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Descubren una “estación de servicio” romana en la calzada entre Córdoba y Mérida: habitaciones, baño y patio para los caballos

Mellaria fue una ciudad romana de la Bética cuyas ruinas se sitúan en torno al cerro del Masatrigo, a unos ocho kilómetros del pueblo de Fuente Obejuna. Durante siglos se las tomó por una misma población, pero eran dos núcleos distintos y vecinos. Según el estudio, nació hacia mediados del siglo II a.C. como fuerte […]

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Genocidio Gaza, come la BBC ha coperto le responsabilità di Israele

 

L'impianto propagandistico dei media occidentali mostra crepe sempre più profonde. A confermarlo è la stessa BBC, travolta dalle ammissioni shock di un suo alto dirigente rimasto anonimo che, in un'intervista al quotidiano The National, ha squarciato il velo di ipocrisia sulla linea editoriale dell'emittente britannica: la copertura del massacro a Gaza è stata contrassegnata da un'evidente "accondiscendenza nei confronti di Israele".

"La BBC si è messa in una posizione in cui la parola 'genocidio' è diventata un tabù. Ed è un errore gravissimo", ha confessato la fonte interna. Il servizio pubblico britannico si sarebbe trasformato in una cassa di risonanza delle tesi difensive dell'IDF e del governo Netanyahu, piegando la realtà "anche laddove è palesemente ovvio, persino per gli spettatori, che ciò che sta accadendo a Gaza è uno scandalo internazionale".

La tanto decantata "imparzialità" dell'emittente di Londra viene smascherata come uno schermo dietro cui celare la minimizzazione delle sofferenze palestinesi. Per bilanciare narrativamente il massacro in atto, la linea editoriale ha trasformato l'attacco di Hamas del 7 ottobre in un passe-partout giustificatorio per ogni violazione del diritto internazionale. Il tutto mentre all'interno delle redazioni regna un clima di terrore psicologico: il personale evita di denunciare la deriva per il fondato timore di ritorsioni e licenziamenti.

A confermare l'esistenza di questo radicato pregiudizio filo-israeliano sono i dati e gli analisti:

Umanizzazione a senso unico: Faisal Hanif del Centre for Media Monitoring (CfMM) ha evidenziato come i media britannici descrivano le vittime israeliane con un linguaggio emotivo 11 volte più spesso rispetto a quelle palestinesi.

Censura sistemica nei titoli: Un recente rapporto della Relatrice Speciale ONU, Francesca Albanese, cita la BBC come esempio emblematico di un sistema informativo occidentale "intrinsecamente legato al genocidio", evidenziando come l'emittente abbia oscurato la responsabilità israeliana nell'83% dei propri titoli.

Rimozione della storia: La narrazione della BBC ha scientificamente cancellato decenni di occupazione e blocco illegale, riducendo la storia del conflitto al solo inizio del 7 ottobre.

Le testimonianze degli ex giornalisti dell'emittente — alcuni dei quali dimessisi per non farsi complici della deumanizzazione del popolo palestinese — confermano quanto denunciato fin dal novembre 2023 da gruppi di dipendenti ad Al Jazeera: l'uso riservato ed esclusivo di termini come "massacro" o "atrocità" solo quando si parla di azioni palestinesi, a fronte dell'accettazione acritica e passiva di ogni velina militare proveniente da Tel Aviv.

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LETTURA CONSIGLIATA:

LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"

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Lo storico leghista a capo dei trasporti della Lombardia contro Salvini: “I costi su e i fondi già stanziati non arrivano”

A bussare alle porte del governo non ci sono solo gli autotrasportatori, prontamente liquidati da ministri vari tra accuse di criminalità e mancata rappresentatività. In questi giorni, battono cassa anche le aziende del trasporto pubblico regionale e locale, sia a capitale pubblico che privato. “Il settore è a forte rischio e le risorse non arrivano”, è stato il grido di allarme di Andrea Gibelli, a capo del Gruppo Ferrovie Nord Milano e presidente di Asstra, l’associazione che raccoglie 145 aziende e rappresenta il 70% del settore. Un attacco diretto ai ministri competenti, a iniziare da quello dei Trasporti, Matteo Salvini:” Chiediamo al governo di intervenire subito”.

A sorprendere, o forse no, è che l’intemerata sia stata sferrata da un leghista fatto e finito: Gibelli, infatti, è stato deputato del Carroccio e ha mantenuto buoni rapporti con la dirigenza lombarda, incluso il presidente della Regione Attilio Fontana che l’ha indicato, dopo una prima nomina ai tempi di Roberto Maroni, alla guida del gruppo che ha in pancia, tra le altre cose, il 50 per cento di Trenord e la Milano-Serravalle. Un leghista di lungo corso del “giro padano”, nella settimana del congresso, punta il mirino su Salvini e il modus operandi del governo sul tema più caldo del momento: “Le nostre aziende continuano a garantire i servizi con grande sensibilità verso i cittadini, facendosi carico di costi sempre più pesanti e anticipando di tasca propria risorse che spettano loro. Ma la situazione non è più sostenibile”, accusa Gibelli, che è stato anche vicepresidente della Regione Lombardia ai tempi di Roberto Formigoni.

