Kherson: Leão XIV pede a Zelensky colaboração com Rússia

© ANGELO CARCONI/EPA

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El Gobierno italiano de Giorgia Meloni ha decidido enviar a Milán 500 soldados para garantizar la seguridad de la ciudad tras dos noches consecutivas de caos y saqueos en el centro, en una emulación de lo sucedido en Francia. Lo ha anunciado el vicepresidente y líder de La Liga, Matteo Salvini, milanés, este lunes por la tarde como parte de un decreto con nuevas medidas de seguridad que el Consejo de Ministros aprobará probablemente el martes. Meloni ha mantenido una reunión con varios ministros y responsables de seguridad para acordar algunas decisiones, como extender el arresto preventivo a menores de edad, según los medios italianos. Es una medida aprobada recientemente que permite retener antes de una protesta a los sospechosos de posibles actos violentos. También se baraja la prohibición de reunirse en grupo en lugares públicos a los menores detenidos.

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Il presidio del centrodestra unito contro “maranza e centri sociali” finisce a schiaffi. Verso le 18 in piazza San Carlo iniziano a radunarsi gli esponenti di Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi Moderati. Reggono uno striscione “Maranza e centri sociali: pene esemplari per questi criminali”. C’è il presidente del Senato Ignazio La Russa, l’eurodeputata Letizia Moratti e la candidata sindaca leghista Silvia Sardone che posa dietro allo striscione dei giovani leghisti: “Vi remigreremo tutti”. Ed è proprio quando viene srotolato lo striscione che un gruppetto di ragazzi che passano da lì inizia a contestare il presidio: “Voglio proprio vedere quando rimarranno qua solo i maranza italiani – dice un ragazzo – perché i maranza non sono solo arabi, ma anche italiani. e chi dice nulla per loro”. La risposta di alcuni dei presidianti non tarda ad arrivare: “Torna nel deserto, lavati”. Il gruppo viene portato lontano dalla polizia e la tensione sale. Il presidente del Senato La Russa lascia la piazza scortato e dice ai contestatori: “Andate via, occhio che vi menano”. I contestatori rispondono dandogli del “burattinaio”. E poco dopo uno dei partecipanti al presidio tira uno schiaffo e aggredisce i contestatori.
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La notizia è arrivata con soli 14 giorni di anticipo: dal 1° novembre Trenitalia cancellerà i carnet Smart, quelli da 10 biglietti Standard andata e ritorno per Frecciarossa e Frecciargento. Una soluzione che, ad esempio, sulla tratta Torino-Milano, era già arrivata a costare 139 euro. Nel 2024 erano 99. Significa che c’è già stato un rincaro del 40%. Ora, la decisione improvvisa di sospendere i carnet è stata comunicata con una nota sul sito.
Nel frattempo, la compagnia ferroviaria di bandiera ha abbassato l’abbonamento mensile da 374 a 294 euro, ma anche questa suona come una presa in giro, dal momento che per ogni biglietto è stata introdotta una prenotazione obbligatoria da due euro. Significa che chi si muove lungo la linea Torino-Milano spostandosi cinque volte al mese vedrà un rincaro mensile di 175 euro (+126%) rispetto ai 139 del carnet. Con dieci viaggi si passa da 278 a 334 euro, con un aumento di 56 euro. Sono aumenti dai 600 ai 1900 annui. Per chi si muove da Torino a Milano due volte a settimana, l’impatto sarà di 1.400 euro di costi di trasporto in più all’anno. Interi stipendi.
In sostanza Trenitalia, un’azienda pubblica, sta facendo cassa sui lavoratori pendolari non quotidiani, studenti universitari, collaboratori occasionali e precari, giovani in smart working. La società si difende sostenendo che il fenomeno del lavoro in remoto si sarebbe ridimensionato dopo la sua fase espansiva in epoca di Covid. Eppure quei lavoratori e quelle lavoratrici, quegli studenti e quelle studentesse esistono ancora (e, aggiungo, l’arretrare del lavoro agile è una pessima notizia).
Il carnet Smart composto da 10 corse su tratta unica su Frecciarossa/Frecciargento in classe standard restava lo strumento più usato da lavoratori giovani e precari, che devono recarsi in ufficio cinque, dieci, al massimo volte al mese (ovvero poche). Lavoratori che si spostano al massimo tre volte a settimana non hanno bisogno di un abbonamento, sproporzionato rispetto all’uso. Senza contare che spesso non hanno la possibilità di prenotare subito il biglietto andata e ritorno (il che permetterebbe di spendere solo 2 euro di prenotazione anziché 4), perché i loro orari d’ufficio non vengono quasi mai rispettati. Che alternative hanno adesso queste persone? Soltanto i treni regionali, che significano il doppio del tempo perso in spostamenti.
C’è infatti una realtà di fondo in tutto questo: il problema strutturale è il numero insufficiente di treni, con la conseguenza che nelle ore di punta risulta quasi impossibile prenotare l’alta velocità in classe standard. Anziché aumentare i posti, Trenitalia sta puntando a spostare i pendolari non regolari sui regionali. Una non soluzione, punitiva per un’intera categoria, in un momento di enorme difficoltà.
Per questo come Avs abbiamo parlato di una mossa classista e ambientalmente scellerata, che il Ministero dei trasporti dovrebbe impedire. Perciò ho depositato un’interrogazione rivolta al “peggior Ministro delle infrastrutture dai tempi dell’invenzione della ruota”. In un Paese attraversato da carovita, prezzi insostenibili di energia, carburante e beni primari, rispetto a cui i salari da fame non possono stare al passo, è incredibile che invece di incentivare gli spostamenti su rotaie si punisca chi sceglie il treno come mezzo di trasporto.
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Pendolari in rivolta e interrogazioni parlamentari annunciate al ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Perché da novembre Trenitalia cancella il Carnet Smart, dieci viaggi in trenta giorni sui treni dell’Alta Velocità, dal lunedì al venerdì, a prezzi agevolati. Una decisione che interessa soprattutto i tanti lavoratori che alternano presenza in ufficio e smart working. Sulle tratte Torino-Milano, Bologna-Milano e Roma-Napoli il carnet costa 139 euro, 13,90 a viaggio; sulla Firenze-Bologna 99. Ma a meno di non effettuare una ventina di tratte al mese, toccherà sborsare di più o trovare un’alternativa. Una prospettiva che, però, per Trenitalia non rappresenta l’attuale domanda, alla quale l’azienda sostiene di aver risposto con un abbonamento mensile con una riduzione di 80 euro.
Sulla Torino-Milano il nuovo abbonamento mensile scenderà da 374 a 294 euro, ma ogni prenotazione costerà 2 euro. Cinque viaggi, per dieci tratte tra andata e ritorno, oggi acquistabili a 139 euro, con l’abbonamento costerebbero 314 euro: 175 euro in più (+126%). Con dieci viaggi si passerebbe da 278 a 334 euro, +56 euro. Senza Carnet Smart, denuncia il Comitato Pendolari Alta Velocità Roma-Napoli, chi non acquista l’abbonamento potrebbe pagare circa 48 euro a viaggio a tariffa piena, contro i 13,90 euro a tratta del carnet. “Non si può chiedere ai lavoratori di moltiplicare per tre o quattro il costo della propria mobilità semplicemente per continuare a recarsi al lavoro”, scrive il Comitato sui social, chiedendo il ripristino o un’alternativa equivalente.
C’è già chi minaccia di passare alla concorrenza. Nelle chat dei pendolari circolano reclami a Trenitalia e inviti a rivolgersi all’Antitrust. Perché, si legge sui social, “cancellano la sola tariffa flessibile per chi fa smart working o turni parziali”, e annuncia di rivolgersi alla concorrenza”. Sulla Torino-Milano, ad esempio, Italo offre dieci viaggi a 179 euro: 40 in più rispetto al vecchio carnet, ma meno dei 314 euro dell’abbonamento Trenitalia. Che diventa conveniente se i viaggi raddoppiano: con venti viaggi il nuovo abbonamento Trenitalia costa 334 euro contro i 358 di due carnet Italo. Su alcune tratte, però, la concorrenza non offre la stessa copertura e non manca chi si sente costretto a scegliere l’auto. Ci sono poi altri tipi di carnet che Trenitalia manterrà, ma per chi non si sposta tutti i giorni la soluzione più economica è arrivata al capolinea.
