinto dell’elettorato di una provincia fondamentale per l’economia canadese sia disposto a considerare almeno l’avvio di un processo di separazione. Nel gennaio 2026 Ipsos aveva addirittura registrato un sostegno iniziale alla prospettiva separatista del 28% in Alberta, praticamente identico al 31% rilevato in Québec, salvo poi constatare che il consenso si dimezzava quando agli intervistati venivano prospettati i costi concreti dell’indipendenza. In altre parole, per una parte consistente degli elettori il separatismo albertano funziona soprattutto come voto di protesta e strumento negoziale nei confronti del centro federale.

Per Mark Carney, la contemporaneità dei due fenomeni costituisce una sfida particolarmente delicata. Il primo ministro ha costruito la propria strategia economica e internazionale attorno al concetto di “autonomia strategica” canadese. Di fronte all’uso crescente delle tariffe, delle catene di approvvigionamento e delle dipendenze economiche come strumenti di pressione, soprattutto da parte dell’amministrazione Trump, Carney ha sostenuto che il Canada debba ridurre la propria vulnerabilità nei confronti degli Stati Uniti, diversificando mercati, partner e infrastrutture.

Nel suo discorso al Lowy Institute di Sydney dello scorso marzo, il premier aveva affermato esplicitamente che l’integrazione economica non deve più trasformarsi in subordinazione e che le medie potenze devono costruire capacità sovrane nei settori strategici, dall’energia ai minerali critici, dall’intelligenza artificiale ai sistemi di pagamento. La stessa impostazione è stata successivamente ripresa nei rapporti con l’Unione Europea e nell’apertura di nuovi canali economici verso l’Asia.

Particolarmente significativa, in questo senso, è stata la normalizzazione dei rapporti con la Cina. Nello scorso mese di gennaio Carney è stato il primo capo di governo canadese a recarsi ufficialmente a Pechino dal 2017, incontrando Xi Jinping e Li Qiang e inaugurando un nuovo partenariato strategico sino-canadese incentrato su energia, commercio, agroalimentare, sicurezza e multilateralismo. Ottawa ha indicato apertamente la Cina come uno dei mercati necessari per ridurre l’eccessiva dipendenza economica dagli Stati Uniti.

Questa strategia incontra però un paradosso fondamentale. Per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e rivolgersi maggiormente ai mercati asiatici, il Canada ha bisogno proprio delle risorse energetiche dell’Alberta. Il nuovo oleodotto Pacific Link, che dovrebbe trasportare un milione di barili al giorno verso la costa della Columbia Britannica, è uno dei pilastri materiali di questo progetto. Il 1° ottobre Carney ha annunciato l’accelerazione dell’iter autorizzativo, definendo il progetto di interesse nazionale e collegandolo esplicitamente all’obiettivo di raddoppiare le esportazioni canadesi verso mercati diversi dagli Stati Uniti. Oltre il 90% delle esportazioni petrolifere canadesi è stato storicamente diretto verso il mercato statunitense: aprire una nuova grande direttrice verso il Pacifico significa tentare di trasformare l’Alberta da provincia dipendente dall’accesso al mercato statunitense in piattaforma energetica della proiezione canadese verso l’Asia.

Non è dunque casuale che Carney abbia scelto di presentare il progetto proprio a Fort McMurray, nel cuore delle sabbie bituminose albertane, accanto a Danielle Smith e a poche settimane dal referendum. La politica energetica diventa così contemporaneamente politica estera e politica di coesione nazionale. Offrire all’Alberta infrastrutture, accesso diretto ai mercati mondiali e un ruolo centrale nella strategia di diversificazione canadese significa rispondere alle spinte centrifughe non attraverso una semplice riaffermazione dell’autorità federale, ma cercando di modificare le condizioni economiche che le alimentano.

Una logica analoga, sebbene applicata a un contesto completamente diverso, emerge nel rapporto con il Québec. Dopo la vittoria di St-Pierre Plamondon, Carney ha evitato un confronto frontale con il nuovo governo provinciale, insistendo invece sulla necessità di un “federalismo cooperativo” fondato su infrastrutture, abitazioni, crescita economica e difesa degli interessi canadesi di fronte alle pressioni statunitensi. Il premier sa che trasformare immediatamente la questione in uno scontro tra Ottawa e Québec City potrebbe offrire agli indipendentisti esattamente il terreno politico di cui hanno bisogno per allargare un consenso alla sovranità che oggi resta minoritario.

L’atteggiamento dell’amministrazione Trump produce quindi un duplice effetto sulla politica del vicino settentrionale. Da un lato, le pressioni economiche statunitensi hanno accelerato la ricerca canadese di una maggiore autonomia e hanno reso più urgente la costruzione di un mercato interno maggiormente integrato. Dall’altro, proprio la percezione di una minaccia esterna contribuisce per il momento a frenare i separatismi: St-Pierre Plamondon ritiene troppo rischioso organizzare un referendum sull’indipendenza mentre il Canada è impegnato in uno scontro commerciale con Washington; parallelamente, in Alberta la ricerca di nuovi mercati per il petrolio può ridurre alcune delle ragioni economiche del malcontento verso Ottawa.

Il Canada non appare dunque prossimo alla dissoluzione. Ma il ritorno simultaneo della questione nazionale del Québec e del separatismo albertano indica che il modello federale sta attraversando una fase di crescente tensione. In una fase nella quale Mark Carney cerca di costruire un Canada più autonomo dagli Stati Uniti, più presente sui mercati asiatici e dotato di maggiori capacità economiche e strategiche proprie, emerge con forza una contraddizione: per conquistare maggiore autonomia all’esterno, Ottawa deve prima garantire la propria coesione all’interno. Il petrolio dell’Alberta, il peso demografico ed economico del Québec, le infrastrutture interprovinciali e il consenso delle popolazioni che compongono la federazione non sono questioni separate dalla politica internazionale canadese, ma ne costituiscono la condizione materiale.

Per Carney, la costruzione dell’“autonomia strategica” canadese passa ormai anche dalla capacità di dimostrare che il Canada possiede ancora un progetto federale sufficientemente credibile da tenere insieme le sue componenti.

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Prove generale di guerra NATO contro la Russia

Il Comitato militare della NATO al completo si è appena recato a Kiev. Sta analizzando la guerra in Ucraina come se fosse il proprio banco di prova.

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Il 6 ottobre l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato Militare della NATO, è arrivato a Kiev con i rappresentanti militari di tutti e trentadue gli Alleati. Lo ha scritto lui stesso su X: la delegazione era lì per ribadire un «sostegno incondizionato» all’Ucraina. ANSA ha registrato la notizia come visita ufficiale. Un segnale strategico rivolto anche a Mosca.

I fatti, anzitutto. Il Comitato Militare assiste e consiglia il Consiglio Atlantico, il Comitato di pianificazione della difesa e il Gruppo di pianificazione nucleare; il suo compito è l’indirizzo di politica e strategia militare. È stato invitato dal nuovo comandante supremo delle forze armate ucraine, Mykhailo Drapatyi. Il Comitato tornava a Kiev al completo dopo otto anni e che gli incontri con Drapatyi e con lo Stato Maggiore ucraino servivano a ricevere la valutazione diretta del campo di battaglia, a discutere le priorità militari di Kiev e a portare nell’Alleanza le lezioni di oltre quattro anni di guerra ad alta intensità. Dragone parla di priorità militari e di insegnamenti utili alla prontezza operativa degli Alleati davanti alle minacce di oggi e di domani.

Ora l’interpretazione, che va tenuta distinta dai fatti. Un organo che consiglia il Gruppo di pianificazione nucleare non attraversa un paese in guerra per fare gesti di solidarietà. Va a raccogliere informazioni e a tararci sopra la propria preparazione. Il flusso descritto dalle fonti corre nei due sensi: dall’Ucraina all’Alleanza come esperienza operativa, dall’Alleanza all’Ucraina come indirizzo di priorità. Quando i vertici militari di trentadue Stati si siedono con lo Stato Maggiore di uno dei belligeranti per misurare la propria prontezza sulla guerra in corso, quella guerra ha smesso di essere un fatto esterno. È diventata il banco di prova dell’Alleanza.

La sequenza conferma la direzione. Il 3 giugno il Consiglio Nord Atlantico si era riunito a Kiev, e lì si era tenuto per la prima volta il Consiglio NATO-Ucraina. A ottobre tocca al livello militare. Prima la cornice politica, poi la struttura che la riempie di contenuto operativo, non è una cortesia di passaggio,  è una presenza istituzionale che si ispessisce a ogni tappa.

C’è poi la frase che sposta il discorso fuori dall’Ucraina. A chi ritiene che sabotaggi, attacchi informatici e violazioni dello spazio aereo possano incrinare il sostegno occidentale, Dragone risponde: «State fallendo». Attribuisce alla Russia la piena responsabilità di quei comportamenti e dice che l’unità alleata non è mai stata così salda. Il fronte ucraino e la pressione sotto soglia sul territorio degli Alleati finiscono nello stesso quadro, pronunciati dallo stesso uomo e dalla stessa sede. La distinzione su cui poggia la formula «Ucraina contro Russia», quella tra una guerra là e una tensione qui, viene cancellata dal presidente del Comitato Militare in persona.

Immagini, simboli e significati

Resta l’immagine. Nel video-messaggio registrato a Kiev l’ammiraglio parla con due bandiere alle spalle e lo sfondo, nella comunicazione istituzionale, non si improvvisa, dice chi parla e a nome di chi. Chi si presenta sotto quei simboli non è un mediatore né un osservatore. Le bandiere raccontano la stessa storia delle parole, parole che sono quelle di una scelta precisa e consapevole, ovvero la guerra-per-Kiev, la dedicazione totale ad una causa che con l’Europa non dovrebbe averci niente a che fare.

L’obiezione seria è un’altra, e va accolta. Nessuna delle tre fonti documenta truppe alleate in combattimento, e nessuno Stato membro ha dichiarato guerra alla Russia. La delegazione è venuta a consultarsi e a rendere omaggio al Muro della Memoria dedicato ai caduti ucraini. Il diritto dei conflitti armati distingue tra il sostegno a una parte e la partecipazione diretta alle ostilità, e su quel terreno la differenza esiste, ma la qualificazione giuridica non esaurisce l’analisi geopolitica. Gli Alleati non descrivono più il proprio ruolo come aiuto a un terzo: parlano di prontezza propria, di minacce proprie, di unità propria. Quando un’alleanza commisura la propria preparazione alla guerra di un altro e imputa allo stesso avversario i sabotaggi sul proprio suolo, il confronto ha due parti, e una non è l’Ucraina.

La valutazione, quindi. Sul piano politico-strategico il confronto tra NATO e Russia è diretto, e le fonti lo mostrano con sufficiente chiarezza. Sul piano cinetico le fonti non registrano un coinvolgimento alleato diretto, che viene però costantemente invocato e auspicato, quasi fosse il più grande desiderio della NATO. Il margine tra i due piani, però, si assottiglia a ogni visita di questo tipo. Gli indicatori da seguire sono due: l’eventuale insediamento stabile di strutture alleate sul territorio ucraino e il modo in cui verranno trattati i sabotaggi che l’Alleanza attribuisce a Mosca, mentre Zelensky ordina di bombardare altre raffinerie di petrolio russe e nuovi droni volano su Mosca, nonostante Donald Trump avesse detto di smetterla.

Tutto è fuori controllo, la NATO agisce indipendentemente dalla sfera americana perché ha sposato la causa ucraina come l’ultima guerra mondiale, quella in cui l’Alleanza o vincerà, o non vi sarà più niente da fare.

La formula «Ucraina contro Russia» serviva a contenere la guerra in una cornice rassicurante per le opinioni pubbliche europee. Con 32 rappresentanti militari nella capitale ucraina, e un ammiraglio italiano a guidarli, quella cornice regge sempre meno.

Sia ben chiaro che questa scelta non è casuale, non è una trappola politica e non è nemmeno un errore di valutazione, ma è una dichiarazione di guerra, l’ennesima, ibrida e stilisticamente pietosa dichiarazione contro la Russia. Ce lo stanno dicendo a viso scoperto, mentre siamo distratti a pensare ad altro.

Resta da vedere se i governi lo diranno ai propri elettori. E resta da vedere anche se i coraggiosi generali a quattro stelle si renderanno conto di una saggia verità che il generale prussiano Carl von Clausewitz scriveva nei suoi manuali: “L’errore non consiste nel fare un passo falso, ma nel non saperlo riconoscere e nel volerlo difendere a tutti i costi”.

Non vi è però ragione per rompere l’incantesimo di Kiev, che in questo momento ammalia l’Europa intera, perché come diceva Napoleone – per fare una seconda citazione – “Non bisogna mai interrompere il nemico mentre sta facendo un errore”.

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La Russia sta raggiungendo gli obiettivi strategici dell’Operazione Militare Speciale?

Nel dicembre 2021, la Russia presentò agli Stati Uniti e alla NATO due bozze di accordi formali per ottenere garanzie di sicurezza legalmente vincolanti, facendo intendere che se non fossero state accolte ci sarebbero state delle conseguenze.

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In effetti, dopo il rifiuto di Washington di prenderle in considerazione, il 24 febbraio 2022 la Federazione Russa intraprese l’Operazione Militare Speciale in Ucraina, ancora in corso.

Tra le richieste avanzate allora da Mosca sottolineiamo:

  • Blocco dell’allargamento della NATO: l’impegno formale a impedire ulteriori espansioni dell’Alleanza Atlantica, escludendo esplicitamente l’adesione dell’Ucraina.
  • Limitazioni alle Forze Militari: il divieto per la NATO di dispiegare truppe o armamenti nei Paesi entrati a far parte dell’Alleanza Atlantica dopo il maggio 1997.
  • Basi negli ex Stati sovietici: il divieto per gli Stati Uniti di stabilire basi militari o sviluppare cooperazione bilaterale nei Paesi dell’ex URSS che non fanno parte della NATO.
  • Missili a raggio intermedio e corto: il divieto reciproco di dispiegare missili a raggio intermedio e corto in aree da cui possano colpire il territorio dell’altra parte.
  • Attività militari: la limitazione delle esercitazioni e delle attività militari della NATO in Europa orientale, nel Caucaso e in Asia centrale.

Stati Uniti e NATO nel 2021 rifiutarono le richieste principali (in particolare il veto sull’allargamento della NATO e il ritiro delle infrastrutture militari ai confini del 1997), offrendo invece di negoziare su temi specifici come il controllo degli armamenti e la trasparenza delle esercitazioni.

