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Francia: la crisi terminale del macronismo e la battaglia per l’Eliseo

Le mobilitazioni del 17 ottobre e le violenze che ne hanno accompagnato la fase finale mostrano una Francia attraversata da una crisi sociale e politica profonda. Mentre il macronismo entra nel suo ultimo semestre, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon incarnano due risposte radicalmente opposte alla domanda di rottura.

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Le immagini degli incendi, delle barricate e degli scontri che hanno attraversato la Francia nelle giornate del 17 e 18 ottobre rischiano di nascondere il dato politicamente più importante: centinaia di migliaia di francesi sono scesi in strada contro il carovita, la crisi dei servizi pubblici e il progressivo deterioramento delle condizioni materiali di vita. Il ministero dell’Interno ha contato circa 550.000 partecipanti alla giornata nazionale del 17 ottobre, mentre gli organizzatori ne hanno rivendicati circa 800.000. Una mobilitazione di dimensioni tali da costituire la più importante esplosione di protesta sociale dai tempi della battaglia contro la riforma delle pensioni del 2023.

Il fenomeno sarebbe tuttavia incomprensibile se venisse ridotto ai disordini che hanno segnato la conclusione di numerosi cortei. Lungi dall’essere nata il 17 ottobre, la protesta rappresenta il risultato di un processo cominciato settimane prima nelle scuole e nelle università, quando studenti e liceali hanno iniziato a denunciare classi sovraffollate, carenza di personale, precarietà e progressivo impoverimento dell’istruzione pubblica. Alle mobilitazioni giovanili si sono poi aggiunti sindacati, lavoratori, pensionati e settori del movimento dei gilets jaunes, mentre il rincaro dei carburanti ha agito da detonatore di un malessere sociale molto più ampio.

Tale convergenza conferisce agli avvenimenti un significato politico ben superiore a quello di un’ennesima fiammata di protesta francese. L’Humanité ha descritto il corteo parigino come l’incontro tra generazioni differenti accomunate dalle rivendicazioni sui salari, sul futuro della gioventù e sulla difesa dei servizi pubblici, ma soprattutto dal rifiuto delle politiche seguite dal 2017. In questo senso appare particolarmente significativa l’immagine proposta dal quotidiano della sinistra francese: il macronismo rischia di terminare così come era cominciato, in mezzo ai lacrimogeni e a un conflitto sociale che il potere politico sembra incapace di ricomporre.

Nel tentativo di distogliere l’opinione pubblica dalle ragioni concrete delle proteste, il primo ministro Sébastien Lecornu ha accusato gruppi dell’ultrasinistra di avere deliberatamente organizzato gli incidenti, arrivando a contrapporre il “campo della Repubblica” a quello dei “casseurs” e indirizzando buona parte delle proprie accuse contro La France Insoumise (LFI), nonostante lo stesso leader Jean-Luc Mélenchon avesse invitato esplicitamente i propri sostenitori a non partecipare a saccheggi e devastazioni. Il Rassemblement National (RN), dal canto suo, ha rapidamente trasformato le immagini dei disordini in materiale di propaganda, cercando di associare la protesta sociale a una crisi dell’autorità e alla necessità di restaurare l’ordine.

È una dinamica che rischia di favorire l’estrema destra, ma che non deve far perdere di vista l’origine della crisi. L’aumento del costo della vita, la stagnazione dei salari, il deterioramento dei servizi pubblici e la nuova impostazione austeritaria del bilancio per il 2027 rappresentano il terreno materiale sul quale la protesta è cresciuta.

La risposta televisiva di Emmanuel Macron del 18 ottobre ha mostrato una volta ancora la difficoltà dell’Eliseo a uscire dalla contraddizione che accompagna ormai l’ultimo periodo della sua presidenza. Il capo dello Stato ha riconosciuto la legittimità delle preoccupazioni espresse dai manifestanti, ma ha a sua volta concentrato una parte importante del proprio intervento sulla condanna delle violenze e sulle questioni di ordine pubblico. Ha annunciato consultazioni con studenti, insegnanti, sindacati, parlamentari e rappresentanti delle imprese, senza però indicare immediatamente una svolta economica capace di rispondere alle cause sociali della protesta.

Messi insieme, tutti questi elementi fanno emergere in modo chiaro la dimensione strutturale della crisi del macronismo. Quando Emmanuel Macron conquistò l’Eliseo nel 2017, promise di superare la tradizionale divisione tra destra e sinistra. La sua formula politica avrebbe dovuto sostituire il conflitto ideologico con una gestione pragmatica, europea e modernizzatrice della società francese. Quasi dieci anni dopo, il risultato appare paradossalmente opposto: la Francia non è meno polarizzata, anzi risulta essere molto più polarizzata di quanto fosse all’inizio della presidenza Macron.

La dissoluzione dell’Assemblée nationale nel 2024 aveva già distrutto l’illusione di una maggioranza presidenziale stabile. Da allora la Francia è entrata in una lunga sequenza di governi minoritari, crisi parlamentari e negoziati sul bilancio. Il governo Lecornu resta privo di una maggioranza autonoma, mentre il progetto finanziario per il 2027 è stato accolto con ostilità dalle opposizioni e con crescente nervosismo dai mercati. All’inizio di ottobre i rendimenti del debito francese avevano raggiunto livelli che non si vedevano dai primi anni Duemila, mentre il debito pubblico ha superato il 119% del prodotto interno lordo e la crescita resta debole.

Ma sarebbe riduttivo interpretare questa situazione come una semplice “crisi del debito”. Il problema fondamentale riguarda piuttosto la distribuzione dei costi della crisi. Il governo continua a presentare l’austerità come una necessità tecnica, mentre la sinistra francese sottolinea come essa rappresenti piuttosto una scelta politica precisa: ridurre la spesa sociale e comprimere i servizi pubblici anziché intervenire sulle grandi fortune, sui profitti e sulle ingenti sovvenzioni concesse alle imprese. Da qui nasce la domanda che attraversa una parte consistente delle piazze francesi: chi deve pagare la crisi?

La risposta del RN è radicalmente diversa. Marine Le Pen tenta di trasformare la crisi del macronismo in una crisi dello Stato, dell’immigrazione e dell’ordine pubblico. Il suo partito cerca di intercettare lo stesso malcontento che alimenta le proteste, ma di orientarlo verso una soluzione nazionalista e securitaria. Sul terreno economico, inoltre, il RN sta tentando di rassicurare i mercati: Le Pen ha recentemente promesso forti riduzioni della spesa pubblica qualora conquistasse l’Eliseo, mentre Jordan Bardella ha difeso un piano volto a tagliare circa 140 miliardi di euro di spesa e a ridurre rapidamente deficit e debito. La pretesa dell’estrema destra di rappresentare una rottura sociale con il macronismo entra quindi in contraddizione con un programma economico che contiene anch’esso una pesante componente austeritaria.

Ad ogni modo, i dati demoscopici mostrano quanto questa contrapposizione stia modificando la politica francese. Le rilevazioni pubblicate nelle ultime settimane indicano Marine Le Pen come candidata nettamente più forte al primo turno, ma contemporaneamente mostrano una crescita di Mélenchon e soprattutto una straordinaria solidità della sua base. Un’indagine Ipsos BVA-Cevipof attribuiva in settembre al candidato di LFI tra il 15,5 e il 17% delle intenzioni di voto, ma con livelli molto più alti tra i giovani: fra i 18 e i 24 anni Mélenchon raggiungeva addirittura il 40%. Un sondaggio successivo, riportato da Reuters, ha delineato perfino scenari nei quali Le Pen e Mélenchon si qualificherebbero insieme per il ballottaggio, estromettendo completamente i candidati dell’area centrista.

Naturalmente manca ancora molto alla primavera del 2027 e ogni previsione resta fragile. Marine Le Pen deve inoltre affrontare ancora l’incognita del proprio contenzioso giudiziario, mentre a sinistra rimangono divisioni profonde tra LFI, socialisti, comunisti ed ecologisti. Ma il dato politico è già evidente: il successore di Macron non sembra destinato a provenire dal blocco che ha governato la Francia nell’ultimo decennio.

La battaglia per l’Eliseo sarà quindi molto più di una competizione tra candidati. Sarà uno scontro attorno all’interpretazione stessa del fallimento macronista. L’estrema destra sostiene che la Francia soffra soprattutto per un deficit di autorità, sovranità e controllo. La sinistra radicale individua invece il problema nella crescente disuguaglianza, nell’austerità, nell’indebolimento dei servizi pubblici e nella subordinazione delle scelte economiche agli interessi del grande capitale. Il campo macronista, nel frattempo, fatica sempre più a convincere che la continuazione delle politiche degli ultimi dieci anni possa rappresentare una risposta alla crisi prodotta proprio durante quel decennio.

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“La vecchiaia è una malattia, arrivano gli acciacchi. I miei 90 anni li festeggio con ocu­li­sta, car­dio­logo, reu­ma­to­logo, gine­co­logo”: così Valeria Fabrizi

Valeria Fabrizi festeggia oggi 90 anni: un compleanno importante che come spesso capita quando si arriva alle cifre tonde porta a fare dei bilanci o delle riflessioni sul tempo che si è trascorso e su come lo si è trascorso. La chiacchierata che l’attrice ha fatto con il “Corriere della Sera” per parlare di questo speciale compleanno si apre con una riflessione su cosa comporti la terza età.

“La vec­chiaia è una malat­tia. Arri­vano gli acciac­chi, che non mi man­cano ovvia­mente. Spesso le per­sone mi dicono: ma come stai bene! E sono con­tenta che me lo dicano” ha spiegato Fabrizi, che in questo momento viene da un recente infortunio, verificatosi mentre si trovava sul set. Nonostante i 90 anni, l’attrice infatti non rinuncia al suo lavoro e presto il pubblico televisivo tornerà a vederla sia nei panni di suor Costanza in “Che Dio ci aiuti” che in quelli di Rosa Rampini nella fiction “La ricerca della felicità”.

È stato però sul set di un film che Fabrizi si è infortunata: “Sono sci­vo­lata sul set del film ‘Panet­toni e con­trab­bando’ al quale ho par­te­ci­pato e ho dovuto met­termi un tutore. Mia figlia Gior­gia mi ha rega­lato un bastone, che è molto ele­gante”. “Per for­tuna, la memo­ria non mi manca e infatti, nono­stante i 90 anni, con­ti­nuano a man­darmi copioni… ” ha raccontato l’attrice, che per ora dunque non pare intenzionata a lasciare le scene.

Fabrizi non teme neanche le rughe che il passare del tempo le ha in parte regalato. “Io non ne ho tantissime e Gior­gia mi ha con­si­gliato di farmi le pun­tu­rine al cen­tro della fronte, ma non voglio alte­rare i miei linea­menti, mi piac­cio così” ha detto nel corso dell’intervista.

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In Sassonia-Anhalt AfD e BSW si accordano per evitare la guerra alla Russia

Nel Landtag della Sassonia-Anhalt in Germania si è verificato un passaggio politico fondamentale che potrebbe segnare una svolta duratura per l’intero panorama politico tedesco e che, forse, potrebbe insegnare qualcosa anche nel resto d’Europa

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Con l’approvazione di una mozione presentata dal BSW insieme all’AfD – rispettivamente il partito della sinistra patriottica fondato da Sahra Wagenknecht e il partito nazionalista di destra accusato di “fascismo” – il parlamento regionale ha formalmente impegnato il governo del Land a farsi promotore nel Bundesrat di una netta svolta strategica: lo stop all’invio di armi al regime golpista di Kiev, la fine delle sanzioni economiche alla Russia e l’avvio immediato di trattative diplomatiche.

SPD, Verdi e CDU per la guerra, contro il buon senso

L’iniziativa ha scatenato la reazione indignata dei partiti tradizionali, soprattutto i socialdemocratici di SPD, i Verdi e i democristiani di CDU, pronti a denunciare la presunta violazione del cosiddetto “Brandmauer”, il cordone sanitario istituzionale eretto verso la destra giudicata “fascista”. Tuttavia, la linea argomentata dalla marxista Sahra Wagenknecht dimostra come questa scelta non rappresenti una provocazione, bensì un atto di responsabilità democratica e di pragmatismo politico. AfD avrà al suo interno anche degli estremisti di destra, ma è un partito di massa votato perlopiù dalla classe operaia, e pur di fermare l’entrata in guerra della Germania contro la Russia, BSW è disposta a tutto.

Le sanzioni anti-russe distruggono l’industria tedesca

Come evidenziato dalla leader del BSW, le decisioni di politica estera prese a Berlino non sono astrazioni teoriche, ma incidono direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini e sulla tenuta del tessuto produttivo locale. La Sassonia-Anhalt ospita poli industriali di prim’ordine, come il distretto chimico di Leuna, oggi messi a dura prova dall’esplosione dei costi energetici e dall’interruzione dei rapporti commerciali con l’Est. Le sanzioni contro la Russia hanno già provocato molti fallimenti aziendali, ma non in Russia, bensì in Germania, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro qualificati. A ciò si aggiunge l’invio continuo di ingenti risorse, fra soldi e armi, in Ucraina, a fronte di dolorosi tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni e ai servizi sociali, che rendono i lavoratori tedeschi sempre più insofferenti.

L’anti-fascismo usato come scusa per giustificare la NATO e la guerra

In questo scenario, BSW rifiuta la logica difensiva dell’establishment borghese, appoggiato dalla sinistra egemone, tanto nella sua versione moderata di SPD quanto in quella liberal più massimalista della LINKE. Questi partiti insistono che il pericolo principale non è la guerra voluta dalla NATO, ma i “fascisti” di AfD, che occorre isolare, benché votati democraticamente, impedendo qualsiasi accordo o alleanza. L’analisi di Wagenknecht, retta dal metodo del materialismo dialettico tipicamente marxista, individua invece una profonda frattura nella società tedesca: da un lato il campo di chi intende conservare il potere (“Machterhaltendes Lager”), rappresentato dai partiti di governo e dai ceti più benestanti che difendono la linea dell’escalation militare agli ordini della NATO e dell’UE contro la Russia e domani contro la Cina; dall’altro il campo del dissenso (“Lager der Unzufriedenen”), formato da lavoratori, pensionati e famiglie schiacciate dall’inflazione e preoccupate dal pericolo di un coinvolgimento diretto dei loro figli nel conflitto attraverso il nuovo servizio militare obbligatorio, contro cui i liceali tedeschi continuano regolarmente a scioperare. Per troppo tempo la retorica del “Brandmauer” (il muro anti-fuoco che dovrebbe isolare AfD dal dibattito politico) è servita alle forze governative tedesche per squalificare il dissenso e isolare le proteste popolari sotto l’etichetta dell’estremismo. Per il BSW, il dovere prioritario di una forza politica d’opposizione è rispettare la volontà degli elettori, dialogare nell’alveo delle regole parlamentari e sfruttare ogni maggioranza utile per raggiungere obiettivi concreti: fermare la spirale bellica, proteggere l’industria nazionale e tutelare i redditi dei lavoratori. E per fare questo Wagenknecht vuole superare i veti incrociati e la politica dei blocchi: il BSW dimostra che la vera priorità deve tornare a essere la difesa della pace, della neutralità militare, del lavoro e della sovranità popolare.