Da febbraio ad agosto 2026, ricorda Asstra, il gasolio ha registrato un aumento del 52% che, considerando il credito d’imposta, scende ma resta comunque oltre il 20%. Il cahiers de doléances è lungo: Asstra lamenta anche il balzo dei prezzi delle altre forme di energia utilizzate dal trasporto pubblico locale: il metano è schizzato del 48% e l’elettricità del 40%, con un “concreto rischio” di “difficoltà negli approvvigionamenti”.

Problematiche aggravate da due aspetti riconducibili direttamente alle politiche del ministero di Salvini: “Abbiamo un Fondo nazionale che ha perso 800 milioni rispetto all’inflazione e 1,25 miliardi di euro già stanziati che non ci vengono liquidati”, continua Gibelli riferendosi al oneri di malattia, rinnovo contrattuale e saldo del Fondo. “Se non si inverte la rotta, i cittadini andranno incontro a seri disagi”, è l’avvertimento del presidente di Asstra paventando il blocco del trasporto pubblico locale “in un momento in cui rappresenta un sollievo concreto per le famiglie italiane”, alla luce del caro-carburanti.

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“Con grande emozione mi candido a sindaco”. Majorino lancia la sua sfida per Milano

Pierfrancesco Majorino rompe gli indugi e ufficializza la propria candidatura a sindaco di Milano. L’annuncio è arrivato giovedì sera dal palco del Teatro della Quattordicesima, nel quartiere Corvetto, scelto non casualmente come punto di partenza della sua corsa verso Palazzo Marino. “È una grande emozione annunciare che mi candido a sindaco”, ha dichiarato il capogruppo del Partito democratico in Consiglio regionale, confermando una decisione attesa ormai da mesi. Majorino chiede ora che il centrosinistra definisca rapidamente il percorso per individuare il candidato della coalizione. La sua preferenza resta quella delle primarie: “Io ho sempre fatto il tifo per le primarie”, ha ribadito, precisando che dovranno svolgersi “in tempi certi”.

La sua discesa in campo rende ancora più affollata la competizione nel centrosinistra milanese. Tra gli aspiranti alla candidatura figurano già il giornalista Mario Calabresi, la vicesindaca Anna Scavuzzo, gli attivisti Tommaso Goisis e Carlotta Cossutta e l’assessore del Municipio 1 Lorenzo Pacini. Una pluralità di nomi e sensibilità politiche che rende sempre più urgente una decisione sulle modalità della selezione.

Majorino e il rapporto con Sala: “Non sono ossessionato dalla discontinuità”

Uno dei passaggi politicamente più significativi dell’intervento riguarda il rapporto con l’amministrazione uscente di Giuseppe Sala. Majorino rivendica la necessità di aprire una fase nuova per il centrosinistra milanese, ma senza rinnegare l’esperienza di governo degli ultimi quindici anni. “Non sono ossessionato dal termine discontinuità, il tema non è guardare al passato, è guardare al futuro”, ha spiegato. L’obiettivo è affrontare alcune delle questioni più delicate della città con maggiore decisione, senza cancellare quanto realizzato dalle amministrazioni precedenti.

La scelta del Corvetto restituisce anche una prima indicazione sulle priorità politiche del candidato: periferie, disuguaglianze, costo della vita e diritto alla casa. Majorino ha annunciato che, se eletto, uno dei suoi primi provvedimenti sarà l’apertura di un ufficio del sindaco in un quartiere popolare, per mantenere un rapporto diretto con i cittadini che vivono maggiori situazioni di fragilità. Un altro impegno riguarda la convocazione, entro i primi quindici giorni di mandato, delle parti sociali, delle rappresentanze del mondo produttivo, delle università e della ricerca, per avviare un grande piano di sviluppo della città.

Urbanistica, Majorino: “Aumentare gli oneri almeno del 20%”

Tra i punti più netti del programma emerge la volontà di cambiare gli equilibri delle politiche urbanistiche milanesi. Majorino immagina un nuovo Piano di governo del territorio che metta al centro le esigenze di chi vuole continuare a vivere a Milano pur disponendo di redditi relativamente contenuti, come i lavoratori che guadagnano 1.500 euro al mese. Il candidato dem propone un aumento generalizzato degli oneri di urbanizzazione di almeno il 20%, per ricavare maggiori risorse dalle trasformazioni immobiliari. E ribadisce che le scelte sul futuro della città non devono essere determinate dagli interessi dei fondi immobiliari.

Sul fronte delle disuguaglianze, Majorino punta inoltre a chiedere un maggiore contributo economico alle persone più facoltose che risiedono a Milano, con particolare riferimento ai beneficiari del regime fiscale agevolato della flat tax. Una proposta che, riconosce lo stesso esponente Pd, richiederebbe anche un intervento legislativo nazionale.

Clima, piscine e sesta metropolitana: le altre proposte

Un altro capitolo centrale è quello ambientale. Majorino propone un piano per ridurre di due gradi, nell’arco del mandato, la temperatura dei quartieri più caldi dell’area metropolitana. Tra gli strumenti indicati ci sono il fotovoltaico sugli edifici pubblici e il potenziamento delle comunità energetiche, per redistribuire ai cittadini i benefici dell’energia prodotta. Non manca una presa di posizione sulla situazione delle piscine comunali, dopo le chiusure e le polemiche sulle tariffe dell’ultima estate. Per Majorino il settore deve essere riorganizzato, assicurando una maggiore accessibilità degli impianti. Sul versante della mobilità, invece, rilancia l’idea di una sesta linea metropolitana a sviluppo circolare, criticando Regione Lombardia per non aver dato sufficiente attenzione al progetto.