Perciò, il 17 febbraio 2022 Mosca consegnò una contro-risposta formale agli Stati Uniti, lamentando la mancanza di disponibilità a fornire garanzie vincolanti e preannunciando la necessità di adottare misure ‘tecnico-militari’: pochi giorni dopo ci fu l’invasione dell’Ucraina.

La Russia aveva fondati motivi per ritenere che Kiev stesse per entrare nella NATO e uno dei bersagli inziali dei suoi missili balistici (13 marzo e 17 maggio 2022) furono proprio i centri di addestramento ucraini di Yavoriv (nella zona di Leopoli, vicino al confine polacco ma all’interno dei confini ucraini), a tutti gli effetti infrastrutture della NATO, come visibile nelle mappe della stessa Alleanza Atlantica (1).

Tralasciando le questioni diplomatiche e l’auspicata volontà comune di riaffermare i principi delle Nazioni Unite che venivano espressi nel documento presentato da Mosca e sui quali l’Amministrazione Trump ha tirato oggi una riga definitiva, è interessante capire se siano stati compiuti dei passi da parte dell’attuale presidenza statunitense per venire incontro alle richieste russe (2).

All’art. 1: Russia e U.S.A. non intraprenderanno azioni né parteciperanno o sosterranno attività che pregiudichino la sicurezza dell’altra Parte; non attueranno misure di sicurezza – adottate da ciascuna Parte individualmente o nell’ambito di un’organizzazione internazionale, di un’alleanza militare o di una coalizione – che possano compromettere gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Sul supporto decisivo dell’intelligence USA e dei grandi gruppi tecnologici statunitensi (da Starlink a Palantir, entrambi vicini all’Amministrazione Trump) all’Ucraina al fine di colpire il territorio della Federazione Russa ho già ampiamente scritto in precedenza e perciò non mi soffermo (3).

Articolo 2

Le Parti si adopereranno affinché tutte le organizzazioni internazionali, le alleanze militari e le coalizioni a cui partecipa almeno una delle Parti si attengano ai principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite.

Abbiamo assistito recentemente alla doppia aggressione condotta dalla “Coalizione Epstein” all’Iran, senza alcun fondamento nel diritto internazionale e senza alcuna considerazione dei “principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite”. Per non parlare del supporto statunitense ai bombardamenti israeliani su Siria, Libano e Yemen (aggressione alla quale contribuisce in gran parte l’Arabia Saudita) o del rapimento illegittimo del Presidente venezuelano Maduro.

Articolo 3

Le Parti non utilizzeranno i territori di altri Stati allo scopo di preparare o compiere un attacco armato contro l’altra Parte o altre azioni che pregiudichino gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Naturalmente, la violazione di questo articolo non avviene solo utilizzando il territorio ucraino per colpire la Russia; recentemente, sul sito del Ministero della Difesa di Mosca è comparso un elenco di venti aziende europee accusate di essere parte integrante dell’apparato militare-industriale ucraino. Quattro hanno sede in Italia, tre in Germania, due in Gran Bretagna, due in Polonia, due in Turchia, due in Repubblica Ceca, poi sono rappresentate anche imprese con basi in Israele, Spagna, Paesi Bassi, Lituania e Lettonia. Tutto ciò avviene con il consenso implicito degli Stati Uniti. Anche le infrastrutture della NATO e le basi militari statunitensi in Europa (Sigonella ad esempio in Italia nel 2022) contribuiscono così ad alimentare questo conflitto (4).

Articolo 4

Gli Stati Uniti d’America si impegneranno a impedire un’ulteriore espansione verso Est dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e a negare l’adesione all’Alleanza agli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Gli Stati Uniti d’America non stabiliranno basi militari nel territorio degli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che non siano membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, né utilizzeranno le loro infrastrutture per attività militari di alcun tipo, né svilupperanno con essi una cooperazione militare bilaterale.

Senza trascurare l’immediato ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO all’inizio dell’Operazione Militare Speciale, l’attuale Amministrazione a Washington ha annunciato l’invio di ulteriori 5.000 soldati statunitensi in Polonia e l’istituzione di una nuova base militare permanente nel Paese (ridenominata “Fort Trump”). Ma gli U.S.A. non si sono fermati qui; in Armenia, nazione che fa ancora formalmente parte dell’Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva e dell’Unione Economica Eurasiatica, lo scorso settembre Washington e Erevan hanno tenuto un nuovo ciclo di consultazioni bilaterali sulla difesa e firmato un verbale congiunto d’intesa (jointly agreed minutes) per dare seguito alla Charter on Comprehensive Strategic Partnership sottoscritta nel maggio 2026. Gli accordi discussi riguardano:

Supporto alla trasformazione e riforma delle Forze Armate armene.

Addestramento di sottufficiali (NCO), istruttori, comandanti junior e personale per il mantenimento della pace (peacekeeping).

Istruzione militare ed esercitazioni congiunte.

Sviluppo delle capacità industriali della difesa e potenziale fornitura di equipaggiamenti tramite il programma Foreign Military Sales (FMS) e programmi educativi come l’IMET, orientando l’Armenia verso una progressiva modernizzazione degli standard militari occidentali.

Articolo 5

Le Parti si asterranno dallo schierare le proprie Forze Armate e i propri armamenti – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree in cui tale schieramento potrebbe essere percepito dall’altra Parte come una minaccia alla propria sicurezza nazionale, fatta eccezione per lo schieramento all’interno dei territori nazionali delle Parti stesse. Le Parti si asterranno dal far volare bombardieri pesanti equipaggiati con armamenti nucleari o non nucleari, o dallo schierare navi da guerra di superficie di qualsiasi tipo – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree situate rispettivamente al di fuori dello spazio aereo nazionale e delle acque territoriali nazionali, dalle quali sia possibile colpire obiettivi nel territorio dell’altra Parte.

Poco più di un mese fa, si è tenuta un’esercitazione aerea della NATO nel nord-est della Polonia, nelle vicinanze di Kaliningrad con alcune decine di velivoli. All’esercitazione hanno partecipato caccia statunitensi e norvegesi, un aereo di sorveglianza NATO E-3A Sentry AWACS, velivoli per il rifornimento in volo e un aereo statunitense EA-37B per la guerra elettronica: Mosca teme che si tratti di manovre preparatorie all’isolamento dell’enclave russa dal resto della Federazione e ha risposto duramente ma soltanto sul piano diplomatico.  Inoltre, la NATO Ballistic Missile Defence (BMD), la difesa antimissile balistica dell’Alleanza Atlantica, è una rete costituita da sensori e da sistemi missilistici che i Paesi Membri offrono quale contributo nazionale alla struttura, i cui punti di riferimento in Europa sono lo European Phased Adaptive Approach (EPAA), statunitense, con il sistema americano Aegis Ashore schierato in Romania e Polonia e le navi Aegis per la BMD, stazionate nelle acque spagnole. Il sistema radar della IAMD si trova in Turchia, mentre l’infrastruttura di comando e controllo in Germania (5). Nel 2016 (grazie all’annullamento del Trattato ABM deciso da Trump) gli Stati Uniti hanno prima messo in funzione una base ABM in Romania, un sistema che utilizza lanciamissili Aegis potenzialmente in grado di lanciare Tomahawk con testata nucleare ad oltre 2400 chilometri di distanza, successivamente nel 2022 hanno costruito un sito Aegis in Polonia, ancora più vicino ai confini russi. Gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto che i siti ABM hanno lo scopo di fermare le testate puntate sull’Europa dall’Iran o dalla Corea del Nord. Mosca ovviamente non la pensa così; François Geleznikoff, direttore delle applicazioni militari presso la Commissione per l’energia atomica e le energie alternative, intervenne nel marzo 2019 in audizione presso l’Assemblea Nazionale francese sull’argomento contraddicendo Washington: “Negli Stati Uniti, la Nuclear Posture Review (NPR) non si rivolge realmente alla Corea del Nord (gli americani hanno armi che permetterebbero loro di vetrificare il Paese più volte) ma piuttosto alla Russia, in risposta alle dichiarazioni del presidente Putin” (6).

Articolo 6

Le Parti si impegnano a non dislocare missili a raggio intermedio e a corto raggio lanciabili da terra al di fuori dei propri territori nazionali, né in aree dei propri territori nazionali dalle quali tali armi possano colpire obiettivi situati nel territorio nazionale dell’altra Parte.

Il 22 settembre 2026, Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia hanno firmato a New York un accordo di sicurezza trilaterale che prevede l’apertura e la gestione di due nuove basi militari americane e la modernizzazione di quella esistente. Gli Stati Uniti ottengono ampie libertà di movimento (aria, terra e mare) per collegare le basi e la possibilità di utilizzare l’isola per il sistema di difesa missilistica (la Pituffik Space Base – ex Thule Air Base – nel nord-ovest dell’isola, ospita sistemi radar d’allerta precoce per i missili balistici). Il sistema difensivo pensato dagli Stati Uniti si evolverà da una presenza concentrata in un unico punto a una rete di strutture distribuite su tutta l’isola. Anche perché le due nuove basi non saranno le uniche installazioni militari che si insedieranno sull’isola (7).

Articolo 7

Le Parti si asterranno dal dislocare armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali e riporteranno nei propri territori nazionali le armi già dislocate all’estero al momento dell’entrata in vigore del Trattato. Le Parti elimineranno tutte le infrastrutture esistenti per il dislocamento di armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali. Le Parti non addestreranno personale militare o civile proveniente da Paesi non dotati di armi nucleari all’uso di tali armi. Le Parti non condurranno esercitazioni o attività di addestramento per forze convenzionali che prevedano scenari di impiego di armi nucleari.

A partire dal 13 ottobre 2026, si svolgerà in Italia Steadfast Noon, ‘Mezzogiorno risoluto’, l’esercitazione che l’Alleanza atlantica svolge ogni anno e che coinvolgerà le basi aeree di Aviano, in provincia di Pordenone, e Ghedi, nel Bresciano, oltre a diverse località in tutta l’area di responsabilità ben oltre il Nord del Paese. “È necessario il contributo congiunto di tutti gli Alleati: si tratta di un’iniziativa che non può limitarsi a un singolo Paese”, ha riferito il colonnello David Bull, capo delle operazioni nucleari della Nato, facendo riferimento al fatto che anche lo spazio aereo dei Paesi limitrofi potrebbe essere coinvolto. Vi parteciperanno velivoli in grado di svolgere missioni convenzionali e nucleari, anche se l’esercitazione non prevede l’impiego di armi atomiche. “Ma siamo in sintonia con Roma sul fatto che si tratti di un’esercitazione nucleare”, ha poi precisato Barrows. Gli Stati Uniti saranno presenti con equipaggi di volo e personale addetto alla manutenzione. Secondo gli stessi documenti del Pentagono, in Italia sarebbero dislocate circa 80 ordigni nucleari sotto controllo statunitense nelle basi militare italiane a Ghedi e Aviano (8).

Conclusioni

Il sintetico panorama offerto da questo articolo vuole dimostrare che la Russia non potrà cantare vittoria nemmeno dopo aver completato la conquista del Donbass, perché l’inizio dell’Operazione Militare Speciale in Ucraina è legato a considerazioni di sicurezza geopolitica tuttora irrisolte se non addirittura aggravatesi rispetto al 2022.

Se qualcuno al Cremlino crede che dopo un eventuale accordo con l’attuale Amministrazione U.S.A., la Russia verrà lasciata stare si sbaglia di grosso, perché l’Occidente collettivo si sta già preparando non solo al dopo Putin ma anche al dopo Trump.

L’obiettivo degli Stati Uniti non è altro che prendere tempo in attesa del verificarsi di almeno una delle due condizioni: l’allontanamento di Mosca dalla partnership strategica con Pechino e il conseguente rallentamento della dedollarizzazione – gli Stati Uniti non pagheranno di certo il diesel russo in rubli – e la fine della preparazione da parte della NATO ad un conflitto diretto contro la Russia – termine individuato nel 2030, quando sicuramente Trump non sarà più alla Casa Bianca.

Dal punto di vista occidentale la considerazione della Russia non è cambiata molto da quando il direttore della rivista “Foreign Policy”, l’israelo-statunitense John Feffer, la definì una “Nigeria con le armi nucleari”; secondo questa visione, Mosca deve tornare ad essere una sorta di ‘colonia estrattiva’ o ‘appendice di materie prime’ a esclusivo vantaggio delle industrie euro-statunitensi. A maggior ragione nel momento in cui la competizione tecnologica con la Cina necessita da parte degli Stati Uniti di quelle risorse strategiche di cui la Federazione Russa è ricca.

Pochi giorni fa, i 32 membri del Comitato Militare della NATO (quello statunitense in primis), erano a Kiev per ribadire il loro sostegno incondizionato all’Ucraina “rimasta costantemente al centro delle valutazioni, delle decisioni e della pianificazione futura dell’Alleanza”. Prima di fare qualsiasi altra concessione a Washington, Vladimir Putin dovrebbe pensarci bene: passare da una vittoria tattica ad una sconfitta strategica potrebbe essere più semplice di quanto sembra.

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(1) https://www.nato.int/structur/nmlo/links/yavoriv-training-centre.pdf. Il sito internet è oggi irraggiungibile (forse per mascherare le prove?), ma la sua presenza come infrastruttura dell’Alleanza Atlantica era rintracciabile ancora nel giugno 2024. Come ammise anche il “Corriere della Sera”, i morti furono più di 300 e tra di essi numerosi soldati e addestratori della NATO: Giulia Fasano, Nella base militare di Yavoriv i morti sono stati trecento, 26 marzo 2022. Anche secondo il quotidiano “Repubblica”: “Il ‘Centro internazionale per la pace e la sicurezza’ di Yavoriv ospitava istruttori occidentali, come conferma il Ministro della Difesa di Kiev”.

(2) Il documento completo è stato pubblicato sul sito internet del Ministero degli Esteri della Federazione Russa: Treaty between The United States of America and the Russian Federation on security guarantees, 17 dicembre 2021.

(3) Ad esempio, cfr. Le basi della CIA in Ucraina: chiave del contenimento anti-russo in Europa, “Strategic Culture Foundation”, 11 aprile 2026.

(4) Nel contesto del conflitto in Ucraina e della postura di deterrenza della NATO, le basi militari presenti sul territorio italiano (gestite sia dalle Forze Armate italiane che dagli Stati Uniti) svolgono funzioni chiave di sorveglianza aerea, intelligence, logistica e comando, cfr. ad esempio Federico Petrangeli, Supporting Kyiv: Italy’s Military Assistance between Strategic Continuity and Political Division, IAI, 11 giugno 2026.