La fase storica impone il coraggio di rompere gli schemi

Di fronte all’accusa di agire come gregari del “fascismo”, l’antifascista Wagenknecht risponde che la strategia del “Brandmauer” è fallita nei fatti e ha ottenuto l’effetto opposto, alimentando la rabbia popolare e rafforzando proprio l’AfD. Al contrario BSW vuole dialogare con tutte le forze parlamentari e sfruttare le maggioranze d’azione per mantenere le promesse elettorali (come la pace e la calmierazione dei prezzi). La Wagenknecht spiega che i partiti del sistema, siano essi di destra o di sinistra, usano la retorica dell’antifascismo solo per delegittimare il dissenso, sospendere le regole democratiche e conservare il potere nonostante politiche fallimentari. Questo atteggiamento, secondo la leader del BSW, banalizza in modo irresponsabile la reale tragedia della dittatura nazista. Wagenknecht sottolinea infatti come i diritti democratici fondamentali e la libertà di stampa siano stati compressi negli ultimi anni non dall’AfD, ma dai partiti liberali, democristiani e socialdemocratici al governo, gli stessi che inviano decine di miliardi di euro a un regime ucraino che ha messo al bando i partiti d’opposizione e tollera la glorificazione di collaboratori nazisti.

Basta guerra alla Russia: questa è la sola priorità oggi!

Rispetto alla tesi secondo cui negoziare con Mosca sia impossibile perché l’ultra-demonizzato Vladimir Putin rifiuterebbe il dialogo, Wagenknecht non concorda: il Cremlino si era mostrato disponibile a discutere, ma i tentativi di trattativa sono stati chiusi dalla leadership ucraina e dai governi europei spinti dalla NATO e dall’industria delle armi a continuare la guerra. La narrazione, poi, secondo cui l’invio continuo di armi porterebbe alla vittoria dell’Ucraina è una finzione a cui per BSW “non crede più nessuno” e anzi l’escalation bellica – comprese le incursioni su Mosca condotte con tecnologia e droni tedeschi – è una strategia che rasenta la follia, rischiando di trascinare direttamente la Germania in un conflitto nucleare. Su questo aspetto anche il Partito Comunista Tedesco (DKP) denuncia l’ipocrisia dei partiti di governo (SPD, Verdi, CDU), che sfruttano la retorica del “cordone sanitario” antifascista con la scusa di frenare l’estrema destra eversiva, quando il vero obbiettivo è delegittimare qualsiasi mozione pacifista, indipendentemente da chi la voti in aula, contro l’escalation della NATO e contro le sanzioni.

Articolo originale  politicanuova.ch

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Dopo la Russia, la Cina è il prossimo obiettivo dei falchi europei?

Non disponendo delle condizioni materiali necessarie per sfidare la supremazia industriale cinese, l’Unione Europea continua a trasformare le proprie difficoltà economiche in una giustificazione per una nuova escalation delle ostilità.

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I leader europei sembrano aver individuato una nuova missione strategica: ricostruire la capacità industriale del continente riducendo al contempo la sua dipendenza dalla Cina. L’iniziativa è stata recentemente avanzata congiuntamente da Francia e Germania e viene presentata come una risposta alla crescente presenza della Cina sul mercato europeo. Il problema è che i leader responsabili di questo progetto continuano a ignorare una questione fondamentale: nessuna reindustrializzazione su larga scala può avere successo senza un approvvigionamento energetico stabile, abbondante e a prezzi accessibili.

L’Europa dispone di eccellenti università, di una forza lavoro qualificata, di centri tecnologici all’avanguardia e di una tradizione industriale che le conferisce ancora notevoli vantaggi. Tuttavia, queste risorse non possono funzionare in modo isolato. Gli impianti chimici, le acciaierie, gli stabilimenti metallurgici e numerose altre industrie dipendono da un approvvigionamento energetico continuo e competitivo. Il capitale, le conoscenze scientifiche e i lavoratori specializzati non possono compensare all’infinito i costi di produzione elevati. È proprio su questo punto che la strategia dell’Europa contraddice i propri stessi obiettivi.

Per decenni, l’integrazione economica tra l’Europa occidentale e la Russia ha fornito condizioni favorevoli allo sviluppo di importanti settori industriali. Le forniture di gas naturale russo, in particolare, hanno contribuito a sostenere attività ad alto consumo energetico. Questo rapporto ha soddisfatto gli interessi economici concreti di entrambe le parti: Mosca disponeva di un importante mercato per le proprie esportazioni, mentre le economie europee ottenevano una risorsa essenziale per la loro competitività.

L’introduzione delle sanzioni nel 2022 ha profondamente alterato questa situazione. Le misure coercitive illegali hanno reciso un partenariato di lunga data tra Russia ed Europa, lasciando la parte occidentale del continente economicamente indebolita e dipendente da approvvigionamenti energetici esterni più costosi e meno sicuri. L’Europa, che già prima di allora stava subendo una graduale deindustrializzazione, è successivamente precipitata in una crisi energetica, con conseguenze che vanno dall’aumento delle bollette energetiche ai fallimenti aziendali causati dall’incapacità di mantenere una produzione competitiva.

Sarebbe ragionevole aspettarsi che una strategia di ripresa industriale iniziasse affrontando queste vulnerabilità. Invece, i leader europei stanno tentando di costruire una nuova base produttiva senza risolvere adeguatamente il problema energetico. I responsabili della politica economica europea sembrano ritenere che sussidi, incentivi fiscali e programmi di investimento siano sufficienti a ripristinare la competitività. Tali strumenti possono contribuire allo sviluppo industriale, ma la loro efficacia rimarrà limitata fintantoché persisteranno gli svantaggi strutturali nei costi energetici.

È in questo contesto che la Cina sta assumendo una posizione sempre più di rilievo nella «lista delle preoccupazioni» di Bruxelles. La capacità della Cina di produrre su vasta scala, rifornire catene industriali complesse e offrire attrezzature a prezzi competitivi rappresenta una sfida per un’Europa che cerca di recuperare la propria autonomia produttiva. Anziché riconoscere la portata del declino accumulato e sviluppare una strategia coerente per invertire la tendenza, alcuni settori della leadership europea preferiscono ricorrere a barriere commerciali, indagini punitive e meccanismi di contenimento economico.

Tale approccio rivela una comprensione piuttosto superficiale della concorrenza industriale. Limitare le importazioni cinesi non comporta automaticamente la creazione di stabilimenti europei, né riduce i costi dell’elettricità, né garantisce l’approvvigionamento di gas agli impianti industriali. Al contrario, le aziende che dipendono da attrezzature, componenti e materie prime cinesi potrebbero trovarsi a dover sostenere spese più elevate proprio nel momento in cui hanno bisogno di investire per recuperare la propria posizione sui mercati internazionali.

La questione russa rende questa situazione ancora più delicata. Il ripristino della cooperazione energetica con Mosca costituirebbe il primo passo di qualsiasi serio piano di ripresa industriale. Grazie alle forniture energetiche russe e ad ampie partnership commerciali con la Cina, l’Europa potrebbe ritrovare una nuova strada verso lo sviluppo, proprio come stanno ora iniziando a fare i paesi africani e asiatici attraverso le loro partnership con la Russia e la Cina.

Bruxelles, Parigi e Berlino, tuttavia, si stanno muovendo nella direzione opposta. Gli strateghi europei sembrano determinati a confrontarsi contemporaneamente con due delle maggiori potenze industriali ed energetiche del mondo, senza dimostrare di possedere le risorse necessarie per sostenere tale ambizione. In primo luogo, hanno compromesso un rapporto energetico fondamentale con la Russia. Ora rischiano di trasformare la Cina in un avversario commerciale permanente.

In definitiva, ciò che i falchi europei perseguono non è lo sviluppo dell’Europa, bensì la strumentalizzazione di questioni quali l’industria e il commercio per portare avanti la propria agenda autodistruttiva. In base a questa strategia, i cittadini europei – già privati dell’energia russa e potenzialmente destinati a un accesso ridotto ai prodotti cinesi nel prossimo futuro – saranno ancora una volta i primi a subirne le conseguenze.

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Famiglie fuori asse, legami imperfetti e identità in cerca di sé: il cinema tra commedia, disordine affettivo e fiabe oltre i confini del reale

“È andata così”. E comunque “noi, un po’ meglio”. L’importante è che, sebbene assomigliamo ad “alberi erranti”, non diventiamo “solo un’illusione“. Giocare con i titoli fa bene al cinema, soprattutto quando la 21ª Festa del Cinema di Roma celebra la famiglia. E lo fa nelle sue declinazioni più diverse, distanti, folli, tenere e — come si dice ormai da anni — disfunzionali.

Quattro opere contemporanee si cimentano nel raccontarla, tra la Festa del Cinema di Roma e Alice nella Città: dal nuovo, bellissimo film di Daniele Luchetti, Noi, un po’ meglio, con la dolcissima coppia formata da Elio Germano e Maria Chiara Giannetta, alle prese con il dubbio se intraprendere o meno il percorso dell’adozione, allo spassoso È andata così di Gianni Zanasi, in cui abbondano i figli “naturali”, così come i compagni e i mariti, grazie a una generosa Valentina Lodovini.

Si passa poi all’esplosivo Just an illusion – Una famiglia quasi perfetta dei francesi Olivier Nakache ed Éric Toledano, in cui il figlio preadolescente interpretato da Louis Garrel scompiglia un consesso familiare apparentemente quieto, per arrivare alla fiaba di respiro epico di Salvatore Mereu, che scardina le radici di padri, madri e figli con i suoi Alberi erranti. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, soprattutto sul versante del cinema italiano.

Gianni Zanasi, che da sempre osserva la famiglia estraendone gli aspetti più scompigliati, in È andata così ne mette in scena una perfettamente “orizzontale”: una madre, due figli avuti da altrettanti padri e un marito da cui non ha avuto figli. Tutti insieme appassionatamente. O, meglio, almeno fino a quando non si intromettono gli operatori sociali, intenzionati a imporre un ordine là dove a regnare è il più felice dei disordini. E, come spesso accade nel cinema del regista emiliano, ad aggiustare le cose è la metanarrazione, in questo caso affidata al teatro terapeutico.

Molto bene tutti gli attori, tra cui spiccano il solito impeccabile Valerio Mastandrea, un irrequieto Michele Riondino e un serafico Leonardo Lidi, ultimamente presenza sempre più piacevole nel cinema italiano (alla Festa recita anche ne Il ministero dell’amore).

Tutti e tre amano Valentina Lodovini, che dà il meglio di sé nel registro della commedia, non esattamente il più congeniale alla sua cifra interpretativa. Finirà in un’amorevole caciara, come è giusto che sia. Con questa divertente famigliola, sceneggiata da Zanasi e Ciarrapico, il pubblico potrà divertirsi nelle sale a partire dal 26 novembre.

Il divertimento cresce ulteriormente grazie alla formidabile coppia del cinema francese Olivier Nakache ed Éric Toledano — gli autori del fenomeno al botteghino Quasi amici — che, con Just an illusion – Una famiglia quasi perfetta, ci riportano alla metà degli anni Ottanta per raccontare la famiglia Dayan: il classico quartetto composto dai genitori e da due figli. Si tratta, però, di una famiglia che riunisce storie migratorie assai diverse tra loro, quasi contrapposte. La madre, la splendida Camille Cottin, è un’ebrea algerina arrivata in Francia dopo essere stata costretta a lasciare il Paese in seguito alla guerra d’Algeria; il padre, interpretato da un perfetto Louis Garrel, è anch’egli ebreo, ma originario del Marocco, da cui è emigrato Oltralpe insieme alla famiglia.

I due figli, il maggiore Arnaud e il più piccolo Vincent, sono così alle prese con una questione identitaria che li porta a chiedersi ripetutamente se siano ebrei, arabi, africani o francesi. La risposta è che sono una sintesi di tutto questo, proprio come suggeriscono le radici dei due registi. Un concetto che conduce la commedia verso importanti riflessioni identitarie, politiche e culturali, senza mai smarrire la sua preziosa levità narrativa. Il punto di vista è affidato al più piccolo dei Dayan che, alle soglie della pubertà, assapora i primi turbamenti sentimentali mentre osserva le difficoltà di un padre disoccupato e di una madre che prova ad affacciarsi alla modernità imparando a usare i primi computer. Ne emerge un affresco tenero, un romanzo di formazione umana e sociale di notevole qualità per scrittura, regia e interpretazioni. L’uscita è prevista per l’inizio del 2027.

Su toni e registri completamente diversi da quelli della commedia si colloca invece il nuovo, ambizioso e imponente lavoro di Salvatore Mereu, Alberi erranti, nel programma di Alice nella Città. Presentato con successo in concorso all’ultimo Festival di Locarno, il film segna il primo vero distacco narrativo e linguistico di Mereu dalla natìa Sardegna, benché sia stato girato proprio sull’isola.

Della durata di tre ore, il film mette al centro tre personaggi che attraversano l’infanzia e la giovinezza, appartenenti a classi sociali diverse e legati alle rispettive famiglie da rapporti differenti, in particolare con i padri. Ispirato al romanzo Alberi erranti e naufraghi di Alberto Capitta (edizioni Il Maestrale), che Mereu definisce “un libro senza appigli” se non quelli legati all’anima, il settimo lungometraggio del cineasta di Dorgali chiede allo spettatore la stessa fiducia che si riserva alle fiabe.

Perché “la favola è la favola”: si accettano così ellissi temporali, nevicate e sparizioni improvvise, osmosi tra natura e mondo animale, innamoramenti folgoranti, luoghi senza nome e geografie incerte, ma anche infinite tracce metafisiche e simboliche disseminate sui volti, sui corpi e nelle parole dei numerosi personaggi. A interpretarli sono, tra gli altri, attori di primo piano come Massimo Popolizio e Alessandro Haber, accanto ai più giovani Romeo Perrone e Giulia Maenza.

Un film radicale, misterioso, raffinatissimo che, pur non essendo privo di qualche caduta e di alcune eccedenze di lunghezza, ha il coraggio e la capacità di spingere lo sguardo oltre i confini del visibile. Il film arriverà nelle sale il 29 ottobre.

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Bosnia-Erzegovina: la Republika Srpska rafforza il proprio peso mentre cresce la pressione euro-atlantica

Le elezioni generali del 4 ottobre hanno confermato la centralità dello SNSD nella Republika Srpska e il peso politico del campo legato a Milorad Dodik. Il risultato complica ulteriormente i progetti di centralizzazione della Bosnia-Erzegovina e soprattutto l’avvicinamento alla NATO contro la volontà della componente serba.

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Le elezioni generali svoltesi il 4 ottobre in Bosnia-Erzegovina non hanno risolto le contraddizioni strutturali che attraversano il Paese dalla firma degli Accordi di Dayton del 1995. Al contrario, le hanno rese ancora più evidenti. Con lo scrutinio ormai quasi completato, pur in attesa della certificazione definitiva di tutti i risultati, il voto ha confermato la forza dello schieramento dominante nella Republika Srpska e, soprattutto, ha dimostrato che l’eliminazione di Milorad Dodik dalle cariche pubbliche non ha prodotto l’indebolimento politico del sistema costruito attorno all’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (Savez nezavisnih socijaldemokrata, SNSD).