Sicurezza, Majorino: “Presidio del territorio e coesione sociale”

Nel programma trova spazio anche il tema della sicurezza, tornato prepotentemente al centro del confronto politico dopo le violenze e i saccheggi che hanno attraversato Milano nel fine settimana del 17 e 18 ottobre. La proposta di Majorino è quella di un approccio progressista che tenga insieme il presidio del territorio, il sostegno all’attività delle forze dell’ordine, la prevenzione e la coesione sociale. Sul piano politico, infine, il candidato guarda anche agli equilibri nazionali, auspicando che, quando sarà sindaco, a Roma possa esserci un governo di centrosinistra con cui costruire un rapporto istituzionale più stretto.

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Stati Uniti accusano formalmente il Canada di voler influenzare le elezioni di midterm

 

Se vi avessero raccontato che un giorno dagli Stati Uniti qualcuno avrebbe potuto accusare il Canada di guerra ibrida e voler influenzare le elezioni solo poco tempo lo avreste preso (giustamente) per pazzo. Eppure in una scheda informativa pubblicata mercoledì, l’Ambasciata degli Stati Uniti a Ottawa è arrivata proprio a questo.

Gli Stati Uniti hanno accusato apertamente funzionari canadesi di tentare di interferire nelle elezioni americane, citando misure commerciali mirate politicamente, campagne pubblicitarie anti-Trump e incontri con politici democratici in vista delle elezioni di medio termine del mese prossimo. Nella scheda si legge: “Il governo canadese liquida le preoccupazioni relative a potenziali interferenze nelle elezioni statunitensi, anche se i suoi ministri e primi ministri provinciali descrivono apertamente piani per influenzare la politica americana in documenti ufficiali e apparizioni pubbliche,” ha affermato l’ambasciata.

Nel documento si fa particolarmente riferimento alla ministra dell’Industria canadese Melanie Joly, che, in relazione alle politiche commerciali del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, aveva dichiarato a marzo: «Ci stiamo assicurando di esercitare pressione sulle imprese americane, negli Stati chiave repubblicani, per fare pressione sull’amministrazione Trump». E ancora: «Stiamo agendo con saggezza e strategia per esercitare pressione politica», ha aggiunto ad agosto.

Washington ha inoltre messo in discussione gli incontri di Joly con funzionari democratici a Boston e Chicago a settembre, nonché una campagna pubblicitaria contro i dazi lanciata dal premier dell’Ontario Doug Ford, in cui l’ex presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan criticava le politiche commerciali protezionistiche. L’ambasciata ha inoltre sottolineato una recente partecipazione della console generale canadese Bernadette Jordan, affiancata da due membri del Congresso democratici, a una tavola rotonda nel Vermont sulle tensioni commerciali, appena tre settimane prima delle elezioni di medio termine. Si fa, infine, riferimento ad una campagna pubblicitaria del governo canadese su cartelloni pubblicitari rivolta a 12 Stati, per lo più a maggioranza repubblicana, e a Washington, DC. «Tutti i canadesi dovrebbero astenersi dal tentare di partecipare o influenzare in qualsiasi modo le elezioni statunitensi», conclude la scheda informativa. «Sono gli americani a decidere le elezioni americane».

Ottawa ha respinto le accuse. Carney ha insistito sul fatto che le misure del Canada fossero volte a proteggere i propri lavoratori e le proprie imprese dai dazi statunitensi, mentre Ford ha negato qualsiasi interesse a interferire nelle elezioni statunitensi. Joly ha difeso i suoi incontri con i politici americani come normale attività diplomatica, sottolineando di aver interagito sia con i repubblicani che con i democratici.

Sono, in estrema sintesa, dichiarazioni di due paesi al limite dalla rottura delle relazioni diplomatiche. 

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Presidenta (E) Delcy Rodríguez recibe a delegaciones del Gobierno y de AN 2015 para mesa de diálogo

Rodríguez reconoció los esfuerzos de las delegaciones en el diálogo para alcanzar acuerdos en materia de garantías políticas para todos los partidos, reforma del sistema de justicia y gestiones relativas al oro depositado en Inglaterra para la recuperación tras el evento sísmico de junio en Venezuela.
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Voto anticipado crece en EE.UU. impulsado por el alto costo de vida

En Texas el voto anticipado creció un 74% respecto a 2022 y en Kansas se duplicó. Esta tendencia se replica en varios estados impulsada por el descontento ante el costo de la vida y el alza de los combustibles.
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Putin smonta la narrazione europea: «La minaccia russa è schizofrenia politica»

La narrazione di una guerra imminente con la Russia continua a occupare il dibattito politico europeo, ma per Vladimir Putin si tratta di una vera e propria «schizofrenia politica». In un’intervista al giornalista Pavel Zarubin per il programma Vesti, il presidente russo ha respinto ancora una volta l’ipotesi che Mosca si stia preparando a un conflitto militare con l’Europa. Putin ha sottolineato che neppure i popoli europei desiderano una guerra contro la Russia. Una posizione che, secondo il leader del Cremlino, dovrebbe spingere i governi occidentali a interrogarsi sulla crescente distanza tra le aspirazioni dei cittadini e la linea adottata dalle rispettive classi dirigenti. Il presidente russo ha inoltre ribadito che l’obiettivo occidentale di infliggere una «sconfitta strategica» a Mosca si è dimostrato irrealizzabile. Da qui l’auspicio che quanti continuano a perseguire questa strategia prendano finalmente atto della realtà e comprendano la convenienza di ristabilire relazioni amichevoli con la Russia.