Trenitalia difende la scelta, che giustifica con un’evoluzione della domanda, dove il fenomeno dello smart working si sarebbe ridimensionato rispetto al passato, a quando il Carnet Smart era nato, subito dopo il Covid. L’azienda evidenzia rivendica “il nuovo modello di gestione degli abbonamenti mensili all’Alta Velocità, con una riduzione di 80 euro“. Che, spiega in una nota “si inserisce in un percorso di evoluzione dell’offerta commerciale volto a rispondere alle mutate esigenze di mobilità dei clienti e a un utilizzo più efficiente dei posti disponibili sui treni”. Il Carnet Smart, spiega l’azienda, arrivò dopo la pandemia per il lavoro agile. Ora vuole contrastare anche le prenotazioni non utilizzate che, dice, sottraggono posti. I 2 euro saranno rimborsati annullando il viaggio prima della partenza. E sulla Napoli-Roma, scrive Trenitalia in una nota, “chi fa trenta viaggi risparmierà 20 euro rispetto al vecchio abbonamento”. Di altro avviso alcuni parlamentari. Marco Grimaldi (Alleanza Verdi e Sinistra) denuncia una “mossa classista e ambientalmente scellerata” a danno di studenti e precari e annuncia un’interrogazione a Salvini. Anche Raffaella Paita e Ivan Scalfarotto (Italia Viva) interrogheranno il ministro: “Chi si sposta per motivi professionali non può essere costretto a quadruplicare la spesa con abbonamenti mensili da oltre 400 euro o a pagare i viaggi a tariffa piena”.
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Il tema del carcere va e viene sulla stampa nazionale. Circolano sui media i dati sul sovraffollamento quando i garanti locali o quello nazionale (latitante da quando il collegio, ora formato da due nominati dalla maggioranza e un Cinquestelle, è stato aggiornato); leggiamo, quando capita, le cronache delle rivolte dei detenuti o degli abusi dei detenenti. Ma niente cambia mai. Eppure qualcosa di semplice e non costoso potrebbe essere fatto. Qualcosa in più di un cerotto sulla ferita: garantire cure adeguate ai detenuti malati.
Il rapporto del Garante nazionale registra nei primi otto mesi del 2026 centottantaquattro morti nelle carceri italiane: quarantanove suicidi accertati, ottantotto decessi per cause naturali, trentasette ancora da chiarire, otto morti accidentali e due omicidi. Dietro la contabilità c’è una domanda che dovrebbe precedere ogni disputa sulla severità delle pene: quante di queste persone si sarebbero potute salvare?
«Cause naturali» indica una categoria, non attesta che una morte fosse inevitabile. Occorre sapere se una diagnosi sia arrivata in tempo, se una visita sia stata effettuata, se una terapia fosse disponibile. E i casi ancora da chiarire impediscono di trasformare la lieve diminuzione dei suicidi accertati in un bollettino di successo.
Chi è libero può cercare un altro medico, andare al pronto soccorso, chiedere aiuto. Chi è recluso dipende dalle decisioni e dai tempi dell’amministrazione. Proprio questa dipendenza rende più stringente la responsabilità pubblica.
Non ogni morte dimostra una colpa dello Stato. Ogni morte sotto la sua custodia esige però una spiegazione. Chiedere personale sanitario, assistenza psichiatrica e accesso effettivo alle cure significa pretendere che lo Stato rispetti i propri obblighi.
La pena toglie la libertà. Non dovrebbe togliere il medico. Possibile che, se non il ministro, il Parlamento non si faccia carico di una soluzione?
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Come ogni anno l’appuntamento promosso dalla Niaf con la floridissima comunità italoamericana, nell’ambito delle celebrazioni del Columbus Day, rappresenta anche l’occasione per fare il punto sulle relazioni bilaterali tra Italia e Stati Uniti. Relazioni che rimangono solidissime, nonostante le recenti divergenze tra Trump e Meloni. Lo dice a Formiche.net il capodelegazione di FdI al Parlamento europeo Carlo Fidanza.
Qual è lo stato delle relazioni Italia-Usa dopo le recenti polemiche?
Il lavoro sulle cose concrete non si è mai fermato, anche grazie all’ottimo contributo dell’ambasciata italiana negli Usa guidata dall’ambasciatore Marco Peronaci e dell’ambasciatore americano a Roma Tillman Fertitta, così come dell’impegno di realtà consolidate come l’American Chamber of Commerce italiana. Continua il flusso di investimenti da un lato e dall’altro. E i due governi hanno positivamente concluso l’accordo sulla Pax Silica, con l’adesione dell’Italia a questa alleanza strategica sui minerali critici che è davvero decisiva se vogliamo realizzare le transizioni senza aumentare la nostra dipendenza dalla Cina.
Quale può essere ruolo geopolitico dell’ Italia?
L’Italia continua a credere nella Nato che oggi più che mai deve trasformarsi da alleanza militare ad alleanza geopolitica, coinvolgendo i Paesi likeminded che sono ancora fuori dall’orbita cinese. L’Italia porta in dote la sua proiezione nel Mediterraneo, la straordinaria intuizione del Piano Mattei per l’Africa, la solidità dei rapporti con i Paesi del Golfo, un protagonismo crescente in America Latina grazie all’allineamento politico con i nuovi governi conservatori del continente, in attesa di ulteriori buone notizie dal Brasile. Questo è il frutto della stabilità del nostro governo e della straordinaria abilità di Giorgia Meloni.
Qual è lo stato di salute del nostro export verso gli Usa?
I dati del nostro export sono eccezionali e crescono anche negli Usa nonostante i dazi. Soffriamo un po’ sul food and wine ma cresciamo grazie alla straordinaria capacità di adattamento della nostra manifattura e grazie ai risultati del settore farmaceutico. Su quest’ultimo, però, bisogna intervenire per limitare i danni derivanti dall’applicazione da parte americana del principio della Most Favoured Nation, che rischia di compromettere competitività e ricerca.
Quali i settori più promettenti?
Oltre alla farmaceutica e alle scienze della vita, ovviamente rimaniamo fortissimi nella meccanica. Abbiamo possibilità di sviluppo importanti nella difesa, estendendo questo concetto allo spazio e al dominio sottomarino, senza dimenticare la cantieristica navale su cui Fincantieri vanta ormai una presenza consolidata negli Usa. E poi abbiamo la grande opportunità di ritagliarci un ruolo nella super-intelligenza fisica, a partire dalla robotica umanoide, che è il luogo dove la super-intelligenza generativa incrocia la manifattura in cui siamo maestri. Senza dimenticare la primogenitura che Giorgia Meloni ha avuto nel porre il tema della governance globale dell’AI, a cui ha dedicato parte importante del G7 italiano, e che ora si arricchisce di una nuova opportunità promossa da AmCham Italy: fare di Milano non soltanto l’hub italiano dell’AI ma la sede di una nuova agenzia mondiale per la governance etica della super-intelligenza.
Cosa deve fare l’Ue?
Il consolidamento degli accordi di Turnberry è fondamentale. Abbiamo sempre sostenuto, a ragione, che un accordo anche non perfetto sarebbe stato meglio di un non accordo e di una conseguente guerra commerciale. L’Ue si è dotata di salvaguardie aggiuntive. Bisogna continuare a lavorare su settori come acciaio e alluminio e anche sulla lista dei prodotti alimentari esclusi dai dazi al 15%. E dobbiamo maneggiare con cura il grande elefante nella stanza, quello della tassazione digitale e delle multe alle Big Tech. Regole chiare e semplificazione sono la risposta. Infine, non dobbiamo sottovalutare l’impatto potenziale che le nuove norme doganali varate dall’amministrazione Usa a fine settembre possono avere sui nostri esportatori, soprattutto sulle Pmi.
L’autonomia strategica europea come va perseguita?
L’Ue fa bene a provare a costruire filiere con una percentuale maggiore di Made in Europe, ma l’autonomia strategica deve rimanere aperta, differenziata per settori in base alla nostra possibilità di costruire catene del valore realmente europee e non soltanto francesi, come vorrebbe qualcuno. Di più, l’autonomia strategica europea non deve essere una ripicca quotidiana contro un alleato ritenuto non più affidabile ma una politica industriale intelligente. Il contrario di quello che l’Ue ha fatto con il Green Deal, che ha massacrato le nostre imprese consegnandoci alla Cina. Da qui la coraggiosa battaglia di Giorgia Meloni contro il sistema Ets. Ecco, sulla transizione green qualche schiaffone arrivato da Trump credo debba aiutare l’Europa ad aprire gli occhi.
Ucraina e Iran: il contributo italiano e le mosse di Bruxelles.