Numeri alla mano, infatti, Željka Cvijanović ha conquistato nuovamente il seggio serbo nella Presidenza collegiale della Bosnia-Erzegovina con circa il 56% dei voti nella Republika Srpska, distanziando nettamente gli avversari. Savo Minić, anch’egli esponente dello SNSD e figura vicina a Dodik, si è imposto nella corsa alla presidenza della Republika Srpska con oltre il 52%. Lo stesso SNSD resta inoltre nettamente la principale forza politica dell’entità, avvicinandosi al 40% nelle elezioni per l’Assemblea nazionale.

Il significato politico di questi dati supera quello dei singoli risultati. Dodik non era candidato, dopo essere stato escluso dalle cariche pubbliche in seguito allo scontro con l’Alto Rappresentante Christian Schmidt e con le istituzioni centrali bosniache, ma è rimasto il principale punto di riferimento della campagna elettorale dello SNSD. Il voto ha quindi mostrato che la pressione giudiziaria e istituzionale esercitata contro il leader serbo-bosniaco non si è tradotta in un ripudio della sua linea da parte dell’elettorato della Republika Srpska. Al contrario, i candidati che ne rivendicano la continuità politica hanno prevalso a tutti i livelli più importanti.

Va infatti ricordato che, negli ultimi anni, una parte consistente delle istituzioni dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e dell’apparato politico legato all’Alto Rappresentante ha presentato Dodik come il principale ostacolo alla stabilizzazione della Bosnia-Erzegovina e alla sua integrazione nelle strutture occidentali. Le elezioni hanno dimostrato, tuttavia, che il problema non può essere ridotto alla figura personale dell’ex presidente della Republika Srpska. Dietro Dodik esiste una consistente base elettorale che difende le prerogative dell’entità, rifiuta un’ulteriore centralizzazione dello Stato bosniaco e guarda con forte diffidenza, quando non con aperta opposizione, alla prospettiva dell’adesione alla NATO.

Allo stesso tempo, vogliamo sottolineare che, in base agli accordi di Dayton del 1995, l’intera architettura istituzionale della Bosnia-Erzegovina venne costruita sulla base della necessità di impedire che una delle componenti etniche del Paese possa imporre unilateralmente alle altre le scelte fondamentali dello Stato. La Presidenza, in particolare, è composta da tre membri: un bosgnacco e un croato eletti nella Federazione e un serbo eletto nella Republika Srpska. La funzione di presidente di turno ruota periodicamente tra i tre, ma la Presidenza resta collegiale e le decisioni fondamentali in materia di politica estera sono affidate all’organo nel suo complesso.

Ancora più importante è il meccanismo previsto in caso di dissenso. Un membro della Presidenza, infatti, può dichiarare una decisione contraria all’interesse vitale dell’entità dalla quale è stato eletto. Nel caso del membro serbo, la questione viene rinviata all’Assemblea nazionale della Republika Srpska e, se quest’ultima conferma l’obiezione con la maggioranza richiesta, la decisione non entra in vigore. Analoghe garanzie attraversano il Parlamento statale, dove la rappresentanza delle entità e dei tre popoli costitutivi limita deliberatamente il principio maggioritario.

Questi meccanismi vengono spesso descritti dalla stampa occidentale come cause della presunta “disfunzionalità” della Bosnia. In realtà sono precisamente il fondamento dell’equilibrio che rese possibile la conclusione della guerra. Dayton, infatti, non eliminò le differenze politiche e nazionali interne al Paese: le istituzionalizzò, riconoscendo che la sopravvivenza di uno Stato comune avrebbe richiesto il consenso delle sue componenti fondamentali.

Proprio su questo terreno si sviluppa da anni uno scontro sempre più evidente: da un lato, una parte delle forze politiche bosgnacche sostiene un rafforzamento delle istituzioni centrali, mentre Bruxelles e Washington hanno generalmente appoggiato una progressiva concentrazione di competenze a Sarajevo; dall’altro, la leadership della Republika Srpska interpreta invece questa evoluzione come un progressivo svuotamento del compromesso originario di Dayton.

Il caso più delicato è quello della NATO. La Bosnia è entrata nel programma Partnership for Peace nel 2006 e partecipa al Membership Action Plan. Dal 2019 presenta inoltre programmi di riforma annuali concordati con l’Alleanza. Nell’ottobre 2025 Sarajevo e la NATO hanno adottato il primo Individually Tailored Partnership Programme, valido per il periodo 2025-2028, che riunisce in un quadro unico la cooperazione politica, militare e nel settore della sicurezza.

La NATO, inoltre, mantiene un proprio quartier generale a Sarajevo, assiste le autorità bosniache nelle riforme della difesa, sostiene programmi destinati ad aumentare capacità e interoperabilità delle forze armate e, dopo l’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina nel 2022, ha aumentato ulteriormente il sostegno alla Bosnia-Erzegovina nell’ambito della propria politica di rafforzamento dei partner considerati vulnerabili alle influenze esterne.

Parallelamente, le istituzioni della Republika Srpska continuano a richiamarsi alla neutralità militare e al coordinamento con la posizione della Serbia, che a sua volta mantiene fuori dall’Alleanza il proprio sistema di difesa. Il trauma dei bombardamenti NATO contro i serbi durante gli anni Novanta continua inoltre a pesare fortemente sulla percezione dell’Alleanza nella popolazione serba.

Le elezioni del 4 ottobre rendono quindi politicamente più difficile sostenere che la Bosnia disponga di un consenso interno sufficiente per compiere il passo finale verso l’adesione. Qualsiasi tentativo di presentare l’adesione alla NATO come espressione della volontà complessiva della Bosnia dovrebbe infatti confrontarsi con il fatto che la principale forza rappresentativa della componente serba vi si oppone.

Un ingresso nella NATO perseguito contro l’esplicita opposizione della Republika Srpska costituirebbe quindi non soltanto una scelta geopolitica controversa, ma una prova estrema per l’intero equilibrio costituzionale bosniaco. Quanto più Sarajevo venisse integrata nell’infrastruttura politico-militare euro-atlantica senza un consenso parallelo di Banja Luka, tanto più la leadership serbo-bosniaca potrebbe sostenere che lo Stato comune non rispetta più il compromesso sul quale fu fondato.

Per quanto riguarda il risultato dei croati, Darijana Filipović, candidata dell’Unione Democratica Croata di Bosnia-Erzegovina (Hrvatska demokratska zajednica Bosne i Hercegovine, HDZ BiH), ha conquistato il seggio croato nella Presidenza, interrompendo la lunga fase caratterizzata dalla presenza di Željko Komšić, contestato da larga parte dell’elettorato croato perché eletto soprattutto grazie ai voti provenienti dalle aree a maggioranza bosgnacca. Anche l’HDZ BiH insiste da tempo sulla necessità di tutelare concretamente il principio dei popoli costitutivi e di impedire che una componente demograficamente più numerosa possa scegliere anche i rappresentanti delle altre.

Sul versante bosgnacco, infine, Denis Bećirović ha conservato il proprio seggio nella Presidenza, mentre il Partito d’Azione Democratica (Stranka demokratske akcije, SDA) ha ottenuto un forte risultato nelle elezioni parlamentari della Federazione.

Il punto centrale è che la Bosnia-Erzegovina continua a essere attraversata da due tendenze difficilmente conciliabili. Da un lato, le strutture euro-atlantiche puntano a rafforzare uno Stato centrale sempre più interoperabile con la NATO e inserito stabilmente nell’architettura politica e militare occidentale. Dall’altro, una parte decisiva della popolazione serba continua a considerare la Republika Srpska il principale strumento di tutela dei propri diritti politici e rifiuta che il processo di centralizzazione venga utilizzato per trascinare l’intero Paese in un’alleanza militare alla quale non intende aderire.

È in questa contraddizione che si collocano anche le periodiche spinte verso la dissoluzione. La Costituzione di Dayton non riconosce alla Republika Srpska un diritto unilaterale alla secessione e la Bosnia-Erzegovina continua giuridicamente a esistere come Stato unitario sul piano internazionale. Ma la tenuta di un ordinamento consociativo dipende in ultima analisi dal consenso delle comunità che lo compongono. Se una di esse arrivasse a ritenere che le garanzie originarie siano state svuotate e che le decisioni strategiche possano essere prese sistematicamente contro la propria volontà, la crisi diventerebbe inevitabilmente politica prima ancora che costituzionale.

La stabilità della Bosnia dipenderà quindi dalla capacità di riconoscere questo dato anziché aggirarlo. Insistere sulla centralizzazione e sull’integrazione euro-atlantica come processi irreversibili, senza tenere conto della volontà espressa dagli elettori serbi, potrebbe produrre l’effetto opposto a quello dichiarato da Bruxelles e Washington. Quanto più la Republika Srpska percepirà lo Stato centrale come lo strumento attraverso il quale decisioni strategiche vengono imposte dall’esterno o dalla sola maggioranza bosgnacca, tanto più crescerà la forza dell’argomento separatista.

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Il Mezzogiorno in strada con le ultime gocce di carburante

Dalle strade del Sud arriva una domanda che riguarda tutto il Paese: chi decide quanto costa produrre in Italia, e chi ne paga il prezzo quando la decisione viene presa altrove.

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Una mappa che segue l’energia

A metà ottobre, per un camionista siciliano, tenere il mezzo fermo nel piazzale costa meno che metterlo in strada. Con il gasolio intorno ai 2,40 euro al litro sull’isola, il Comitato autotrasportatori siciliani stima fra 700 e 900 euro di perdita al giorno per ogni camion. Il coordinatore Salvatore Bella l’ha detto senza giri di parole: «Oggi lavorare in perdita con il gasolio a 2,40 al litro non è più possibile». Ne è nato il fermo che va dalla mezzanotte del 16 ottobre al 20, senza cortei: i tir restano nelle aziende, i semirimorchi non vengono ritirati dai porti. In Calabria Fedralog ha fermato i mezzi negli stessi giorni, mentre la sezione trasporti di Confindustria Catania ha deliberato all’unanimità uno stop fino al 22.

Il fermo arriva dopo settimane di mobilitazione. Il 1° ottobre agricoltori e autotrasportatori hanno bloccato lo svincolo di Pizzo sulla A2; il 12 i trattori hanno presidiato le portinerie del polo industriale tra Augusta e Melilli, rallentando il carico delle autobotti, per iniziativa degli stessi produttori e senza sigle sindacali alle spalle. In Puglia i blocchi hanno impedito l’accesso delle autocisterne alla raffineria Eni di Taranto, a ridosso dell’ex Ilva, i cui lavoratori sono in sciopero dal 12 ottobre. Gli olivicoltori sommano al caro carburante il calo del prezzo dell’olio. Il 22 toccherà ai pescatori: giornata di sciopero nazionale e cento pescherecci a chiudere simbolicamente lo Stretto di Messina.

La geografia dei presìdi dice qualcosa che i comunicati non dicono. Raffinerie, porti, svincoli autostradali, lo Stretto: chi protesta va a colpire i nodi da cui passa l’energia, come se sapesse bene dove nasce il problema. E c’è un paradosso evidente. Il Sud ospita Augusta, Priolo, Taranto, cioè una parte rilevante della capacità di raffinazione del Paese, ma i produttori che vivono a pochi chilometri da quegli impianti non riescono più a pagarne il prodotto.

La guerra arriva alla pompa

Queste proteste sono la coda italiana di una crisi aperta lontano. I rincari sono partiti con la guerra in Iran e con le difficoltà di approvvigionamento dal Golfo: già a fine marzo, nel Siracusano, il gasolio agricolo era salito da 0,88 a 1,45 euro al litro.  A settembre la media nazionale del gasolio superava i 2,16 euro, 35 centesimi più di febbraio; il 12 ottobre il self costava in media 2,252 euro. La crisi di Hormuz, che finora abbiamo letto soprattutto come stress test per le petromonarchie e per i flussi finanziari del Golfo, ha anche una trasmissione verso il basso. Lungo la catena, ogni anello scarica il costo su quello successivo, finché arriva a chi non ha nessuno a valle: il piccolo autotrasportatore che non può ritoccare le tariffe, l’agricoltore che vende a prezzi fissati dalla grande distribuzione.

Le isole pagano due volte. Al carburante si sommano i noli marittimi, appesantiti dalle nuove regole ambientali sul trasporto navale, e i ritardi del Sea Modal Shift, l’ex Marebonus che dovrebbe compensare il costo del passaggio via mare da e per la Sicilia e la cui prima annualità non è stata pagata entro giugno. Le risposte arrivate finora agiscono sul prezzo alla pompa (tagli temporanei delle accise, il tetto annunciato da Eni sulla propria rete dal 28 settembre) e quasi mai sulla struttura dei costi. Per un trattore che brucia 300 euro di gasolio a mattina, uno sconto di 15 centesimi non cambia i conti.

Letta con gli strumenti dell’analisi dei sistemi-mondo, la vicenda ha una forma riconoscibile: gli shock esterni attraversano il centro e si depositano sulla periferia, che ha meno margini per assorbirli. Il Mezzogiorno funziona da periferia interna dell’Europa. Importa energia a prezzi di mercato globale, esporta prodotti agricoli in competizione con importazioni soggette a standard diversi, dipende da una logistica strada-mare che nessun incentivo pagato in ritardo riesce a rendere sostenibile. Su questo si innestano fragilità di lungo periodo come il credito difficile, lo spopolamento e l’arretramento dei servizi, che l’autonomia differenziata rischia di accentuare.

La copertura nazionale ha registrato i blocchi come cronaca del traffico più che come fatto politico. È una scelta che pesa: una protesta trattata come disagio stradale non obbliga nessuno a rispondere sul merito. Eppure il merito è chiaro. Un Paese che importa gli effetti delle guerre altrui senza strumenti propri per governare il costo dell’energia finisce per trasferirli sui territori e sulle categorie più deboli.

Per le prossime settimane gli indicatori da seguire sono pochi e osservabili: un intervento specifico sul gasolio agricolo e da autotrazione, il pagamento del Sea Modal Shift, l’eventuale proroga dei fermi oltre il 20 e il 22, la saldatura con lo sciopero dei pescatori. In assenza di misure, gli stessi promotori siciliani hanno già prospettato di proseguire. Se accadrà, sarà difficile continuare a chiamarla una vertenza di categoria.

Dalle strade del Sud arriva una domanda che riguarda tutto il Paese: chi decide quanto costa produrre in Italia, e chi ne paga il prezzo quando la decisione viene presa altrove.

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“Esistono entità che ci guidano. Se credo ai fantasmi? Non lo so, ma ho avuto esperienze paranormali”: la confessione di Deva Cassel

Tra atmosfere oniriche, sedute spiritiche e il palcoscenico dell’Opéra Garnier, Deva Cassel fa il suo debutto da protagonista sul grande schermo. Alla Festa del Cinema di Roma, l’attrice ventiduenne ha presentato L‘amore immortale (in uscita per 01 Distribution), una rilettura cinematografica del classico Il fantasma dell’Opera di Gaston Leroux. Un progetto che ha richiesto mesi di allenamento per calzare le scarpette da ballo, ma che l’ha attratta fin dal primo momento per la sua forte componente sovrannaturale. Un tema verso il quale Cassel confessa un’intima e inaspettata connessione.