(5) Senato della Repubblica italiana, Schema di decreto ministeriale di approvazione del programma pluriennale di A/R n. SMD 32/2025, relativo all’ammodernamento, al rinnovamento e al potenziamento della capacità nazionale di difesa aerea e missilistica a protezione del territorio nazionale e dell’Alleanza Atlantica, alla protezione di teatro delle forze schierate in aree di operazione, inclusa la componente navale (n. 377), Resoconto sommario del 4 febbraio 2026.

(6) Stefano Vernole, La forza di dissuasione nucleare francese, Focus CeSEM, 3 maggio 2022.

(7) Stefano Vernole, Gli Stati Uniti hanno messo le mani sulla Groenlandia dimostrando la totale irrilevanza dell’Unione Europea, “Strategic Culture Foundation”, 5 ottobre 2026.

(8) Redazione Peacelink, L’esercitazione nucleare della NATO Steadfast Noon 2026 comincerà sui cieli italiani il 13 ottobre.

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BRICS Pay, non è ancora giunto il momento?

BRICS Pay non è una valuta né una rete di regolamento: è interoperabilità. E a Nuova Delhi i leader si sono limitati a “prenderne atto”.

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Cosa è e cosa non è

Alla vigilia del diciottesimo vertice BRICS, ospitato al Bharat Mandapam di Nuova Delhi il 12 e 13 settembre 2026, una parte della stampa specializzata dava per imminente il debutto di BRICS Pay. Le guide al vertice indicavano proprio la capitale indiana come sede del pieno dispiegamento del sistema, con la Reserve Bank of India incaricata del coordinamento tecnico. Il testo approvato dai leader racconta un’altra storia. La Dichiarazione di Nuova Delhi, 140 paragrafi adottati per consenso, si limita a «prendere atto» del lavoro svolto dalla BRICS Payment Task Force sull’interoperabilità dei canali di pagamento e di messaggistica e sulle discussioni relative al regolamento in valute locali, precisando che ciò avviene nel rispetto delle priorità nazionali e nella consapevolezza che non esiste una soluzione valida per tutti. La proposta indiana di collegare le valute digitali delle banche centrali, su cui Nuova Delhi aveva investito una parte consistente del capitale politico della propria presidenza, nel documento non compare.

La distanza tra attese e risultato non va letta come un incidente diplomatico. Riflette due condizioni strutturali che la pubblicistica sulla de-dollarizzazione tende a sottovalutare. La prima è che i Paesi BRICS, presi uno per uno, hanno ancora buone ragioni per regolare in dollari una parte rilevante dei propri scambi. La seconda è che un sistema di pagamento comune non è un problema di ingegneria finanziaria. È un atto di governo condiviso, che richiede regole vincolanti, un’istanza di arbitrato e la disponibilità a fidarsi delle banche centrali altrui. A Nuova Delhi nessuna di queste condizioni era sul tavolo.

Il nome induce in errore. BRICS Pay non è una moneta e non è, almeno nella configurazione discussa finora, un circuito di regolamento. È un livello di interoperabilità pensato per mettere in comunicazione sistemi nazionali già esistenti: il russo SPFS, nato dopo le sanzioni del 2014; il cinese CIPS, operativo dal 2015; l’indiano UPI e il brasiliano Pix, costruiti per i pagamenti domestici istantanei e solo in seguito proiettati all’estero. Il progetto ha preso forma durante la presidenza russa del 2024, nel quadro della BRICS Cross-Border Payments Initiative accolta a Kazan, un’iniziativa che la stessa dichiarazione di quel vertice qualificava come volontaria e non vincolante.

Per capire dove si colloca il progetto conviene distinguere tre piani che il dibattito pubblico confonde di continuo. Il primo è la messaggistica, cioè la trasmissione standardizzata degli ordini di pagamento tra istituzioni finanziarie: è il terreno di SWIFT, ed è qui che BRICS Pay si propone come alternativa. Il secondo è il regolamento, il trasferimento effettivo di valore tra conti presso banche centrali o banche corrispondenti, con tutto ciò che comporta in termini di liquidità, rischio di controparte e gestione dei saldi. Il terzo è l’unità di conto, la moneta in cui i contratti sono denominati. Un’alternativa a SWIFT agisce soltanto sul primo piano. Se un esportatore indiano fattura in dollari e la banca russa regola in dollari presso un corrispondente, aver trasmesso il messaggio su un canale non occidentale cambia ben poco.

L’interoperabilità ha però un vantaggio politico evidente, ed è la ragione per cui è diventata la formula di compromesso del gruppo: consente a ciascun Paese di conservare la propria moneta e il proprio sistema finanziario. Una moneta comune imporrebbe rinunce di tutt’altra portata, dalle regole di emissione e di cambio alla gestione dei Paesi strutturalmente in avanzo o in disavanzo. Non a caso Sudhakar Dalela, segretario per le relazioni economiche del ministero degli Esteri indiano, ha ribadito durante il vertice che una valuta BRICS non è in discussione, aggiungendo la prudente clausola «per ora».

La storia del dossier è la storia di un lessico che avanza di millimetri. Nel 2010, a Brasília, i quattro Paesi fondatori si impegnavano a studiare la fattibilità di una cooperazione monetaria e di accordi di regolamento in valuta locale. A Ufa, nel 2015, si riconosceva il potenziale delle valute nazionali; a Xiamen, due anni dopo, si parlava di swap valutari e di investimenti diretti in moneta locale. Dal 2019 l’attenzione si è spostata sulle infrastrutture di pagamento, con l’avvio dei lavori della Payment Task Force. Johannesburg, nel 2023, ha evocato per la prima volta l’interconnessione dei sistemi di pagamento transfrontalieri; Kazan ha lanciato l’iniziativa volontaria; Rio, nel 2025, ha accolto un rapporto tecnico sul sistema di pagamenti transfrontalieri BRICS che a oltre un anno di distanza non è stato reso pubblico. Sedici anni dopo Brasília, Nuova Delhi «prende atto». La successione dei verbi (studiare, riconoscere, accogliere, prendere atto) è già un indicatore: in un organismo che decide per consenso, il grado di impegno reale si legge nella grammatica dei comunicati.

L’ambizione indiana e il prezzo del consenso

L’India aveva fatto dei pagamenti transfrontalieri uno dei pilastri della propria presidenza. A gennaio la Reserve Bank of India aveva proposto di collegare le valute digitali di banca centrale dei Paesi membri per facilitare commercio e turismo; ad agosto il governatore Sanjay Malhotra confermava che erano in corso discussioni sul collegamento dei sistemi di pagamento veloce e delle CBDC; alla vigilia del vertice il ministro del Commercio Piyush Goyal rilanciava l’invito a regolare gli scambi in moneta locale. Già il 10 settembre, tuttavia, Reuters riferiva di ostacoli politici e tecnici in grado di limitare i progressi, e ne indicava due in particolare: l’interruzione dei rapporti finanziari tra Emirati Arabi Uniti e Iran e la riluttanza della stessa India ad approfondire la connettività finanziaria con la Cina senza una fiducia reciproca più solida.

Il secondo ostacolo merita attenzione, perché rovescia un’immagine corrente. Il freno più robusto a un’integrazione dei pagamenti BRICS non viene da Washington, ma dal Paese che presiedeva il vertice. Nuova Delhi vuole infrastrutture che rendano più semplice il commercio in rupie e più economiche le rimesse della sua diaspora. Non vuole che queste infrastrutture passino per nodi cinesi, né che il loro effetto netto sia un’espansione dello yuan in Asia meridionale. L’incontro tra Narendra Modi e Xi Jinping a margine del vertice ha segnato un disgelo prudente, ma il disavanzo commerciale indiano verso la Cina, raddoppiato nell’arco di un decennio, resta una frattura che nessun comunicato può ricomporre.

C’è poi l’effetto dell’allargamento. Con undici membri e dieci Paesi partner, il gruppo comprende oggi Stati che nella guerra del 2026 si sono trovati su fronti opposti. A maggio la riunione dei ministri degli Esteri, sempre a Nuova Delhi, si era chiusa senza un comunicato congiunto, costringendo la presidenza indiana a una dichiarazione a titolo proprio. L’unanimità di settembre è stata ottenuta abbassando la soglia degli impegni. La dichiarazione critica dazi e sanzioni unilaterali senza nominare gli Stati Uniti e, sul dossier finanziario, rinvia a un lavoro tecnico di cui non fissa né scadenze né obiettivi. Ajay Srivastava, fondatore del Global Trade Research Initiative, ha osservato che il testo non prevede alcuna azione concreta e che, in assenza di un piano coordinato, il commercio in valute locali potrà crescere solo gradualmente, senza raggiungere volumi significativi.

Va segnalato, per scrupolo di metodo, che alcune testate hanno presentato il vertice come il momento del «lancio» di BRICS Pay. Il testo della dichiarazione, così come riportato dalle fonti che lo hanno esaminato nel dettaglio, non autorizza questa lettura. La confusione tra annuncio e realizzazione è uno dei tratti ricorrenti della comunicazione sul tema, e contribuisce a gonfiare aspettative che poi ricadono sulla credibilità del gruppo.

Le buone ragioni del dollaro

Le statistiche disponibili spiegano meglio di qualsiasi dichiarazione perché la de-dollarizzazione resti, per ora, più un tema di dibattito che una tendenza misurabile. Secondo l’ultima indagine triennale della Banca dei regolamenti internazionali, nell’aprile 2025 il dollaro compariva in circa l’89% delle transazioni valutarie mondiali, una quota in lieve aumento rispetto al 2022, mentre lo yuan si fermava all’8,5%. Sul versante delle riserve, i dati del Fondo monetario internazionale indicano per il primo trimestre del 2026 una quota del dollaro pari al 57,13%, contro l’1,99% della valuta cinese. La tendenza di lungo periodo è di erosione: intorno al 1999 il dollaro superava il 70% delle riserve allocate. Ma la diversificazione si disperde su una costellazione di valute minori, la cui quota residua è più che raddoppiata dal 2021, e non si concentra sulle monete dei Paesi BRICS.

La ragione non è la sudditanza, è il calcolo. Il dollaro offre ciò che nessuna alternativa offre ancora: mercati profondi e liquidi, strumenti di copertura a basso costo, un enorme stock di debito denominato nella stessa valuta e la possibilità di convertire in qualsiasi momento il ricavato di una transazione in un attivo considerato sicuro. Barry Eichengreen ha descritto questi vantaggi in termini di effetti di rete: una moneta è utile in proporzione al numero di soggetti che già la usano, e ciò rende costosa qualunque transizione tentata da un solo attore o da un piccolo gruppo. Per un importatore brasiliano o un esportatore indonesiano pagare in dollari significa pagare nella moneta che la controparte accetta senza trattare.

Scendendo al livello dei singoli membri, il quadro si fa ancora più netto. L’India ha dichiarato a più riprese di non avere interesse a indebolire il dollaro: nel dicembre 2024 il ministro degli Esteri Subrahmanyam Jaishankar ricordava che gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale del Paese, e nell’estate 2025 il portavoce del ministero ribadiva che la de-dollarizzazione non rientra nell’agenda finanziaria indiana. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita mantengono le proprie valute ancorate al dollaro e fondano la propria sicurezza su un rapporto con Washington che nessun circuito di pagamento alternativo potrebbe compensare. Riyadh, del resto, continua a stare nel gruppo in una posizione ambigua: la presidenza indiana la elencava tra gli undici membri, ma a Nuova Delhi la delegazione saudita si è presentata con lo status di Paese invitato. Egitto ed Etiopia, che negli ultimi anni hanno negoziato programmi con il Fondo monetario e portano un debito estero in valuta forte, non possono permettersi di complicare il rapporto con i propri creditori. Il Brasile di Lula ha rilanciato più volte l’idea di una moneta commerciale comune, ma il suo sistema di punta, Pix, rimane un successo domestico.

Restano la Russia e l’Iran, per i quali l’uscita dal dollaro non è una scelta ma una necessità imposta dalle sanzioni, e la Cina, che ha un interesse reale all’internazionalizzazione dello yuan ma lo persegue attraverso infrastrutture proprie, a cominciare da CIPS, e senza rinunciare ai controlli sui capitali che limitano l’attrattiva della sua moneta come riserva. Anche per chi ha le motivazioni più forti, tuttavia, il regolamento in valute locali ha mostrato limiti precisi. L’esperienza russo-indiana è istruttiva. Il forte aumento delle importazioni indiane di petrolio russo dopo il 2022 ha lasciato Mosca con ingenti saldi in rupie difficili da impiegare, un problema che lo stesso Sergej Lavrov ammise pubblicamente nel maggio 2023. Quando gli scambi sono squilibrati, la moneta del Paese in disavanzo si accumula presso il Paese in avanzo, e il dollaro torna a essere la via d’uscita più semplice.

A questi incentivi si somma il costo esplicito di una rottura. Donald Trump ha minacciato dazi del 100% contro i Paesi BRICS che sostenessero una moneta alternativa al dollaro e, dopo il vertice di Rio del 2025, un dazio aggiuntivo del 10% per chi si allineasse alle politiche del gruppo da lui definite antiamericane. Alla vigilia di Nuova Delhi l’economista di Natixis Alicia García-Herrero prevedeva che i leader avrebbero discusso di pagamenti transfrontalieri senza tentare di sostituire il dollaro. È andata esattamente così.

Una scelta politica

Si arriva così al punto centrale. Un sistema di pagamento non è un’infrastruttura neutrale. Susan Strange collocava la struttura finanziaria, cioè il controllo sul credito e sui canali attraverso cui circola, tra le quattro fonti del potere strutturale nell’economia politica internazionale. Gli Stati che controllano i nodi centrali delle reti economiche globali, di cui SWIFT è l’esempio canonico, possano trasformarli in strumenti di coercizione, sfruttandone sia la funzione di osservatorio sia la capacità di esclusione. È proprio questa esperienza, culminata nell’esclusione delle principali banche russe da SWIFT nel 2022, ad aver dato slancio politico al progetto BRICS.

La stessa lezione, però, vale all’interno del gruppo. Chi costruisce una rete alternativa deve stabilire dove si trovano i nodi, chi ne gestisce i dati, quale diritto regola le controversie, chi fornisce liquidità nei momenti di tensione e come si compensano i saldi tra economie in avanzo e in disavanzo. Ognuna di queste decisioni redistribuisce potere. Per l’India un sistema imperniato su CIPS significherebbe sostituire una dipendenza da Washington con una dipendenza da Pechino, cioè da un rivale con cui condivide una frontiera contesa. Per gli Emirati collegarsi a un circuito in cui transita l’Iran vorrebbe dire esporsi al rischio di sanzioni secondarie, proprio mentre i due Paesi escono da una guerra vissuta su fronti opposti. Il problema non è la tecnologia: le componenti nazionali esistono e funzionano. Manca un accordo su chi governa l’insieme.