Meloni ha espresso chiaramente il nostro giudizio su questo accordo e il sostegno alla tregua reciproca sulle infrastrutture energetiche. Mi auguro che, superate le midterm, si possa tornare a ragionare di una spinta forte alla pace in Ucraina senza umiliare Kyiv. E poi si deve trovare un modo dignitoso per chiudere questa avventura in Iran mettendo il regime di Teheran nelle condizioni di non nuocere. Il peso della doppia crisi geopolitica si sta rivelando troppo elevato, per l’Europa e per l’Italia in particolare.
Aumentano i costi diretti degli eventi estremi derivati dal cambiamento climatico. Lo dice Fabio Panetta, governatore di Bankitalia alla Green Swan Conference di Manila. L’impatto economico non è più qualcosa di demandabile alle generazioni future perché rappresenta uno shock già in atto.
Confrontando la fotografia del tessuto produttivo e finanziario scattata dall’Istituto di via Nazionale dello scorso anno con quella del report fonte degli avvertimenti lanciati dal Governatore, emerge chiaramente come la gestione del rischio climatico nel nostro Paese stia evolvendo da tema teorico a priorità di stabilità di bilancio.
I dati emersi dalle previsioni di Bankitalia sul campione delle imprese italiane sono stati confermati dal report di quest’anno ed evidenziano una spaccatura tra la percezione del rischio e la realtà della propria vulnerabilità climatica:
Fabio Panetta ha esposto i dati del quadro globale aggiornato dal punto di vista strettamente economico:
Si rende sempre più necessario quindi introdurre polizze catastrofali per obbligo di legge, con il fine di colmare il divario strutturale di protezione. Panetta auspica una sinergia tra coperture private, riassicuratori, garanzie pubbliche di ultima istanza e strumenti dei mercati dei capitali.
| Dimensione di analisi | Ivass | Indagine Bankitalia 2025 | Quadro Globale 2026 |
| Danni e impatto economico | Raccolta premi per rischi catastrofali a 3,1 miliardi di euro (+13%). | Perdite medie per le imprese colpite da eventi avversi pari a 380.000 euro (mediana 50.000 euro) con impatti fino al 19% della capacità produttiva. | Danni diretti mondiali da eventi climatici estremi raddoppiati rispetto ai primi anni 2000, raggiungendo i 200 miliardi di dollari. |
| Percezione del rischio fisico | L’84,7% delle compagnie assicurative considera materiali i rischi fisici all’interno dei propri modelli di gestione del rischio. | Il 70% delle imprese valuta la propria esposizione al rischio fisico come bassa o nulla; solo il 33% destina risorse dedicate al rischio fisico. | Il rischio fisico viene riconosciuto come uno shock sistemico diretto su attività economica, inflazione e stabilità del sistema creditizio. |
| Copertura e Protection Gap | Forte divario di protezione: solo il 5,1% delle abitazioni residenziali è assicurato contro le alluvioni e il 5,6% contro i terremoti. | Adesione spontanea contenuta, soprattutto tra le Pmi, rendendo necessario l’intervento con l’obbligo di legge sulle polizze aziendali. | Ampia quota delle perdite mondiali priva di copertura. Necessità di adottare schemi integrati tra pubblico, assicuratori e riassicuratori. |
| Governance e Politiche ESG | L’89% delle compagnie ha integrato i fattori Esg nella governance, mentre l’82,5% adotta politiche d’investimento sostenibili. | Il 79% delle aziende dispone di un sistema di monitoraggio dei rischi, ma più della metà non produce report di sostenibilità o non traccia le emissioni. | La responsabilità delle politiche spetta ai governi; gli interventi devono essere praticabili per garantire il consenso e sostenere gli investimenti privati. |
Se il 2025 aveva mostrato un’Italia imprenditoriale ancora lenta nel misurare le impronte carboniche e incline a ignorare i rischi fisici del proprio territorio, il 2026 sembra segnare il passaggio alla fase dell’emergenza pragmatica, sebbene sollecitata da obblighi di legge.
Le parole di Panetta confermano che per preservare la tenuta del sistema finanziario non si può più fare affidamento sui soli interventi statali a posteriori: serve una strategia d’impatto basata su prevenzione, pianificazione e condivisione sistemica del rischio.
La mobilitazione di autotrasportatori e agricoltori continua a creare disagi nel Mezzogiorno. Nuovi presidi anche in Basilicata, mentre in Campania le manifestazioni hanno provocato chiusure autostradali e chilometri di code. Preoccupano i rifornimenti di carburante e la distribuzione alimentare. Martedì è previsto l’incontro con il ministro Salvini.
Alle tre del mattino, la protesta degli autotrasportatori ha provocato la chiusura temporanea del collegamento tra l’A1 Milano-Napoli e l’A30 Caserta-Salerno, per chi proviene da Napoli. La giornata è cominciata con lunghe code in Campania: due chilometri tra Villa Literno-Pomigliano e la barriera di Napoli Nord, altrettanti tra Napoli Nord e Caserta Nord e tre chilometri sulla A30, nel tratto tra Maddaloni e il collegamento con l’A1. Polizia Stradale e personale di Autostrade per l’Italia sono intervenuti per gestire la circolazione.
Contemporaneamente, la mobilitazione ha raggiunto anche gli ingressi di Potenza. Questa mattina sono stati segnalati presidi di tir nei pressi degli svincoli di Potenza Est e Potenza Ovest e nella zona industriale di Tito, lungo il raccordo autostradale Potenza-Sicignano degli Alburni. Altri disagi si registrano sulla statale 106 Jonica, nel Metapontino, al confine tra Basilicata, Puglia e Calabria, senza blocchi completi della circolazione. Nella regione lucana, dopo giorni di difficoltà, la situazione ai distributori di carburante sta invece tornando quasi alla normalità.
Sono gli ultimi sviluppi di una protesta che da settimane attraversa il Sud Italia, coinvolgendo agricoltori, autotrasportatori e altre categorie produttive. Camion e trattori sono presenti lungo arterie stradali, svincoli autostradali e collegamenti strategici per il trasporto delle merci. Le conseguenze cominciano a interessare anche chi non partecipa alle manifestazioni, con difficoltà nelle consegne, scaffali meno riforniti in alcuni supermercati e timori per la disponibilità di gasolio.
All’origine delle mobilitazioni ci sono soprattutto l’aumento dei carburanti e dei costi di produzione, che stanno riducendo i margini economici delle imprese. Secondo le rilevazioni diffuse dal ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio del gasolio self service aveva raggiunto 2,296 euro al litro sulla rete autostradale e 2,257 euro sulla rete stradale ordinaria. Il Codacons ha stimato un rincaro del 39% rispetto allo stesso periodo del 2025, pari a circa 31,65 euro in più per un pieno da 50 litri.
Per gli autotrasportatori il gasolio rappresenta una delle principali voci di spesa. Le imprese denunciano anche il costo dei collegamenti marittimi, particolarmente rilevante per chi lavora in Sicilia, e chiedono interventi sul credito d’imposta e sulle accise. L’aumento dei costi rischia di rendere economicamente insostenibili numerosi viaggi, soprattutto quando le tariffe riconosciute ai trasportatori non crescono nella stessa misura.
Le difficoltà dell’agricoltura sono in parte differenti e precedono gli ultimi rincari estivi. Gli agricoltori denunciano costi sempre più alti per carburante, energia e fertilizzanti, mentre in alcuni comparti i prezzi riconosciuti alla produzione sono diminuiti. È il caso dell’olio d’oliva. Le rilevazioni Ismea indicano che sulla piazza di Bari il prezzo all’origine dell’extravergine è sceso a 4,30 euro al chilogrammo. Un prezzo che riguarda la vendita all’origine, non quello pagato dai consumatori al supermercato. Gli olivicoltori chiedono controlli più rigorosi sulle importazioni e sulle possibili frodi, oltre a misure di sostegno e prezzi capaci di coprire i costi produttivi. La protesta agricola riguarda anche allevatori e altri produttori, preoccupati per la sostenibilità delle aziende e per la concorrenza di prodotti provenienti dall’estero.
La Calabria è stata tra le prime regioni a mobilitarsi, con iniziative spontanee degli agricoltori già dalla fine di settembre. Nelle ultime settimane i presidi si sono estesi dalla Sibaritide al Pollino, dal Cosentino alla provincia di Catanzaro, fino ad alcuni snodi importanti per i collegamenti regionali. Domenica 18 ottobre la protesta coinvolgeva una quindicina di aree, tra cui la statale 534 nei pressi di Firmo-Sibari e la statale 106 nel territorio di Cassano allo Ionio. Nel pomeriggio si è registrato anche un blocco dello svincolo autostradale di Falerna, lungo l’A2.