Il legame con l’occulto e le forze invisibili

Interrogata sulla dialettica tra reale e soprannaturale che permea la pellicola, l’attrice non si sottrae e svela un lato personale legato all’invisibile. “Se credo ai fantasmi? Non lo so, ma mi piace pensare che esistano entità e forze più grandi di noi, capaci di guidarci”, confessa Cassel. Una fascinazione che affonda le radici in episodi vissuti in prima persona: “Ho avuto esperienze quasi paranormali e, quando mi hanno proposto questo progetto, ero molto interessata a come Alexandre volesse mettere in scena questo aspetto”.

La regia di Alexandre Castagnetti asseconda questo mistero, ma ne ribalta le prospettive tradizionali. Il regista ha infatti scelto di narrare la vicenda interamente dal punto di vista della giovane protagonista, “trasformando il mito di Orfeo in mito di Euridice”, con l’obiettivo di “sottolineare la forza delle donne”, portando finalmente le eroine al centro della scena.

La danza come disciplina e libertà

Nel film, Cassel interpreta Anastasia Marescu, una ragazza che dalle montagne della Romania riesce ad accedere alla prestigiosa compagnia dell’Opéra di Parigi, ritrovandosi subito coinvolta nella messa in scena di un’opera maledetta, L’Orpheus di Ernest Dupré. Prima di affrontare il valzer per la serie Il Gattopardo, l’attrice non aveva mai studiato danza. Per calarsi nel ruolo di Anastasia, si è sottoposta a tre mesi di studio costante, affiancata dalla sua controfigura e dall’attrice Laïka Blanc-Francard.

“Serve molta disciplina. E costanza”, ammette ripensando alla preparazione. “È stato un lavoro da zero, ogni giorno più interessante. Mi ha aiutato a trovare una coscienza della fisicità che prima non avevo, una sincronizzazione tra il corpo e la mente. Il movimento ti regala libertà, Anastasia di prova in prova si lascia andare”. Una fisicità culminata nelle scene finali del balletto, girate dal vero all’interno dell’Opéra Garnier e rese complesse dalla presenza dell’acqua, elemento centrale legato al lago sotterraneo in cui si nasconde il fantasma.

La gestione della pressione e l’insegnamento dei genitori

Al centro del racconto gotico si snoda anche l’amore impossibile tra la ballerina e lo spettro pianista (interpretato da Julien de Saint-Jean). Un sentimento che per l’attrice muta forma con il tempo: “L’amore assoluto è qualcosa difficile da definire. Credo cambi con l’età. Per me è sinonimo di ascolto e pazienza, in modo incondizionato. Il vero regalo — me l’hanno insegnato i miei genitori — non è essere amato ma amare”.

E proprio dalla famiglia, Monica Bellucci e Vincent Cassel, ha ereditato gli strumenti per gestire il peso delle aspettative e l’invadenza della fama. “Certo, l’esposizione è molto forte, può essere invasiva”, riconosce. “Ma i miei mi hanno insegnato a trovare tempo e modo per isolarmi, credo tutti ne abbiamo bisogno. Mi hanno ripetuto più volte: prenditi i tuoi tempi, anche i silenzi. Non c’è sempre bisogno di spiegare tutto“.

Una barriera protettiva che le permette di affrontare i set cinematografici con lucidità e senza soccombere alle dinamiche di rivalità, diversamente da quanto accade alla sua Anastasia. L’ambiente del cinema, osserva, si è rivelato meno insidioso rispetto alle sue esperienze precedenti: “Il cinema lo è meno, anche rispetto alla moda dove ho iniziato e dove ho imparato molto. Io, semmai, la competizione la sento con me stessa: sei tu che devi metterti in gioco“. E il gioco, per Deva Cassel, continuerà presto con un nuovo ruolo da protagonista: sarà Maria di Nazareth nel film Zero A.D. diretto da Alejandro Monteverde.

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L’Iran, un cobra arrotolato pronto a moderdere

L’Iran e il Pakistan sono fortemente impegnati nella costruzione di un ordine finanziario post-americano nel punto di incontro tra l’Asia occidentale e l’Asia meridionale.

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Andiamo subito al nocciolo della questione: dopo aver esaminato attentamente la scacchiera, la leadership politica e militare di Teheran è già giunta alla conclusione che un attacco congiunto statunitense-israeliano, la cui pianificazione procede a ritmo frenetico, sia inevitabile.

Pertanto, si sono ora posizionati come un cobra arrotolato, pronto a colpire e a iniettare veleno letale al primo sentore di una minaccia imminente da parte del Sindacato di Epstein – senza nemmeno attendere un attacco effettivo.

L’offensiva preventiva, già delineata, sarà devastante, estendendosi oltre le basi statunitensi nell’Asia occidentale ad altri obiettivi regionali e includendo potenzialmente le infrastrutture energetiche del Golfo e i cavi sottomarini (in questo caso con ripercussioni che interesseranno soprattutto il Golfo e l’India, molto più che gli Stati Uniti e l’Europa).

Ci troviamo in una situazione di pericolo chiaro e imminente: una mossa militare statunitense-israeliana intesa come pressione sarà certamente interpretata a Teheran come l’inizio di un attacco.

Pertanto, la pressione bellica esercitata dal «culto della morte» e da Trump si scontra ora con una soglia di tolleranza iraniana pericolosamente bassa. Le opzioni di attacco del Pentagono spaziano dagli impianti nucleari iraniani alle infrastrutture energetiche.

Va da sé che il «sociopatico in capo» – già in preda al panico per l’imminente debacle delle elezioni di medio termine – sia una facile preda della potente lobby sionista e dei suoi finanziatori favorevoli alla guerra. Il pericolo strategico supremo è quindi che questa pressione incessante possa produrre un segnale che Teheran interpreti come un attacco imminente, anche se Washington sostiene pubblicamente che non vi sarà alcun attacco prima delle elezioni di medio termine.

Lo Yemen sta portando la situazione a un livello superiore

Parallelamente, fonti privilegiate a Islamabad confermano il successo di un test missilistico pakistano a Mach 7, con una gittata di diverse migliaia di chilometri. Questa nuova capacità ha tutte le carte in regola per alterare concretamente l’equilibrio di potere in Asia occidentale, rafforzando la portata deterrente del Pakistan e la sua capacità di influenzare ogni calcolo di sicurezza regionale, oltre ad accrescere la sempre più profonda interconnessione del Pakistan con la Cina, l’Iran e le petro-monarchie del Golfo.

Ed ora un’altra esclusiva: membri dei servizi di intelligence militare israeliani, tra cui un generale di divisione, hanno lasciato Riyadh dopo che MbS, in un presunto momento di lucidità, ha detto «No» all’offerta di «assistenza» da parte del culto della morte. Eppure, più di 100 membri del personale del CENTCOM rimangono sul posto.

La decisione di MbS potrebbe essergli stata imposta dalla Turchia e dal Pakistan – gli altri due firmatari dell’Alleanza di Difesa della Mecca, che si sono improvvisamente ritrovati nella stessa sala operativa a Riyadh fianco a fianco con agenti del culto della morte.

Ora, la loro partenza potrebbe aver eliminato un rischio di escalation, ma gli agenti statunitensi rimangono esposti: qualsiasi attacco, da qualunque parte provenga, che causi vittime tra le forze statunitensi trascinerà immediatamente Washington nella guerra tra Arabia Saudita e Ansarallah.

La guerra tra Arabia Saudita e Ansarallah, infatti, sta raggiungendo il livello successivo: quello della volatilità. Il mix esplosivo costituito dall’intercettazione di un missile da crociera sopra la provincia di Medina, dalle intercettazioni di droni in altre zone dell’Arabia Saudita e dagli attacchi missilistici delle Forze Armate yemenite contro il complesso presidenziale del governo fantoccio di Aden è solo l’inizio.

Ciò che è accaduto dopo che Ansarallah ha preso di mira Najran – una delle province meridionali dell’Arabia Saudita sottratte allo Yemen nel 1934 dagli inglesi – è un fatto che suscita grande stupore.

Un portavoce saudita ha accusato Ansarallah di aver lanciato un missile da crociera contro Medina. La risposta dell’iconico portavoce delle Forze Armate yemenite, il generale Yahya Saree, è stata devastante: «Oggi non abbiamo condotto alcuna operazione militare contro il territorio saudita. Pertanto, l’affermazione del nemico saudita secondo cui Medina sarebbe stata presa di mira è una vera e propria invenzione e una grave menzogna».

Traduzione: lo Yemen colpisce una delle sue ex province; i sauditi ricorrono a una notizia totalmente falsa, inventando un attacco a una delle due moschee sacre – senza dubbio come preparazione per un’operazione sotto falsa bandiera; poi lo Yemen nega prontamente di aver colpito qualsiasi (corsivo mio) territorio saudita.

Ciò significa che Sana’a sta dichiarando in modo sottile, affinché tutti possano comprenderlo, di non condurre più operazioni all’estero (il corsivo è mio) nelle tre province: Jizan, Najran e Asir. Sta già – psicologicamente e operativamente – preparando il terreno per recuperare il proprio territorio sottratto.

Tutto ciò si sintetizza in questa concisa analisi proveniente dallo Yemen sulla decostruzione della sfarzosa Casa dei Saud:

«Lo Yemen sta minando i pilastri estremamente fragili dell’economia non petrolifera su cui i “pirati del deserto” hanno riposto tutte le loro speranze: immagine, investimenti (FDI), evasione dalla realtà, nonché impunità e invulnerabilità nei confronti del terrorismo proveniente dall’estero».

Come Pakistan e Iran aggirano il FMI

Prestino ora attenzione a un fatto piuttosto sorprendente avvenuto a metà settimana a Bangkok, durante la riunione annuale del FMI e della Banca Mondiale – debitamente accolta da proteste di piazza in Thailandia.

Il governatore della Banca Centrale iraniana, Abdolnaser Hemmati, ha incontrato il governatore della Banca Centrale pakistana, Jameel Ahmad, a margine del principale rituale annuale in lode del dollaro statunitense.

Il Pakistan è sottoposto alla ferrea morsa degli adeguamenti strutturali imposti dal FMI e dalla Banca Mondiale – e, come se non bastasse, è minacciato dalle sanzioni statunitensi perché intrattiene rapporti commerciali con l’Iran.

Pertanto, il fatto che Pakistan e Iran stiano di fatto discutendo della de-dollarizzazione proprio all’interno della tana del leone – il tempio del dollaro statunitense – è di un valore inestimabile.

L’infrastruttura è operativa dal 2023, grazie a un accordo di swap valutario che utilizza il rial e la rupia al posto del dollaro statunitense. Il baratto è gestito da entrambe le Banche Centrali, mentre i canali bancari passano attraverso la Bank Melli in Iran e la Bank Mellat in Pakistan. I loro mercati di confine – almeno sei – sono in forte espansione: rotte commerciali fisiche che aggirano completamente il dollaro statunitense.

Ciò di cui si è discusso a Bangkok all’inizio di questa settimana è come espandere l’intero sistema: non gliene importa nulla delle sanzioni secondarie statunitensi. Soprattutto perché Teheran sta offrendo a Islamabad ciò che il sistema americano semplicemente non può offrire: sovranità, nessun cambio di regime, nessuna austerità, nessuna lezione e, soprattutto, nessun aggiustamento strutturale.

Senza contare che il Pakistan ha un disperato bisogno del gas iraniano – e delle rotte commerciali della Nuova Via della Seta promosse dalla Cina.

L’Iran ha costruito un’intera economia aggirando completamente il FMI – e in grado di sopravvivere a uno tsunami di sanzioni, a un blocco e alla guerra.

Ora l’Iran e il Pakistan sono impegnati a fondo nella costruzione di un ordine finanziario post-americano all’incrocio tra l’Asia occidentale e l’Asia meridionale – completo di swap valutari, commercio di baratto, mercati di confine in forte espansione e canali bancari adeguati, che rendono le sanzioni secondarie una farsa.

A proposito, ciò sta avvenendo proprio mentre un immenso treno iraniano, carico di petrolio greggio – e il primo di molti – è pronto a partire alla volta della… Cina attraverso l’Asia centrale, sulla ferrovia della Nuova Via della Seta costruita dalla Cina.

Il cobra arrotolato potrebbe essere pronto a colpire. Ma il cobra, da tempo immemorabile, ama anche fare affari.

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Intelligenza Umana, Intelligenza Artificiale e il futuro della guerra algoritmica

La tecnologia può stabilire come un’arma raggiunge il bersaglio, mentre spetta all’umanità decidere se quel bersaglio debba essere colpito. La domanda che si cela dietro a tutto ciò è chi, concretamente, eserciti quell’umanità, con quali strumenti di conoscenza e dentro quali istituzioni.

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Dalla persona al bersaglio

Che cosa ne è dell’umanità quando la tecnologia diventa capace di riconoscere, classificare, seguire e infine uccidere esseri umani senza che chi colpisce li abbia mai visti? Se lo è chiesto l’amico Mohammad Reza Dehshiri e la sua risposta ha una formula efficace. Il pericolo, scrive, non è l’intelligenza artificiale ma l’inumanità artificiale, cioè la possibilità che le macchine diventino più accurate proprio mentre gli uomini smettono di sentirsi responsabili di ciò che quelle macchine fanno in loro nome.

Con questo articolo apro una serie che parte dalla diagnosi di Dehshiri e prova a spingersi oltre. Se il problema è l’inumanità artificiale, la risposta non può consistere in un’IA «più etica», come se l’etica fosse un modulo da installare a valle di un sistema già progettato. Bisogna recuperare una categoria che il lessico tecnologico ha reso quasi impronunciabile: l’intelligenza umana, intesa non come un residuo da proteggere nelle pieghe dell’automazione, ma come una forma di conoscenza con prerogative proprie, che nessun aumento della potenza di calcolo può surrogare.

La chiamerò Human Intelligence, e l’ambiguità è voluta. Nel gergo dei servizi di informazione, HUMINT designa la più antica delle discipline informative: quella che passa per le persone, le fonti, le lingue, la frequentazione paziente dei luoghi. Nel lessico filosofico l’espressione indica la facoltà di comprendere. La tesi di questo primo contributo è che i due significati oggi convergono, e che la loro convergenza ha una portata geopolitica che va ben oltre il dibattito sull’etica delle armi.

Possiamo descrivere la catena operativa della guerra contemporanea in sette passaggi: rilevare, identificare, classificare, predire, ordinare per priorità, designare, colpire. Ogni anello può essere tecnicamente raffinato senza che la sequenza, presa nel suo insieme, lo sia sul piano morale. Il fenomeno che ne risulta viene chiamato «datificazione della vita umana»: l’individuo ridotto a un’identità, a una posizione, a uno schema di comportamento, a un punteggio di minaccia.

