Kherson: Leão XIV pede a Zelensky colaboração com Rússia

© ANGELO CARCONI/EPA

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El Gobierno italiano de Giorgia Meloni ha decidido enviar a Milán 500 soldados para garantizar la seguridad de la ciudad tras dos noches consecutivas de caos y saqueos en el centro, en una emulación de lo sucedido en Francia. Lo ha anunciado el vicepresidente y líder de La Liga, Matteo Salvini, milanés, este lunes por la tarde como parte de un decreto con nuevas medidas de seguridad que el Consejo de Ministros aprobará probablemente el martes. Meloni ha mantenido una reunión con varios ministros y responsables de seguridad para acordar algunas decisiones, como extender el arresto preventivo a menores de edad, según los medios italianos. Es una medida aprobada recientemente que permite retener antes de una protesta a los sospechosos de posibles actos violentos. También se baraja la prohibición de reunirse en grupo en lugares públicos a los menores detenidos.

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Il tema del carcere va e viene sulla stampa nazionale. Circolano sui media i dati sul sovraffollamento quando i garanti locali o quello nazionale (latitante da quando il collegio, ora formato da due nominati dalla maggioranza e un Cinquestelle, è stato aggiornato); leggiamo, quando capita, le cronache delle rivolte dei detenuti o degli abusi dei detenenti. Ma niente cambia mai. Eppure qualcosa di semplice e non costoso potrebbe essere fatto. Qualcosa in più di un cerotto sulla ferita: garantire cure adeguate ai detenuti malati.
Il rapporto del Garante nazionale registra nei primi otto mesi del 2026 centottantaquattro morti nelle carceri italiane: quarantanove suicidi accertati, ottantotto decessi per cause naturali, trentasette ancora da chiarire, otto morti accidentali e due omicidi. Dietro la contabilità c’è una domanda che dovrebbe precedere ogni disputa sulla severità delle pene: quante di queste persone si sarebbero potute salvare?
«Cause naturali» indica una categoria, non attesta che una morte fosse inevitabile. Occorre sapere se una diagnosi sia arrivata in tempo, se una visita sia stata effettuata, se una terapia fosse disponibile. E i casi ancora da chiarire impediscono di trasformare la lieve diminuzione dei suicidi accertati in un bollettino di successo.
Chi è libero può cercare un altro medico, andare al pronto soccorso, chiedere aiuto. Chi è recluso dipende dalle decisioni e dai tempi dell’amministrazione. Proprio questa dipendenza rende più stringente la responsabilità pubblica.
Non ogni morte dimostra una colpa dello Stato. Ogni morte sotto la sua custodia esige però una spiegazione. Chiedere personale sanitario, assistenza psichiatrica e accesso effettivo alle cure significa pretendere che lo Stato rispetti i propri obblighi.
La pena toglie la libertà. Non dovrebbe togliere il medico. Possibile che, se non il ministro, il Parlamento non si faccia carico di una soluzione?
L'articolo Il carcere toglie la libertà, non dovrebbe togliere il medico proviene da Linkiesta.it.
Come ogni anno l’appuntamento promosso dalla Niaf con la floridissima comunità italoamericana, nell’ambito delle celebrazioni del Columbus Day, rappresenta anche l’occasione per fare il punto sulle relazioni bilaterali tra Italia e Stati Uniti. Relazioni che rimangono solidissime, nonostante le recenti divergenze tra Trump e Meloni. Lo dice a Formiche.net il capodelegazione di FdI al Parlamento europeo Carlo Fidanza.
Qual è lo stato delle relazioni Italia-Usa dopo le recenti polemiche?
Il lavoro sulle cose concrete non si è mai fermato, anche grazie all’ottimo contributo dell’ambasciata italiana negli Usa guidata dall’ambasciatore Marco Peronaci e dell’ambasciatore americano a Roma Tillman Fertitta, così come dell’impegno di realtà consolidate come l’American Chamber of Commerce italiana. Continua il flusso di investimenti da un lato e dall’altro. E i due governi hanno positivamente concluso l’accordo sulla Pax Silica, con l’adesione dell’Italia a questa alleanza strategica sui minerali critici che è davvero decisiva se vogliamo realizzare le transizioni senza aumentare la nostra dipendenza dalla Cina.
Quale può essere ruolo geopolitico dell’ Italia?
L’Italia continua a credere nella Nato che oggi più che mai deve trasformarsi da alleanza militare ad alleanza geopolitica, coinvolgendo i Paesi likeminded che sono ancora fuori dall’orbita cinese. L’Italia porta in dote la sua proiezione nel Mediterraneo, la straordinaria intuizione del Piano Mattei per l’Africa, la solidità dei rapporti con i Paesi del Golfo, un protagonismo crescente in America Latina grazie all’allineamento politico con i nuovi governi conservatori del continente, in attesa di ulteriori buone notizie dal Brasile. Questo è il frutto della stabilità del nostro governo e della straordinaria abilità di Giorgia Meloni.
Qual è lo stato di salute del nostro export verso gli Usa?
I dati del nostro export sono eccezionali e crescono anche negli Usa nonostante i dazi. Soffriamo un po’ sul food and wine ma cresciamo grazie alla straordinaria capacità di adattamento della nostra manifattura e grazie ai risultati del settore farmaceutico. Su quest’ultimo, però, bisogna intervenire per limitare i danni derivanti dall’applicazione da parte americana del principio della Most Favoured Nation, che rischia di compromettere competitività e ricerca.
Quali i settori più promettenti?
Oltre alla farmaceutica e alle scienze della vita, ovviamente rimaniamo fortissimi nella meccanica. Abbiamo possibilità di sviluppo importanti nella difesa, estendendo questo concetto allo spazio e al dominio sottomarino, senza dimenticare la cantieristica navale su cui Fincantieri vanta ormai una presenza consolidata negli Usa. E poi abbiamo la grande opportunità di ritagliarci un ruolo nella super-intelligenza fisica, a partire dalla robotica umanoide, che è il luogo dove la super-intelligenza generativa incrocia la manifattura in cui siamo maestri. Senza dimenticare la primogenitura che Giorgia Meloni ha avuto nel porre il tema della governance globale dell’AI, a cui ha dedicato parte importante del G7 italiano, e che ora si arricchisce di una nuova opportunità promossa da AmCham Italy: fare di Milano non soltanto l’hub italiano dell’AI ma la sede di una nuova agenzia mondiale per la governance etica della super-intelligenza.
Cosa deve fare l’Ue?
Il consolidamento degli accordi di Turnberry è fondamentale. Abbiamo sempre sostenuto, a ragione, che un accordo anche non perfetto sarebbe stato meglio di un non accordo e di una conseguente guerra commerciale. L’Ue si è dotata di salvaguardie aggiuntive. Bisogna continuare a lavorare su settori come acciaio e alluminio e anche sulla lista dei prodotti alimentari esclusi dai dazi al 15%. E dobbiamo maneggiare con cura il grande elefante nella stanza, quello della tassazione digitale e delle multe alle Big Tech. Regole chiare e semplificazione sono la risposta. Infine, non dobbiamo sottovalutare l’impatto potenziale che le nuove norme doganali varate dall’amministrazione Usa a fine settembre possono avere sui nostri esportatori, soprattutto sulle Pmi.
L’autonomia strategica europea come va perseguita?