Accanto agli agricoltori, dal 16 ottobre si sono fermati gli autotrasportatori aderenti alla Fedralog Calabria, con una mobilitazione programmata fino alla mezzanotte del 20 ottobre. I manifestanti hanno ribadito la volontà di proseguire in assenza di provvedimenti ritenuti sufficienti. “Se non avremo risposte certe e concrete, andremo avanti, intensificheremo la mobilitazione e niente è escluso”, ha dichiarato uno dei partecipanti ai presidi calabresi. Anche in Puglia i disagi si stanno prolungando. Nel Foggiano i presidi coinvolgono la zona di Poggio Imperiale, vicino al casello dell’A14, e diversi collegamenti della statale 16. Altre manifestazioni hanno interessato il Brindisino. Il rallentamento dei trasporti sta incidendo sulla distribuzione alimentare, con carenze già segnalate in alcuni supermercati della provincia di Foggia, soprattutto per i prodotti freschi.
Gli agricoltori rischiano a loro volta di subire ulteriori danni. Frutta, verdura, latte e altri prodotti deperibili devono raggiungere rapidamente i mercati e i punti vendita. Quando le consegne vengono ritardate o sospese, aumenta il rischio che la merce si deteriori prima di essere commercializzata, con nuove perdite economiche per chi l’ha prodotta.
In Sicilia il fermo dei servizi di autotrasporto merci proclamato dal Comitato Trasporto Siciliano è iniziato il 16 ottobre e dovrebbe terminare il 20. Numerosi mezzi sono rimasti nei piazzali delle aziende e nelle aree portuali, con ripercussioni sulle consegne. A Palermo, nei giorni scorsi, la preoccupazione per la disponibilità di carburante ha provocato code alle pompe, mentre diversi cittadini hanno anticipato gli acquisti nei supermercati.
A preoccupare sono anche i trasporti pubblici su gomma. Il presidente di Anav Sicilia, Antonio Graffagnani, aveva denunciato già sabato 17 ottobre la mancata consegna di gasolio ad alcuni depositi aziendali. Senza nuovi approvvigionamenti, le imprese private che effettuano servizi di linea potrebbero essere costrette a ridurre le corse, concentrando le riserve disponibili sui collegamenti indispensabili per studenti e lavoratori.
La regolare distribuzione dei beni alimentari resta un’altra incognita. Le difficoltà potrebbero aggravarsi se il fermo dei camion dovesse proseguire oltre le date annunciate, interessando anche le imprese di trasformazione che dipendono dall’arrivo quotidiano di materie prime.
Alle proteste di agricoltori e autotrasportatori si è aggiunta nei giorni scorsi quella degli operai dell’ex Ilva di Taranto. I lavoratori dello stabilimento siderurgico contestano le prospettive occupazionali e il piano governativo, chiedendo garanzie per il futuro della produzione e dei posti di lavoro, oltre a un progetto industriale che affronti la decarbonizzazione.
La vertenza è distinta da quella sul caro carburanti, ma i suoi effetti hanno coinvolto gli stessi territori. Il blocco degli accessi alla raffineria Eni di Taranto ha interrotto o rallentato il transito delle autocisterne, contribuendo alle carenze di carburante registrate in Puglia, Basilicata e Calabria. Le difficoltà hanno interessato anche i rifornimenti degli aeroporti di Bari e Brindisi, dove nei giorni scorsi erano state introdotte limitazioni.
Venerdì 16 ottobre i sindacati hanno deciso di rimuovere il blocco davanti alla raffineria, mentre lo sciopero dei metalmeccanici è stato sospeso in attesa di nuovi confronti con il governo. Per il 27 ottobre è previsto un incontro dedicato al futuro dell’acciaieria. La rimozione dei blocchi ha consentito di riavviare i rifornimenti, ma non ha interrotto le mobilitazioni degli autotrasportatori.
Le amministrazioni regionali hanno annunciato i primi interventi economici. In Calabria la Giunta ha approvato un pacchetto da 15 milioni di euro, di cui 5 milioni destinati alle imprese agricole e 10 milioni agli autotrasportatori. Sono stati definiti anche i criteri per l’assegnazione dei contributi, calcolati sulla base dei maggiori costi sostenuti e documentati per il carburante.
In Puglia la Regione ha annunciato un pacchetto da 30 milioni di euro per l’agricoltura, destinato a sostenere i costi di produzione e gli investimenti nelle filiere. Circa un terzo delle risorse potrebbe essere riservato alle spese per il gasolio. Si tratta di interventi diversi per destinatari e stato di attuazione, che non risolvono da soli le richieste avanzate dalle categorie.
L’attenzione si concentra adesso sull’incontro di martedì 20 ottobre a Milano, convocato dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, con la partecipazione prevista del viceministro Edoardo Rixi. Il confronto con le rappresentanze nazionali sarà affiancato da quello con i gruppi autonomi attivi nelle regioni meridionali, previsto nel pomeriggio.
Il governo sta lavorando per accelerare la disponibilità dei 590 milioni di euro già stanziati per il rinnovo del parco veicolare, ma rimasti rallentati da ostacoli burocratici, e per individuare ulteriori risorse a sostegno dell’autotrasporto. Le associazioni chiedono soprattutto misure immediate per compensare il rincaro del gasolio e ridurre i costi che gravano sulle imprese.
Il fermo proclamato in Calabria e Sicilia dovrebbe terminare alla mezzanotte di martedì. Le delegazioni porteranno al tavolo le proprie richieste, mentre la prosecuzione della mobilitazione dipenderà dalle risposte del governo. Nel frattempo, i presidi restano attivi e le imprese della distribuzione devono fare i conti con i ritardi accumulati nelle consegne.
L'articolo Caro carburanti e caro vita, la protesta dei tir si allarga: dalla Puglia alla Campania. Nuovi presidi anche a Potenza proviene da Affaritaliani.it.

Torna l’ora solare e, come ogni autunno, Europa e Stati Uniti non si muovono insieme. Lancette che andranno indietro di un’ora in Italia, mentre oltreoceano bisognerà attendere il 1° novembre. Per un po’, dunque, tra Roma e New York ci saranno 5 ore di differenza e non sei, con effetti concreti sugli orari di Wall Street.
Mentre EU e USA continuano a spostare le lancette, però, gran parte del mondo ha già smesso di farlo. Basti pensare a Cina e Giappone, che ormai hanno mutato il proprio sistema.
Da noi il passaggio avverrà alle 3 di notte di domenica 25 ottobre, quando gli orologi torneranno alle 2. Si dormirà, almeno sulla carta, un’ora in più. Torna l’ora solare, dunque, mentre gli Stati Uniti vantano regole diverse, come detto.
Nell’Ue l’ora legale termina l’ultima domenica di ottobre, negli Usa la prima domenica di novembre. Il risultato è che lunedì 26 ottobre Wall Street aprirà alle 14:30 italiane invece delle consuete 15:30 e chiuderà alle 21. Una differenza che non si concretizza solo ora. È lo stesso anche in primavera, con i calendari che non coincidono. Quest’anno infatti gli americani hanno spostato le lancette l’8 marzo, tre settimane prima degli europei, che lo hanno fatto il 29 marzo, con ricadute sugli operatori dei mercati.
L’ora legale è nata per sfruttare meglio la luce naturale e consumare meno energia. Adottata nel 1916 da Germania e Austria-Ungheria e, nello stesso anno, dall’Italia, dov’è diventata stabile dal 1966. Secondo le stime diffuse da Terna nel marzo 2026, nei sette mesi di ora legale l’Italia dovrebbe risparmiare circa 302 milioni di kilowattora, pari al fabbisogno annuo di 115mila famiglie.
Un beneficio economico di circa 80 milioni di euro e 142mila tonnellate di CO2 in meno. Si tratta però di un risparmio stimato, non ancora di un consuntivo. E il peso dell’illuminazione nei consumi è sempre più basso, complici le lampadine a led e una domanda elettrica legata sempre più a climatizzatori e realtà attive a tutte le ore.
Anche il Giappone ha sfruttato l’ora legale, introdotta nel 1949 durante l’occupazione americana. È stata però abolita poco dopo, ovvero nel 1952, dopo un sondaggio in cui il 53% degli intervistati ne chiedeva la cancellazione.
La Cina, che dal 1949 usa un’unica ora nazionale, quella di Pechino, ha sperimentato il cambio stagionale tra il 1986 e il 1991, per poi sospenderlo dal 1992. Era risultato evidente, infatti, che i benefici energetici non erano uniformi, considerando un territorio tanto vasto. I disagi, alla fine, superavano i vantaggi.