Non è la prima volta che Putin interviene per contestare la rappresentazione di Mosca come una minaccia militare destinata prima o poi a colpire il continente europeo. Durante il recente intervento al Club Valdai, aveva escluso l’intenzione di attaccare altri Paesi, citando esplicitamente gli anni 2029, 2030 e persino il 2050. Il Cremlino individua anche una possibile spiegazione politica dell’allarme alimentato in Europa: il deterioramento delle condizioni economiche e le difficoltà interne di numerosi Paesi occidentali. La rappresentazione di una Russia pronta a invadere l’Europa finisce così per offrire alle élite al governo uno strumento utile a giustificare il riarmo, l’aumento delle spese militari e una mobilitazione permanente dell’opinione pubblica.

Resta tuttavia una questione che non può essere ignorata. Mentre Putin nega che Mosca voglia una guerra con l’Europa, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov sostiene che le dichiarazioni dei leader occidentali dimostrino una preparazione sempre più seria a un possibile conflitto con la Russia. È proprio questa spirale di sospetti, riarmo e dichiarazioni ostili da parte europea a rendere sempre più difficile qualsiasi prospettiva di distensione.

Ma se l’obiettivo dichiarato di una parte delle leadership europee rimane quello di sconfiggere strategicamente Mosca, la domanda è inevitabile: quanto a lungo il continente potrà permettersi di sacrificare sicurezza, risorse economiche e possibilità diplomatiche sull’altare di uno scontro che rischia di non avere vincitori?

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Sánchez con Broncano: sesión de control del buen rollito

“El presidente del Gobierno, Ricardo [Castella]. ¡Por poco tiempo!”, soltó Broncano con pin de la bandera de España en la solapa cuando presentaba a Sánchez, si bien aclaró que el CIS le daba mayoría absoluta. “Luego dicen que esta televisión es mía. Qué recibimiento, David”.

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Pedro Sánchez, presidente del Gobierno, en 'La Revuelta', con David Broncano.
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I BRICS e i limiti dell’azione collettiva in Medio Oriente

Senza assumere un carattere ufficiale, il ruolo dei BRICS nella risoluzione dei conflitti rimane limitato.

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Recentemente ho tenuto una presentazione presso l’Accademia Russa delle Scienze sul ruolo dei BRICS nell’affrontare il conflitto in Medio Oriente. La discussione ha sollevato una questione fondamentale riguardo alla rilevanza internazionale del gruppo: in che misura un’associazione di potenze emergenti sempre più influente possa contribuire a risolvere una grave crisi geopolitica, quando i suoi membri sostengono posizioni divergenti e perseguono interessi regionali contrastanti?

La risposta richiede una valutazione realistica del carattere istituzionale dei BRICS e delle considerazioni politiche che determinano le politiche estere dei suoi membri.

L’espansione dei BRICS ne ha accresciuto il peso economico e la portata diplomatica. Ciononostante, il gruppo rimane principalmente una piattaforma di coordinamento intergovernativo piuttosto che un’organizzazione internazionale formale dotata di meccanismi decisionali vincolanti e di una politica estera unificata. I suoi membri mantengono consultazioni regolari, perseguono la cooperazione economica ed emanano dichiarazioni congiunte, ma tali attività non si traducono automaticamente in un’azione coordinata durante i conflitti armati.

Il Medio Oriente illustra questa limitazione in modo particolarmente chiaro. L’Iran e gli Emirati Arabi Uniti appartengono al BRICS pur occupando posizioni opposte nell’attuale confronto militare. Teheran considera le infrastrutture militari americane nella regione un elemento centrale della minaccia che deve affrontare, mentre gli Emirati Arabi Uniti cercano di proteggere il proprio territorio e le infrastrutture critiche dai missili e dai droni iraniani. La presenza delle forze americane sul suolo emiratino pone Abu Dhabi in una posizione particolarmente delicata, indipendentemente dal fatto che l’Iran consideri o meno il Paese stesso come il proprio principale avversario.

Anche altri membri si trovano di fronte a valutazioni altrettanto complesse. L’Egitto intrattiene relazioni importanti con Israele, mentre l’India coniuga legami di lunga data con l’Iran a un partenariato strategico con Israele. Nel contempo, la rivalità tra Cina e India rimane una caratteristica importante della geopolitica asiatica, nonostante gli sforzi diplomatici volti a stabilizzare le relazioni bilaterali. Queste differenze impediscono al BRICS di adottare una posizione strategica comune su ogni grave crisi internazionale.

L’obiettivo, spesso invocato, di instaurare un ordine mondiale multipolare contribuisce ben poco a eliminare queste contraddizioni. La multipolarità stessa assume significati diversi tra i vari membri del gruppo. Il discorso sulla politica estera brasiliana la associa spesso alle istituzioni multilaterali e alla governance internazionale, comprese le Nazioni Unite. Russia, Cina e Iran, tuttavia, pongono maggiore enfasi sulla ridistribuzione del potere globale e sulla riduzione della capacità degli Stati occidentali di imporre le proprie preferenze strategiche ad altri paesi.