L’Ue fa bene a provare a costruire filiere con una percentuale maggiore di Made in Europe, ma l’autonomia strategica deve rimanere aperta, differenziata per settori in base alla nostra possibilità di costruire catene del valore realmente europee e non soltanto francesi, come vorrebbe qualcuno. Di più, l’autonomia strategica europea non deve essere una ripicca quotidiana contro un alleato ritenuto non più affidabile ma una politica industriale intelligente. Il contrario di quello che l’Ue ha fatto con il Green Deal, che ha massacrato le nostre imprese consegnandoci alla Cina. Da qui la coraggiosa battaglia di Giorgia Meloni contro il sistema Ets. Ecco, sulla transizione green qualche schiaffone arrivato da Trump credo debba aiutare l’Europa ad aprire gli occhi.
Ucraina e Iran: il contributo italiano e le mosse di Bruxelles.
Meloni ha espresso chiaramente il nostro giudizio su questo accordo e il sostegno alla tregua reciproca sulle infrastrutture energetiche. Mi auguro che, superate le midterm, si possa tornare a ragionare di una spinta forte alla pace in Ucraina senza umiliare Kyiv. E poi si deve trovare un modo dignitoso per chiudere questa avventura in Iran mettendo il regime di Teheran nelle condizioni di non nuocere. Il peso della doppia crisi geopolitica si sta rivelando troppo elevato, per l’Europa e per l’Italia in particolare.
Aumentano i costi diretti degli eventi estremi derivati dal cambiamento climatico. Lo dice Fabio Panetta, governatore di Bankitalia alla Green Swan Conference di Manila. L’impatto economico non è più qualcosa di demandabile alle generazioni future perché rappresenta uno shock già in atto.
Confrontando la fotografia del tessuto produttivo e finanziario scattata dall’Istituto di via Nazionale dello scorso anno con quella del report fonte degli avvertimenti lanciati dal Governatore, emerge chiaramente come la gestione del rischio climatico nel nostro Paese stia evolvendo da tema teorico a priorità di stabilità di bilancio.
I dati emersi dalle previsioni di Bankitalia sul campione delle imprese italiane sono stati confermati dal report di quest’anno ed evidenziano una spaccatura tra la percezione del rischio e la realtà della propria vulnerabilità climatica:
Fabio Panetta ha esposto i dati del quadro globale aggiornato dal punto di vista strettamente economico:
Si rende sempre più necessario quindi introdurre polizze catastrofali per obbligo di legge, con il fine di colmare il divario strutturale di protezione. Panetta auspica una sinergia tra coperture private, riassicuratori, garanzie pubbliche di ultima istanza e strumenti dei mercati dei capitali.
| Dimensione di analisi | Ivass | Indagine Bankitalia 2025 | Quadro Globale 2026 |
| Danni e impatto economico | Raccolta premi per rischi catastrofali a 3,1 miliardi di euro (+13%). | Perdite medie per le imprese colpite da eventi avversi pari a 380.000 euro (mediana 50.000 euro) con impatti fino al 19% della capacità produttiva. | Danni diretti mondiali da eventi climatici estremi raddoppiati rispetto ai primi anni 2000, raggiungendo i 200 miliardi di dollari. |
| Percezione del rischio fisico | L’84,7% delle compagnie assicurative considera materiali i rischi fisici all’interno dei propri modelli di gestione del rischio. | Il 70% delle imprese valuta la propria esposizione al rischio fisico come bassa o nulla; solo il 33% destina risorse dedicate al rischio fisico. | Il rischio fisico viene riconosciuto come uno shock sistemico diretto su attività economica, inflazione e stabilità del sistema creditizio. |
| Copertura e Protection Gap | Forte divario di protezione: solo il 5,1% delle abitazioni residenziali è assicurato contro le alluvioni e il 5,6% contro i terremoti. | Adesione spontanea contenuta, soprattutto tra le Pmi, rendendo necessario l’intervento con l’obbligo di legge sulle polizze aziendali. | Ampia quota delle perdite mondiali priva di copertura. Necessità di adottare schemi integrati tra pubblico, assicuratori e riassicuratori. |
| Governance e Politiche ESG | L’89% delle compagnie ha integrato i fattori Esg nella governance, mentre l’82,5% adotta politiche d’investimento sostenibili. | Il 79% delle aziende dispone di un sistema di monitoraggio dei rischi, ma più della metà non produce report di sostenibilità o non traccia le emissioni. | La responsabilità delle politiche spetta ai governi; gli interventi devono essere praticabili per garantire il consenso e sostenere gli investimenti privati. |
Se il 2025 aveva mostrato un’Italia imprenditoriale ancora lenta nel misurare le impronte carboniche e incline a ignorare i rischi fisici del proprio territorio, il 2026 sembra segnare il passaggio alla fase dell’emergenza pragmatica, sebbene sollecitata da obblighi di legge.
Le parole di Panetta confermano che per preservare la tenuta del sistema finanziario non si può più fare affidamento sui soli interventi statali a posteriori: serve una strategia d’impatto basata su prevenzione, pianificazione e condivisione sistemica del rischio.
Torna l’ora solare e, come ogni autunno, Europa e Stati Uniti non si muovono insieme. Lancette che andranno indietro di un’ora in Italia, mentre oltreoceano bisognerà attendere il 1° novembre. Per un po’, dunque, tra Roma e New York ci saranno 5 ore di differenza e non sei, con effetti concreti sugli orari di Wall Street.
Mentre EU e USA continuano a spostare le lancette, però, gran parte del mondo ha già smesso di farlo. Basti pensare a Cina e Giappone, che ormai hanno mutato il proprio sistema.
Da noi il passaggio avverrà alle 3 di notte di domenica 25 ottobre, quando gli orologi torneranno alle 2. Si dormirà, almeno sulla carta, un’ora in più. Torna l’ora solare, dunque, mentre gli Stati Uniti vantano regole diverse, come detto.
Nell’Ue l’ora legale termina l’ultima domenica di ottobre, negli Usa la prima domenica di novembre. Il risultato è che lunedì 26 ottobre Wall Street aprirà alle 14:30 italiane invece delle consuete 15:30 e chiuderà alle 21. Una differenza che non si concretizza solo ora. È lo stesso anche in primavera, con i calendari che non coincidono. Quest’anno infatti gli americani hanno spostato le lancette l’8 marzo, tre settimane prima degli europei, che lo hanno fatto il 29 marzo, con ricadute sugli operatori dei mercati.
L’ora legale è nata per sfruttare meglio la luce naturale e consumare meno energia. Adottata nel 1916 da Germania e Austria-Ungheria e, nello stesso anno, dall’Italia, dov’è diventata stabile dal 1966. Secondo le stime diffuse da Terna nel marzo 2026, nei sette mesi di ora legale l’Italia dovrebbe risparmiare circa 302 milioni di kilowattora, pari al fabbisogno annuo di 115mila famiglie.
Un beneficio economico di circa 80 milioni di euro e 142mila tonnellate di CO2 in meno. Si tratta però di un risparmio stimato, non ancora di un consuntivo. E il peso dell’illuminazione nei consumi è sempre più basso, complici le lampadine a led e una domanda elettrica legata sempre più a climatizzatori e realtà attive a tutte le ore.
Anche il Giappone ha sfruttato l’ora legale, introdotta nel 1949 durante l’occupazione americana. È stata però abolita poco dopo, ovvero nel 1952, dopo un sondaggio in cui il 53% degli intervistati ne chiedeva la cancellazione.