Secondo Timeanddate, nel 2026 sono 70 i Paesi e territori dove almeno una località cambia l’ora, contro 178 dove non succede. Russia, Turchia, Brasile e gran parte del Messico hanno abbandonato il sistema negli ultimi anni, e perfino negli Usa le Hawaii e buona parte dell’Arizona non lo applicano.
Il ritorno all’ora solare richiede attenzione alle imprese con:
Nella notte del cambio, infatti, uno stesso orario locale si presenta due volte. Per esempio, un turno dalle 22 di sabato 24 ottobre alle 6 di domenica 25 dura nove ore effettive, un dato rilevante per le presenze e il calcolo delle ore lavorate, fermo restando quanto previsto dal contratto applicato. Per distinguere gli eventi registrati nell’ora ripetuta è utile conservare il riferimento al fuso o all’orario Utc:
| Ora locale del 25 ottobre | Riferimento Utc |
|---|---|
| 02:30, prima occorrenza (Cest, Utc+2) | 00:30 Utc |
| 02:30, seconda occorrenza (Cet, Utc+1) | 01:30 Utc |
| 03:30, ora solare (Cet, Utc+1) | 02:30 Utc |
Le due registrazioni delle 02:30, quindi, corrispondono a momenti diversi, separati da sessanta minuti: verificare timbrature, pianificazioni e registri informatici aiuta a evitare errori nella ricostruzione degli orari.
Nella giornata di oggi, la maggioranza si riunisce in vertice per discutere alcuni punti di dubbio sulla Legge di Bilancio, in arrivo entro fine 2026.
A causa dei margini piuttosto stretti, c’è assoluta necessità che le divergenze tra il Mef e i leader di Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Noi Moderati vengano risolte.
Il margine di spesa del Governo Meloni non è molto ampio. Dei 23,5 miliardi di euro previsti, solo 10 derivano dal bilancio dello Stato, mentre i restanti sono legati a misure in deficit o all’approvazione della clausola di salvaguardia nazionale.
Ecco come saranno distribuite le risorse principali:
Il motivo di maggiore tensione in maggioranza è dato dalla possibilità di tassare, in via straordinaria, gli extra-profitti degli istituti di credito. Secondo Matteo Salvini, leader della Lega, dovrebbe essere il Governo a stabilire una cifra, di almeno 5 miliardi di euro, definendolo un “intervento di assoluto buonsenso”.
Secondo il vice premier Antonio Tajani, invece, sarebbe più saggio richiedere un contributo volontario, per evitare che un prelievo troppo alto abbia come effetto non voluto e collaterale un aumento delle spese per i correntisti.
A pesare sulla decisione di mettere in bilancio bonus energetici per far fronte al caro bollette è anche la voce di Bruxelles. L’Italia infatti ha richiesto alla Commissione e all’Unione maggiore flessibilità per quanto riguarda il prezzo del gas, visto l’arrivo dell’inverno, e ne è uscita con la possibilità reale di tagliare del 25% i costi per imprese e famiglie.
Tuttavia, l’impiego dei margini di flessibilità di bilancio principalmente per calmierare i prezzi dell’energia richiede una valutazione attenta degli impatti a lungo termine. Il percorso verso l’indipendenza energetica comporta infatti investimenti strutturali che, per come è strutturata la fiscalità italiana, incidono sui costi generali di sistema, aumentando i rischi di futuri rincari sulle bollette elettriche.
Per far fronte alle richieste dei partiti di maggioranza sarebbe necessaria una manovra più ampia. Detassare giovani e ceto medio, immaginare una flat tax fino a 100.000 euro e garantire l’uscita dal mondo del lavoro a 64 anni sono spese complesse da sostenere con gli attuali margini di bilancio, che il ministro Giorgetti commenta così:
Si può decidere di fare interventi per quanto riguarda le retribuzioni dei giovani, piuttosto che interventi focalizzati sugli anziani, piuttosto che interventi generalizzati sull’Irpef. Dato un ammontare disponibile di risorse, sono interventi anche alternativi.
Insomma, la linea del Ministro sembra sia programmaticamente rivolta a consolidare la “credibilità rinnovata della finanza pubblica, della sostenibilità e del debito” italiani.
Marriott International, uno dei principali gruppi dell’ospitalità globale con oltre 10.000 strutture ricettive in 148 Paesi, ha aperto le selezioni in Italia per il Voyage Global Leadership Development Program 2027. L’iniziativa offre a neolaureati e laureandi l’opportunità di avviare una carriera manageriale nel settore alberghiero all’interno di prestigiosi hotel situati in Lombardia, Lazio, Veneto e Toscana.
Il programma si fonda sull’apprendimento diretto sul campo e forma i futuri quadri operativi del gruppo attraverso un percorso di sviluppo intensivo.
Il Voyage Program prevede un impegno a tempo pieno della durata variabile tra 12 e 18 mesi a seconda della sede aziendale e degli obiettivi professionali individuati.
I partecipanti vengono integrati nell’operatività quotidiana degli hotel affiancando la pratica sul campo alla formazione tecnica, con brevi rotazioni nei reparti con affiancamento per aiutare i tirocinanti a sviluppare capacità d’innovazione personale.
La Retribuzione Annua Lorda varia a seconda della struttura di inserimento:
Le selezioni per il programma 2027 si articolano su quattro differenti ambiti operativi: Room Operations (gestione camere e accoglienza), Food & Beverage (ristorazione e bar), Culinary (cucina) ed Engineering (manutenzione tecnica e impianti).
Per accedere alle selezioni occorre possedere i seguenti requisiti obbligatori:
Per la copertura dei ruoli può essere richiesta la conoscenza fluente della lingua italiana e della lingua inglese.
Le opportunità d’inserimento per il Voyage Program 2027 sono distribuite nelle seguenti strutture e città italiane:
| Città | Struttura alberghiera | Aree di inserimento disponibili |
| Milano | The Westin Palace Milan | Room Operations, Food e Beverage |
| Milano | Bvlgari Hotel Milano | Room Operations |
| Roma | The Westin Excelsior Rome | Food e Beverage |
| Roma | The St. Regis Rome | Room Operations |
| Venezia | The St. Regis Venice | Room Operations |
| Venezia | JW Marriott Venice Resort e Spa | Room Operations |
| Venezia | The Gritti Palace Venice | Food e Beverage |
| Forte dei Marmi | Principessa Forte dei Marmi | Room Operations, Food e Beverage, Culinary, Engineering |
Per inoltrare la propria richiesta occorre collegarsi al portale delle carriere del gruppo ed accedere alla sezione dedicata alle selezioni. Dalla pagina principale è possibile selezionare la sede d’interesse e compilare il modulo elettronico allegando il Curriculum Vitae aggiornato.
Le candidature per l’edizione con partenza a marzo 2027 devono essere inviate entro il 1° dicembre 2026. L’iter selettivo comprende un video colloquio, una valutazione manageriale, un primo colloquio con il recruiter e l’intervista finale presso l’hotel.
Le opportunità offerte da Marriott International si inseriscono tra i diversi programmi d’inserimento dedicati ai giovani sul territorio nazionale. Si segnalano anche le selezioni promosse da Poste Italiane per portalettere e sportellisti, i reclutamenti curati da Aruba Group per profili tecnici e di compliance e le offerte di lavoro firmate da Lexroom.ai nel campo dell’intelligenza artificiale.
Decenas de miles de jóvenes han tomado las calles en Francia, Bélgica, España, Portugal, Italia y Albania. Se suman así a la llamada revolución de la generación Z (nacidos entre 1997 y 2012), que impulsó en los dos últimos años la caída del Gobierno de Bangladés, la dimisión del primer ministro de Nepal y la disolución del Gobierno de Madagascar. Ahora, en Europa, a las puertas de un superciclo electoral, en el que se decidirán los gobiernos de cuatro de los cinco países más poblados de la UE (Francia, Italia, España y Polonia), los jóvenes comparten un descontento generacional marcado por la sensación de que su futuro se vuelve cada vez más estrecho y precario.

© EPV

La Lombardia si gioca una parte decisiva del proprio futuro industriale sulla capacità di formare una nuova generazione di imprenditori. Il primato manifatturiero europeo della Lombardia non è una rendita di posizione. Nei prossimi anni conterà chi sarà capace di prendere in mano le aziende esistenti e quanti giovani avranno la possibilità di costruirne di nuove. È una questione di classe dirigente, prima ancora che di politica economica. Il ricambio generazionale rappresenta una delle condizioni fondamentali per assicurare continuità a un sistema produttivo che ha costruito la propria forza sulla diffusione dell’iniziativa privata e sulla capacità delle imprese di competere nei mercati internazionali. E in gioco c’è anche la tenuta delle comunità nelle quali quelle imprese sono nate e continuano a operare.