Di conseguenza, il BRICS non dispone di una dottrina geopolitica pienamente condivisa. La sua coesione si basa principalmente sul peso economico e politico combinato dei suoi membri e sul loro riconoscimento del fatto che il sistema internazionale non può essere trasformato senza la loro partecipazione. Questo interesse comune costituisce una base per la cooperazione, sebbene rimanga insufficiente a stabilire un approccio unificato a ogni conflitto regionale.

Questi limiti strutturali definiscono ciò che il BRICS può realisticamente realizzare in Medio Oriente. Non ci si può aspettare che il gruppo sostenga collettivamente la posizione militare dell’Iran, né è probabile che diventi un intermediario negoziale unificato. Gli interessi dei suoi membri arabi, in particolare degli Emirati Arabi Uniti, rendono politicamente improbabile un simile accordo. Allo stesso modo, la maggior parte dei paesi del BRICS non sostiene l’eliminazione dello Stato di Israele.

Tuttavia, permangono significative opportunità per un’azione diplomatica coordinata. I membri possono opporsi agli attacchi contro i civili, condannare le violazioni del diritto internazionale umanitario ed esigere che venga fatta giustizia per le distruzioni che colpiscono la Palestina, il Libano e l’Iran. Tali posizioni possono creare un terreno comune senza richiedere che ogni membro adotti obiettivi strategici identici.

Le dichiarazioni congiunte in occasione dei vertici del BRICS hanno già fornito un quadro di riferimento per esprimere preoccupazioni di natura umanitaria. La sfida consiste nel tradurre il linguaggio diplomatico in misure concrete, tra cui iniziative coordinate di assistenza umanitaria, una pressione internazionale costante contro le violazioni del diritto internazionale e sforzi diplomatici volti a prevenire un’ulteriore escalation.

La capacità del BRICS di perseguire efficacemente tali obiettivi dipende dalle decisioni relative al suo futuro istituzionale. Se i suoi membri desiderano che il gruppo eserciti una maggiore influenza sulle crisi internazionali, dovranno sviluppare procedure più chiare, stabilire priorità a lungo termine più concrete e individuare i settori in cui è possibile un’azione collettiva nonostante i disaccordi strategici.

Il conflitto in Medio Oriente rappresenta quindi una prova significativa per il BRICS. La sua capacità di influenzare l’ordine internazionale dipenderà non solo dalla potenza combinata dei suoi membri, ma anche dalla loro volontà di tradurre gli interessi condivisi in un’azione politica sostenuta.

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Le tre proposte di Travaglio al Parlamento per l’editoria: “Servono riforme per la libertà di stampa”

“Secondo me ci sono delle riforme che possono essere fatte per migliorare ed ampliare la libertà di stampa che non è mai stata così ristretta come oggi. Descrivere la realtà è quello che proviamo a fare”. Il premio ricevuto è l’occasione per Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano dire “che il Parlamento potrebbe e dovrebbe fare molto per la nostra professione”. Per Travaglio “è incredibile che una legge sul conflitto d’interesse non sia stata ancora varata. Poi una legge che la faccia finita con la concorrenza sleale di coloro che prendono i finanziamenti pubblici dallo Stato rispetto a quei fessi, noi in particolare, che non li prendono. Noi vediamo – continua Travaglio – altri giornali che possono pagare molto meglio i collaboratori, possono assumere più firme, più feste promozionali perché ogni anno vanno a Palazzo Chigi e ricevono più assegni. A noi è stato offerto anche l’anno scorso e l’abbiamo rifiutato”.

Altra riforma dirottare “un po’ dei fondi che vengono dati a pioggia ad editori che sono già miliardari per gli edicolanti perché il problema nostro principale è il crollo delle vendite in edicola dipende dal fatto che le edicole non ci sono più”. In ultimo Travaglio indica una battaglia storica: “le querele temerarie. Non può una battuta satirica essere messa sullo stesso piano dell’attribuzione di un fatto determinato. Facciamo una legge sulle querele che intanto distingua l’opnione legittima di un giornalista e valorrizziamo il valore della rettifica e soprattutto mettiamo un freno alle richieste di risarcimento intimidatorie”.

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Candidato presidencial haitiano promete restablecer la seguridad

Puerto Príncipe, 22 oct (Prensa Latina) Jerry Tardieu, uno de los 17 candidatos a las próximas elecciones haitianas, transmitió su aspiración de resolver la crisis de seguridad que sufre hoy el país a causa de las bandas criminales que imponen la violencia.

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Vila Nova deve R$ 155 milhões e supera dívidas dos rivais Goiás e Atlético-GO

O Vila Nova encerrou 2025 com R$ 155,4 milhões em dívidas, segundo levantamento da Agência Nacional de Regulação e Sustentabilidade no Futebol (Anresf). O valor supera os passivos registrados pelo Goiás, de R$ 114 milhões, e pelo Atlético-GO, de R$ 42 milhões, conforme os dados apresentados pela entidade.

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A diferença entre o débito colorado e o do Goiás é de R$ 41 milhões. Na comparação com o Atlético-GO, a distância chega a R$ 113 milhões.

Os números têm como referência os balanços financeiros de 31 de dezembro de 2025. A plataforma da Anresf reúne informações sobre o endividamento dos clubes brasileiros e permite acompanhar separadamente pendências relacionadas a salários, tributos e transferências de jogadores.