La Cina, che dal 1949 usa un’unica ora nazionale, quella di Pechino, ha sperimentato il cambio stagionale tra il 1986 e il 1991, per poi sospenderlo dal 1992. Era risultato evidente, infatti, che i benefici energetici non erano uniformi, considerando un territorio tanto vasto. I disagi, alla fine, superavano i vantaggi.
Secondo Timeanddate, nel 2026 sono 70 i Paesi e territori dove almeno una località cambia l’ora, contro 178 dove non succede. Russia, Turchia, Brasile e gran parte del Messico hanno abbandonato il sistema negli ultimi anni, e perfino negli Usa le Hawaii e buona parte dell’Arizona non lo applicano.
Il ritorno all’ora solare richiede attenzione alle imprese con:
Nella notte del cambio, infatti, uno stesso orario locale si presenta due volte. Per esempio, un turno dalle 22 di sabato 24 ottobre alle 6 di domenica 25 dura nove ore effettive, un dato rilevante per le presenze e il calcolo delle ore lavorate, fermo restando quanto previsto dal contratto applicato. Per distinguere gli eventi registrati nell’ora ripetuta è utile conservare il riferimento al fuso o all’orario Utc:
| Ora locale del 25 ottobre | Riferimento Utc |
|---|---|
| 02:30, prima occorrenza (Cest, Utc+2) | 00:30 Utc |
| 02:30, seconda occorrenza (Cet, Utc+1) | 01:30 Utc |
| 03:30, ora solare (Cet, Utc+1) | 02:30 Utc |
Le due registrazioni delle 02:30, quindi, corrispondono a momenti diversi, separati da sessanta minuti: verificare timbrature, pianificazioni e registri informatici aiuta a evitare errori nella ricostruzione degli orari.
Nella giornata di oggi, la maggioranza si riunisce in vertice per discutere alcuni punti di dubbio sulla Legge di Bilancio, in arrivo entro fine 2026.
A causa dei margini piuttosto stretti, c’è assoluta necessità che le divergenze tra il Mef e i leader di Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Noi Moderati vengano risolte.
Il margine di spesa del Governo Meloni non è molto ampio. Dei 23,5 miliardi di euro previsti, solo 10 derivano dal bilancio dello Stato, mentre i restanti sono legati a misure in deficit o all’approvazione della clausola di salvaguardia nazionale.
Ecco come saranno distribuite le risorse principali:
Il motivo di maggiore tensione in maggioranza è dato dalla possibilità di tassare, in via straordinaria, gli extra-profitti degli istituti di credito. Secondo Matteo Salvini, leader della Lega, dovrebbe essere il Governo a stabilire una cifra, di almeno 5 miliardi di euro, definendolo un “intervento di assoluto buonsenso”.
Secondo il vice premier Antonio Tajani, invece, sarebbe più saggio richiedere un contributo volontario, per evitare che un prelievo troppo alto abbia come effetto non voluto e collaterale un aumento delle spese per i correntisti.
A pesare sulla decisione di mettere in bilancio bonus energetici per far fronte al caro bollette è anche la voce di Bruxelles. L’Italia infatti ha richiesto alla Commissione e all’Unione maggiore flessibilità per quanto riguarda il prezzo del gas, visto l’arrivo dell’inverno, e ne è uscita con la possibilità reale di tagliare del 25% i costi per imprese e famiglie.
Tuttavia, l’impiego dei margini di flessibilità di bilancio principalmente per calmierare i prezzi dell’energia richiede una valutazione attenta degli impatti a lungo termine. Il percorso verso l’indipendenza energetica comporta infatti investimenti strutturali che, per come è strutturata la fiscalità italiana, incidono sui costi generali di sistema, aumentando i rischi di futuri rincari sulle bollette elettriche.
Per far fronte alle richieste dei partiti di maggioranza sarebbe necessaria una manovra più ampia. Detassare giovani e ceto medio, immaginare una flat tax fino a 100.000 euro e garantire l’uscita dal mondo del lavoro a 64 anni sono spese complesse da sostenere con gli attuali margini di bilancio, che il ministro Giorgetti commenta così:
Si può decidere di fare interventi per quanto riguarda le retribuzioni dei giovani, piuttosto che interventi focalizzati sugli anziani, piuttosto che interventi generalizzati sull’Irpef. Dato un ammontare disponibile di risorse, sono interventi anche alternativi.
Insomma, la linea del Ministro sembra sia programmaticamente rivolta a consolidare la “credibilità rinnovata della finanza pubblica, della sostenibilità e del debito” italiani.
Marriott International, uno dei principali gruppi dell’ospitalità globale con oltre 10.000 strutture ricettive in 148 Paesi, ha aperto le selezioni in Italia per il Voyage Global Leadership Development Program 2027. L’iniziativa offre a neolaureati e laureandi l’opportunità di avviare una carriera manageriale nel settore alberghiero all’interno di prestigiosi hotel situati in Lombardia, Lazio, Veneto e Toscana.
Il programma si fonda sull’apprendimento diretto sul campo e forma i futuri quadri operativi del gruppo attraverso un percorso di sviluppo intensivo.
Il Voyage Program prevede un impegno a tempo pieno della durata variabile tra 12 e 18 mesi a seconda della sede aziendale e degli obiettivi professionali individuati.
I partecipanti vengono integrati nell’operatività quotidiana degli hotel affiancando la pratica sul campo alla formazione tecnica, con brevi rotazioni nei reparti con affiancamento per aiutare i tirocinanti a sviluppare capacità d’innovazione personale.
La Retribuzione Annua Lorda varia a seconda della struttura di inserimento:
Le selezioni per il programma 2027 si articolano su quattro differenti ambiti operativi: Room Operations (gestione camere e accoglienza), Food & Beverage (ristorazione e bar), Culinary (cucina) ed Engineering (manutenzione tecnica e impianti).
Per accedere alle selezioni occorre possedere i seguenti requisiti obbligatori:
Per la copertura dei ruoli può essere richiesta la conoscenza fluente della lingua italiana e della lingua inglese.
Le opportunità d’inserimento per il Voyage Program 2027 sono distribuite nelle seguenti strutture e città italiane:
| Città | Struttura alberghiera | Aree di inserimento disponibili |
| Milano | The Westin Palace Milan | Room Operations, Food e Beverage |
| Milano | Bvlgari Hotel Milano | Room Operations |
| Roma | The Westin Excelsior Rome | Food e Beverage |
| Roma | The St. Regis Rome | Room Operations |
| Venezia | The St. Regis Venice | Room Operations |
| Venezia | JW Marriott Venice Resort e Spa | Room Operations |
| Venezia | The Gritti Palace Venice | Food e Beverage |
| Forte dei Marmi | Principessa Forte dei Marmi | Room Operations, Food e Beverage, Culinary, Engineering |
Per inoltrare la propria richiesta occorre collegarsi al portale delle carriere del gruppo ed accedere alla sezione dedicata alle selezioni. Dalla pagina principale è possibile selezionare la sede d’interesse e compilare il modulo elettronico allegando il Curriculum Vitae aggiornato.
Le candidature per l’edizione con partenza a marzo 2027 devono essere inviate entro il 1° dicembre 2026. L’iter selettivo comprende un video colloquio, una valutazione manageriale, un primo colloquio con il recruiter e l’intervista finale presso l’hotel.