È una sfida che Regione Lombardia ha deciso di affrontare anche sul terreno culturale, portando il confronto con le nuove generazioni direttamente nei territori. Si chiama Generazione Impresa il progetto promosso dall’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, che dopo le tappe di Milano e Darfo Boario Terme è arrivato il 16 ottobre al Castello Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano. La terza tappa ha messo al centro le storie di chi ha costruito un’attività, le competenze necessarie per farla crescere e le opportunità che il sistema produttivo può offrire ai giovani. Il percorso proseguirà il 23 novembre a Monza, con l’obiettivo di coinvolgere progressivamente le diverse realtà economiche della regione.
La formula ha puntato sulle testimonianze dirette, lasciando agli imprenditori il compito di raccontare come nasce e si sviluppa un’azienda, quali difficoltà si incontrano e che cosa serve per affrontarle. A Sant’Angelo Lodigiano il confronto ha attraversato mondi produttivi differenti, dall’artigianato alla comunicazione, fino alla ristorazione collettiva. C’è una scelta precisa dietro questa varietà. Il futuro dell’impresa lombarda non si esaurisce nell’economia digitale o nelle startup ad alta tecnologia. Si costruisce anche nei mestieri tradizionali e nelle aziende familiari che devono trovare il modo di rinnovarsi senza disperdere le competenze accumulate nel tempo. Ed è nei centri di provincia, non soltanto nei grandi poli economici, che questo passaggio diventa particolarmente cruciale.
Claudio Curioni, artigiano della Falegnameria Curioni, ha portato la propria esperienza in un confronto sul valore del saper fare. «La nostra storia di falegnameria dimostra che anche se si è artigiani, in una città di provincia, possiamo valorizzare il nostro territorio, crescere con esso, ottenere risultati e soprattutto motivare le generazioni future», ha spiegato. La falegnameria è un esempio concreto di quanto il patrimonio manifatturiero lombardo dipenda da conoscenze che si acquisiscono lavorando e che rischiano di andare perdute quando manca chi è disposto a raccoglierle. Ma conservare un mestiere richiede anche la capacità di adattarlo al mercato contemporaneo. Per un giovane, rilevare un’attività esistente e darle una prospettiva nuova può essere una scelta imprenditoriale altrettanto impegnativa quanto fondare una nuova società.
A raccontare il rapporto tra idee e mercato è stato invece Emanuele Carelli, amministratore delegato di Minimals, con un intervento dedicato alla comunicazione e al marketing. «Io e la mia agenzia siamo molto legati al Territorio», ha sottolineato, augurandosi che la storia della sua attività incoraggi altri giovani a credere nelle proprie idee. Una buona intuizione commerciale rischia di rimanere sulla carta quando manca la capacità di raggiungere i clienti e costruire un’identità riconoscibile. La possibilità di crescere senza recidere il legame con il luogo da cui si è partiti è una parte della sfida.
Valentina Volpi, direttore commerciale e componente del consiglio di amministrazione di Volpi Pietro, ha affrontato il tema della crescita nella ristorazione collettiva, dove la qualità deve confrontarsi ogni giorno con l’organizzazione e con le esigenze di un mercato competitivo. Ha richiamato il valore del passaggio generazionale e dell’innovazione nelle imprese familiari, senza perdere il rapporto con le origini: «mantenendo sempre un forte legame con il territorio e con i valori che rappresentano le nostre radici». Esperienze lontane tra loro, ma utili a mostrare quanto siano diverse le strade attraverso le quali si può costruire un’impresa e quanto la sua evoluzione incida anche su chi lavora e vive intorno all’azienda.
Filippo Galli, ex calciatore e formatore, è stato protagonista di un confronto sul rapporto tra responsabilità individuale e risultati collettivi. Ha ricordato come il cambiamento possa fare paura e come innovare sia «il solo modo per creare valore ed opportunità per sé stessi e per gli altri». Il collegamento con il mondo produttivo è meno distante di quanto possa sembrare. L’immagine dell’imprenditore che costruisce da solo il proprio successo appartiene più alla retorica motivazionale che alla realtà aziendale. Un’organizzazione cresce quando chi la guida sa valorizzare il lavoro degli altri. Imprenditori e dipendenti hanno ruoli differenti, ma condividono l’interesse alla competitività dell’azienda. Questo non cancella la diversità delle loro responsabilità e dei loro interessi; ricorda però che la capacità di costruire una squadra è decisiva soprattutto per chi si prepara ad assumere responsabilità.

La scelta di un formato aperto e accessibile risponde a un problema che la politica economica incontra spesso quando si rivolge ai giovani: la distanza tra le opportunità esistenti e la percezione che quelle stesse opportunità siano davvero alla loro portata. Parlare di impresa attraverso persone che l’hanno costruita può essere più efficace di una campagna istituzionale, soprattutto se le testimonianze non nascondono gli ostacoli incontrati. È anche un modo per avvicinare i giovani a una realtà economica che in Lombardia ha pochi paragoni in Europa. Con oltre 816 mila imprese attive e il 27 per cento delle startup innovative italiane, la regione dispone di un patrimonio produttivo nel quale convivono grandi realtà industriali e aziende nate dall’iniziativa di singoli imprenditori. Un patrimonio che offre alle nuove generazioni la possibilità di trovare la propria strada, raccogliendo esperienze consolidate oppure avviando attività capaci di aprire nuovi mercati.
Ma nessuna leadership industriale si conserva per inerzia. Le aziende devono affrontare trasformazioni tecnologiche sempre più rapide, mentre la concorrenza internazionale impone capacità di adattamento e investimenti continui. In molte realtà familiari si aggiunge la questione del passaggio generazionale. La domanda, inevitabilmente, è chi sarà disposto ad assumersi queste responsabilità nei prossimi vent’anni. E che cosa perderanno i territori se quel testimone non verrà raccolto
I giovani lombardi mostrano una disponibilità maggiore di quanto suggerisca una certa rappresentazione pubblica, spesso concentrata sulle difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro. Una ricerca realizzata dall’Istituto Piepoli per Regione Lombardia su mille ragazzi tra i 16 e i 30 anni rileva che uno su cinque sogna di avviare un’attività in proprio. Il 37 per cento prenderebbe in considerazione questa possibilità per il proprio futuro professionale. Sono numeri che descrivono un interesse diffuso, senza però garantire che possa trasformarsi in nuove imprese. Tra l’aspirazione e la decisione concreta pesano le difficoltà burocratiche, la scarsa conoscenza degli strumenti disponibili e le incertezze legate all’avvio di un’attività. L’80 per cento degli intervistati attribuisce alle istituzioni un ruolo centrale nel favorire l’autoimprenditorialità.
La politica regionale si trova così davanti a due questioni strettamente collegate. La prima è rendere possibile l’avvio di nuove attività, soprattutto per chi non dispone di risorse familiari o di un accesso consolidato al credito. La seconda riguarda la formazione di una cultura imprenditoriale capace di rendere questa scelta riconoscibile e realisticamente praticabile. Per anni il rapporto tra giovani e lavoro è stato affrontato soprattutto dal punto di vista dell’occupazione da trovare. Resta un obiettivo essenziale, ma una regione industriale deve anche preoccuparsi di chi quell’occupazione potrà crearla.
Sul versante degli strumenti economici, Regione Lombardia ha costruito una rete di interventi che prova a ridurre alcuni degli ostacoli iniziali. Il bando Nuova Impresa prevede contributi a fondo perduto fino al 50 per cento delle spese ammissibili. La misura Microcredito dispone di 24 milioni di euro destinati alle piccole e medie imprese e ai lavoratori autonomi. Per le attività innovative le risorse sono più consistenti: Lombardia Venture e Lombardia Venture STEP mobilitano complessivamente 140 milioni di euro. Il primo fondo ha già contribuito ad attivare oltre 87 milioni di euro di investimenti a favore di 14 imprese innovative.
Il problema è accompagnare le aziende anche oltre la fase iniziale, quando un progetto deve dimostrare di saper reggere la prova del mercato. Per sostenere lo sviluppo tecnologico delle startup innovative e il passaggio dalla ricerca alla produzione industriale sono stati stanziati 15,6 milioni di euro. Le Startup Competitions 2026, organizzate con il sistema universitario lombardo e Federated Innovation @MIND, mettono a disposizione complessivamente 900 mila euro attraverso sei competizioni dedicate a filiere strategiche dell’economia regionale. Start Cup Lombardia, dal 2016 al 2026, ha contribuito alla nascita di 54 nuove imprese innovative, che hanno raccolto oltre 70 milioni di euro di investimenti.