Non si tratta di un’astrazione. Nell’aprile 2024 un’inchiesta di Yuval Abraham per +972 Magazine e Local Call ha descritto Lavender, un sistema impiegato dalle forze armate israeliane a Gaza per attribuire a decine di migliaia di persone una probabilità di affiliazione ai gruppi armati. Secondo le fonti interne citate dall’inchiesta, la verifica umana di ciascun nominativo si riduceva spesso a una ventina di secondi, il tempo necessario per accertare che il bersaglio fosse di sesso maschile. Le forze armate israeliane hanno contestato questa ricostruzione e hanno descritto Lavender come una banca dati di supporto agli analisti. Anche accettando la versione ufficiale, però, il nodo resta intatto: un operatore umano era presente, e la sua presenza non bastava a trasformare la raccomandazione del sistema in un giudizio.

La psicologia cognitiva ha un nome per questo fenomeno, automation bias: la tendenza di chi lavora con un sistema automatizzato a trattarne le indicazioni come sostituto della propria verifica, e a non cercare le informazioni che potrebbero smentirle. Nel 1976 Joseph Weizenbaum, che aveva costruito uno dei primi programmi conversazionali della storia, distingueva già tra la capacità di calcolare e quella di giudicare, e sosteneva che vi sono compiti che non andrebbero affidati a un calcolatore anche se il calcolatore fosse in grado di svolgerli. Mezzo secolo dopo la distinzione è diventata più urgente. Il calcolo lavora su ciò che è già stato tradotto in dato. Il giudizio deve decidere se quella traduzione è stata fedele.

Dehshiri fissa il punto con quattro distinzioni: la precisione tecnica non è precisione etica, l’accuratezza non è giustizia, l’automazione non è responsabilità, la superiorità tecnologica non è superiorità morale. Ne aggiungerei una quinta, di ordine epistemico, da cui dipendono le altre: la correlazione non è comprensione. Un sistema di apprendimento automatico riconosce regolarità statistiche in un insieme di dati. Non sa che cosa sia una scuola, perché non sa che cosa sia un bambino, e non sa nemmeno di non saperlo.

L’iraniano prende un caso studio interessante: Il 28 febbraio 2026, nelle prime ore della guerra, la scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia di Hormozgan, fu colpita più volte durante l’orario di lezione. Le cifre fornite dalle autorità iraniane oscillano tra 150 e 175 morti, in grande maggioranza bambine, con decine di insegnanti e alcuni genitori; il procuratore della contea ha indicato un bilancio definitivo di 156 vittime. Washington non ha mai riconosciuto direttamente la propria responsabilità né pubblicato le conclusioni dell’indagine del Pentagono. Amnesty International ha parlato, nella migliore delle ipotesi, di un grave fallimento dell’intelligence.

C’è un dettaglio, emerso dalle immagini satellitari, che sposta l’analisi dal piano morale a quello conoscitivo. Secondo i media occidentali, la scuola sorgeva accanto a una base navale dei Guardiani della Rivoluzione e in passato ne aveva fatto parte; tra le spiegazioni circolate negli ambienti statunitensi c’è quella di dati di puntamento non aggiornati. Se l’ipotesi venisse confermata, Minab non sarebbe il caso di una macchina che sbaglia, ma di un archivio che ha smesso di corrispondere alla realtà. L’edificio era cambiato. Il dato no.

Nessun algoritmo di classificazione, per quanto sofisticato, può accorgersi che un vecchio fabbricato militare è diventato una scuola se nessuno ha registrato il cambiamento. Lo sapeva chiunque vivesse a Minab: i genitori che ogni mattina accompagnavano le figlie, il conducente dello scuolabus, gli insegnanti. È esattamente il tipo di sapere che la HUMINT raccoglie e che la guerra a distanza tende a considerare superfluo, perché lento, costoso, difficile da scalare. Allo stato delle fonti pubbliche, la responsabilità statunitense appare altamente probabile, mentre la dinamica resta indeterminata e la confidenza su questo punto è bassa: errore della banca dati, errore di classificazione, oppure accettazione consapevole del rischio. Le tre ipotesi, però, convergono sulla stessa domanda. Chi, prima del lancio, ha verificato se in quell’edificio ci fossero persone?

Oltre il “human-in-the-loop”

Il dibattito internazionale si è a lungo accontentato del principio del human-in-the-loop, l’essere umano inserito nel circuito decisionale.

La formula è insufficiente: un uomo può essere presente nel circuito e limitarsi a ratificare la raccomandazione dell’algoritmo. Propone di sostituirla con un principio più esigente, che chiama humanity-in-command: la capacità effettiva di mettere in discussione, respingere, scavalcare e arrestare il processo automatizzato.

La storia della Guerra fredda offre due esempi che chiariscono che cosa significhi in concreto. Il 26 settembre 1983 il sistema sovietico di allerta precoce Oko segnalò il lancio di cinque missili balistici dagli Stati Uniti. L’ufficiale di turno, Stanislav Petrov, classificò l’allarme come un errore e non lo trasmise come attacco in corso, ragionando che un primo colpo americano non sarebbe mai consistito in cinque missili soltanto. Aveva ragione: il satellite aveva scambiato per lanci i riflessi del sole sulle nubi. Ventuno anni prima, il 27 ottobre 1962, nelle acque dei Caraibi, il sottomarino sovietico B-59, isolato e bersagliato da cariche di profondità di segnalazione, fu sul punto di impiegare un siluro a testata nucleare. Il lancio richiedeva il consenso dei tre ufficiali superiori a bordo, e Vasilij Archipov lo negò.

In nessuno dei due casi l’uomo approvò una raccomandazione del sistema. La contraddisse. E non lo fece perché disponeva di più dati: i dati, anzi, erano il problema. Lo fece perché seppe porsi una domanda che nessuna procedura gli imponeva, cioè se ciò che vedeva avesse senso rispetto a tutto il resto che sapeva del mondo. Petrov conosceva la dottrina nucleare americana; Archipov conosceva la differenza tra un attacco e un’intimidazione. È questa capacità di confrontare il segnale con l’insieme, il particolare con il plausibile, che chiamo Human Intelligence. Vale la pena notare che il Dena è stato affondato da un sottomarino. Non sappiamo che cosa sia stato chiesto ai suoi ufficiali, né quali margini di valutazione avessero.

La proposta va precisata, perché il rischio è di ridurla a un appello umanistico generico. La Human Intelligence, così come la intendo, si articola su tre piani distinti, ciascuno dei quali segna un limite strutturale, e non contingente, dell’intelligenza artificiale.

Il primo piano è epistemico. La tradizione scolastica distingueva tra intellectus, l’atto con cui la mente coglie in modo immediato una verità, e ratio, il procedere discorsivo da un elemento all’altro: per Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, I, q. 79, a. 8) le due non sono facoltà diverse ma momenti di un unico intelletto, in cui il ragionamento parte da una comprensione e a una comprensione ritorna. I sistemi attuali di apprendimento automatico realizzano una ratio di potenza inaudita, capace di inferire, combinare, predire su scale inaccessibili alla mente umana. Manca loro il momento dell’intellectus, cioè la presa sul senso di ciò che elaborano. È una tesi filosofica e va presentata come tale, ma ha conseguenze operative precise: un sistema privo di comprensione non può sapere quando il proprio modello del mondo è diventato falso.

Il secondo piano è pratico. La prudentia, nella definizione tomista, è la retta ragione applicata all’agire, e il suo compito specifico consiste nel portare il principio universale fino al caso singolare. La macchina generalizza: il suo valore sta nel ricondurre il singolo caso a una classe. La prudenza fa l’opposto, perché deve riconoscere ciò che, in questo caso, sfugge alla classe. La guerra, che è il regno del singolare e dell’imprevisto, è il terreno in cui la differenza pesa di più. La nota vaticana Antiqua et nova del gennaio 2025 ha ripreso questa linea, insistendo sul carattere incarnato e relazionale dell’intelligenza umana e sulla sua irriducibilità a una funzione di elaborazione.

Il terzo piano è relazionale, ed è qui che il significato filosofico incontra quello dei servizi. Sherman Kent, che negli Stati Uniti del dopoguerra fondò di fatto gli studi sull’intelligence, la definiva prima di tutto come conoscenza, prima ancora che come organizzazione o attività. La HUMINT è la forma di questa conoscenza che passa attraverso l’altro come persona: chi parla la sua lingua, conosce le sue abitudini, sa leggere un quartiere, distingue una festa da un raduno. Negli ultimi tre decenni le grandi potenze hanno progressivamente spostato risorse verso le discipline tecniche, dalla raccolta di segnali all’osservazione satellitare, fino alle piattaforme di fusione dei dati. Minab mostra il prezzo di questo squilibrio.

Nulla di tutto questo implica un rifiuto della tecnologia. La Human Intelligence non si oppone all’IA come il manuale si oppone al meccanico. Ne stabilisce la gerarchia: l’algoritmo come strumento ordinato a un giudizio che non può produrre da sé. E ne ricava un principio, che Dehshiri formula e che merita di diventare criterio operativo: quanto più la tecnica allontana chi agisce dalle conseguenze del proprio atto, tanto più deve crescere la responsabilità cosciente di chi decide, non diminuire.

Geopoliticamente parlando

Fin qui la questione potrebbe sembrare di filosofia morale. Non lo è soltanto. La distribuzione della capacità di guerra algoritmica è una distribuzione di potere, e le regole che la governeranno saranno scritte, se mai lo saranno, da chi ha interesse a limitarle il meno possibile.

Lo stato del diritto internazionale lo conferma. Il gruppo di esperti governativi istituito nell’ambito della Convenzione su certe armi convenzionali discute dei sistemi d’arma autonomi letali dal 2017 senza essere approdato a uno strumento vincolante. Gli Stati Uniti hanno promosso nel novembre 2023 una dichiarazione politica sull’uso militare responsabile dell’IA, per definizione non vincolante; nel dicembre dello stesso anno l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la prima risoluzione dedicata a questi sistemi, mentre il Comitato internazionale della Croce Rossa chiede dal 2021 il divieto dei sistemi autonomi imprevedibili e di quelli progettati per colpire esseri umani. Nel giugno 2024, intervenendo al G7 di Borgo Egnazia, Papa Francesco aveva chiesto che nessuna macchina sia mai messa nelle condizioni di decidere della vita di una persona. Il divario tra queste posizioni e la pratica dei teatri di guerra del 2026 si misura in vittime.

C’è poi un’asimmetria più profonda. Chi controlla i dati decide chi è un bersaglio, e le vittime della guerra algoritmica si trovano in larga parte fuori dall’Occidente: a Gaza, in Iran, nel Sahel, nello Yemen. Per gli Stati che non producono le piattaforme e non ne controllano gli archivi, la Human Intelligence diventa allora una questione di sovranità. Un Paese che mantiene competenze linguistiche, conoscenza regionale, reti umane di informazione conserva un’autonomia di giudizio; un Paese che affida la propria visione del mondo a sistemi progettati altrove, spesso da imprese private, la cede insieme ai dati. In un ordine che tende al multipolarismo, questa differenza separerà gli attori che giudicano da quelli che vengono giudicati.

Ne discende una proposta concreta, che svilupperò nei prossimi contributi. Accanto al principio generale del controllo umano significativo, il diritto internazionale umanitario potrebbe codificare un obbligo specifico di verifica umana dello status civile per ogni infrastruttura fissa inserita in una lista di obiettivi, con una data di validità oltre la quale l’informazione decade e va rinnovata con fonti dirette. È una norma minima. Applicata a Minab, avrebbe imposto a qualcuno di chiedersi se quell’edificio fosse ancora ciò che l’archivio diceva.

La tecnologia può stabilire come un’arma raggiunge il bersaglio, mentre spetta all’umanità decidere se quel bersaglio debba essere colpito. La domanda che si cela dietro a tutto ciò è chi, concretamente, eserciti quell’umanità, con quali strumenti di conoscenza e dentro quali istituzioni. A Minab qualcuno avrebbe dovuto sapere che c’era una scuola. Il fatto che nessuno lo sapesse, o che nessuno lo abbia chiesto, è il punto da cui ricominciare.

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Proteste giovanili e contestazione delle falsificazioni nel censimento, l’India assedia Nerendra Modi

Nerendra Modi intende forgiare un nuovo cittadino indiano, un nazionalista di Bharat, il nuovo e al contempo antico nome che ha imposto all’immensa e plurale nazione, prima al mondo per abitanti e terza per capacità economica, deciso a realizzare tale chimerica utopia, non disdegna di utilizzare tutte le leve del potere, anche in modo spregiudicato.

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Arrestare settemila studenti è certamente un segno di debolezza, il tutto con un dispiegamento di cinquantamila soldati delle forze dell’ordine e militari, come a inizio ottobre 2026 a Delhi e in altre città a fronte del movimento di protesta che ha saldato insieme i giovani scesi da mesi nelle piazze per rivendicare un futuro e non l’insulto di “scarafaggi”, loro tributato dal ministro all’istruzione poi costretto alle dimissioni, termine trasformatosi nella definizione del loro movimento politico, il Partito del Popolo degli Scarafaggi, unitosi con i rappresentanti di tutti gli altri partiti dell’opposizione, decisi a rigettare i nuovi elenchi elettorali che hanno fatto sparire, è vero, alcuni indiani deceduti, ma anche molti del tutto vivi e vegeti, eppure sgraditi, spesso perché musulmani, con la capziosa giustificazione che non sarebbero cittadini indiani, quando lo sono da sempre, registrati nell’anagrafe nazionale e in quella elettorale, impropriamente accusati di essere immigrati bengalesi che si camuffano da indiani.

Le manifestazioni sono state aperte, in testa ai cortei, dai “resuscitati”, ovvero i presunti morti, in realtà in ottime condizioni fisiche e mentali, insomma quasi un gogoliano ribaltamento delle celebri “Anime morte”, infatti in questo caso non si contano nei censimenti i morti, ma si fanno sparire i vivi.

Delhi resta in stato d’assedio, le manifestazioni sono state generalmente vietate, tuttavia Nerendra Modi, dopo quasi tre lustri di potere incontrastato e di politiche di totale deregolamentazione neoliberista e ultra – induista, deve fare i conti con l’insofferenza ogni giorno crescente e manifesta di ampi settori della società.

D’altronde tanto accanimento interno contro gli oppositori è inteso a ovviare anche alla modesta estate del primo ministro, il vertice dei BRICS organizzato nella capitale indiana è stato un mezzo fallimento. Nessuno degli attuali promotori del multipolarismo si fida di lui, essendo un amico fraterno di Israele, nonché in combutta economica e militare con gli emiratini, a loro volta al servizio dell’imperialismo occidentale contro gli iraniani e in Sudan e Burkina Faso in azione contro i governi legittimi e contro i progetti di cooperazione di quelle nazioni con Cina e Russia.

Le politiche di Modi sono tutte orientate ad abbandonare la storica vicinanza alla causa palestinese dei tempi del non – allineamento indiano, privilegiando piuttosto la cooperazione nel settore degli armamenti con l’entità statuale israeliana, amplificata, come emerso dal trionfale discorso di Modi alla Knesset nel febbraio 2026, dalla profonda affinità tra il sionismo e l’estremismo induista propugnato dal Bharatiya Janata Party.