La storia monetaria del Novecento offre due riferimenti utili. Il primo è la proposta keynesiana di una International Clearing Union, presentata dal Tesoro britannico nel 1943, che affrontava esattamente il nodo degli squilibri persistenti imponendo oneri simmetrici ai Paesi in avanzo e a quelli in disavanzo. Un BRICS Pay che volesse andare oltre la messaggistica avrebbe bisogno di un meccanismo analogo di compensazione multilaterale, e dunque di regole capaci di vincolare anche la Cina, principale creditore commerciale del gruppo. Il secondo riferimento è la tesi di Charles Kindleberger sulla stabilità del sistema internazionale come bene pubblico, che richiede un attore disposto a sostenerne i costi. Nell’ordine del dollaro quel ruolo è svolto, con tutti gli abusi che ne derivano, dagli Stati Uniti. Nel partenariato BRICS l’unico candidato plausibile è la Cina, e gli altri membri non intendono riconoscerle quella funzione. Qui sta il dilemma costitutivo di un ordine monetario multipolare: moltiplica i poli, ma lascia vacante il posto di chi garantisce il sistema.

A ciò si aggiunge la fragilità istituzionale. Il gruppo opera senza un segretariato permanente, con presidenze annuali a rotazione che affidano la continuità dei dossier tecnici alla volontà del Paese di turno. L’allargamento ha accresciuto l’eterogeneità degli interessi senza dotare il partenariato di strumenti decisionali più robusti. Un sistema di pagamento unificato richiederebbe un trattato, o almeno un accordo vincolante di governance, mentre l’iniziativa sui pagamenti transfrontalieri è, per esplicita scelta dei firmatari, volontaria e non vincolante. Finché questa asimmetria tra ambizione e forma giuridica non sarà sciolta, BRICS Pay resterà ciò che è oggi: un marchio politico sovrapposto a un insieme di corridoi bilaterali. La stabilità del partenariato non è dunque una condizione accessoria del progetto. Ne è il presupposto.

Verso la presidenza cinese del 2027

Con il passaggio della presidenza alla Cina per il 2027, l’orizzonte di valutazione più utile è quello dei prossimi diciotto-ventiquattro mesi. Le valutazioni che seguono poggiano su evidenze di qualità moderata, costituite in larga parte dai testi ufficiali e dalla stampa economica internazionale.

Lo scenario che considero altamente probabile è quello di un mosaico bilaterale. Crescono i corridoi già avviati, come quelli tra India ed Emirati e tra India e Russia, mentre l’architettura comune resta allo stadio di studio. Il commercio in valute locali aumenta in termini assoluti, ma la quota del dollaro negli scambi intra-BRICS si riduce solo in misura marginale.

Uno scenario alternativo, cui attribuisco una probabilità moderata, prevede che la presidenza cinese usi il 2027 per promuovere un nucleo a geometria variabile, costruito attorno a CIPS e SPFS, con l’adesione di Russia, Iran e di alcuni Paesi partner. Il marchio BRICS Pay verrebbe formalmente attivato, ma per una parte soltanto del gruppo e con ogni probabilità senza l’India. Sarebbe un risultato politicamente spendibile per Pechino e Mosca, ma renderebbe esplicita la frattura che oggi il linguaggio delle dichiarazioni riesce ancora a coprire.

L’entrata in funzione, entro il 2028, di un sistema unificato e operativo per tutti i membri resta invece altamente improbabile.

Gli indicatori da seguire sono pochi e concreti: la pubblicazione del rapporto tecnico accolto a Rio; l’eventuale firma di un accordo vincolante sulla governance dei pagamenti; la creazione di un meccanismo multilaterale di compensazione o di linee di swap dedicate, magari affidate alla Nuova Banca di Sviluppo; la posizione indiana su un collegamento con CIPS; la formalizzazione, o il definitivo abbandono, della membership saudita. Un comunicato che parli di «lancio» senza alcuno di questi elementi andrà letto per ciò che è, un annuncio.

Il multipolarismo ha finora prodotto soprattutto una pluralità di opzioni nazionali, utili a ciascun Paese per ridurre l’esposizione alle sanzioni e per negoziare da posizioni migliori con Washington. Trasformare queste opzioni in un sistema richiede un partenariato che riconosca un interesse comune più forte delle rivalità interne. Quel partenariato è ancora in evoluzione, e BRICS Pay ne seguirà i tempi, non il contrario.

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Svizzera: la neutralità resta sulla carta mentre avanza l’integrazione nel blocco occidentale

La netta bocciatura dell’iniziativa sulla neutralità lascia formalmente intatto lo storico status della Confederazione, ma consolida una traiettoria iniziata con le sanzioni contro la Russia nel 2022 e proseguita con una crescente interoperabilità militare con la NATO.

Segue nostro Telegram.

Le votazioni referendarie federali tenutesi in Svizzera il 27 settembre hanno prodotto due risultati particolarmente netti. Gli elettori hanno respinto con il 72,53% dei voti l’iniziativa «Per un’alimentazione sicura», che chiedeva di rafforzare la produzione nazionale sostenibile, favorire una maggiore presenza degli alimenti vegetali e garantire una migliore protezione delle risorse idriche. Ancora maggiore, sotto il profilo politico e geopolitico, è stata tuttavia la portata della bocciatura dell’iniziativa «Salvaguardia della neutralità svizzera»: il 70,16% degli elettori ha votato contro, mentre soltanto il 29,84% si è espresso a favore, con un’affluenza del 47,07%. Nessuno dei ventisei cantoni ha approvato la proposta.

Per evitare equivoci, sottolineiamo che il quesito non chiedeva di abolire lo storico status della Confederazione né di aderire alla NATO. La scelta riguardava piuttosto il significato concreto da attribuire alla neutralità nel nuovo contesto internazionale: mantenerne l’interpretazione flessibile sviluppata dal governo negli ultimi anni oppure fissarne nella Costituzione una definizione molto più stringente, capace di limitare tanto la partecipazione alle sanzioni quanto la cooperazione con alleanze militari.

Anche dopo il voto, dunque, la Svizzera rimane formalmente neutrale, non appartiene alla NATO e non è vincolata agli obblighi di difesa collettiva previsti dall’articolo 5 del Trattato nordatlantico. Tuttavia, soprattutto dal 2022, la distanza tra questa neutralità giuridica e la collocazione politico-strategica effettiva della Confederazione si è progressivamente ridotta. Il voto del 27 settembre, di conseguenza, non avvia questa trasformazione che sta avendo luogo da anni, ma respinge il tentativo di imporle un limite costituzionale.

L’iniziativa, in particolare, chiedeva di sancire che la neutralità svizzera fosse «permanente e armata» e, soprattutto, di tradurre tale principio in obblighi precisi. La Confederazione non avrebbe potuto aderire a un’alleanza militare o difensiva né collaborare con essa, salvo nel caso di un’aggressione diretta contro la Svizzera o di preparativi concreti in vista di tale aggressione. Berna non avrebbe inoltre potuto partecipare a conflitti militari tra Stati terzi né adottare sanzioni contro Stati belligeranti, fatta eccezione per quelle imposte dalle Nazioni Unite e per i provvedimenti necessari a impedirne l’elusione. Il testo prevedeva infine che la Svizzera utilizzasse attivamente la propria neutralità per svolgere un ruolo di mediazione.

In termini geopolitici, il cuore della proposta era dunque duplice: impedire che la Svizzera continuasse a recepire autonomamente i sistemi sanzionatori elaborati dall’Unione Europea contro una delle parti di un conflitto e porre un limite all’intensificazione della cooperazione con la NATO. Non si trattava quindi soltanto di riaffermare simbolicamente un principio storico, ma di ricostruire uno spazio di autonomia tra la Confederazione e le strutture politico-militari occidentali.

Il punto di svolta dell’attuale evoluzione va individuato nel 28 febbraio 2022. Quattro giorni dopo l’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina, il Consiglio federale decise di associarsi alle sanzioni adottate dall’Unione Europea contro Mosca. La scelta suscitò immediatamente un dibattito sulla compatibilità di tale allineamento con la neutralità tradizionale. Il governo rispose distinguendo tra il diritto della neutralità, che riguarda principalmente gli obblighi militari di uno Stato neutrale, e la più ampia politica di neutralità, all’interno della quale Berna ritiene di disporre di un considerevole margine di manovra. Secondo questa interpretazione, l’adesione alle sanzioni dell’UE non avrebbe modificato lo status neutrale della Svizzera, poiché la Confederazione continuava a non sostenere militarmente nessuna delle parti belligeranti.

Sul piano strettamente giuridico, questa distinzione permette a Berna di continuare a definirsi neutrale. Sul piano politico, però, il 2022 ha segnato un cambiamento qualitativo. Per la prima volta nella crisi che contrappone frontalmente Russia e blocco euro-atlantico, la Svizzera non si è limitata a esprimere una posizione diplomatica, ma ha integrato nella propria legislazione il sistema di misure economiche punitive costruito dall’Unione Europea contro Mosca. La neutralità militare formale è rimasta intatta, ma l’equidistanza economica e politica si è sensibilmente ridotta.

Oltretutto, questa scelta non è stata episodica, in quanto Berna ha continuato a recepire progressivamente i successivi pacchetti di sanzioni europee. Ancora il 19 agosto scorso, poco più di un mese prima del referendum, il Consiglio federale ha deciso di attuare ulteriori misure contenute nel ventesimo pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia. La stessa Segreteria di Stato dell’economia ha descritto la decisione come conforme alla «prassi seguita finora», confermando che l’allineamento alle misure europee è ormai divenuto una componente strutturale della politica svizzera verso Mosca. Circa 2.790 persone e organizzazioni risultavano allora sottoposte a congelamento patrimoniale in Svizzera in relazione al conflitto ucraino.

Il processo non si è però fermato alla dimensione economica. Dalle sanzioni del 2022 si è progressivamente passati a un rafforzamento della cooperazione nel campo della sicurezza e della difesa, facendo emergere con maggiore evidenza la direzione strategica assunta dalla Confederazione.

Sempre a rigor di precisione, va sottolineato che la Svizzera partecipa al programma NATO Partnership for Peace dal 1996, dimostrando che la collaborazione con l’Alleanza Atlantica non costituisce una conseguenza esclusiva del conflitto ucraino. La novità degli ultimi anni consiste piuttosto nell’intensità e negli obiettivi di tale cooperazione. Nel dicembre 2025, infatti, Svizzera e NATO hanno definito un Individually Tailored Partnership Programme per il periodo 2025-2028, esplicitamente inserito dall’amministrazione federale nella volontà del Consiglio federale di «intensificare la cooperazione internazionale nella politica di sicurezza».

Il concetto che viene utilizzato per descrivere questa cooperazione con la NATO è quello di interoperabilità. Essa punta infatti anche a sviluppare e mantenere capacità che consentano alle Forze armate svizzere di operare insieme a quelle dei membri della NATO e degli altri Paesi partner. L’Alleanza stessa indica tra i settori della relazione con Berna lo sviluppo delle capacità delle forze svizzere di lavorare con quelle NATO nelle operazioni multinazionali.

Prima l’allineamento economico alle sanzioni europee, poi l’approfondimento della cooperazione nella politica di sicurezza, quindi la ricerca di una maggiore interoperabilità militare con l’Alleanza Atlantica. Nessuno di questi passaggi, preso isolatamente, abolisce la neutralità svizzera. Considerati nel loro insieme, tuttavia, descrivono una progressiva integrazione de facto della Confederazione nell’architettura strategica occidentale.

Lo stesso Consiglio federale, nella campagna contro l’iniziativa, ha difeso esplicitamente questa possibilità. Secondo il governo, la crescente instabilità europea rende necessario orientare la politica di sicurezza e di difesa verso una maggiore cooperazione internazionale. Berna considera compatibile con la neutralità la partecipazione a esercitazioni militari internazionali non direttamente collegate a una guerra e sostiene che un’eventuale cooperazione difensiva con altri Stati in caso di aggressione debba essere preparata in anticipo. Il governo riconosceva inoltre che un’approvazione dell’iniziativa avrebbe comportato una riduzione della cooperazione con la NATO, compresi settori come le esercitazioni congiunte e lo scambio di dati.

La neutralità, dunque, viene progressivamente ridefinita non più come mantenimento di una significativa distanza dalle strutture militari dei blocchi, ma come assenza dell’obbligo formale di intervenire militarmente al loro fianco. Entro questo perimetro molto più ristretto diventano compatibili con la neutralità tanto le sanzioni economiche coordinate con l’Unione Europea quanto la preparazione operativa con la NATO.

La Confederazione si colloca così in uno spazio intermedio: non è membro dell’Alleanza Atlantica, ma aumenta la propria capacità di operare insieme ai suoi membri; non appartiene all’Unione Europea, ma ne recepisce ripetutamente le misure coercitive contro la Russia; non rinuncia formalmente alla neutralità, ma interpreta questo principio in modo tale da rendere possibile una crescente integrazione nelle strutture politiche e di sicurezza dell’Occidente.

La Svizzera, del resto, non è mai stata neutrale nel senso di un’impossibile equidistanza ideologica assoluta. Già durante la Guerra fredda, essa apparteneva economicamente, culturalmente e politicamente al mondo occidentale. La specificità della sua neutralità consisteva soprattutto nel mantenimento di un’autonomia strategica rispetto alle alleanze militari e ai conflitti tra i blocchi. La trasformazione contemporanea non consiste quindi nel passaggio improvviso di una Svizzera neutrale a una Svizzera occidentale, perché la Confederazione è sempre appartenuta all’Occidente in senso storico e socioeconomico. Il cambiamento riguarda piuttosto il passaggio da un’appartenenza occidentale accompagnata da una marcata autonomia strategica a un’integrazione sempre più profonda nelle politiche economiche, di sicurezza e militari del campo euro-atlantico.

Resta dunque una neutralità formalmente intatta, ma sempre più distante dalla funzione politica che l’aveva storicamente caratterizzata. La Svizzera continua a non essere membro della NATO e conserva tutti gli strumenti giuridici per definirsi uno Stato neutrale. Allo stesso tempo, recepisce le sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia, approfondisce il coordinamento della propria politica di sicurezza con i partner occidentali e prepara le proprie Forze armate a una crescente interoperabilità con quelle dell’Alleanza Atlantica.

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L’unica piaga in Russia sono i media mainstream

Quando si torna indietro e si osserva davvero la rappresentazione storica delle «realtà russe» nei media di lingua inglese, si nota che Putin è sull’orlo della destituzione dal 2000 e da allora anche l’economia russa è sull’orlo del collasso. Tutto ciò che viene scritto sulla Russia in inglese in Occidente è una menzogna.