Le opportunità offerte da Marriott International si inseriscono tra i diversi programmi d’inserimento dedicati ai giovani sul territorio nazionale. Si segnalano anche le selezioni promosse da Poste Italiane per portalettere e sportellisti, i reclutamenti curati da Aruba Group per profili tecnici e di compliance e le offerte di lavoro firmate da Lexroom.ai nel campo dell’intelligenza artificiale.
Decenas de miles de jóvenes han tomado las calles en Francia, Bélgica, España, Portugal, Italia y Albania. Se suman así a la llamada revolución de la generación Z (nacidos entre 1997 y 2012), que impulsó en los dos últimos años la caída del Gobierno de Bangladés, la dimisión del primer ministro de Nepal y la disolución del Gobierno de Madagascar. Ahora, en Europa, a las puertas de un superciclo electoral, en el que se decidirán los gobiernos de cuatro de los cinco países más poblados de la UE (Francia, Italia, España y Polonia), los jóvenes comparten un descontento generacional marcado por la sensación de que su futuro se vuelve cada vez más estrecho y precario.

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La Lombardia si gioca una parte decisiva del proprio futuro industriale sulla capacità di formare una nuova generazione di imprenditori. Il primato manifatturiero europeo della Lombardia non è una rendita di posizione. Nei prossimi anni conterà chi sarà capace di prendere in mano le aziende esistenti e quanti giovani avranno la possibilità di costruirne di nuove. È una questione di classe dirigente, prima ancora che di politica economica. Il ricambio generazionale rappresenta una delle condizioni fondamentali per assicurare continuità a un sistema produttivo che ha costruito la propria forza sulla diffusione dell’iniziativa privata e sulla capacità delle imprese di competere nei mercati internazionali. E in gioco c’è anche la tenuta delle comunità nelle quali quelle imprese sono nate e continuano a operare.
È una sfida che Regione Lombardia ha deciso di affrontare anche sul terreno culturale, portando il confronto con le nuove generazioni direttamente nei territori. Si chiama Generazione Impresa il progetto promosso dall’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, che dopo le tappe di Milano e Darfo Boario Terme è arrivato il 16 ottobre al Castello Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano. La terza tappa ha messo al centro le storie di chi ha costruito un’attività, le competenze necessarie per farla crescere e le opportunità che il sistema produttivo può offrire ai giovani. Il percorso proseguirà il 23 novembre a Monza, con l’obiettivo di coinvolgere progressivamente le diverse realtà economiche della regione.
La formula ha puntato sulle testimonianze dirette, lasciando agli imprenditori il compito di raccontare come nasce e si sviluppa un’azienda, quali difficoltà si incontrano e che cosa serve per affrontarle. A Sant’Angelo Lodigiano il confronto ha attraversato mondi produttivi differenti, dall’artigianato alla comunicazione, fino alla ristorazione collettiva. C’è una scelta precisa dietro questa varietà. Il futuro dell’impresa lombarda non si esaurisce nell’economia digitale o nelle startup ad alta tecnologia. Si costruisce anche nei mestieri tradizionali e nelle aziende familiari che devono trovare il modo di rinnovarsi senza disperdere le competenze accumulate nel tempo. Ed è nei centri di provincia, non soltanto nei grandi poli economici, che questo passaggio diventa particolarmente cruciale.
Claudio Curioni, artigiano della Falegnameria Curioni, ha portato la propria esperienza in un confronto sul valore del saper fare. «La nostra storia di falegnameria dimostra che anche se si è artigiani, in una città di provincia, possiamo valorizzare il nostro territorio, crescere con esso, ottenere risultati e soprattutto motivare le generazioni future», ha spiegato. La falegnameria è un esempio concreto di quanto il patrimonio manifatturiero lombardo dipenda da conoscenze che si acquisiscono lavorando e che rischiano di andare perdute quando manca chi è disposto a raccoglierle. Ma conservare un mestiere richiede anche la capacità di adattarlo al mercato contemporaneo. Per un giovane, rilevare un’attività esistente e darle una prospettiva nuova può essere una scelta imprenditoriale altrettanto impegnativa quanto fondare una nuova società.
A raccontare il rapporto tra idee e mercato è stato invece Emanuele Carelli, amministratore delegato di Minimals, con un intervento dedicato alla comunicazione e al marketing. «Io e la mia agenzia siamo molto legati al Territorio», ha sottolineato, augurandosi che la storia della sua attività incoraggi altri giovani a credere nelle proprie idee. Una buona intuizione commerciale rischia di rimanere sulla carta quando manca la capacità di raggiungere i clienti e costruire un’identità riconoscibile. La possibilità di crescere senza recidere il legame con il luogo da cui si è partiti è una parte della sfida.
Valentina Volpi, direttore commerciale e componente del consiglio di amministrazione di Volpi Pietro, ha affrontato il tema della crescita nella ristorazione collettiva, dove la qualità deve confrontarsi ogni giorno con l’organizzazione e con le esigenze di un mercato competitivo. Ha richiamato il valore del passaggio generazionale e dell’innovazione nelle imprese familiari, senza perdere il rapporto con le origini: «mantenendo sempre un forte legame con il territorio e con i valori che rappresentano le nostre radici». Esperienze lontane tra loro, ma utili a mostrare quanto siano diverse le strade attraverso le quali si può costruire un’impresa e quanto la sua evoluzione incida anche su chi lavora e vive intorno all’azienda.
Filippo Galli, ex calciatore e formatore, è stato protagonista di un confronto sul rapporto tra responsabilità individuale e risultati collettivi. Ha ricordato come il cambiamento possa fare paura e come innovare sia «il solo modo per creare valore ed opportunità per sé stessi e per gli altri». Il collegamento con il mondo produttivo è meno distante di quanto possa sembrare. L’immagine dell’imprenditore che costruisce da solo il proprio successo appartiene più alla retorica motivazionale che alla realtà aziendale. Un’organizzazione cresce quando chi la guida sa valorizzare il lavoro degli altri. Imprenditori e dipendenti hanno ruoli differenti, ma condividono l’interesse alla competitività dell’azienda. Questo non cancella la diversità delle loro responsabilità e dei loro interessi; ricorda però che la capacità di costruire una squadra è decisiva soprattutto per chi si prepara ad assumere responsabilità.

La scelta di un formato aperto e accessibile risponde a un problema che la politica economica incontra spesso quando si rivolge ai giovani: la distanza tra le opportunità esistenti e la percezione che quelle stesse opportunità siano davvero alla loro portata. Parlare di impresa attraverso persone che l’hanno costruita può essere più efficace di una campagna istituzionale, soprattutto se le testimonianze non nascondono gli ostacoli incontrati. È anche un modo per avvicinare i giovani a una realtà economica che in Lombardia ha pochi paragoni in Europa. Con oltre 816 mila imprese attive e il 27 per cento delle startup innovative italiane, la regione dispone di un patrimonio produttivo nel quale convivono grandi realtà industriali e aziende nate dall’iniziativa di singoli imprenditori. Un patrimonio che offre alle nuove generazioni la possibilità di trovare la propria strada, raccogliendo esperienze consolidate oppure avviando attività capaci di aprire nuovi mercati.