Al vertice kirghiso dello SCO, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, di fine agosto Modi è stato relegato ai margini della fotografia ufficiale, mentre il presidente ospitante si stringeva al centro con il primo ministro pakistano, oltre ovviamente a Vladimir Putin e a Xi Jinping.

L’indiana Via del Cotone poi, visti i conflitti che incendiano tutta l’Asia Occidentale, sono sempre più aleatori, buoni soltanto per la mistificazione mediatica messa in campo dai media europei in funzione anti – cinese.

Le manifestazioni hanno per altro rovinato la festa per l’avvento, un quarto di secolo fa, il 7 ottobre 2001, al potere di Modi nel Gujarat, continuazione della parossistica celebrazione del suo 76° compleanno lo scorso 17 settembre, festeggiato con manifestazioni e pellegrinaggi.

La stampa d’opposizione ha insistito piuttosto nel ricordare come, solo un anno dopo il suo insediamento nel 2002, Modi abbia scatenato nel Gujarat una caccia al musulmano senza precedenti, un’ondata di violenza che ha mietuto almeno un paio di migliaia di morti, fatti la cui brutalità è rimasta tragicamente e traumaticamente nel ricordo collettivo.

Il vero dato che spaventa il primo ministro è il fatto che mobilitazioni di così grande portata non attraversano il vasto paese dai tempi di Jawaharlal Nehru e successivamente di sua figlia Indira Gandhi, tuttavia quelle erano manifestazioni a sostegno e non contro il capo di governo, nel primo caso per sostenere il Movimento dei Non Allineati, nel secondo per sottolineare la soddisfazione popolare per l’alleanza con i sovietici, volta a trasformare l’India in una potenza atomica.

Il nazionalismo indù del BJP, ovvero Bharatiya Janata Party, di Nerendra Modi sta invece tentando una rottura netta con tutto quel passato, immagina la nazione come capace di proporre sullo scenario internazionale una propria egemonia, se non esattamente imperialistica, certamente verso un mondo indiano – centrico. Anche in questo caso le aspettative di Modi si scontrano con la modestia delle relazioni stabilite con le vicine nazioni nello spazio eurasiatico e ugualmente negli altri continenti, mentre la proposta multipolare sino – russa risulta largamente condivisa dalle nazioni del Sud Globale.

La narrazione ufficiale di un Nerendra Modi quale figlio di un venditore di tè  dalle origini estremamente umili, è parallela alla lunga militanza nel Rashtriya Swayamsevak Sangh, ovvero la Lega Nazionale dei Volontari, organizzazione ultra – induista fondata nel 1925, nota per la sua feroce adesione al sistema delle caste, molto prossimo ai criteri di discriminazione dei sistemi  fascisteggianti della prima metà del XX secolo. È stata quella infatti la scuola sociale e politica nella quale da giovane si è formato, rafforzando la devozione che tanto lui quanto i dirigenti e i militanti del suo partito portano verso l’assassino del mahatma Gandhi, ovvero Nathuram Godse, il quale proprio grazie a Modi dal 2020 ha un santuario che ne ospita le ceneri e che è meta di pellegrinaggio per tutti gli attivisti del Bharatiya Janata Party, lo stesso primo ministro si è recato più volte a Pune, mostrando convinta adesione alle ragioni nazionalistico – induiste, anti – pakistane e anti – musulmane che hanno ispirato quel gesto omicida compiuto il 30 gennaio 1948 a Nuova Delhi.

Alcune iniziative promosse dai suoi sostenitori nel corso dei festeggiamenti di settembre – ottobre più che aumentare la considerazione del primo ministro, hanno rasentato il ridicolo, nel piccolo stato del Tripura il governatore locale Manik Saha ha imposto, con vivo disappunto delle famiglie, alle bambine e ai bambini di tutte le cinquemila scuole di partecipare a concorsi di disegno e di scrittura in lode di Nerendra Modi. Il risultato è che dopo un decennio di egemonia induista lo stato di Tripura ha tutta la possibilità di tornare ad essere governato dal Fronte di Sinistra, guidato dal Partito Comunista Indiano – Marxista (CPI-M) e dai suoi alleati. Tuttavia questo fenomeno può apparire estremo, ma non isolato, in Rajasthan, lo storico partito dei Gandhi, il Congresso, oggi all’opposizione, ha criticato le direttive rivolte a studenti e insegnanti di tutti gli istituti scolastici statali e privati per la partecipazione alle celebrazioni per il primo ministro.

Proprio il Congresso sottolinea e documenta ampiamente come sia imbarazzante investire tanti denari pubblici per celebrazioni fuori luogo, quando, a detta dello stesso primo ministro, ancora molte siano le aree, non solo rurali, in cui mancano i servizi igienici e il collegamento, almeno per i villaggi più remoti, alla rete elettrica, il tutto mentre gli indiani scendono in piazza per protestare e al contempo gli attivisti del Bharatiya Janata Party scorrazzano in bus collettivi e motociclette da Varanasi a Vadnagar, città natale di Modi nel Gujarat, con gigantografie del primo ministro ed enormi bandiere arancioni.

Anche i conflitti in corso in ogni landa del pianeta stanno assestando un duro colpo alla dottrina ultra – liberista di Modi, il quale fondandosi sulla massima deregolamentazione e la più spregiudicata libertà per i capitali, con il drammatico risvolto di scarsissime tutele per i lavoratori, non rispettando mai le organizzazioni sindacali e le normative ambientali, ha accresciuto il Prodotto Interno Lordo prima del Gujarat, poi di tutta l’India, con una crescita ancora al 7% per l’anno fiscale 2025/2026, tuttavia è abbastanza evidente che l’economia nel 2026/2027 segnerà un brusco ridimensionamento, complicando di molto la vita di quel terzo di indiani che vivono di un lavoro nel settore precario o in quello informale, già molto poco avvantaggiati dalla crescita degli anni passati, tra questi lavoratori molti sono musulmani, cristiani, dalit, ovvero appartenenti alla casta degli intoccabili, e adivasi, i popoli nativi che quasi nessuno conosce e ricorda, ma sommano nell’insieme almeno cento milioni di persone, non è un caso che la modesta lotta alla povertà abbia visto piuttosto accrescere profonde e pesanti divaricazioni sociali, con una ristretta minoranza sempre più abbiente.

Il governo per altro è stato ferocemente contestato per quasi tutto il 2026 anche dagli agricoltori, il movimento dei lavoratori della terra è infatti riuscito a impedire l’introduzione nel settore di leggi smaccatamente liberiste e penalizzanti i produttori diretti.

I venti di opposizione non appaiono impensierire per il momento il governo, tuttavia l’epoca dei trionfalismi, come quando nel gennaio 2024 Modi ha presieduto la sfarzosa inaugurazione del colossale tempio di Ram nella città di Ayodhya, anche in questo caso come altre volte edificato sul luogo di una preesistente moschea, appaiono se non irripetibili, del tutto lontani.

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“Il cinema oggi mi inquieta, non fa ridere. Laura Antonelli è morta sola e povera, ascoltava Radio Maria, parlava con Dio chiamandolo ‘papino’ e diceva che la cocaina era la sua droga”: così Marco Risi

La ricetta per rilanciare il cinema italiano è “mezzi importanti e idee importanti”, ma soprattutto “non bisogna ripetersi”. Marco Risi è un uomo intelligente. Forse un po’ malinconico, sicuramente dallo sguardo acuto e disincantato sulla vita, sul mondo e su quel cinema intrapreso a filo di babbo Dino, uno dei più grandi e sagaci della commedia all’italiana del dopoguerra. In una lunga e bella intervista rilasciata al Corriere, il regista di Mery per sempre e Il Muro di gomma ha aperto lo scrigno dei ricordi, tra cui la sua relazione sentimentale, e la fine tragica, di Laura Antonelli, la difficoltà nel girare film in Italia oggi senza fare flop e ovviamente l’ombra lunga del padre. “Una volta Vittorio Cecchi Gori disse a proposito di suo padre Mario: “Io morirò figlio”, spiega Risi jr. “Con papà tu dovevi sempre adeguarti. Lui quello sforzo non lo faceva. Dovevi sempre trovare la chiave per interessarlo. Quando mi dilungavo nei racconti di una cosa che era accaduta, lui mi guardava e diceva: “Titolo!”, non voleva perdite di tempo inutili – ricorda il regista spiegando che Dino non gli faceva mai complimenti, che era abbastanza duro e che non l’ha mai incoraggiato a fare cinema. “Anche se mi ha aiutato, perché dopo un mio periodo difficile, mi ha voluto con lui per scrivere due film. E una volta mi elogiò perché avevo scritto una scena riuscita e volgarotta per Sono fotogenico. Ma quando gli mostrai Mery per sempre vidi che gli brillavano gli occhi, era soddisfatto, forse persino orgoglioso di me”.

Risi jr. evoca anche momenti di una tenerezza inaudita riesumando dieci ore di girato del padre anziano, magrissimo (“pesava quarantotto chili, io lo stringevo e sentivo le sue ossa”) e la sua lontananza dalla politica: “Era stato socialista nenniano, poi gli piaceva La Malfa, alla fine si era ritratto. Ma non si sentiva parte della comunità dei registi e sceneggiatori che lui avvertiva come troppo impegnati e paventava il rischio che in ragione dell’appartenenza partitica si potesse perdere libertà e autonomia espressiva”. Infine gli ultimi istanti prima della fine nel 2008, con Marco che gira Fortapasc a Castelvolturno e Dino che lo raggiunge incuriosito sul set. Poi l’ultimo abbraccio e l’ultima telefonata qualche giorno dopo: “Al telefono disse che non ne poteva più. Aveva 91 anni e mezzo, una vita enorme e un vissuto straripante. Era stanco, semplicemente stanco. Io gli dissi di resistere, di farlo per me, non per lui. E lui mi ha risposto una cosa bellissima: “Pensa al tuo film”. Il capitolo Laura Antonelli è altrettanto doloroso. Con Marco ci fu un flirt (“non conosceva presunzione, non se la tirava, era bellissima, incredibilmente bella, la più bella del creato”) ma anche l’oblio e il cupio dissolvi di una diva finita in disgrazia che morirà sola e povera: “Di tutte le ricchezze accumulate con il suo lavoro non aveva più nulla. In casa c’erano solo pacchi di pasta, conserva di pomodoro e nell’armadio un solo abito, una specie di palandrana nera. Non aveva la televisione, ascoltava solo Radio Maria. Si sentiva in dialogo con Dio, che chiamava “papino”. Le ho chiesto se a rovinarla fosse stata la cocaina per la quale fu arrestata. Forse quel momento ha cambiato la sua vita. Lei mi ha risposto che no, che la cocaina era la “droga di Dio”.

L’ultimo film girato dal 75enne regista milanese è Il punto di rugiada. Film delizioso e poetico, perfino con una punta di cinismo paterno, eppure zero tituli al botteghino. “È un momento difficile per me e per il cinema italiano. Io ho tre soggetti e una sceneggiatura pronta, ma mi rendo conto che oggi realizzare un film è diventato complicato. Il cinema italiano al box office non va bene ed è un peccato, perché ci sono buoni film. Ma se la gente va in sala, e spesso non sono i più giovani, non vuole vedere un piccolo film sul grande schermo. Ci vogliono mezzi importanti e idee importanti, non bisogna ripetersi”. Poi certo, non sappiamo più ridere come una volta e il cinema ne ha risentito assai: “Ho sorriso vedendo un buon film italiano, Serpenti, ma ridere come si faceva una volta è diventato difficile. È fuori, nel mondo reale, che si trova il grottesco. Ma inquieta, non fa neanche ridere”.

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Archivio Aperto, a Bologna il festival del filmato amatoriale con oltre 40mila pellicole

Il cinema non è solo quello che riempie le sale, non è i ‘film evento’. È anche altro. Sono tante le mini-produzioni indipendenti, ignorate dai distributori, magari opere prime che non accettano quella trita struttura ‘televisiva’ nazionale che annienta, ormai da troppi anni, lo ‘specifico filmico’, per usare un desueto termine anni Settanta. Ci sono poi i prodotti audiovisivi ‘minori’ (si fa per dire…) che spesso appassiscono dopo labili apparizioni nei festival specializzati.

Meno male che, ogni tanto, c’è qualcuno che tenta di porre un freno a questo maligno sistema: certo lo fa Archivio Aperto, il festival di Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia (siamo alla diciannovesima edizione) che si tiene a Bologna anche quest’anno dal 22 al 26 ottobre. Un appuntamento “dedicato alla riscoperta del patrimonio filmico privato amatoriale, sperimentale, d’artista, in piccolo formato” conservato, catalogato e restaurato dai primi anni Duemila in poi e che ha creato, passo dopo passo, una monumentale montagna di oltre quarantamila pellicole.

La locuzione ‘film di famiglia’ non deve trarre in inganno: non si tratta, infatti, di filmati amatoriali che i papà e le mamme girano in giardino o in spiaggia per riprendere i propri pargoletti. Qui stiamo parlando di prodotti audiovisivi, girati senza tecniche iperprofessionali, ma che ci raccontano più realisticamente di tanti film prodotti con soldoni la storia del nostro Paese. E non unicamente quella.

Forse solo uno, fra questi filmati, almeno fra i prodotti italiani, l’ha girato una regista professionista come Francesca Archibugi: la storia pubblica e privata di una delle voci più dirompenti e lucide del femminismo, quella di Carla Lonzi (1931-1982). Dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, è la prima uscita pubblica del film sulla Lonzi ed è in programma il 22 ottobre, in serata.

Le opere presentate a Bologna (lungometraggi e cortometraggi) hanno tutte un unico comun denominatore: offrire uno sguardo sulla complessità del mondo che stiamo vivendo. Qualche appuntamento: Unsetting Genealogies, ad esempio, è una “ricerca di Alessandra Ferrini ospitata nella project room del festival e pone l’accento sulle origini fasciste di alcune istituzioni artistiche italiane”. E “in parallelo”, anche “sulla dimensione privata e affettiva della storia”.

Focus Upside Down descrive invece, con una serie di proiezioni e incontri, “le pratiche di militanza e di mediattivismo”; nella sezione L’Archivio che non c’è viene proiettato il documentario A Place in the Italian Sun che “riporta alla luce una storia poco conosciuta di violenza coloniale, esilio e reclusione” e in Storie Sperimentali viene presentata una retrospettiva d’autore: la proiezione delle Songs “canzoni visive mute” in pellicola originale (8 millimetri), ideate e realizzate da Stan Brakhage (1933-2003), regista americano sperimentale, autore di oltre 400 opere, la maggior parte delle quali girate in 8 e 16 millimetri (a volte dipingeva o manipolava con interventi esterni la pellicola…).

Fra gli altri, anche i filmati, interessantissimi, delle lotte sociali e politiche degli anni Sessanta e Settanta “che fecero dei media uno spazio di partecipazione, protesta, sperimentazione e libertà di informazione: da quello, a oggi inedito, su Radio Alice, a 50 anni dalla nascita dell’emittente, alle tristi esperienze del G8 di Genova; dalle Street TV dei primi anni Duemila, provocazione situazionista e di difesa della libertà d’informazione contro l’oligopolio televisivo, al film ‘militante a soggetto’ Processo politico di Francesco Leonelli e dello scultore Arnaldo Pomodoro sull’affaire Pinelli-Calabresi”.