Segue nostro Telegram.

Parleremo dei vari aspetti della presunta “epidemia” in Russia, ma emerge una tendenza più ampia quando si esamina l’interpretazione data dai media a questo evento, che sia reale, falso o una sorta di enigma. Chiunque abbia familiarità con il mio lavoro mi avrà sentito affermare qualcosa del tipo: «Tutto ciò che sapete sulla Russia, scritto in inglese, è una menzogna», e continuo a credere in questa affermazione. Quando i politici occidentali dichiarano che «la Russia ha il potenziale economico della Spagna» o che «la Russia è la Nigeria con la neve», o fanno altre affermazioni simili, non stanno mentendo in modo diretto e consapevole.

Sulla base di tutti i dati e le informazioni di cui dispongono «laggiù» riguardo all’economia russa, questa visione era logicamente «vera». Se si analizzano i numeri basandosi sui dati occidentali, immagino che la Russia sia semplicemente un’economia enigmatica avvolta nel mistero, delle dimensioni di una nazione dell’UE di secondo piano, ma ovviamente nella realtà non è così. La Russia è terribilmente draconiana e repressiva, perché ovunque si legge che è proprio così. I calcoli secondo cui la Russia avrebbe ceduto immediatamente e il «rublo sarebbe crollato» dopo l’inizio dell’Operazione Militare Speciale non erano falsi, erano semplicemente basati su dati errati. Se si esaminano le informazioni occidentali sulla Russia, sembrerebbe davvero che l’economia del Paese poggi esclusivamente sui prezzi del petrolio, che la popolazione attenda una sola scintilla per ribellarsi al tiranno e che, nel complesso, il castello di carte sia pronto a crollare da un momento all’altro. Ma, come hanno dimostrato gli anni di guerra, non è stato così; tuttavia, le stime iniziali erano «corrette» sulla base dei dati su cui si fondavano.

Persino la famosa citazione di Lenin secondo cui «una menzogna ripetuta abbastanza spesso diventa verità» – ironia della sorte – potrebbe non essere mai stata pronunciata da lui, ma questa pseudo-affermazione getta un’ombra negativa sulla Russia, per cui l’Occidente continua a ripeterla. In Russia, poiché alcune persone sono state arrestate per attività online dall’inizio dell’Operazione Militare Speciale – tra cui l’organizzazione di atti terroristici – ciò viene considerato «negativo»; tuttavia, il fatto che nel Regno Unito vi siano 70 volte più persone dietro le sbarre per ciò che hanno espresso online non viene preso in considerazione, poiché si tratta di una situazione diversa e non è mai stata nemmeno presa in esame da un giornalista britannico. Gli arresti per dichiarazioni e azioni online si applicano solo a coloro che sono considerati «cattivi», a riprova della loro cattiveria.

Se l’esercito russo è forte, si tratta di militarismo; se l’esercito russo è debole, è prova di corruzione e inettitudine. Se vi sono processi per corruzione, ciò dimostra che il regime autoritario di Putin sta eliminando i propri nemici; se invece non vi fossero processi per corruzione, ciò costituirebbe prova della corruzione e del controllo totalitario del regime. Non esiste alcuna possibilità di vittoria per la Russia nella stampa occidentale; persino durante il presunto trattamento mediatico favorevole riservato a Eltsin nei «bei vecchi tempi», l’intero establishment si è abbandonato a un’orgia di schadenfreude per la caduta dell’URSS e per lo stato di umiliazione della Russia degli anni ’90.

Per dirla senza mezzi termini: se accade qualcosa o si dice che sia accaduto qualcosa in relazione alla Russia:

– Se i media russi lo avallano, ciò è prova che la Russia è cattiva

– Se i media russi si oppongono, ciò è prova di un insabbiamento del misfatto che dimostra che la Russia è cattiva

– In definitiva, qualsiasi azione o inazione da parte della Russia è negativa e costituisce prova della sua malvagità.

La posizione della CNN su questa questione è la classica russofobia

E, puntuale come un orologio, ecco che la CNN interviene per sostenere questa narrativa sulla peste che sembra essere fondamentalmente falsa. Parleremo di ciò che sta realmente accadendo con questa «epidemia» un po’ più avanti, ma per ora concentriamoci sull’aspetto mediatico della questione. Già nel titolo dell’articolo della CNN in questione «Liste di controllo, mascherine e mistero: cosa sappiamo sull’allarme peste in Russia» si nota chiaramente come la propaganda stia prendendo piede.

«Le autorità russe hanno cercato di placare le preoccupazioni globali in merito alla morte di una giovane donna che lavorava in un laboratorio siberiano specializzato nella lotta alla peste. Tuttavia, le misure adottate per isolare i suoi contatti e introdurre nuove misure di controllo della malattia negli ospedali locali hanno suscitato preoccupazioni tra le persone che temono di non essere informate su tutta la verità.»

Per quanto riguarda il paragrafo precedente, come potete vedere, la parte russa è vista in modo negativo perché presenta una versione dei fatti diversa e ha l’audacia di condividerla con il mondo. Tuttavia, se i media russi avessero taciuto su questa vicenda, ciò sarebbe stato ugualmente negativo, in quanto avrebbe costituito una prova di colpevolezza per omissione. Il fatto che le autorità russe stiano adottando alcune misure per cercare di fermare un’epidemia è negativo perché tali misure generano paura o qualcosa del genere, ma quantomeno ciò è sufficiente per giustificare una condanna. Tuttavia, se il governo adottasse misure estreme, queste sarebbero «draconiane», mentre se non adottasse alcuna misura, ciò sarebbe «terribilmente irresponsabile». Pertanto, adottare misure di livello medio «induce paura» o qualcosa del genere e, naturalmente, ciò è negativo e assolutamente inaccettabile.

«Ulyana Gavryunina, una blogger ventinovenne di Angarsk, città della regione di Irkutsk, ha dichiarato alla CNN di aver dovuto cambiare ospedale ostetrico alla quarantesima settimana di gravidanza, poiché le restrizioni di quarantena appena imposte impedivano a suo marito di stare con lei durante il travaglio.»

Pertanto, poiché l’amministrazione locale dispone di strutture limitate, purtroppo questa donna ha dovuto partorire in condizioni tutt’altro che ideali. È una situazione spiacevole per lei e sono certo che sia stata piuttosto frustrante, ma ancora una volta la CNN sostiene che l’intervento delle autorità russe sia negativo perché ha avuto ripercussioni negative sulle persone; tuttavia, se non avessero fatto nulla, sarebbe stato altrettanto grave. Se le persone non fossero state messe in quarantena in quella struttura, ciò sarebbe stato «pericoloso e irresponsabile» o qualcosa del genere.

«Mercoledì l’autorità sanitaria russa ha affermato che non sussiste alcun rischio epidemico a seguito della morte della donna e che sta riducendo gradualmente l’intervento. Rospotrebnadzor ha dichiarato che il monitoraggio medico è stato completato per “oltre il 90%” dei contatti della ricercatrice deceduta e che non sono stati rilevati agenti patogeni “pericolosi”. Tuttavia, permangono alcune domande senza risposta».

L’espressione «ma rimangono domande senza risposta» è stata utilizzata in questo contesto per negare l’opinione del governo russo. Se questo paragrafo si fosse concluso senza queste parole, avrebbe fatto apparire pienamente legittime le opinioni delle autorità locali. Quando «rimangono domande», si allude a una cospirazione, al fatto che la versione ufficiale non corrisponda alla realtà. Ancora una volta, indipendentemente da ciò che le autorità russe avrebbero dichiarato pubblicamente, la reazione sarebbe stata negativa perché la CNN le considera nemiche. Il nemico non può fare nulla di giusto. E le azioni della Russia sono quelle di un nemico e, pertanto, sono universalmente negative agli occhi di qualsiasi giornalista che si rispetti.

“Secondo il proprio sito web, l’Istituto Antipeste impiega circa 95 ricercatori ed è un’importante struttura sanitaria pubblica responsabile del monitoraggio e della prevenzione dei focolai di infezioni batteriche e virali ad alto rischio in tutta la Siberia e nell’Estremo Oriente russo.

L’istituto è stato fondato nel 1934 per combattere la peste e continua a studiare la malattia poiché la Yersinia pestis, il batterio che causa la peste, circola ancora naturalmente nella fauna selvatica in alcune zone della Siberia e nelle regioni limitrofe».

Sorprendentemente, la CNN non ha definito la struttura di ricerca in cui lavorava la signora Shipilova come un «laboratorio biologico» né ha utilizzato altri termini infamanti. In realtà, si è limitata a «crederle sulla parola» e a riportare semplicemente le informazioni presenti sul sito web. Ciò è risultato veritiero e piacevole da leggere.

Cosa è realmente accaduto, quindi?

Passiamo ora ad analizzare la situazione reale relativa a una potenziale epidemia di peste e alla misteriosa morte della ricercatrice che stava lavorando per combatterla. Esiste un video realizzato da una donna americana anonima residente a Irkutsk (nome del canale: American in the Motherland) sull’intera vicenda che, in meno di 15 minuti, analizza l’intera storia con fonti, fatti e filmati provenienti direttamente dalla regione. Per brevità, condividerò i punti salienti delle sue argomentazioni. Come potete vedere, ancora una volta una sola giornalista cittadina smonta punto per punto la versione dei media mainstream. L’immagine qui sotto è tratta dal video e mostra la «genialità» della stampa internazionale e le sue reazioni affrettate su questo tema.

I punti chiave del video erano:

  • Non vi sono lockdown di massa a Irkutsk né in nessun’altra parte della Russia; le uniche persone sottoposte a quarantena hanno avuto contatto diretto con la donna deceduta (Daria Shipilova) e il loro numero è inferiore a 200.
  • La Shipilova non lavorava in un laboratorio biologico militare, bensì in un istituto di ricerca sulle epidemie e sulle malattie, progettato per combattere le patologie. La sua ubicazione e la sua attività non erano né segrete né di natura militare.

La signora Shipilova è stata ricoverata in un ospedale fuori da Irkutsk perché in quella sede era presente una struttura progettata per gestire questo tipo di focolai epidemici dell’era Covid, e non nell’ambito di una qualche cospirazione.

Non si è verificato nessun altro decesso per la stessa causa di quello della signora Shipilova.

La causa della morte di Daria Shipilova è stata una «polmonite di origine sconosciuta».

La storia della «provetta rotta» è un mito, poiché è stata inventata da un blogger russo. Quando si lavora con malattie gravi, non si va in giro in un ambiente simile a un ufficio con provette fragili. La Russia non opera secondo la stessa metodologia della Umbrella Corporation, agitando a casaccio fiale fragili contenenti agenti patogeni.

La parte russa non ha trovato alcuna prova di un incidente presso la struttura di ricerca.

La ricercatrice non si era recata in Buriazia prima della sua morte. Pertanto, non ha contratto la malattia da marmotte locali o da altri tipi di roditori.

Al momento della stesura di questo articolo o della realizzazione del video collegato sopra, non si sono verificati altri casi simili a quello che ha causato la morte della signora Shipilova.

La peste è curabile, poiché è causata da un batterio che continua a esistere in tutto il mondo. Ogni anno, negli Stati Uniti e in altri paesi, una manciata di persone la contrae ancora. Gli antibiotici rappresentano una contromisura efficace contro questa malattia; pertanto, ciò non sembra costituire motivo di panico internazionale.

Perché la peste si diffuse nella Russia medievale?

Un aspetto importante da sottolineare a questo proposito è che, storicamente, sebbene la peste bubbonica abbia mietuto vittime anche al di fuori dell’Europa occidentale, ha avuto effetti devastanti solo all’interno di quest’ultima. I russi continuano ancora oggi ad andare fieri di possedere un elevato livello di igiene culturale che risale al Medioevo. I russi del Medioevo e altri popoli al di fuori dell’Occidente sembravano aver «capito da soli» la necessità di lavarsi regolarmente e di lavarsi le mani. Si ritiene che questa cultura igienica sia la ragione per cui la Russia, nel XIX secolo, vantasse una popolazione così numerosa rispetto alle nazioni circostanti. Molti in Russia ritengono che, se non fosse stato per errori madornali quali la Prima guerra mondiale, la Rivoluzione, la Seconda guerra mondiale e gli anni ’90, la popolazione attuale sarebbe molto più vicina a quella della Cina o dell’India.

Pertanto, da un punto di vista culturale russo, ciò appare chiaramente come un’altra campagna di proiezione: un terzo della popolazione inglese morì a causa della peste, mentre in Russia ne morirono solo pochi. Di conseguenza, la peste nera non ebbe in realtà alcun impatto culturale sulla Russia e, a giudicare dagli scritti del XIX secolo, la tubercolosi sembra essere stata un problema molto più persistente e fastidioso per questa società, che ancora oggi riveste una certa rilevanza. In tutta la Russia esistono strutture antitubercolari e non è possibile immigrare nel Paese se si presentano sintomi della malattia. L’intera questione del «vivere con i parassiti» non era una realtà quotidiana per i russi né nel Medioevo né in epoca moderna; tale primato spetta all’Occidente liberale e illuminato.

I media sono il vero problema.Abbiamo esaminato solo un particolare articolo su questo tema, ma vi sono numerose riflessioni assurde da parte della stampa occidentale che seguono la formula «maledetti i russi se lo fanno, maledetti se non lo fanno». Titoli come questo del Daily Mail ne sono l’esempio perfetto:

«Trump offre a Putin un’ancora di salvezza mentre la Russia si affanna a contenere una mortale epidemia trasmessa per via aerea dopo la morte di un ricercatore di laboratorio».

Ancora una volta, se «Putin» non facesse nulla sarebbe cattivo, ma sta facendo qualcosa, quindi si sta «affannando» in preda al panico, il che è altrettanto negativo. Il fatto che Trump gli offra un «ancora di salvezza» implica che Putin non abbia altra scelta se non quella di accettare questo aiuto, qualunque esso sia, altrimenti sarebbe cattivo. Ma indovinate un po’? Se accetta l’ancora di salvezza, ciò significa sicuramente che è debole o qualcosa del genere, il che significa che è cattivo.

Quando si torna indietro e si osserva davvero la rappresentazione storica delle «realtà russe» nei media di lingua inglese, si nota ovunque questa manipolazione narrativa isterica e nietzschiana da «untermensch». Putin è sull’orlo della destituzione dal 2000 e da allora anche l’economia russa è sull’orlo del collasso. Tutto ciò che viene scritto sulla Russia in inglese in Occidente è una menzogna.