Empréstimos de conselheiros representam 58% do passivo

O balanço financeiro do Vila Nova detalha uma dívida de R$ 155,4 milhões ao fim de 2025. Desse total, R$ 90,6 milhões correspondem a empréstimos concedidos por integrantes do conselho do clube. O montante representa aproximadamente 58% do passivo.

Segundo o relatório, esses empréstimos não tiveram cobrança de juros durante o exercício de 2025, em razão da dispensa dos encargos financeiros. A medida representou uma economia de aproximadamente R$ 9,7 milhões em despesas financeiras para o clube.

As obrigações trabalhistas somavam R$ 29,1 milhões. Já as obrigações tributárias alcançavam R$ 9,5 milhões. O balanço também registrava R$ 8 milhões em compromissos relacionados a transferências de atletas e R$ 17,9 milhões em outras obrigações, incluindo provisões, empréstimos e antecipações.

Receita cai e clube registra déficit em 2025

As demonstrações financeiras apontam que o Vila Nova encerrou 2025 com déficit de R$ 2,8 milhões. A receita operacional líquida foi de R$ 38,4 milhões, abaixo dos R$ 40,4 milhões registrados em 2024.

O clube destinou R$ 14,9 milhões a investimentos durante o exercício, principalmente na aquisição de direitos econômicos de jogadores. No mesmo período, captou R$ 4,5 milhões em empréstimos.

O saldo de caixa registrado no encerramento de 2025 foi de R$ 16 mil, conforme o balanço financeiro. O documento também aponta patrimônio líquido negativo de R$ 62,3 milhões, indicador que representa a diferença entre os ativos e as obrigações contabilizadas pela instituição.

Anresf acompanha pagamentos em atraso

Além das dívidas totais, a Anresf acompanha informações sobre obrigações vencidas relacionadas a salários, tributos e transferências de jogadores. Os clubes prestam informações em três períodos ao longo do ano.

A janela mais recente mencionada no levantamento ocorreu em julho de 2026. A próxima atualização está prevista para 30 de novembro.

Confira o ranking das dívidas dos clubes:

  • 1. Atlético-MG: R$ 2,21 bilhões
  • 2. Corinthians: R$ 2,08 bilhões
  • 3. Botafogo: R$ 1,78 bilhão
  • 4. Cruzeiro: R$ 1,28 bilhão
  • 5. Palmeiras: R$ 1,13 bilhão
  • 6. Internacional: R$ 1,05 bilhão
  • 7. Fluminense: R$ 1,04 bilhão
  • 8. Santos: R$ 999 milhões
  • 9. Vasco: R$ 963 milhões
  • 10. Flamengo: R$ 950 milhões
  • 11. São Paulo: R$ 917 milhões
  • 12. Grêmio: R$ 811 milhões
  • 13. RB Bragantino: R$ 727 milhões
  • 14. Athletico-PR: R$ 374 milhões
  • 15. Bahia: R$ 357 milhões
  • 16. Sport: R$ 324 milhões
  • 17. Náutico: R$ 291 milhões
  • 18. Vitória: R$ 288 milhões
  • 19. Fortaleza: R$ 276 milhões
  • 20. Avaí: R$ 266 milhões
  • 21. Ponte Preta: R$ 235 milhões
  • 22. Ceará: R$ 217 milhões
  • 23. América-MG: R$ 182 milhões
  • 24. Chapecoense: R$ 171 milhões
  • 25. Novorizontino: R$ 167 milhões
  • 26. Vila Nova: R$ 155 milhões
  • 27. Coritiba: R$ 155 milhões
  • 28. Goiás: R$ 114 milhões
  • 29. Botafogo-SP: R$ 89 milhões
  • 30. São Bernardo: R$ 77 milhões
  • 31. Athletic: R$ 72 milhões
  • 32. Londrina: R$ 44 milhões
  • 33. Atlético-GO: R$ 42 milhões
  • 34. Cuiabá: R$ 40 milhões
  • 35. Remo: R$ 37 milhões
  • 36. Juventude: R$ 22 milhões
  • 37. Mirassol: R$ 7,4 milhões
  • 38. Operário-PR: R$ 4,2 milhões
  • 39. CRB: R$ 900 mil

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Alta dos Treasuries pode ser oportunidade para brasileiros

O juro dos títulos públicos americanos está num momento de alta histórica e esse pode ser um momento atrativo para os brasileiros investirem na economia “mais segura do mundo”.  

O Treasury de 10 anos está com rendimento acima de 5% ao ano. Já o Treasury de 30 anos atingiu máxima histórica em 24 anos, com 5,7% e opera a 5,4%. 

Marília Fontes, apresentadora do Resenha do Dinheiro, explicou que o investidor brasileiro pode ser atraído pelos Treasuries porque o rendimento está em patamares não vistos há décadas. Segundo Fontes, é muito difícil para os brasileiros conseguirem um rendimento em dólar alto como esse.“O brasileiro tinha que ir para um corporate bond, de uma empresa mais arriscada, que tinha uma taxa mais razoável, de 3,5% em dólar”, explica Fontes.  

Suportar maiores riscos também era necessário para conseguir um rendimento alto investindo nos Estados Unidos aqui do Brasil. Thiago Godoy, educador financeiro, disse que o próprio acesso aos ativos estrangeiros já foi mais difícil, mas que hoje investir fora do Brasil ficou mais acessível, via ETFs, bolsas da B3 ou via uma conta internacional digital. 