Il concorso internazionale dedicato alle opere realizzate con materiali d’archivio presenta 16 titoli, fra cui 13 anteprime italiane (fra le quali Auber 89 di Giuseppe Schillaci (Italia/Francia, 1980), sulle vicende passate (e in itinere) della periferia parigina a partire dagli anni Ottanta. Ma non mancano filmati sul conflitto israelo-palestinese e persino storie curiose come quella del primo e unico astronauta afghano. Nella sezione Open Frame sono in competizione opere brevi di found footage (letteralmente ‘filmato rinvenuto’, ovvero una tecnica grazie alla quale alcune scene sembrano registrazioni di filmati amatoriali). Sono opere selezionate realizzate all’interno di vari organismi legati al cinema e alle arti visive.

In definitiva, le varie sezioni della manifestazione (Festival, Concorso internazionale, Installazioni, Archivio aperto) formano un coacervo di informazioni e approfondimenti sul mondo che abbiamo vissuto (e che viviamo) di cui oggi c’è un gran bisogno: una sorta di riposizionamento delle nostre coscienze, una boccata d’ossigeno, un momento di disintossicazione da un sistema mediatico drogato e drogante.

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Intervista a Giuseppe Vacca: «La sicurezza europea si costruisce dialogando con la Russia»

Il centrosinistra diviso sull’Ucraina, il futuro della difesa comune e il nuovo peso dell’Asia: intervista a Beppe Vacca sugli equilibri che cambiano.

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Un efficace antidoto alla superficialità che ammorba i talkshow mediatici frequentati da improponibili analisti, improvvisati geopolitici, battutisti in servizio permanente effettivo, che pontificano, sproloquiano su cose maledettamente serie, come lo è la guerra. Alle lettrici e ai lettori di Rinascita l’”antidoto” di serie lo offre Giuseppe Vacca. Professore emerito di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bari, già direttore dell’Istituto Gramsci, Vacca è stato più volte parlamentare del Pci. Della sua enorme produzione saggistica, ricordiamo il suo ultimo libro: Vita e pensiero di Palmiro Togliatti (Einaudi).

Professor Vacca, una visione condivisa della politica estera dovrebbe essere a fondamento di una coalizione che si candida al governo dell’Italia. Invece, nel centrosinistra domina il rovello armi sì armi no all’Ucraina. Lei come la vede?

La politica estera è discriminante per qualunque attore di una campagna elettorale, in particolare in Italia visto che in campagna elettorale ci siamo già entrati di fatto con la sconfitta referendaria del progetto di Meloni sulla giustizia ed è peraltro difficile prevedere che la legislatura arrivi a scadenza ordinaria, anche per le turbolenze del contesto internazionale.

In questa prospettiva, il problema principale a me pare che consista nella differente postura in politica estera tra il Pd e il Movimento5stelle.

La postura del Pd dipende molto dal problema della sicurezza europea e dall’altro tema connesso che è quello della difesa. Qui c’è innanzitutto un problema di come la s’imposta.

Vale a dire?

Armi sì o armi no all’Ucraina non è un problema autonomo bensì una derivata di come s’imposta la visione di una possibile ripresa del progetto di unificazione europea e quindi del carattere europeo della costruzione di una effettiva difesa comune.

La difesa dipende dalla percezione del nemico. Da un lato si ripete che noi, noi Europa, non siamo in guerra con la Russia, dall’altro si ventila una minaccia della Federazione Russa principalmente sull’Europa. E su questo si legittima l’aumento del 14% della spesa militare europea nel 2025, raggiungendo il maggiore incremento dalla fine della Guerra fredda.

Ora, rispetto alla ripresa e al compimento del processo europeo, fermatisi non per caso alla moneta e alla Bce, lasciando invece sospesi i problemi della politica estera e di difesa comuni, il primo problema da discutere è in che relazione l’Europa sta con la Russia, dal punto di vista geopolitico.

Se questo è il nodo di fondo da sciogliere, su che basi andrebbe impostata a suo avviso una discussione rigorosa e non propagandistica?

Dal punto di vista geopolitico, non c’è dubbio alcuno che la Russia è parte dell’Europa. Parte non vuol dire che ci possa essere una confederazione, ma possiamo stare ancora all’ultima definizione della Nato, seguita all’invasione russa dell’Ucraina, per cui l’Alleanza atlantica non è più una un’alleanza genericamente difensiva, ma è un’alleanza difensiva contro un nemico indicato con nome e cognome, cioè la Federazione Russa.

Come è possibile pensare un’Europa potenza civile, secondo la missione originaria, che misura e definisca i suoi organi e le sue missioni in base all’individuazione di un nemico. Questo porta necessariamente ad un approccio iper-militarista che moltiplica i conflitti.

Tornando sulle vicende interne, la prima questione è come si possa trovare una quadra nella politica estera tra il Pd che è attestato, a partire dall’Ucraina, sull’idea che la Russia è il pericolo, e i M5s che propone una politica di dialogo, o che comunque abbia come questione fondamentale la fine della guerra e la costruzione della pace attraverso un rapporto, un dialogo che riguardi ambedue i belligeranti, quindi anche Mosca.

Da questo punto di vista c’è un problema, al momento irrisolto, di unità dei principali partner della coalizione di centrosinistra nella visione della politica estera.

E questa unità si può o si deve raggiungere impostando il problema della sicurezza, io credo, in maniera dialogica e non pregiudizialmente antagonistica con la Russia.

Detto in altri termini: qual è il problema della sicurezza così come è percepito da parte dei russi? Perché anche loro hanno un problema di definizione, di percezione dei rischi della sicurezza. Da ciò discendono questioni strategiche che investono il futuro stesso dell’Europa.

A cosa si riferisce, professor Vacca?

A un’Europa che nella costruzione di una politica estera comune e di una politica di difesa comune, una volta che non c’è più la delega agli Stati Uniti come potenza egemone della Nato garante della sicurezza europea, garantisca la propria sicurezza commisurando la percezione del rischio al modo in cui quella percezione del rischio e il problema della sicurezza si propongono per l’altra parte. Altrimenti l’effetto dell’apparente uscita degli stati Uniti da questa partita è solo quello di ereditare la russofobia di sempre nella politica americana, da parte dell’Europa, in quanto tale, ovvero di concepire una difesa comune europea, da cui anche l’innalzamento al 5% del Pil delle spese militari, come una sostituzione nella funzione di antimurale militare della Russia come nemico. Ma questo non corrisponde alla realtà e non risolve il problema che comunque, nel momento in cui si sviluppa una divergenza strategica all’interno dell’Occidente, a fronte alla crisi da parte degli Stati Uniti di una egemonia globale, che con la presidenza Trump si acuisce ma che non nasce con l’ingresso del tycoon alla Casa Bianca, non si risponde al presupposto geostrategico fondamentale, cioè quello di capire in che rapporto non bellico impostare la sicurezza europea e la sicurezza russa.

Non ci può essere altra via di uscita, se non quella di affrontare e provare a risolvere il problema della difesa in termini di reciprocità, attraverso un dialogo con la Russia che abbia chiaro questo obiettivo.

Un tema di enorme rilevanza strategica, direi epocale, che va oltre la dimensione geopolitica e aggredisce altre questioni cruciali…

Quali?

Come si stabiliscono i confini dell’Europa? E come se ne ridefinisce la visione? Chi si deve preoccupare del rapporto geopolitico tra l’Europa e la Russia. Problemi che non si possono affrontare unilateralisticamente e solo con una riduzione del problema della sicurezza a problema di competitività dal punto di vista militare-tecnologico.

Questo, secondo me, è anche il modo di trovare un punto di unità all’interno del centrosinistra tra la posizione del Pd e quella dei 5stelle.

Non è questione se continuare o no a dare sostegno militare all’Ucraina. Il problema della difesa degli interessi dell’Ucraina come parte dell’Europa, che può trovare un precedente valido se si struttura la novità intervenuta dalla volontaria adesione all’Unione Europea del Canada, il che significherebbe l’istituzionalizzazione di una fisionomia più articolata di rapporto geostrategico dell’Europa.

Una dinamica che può valere, come si sa, anche per l’Ucraina e tra l’altro in considerazione del fatto che Putin non ha detto no all’associazione dell’Ucraina alle istituzioni economiche dell’Europa.

Quali ricadute questo complesso ragionamento potrebbe o dovrebbe avere nel dibattito aperto nel centrosinistra?

Aldilà del momento elettorale, c’è il problema di come si esercita il governo nell’eventualità di una vittoria alle elezioni, per cinque anni. Qui la politica estera continua ad essere discriminante. È un vincolo naturale di qualunque politica di governo, che vive di un costante rapporto tra politica interna e politica internazionale.

Come si esercita per una legislatura questo ruolo? Diventando un pezzo di uno schieramento europeo dominato da una russofobia?

Non posso non considerare che una parte significativa dei sostenitori della risposta militare alla invasione dell’Ucraina da parte della Russia è stata quella di ritenere che così si creava uno schieramento talmente forte tra Stati Uniti, con Biden prima e poi con Trump, ed Europa da riaprire e attualizzare la prospettiva non solo della sconfitta ma dello smembramento della Russia.

Una russofobia che ha attraversato la storia dell’Occidente, e in esso dell’Europa, fino ad essere parte del sostegno e dell’affermazione di Hitler in Germania. Perché Hitler e il nazismo non nascono solo in maniera endogena, ma nascono anche dal fatto che la politica di sostegno inglese e americana mirava a fare dell’anticomunismo hitleriano e tedesco una leva per scaricare questa potenza della Germania nazista solo sulla Russia piuttosto che su tutto l’Occidente e il mondo democratico.

Tornando all’oggi, due restano gli interrogativi di fondo: la Russia è non è parte dell’Europa geopoliticamente? E siccome è innegabile che sia parte dell’Europa, non significa questo debba riguardare l’architettura della UE così com’è; significa che nel fare quegli ulteriori passi che non erano stati mossi dal periodo di Maastricht ad oggi, l’Unione Europea, tenendo fermo e ben piantato il vessillo della potenza civile, ed anzi attrezzandosi meglio per poterlo rafforzare, definisca dialogicamente con la Russia la reciprocità degli interessi, nella percezione del rischio e quindi nella co-definizione della sicurezza.

Mi lasci aggiungere che questo comporta di conseguenza una ricaduta sul problema israeliano profondamente diversa da quella mainstream.

In che senso, professor Vacca?

Netanyahu come lo si definisce? Netanyahu è uno dei capi, degli strateghi, della politica internazionale dei neoconservatori a livello globale. Nel momento in cui in Israele le vecchie forze socialdemocratiche sono state sconfitte e sono andate al potere le destre, beh, questo mica è avvenuto senza il sostegno degli americani, e non solo di essi.

La strategia di Netanyahu, se la si analizza con freddezza, io la leggo così: perché la Grande Israele? Solo perché in base alla mitologia biblica, Dio deve avere tutta quell’aerea per il suo insediamento? Il problema mi pare molto prosaicamente diverso, cioè Netanyahu è il leader di una militarizzazione, di un consolidamento territoriale ampliato dello Stato d’Israele in vista di una situazione geopolitica mondiale che cambia e cambierà ancor più nel momento in cui Israele non potrà far leva per la sua sicurezza solo sulla potenza americana, che tra l’altro è molto distante anche dal punto di vista geopolitico. Dovrà trovare il modo di garantire la propria sicurezza attraverso accordi con le potenze che guidano il processo mondiale di emersione dell’Asia, cioè con l’asse russo-cinese. E ormai ci siamo vicini, al fatto che questo tema entri nell’agenda geopolitica dei BRICS; un’agenda che muove dalla emersione della centralità dell’Asia come nuovo epicentro del mondo, sotto la duplice guida, che io considero talmente fondata da rendere indistinguibile l’individuazione dei soggetti Russia e Cina, definendosi, da questo punto di vista, come un soggetto unico che agisce in maniera articolata per costruire quello che sta già realizzando, vale a dire la leadership di tutta una rete che si va vieppiù strutturando dall’Iran al Sud globale, in alternativa al mondo che abbiamo conosciuto, tarato sull’asse Est/Ovest e non aveva risposte emancipative per il Sud globale a cui invece pensano la Cina e in parte la Russia, ormai strettamente collegate, soggetto unitario di questo processo globale enorme che ha attraversato l’intera storia del ‘900 e che oggi è il vero punto di svolta e di rottura con la vecchia egemonia del mondo transatlantico.

Articolo originale:  rivistarinascita.it

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Mattarella contro l’eccesso di ‘giornate nazionali’: lo stesso discorso andrebbe esteso ai festival

La sortita del Presidente Mattarella rispetto all’esigenza di contenere la proliferazione delle “giornate nazionali”, per ridurre il rischio di deriva inflattiva che determina la sostanziale inefficacia delle stesse, stimola una riflessione in coloro che credono (ancora) in uno Stato che sappia sviluppare una sana politica culturale.

Il nostro Presidente si è mai posto un quesito “simile”, rispetto alla gran quantità di festival che durante l’anno si svolgono in tutta Italia?! Senza dubbio, si tratta di una ricchezza del nostro territorio, e in alcuni casi sono anche veri e propri preziosi presidi culturali sopravvivenziali, in zone del nostro Paese che soffrono di una tremenda desertificazione (ci sono migliaia di comuni nei quali non ci sono più teatri, non ci sono più cinematografi, non ci sono più nemmeno edicole!). Un monitoraggio curato da alcuni anni dal centro di ricerca indipendente che presiedo, IsiCult, ha censito oltre 4mila festival in tutto il Paese, e crescono di decine e decine ogni anno (e altrettanti muoiono, quasi sempre a causa di deficit di sostegno pubblico).

Si tratta dell’iniziativa “Italia dei Festival” (www.italiadeifestival.it), che beneficia di un modesto contributo della Direzione Cinema e Audiovisivo come “progetto speciale” (per l’anno 2024 e per l’anno 2025).

Spesso si tratta di piccole iniziative, che potrebbero ben svilupparsi con sovvenzioni di poche decine di migliaia di euro, ma la macchina burocratica del Ministero della Cultura attribuisce sostegni ad una minima parte del totale dei festival italiani. Si tratta indicativamente di circa 600 festival l’anno, su un totale di oltre 4mila. Quelli non “premiati” dal Mic riescono a vivere (spesso soltanto a sopravvivere) grazie a contributi delle Regioni, dei Comuni, delle fondazioni ex bancarie, di sponsor privati.

IsICult sta cercando di costruire una mappatura dei festival anche dal punto di vista economico-finanziario, con grande difficoltà perché i livelli di trasparenza non sono sempre eccellenti. In verità, questo dataset dovrebbe essere costruito dallo stesso MiC, ma pare che, nel corso dei decenni, nessuno ci abbia pensato…

Nell’economia festivaliera italica, emergono poi i “big”, ovvero una ventina di festival che sono classificati come nazionali e speciali – con criteri spesso misteriosi – che beneficiano di sovvenzioni a botte di milioni di euro, con una quantificazione sganciata da criteri oggettivi, ma determinata dalla discrezionalità del Principe di turno: tra questi, uno di quelli che spicca è senza dubbio il Festival del Cinema di Roma, che si sta svolgendo in questi giorni.