A queste iniziative si affiancano programmi di accelerazione come SkyDeck Europe Milano, che dal 2022 ha sostenuto 45 startup, ed ESA BIC Milano, dedicato alle attività imprenditoriali legate all’economia spaziale. Più recentemente è stato avviato Pianeta Accelerator, promosso da Regione Lombardia insieme a Fondazione Cariplo e Principia, con il coinvolgimento dell’Università di Berkeley. Sono strumenti pensati per rafforzare un ecosistema nel quale l’accesso ai capitali deve incontrare competenze adeguate e possibilità concrete di sviluppo industriale.
C’è poi una questione che attraversa l’intero sistema produttivo e riguarda la disponibilità di persone qualificate. La misura Talenti destina 7 milioni di euro a favorire l’inserimento stabile nelle aziende di giovani ricercatori e professionalità altamente specializzate. La competizione internazionale si gioca sempre più sulla capacità di attrarre queste figure e di trattenerle. Per molte imprese lombarde, soprattutto quelle di dimensioni minori, la difficoltà di reperire competenze può diventare un limite alla crescita anche quando esistono le condizioni economiche per investire.
Le politiche di sostegno, per quanto necessarie, non possono però sostituire una nuova disponibilità delle generazioni più giovani a mettersi in gioco. Il rischio sarebbe continuare a finanziare la nascita di imprese senza allargare realmente il numero di persone che considerano possibile avviarne una. La politica ha la responsabilità di costruire un ambiente nel quale l’iniziativa economica venga incoraggiata, il rischio possa essere affrontato con strumenti adeguati e il successo imprenditoriale non venga rappresentato come il risultato di circostanze eccezionali. Le imprese possono rendere credibile questa prospettiva mostrando ai giovani percorsi di lavoro, apprendimento e crescita possibili anche vicino a casa.
È anche una questione di classe dirigente. La Lombardia ha bisogno di giovani capaci di prendere decisioni e assumere responsabilità, indipendentemente dal fatto che scelgano di fondare una startup, guidare un’azienda familiare o sviluppare un’attività artigiana. Il sistema manifatturiero regionale è cresciuto grazie a una diffusione dell’imprenditorialità che ha consentito a molti territori di costruire una propria specializzazione produttiva. Preservare questa caratteristica richiede che nuove persone possano entrare nel mondo dell’impresa, portando competenze diverse e una maggiore familiarità con i cambiamenti tecnologici.
L'articolo La Lombardia punta sui giovani per rafforzare il legame tra aziende e comunità locali proviene da Linkiesta.it.

© MATTEO CORNER/EPA
Il debito degli Stati Uniti è fuori controllo. Il Fondo Monetario Internazionale ha definito la sostenibilità del debito pubblico statunitense preoccupante, con una traiettoria giudicata insostenibile nel medio e nel lungo periodo.
I problemi americani, però, non resteranno dall’altra parte dell’Oceano e toccheranno anche l’Europa e l’Italia. Questo perché gli Stati Uniti, per finanziare il proprio maxi-debito, offrono rendimenti alti e privi di rischio reale.
Non bene. Gli Stati Uniti spenderebbero circa 2,9 miliardi di dollari al giorno solo per gli interessi sul debito. Sono i dati pubblicati dal Tesoro sull’anno fiscale chiuso il 30 settembre scorso.
Il deficit è a 1.990 miliardi di dollari, il 12% in più dell’anno precedente, e gli interessi sono diventati la terza voce del bilancio federale, dietro a pensioni e Medicare e prima della difesa. Gli interessi netti hanno raggiunto la cifra record di 1.050 miliardi, crescendo più delle entrate, della spesa complessiva e del PIL.
La difficoltà degli Stati Uniti è legata al costo del denaro: tasso medio al 3,53% (il doppio del 2021), debito lordo oltre i 40.000 miliardi e rendimento del decennale sopra il 5% dopo le tensioni e la guerra con l’Iran, contro il 4,1% previsto dal Congressional Budget Office.
Le stime, inoltre, rischiano di peggiorare: come calcola il Committee for a Responsible Federal Budget, se i rendimenti restassero un punto sopra le stime, nel 2030 gli interessi costerebbero 2.800 miliardi, pari al 5,9% del PIL.
Fin qui il problema sembra riguardare solo gli Stati Uniti, ma non è così. Il Tesoro americano deve rinnovare oltre 10.000 miliardi di dollari di debito a breve termine. Per convincere gli investitori a comprare i suoi titoli (i Treasury), sta offrendo tassi di interesse molto elevati, superiori al 5%.
Un grande vantaggio per risparmiatori e fondi di investimento, che preferiscono spostare i capitali negli Stati Uniti anziché investirli in Europa. Il rapporto Draghi metteva già in guardia sui circa 300 miliardi di euro di risparmio europeo che vanno ogni anno all’estero, principalmente verso i mercati americani.
Questo denaro finisce così per finanziare le innovazioni tecnologiche americane (data center, intelligenza artificiale, microchip) e la difesa degli Stati Uniti. Risorse che potrebbero andare a sostenere la transizione ecologica, la riconversione industriale e l’autonomia strategica dell’Unione Europea, ma gli USA offrono di più.
L’Europa sta già pagando il conto, ma l’Italia versa un prezzo doppiamente alto a causa dell’enorme dimensione del suo debito pubblico. Sul piano dei conti pubblici l’Italia si sta comportando bene e i mercati si fidano, come dimostra lo spread storicamente basso intorno ai 105 punti.
Il punto è che il rendimento dei BTP italiani non può scendere sotto un certo margine: se il debito americano (la valuta di riserva mondiale) rende il 5%, nessun investitore comprerebbe un BTP italiano a un tasso molto inferiore, ad esempio al 3%. I tassi USA stabiliscono una sorta di tetto minimo dal quale l’Italia non può prescindere.
Ed è in questo contesto che il Tesoro italiano si trova costretto a collocare il BTP Valore e il nuovo BTP Valore Insieme con rendimenti e cedole particolarmente alti, proprio per convincere le famiglie a trattenere i risparmi in patria.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale c’è il rischio che si inneschi un meccanismo difficile da arrestare: più debito porta a una maggiore esposizione all’aumento dei tassi e, se gli investitori iniziano a dubitare della sostenibilità dei conti, possono chiedere interessi ancora più alti per prestare denaro.
Secondo le stime del Fondo, il costo medio effettivo del finanziamento dei governi potrebbe salire dal 2,3% del 2021 al 3,7% nel 2031.
Il debito pubblico mondiale, già al 94% del PIL nel 2025, potrebbe così raggiungere il 100% entro il 2029. Cosa fare, dunque? La direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, ha indicato poche ma significative linee:
L’avvertimento finale, però, riguarda tutti: più si rinvia il riequilibrio dei conti pubblici, più diventerà costoso e doloroso raggiungerlo.
Crisi carburanti: i dati Facile.it e Mimit mostrano forti differenze tra regioni. Ecco dove benzina e gasolio costano meno.
La crisi dei carburanti in Italia si riflette nei prezzi alla pompa e nelle differenze sempre più evidenti tra un territorio e l’altro. Dopo lo stop allo sconto sulle accise, la ricerca di un distributore conveniente è diventata una priorità per automobilisti e pendolari. Secondo un’analisi di Facile.it sui dati pubblicati dal Mimit, al 14 ottobre 2026 appena il 26% delle stazioni stradali esaminate vendeva gasolio sotto 2,20 euro al litro. Per la benzina sotto 2 euro, invece, la quota arrivava al 52%. Il costo del pieno può cambiare anche a pochi chilometri di distanza.
La fotografia dei prezzi medi nazionali, basata sui dati ministeriali aggiornati al 16 ottobre 2026, chiarisce l’entità del rincaro: sulla rete stradale in modalità self la benzina costa in media 2,034 euro al litro, mentre il diesel raggiunge 2,256 euro al litro. In autostrada le medie salgono rispettivamente a 2,048 e 2,278 euro al litro. Il divario pesa soprattutto su pendolari e lavoratori. Questi valori sono medie rilevate in una data precisa, non tariffe identiche in ogni impianto né quotazioni valide automaticamente nei giorni successivi.