Ma nessuna leadership industriale si conserva per inerzia. Le aziende devono affrontare trasformazioni tecnologiche sempre più rapide, mentre la concorrenza internazionale impone capacità di adattamento e investimenti continui. In molte realtà familiari si aggiunge la questione del passaggio generazionale. La domanda, inevitabilmente, è chi sarà disposto ad assumersi queste responsabilità nei prossimi vent’anni. E che cosa perderanno i territori se quel testimone non verrà raccolto
I giovani lombardi mostrano una disponibilità maggiore di quanto suggerisca una certa rappresentazione pubblica, spesso concentrata sulle difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro. Una ricerca realizzata dall’Istituto Piepoli per Regione Lombardia su mille ragazzi tra i 16 e i 30 anni rileva che uno su cinque sogna di avviare un’attività in proprio. Il 37 per cento prenderebbe in considerazione questa possibilità per il proprio futuro professionale. Sono numeri che descrivono un interesse diffuso, senza però garantire che possa trasformarsi in nuove imprese. Tra l’aspirazione e la decisione concreta pesano le difficoltà burocratiche, la scarsa conoscenza degli strumenti disponibili e le incertezze legate all’avvio di un’attività. L’80 per cento degli intervistati attribuisce alle istituzioni un ruolo centrale nel favorire l’autoimprenditorialità.
La politica regionale si trova così davanti a due questioni strettamente collegate. La prima è rendere possibile l’avvio di nuove attività, soprattutto per chi non dispone di risorse familiari o di un accesso consolidato al credito. La seconda riguarda la formazione di una cultura imprenditoriale capace di rendere questa scelta riconoscibile e realisticamente praticabile. Per anni il rapporto tra giovani e lavoro è stato affrontato soprattutto dal punto di vista dell’occupazione da trovare. Resta un obiettivo essenziale, ma una regione industriale deve anche preoccuparsi di chi quell’occupazione potrà crearla.
Sul versante degli strumenti economici, Regione Lombardia ha costruito una rete di interventi che prova a ridurre alcuni degli ostacoli iniziali. Il bando Nuova Impresa prevede contributi a fondo perduto fino al 50 per cento delle spese ammissibili. La misura Microcredito dispone di 24 milioni di euro destinati alle piccole e medie imprese e ai lavoratori autonomi. Per le attività innovative le risorse sono più consistenti: Lombardia Venture e Lombardia Venture STEP mobilitano complessivamente 140 milioni di euro. Il primo fondo ha già contribuito ad attivare oltre 87 milioni di euro di investimenti a favore di 14 imprese innovative.
Il problema è accompagnare le aziende anche oltre la fase iniziale, quando un progetto deve dimostrare di saper reggere la prova del mercato. Per sostenere lo sviluppo tecnologico delle startup innovative e il passaggio dalla ricerca alla produzione industriale sono stati stanziati 15,6 milioni di euro. Le Startup Competitions 2026, organizzate con il sistema universitario lombardo e Federated Innovation @MIND, mettono a disposizione complessivamente 900 mila euro attraverso sei competizioni dedicate a filiere strategiche dell’economia regionale. Start Cup Lombardia, dal 2016 al 2026, ha contribuito alla nascita di 54 nuove imprese innovative, che hanno raccolto oltre 70 milioni di euro di investimenti.
A queste iniziative si affiancano programmi di accelerazione come SkyDeck Europe Milano, che dal 2022 ha sostenuto 45 startup, ed ESA BIC Milano, dedicato alle attività imprenditoriali legate all’economia spaziale. Più recentemente è stato avviato Pianeta Accelerator, promosso da Regione Lombardia insieme a Fondazione Cariplo e Principia, con il coinvolgimento dell’Università di Berkeley. Sono strumenti pensati per rafforzare un ecosistema nel quale l’accesso ai capitali deve incontrare competenze adeguate e possibilità concrete di sviluppo industriale.
C’è poi una questione che attraversa l’intero sistema produttivo e riguarda la disponibilità di persone qualificate. La misura Talenti destina 7 milioni di euro a favorire l’inserimento stabile nelle aziende di giovani ricercatori e professionalità altamente specializzate. La competizione internazionale si gioca sempre più sulla capacità di attrarre queste figure e di trattenerle. Per molte imprese lombarde, soprattutto quelle di dimensioni minori, la difficoltà di reperire competenze può diventare un limite alla crescita anche quando esistono le condizioni economiche per investire.
Le politiche di sostegno, per quanto necessarie, non possono però sostituire una nuova disponibilità delle generazioni più giovani a mettersi in gioco. Il rischio sarebbe continuare a finanziare la nascita di imprese senza allargare realmente il numero di persone che considerano possibile avviarne una. La politica ha la responsabilità di costruire un ambiente nel quale l’iniziativa economica venga incoraggiata, il rischio possa essere affrontato con strumenti adeguati e il successo imprenditoriale non venga rappresentato come il risultato di circostanze eccezionali. Le imprese possono rendere credibile questa prospettiva mostrando ai giovani percorsi di lavoro, apprendimento e crescita possibili anche vicino a casa.
È anche una questione di classe dirigente. La Lombardia ha bisogno di giovani capaci di prendere decisioni e assumere responsabilità, indipendentemente dal fatto che scelgano di fondare una startup, guidare un’azienda familiare o sviluppare un’attività artigiana. Il sistema manifatturiero regionale è cresciuto grazie a una diffusione dell’imprenditorialità che ha consentito a molti territori di costruire una propria specializzazione produttiva. Preservare questa caratteristica richiede che nuove persone possano entrare nel mondo dell’impresa, portando competenze diverse e una maggiore familiarità con i cambiamenti tecnologici.
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Il debito degli Stati Uniti è fuori controllo. Il Fondo Monetario Internazionale ha definito la sostenibilità del debito pubblico statunitense preoccupante, con una traiettoria giudicata insostenibile nel medio e nel lungo periodo.
I problemi americani, però, non resteranno dall’altra parte dell’Oceano e toccheranno anche l’Europa e l’Italia. Questo perché gli Stati Uniti, per finanziare il proprio maxi-debito, offrono rendimenti alti e privi di rischio reale.
Non bene. Gli Stati Uniti spenderebbero circa 2,9 miliardi di dollari al giorno solo per gli interessi sul debito. Sono i dati pubblicati dal Tesoro sull’anno fiscale chiuso il 30 settembre scorso.
Il deficit è a 1.990 miliardi di dollari, il 12% in più dell’anno precedente, e gli interessi sono diventati la terza voce del bilancio federale, dietro a pensioni e Medicare e prima della difesa. Gli interessi netti hanno raggiunto la cifra record di 1.050 miliardi, crescendo più delle entrate, della spesa complessiva e del PIL.
La difficoltà degli Stati Uniti è legata al costo del denaro: tasso medio al 3,53% (il doppio del 2021), debito lordo oltre i 40.000 miliardi e rendimento del decennale sopra il 5% dopo le tensioni e la guerra con l’Iran, contro il 4,1% previsto dal Congressional Budget Office.
Le stime, inoltre, rischiano di peggiorare: come calcola il Committee for a Responsible Federal Budget, se i rendimenti restassero un punto sopra le stime, nel 2030 gli interessi costerebbero 2.800 miliardi, pari al 5,9% del PIL.
Fin qui il problema sembra riguardare solo gli Stati Uniti, ma non è così. Il Tesoro americano deve rinnovare oltre 10.000 miliardi di dollari di debito a breve termine. Per convincere gli investitori a comprare i suoi titoli (i Treasury), sta offrendo tassi di interesse molto elevati, superiori al 5%.