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Il Partito Vatan verso il congresso per una Turchia pienamente multipolare

L’Impero ottomano e in minor misura seppur ugualmente lo stato turco fondato da Mustafà Kemal, detto Atatürk, ovvero padre dei turchi, era ed è una nazione formata da molti popoli, ma non cosmopolita, bensì polietnica, la turchicità e la lingua turca ne rappresentavano e ne rappresentano la sintesi

Segue nostro Telegram.

La società polietnica turca, come spiega il professor Şükrü Hanioğlu[1], non è una società multietnica in senso occidentale, ogni comunità etnica e ogni gruppo linguistico, pur connotata da una forte identità sociale e culturale, è estranea al multiculturalismo tutto confondente di matrice anglo – statunitense, così come allo stesso modo è priva di una dimensione nazionalistica, essendo l’appartenenza alla nazione turca parte dell’identità.

La turchicità e la lingua turca dunque si sostanziano come collante di una pluralità etnica, linguistica e religiosa che ha tutto l’interesse a coltivare la propria specificità e a perpetuarsi, pur dentro la cornice della nazione turca.

Questa peculiare forma di plurime identità, etniche ma non nazionali e ancor meno nazionaliste, è stata in parte trasformata nel corso della seconda metà del Novecento dall’introduzione dall’esterno, leggasi ingerenza statunitense, dentro alcune comunità, massimamente quella curda, di un nazionalismo funzionale a propagandare il separatismo etnico, in ultima istanza una risorsa dell’imperialismo in funzione di contenimento delle spinte di autonomia e sovranità della Turchia, tuttavia la recente scelta dei separatisti curdi di deporre le armi e rientrare nell’alveo della comunità nazionale turca, accettando di porsi sul piano della democrazia politica, rappresenta un’ulteriore vittoria della Turchia, intesa ad assolvere un fondamentale ruolo nella costruzione del nuovo ordine mondiale multipolare e sempre meno legata agli interessi euro – atlantici, anche in ragione del sempre più acceso confronto con l’entità statuale sionista, che rischia, per colpa di Tel Aviv, di degenerare in un pericolosissimo conflitto armato dagli imprevedibili sviluppi tanto per l’Asia Occidentale, quanto per il Mediterraneo.

La storia della civiltà turca si dipana dai tempi del sovrano turco Osman figlio di Ertuğrul, diventato sultano di un impero che aveva in Bursa la sua capitale e da lui prenderà il nome di ottomano, il tutto, siamo nel 1299, mentre Dante Alighieri ancora fa politica a Firenze.

Osman è seguito dal figlio Orhan, dal nipote Murad, in successiva continuità con Bayezid, detto Ylderim, ovvero il Fulmine, sebbene sconfitto da Timur e Lan, ovvero Tamerlano, quindi Mehmet I e infine Murad II. Tutti e sei questi primi sultani riposano a Bursa, cuore anatolico anche della Turchia moderna, ospitati in “turbe”, ovvero mausolei, di incomparabile bellezza artistica e architettonica islamica.

La svolta più significativa avviene con Mehmet II Fatih, figlio di Murad II e settimo sovrano, detto appunto il Conquistatore, che riposa a Istanbul – Costantinopoli, avendola conquistata e avendone fatto il cuore di un impero che per diversi secoli ha rappresentato una assoluta potenza presente su tre continenti.

Da poco più di un secolo la Turchia è una repubblica kemalista, ovvero orientata al coinvolgimento popolare delle lavoratrici e dei lavoratori nei destini della nazione, con una profonda tradizione di autentica emancipazione femminile.

Il partito patriottico Vatan, guidato dal marxista Doğu Perinçek, un pragmatico rivoluzionario capace nella sua lunga militanza di poter vantare profonde e durature amicizie con Mao Ze Dong, Deng Xiaoping e Kim Il Sung, si avvia a tenere ai primi di gennaio 2027 il suo prossimo congresso e ha nel frattempo pubblicato le tesi congressuali, come sempre di grande rilevanza e di profondo interesse.

Nel complesso nelle tesi per l’imminente 17° Congresso, pubblicate nel numero di TEORİ rivista teorica del Partito di settembre 2026, Vatan ribadisce la sua adesione al socialismo scientifico e al marxismo, intensi non dogmaticamente, ma creativamente, alla ricerca di una sintesi teorica originale.

Il congresso intenderà ovviamente procedere al rafforzamento organizzativo interno e al radicamento sul territorio, forte di una avanguardia militante di quadri politicamente consapevoli e ben formati, non disdegnando tuttavia una attenta valutazione delle forze in campo a partire dal ritorno al kemalismo e all’antimperialismo del CHP, ovvero il socialdemocratico Partito Popolare Repubblicano, il quale, ora guidato da Kemal Kılıçdaroğlu, intende ripristinare, abbandonando le derive atlantiste degli ultimi anni, la centralità del patriottismo repubblicano e l’impegno per l’uguaglianza dei cittadini, con un intervento riequilibratore dello stato.

Al proposito Vatan rilancia la necessità di politiche sociali, proponendo il blocco triennale degli affitti e l’istituzione di un tribunale speciale contro la corruzione, con processi rapidissimi e confisca dei beni dei corrotti.

Vatan si propone di elaborare una legge esplicita per vietare le organizzazioni e la propaganda LGBT, intese non come strumenti di salvaguardia dei diritti individuali, che il Partito rispetta e non discute, ma come pesante strumento eterodiretto di intromissione atlantista nelle scelte della Turchia, oltreché come uno strumento di alienazione naturale dei generi biologici e di frantumazione della famiglia, cellula fondamentale di resistenza della nazione lavoratrice.

Il Partito dichiara inoltre di combattere, oltre all’ideologia LGBT, il cosmopolitismo e il femminismo di matrice neoliberale.

Le tesi ammoniscono altresì che l’avanguardia rappresenta pur sempre una minoranza ed è dunque chiamata a non isolarsi dalle masse, altrimenti tenderebbe inevitabilmente a trasformarsi in una struttura di potere separata.

Vatan riconosce nell’Eurasia e in particolare nell’alleanza strutturata tra Turchia, Russia, Cina e Iran il cuore della costruzione del nuovo ordine mondiale multipolare. Viene formulata una critica radicale all’eurocentrismo del XIX e del XX secolo, accusato di aver intrappolato la sinistra occidentale in una pesante autoreferenzialità che le impedisce di capire la nuova fase storica e l’avvento del multipolarismo.

Le tesi congressuali criticano duramente la cosiddetta “coscienza di sinistra”, sia nella sua versione liberal e genderista di matrice compromissoria, socialdemocratica e in ultima analisi atlantista, sia nella sua versione massimalista e spesso violenta, definita “rozza e settaria”, ispirata a un ribellismo controproducente e in ultima istanza prossimo a un atteggiamento che intende imporre la dittatura di una minoranza sulla maggioranza della popolazione. Piuttosto il socialismo scientifico invita a ripensare ed agire nel solco della “coscienza dei lavoratori”, fondata sui valori morali popolari di onestà, solidarietà, rispetto del lavoro altrui e giustizia sociale.

La dimensione dell’umanità – nel duplice significato di insieme degli esseri umani e modalità di relazione – assurge a categoria del socialismo scientifico e viene richiamata in aperta contrapposizione rispetto alla precarizzazione, alla mercificazione, all’iper – individualismo in cui sono schiacciati gli esseri umani, non solo in Turchia, ma in tutte le nazioni a regime capitalistico.

Il Partito integra nel materialismo storico una lettura assolutamente innovativa delle nuove tecnologie. Si teorizza che lo sviluppo della robotica e dell’Intelligenza Artificiale non rappresenti una minaccia per il proletariato, ma la precondizione tecnica reale per la sua piena ed effettiva liberazione.

Anzi con molte ragioni Vatan legge nello sviluppo scientifico e tecnologico, come la Cina Popolare dimostra, la possibilità per la prima volta nella storia dell’umanità di edificare una reale società dell’abbondanza, riducendo progressivamente la necessità del lavoro manuale alienato e ponendo le basi materiali per l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Il Partito celebra anche l’origine della sua storia politica, quando tra la fine degli anni ‘60 e gli albori degli anni ‘70 il movimento Aydınlık, antesignano del Partito e oggi nome del pregevole settimanale edito dallo stesso, ha assunto una posizione, unica nel panorama turco, di critica del sistema sovietico, in posizione filo – cinese.

Tuttavia questo riannodare i fili del tempo non è frutto di un’esigenza meramente celebrativa, ma intende piuttosto riannodare il passato per guardare al presente.

Intanto il Partito ha sempre interpretato il tragico esaurirsi del campo sovietico non come il fallimento del socialismo scientifico, ma come la conferma empirica delle tesi storiche da lungo tempo espresse dalla dirigenza guidata da Doğu Perinçek, confermando come la degenerazione burocratica e il revisionismo moderno, iniziati dopo la scomparsa di Iosif Stalin dai suoi successori, abbiano inevitabilmente portato al collasso dello stato socialista e alla paurosa perdita delle conquiste popolari.

Per altro, mentre i sovietici dichiaravano prematuramente di aver realizzato il “comunismo”, cercando malamente di nascondere gli enormi limiti della loro esperienza, la Cina piuttosto non ha statalizzato forzatamente ogni aspetto della società ma, promuovendo un’economia pianificata e mista in cui la proprietà statale e quella privata coesistono, ha evitato l’ipertrofia burocratica che ha contributo alla fine dell’esperienza sovietica.

Infatti in Cina ancor oggi si lotta contro le disuguaglianze, applicando misure concrete per contrastare i processi di stratificazione in classi all’interno dello stato e della società.

Tutt’altro discorso e tutt’altra analisi conduce dunque, con molte ragioni, Vatan rispetto al cammino intrapreso in questo ultimo mezzo secolo dalla Cina Popolare, in cui nel solco di Deng Xiaoping e oggi di Xi Jinping i comunisti si sono affermati non come un “Partito-Stato” oppressivo, perché non hanno usurpato il potere dei lavoratori, ma hanno agito come nucleo dirigente di un autentico “potere popolare” in cui la dialettica tra avanguardia e masse rimane aperta, vitale e orientata verso il socialismo, senza disdegnare il fondamentale vincolo marxiano di sviluppo delle forze produttive e di accrescimento del benessere dei cittadini, con fondamentali elementi di ridistribuzione rispetto alle necessità infrastrutturali della nazione cinese e al diritto inalienabile in una società socialista a casa, scuola, istruzione, cultura, salute e lavoro, possibili solo in un quadro di eccezionale primato economico, scientifico e tecnologico, con ricadute immediatamente messe al servizio della cittadinanza.

[1] Si rimanda al suo pregevole “Breve storia del tardo impero ottomano” (in Italia edito da Sellerio) per ogni approfondimento legato alla polietnicità dell’identità turca.

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Il Melonellum, la Consulta e il grande circo del centrosinistra: quando la legge elettorale diventa una questione di sopravvivenza

L’approvazione definitiva della nuova legge elettorale, prontamente ribattezzata Melonellum, ha offerto al centrosinistra l’occasione per mettere in scena questo straordinario esercizio di equilibrismo: una mano alzata in difesa della democrazia, l’altra impegnata a sistemare le liste per il 2027.

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C’è un momento, nella vita politica italiana, in cui le grandi questioni della democrazia finiscono curiosamente per assomigliare alle piccole questioni della sopravvivenza parlamentare. È il momento in cui i partiti cominciano a parlare di rappresentanza, pluralismo, partecipazione e diritti costituzionali, mentre, sotto il tavolo, qualcuno conta i seggi, qualcun altro le firme e quasi tutti cercano di capire come assicurarsi un posto nella prossima legislatura. L’approvazione definitiva della nuova legge elettorale, prontamente ribattezzata Melonellum, ha offerto al centrosinistra l’occasione per mettere in scena questo straordinario esercizio di equilibrismo: una mano alzata in difesa della democrazia, l’altra impegnata a sistemare le liste per il 2027.

La prima reazione è stata quella di annunciare la prosecuzione della battaglia davanti alla Corte costituzionale. Il campo largo, sconfitto sul terreno parlamentare, intende trasferire il confronto su quello giurisdizionale, affidandosi a un arsenale di contestazioni che comprenderebbe la parità di genere, le sottoscrizioni necessarie per presentare le liste e il premio previsto per il Senato. La staffetta tra parlamentari e società civile, annunciata sul modello della mobilitazione contro la riforma della giustizia, dovrebbe garantire continuità alla protesta. Del resto, quando i numeri in Parlamento non sono sufficienti, resta sempre la possibilità di cercare una maggioranza altrove: nelle piazze, nei tribunali o, più precisamente, nelle pieghe della Costituzione.

Naturalmente, il ricorso alla Consulta è uno strumento pienamente legittimo in uno Stato di diritto. Una legge elettorale deve rispettare i principi costituzionali, e nessuna maggioranza parlamentare può considerarsi immune dal controllo dei giudici. Il problema, semmai, è la facilità con cui il confronto politico italiano scivola dalla discussione sulle regole alla speranza che siano le istituzioni di garanzia a risolvere ciò che i partiti non riescono a risolvere attraverso il consenso parlamentare. La Corte costituzionale non è un secondo Parlamento, né una commissione elettorale incaricata di correggere le strategie dei partiti. È chiamata a giudicare la legittimità delle norme, non a restituire ossigeno a chi non ha trovato i voti necessari per contrastarle.

Eppure, proprio mentre si denuncia la presunta natura antidemocratica della riforma, il centrosinistra si è immediatamente dedicato a una questione assai concreta: come consentire alle forze minori di partecipare alle prossime elezioni senza dover affrontare integralmente gli oneri previsti per la raccolta delle sottoscrizioni. Qui la difesa dei principi incontra la ragion pratica, e la retorica costituzionale comincia a fare i conti con la matematica elettorale.

Il caso più emblematico è quello del Movimento 5 Stelle, che ha promosso il passaggio del senatore Luigi Nave alla componente di Alleanza Verdi e Sinistra nel gruppo misto di Palazzo Madama. L’operazione, secondo la ricostruzione riportata, dovrebbe favorire la nascita di una nuova componente collegata al Nuovo PSI di Enzo Maraio e al Progetto civico Italia di Alessandro Onorato, permettendo alla futura lista centrista di beneficiare di una soglia di raccolta delle firme più favorevole: 1.500 anziché 6.000 per circoscrizione.

La spiegazione ufficiale è edificante: Nave rimarrebbe del Movimento 5 Stelle, pur cambiando collocazione parlamentare, e il suo sarebbe un gesto al servizio della democrazia e della partecipazione. Non una manovra di palazzo, assicurano, ma un’azione contro una legge definita liberticida e antidemocratica. È una distinzione che merita di essere accolta con attenzione, perché la politica italiana ci ha abituati a scoprire che le manovre di palazzo, quando vengono compiute dagli avversari, sono il segno della degenerazione istituzionale, mentre quando servono ai propri alleati diventano improvvisamente raffinati strumenti di ingegneria democratica.