L’indagine considera più di 19.500 distributori censiti dal ministero che avevano aggiornato almeno un prezzo dal 5 ottobre, escludendo la rete autostradale. Di questi, 5.030 impianti, pari al 26%, avevano un prezzo self del gasolio inferiore a 2,20 euro. Il quadro è meno severo per la verde: 10.223 distributori, il 52% del campione, erano sotto i 2 euro al litro. Le percentuali non descrivono tutti gli impianti esistenti, ma esclusivamente il perimetro analizzato da Facile.it. Serve quindi confrontare i prezzi locali.
Guardando al prezzo del diesel regione per regione, sono le Marche a guidare la classifica: il 38% dei distributori osservati resta sotto 2,20 euro al litro. Segue l’Abruzzo con il 36%, mentre Lazio e Umbria condividono il 31%. Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Liguria raggiungono il 30%. In valori assoluti, gli impianti sono 568 nel Lazio, 250 nelle Marche e 197 in Abruzzo. È dunque utile distinguere tra percentuale di distributori sotto soglia e disponibilità effettiva di stazioni in una determinata zona.
All’estremo opposto della graduatoria del gasolio compaiono la Campania, dove soltanto il 14% degli impianti esaminati scende sotto 2,20 euro, la Basilicata con il 16% e la Calabria con il 19%. Anche per la benzina queste tre regioni sono nelle ultime posizioni: rispettivamente 37%, 36% e 42% dei distributori sotto 2 euro al litro. I prezzi possono comunque variare da una pompa all’altra. Le differenze regionali rendono evidente come il caro pieno non colpisca tutti allo stesso modo.
Per la benzina self la mappa cambia. La quota più alta di stazioni sotto i 2 euro si registra in Valle d’Aosta (62%), seguita da Sicilia e Marche (60%); il Lazio si colloca al 58%. Interessante anche il dato della Lombardia, dove il 56% degli impianti monitorati rientra nella soglia, per un totale di 1.450 distributori. Seguono per numerosità il Lazio con 1.078 impianti e la Sicilia con 945. La quota percentuale non indica, da sola, quanti impianti convenienti siano disponibili.
L’effetto dei prezzi dei carburanti è concreto. Applicando le medie stradali del 16 ottobre a un rifornimento ipotetico di 50 litri, la spesa sarebbe di circa 101,70 euro per la benzina e 112,80 euro per il diesel: una differenza di 11,10 euro a pieno. È un semplice esempio di calcolo, non una stima del consumo delle vetture. Per chi rifornisce spesso il veicolo, persino pochi centesimi al litro possono incidere sul bilancio mensile. Il confronto va comunque fatto tenendo conto del percorso necessario per raggiungere una pompa meno cara: risparmiare sul prezzo unitario non conviene se richiede una deviazione troppo lunga.
Nella fase attuale, il consiglio pratico è verificare i prezzi aggiornati di benzina e diesel prima di partire, confrontando impianti vicini, modalità self e servito e costo del carburante realmente disponibile. La rilevazione di Facile.it segnala inoltre che alcuni operatori hanno riproposto sconti, i cui effetti potranno emergere soltanto in successivi aggiornamenti. Anche le notizie su possibili difficoltà di approvvigionamento in alcune regioni non consentono di generalizzare una carenza nazionale: il comunicato non quantifica l’estensione delle criticità. La fotografia di ottobre mostra soprattutto una certezza: nella crisi dei carburanti, informarsi sui prezzi locali è uno dei pochi strumenti immediati a disposizione di chi guida.
Fonte: Facile.it su dati Mimit del 14 e 16 ottobre 2026.
L'articolo Benzina sopra 2 euro: la mappa delle regioni con i prezzi più bassi proviene da Affaritaliani.it.

“Esprimo, a nome dell’UGL, piena solidarietà e profondo apprezzamento alle Forze dell’Ordine, impegnate a fronteggiare i gravissimi episodi di violenza che hanno sconvolto il centro di Milano. A loro va il nostro plauso per la professionalità, il senso del dovere e l’impegno con cui garantiscono la sicurezza dei cittadini, anche in situazioni di estremo pericolo”. Lo dichiara Paolo Capone, Segretario Generale dell’UGL, commentando gli scontri avvenuti in piazza Duomo, dove una manifestazione contro il carovita è degenerata in episodi di guerriglia urbana, con aggressioni agli agenti e danneggiamenti.
“Siamo di fronte a fatti inaccettabili, che nulla hanno a che vedere con il diritto di manifestare e di esprimere liberamente il proprio dissenso. Lanciare pietre, oggetti in metallo, devastare le strade e mettere a rischio l’incolumità delle persone non è protesta, è violenza che deve essere condannata senza ambiguità. Non possiamo tollerare che le nostre città diventino teatro di scontri e che chi indossa una divisa sia costretto a mettere a repentaglio la propria vita per garantire l’ordine pubblico. Il diritto di manifestare – ribadisce Capone – è un principio fondamentale della democrazia, ma non può trasformarsi in un pretesto per aggredire lo Stato e calpestare i diritti degli altri cittadini. È necessario che i responsabili di questi gravi episodi vengano identificati e chiamati a rispondere delle proprie azioni, nel rispetto della legge. Rivolgiamo un ringraziamento sincero alle Forze dell’Ordine per il lavoro svolto e ribadiamo la necessità di garantire loro tutto il sostegno istituzionale e gli strumenti necessari per operare in sicurezza. Difendere chi difende i cittadini significa tutelare la legalità, la convivenza civile e le fondamenta stesse della nostra democrazia”, conclude Capone.
L'articolo Scontri Milano. Capone (UGL): “Pieno sostegno alle Forze dell’Ordine” proviene da Affaritaliani.it.

di Massimo Santantonio
Alla luce del declino, registrato nei fatti da ogni italiano, osservabile in tutti gli aspetti della vita quotidiana ed in particolare nella clamorosa perdita del potere d’acquisto, può sembrare paradossale che il consenso per il partito della premier sia pressoché stabile negli anni. In realtà paradossale non è.
I voti per Fratelli d’Italia nascono, sotto l’aspetto ideologico, dal fatto che milioni di italiani hanno idee fasciste. Idee che sono state alimentate negli ultimi decenni col progressivo sdoganamento del fascismo iniziato da Berlusconi e continuato con l’incomprensibile indulgenza verso certi personaggi, simboli e manifestazioni. Le parole d’ordine pronunciate da Meloni nella scorsa campagna elettorale, e ribadite con furia nei comizi in giro per il mondo, davanti a inneggianti platee che si richiamano dichiaratamente a idee nazi-fasciste (Vox, Alba Dorata ecc.), sono esattamente le stesse utilizzate oggi da Vannacci, col sostegno del quale infatti lei vincerà in carrozza le prossime consultazioni elettorali. Una enorme fetta di italiani ha sempre amato, ed ama, quelle parole d’ordine, ed ha sempre cercato un duce che le tramutasse in realtà.
Come mai allora questa fedeltà ideologica non è erosa dall’oggettivo deterioramento delle condizioni di vita, trasformandosi in critica? Per un fatto molto semplice.
L’aumento dei prezzi lo vivono i lavoratori dipendenti e i pensionati. Tutti gli altri sono coloro che i prezzi li hanno alzati, quelli che al momento del passaggio all’Euro hanno fatto 1000 lire = 1 euro. Quelli che hanno a loro volta reagito, e reagiscono, all’aumento del costo della vita e dei servizi (cui contribuiscono) aumentando in tempo reale le loro parcelle, i prezzi dei pantaloni e delle scarpe, i loro personali compensi. Cioè, milioni italiani la crisi non la vivono perché possono modulare personalmente i loro ricavi e guadagni, mettendo in difficoltà gli altri. Inoltre, come certificato da anni, in gran parte (o in maggioranza) gli stessi possono incrementare gli introiti con l’evasione fiscale, determinando i paradossi numerici (impiegati che dichiarano più dei proprietari ecc.) sanciti dai report annuali della Guardia di Finanza.
Questa è un’enorme base di consenso, non a caso regolarmente vezzeggiata dai governanti di destra (il famoso “pizzo di stato” definito da Meloni). Se pure non è corretto asserire che tutti gli elettori di destra siano evasori, è verosimilmente certo che tutti gli evasori votino a destra.
E allora si capisce come questi, coloro che sono in sostanza immuni alla crisi economica, possano permettersi di essere orgogliosamente fedeli alla loro ideologia: il mare in cui navigano è assolutamente calmo.
L'articolo Perché il consenso per Giorgia Meloni non cala? Io ho un’ipotesi sulle idee degli italiani proviene da Il Fatto Quotidiano.