Un grande vantaggio per risparmiatori e fondi di investimento, che preferiscono spostare i capitali negli Stati Uniti anziché investirli in Europa. Il rapporto Draghi metteva già in guardia sui circa 300 miliardi di euro di risparmio europeo che vanno ogni anno all’estero, principalmente verso i mercati americani.
Questo denaro finisce così per finanziare le innovazioni tecnologiche americane (data center, intelligenza artificiale, microchip) e la difesa degli Stati Uniti. Risorse che potrebbero andare a sostenere la transizione ecologica, la riconversione industriale e l’autonomia strategica dell’Unione Europea, ma gli USA offrono di più.
L’Europa sta già pagando il conto, ma l’Italia versa un prezzo doppiamente alto a causa dell’enorme dimensione del suo debito pubblico. Sul piano dei conti pubblici l’Italia si sta comportando bene e i mercati si fidano, come dimostra lo spread storicamente basso intorno ai 105 punti.
Il punto è che il rendimento dei BTP italiani non può scendere sotto un certo margine: se il debito americano (la valuta di riserva mondiale) rende il 5%, nessun investitore comprerebbe un BTP italiano a un tasso molto inferiore, ad esempio al 3%. I tassi USA stabiliscono una sorta di tetto minimo dal quale l’Italia non può prescindere.
Ed è in questo contesto che il Tesoro italiano si trova costretto a collocare il BTP Valore e il nuovo BTP Valore Insieme con rendimenti e cedole particolarmente alti, proprio per convincere le famiglie a trattenere i risparmi in patria.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale c’è il rischio che si inneschi un meccanismo difficile da arrestare: più debito porta a una maggiore esposizione all’aumento dei tassi e, se gli investitori iniziano a dubitare della sostenibilità dei conti, possono chiedere interessi ancora più alti per prestare denaro.
Secondo le stime del Fondo, il costo medio effettivo del finanziamento dei governi potrebbe salire dal 2,3% del 2021 al 3,7% nel 2031.
Il debito pubblico mondiale, già al 94% del PIL nel 2025, potrebbe così raggiungere il 100% entro il 2029. Cosa fare, dunque? La direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, ha indicato poche ma significative linee:
L’avvertimento finale, però, riguarda tutti: più si rinvia il riequilibrio dei conti pubblici, più diventerà costoso e doloroso raggiungerlo.
L’Italia ha in giacenza 195.044 tonnellate di olio di oliva, di cui oltre 150.000 tonnellate di extravergine. È quanto emerge dal report Frantoio Italia, pubblicato il 9 ottobre 2026 dall’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF).
L’analisi delle scorte consente di capire non soltanto quanto olio sia presente in Italia, ma anche dove si concentrino le disponibilità, quali tipologie prevalgano e quale spazio occupino le produzioni biologiche e quelle certificate Dop e Igp .
Secondo il report aggiornato mensilmente, al 30 settembre 2026 – rispetto alla rilevazione del 31 luglio 2026 – le scorte di olio in Italia sono diminuite del 16,4%, ma rispetto allo stesso periodo dello scorso anno risultano in aumento del 46,7%. Il dato è elaborato sulla base delle informazioni registrate nei circa 19.500 registri telematici dell’olio (Rto).
La parte più consistente delle disponibilità è costituita dall’olio extravergine di oliva, che raggiunge 150.203 tonnellate e rappresenta il 77% del totale. Seguono l’olio di oliva e raffinato, con 15.676 tonnellate, pari all’8%, e l’olio di sansa di oliva, con 14.915 tonnellate, equivalenti al 7,6%.
Le giacenze comprendono invece:
Inoltre, delle 195.044 tonnellate complessive:
Nel caso dell’extravergine:
Considerando le macroaree geografiche:
Osservando la distribuzione territoriale, nell’ultimo report risulta una forte concentrazione in Puglia, Toscana e Calabria, che detengono insieme il 61,3% dell’intero stock nazionale. In particolare:
Seguono:
Più distanti si trovano:
Chiudono le regioni con disponibilità più contenute, ovvero:
Procedendo con un’analisi interna degli stock, la Puglia ha in giacenza 46.285 tonnellate di extravergine, oltre a quantitativi di olio vergine, lampante, raffinato e di sansa. Da sola, la regione detiene più di un quarto delle scorte nazionali. La Toscana, invece, occupa il secondo posto con 30.885 di olio extravergine di oliva, con le province di Siena, Lucca e Firenze che figurano tra quelle con le maggiori disponibilità.
La Calabria, pur collocandosi al terzo posto della classifica generale delle scorte, possiede un volume di olio extravergine inferiore rispetto all’Umbria (che è quarta). Nello specifico, la regione dispone di 14.414 tonnellate di extravergine, affiancate da 5.071 tonnellate di olio lampante e 4.103 tonnellate di sansa. Al contrario, l’Umbria totalizza 19.510 tonnellate complessive, di cui 16.582 appartengono alla categoria extravergine. Non a caso, il territorio umbro si distingue per la disponibilità di prodotto di qualità, rappresentando il 10% dell’intero stock nazionale.
Infine c’è poi la Sicilia, le cui scorte comprendono 5.321 tonnellate di olio di sansa, a fronte di 7.701 tonnellate di extravergine.
Scendendo nel dettaglio territoriale:
Seguono:
La distribuzione provinciale è dunque ancora più concentrata di quella regionale. Infatti, le prime dieci province concentrano complessivamente il 66% dell’olio detenuto in Italia.
Ad oggi, l’olio extravergine rappresenta la componente principale delle giacenze nazionali, con 150.203 tonnellate. Di queste:
Mentre i blend, ossia le miscele, rappresentano 9.990 tonnellate.
In 12 mesi, rispetto a settembre 2025:
Prendendo però come riferimento l’ultima rilevazione disponibile, la dinamica è diversa. Tra il 31 luglio e il 30 settembre 2026:
Al 30 settembre 2026 le giacenze complessive di olio vergine ed extravergine biologico ammontano a 30.353 tonnellate, in aumento del 114,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In Italia quasi tutto il prodotto biologico in giacenza è extravergine. Le quantità raggiungono 30.175,8 tonnellate, pari al 99,4% del totale biologico. Di queste, 23.549,8 tonnellate sono di origine italiana, equivalenti al 77,6% delle scorte bio.
La Puglia guida ancora una volta questa classifica, con 10.740,1 tonnellate di olio biologico, pari al 35,4% del totale nazionale. Seguono:
Il report Frantoio Italia dedica infine una sezione anche agli oli con denominazione di origine protetta (Dop) e indicazione geografica protetta (Igp). In questo caso, al 30 settembre 2026 le giacenze certificate ammontano a 10.744.483 litri, in aumento del 129,5% rispetto ai 4,7 milioni di litri registrati il 30 settembre 2025. Le denominazioni geografiche registrate presenti nel report sono 50, ma la distribuzione delle scorte risulta concentrata:
La denominazione Terra di Bari occupa il primo posto, con 5.295.782 litri, pari al 49,3% delle giacenze Dop e Igp. Al secondo posto si trova la denominazione Sicilia, con 1.594.594 litri, equivalenti al 14,8%. Seguono:
Nel complesso, l’olio Dop e Igp rappresenta il 5,1% delle giacenze nazionali e il 6,6% dell’extravergine detenuto in Italia.


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Italia e Commissione europea hanno raggiunto un’intesa preliminare sulle misure del decreto Bollette per contenere il costo dell’elettricità per famiglie e imprese. L’accordo, maturato il 16 ottobre dopo un confronto tecnico tra Roma e Bruxelles, apre la strada a un intervento sul prezzo dell’energia senza modificare le regole europee sulle emissioni.