Il punto, tuttavia, non è stabilire in astratto se agevolare le forze minori sia giusto o sbagliato. Un sistema elettorale dovrebbe effettivamente evitare che gli adempimenti burocratici diventino barriere sproporzionate all’accesso alla competizione politica. Il pluralismo non può essere un privilegio riservato a chi dispone di una macchina organizzativa imponente, di risorse economiche abbondanti e di una rete capillare di militanti. Ma se si ritiene che le soglie di sottoscrizione siano eccessive, la soluzione più lineare sarebbe discuterne apertamente e promuovere una modifica generale delle regole. Costruire invece una particolare architettura parlamentare per consentire a una determinata formazione di accedere a condizioni più vantaggiose solleva inevitabilmente una domanda: si sta correggendo un ostacolo alla partecipazione oppure si sta individuando una scorciatoia per un alleato?

La differenza non è secondaria. Nel primo caso si interviene su una regola nell’interesse generale; nel secondo si sfrutta la configurazione del Parlamento per ottenere un vantaggio specifico. Anche quando un’operazione risulta formalmente legittima, resta possibile interrogarsi sulla sua coerenza con la denuncia di una legge che si vorrebbe contestare proprio in nome della trasparenza e dell’uguaglianza politica.

Il Partito Democratico, dal canto suo, si è detto disponibile ad aiutare le formazioni più piccole che intendono contribuire alla costruzione di un’alleanza di centrosinistra. Una dichiarazione comprensibile, se considerata dal punto di vista della costruzione di una coalizione; meno sorprendente se si ricorda che ogni alleanza elettorale è anche un sistema di interessi reciproci. I partiti maggiori hanno bisogno di alleati, quelli minori di condizioni che rendano possibile la loro partecipazione, mentre i gruppi centristi cercano lo spazio necessario per trasformare il proprio peso politico in una presenza parlamentare. Tutti parlano di rafforzare il progetto comune. Nessuno, naturalmente, rinuncia a fare i propri conti.

Il campo largo assomiglia così a un condominio nel quale tutti invocano la ristrutturazione dell’edificio, ma ciascuno pretende di scegliere l’amministratore, decidere la ripartizione delle spese e assicurarsi il posto migliore sul terrazzo. La casa comune è evocata continuamente; la questione di chi debba abitarne il piano attico rimane, invece, irrisolta.

Ed eccoci al secondo atto della commedia: la scelta del candidato alla guida della coalizione. La nuova legge elettorale ha reso ancora più urgente il confronto sulle primarie, ma non ha certo prodotto una soluzione alle rivalità che attraversano l’opposizione. Giuseppe Conte vorrebbe arrivare rapidamente alla consultazione, dopo aver definito un programma unitario. Il Partito Democratico procede con maggiore cautela, anche in vista dell’assemblea del 18 ottobre, appuntamento delicato per Elly Schlein e per gli equilibri interni al partito. Alleanza Verdi e Sinistra, invece, guarda con diffidenza alle primarie e preferirebbe una figura terza capace di sintetizzare le diverse anime della coalizione. Nel frattempo, il nome di Silvia Salis circola nel dibattito, mentre lei stessa invita a non attribuirle dichiarazioni che non ha fatto.

La situazione è quasi didascalica: il centrosinistra vuole presentarsi agli elettori come un’alternativa unitaria, ma non ha ancora stabilito chi debba rappresentarla, con quale programma e attraverso quale meccanismo di selezione. La discussione sulle primarie, che in teoria dovrebbe servire a dare voce agli elettori, rischia così di diventare una trattativa preventiva tra apparati, nella quale il corpo elettorale viene chiamato a ratificare equilibri che i gruppi dirigenti non sono riusciti a definire autonomamente.

Il dilemma Conte-Schlein, in fondo, è soltanto la manifestazione più visibile di una questione più profonda. Che cosa tiene insieme il campo largo, oltre alla comune opposizione al governo? Quale idea di economia, politica estera, lavoro, welfare, istituzioni e collocazione internazionale potrebbe trasformare una somma di sigle in un progetto riconoscibile? Senza risposte convincenti, le primarie rischiano di scegliere il volto di una coalizione che non ha ancora deciso quale volto mostrare al Paese.

Ecco perché il monito di Massimo D’Alema, secondo cui l’opposizione dovrebbe evitare divisioni utili a mantenere l’attuale assetto di potere, coglie un problema reale, pur senza risolverlo. L’unità non può essere soltanto un imperativo pronunciato quando incombe il rischio di perdere. Deve essere il risultato di una sintesi politica, non il nome elegante attribuito a un accordo provvisorio tra gruppi che continuano a contendersi leadership, candidature e condizioni di accesso alle liste.

In questo scenario, la battaglia contro il Melonellum rischia di diventare il contenitore simbolico nel quale far confluire tutte le difficoltà del centrosinistra: la contestazione della legge, la protezione dei piccoli alleati, la ricerca di una leadership condivisa e il tentativo di arrivare al 2027 senza che le contraddizioni interne esplodano prima del voto. La riforma elettorale può certamente presentare profili da sottoporre a un serio scrutinio costituzionale. Ma sarebbe riduttivo immaginare che la soluzione delle difficoltà dell’opposizione possa arrivare esclusivamente da una sentenza o da un aggiustamento tecnico delle regole.

La democrazia, dopotutto, non coincide con la possibilità di presentare una lista, così come la partecipazione non si esaurisce nella riduzione delle firme da raccogliere. Questi elementi sono importanti, ma la qualità di un sistema politico dipende anche dalla capacità dei partiti di offrire alternative comprensibili, programmi coerenti e una classe dirigente disposta ad assumersi responsabilità. Si può facilitare la presentazione di una lista senza rendere più credibile il progetto che quella lista rappresenta. Si può ottenere una pronuncia favorevole della Consulta senza risolvere una crisi di identità. E si può organizzare una primaria impeccabile senza riuscire a spiegare perché gli elettori dovrebbero riconoscersi nella coalizione che ne uscirà.

Il paradosso finale è proprio questo: mentre il centrosinistra denuncia una legge che considera costruita per ostacolare la propria partecipazione, si trova impegnato a costruire, al proprio interno, le condizioni minime per partecipare senza inciampare nelle sue divisioni. Da una parte si contestano le regole del campo di gioco; dall’altra si discute su chi debba indossare la fascia di capitano, quali compagni ammettere in squadra e chi debba pagare l’iscrizione al torneo.

La Consulta farà il suo lavoro, se e quando sarà chiamata a pronunciarsi. I partiti, invece, dovranno fare il proprio: spiegare agli italiani che cosa intendono cambiare, con quali strumenti e a vantaggio di chi. Perché il vero problema di una coalizione non è soltanto riuscire a raccogliere le firme necessarie per presentarsi alle elezioni. È riuscire a raccogliere, prima ancora, ragioni sufficienti per essere votata.

E su questo terreno, purtroppo per chi preferisce le alchimie parlamentari alle sintesi politiche, non esistono scorciatoie burocratiche. Nessuna componente del gruppo misto può sostituire un progetto comune, nessuna deroga alle sottoscrizioni può fabbricare una leadership condivisa e nessuna sentenza può dispensare i partiti dal compito di convincere i cittadini. La democrazia non è un modulo da compilare: è una responsabilità da assumersi. E non basta dichiararsi pronti a difenderla, se poi si trascorre metà del tempo a cercare il modo più conveniente per aggirarne gli ostacoli e l’altra metà a discutere su chi debba guidare la protesta.

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Esclusiva: l’enigma Pakistan-Arabia Saudita-Yemen-Iran

Il titolo definitivo dell’intera vicenda, tuttavia, è che la Casa dei Saud sta attaccando Ansarallah per proteggere il culto della morte in Asia occidentale

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Cominciamo con alcune informazioni esclusive. Giovedì, Yahya Ali al-Ra’i, presidente della Camera dei Rappresentanti con sede a Sana’a sotto il controllo di Ansarallah, ha consegnato una lettera a Sardar Ayaz Sadiq, presidente dell’Assemblea Nazionale del Pakistan, richiedendo la mediazione pakistana tra Ansarallah e Riyadh.

Ra’i, figura ampiamente rispettata, ricopre la carica di presidente a Sana’a dal 2008. Sadiq ha iniziato il suo attuale mandato come presidente a Islamabad nel marzo 2024. Questo canale parlamentare diretto riveste un’enorme importanza come apertura diplomatica – poiché il Pakistan si trova ad affrontare enormi pressioni, sia a livello interno che in tutto il mondo islamico, riguardo ai suoi reali impegni relativi allo scontro tra Arabia Saudita e Yemen, come stabilito dall’Alleanza per la Difesa della Mecca.

Per quanto l’intera situazione sia in realtà oscura, informazioni dirette provenienti sia da Islamabad che da Teheran, ai massimi livelli, come da me specificatamente richiesto, hanno stabilito quattro punti chiave: Sembra che sia così – per ora.

Islamabad è irremovibile nel sostenere che il Pakistan non attaccherà Ansarallah e non impiegherà truppe a tal fine. L’intesa raggiunta a Riyadh la scorsa settimana escludeva l’ingresso nel territorio yemenita. Le forze pakistane dovrebbero rimanere al di fuori di qualsiasi offensiva terrestre contro Ansarallah.

Il Pakistan stava già mediando tra Riyadh e Sana’a attraverso Teheran. Il feldmaresciallo Asim Munir ha personalmente richiesto al ministro degli Esteri iraniano Araghchi di esercitare l’influenza dell’Iran su Ansarallah, avvalendosi dei contatti di Araghchi sia con Islamabad che con Riyadh. Il Ministero degli Esteri pakistano non ha smentito l’esistenza di questo canale diplomatico.

Il Pakistan sarebbe tenuto a difendere il territorio saudita in virtù dei propri impegni nell’ambito dell’Alleanza per la Difesa della Mecca. I dispiegamenti finalizzati alla protezione dei confini e alla difesa contro droni e missili lanciati dalle Forze Armate yemenite rientrano in questo quadro. Il problema è se alcuni consiglieri pakistani siano già dispiegati in territorio yemenita. Se il Pakistan avesse anche solo pochi «consiglieri» ad Aden e truppe da qualche parte nel nord dello Yemen, al confine con l’Arabia Saudita, ciò costituirebbe già una violazione delle sue promesse.

Le forze pakistane dovrebbero essere in grado di difendersi da sole – è una conseguenza naturale del territorio. Si tratta di una contingenza dichiarata; non di una previsione di ritorsione. Almeno un ufficiale pakistano è stato ucciso in Arabia Saudita senza che il Pakistan reagisse con una ritorsione. Ciò denota moderazione – almeno per ora.

Transito attraverso lo Stretto di Hormuz: utilizzare il CIPS e pagare in rial

Sul più ampio fronte USA-Iran, le mosse diplomatiche confermano quanto abbiamo riportato negli ultimi giorni riguardo al Protocollo di Transizione. Il Pakistan, infatti, è determinato a mantenere i rapporti sia con Riyadh che con Teheran, parallelamente a un coordinamento costante con Pechino. Dopotutto, la Cina sostiene pienamente la mediazione pakistana; e Araghchi continua a dialogare con Munir, come ha fatto in seguito ai colloqui con Wang Yi a Pechino.

Nel frattempo, sul fronte di Washington, le speculazioni sono febbrili su tutta la linea riguardo ai preparativi per una ripresa della guerra da parte dell’amministrazione Trump – compresi potenziali attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane e persino, cosa piuttosto preoccupante, a obiettivi nucleari. Non vi è ancora alcuna decisione definitiva da parte dello «psicopatico/sociopatico al comando», tanto meno una data di avvio.

I rischi immediati, in ogni caso, sono sbalorditivi.

La diplomazia – anche nella sua forma surrogata – è impantanata in un vicolo cieco. Teheran rimane – e continuerà a rimanere – ancorata alle proprie condizioni attuali, specificate nel memorandum d’intesa ormai privo di significato, ma ora con l’aggiunta della minaccia di bloccare le rotte di transito lungo la costa dell’Oman che considera illegali. Washington, dal canto suo, è ossessionata dall’ottenere vaste concessioni in materia nucleare. All’inizio di questa settimana, abbiamo confermato che il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale (SNSC) di Teheran ha preso due decisioni di grande rilevanza.

  1. Teheran ha deciso di riscuotere il pedaggio di transito nello Stretto di Hormuz esclusivamente in valuta iraniana. Niente yuan, niente criptovalute. In realtà, tramite un meccanismo collegato al CIPS, il sistema cinese di pagamento e compensazione, aggirando il dollaro statunitense. Si utilizza il CIPS per acquistare elettronicamente yuan, convertirli in rial e pagare il pedaggio. Le entrate derivanti dal transito nello Stretto di Hormuz, dopotutto, rappresentano una delle poche fonti di valuta forte rimaste a Teheran. Il nuovo meccanismo rafforzerà sicuramente il valore del rial.
  2. Attraverso il Pakistan, Teheran ha comunicato a Witkoff, il «Bismarck» del settore immobiliare di Trump, che l’Iran non si smuoverà di un millimetro dalle proprie condizioni per un accordo negoziato – ed è pienamente preparato a qualsiasi possibile offensiva statunitense. E questo dopo che J.D. Vance ha avanzato un’ulteriore condizione sull’arricchimento nucleare: una riduzione «significativa» e «sostanziale». Ciò blocca il dossier nucleare e rende quasi impossibile una formula di risoluzione rapida.

Il punto fondamentale è che la spirale di escalation potrebbe sfuggire al controllo in un batter d’occhio.

La “Tempesta yemenita in arrivo 1.0” è già in atto

Sul fronte saudita-yemenita, le Forze Armate yemenite si stanno dimostrando assolutamente spietate. La “Tempesta yemenita in arrivo 1.0” è già in atto.

I danni alla raffineria di Jeddah, vicino a Yanbu, sono ingenti. Ansarallah sta colpendo contemporaneamente la costa orientale e quella occidentale dell’Arabia Saudita, oltre all’oleodotto est-ovest che le collega.

A tutti gli effetti, Sana’a sta prendendo di mira l’intera infrastruttura chiave di Riyadh. Il «paracadute» difensivo statunitense è una farsa: le batterie PAC-3 e Patriot rimaste sono inutili contro i missili balistici yemeniti.