Para Bernardo Pascowitch, fundador e CEO do Yubb, os investimentos em títulos públicos americanos ainda são pouco procurados por brasileiros. “Se você gosta de Tesouro Direto, de emprestar dinheiro para o governo, você deveria considerar fazer o mesmo com a economia considerada a mais relevante e mais forte do mundo”, disse Pascowitch. 

Por que os Treasuries estão subindo tanto? 

Em tempos de incerteza econômica, é comum a procura por títulos públicos, que oferecem maior segurança para os investimentos e menor volatilidade. No entanto, não é esse o comportamento dos investidores americanos atualmente.  

Eles estão deixando o mercado de títulos, vendendo seus papéis e exigindo taxas mais altas nos leilões de títulos do governo, à medida que a inflação segue em alta no país. 

Os investidores dos Estados Unidos não estão mais aceitando rendimentos em patamares mais baixos. O Treasury de 10 anos passou décadas entre 2% e 3%. Patamar que hoje não gera atratividade para o mercado. 

Resenha do Dinheiro   

O programa é apresentado por Marilia Fontes, sócia-fundadora da Nord Investimentos, Bernardo Pascowitch, fundador e CEO do Yubb e Thiago Godoy, o “Papai Financeiro”;  e propõe uma abordagem leve, direta e descomplicada sobre temas ligados à educação financeira e investimentos. A atração aborda semanalmente os principais temas da economia com a informalidade de uma conversa entre amigos — sem abrir mão da análise.  

O Resenha do Dinheiro vai ao ar todas as sextas-feiras, às 19h, no canal do CNN Money no YouTube e aos domingos, às 15h, na CNN Brasil 

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Midterms pode ser problemática para déficit dos EUA, diz relatório Barclays

As eleições de meio de mandato dos Estados Unidos se aproximam e, segundo o relatório mensal de perspectivas de mercado do banco Barclays, elas podem ser problemáticas para o déficit do país. Se houver uma troca da maioria dos republicanos para os democratas é provável que se estabeleça um impasse entre um Congresso democrata e um Executivo republicano.   

Segundo o relatório, esse impasse impossibilitaria que qualquer novo projeto de lei de grande impacto fosse aprovado. O que significa que quaisquer medidas para reduzir de forma significativa o déficit dos Estados Unidos também ficariam presas.  

O déficit fiscal americano atingiu US$ 1,99 trilhão, o maior valor em cinco anos, segundo o Departamento do Tesouro. Impulsionado pelo reembolso de tarifas e gastos recordes para pagar a dívida nacional de mais de US$ 40 trilhões. 

O cenário pode também não ser favorável à inflação e aos juros americanos, que estão em máximas históricas. Uma inação do governo, resultado do impasse entre Congresso e Governo, pode ser problemática em um cenário em que o rendimento do Tesouro americano em papéis de longo prazo já ultrapassa 5%.  

Composição atual do Congresso americano 

Atualmente os republicanos detêm uma maioria apertada na Câmara, com 218 representantes republicanos e 214 democratas. No Senado o desenho é parecido, com 53 republicanos e 47 democratas. O cenário atual mostra que qualquer alteração significativa nas midterms pode alterar a maioria republicana atual para uma maioria democrata. 

Na Câmara, todas as 435 cadeiras estão em disputa, já no Senado apenas 33 cadeiras. Segundo o Barclays, para garantir a maioria, os democratas precisam de um ganho líquido de quatro cadeiras.  

Imediatamente após a eleição, os membros em exercício ainda podem votar, mesmo que tenham perdido seus assentos. O Congresso atual permanece em exercício até o dia três de janeiro, período em que buscarão avançar com suas pautas.  

Para os investidores é importante ressaltar que o prazo de financiamento governamental dos Estados Unidos é dia 11 de dezembro.  

Resenha do Dinheiro   

O programa é apresentado por Marilia Fontes, sócia-fundadora da Nord Investimentos, Bernardo Pascowitch, fundador e CEO do Yubb e Thiago Godoy, o “Papai Financeiro”;  e propõe uma abordagem leve, direta e descomplicada sobre temas ligados à educação financeira e investimentos. A atração aborda semanalmente os principais temas da economia com a informalidade de uma conversa entre amigos — sem abrir mão da análise.  

O Resenha do Dinheiro vai ao ar todas as sextas-feiras, às 19h, no canal do CNN Money no YouTube e aos domingos, às 15h, na CNN Brasil 

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Scontro tra Sommi e Friedman su La7. “Attento a dare del filoputiniano, poi le querele si pagano”. “Mi minacci, signor avvocatino cafone?”