Il risultato rappresenta un passaggio importante per il governo guidato da Giorgia Meloni, che da tempo chiede maggiore flessibilità per affrontare il caro energia. Il punto centrale riguarda la possibilità di ridurre l’impatto del prezzo del gas sulla formazione del prezzo dell’elettricità, attraverso un meccanismo di compensazione dei costi sostenuti dalle centrali elettriche.
L’intesa, tuttavia, non equivale ancora all’approvazione definitiva del provvedimento. L’Italia dovrà notificare formalmente alla Commissione europea il testo aggiornato del piano, che sarà esaminato alla luce delle norme comunitarie sugli aiuti di Stato e sulla concorrenza. Bruxelles ha annunciato l’intenzione di procedere rapidamente con la valutazione una volta ricevuta la documentazione.
Per capire la portata dell’accordo bisogna partire dal funzionamento del mercato elettrico. In Italia l’elettricità viene prodotta attraverso diverse fonti, tra cui solare, eolico, idroelettrico e gas naturale. Il prezzo all’ingrosso, però, è generalmente determinato dall’impianto più costoso necessario a soddisfare la domanda in un determinato momento.
Spesso si tratta di una centrale a gas, soprattutto quando le fonti rinnovabili non sono sufficienti a coprire il fabbisogno. Di conseguenza, un aumento del costo del combustibile può far salire il prezzo dell’elettricità sul mercato, influenzando anche l’energia prodotta da impianti solari ed eolici, che non devono acquistare gas per funzionare. È questo il meccanismo sul quale il governo vuole intervenire. L’ipotesi è introdurre un tetto convenzionale al costo del gas utilizzato per produrre elettricità, così da ridurre il peso dei rincari nella determinazione del prezzo finale dell’energia.
In concreto, il sistema dovrebbe prevedere un livello di riferimento per il costo del combustibile. Se il prezzo effettivo del gas supera tale soglia, la differenza verrebbe compensata attraverso un apposito meccanismo. Il costo riconosciuto per la produzione elettrica risulterebbe così più contenuto e potrebbe contribuire a ridurre il prezzo dell’elettricità sul mercato all’ingrosso. La misura non consiste quindi nell’imporre un tetto generalizzato al prezzo del gas per tutti gli utilizzi, ma nell’intervenire sul costo del combustibile impiegato dalle centrali elettriche. Le modalità operative, la soglia di riferimento e il sistema di finanziamento dovranno essere precisati nel testo definitivo del decreto.
Uno degli aspetti centrali del piano riguarda il finanziamento delle compensazioni. Secondo il meccanismo descritto dal governo, lo Stato dovrebbe coprire la differenza tra il costo effettivo del gas e quello convenzionale riconosciuto ai fini della produzione elettrica.
L’obiettivo è evitare che il prezzo elevato del combustibile continui a trasferirsi integralmente sul mercato dell’elettricità. In questo modo, il sistema dovrebbe contribuire a contenere i costi sostenuti dagli operatori e, attraverso la riduzione dei prezzi all’ingrosso, favorire un alleggerimento delle bollette. La Commissione europea ha fissato però alcuni paletti: l’intervento dovrà essere temporaneo, non dovrà alterare in modo significativo la concorrenza e dovrà garantire che i benefici arrivino integralmente ai consumatori.
Il riferimento è l’esperienza di Spagna e Portogallo, che nel 2022 ottennero dalla Commissione europea l’autorizzazione a introdurre un meccanismo straordinario per contenere l’impatto del gas sui prezzi elettrici. Il cosiddetto modello iberico interveniva sui costi di approvvigionamento delle centrali alimentate da combustibili fossili, con l’obiettivo di ridurre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità durante la crisi energetica.
La soluzione italiana si ispira a quella esperienza, ma dovrà rispettare le condizioni concordate con Bruxelles e le caratteristiche del mercato nazionale. Il precedente dimostra che è possibile introdurre misure temporanee sul funzionamento del mercato elettrico, purché siano compatibili con le regole europee e non compromettano la concorrenza.
Dopo l’intesa preliminare, il prossimo passaggio spetta al governo italiano, che dovrà presentare formalmente il piano alla Commissione europea. L’esecutivo comunitario procederà quindi a verificare la compatibilità del provvedimento con il diritto europeo e con il quadro temporaneo sugli aiuti di Stato predisposto per affrontare le conseguenze della crisi in Medio Oriente.
Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha annunciato che la notifica del nuovo testo dovrebbe arrivare a breve. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha accolto positivamente il risultato della trattativa, considerandolo un passo avanti nella strategia del governo contro il caro energia.
L’accordo segna quindi un avanzamento nel confronto tra Italia e Unione europea. Il governo ottiene la possibilità di intervenire sul costo del gas utilizzato per produrre elettricità, mentre Bruxelles mantiene i vincoli sulla concorrenza e sulla politica climatica. La riduzione delle bollette resta l’obiettivo del piano, ma la sua portata concreta dipenderà dalle condizioni definitive del provvedimento e dalla sua applicazione.
Gli ultimi sondaggi elettorali mostrano come Fratelli d’Italia (27,2%) continui a mantenere il proprio consenso ed anzi torni a crescere (+0,4%) pur essendo al quarto anno di legislatura e di governo.
Sensibile calo, invece, per il Partito Democratico (20,1% / -0,3%) e per il Movimento 5 Stelle (12,4% / -0,4%).
Qui sotto la Supermedia Youtrend per Agi dei sondaggi sulle intenzioni di voto diffusa giorno 15 ottobre (fra parentesi si inserisce la variazione rispetto al 1° ottobre):
* Non rilevato da Eumetra, Noto, Only Numbers e Swg.
** Non rilevato da Emg, Eumetra, Only Numbers e Youtrend.
La Supermedia Youtrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione odierna include sondaggi realizzati dal 1° al 14 ottobre ed è stata effettuata il 15 ottobre sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti Emg (data di pubblicazione 8 ottobre), Eumetra (8 ottobre), Noto (6 ottobre), Only Numbers (2 e 10 ottobre), Piepoli (9 ottobre), Swg (5 e 12 ottobre) e Youtrend (8 ottobre). La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale sondaggipoliticoelettorali.it.
Della situazione dei primi tre partiti si è già detto. Lo ripetiamo brevemente: Meloni (Fratelli d’Italia) cresce mentre Schlein (Partito Democratico) e Conte (Movimento 5 Stelle) calano.
Per il resto, Vannacci (Futuro Nazionale) sembra essersi definitivamente assestato attorno al suo perno elettorale che vale più o meno il 7%: la corsa elettorale del generale si è arrestata ed è in fase di ritracciamento. Oggi FN perde il -0,5% e cala al 7,2%, dietro FI, diventando così il quinto partito d’Italia.
Lieve crescita per la Lega (6,0% / +0,3%), da quando il segretario Salvini ha annunciato le dimissioni (salvo aggiungere l’intenzione di ricandidarsi al congresso per ottenere un nuovo consenso).
Per il resto, ci sono due importanti movimenti al centro.
Il primo: Sud chiama Nord (1,1%) di Cateno De Luca ha annunciato che su base nazionale intende allearsi con il centrodestra, mentre su base regionale tiene le mani libere.