Le truppe saudite potrebbero ammontare, nella migliore delle ipotesi, a 75.000 unità, più 125.000 della Guardia Nazionale. Le Forze Armate yemenite dispongono di almeno 350.000 uomini, che possono essere facilmente portati a 800.000. Aspettarsi un «aiuto» dai petrol-sceicchi del CCG non è nemmeno degno di essere definito uno scherzo.

Le Forze Armate yemenite hanno inoltre lanciato due missili balistici e droni esplosivi in direzione dell’aeroporto internazionale di Aden. Ansarallah ha dichiarato che l’obiettivo erano i rifornimenti militari sauditi appena giunti al Campo di Badr, il quartier generale dei mercenari adiacente all’aeroporto. È stato ucciso un numero non specificato di ufficiali e funzionari sauditi di alto rango – forse anche alcuni pakistani.

Da parte sua, anche la Turchia sta per schierare truppe, velivoli e sistemi di difesa aerea sul territorio saudita. Queste forze turche potrebbero, in teoria, proteggere Riyadh, le città sante e l’oleodotto Est-Ovest. Ankara, proprio come Islamabad, insiste nel sostenere di non avere alcuna intenzione di entrare in guerra nello Yemen.

La rapida liberazione da parte delle Forze Armate yemenite della costa occidentale vicino al Mar Rosso ha inoltre reso chiarissimo come la cosiddetta «coalizione» saudita – in realtà una banda di proxy e mercenari – stesse schierando di fatto dei terroristi fin dall’inizio.

Ansarallah ha recuperato una grande quantità di passaporti stranieri – in particolare provenienti dal Kuwait, dal Qatar, dalla Turchia e dalla Siria – appartenenti a sicari dell’ISIS e di Al-Qaeda. Chiamatela pure la Legione della Terror Inc.

È sempre la solita storia. Il Qatar e la Turchia, di comune accordo, hanno strumentalizzato il trasferimento di miliziani dell’ISIS e dei salafiti-jihadisti dalla Siria e dall’Iraq: questi sono stati accolti nello Yemen dal Partito Islah. La Turchia è stata la principale via di transito; almeno 2.100 di questi membri dell’ISIS sono turchi.

AQAP è tornata! Già nel lontano 2020, Ansarallah aveva sequestrato documenti, mappe e video che mostravano jihadisti dell’ISIS/Daesh e di Al-Qaeda, direttamente sostenuti da Riyadh, mentre vagavano per lo Yemen, con i miliziani catturati che confessavano di essere stati pagati, armati e sostenuti logisticamente dai sauditi.Ora è già in atto una nuova incarnazione dell’ex Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) – attraverso almeno 20.000 mercenari terroristi del Daesh/takfiri “importati” dalla Siria. Essi saranno inviati nel governatorato di Aden – in seguito alla richiesta, anzi alla pretesa dello stesso MbS, pienamente approvata dall’amministrazione Trump e dal suo vassallo tagliagole diventato presidente a Damasco, l’ex membro dell’ISIS al-Jolani.

Il titolo definitivo dell’intera vicenda, tuttavia, è che la Casa dei Saud sta attaccando Ansarallah per proteggere il culto della morte in Asia occidentale. Controllando Bab al-Mandab, Ansarallah isola di fatto il porto israeliano di Eilat. Ciò era già accaduto in precedenza durante il genocidio di Gaza. Riyadh era furiosa perché aveva stretto accordi per il progetto NEOM – ora praticamente accantonato – che avrebbe collegato Eilat una volta che gli Accordi di Abramo trumpiani fossero entrati in vigore. Considerando il quadro d’insieme, una singola scintilla potrebbe ancora scatenare l’inferno. Tra le possibilità figurano: un attacco yemenita contro l’Arabia Saudita che causi ingenti perdite; un caos nella riscossione dei pedaggi nello Stretto di Ormuz; un attacco iraniano contro un obiettivo legato ai «petro-sceicchi» del CCG, a seguito di una provocazione americana; un attacco legato all’Iran contro una base statunitense, ancora una volta a seguito di una provocazione americana; e, soprattutto, una (dis)avventura del CENTCOM «via terra, aria e mare» imposta da un sociopatico.

Allacciate le cinture di sicurezza.

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La “regola aurea” dell’Iran

Il controllo iraniano sui passaggi strategici di Hormuz e Bab el-Mandeb si trasforma in un’arma economica capace di influenzare i prezzi dell’energia, alimentare l’inflazione e condizionare le decisioni della Federal Reserve. Teheran dimostra così che la pressione militare e il controllo delle rotte petrolifere possono mettere in difficoltà Washington ben oltre il campo di battaglia.

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Nei giorni scorsi, Kpler ha quantificato in almeno 16,5 milioni di barili al giorno l’ammontare medio raggiunto nel mese di settembre dalle esportazioni di petrolio dalla regione del Golfo, nell’ambito di graduale ritorno dei flussi sui livelli prebellici. Una quota significativa dell’output è transitata attraverso lo Stretto di Hormuz, che la scorsa settimana ha registrato volumi medi di greggio in uscita superiori ai 14 milioni di barili al giorno segando un incremento di oltre il 210% rispetto al minimo di circa 4,5 milioni di barili giornalieri di media toccato nel mese di marzo.

Un risultato strabiliante, ascritto generalmente al danneggiamento e/o distruzione dei radar e dei sistemi di comunicazione iraniani situati nelle zone costiere ad opera delle forze statunitensi. Le operazioni di “bonifica” hanno posto le basi per l’instaurazione di un corridoio di navigazione a doppio senso a ridosso delle coste dell’Oman, di cui i mercantili si sono serviti per entrare nel Golfo Persico, imbarcare petrolio, riattraversare lo Stretto e trasferire il carico su navi in attesa al di fuori del passaggio marittimo, sotto la supervisione della Us Navy.

Di questa “rotta sicura” si è avvalsa anche l’Arabia Saudita, specialmente in seguito al danneggiamento in più punti dell’oleodotto East-West ad opera delle milizie irachene. La conduttura aveva assicurato a Riyadh la possibilità di convogliare parte rilevante (4-5 milioni di barili al giorno) della produzione petrolifera verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, così da aggirare lo Stretto di Hormuz.

L’Iran, di contro, è stato tagliato fuori dal mercato petrolifero globale dal blocco navale statunitense, che accentua le pressioni economiche sulla Repubblica Islamica esercitate dalle sanzioni annunciate lo scorso agosto dal segretario al Tesoro Bessent.

La Repubblica Islamica, hanno concluso gran parte degli analisti, stava rapidamente perdendo il controllo sullo Stretto di Hormuz.

Lo scenario è cambiato radicalmente a partire dal 28 settembre, quando gli iraniani hanno ripreso le operazioni offensive contro le petroliere che si accingevano ad attraversare lo Stretto di Hormuz senza autorizzazione di Teheran. Kpler ha documentato almeno sette attacchi contro navi mercantili, di cui quattro avevano effettuato due o più viaggi di andata e ritorno attraverso lo Stretto di Hormuz a partire da giugno. Nel novero degli obiettivi figurano due Very Large Crude Carrier (Vlcc) gestite dalla Kuwait Oil Tanker Company, in grado di trasportare fino a due milioni di barili di petrolio.

Il 3 ottobre, la divisione navale dei Pasdaran ha lanciato un chiaro avvertimento alle navi intenzionate a percorrere il corridoio allestito dagli Stati Uniti, minacciando di prenderle di mira e distruggerle. «Non fidatevi della Marina statunitense, non utilizzate assolutamente il corridoio meridionale e non mettete a rischio la vostra vita», recitava il messaggio radio trasmesso dalle Guardie Rivoluzionarie su un canale pubblico comunemente impiegato per la navigazione commerciale. Secondo gli specialisti, gli attacchi iraniani starebbero già producendo un impatto negativo, con i primi segnali di un rallentamento dei flussi petroliferi.

La passività con cui Teheran ha assistito alla ripresa dei flussi petroliferi in uscita dal Golfo Persico era quindi frutto di una preciso calcolo politico. Una strozzatura prolungata dell’offerta petrolifera danneggia non soltanto i nemici della Repubblica Islamica, ma anche un grande importatore di idrocarburi alleato come la Cina e la vasta platea di Paesi neutrali che gli iraniani non hanno alcun interesse a inimicarsi.

La riattivazione del traffico attraverso quel cruciale braccio di mare non è per di più coinciso con un crollo delle quotazioni internazionali di petrolio, gas e derivati, i cui prezzi sono rimasti mediamente del 50% più alti rispetto ai livelli pre-bellici. Costi di trasporto elevati (i broker navali stimano che i produttori di petrolio del Golfo Persico sborsino tra i 30 e i 40 milioni di dollari per un viaggio di andata e ritorno attraverso lo Stretto di Hormuz), rincaro delle polizze assicurative, prolungamento dei tempi di riparazione e/o ricostruzione degli impianti energetici del Golfo Persico danneggiati e/o distrutti nell’ambito del conflitto e insufficiente capacità di raffinazione all’interno del sistema globale hanno mantenuto i valori dell’energia sufficientemente alta da imporre conseguenze molto pesanti all’economia globale nel suo complesso e in particolare agli Stati Uniti. Paese in cui i riscaldamenti domestici, i mezzi agricoli, i treni e i camion che percorrono oltre 400 miliardi di miglia ogni anno per trasportare il 73% circa di tutte le merci sono alimentati a diesel. Nella settimana compresa tra il 21 e il 28 settembre, il prezzo del diesel è salito a 6,53 dollari, a fronte dei 3,76 registrati nei giorni antecedenti all’attacco israelo-statunitense contro l’Iran.

Si tratta di un aumento di circa il 74%, che pesa soprattutto sugli agricoltori, chiamati proprio in questo periodo di raccolto a fare maggiore impiego di trattori e mietitrebbie. Devono anche prepararsi alla stagione della semina, accumulando fertilizzanti che provengono in larga parte proprio dalla regione del Golfo Persico. A partire dall’urea, derivato petrolifero il cui prezzo è aumentato dell’80% soltanto tra marzo e aprile.

Anche le compagnie aeree risentono pesantemente dell’instabilità nel quadrante del Golfo, perché le loro flotte consumano carburante speciale derivato dal petrolio. Dopo lo scoppio della guerra, i prezzi del carburante per aerei sono pressoché raddoppiati.

L’inflazione è conseguentemente aumentata, anche a causa del concomitante, frenetico attivismo di Ansarallah. Nell’arco di pochi giorni, la compagine yemenita alleata di Teheran ha strappato al governo internazionalmente riconosciuto di Sana’a il controllo delle aree costiere che si affacciano sullo Stretto di Bab el-Mandeb, imposto il blocco dei porti sauditi, preso di mira petroliere riconducibili al regno e colpito, di concerto con le milizie sciite irachene, il cruciale oleodotto East-West in più punti rendendolo inutilizzabile per quasi due settimane.

L’azzeramento provvisorio dell’export petrolifero saudita si è istantaneamente riverberato sui prezzi internazionali del greggio.

Segno che, controllando i due cruciali punti di strozzatura di Hormuz e Bab el-Mandeb, l’Iran e i suoi alleati regionali esercitano una notevole capacità di influenza sulla quotazione del petrolio e, a ricasco, sulle politiche monetarie di gran parte dei Paesi del mondo. A partire proprio dagli Stati Uniti.

Lo ha sottolineato di recente il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, attraverso un sottilissimo post sul suo profilo X in cui presentava versione opportunamente ritoccata dell’equazione elaborata nel 1993 dall’economista di Stanford John Taylor e affermatasi rapidamente come una delle formule di riferimento per le Banche Centrali in materia di determinazione dei tassi di interesse.

Nello specifico, l’equazione mette in relazione il tasso di interesse sui titoli di Stato a dieci anni con l’andamento dell’inflazione e l’output gap, raccomandando di innalzare i tassi di interesse quando l’inflazione supera l’obiettivo del 2% e/o la produzione economica eccede il suo potenziale.

La logica è elementare: tassi di interesse più alti rendono più costoso indebitarsi. Quando il costo del credito aumenta, privati ​​e aziende riducono la propria propensione all’indebitamento e riducono la spesa, raffreddando così la dinamica dei prezzi. Ghalibaf ha integrato a questi dati già ricompresi nell’equazione di Taylor due nuove variabili, rappresentate dallo Stretto di Hormuz (denominato “SOH”) e da quello di Bab el-Mandeb (denominato “BM”) .

Nella “Stratis Taylor Rule” – i = r* + π* + 1.5(π−π*) + 0.5(y−y*) + α(SOH−SOH*) + β(BEM−BEM*), α,β > 0 – coniata da Ghalibaf, i tassi di interesse statunitensi crescono proporzionalmente alla gravità dell’interruzione dei traffici di idrocarburi in questi due nevralgici punti di strozzatura. Alla formula, il presidente del Parlamento iraniano ha accluso un commento: «vediamo se un rialzo dei tassi contribuirà a riaprire lo Stretto di Hormuz o a produrre una singolo barile di petrolio in più. Non si possono risolvere i problemi di un punto di strozzatura con 25 punti base aggiuntivi».

Tradotto: un innalzamento dei tassi di interesse ad opera della Federal Reserve non garantisce la riapertura dei due stretti, né l’aumento dell’offerta di petrolio. In compenso, chi controlla Hormuz e Bab el-Mandeb influisce indirettamente sulla determinazione dei tassi di interesse negli Stati Uniti in quanto titolare della prerogativa di dettare tempi e modi del traffico marittimo. E, quindi, di aumentare discrezionalmente i prezzi petroliferi. Ovvero di far lievitare l’inflazione.

Le dinamiche belliche che di recente hanno interessato la regione del Golfo Persico avvalorano la tesi di Ghalibaf. Nei dieci giorni antecedenti al 16 settembre, data in cui il direttivo della Federal Reserve si sarebbe pronunciato in materia di tassi, gli iraniani hanno preso di mira alcune petroliere nei pressi dello Stretto di Hormuz, mentre Ansarallah ha bersagliato la raffineria saudita di Jizan e assunto il controllo della costa prospiciente lo stretto di Bab el-Mandeb. Parallelamente, uno sciame di droni lanciato dalle milizie sciite irachene ha colpito l’oleodotto East-West, sospingendo il prezzo del petrolio al di sopra della soglia critica dei 100 dollari per barile. Un copione sostanzialmente analogo era andato in scena poche ore prima della riunione del board della Federal Reserve di fine luglio, quando alcuni missili lanciati da Ansarallah avevano centrato due petroliere saudite facendo anche in quel caso salire il prezzo petrolio sopra i 100 dollari.

Il prossimo vertice del direttivo della Federal Reserve è previsto per il 28 ottobre. Si tratta di una data da tenere d’occhio, visti i precedenti.

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