Scintille in diretta a Omnibus, su La7, tra Luca Sommi, giornalista del Fatto Quotidiano e conduttore di Accordi & Disaccordi, e il giornalista economico Alan Friedman. Casus belli: le proteste giovanili di Milano e il ruolo delle presunte interferenze russe nell’alimentare le tensioni sociali in Europa.
Tutto comincia dall’analisi di Sommi sugli scontri di Milano. Il giornalista del Fatto respinge l’idea che dietro la rabbia dei ragazzi ci sia la regia di Mosca e richiama invece le disuguaglianze economiche, l’inflazione e la perdita del potere d’acquisto delle famiglie. Sommi insiste soprattutto su un punto: attribuire il disagio giovanile alle infiltrazioni russe significa distogliere lo sguardo dalle condizioni materiali in cui vivono milioni di persone.
“Mi viene da sorridere al pensiero che il disagio giovanile in Italia e in Europa sia colpa delle infiltrazioni di Putin – osserva – Non riesco a rimanere serio su questa cosa, perché in realtà parliamo di un problema strutturale”.
Poi richiama la condizione sociale di tanti manifestanti, spesso figli di immigrati di seconda generazione o delle fasce più povere della popolazione italiana: “Qui ci sono dei ragazzi che non ce la fanno più. A 11 anni vai in piazza a manifestare. Questo è un termometro di una sperequazione sociale esasperata. Se tu togli 300 euro di reddito di cittadinanza magari al papà, che temporaneamente era in difficoltà, e non hai il coraggio di tassare le multinazionali e i super ricchi, allora accadono queste cose”.

A intervenire successivamente è Antonio Di Bella, ex direttore del Tg3, che introduce una distinzione tra le origini delle proteste e il loro sfruttamento politico da parte del Cremlino: “È chiaro che il fuoco degli scontri non viene acceso dalla Russia o da qualche misterioso manovratore. Ma apertamente gli esponenti del governo Putin usano le tensioni europee come prova della crisi dell’Occidente“.
Di Bella cita anche Aleksandr Dugin, ideologo nazionalista russo e rbadisce che non c’è nessuna “manina misteriosa” ma una strumentalizzazione alla luce del sole: “È evidente che chi manifesta e gli scontri non sono creati da fuori, ma sono alimentati e sfruttati da fuori”.
Dal collegamento Friedman applaude e mostra il gesto dell’ok con la mano. E commenta: “Antonio Di Bella ha detto perfettamente. Poi che qualche filoputiniano difenda Putin non è una sorpresa, che sia un giornalista per un giornale di propaganda del Cremlino, che sia un politico di destra…”.
Sommi interviene: “Friedman, attenzione a dare dei filoputiniani perché si beccano le querele e poi le si pagano”.
Il giornalista americano ribatte immediatamente: “Mi stai minacciando?”..
“No – replica Sommi – Ti invito alla cautela a usare certi termini perché li hanno già usati a lungo anche sul Corriere della Sera e poi hanno pagato copiosamente per aver dato dei filoputiniani a chi si interroga sulle questioni invece di chi liscia da una parte. Te lo dico così, per rinfrescarti le idee”.

Il riferimento è alla vicenda giudiziaria di Alessandro Orsini, sociologo e professore associato alla Luiss Guido Carli di Roma. Il 5 giugno 2022 il Corriere della Sera pubblicò un articolo firmato da Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini, intitolato “Influencer e opinionisti. Ecco i putiniani d’Italia” e dedicato a una presunta rete di opinionisti e influencer che rilanciavano la propaganda del Cremlino, con riferimenti alle attività del Copasir e dei servizi di intelligence. Tra i nomi compariva quello di Orsini, accompagnato dalla sua fotografia. Il professore ha promosso una causa civile contro Rcs, il direttore Luciano Fontana e le due giornaliste. Il Tribunale di Milano, in primo grado, ha condannato i convenuti a risarcirlo con 27.500 euro per danni e circa 5mila euro per spese processuali.

Friedman sbotta: “Questo è talmente da cafone che neanche ti rispondo. Io non sono qui per litigare e non credo di aver nominato nessun giornale. Attenzione, signor avvocatino“.
Sommi non arretra e gli fa notare la sequenza degli interventi: “Hai parlato di “giornalisti filoputiniani” subito dopo che ho detto che un conto è esultare perché l’Europa va male, visto che c’è una guerra, un conto è avere l’intromissione di Putin nei social»”.
Friedman rivendica di non aver indicato alcuna testata né alcuna persona specifica: “Ho fatto il nome di qualche giornale? Mi querela per non aver fatto nessun nome e aver parlato genericamente? Ma va’! Io volo alto e non scendo a questi livelli bassi, ok?”.
Sommi ride e ribadisce: “Hai appena detto dei giornalisti filoputiniani”.
“Ho parlato genericamente dei putiniani in Italia senza nominare nessuno, signorino“, rilancia Friedman.
Greco, visibilmente spazientito, cerca di chiudere il battibecco: “No, no, non ha nominato nessuno, benissimo”.
Ma Friedman continua a interrompere, ripetendo “Signorino!” e poi “Piccolo signore!“, mentre Sommi reagisce divertito e il conduttore è costretto ad arrendersi con una battuta: “Siamo alla frutta, come dicono in Calabria“.

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Guterres: situação na Palestina está fora de controlo

O secretário-geral da ONU exige fim da ocupação israelita e solução de dois Estados, enquanto 80 ativistas foram detidos durante apanha da azeitona perto de Belém.

© MAST IRHAM/EPA

António Guterres relembrou ataques diários de colonos israelitas contra comunidades palestinianas, bem como os ataques que têm acontecido contra jornalistas
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"Bateram-me mais de 100 vezes", relata fotojornalista

Heidi Levine recorda como jovens palestinianos a salvaram do ataque de colonos israelitas. "Nem consigo contar quantas vezes me bateram, provavelmente mais de 100", diz, prometendo voltar ao terreno.

© Anadolu via Getty Images

Fotojornalista Heidi Levine foi espancada por colonos, que tentavam impedir os palestinianos de fazerem a colheita da azeitona
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