Il secondo: il Partito Liberaldemocratico (1,4%) di Luigi Marattin apre al centrodestra. “Se siamo interessanti lo dovrebbe chiedere al centrodestra. Noi siamo qui, abbiamo una identità liberale e parliamo con chi ci vuole parlare, anche col centrosinistra. Lo ripeto, se son rose fioriranno”, ha detto. C’è una sola condizione: Vannacci deve restare fuori dalla coalizione.
Il quotidiano La Stampa riporta un retroscena elettorale: i tre leader del centrodestra (Meloni, Tajani, Salvini) non hanno un’idea unica su quando sia meglio votare nel 2027: aprile, maggio, giugno o settembre? A pesare sulla scelta c’è il fattore Vannacci: se il generale cala nei consensi, la compagine di governo tirerà avanti ancora. Se il generale dovesse ricominciare a correre, si potrebbe andare al voto anticipato per azzopparlo.
Qui lo stato della coalizione conservatrice:
Qui lo stato della coalizione progressista:
Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Italia di fornire uova per far fronte all’aumento dei prezzi che, dopo la crisi nel 2025, hanno registrato un’impennata senza precedenti. Alla base dell’emergenza americana soprattutto i focolai di influenza aviaria, che avevano provocato la perdita di milioni di galline ovaiole, riducendo l’offerta proprio mentre le famiglie continuavano ad acquistare un alimento fondamentale nella loro dieta.
Nel marzo 2025, l’amministrazione statunitense ha contattato diversi Paesi per aumentare le forniture di uova e contenere l’aumento dei prezzi sul mercato interno. Tra i territori interpellati figuravano il Veneto e la Danimarca, mentre altri accordi o iniziative di importazione hanno coinvolto Paesi come la Turchia e la Corea del Sud.
La richiesta rivolta al Veneto non è stata casuale, poiché si tratta della prima regione in Italia per produzione di uova, con circa 2 miliardi di esemplari all’anno, pari al 26% del totale nazionale. La richiesta americana è arrivata in un momento politicamente delicato. Donald Trump era tornato alla Casa Bianca da meno di due mesi, dopo aver promesso durante la campagna elettorale di ridurre il costo della vita e dei generi alimentari, e proprio le uova, diventate progressivamente più care, erano state utilizzate anche come argomento di scontro politico con la precedente amministrazione di Joe Biden.
Quando i prezzi hanno continuato a salire, quindi, il tema si è trasformato in un problema anche per il nuovo governo.
La crisi aveva raggiunto dimensioni tali che alcuni supermercati americani avevano introdotto limiti agli acquisti, mentre la catena di ristoranti Waffle House aveva applicato un supplemento di 50 centesimi per ogni uovo servito. La ricerca di fornitori esteri risponde quindi all’esigenza di aumentare la disponibilità di prodotto per provare a ridurre la pressione sui prezzi.
La causa principale della crisi americana è stata l’influenza aviaria, un’infezione virale che ha colpito duramente gli allevamenti, imponendo l’abbattimento di milioni di galline ovaiole. Dal 2022, l’epidemia ha provocato perdite enormi nel patrimonio avicolo statunitense e ha ridotto la capacità produttiva proprio in un mercato caratterizzato da consumi elevati.
E come in ogni altro mercato, quello che succede è che quando un bene diminuisce drasticamente, se la domanda rimane elevata, il prezzo tende a salire, soprattutto quando non esistono scorte sufficienti per compensare rapidamente il calo dell’offerta.
La reperibilità è stata fin da subito un problema, ma il fenomeno è diventato particolarmente evidente nei primi mesi del 2025. Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics, il prezzo medio di una dozzina di uova è passato da 4,25 dollari nel dicembre 2022 a 4,82 dollari nel gennaio 2023, fino a raggiungere il picco di 6,23 dollari nel marzo 2025. In alcune situazioni, una confezione da dodici è arrivata a costare circa 8 dollari.
Considerando anche la centralità che le uova hanno nella dieta americana, l’impatto sui consumatori è stato evidente, tanto che a risentirne è stato prima di tutto il budget delle famiglie destinato alla spesa alimentare. L’impossibilità di riportare rapidamente i prezzi a livelli più bassi ha quindi reso necessario cercare soluzioni alternative, comprese le importazioni.
Nelle cantine italiane risultano a oggi presenti oltre 41 milioni di ettolitri di vino, il 14,2% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Lo confermano i dati del report Cantina Italia, pubblicati dal ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (Masaf) il 9 ottobre 2026.
Tuttavia, dall’analisi emerge una distribuzione delle giacenze tutt’altro che equilibrata. Nonostante i circa 23.600 operatori sparsi in tutta la penisola, infatti, oltre il 57% delle scorte di vino si concentra solo in alcune regioni.
Al 30 settembre 2026, il Veneto è la regione italiana con il maggior quantitativo di vino in giacenza. Con oltre 10,2 milioni di ettolitri, questo territorio beneficia del peso delle produzioni legate al Prosecco e di altre importanti denominazioni. Le cantine qui primeggiano in quanto a scorte soprattutto se si considera la distanza rispetto alle altre regioni. Basti pensare che la Toscana, seconda in classifica, si ferma a circa 5,1 milioni di ettolitri. Le sue scorte sono per la maggior parte dei casi produzioni a denominazione di origine protetta. I vini Dop nelle cantine – tra cui Chianti e Chianti Classico – raggiungono infatti i 3.228.140 ettolitri, mentre quelli a indicazione geografica protetta (Igp) risultano essere in quantità pari a 1.498.107 ettolitri.
A seguire, in graduatoria, si posizionano:
Chiudono la classifica:
Nel complesso:
Il primato del Veneto è confermato anche dall’analisi provinciale. Infatti:
Le due province, da sole, superano gli 8,1 milioni di ettolitri, una parte determinante delle giacenze regionali. Treviso è particolarmente rilevante per la filiera del Prosecco, mentre Verona ospita importanti produzioni, tra cui quelle della Valpolicella.
A completare la top 10 delle province con più vino in cantina troviamo:
Oltre alla distribuzione geografica, il report permette di comprendere quali tipologie di vino costituiscono la maggior parte delle giacenze nazionali. E in questo caso:
Anche all’interno delle singole categorie:
Un accumulo di vino nelle cantine non è necessariamente una cattiva notizia in assoluto, ma rappresenta un campanello d’allarme. Numeri a confronto, se si tiene conto del fatto che al 30 settembre 2025 le giacenze di vino in Italia ammontavano a 35.952.457 ettolitri, rispetto ai 41.040.109 ettolitri di quest’anno l’incremento delle scorte è stato oltre 5 milioni di ettolitri (+14,2%) nel 2026.
Per il settore vitivinicolo, un aumento delle giacenze richiede attenzione perché può influire sull’equilibrio tra disponibilità di prodotto, domanda e prezzi. Questi dati, da soli, non sono però sufficienti per concludere che esista un eccesso strutturale di offerta. Tutto dipende infatti anche dalle vendite, le esportazioni, i prezzi medi, i volumi della nuova produzione e le prospettive dei diversi segmenti di mercato.
Quando il vino non riesce a trovare sbocchi commerciali e le bottiglie o i grandi contenitori restano pieni, la filiera si trova a fronteggiare criticità come costi di gestione e una conseguente erosione dei margini di guadagno che spesso costringe i produttori a svendere il prodotto per fare cassa, con il rischio di svalutare l’intera denominazione.