Qualcuno si è mai preso la briga di comprendere se questo festival (che ha un budget di 8 milioni di euro) determina reali ricadute concrete nel sistema cinematografico nazionale?! Esattamente come per Venezia, si pone come simpatica vetrina per cinefili, con red carpet integrato, ma poco più di sostanziale, considerando che la gran parte dei film che propone non hanno poi alcuno sbocco nel mercato cinematografico. Si tratta di festival che costano molti milioni di euro di danaro del contribuente, danno certamente lavoro a decine e centinaia di persone, ma che non modificano l’audience cinematografica in modo sostanziale.

La questione riguarda ovviamente anche la stessa Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: contribuisce – al di là del red carpet appunto – a promuovere realmente la fruizione di cinema (e magari di cinema nazionale), o si tratta di una grande “macchina burocratico-culturale” autoriferita ed autoreferenziale?! Altresì dicasi per il David di Donatello… Quanti piccoli festival potrebbero essere sostenuti con una parte del sostegno pubblico assegnato a grandi kermesse come Venezia e Roma e poche altre dell’eletta schera?!

Queste patologie riguarda le “giornate nazionali” così come i… “comitati nazionali”, ai quali il Presidente della Repubblica non ha ancora (non ancora?!) dedicato attenzione. In sostanza, così come a livello nazionale non si dispone di vere “valutazioni di impatto” (né per il cinema e l’audiovisivo, né per lo spettacolo dal vivo, che complessivamente assorbono oltre 1 miliardo di sovvenzioni da parte del MiC), a livello territoriale lo Stato non dispone di strumentazione adeguata per ben valutare il senso delle iniziative culturali.

Il discorso va ben oltre lo specifico festivaliero. Senza dimenticare la gran quantità di danari che il MiC assegna direttamente a Cinecittà s.p.a. con assoluta discrezionalità, senza rendere conto a nessuno, per i cosiddetti “progetti speciali”: basti pensare alle decine di milioni di euro ogni anno di una incerta campagna promozionale – con zero trasparenza – tanto cara alla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, qual è “Cinema Revolution”, oppure al misterioso progetto “Rambaldi”, gestito dal “Comitato Nazionale per le Celebrazioni del 100° anniversario della nascita di Carlo Rambaldi”.

Trattasi di 1,6 milioni di euro (perché non 2 o 3?!), con un “Comitato Nazionale” la cui presidenza è stata affidata (non si sa bene da chi) a Chiara Sbarigia, Presidente da anni dell’Associazione Produttori Audiovisivi (Apa), già Presidente di Cinecittà, nonché ancora oggi consigliere di fiducia della Sottosegretaria Borgonzoni…

E che dire – ancora? – dei 2,2 milioni (perché non 3 o 4?!) di euro che Cinecittà ha concesso graziosamente all’Italian Global Series Festival per l’edizione 2025. Iniziativa anch’essa promossa dall’Apa presieduta da Chiara Sbarigia… L’elenco completo sarebbe troppo lungo. E sconfortante. E nel frattempo, sul territorio centinaia e centinaia di piccoli festival boccheggiano.

Giochi di palazzo, capitale relazionale, conventicole e lobby, amichettismi diffusi e trasversali… A nessuno sembra interessare la verifica della reale efficacia (ovvero inefficacia) del sostegno pubblico alla cultura. Prevale discrezionalità ed opacità. E sempre latente è il rischio di clientelismo, di asimmetrie: sostanzialmente di ingiustizie. Con buona pace della tanto decantata meritocrazia e – in fondo – della democrazia culturale.

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Il Nobel per la non-Pace, versione 2026

Sacrifica ciò che è scomodo, mai il progetto. Il “pal-washing” in azione.

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Un copione già noto

Il 9 ottobre 2026 il Comitato norvegese per il Nobel ha assegnato il Premio per la pace a Navanethem Pillay, giurista sudafricana di 85 anni, già giudice della Corte penale internazionale e Alta commissaria Onu per i diritti umani. La motivazione parla di una persona che ha aperto la strada a un ordine giuridico globale più completo. Il presidente del Comitato, Jorgen Watne Frydnes, ha aggiunto che il premio è un messaggio per chi attacca e mina il sistema internazionale e le sue istituzioni. Il verdetto è dichiaratamente politico, ed è su questo piano che va discusso.

La stessa figura che nel 2011 avrebbe «abbattuto» Gheddafi, spianando la strada al saccheggio del petrolio libico e alla schiavitù dei migranti africani, ora «abbatterebbe» Netanyahu, e preparerebbe così la riabilitazione di Israele. Il filo logico non sarebbe la morale né la pace, ma l’agenda dell’Open Society di George Soros: sacrificare i soggetti diventati scomodi, mai l’essenza del progetto. Qualcuno l’ha battezzata «pal-washing». La domanda di fondo è seria, perché chiede se dietro premi e giurisdizioni dell’ordine liberale ci sia una regolarità.

Occorre sottolineare che il copione è già noto. Vi ricordate quando Barack Obama ricevette il premio Nobel per la pace, inaugurando guerre su guerre? O vi ricordare i personaggi in cerca d’autore come Machado, Mohammadi, o i difensori dei criminali Ucraini? Ma andiamo per ordine.

 

Atto Primo: la Libia

Nel febbraio 2011 Pillay, Alta commissaria, chiese al Consiglio per i diritti umani un’azione vigorosa per fermare le violenze e chiamare i responsabili a risponderne; il Consiglio condannò le violazioni e istituì una commissione d’inchiesta. Il passaggio successivo toccò al Consiglio di sicurezza: il rinvio alla CPI con la risoluzione 1970, poi la 1973, approvata con dieci voti favorevoli e cinque astensioni (Brasile, Cina, Germania, India, Russia). Nessuno sostiene che Pillay abbia deciso la guerra. Conta la sequenza: il linguaggio dei diritti umani aprì la porta, quello della protezione dei civili autorizzò la forza, e l’operazione scivolò verso il cambio di regime. Già in aprile Lavrov accusava la NATO di eccedere il mandato, e un ministro francese ammetteva che il cambio di regime avrebbe richiesto un nuovo voto.

Poi i costi. Nel 2017 l’OIM documentò aste di migranti subsahariani nel sud della Libia, venduti per somme tra 200 e 500 dollari. Il nesso con il crollo dello Stato dopo il 2011 è la lettura più plausibile, benché la fonte documenti il fenomeno e non la sua causa. Il prezzo lo pagarono la Libia e i migranti; la cornice giuridica ne uscì, sul piano formale, intatta, anche se la controversia sul mandato avrebbe poi pesato sui veti di Mosca e Pechino in altri dossier.

Atto Secondo: Bibi

Il 21 novembre 2024 la Camera preliminare I della CPI emise mandati d’arresto per Netanyahu e per l’ex ministro della Difesa Gallant, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Pillay aveva lasciato la Corte nel 2008, ma ha presieduto la Commissione d’inchiesta Onu che il 16 settembre 2025 ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza. Qui il «pal-washing» trova il suo meccanismo. Il diritto penale internazionale lavora su persone: un imputato, un’imputazione, un periodo. Se il caso si chiude con la sorte di un leader, si apre una cesura narrativa, il prima e il dopo di un uomo, dopo la quale lo Stato può presentarsi come reintegrato. La Libia offre l’analogia: là il caso si chiuse con la caduta di un uomo.

I limiti del percorso giocano a favore della lettura. La Corte non ha una polizia e l’esecuzione dei mandati dipende dagli Stati parte; la Commissione non è un tribunale e non parla a nome dell’intera Onu; lo stesso Comitato, riferisce AFP, ha detto che spetta a una corte stabilire se vi sia genocidio. Il premio non produce effetti giuridici, lo sappiamo, però produce legittimazione per un circuito che promette giustizia e non può garantirla.

Dobbiamo, poi, considerare che dinamiche del genere le abbiamo già viste più volte all’interno dell’ordine globalista che domina in Occidente. L’Open Society Foundations si presenta come il maggiore finanziatore privato al mondo di gruppi per giustizia, democrazia e diritti umani, attivo in oltre cento paesi, e Pillay ha ricevuto lo Stockholm Human Rights Award, lo stesso che nel 2011 è andato a Soros e a Neier. Sembra proprio che si ripeta di nuovo il pattern della agenda sorosiana, fatta di fondazioni, ONG, tribunali, commissioni e burocrazie che condividono un lessico e un orizzonte, quello di un ordine liberale da perfezionare e mai da rimettere in discussione. Chi opera dentro quel lessico può denunciare un governo, un leader, perfino uno Stato, ma non può contestare i presupposti dell’ordine che gli dà legittimità.

Alcuni obietteranno che la Commissione di Pillay attribuisce la responsabilità a Israele come Stato, non soltanto ai suoi leader, il che contraddice l’idea di un’operazione puramente personalizzante. Il secondo è la reazione. Netanyahu ha accusato il Comitato di aver perso la bussola morale, il Ministero degli Esteri israeliano ha parlato di una grottesca strumentalizzazione del premio, e Washington ha annunciato sanzioni contro la CPI poche ore dopo l’annuncio. Tutto vero. Ma avrebbe senso e valore se il sistema occidentale non fosse marcio fin dalle sue fondamenta, se il suo sistema giuridico funzionasse, ma così non è, sotto nessun aspetto (e abbiamo avuto già sufficienti dimostrazioni – non scordiamoci anche il caso Epstein).

Se nei prossimi dodici mesi la caduta politica di Netanyahu verrà presentata come chiusura del caso, anziché come una tappa di un procedimento che riguarda lo Stato, il «pal-washing» guadagnerà peso. Se i procedimenti proseguiranno oltre la sua persona, e se gli Stati parte eseguiranno i mandati, forse ne perderà. Allo stato delle prove la tesi è plausibile e, fino a smentita comprovata, questo è l’ennesimo Nobel della non-Pace, che non possiamo chiamare “guerra”.

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L’accordo sul gasolio tra Putin e Trump potrebbe essere più ampio di quanto si pensasse inizialmente

Dopo questa decisione sul diesel, la guerra potrebbe essere appena diventata molto più semplice e più netta.

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Trump sta forse pensando di avvalersi di Putin per tirarsi fuori dal pasticcio causato sia dai suoi bassi consensi nei sondaggi sia dalla guerra con l’Iran? A prima vista potrebbe sembrare inverosimile, ma egli è completamente intrappolato nella questione iraniana, e qualsiasi opzione prenda in considerazione sembra portare a uno scenario apocalittico. Potrebbe Putin aiutarlo sia a risolvere la questione dei prezzi del gasolio nel Paese, sia a negoziare un accordo con l’Iran che faccia apparire agli americani che lui, e l’America, siano in qualche modo i vincitori?

Il fatto che il presidente russo venda quasi 2 milioni di tonnellate di gasolio ai Paesi occidentali, compresi ovviamente gli Stati Uniti, sembra un cerotto su una ferita enorme nelle economie americana e occidentale. A meno che, ovviamente, non vi sia un secondo accordo dietro le quinte di cui giornalisti ed esperti non siano a conoscenza, o che semplicemente scelgano di non riportare. Per quanto riguarda l’iniziativa di Putin sul gasolio, la quantità offerta non è enorme, ma vi sono un paio di precedenti che essa stabilisce e che sono più importanti.

In primo luogo, apre le porte a un’ulteriore revoca delle sanzioni (che potrebbe essere abbinata a quella relativa all’Iran, date le relazioni di Mosca con Teheran), ma, cosa forse ancora più importante, rende il presidente ucraino Zelensky un bersaglio ancora più importante per Trump. Molto dipenderà dai prossimi giorni e dalla decisione che Zelensky prenderà riguardo al proseguimento dei bombardamenti contro gli impianti petroliferi russi. Prenderà quella pillola suicida? Le guerre sono spesso caotiche e vi sono sempre zone d’ombra in cui i due paesi in conflitto si trovano di fronte a situazioni illogiche e impraticabili. Forse i bombardamenti degli impianti petroliferi russi nell’ambito della guerra in Ucraina hanno raggiunto il loro punto di svolta e, indipendentemente da quanto i leader dell’UE siano vicini a Zelensky – che, nella migliore delle ipotesi, possiamo definire un leader ad interim – ciò metterà alla prova questo rapporto fino al punto di rottura.

È necessario che un gran numero di cittadini in Francia e Germania muoia quest’inverno semplicemente a causa di una crisi energetica e/o di una crisi economica nei propri paesi, che hanno investito miliardi per mantenere viva la guerra in Ucraina? Putin è così sicuro che quest’inverno sarà l’ultimo per le sue truppe, dato che la linea difensiva tra le forze ucraine e quelle russe sembra sul punto di cedere da un momento all’altro? Gli stessi ucraini sono pronti ad affrontare un inverno gelido a Kiev, incapaci di fornire elettricità o riscaldamento ai propri appartamenti? Tante guerre sono iniziate per le riserve energetiche, ma non quella in Ucraina. Eppure potrebbe finire proprio per quelle.

I commenti minacciosi di Trump sui social media riguardo a Zelensky dovrebbero essere presi sul serio. Se la stessa cricca di consiglieri incompetenti di Trump riesce davvero a convincerlo che un’invasione terrestre dell’Iran sia fattibile, se non addirittura vincente, si potrebbe semplicemente sostenere che un cambio di regime in Ucraina dovrebbe essere un gioco da ragazzi e garantirgli un enorme guadagno – dal punto di vista politico, economico e geopolitico. La rimozione di Zelensky porrebbe immediatamente fine alla guerra, e Trump potrebbe rivendicarne la vittoria, mentre chiede al suo amico Putin di intervenire discretamente in Iran e di risolvere la questione dello Stretto di Hormuz.

Il fatto che Trump abbia effettivamente reagito allo sfogo di Zelensky davanti ai giornalisti – secondo cui la decisione di acquistare gasolio russo fosse «debole» – minacciando di destituirlo, dimostra che la sua pazienza ha raggiunto un punto in cui sta iniziando a considerare il presidente ucraino come la fonte dei problemi. Rimuovere Zelensky sostenendo un rivale sarà difficile e lo metterà in contrasto con i leader dell’UE, ma si potrebbe sostenere che le relazioni non potrebbero davvero peggiorare ulteriormente e che, una volta che Macron e Merz avranno compreso che la pace è l’unica opzione e che Zelensky è in realtà l’unico vero ostacolo a ciò, faranno ciò che fanno tutti i leader dell’UE e seguiranno l’esempio degli Stati Uniti.

Spesso sentiamo gli analisti su YouTube parlare del gioco del «chi ha più coraggio», ma non c’è mai stato un momento più fugace di questo, poiché sia Trump che Zelensky si osserveranno a vicenda per vedere chi batterà ciglio per primo. Zelensky, fino ad ora, ha condotto un gioco pericoloso fingendo di essere servile nei confronti dell’egemonia statunitense, mentre in realtà si limitava a incassare denaro e armi e a ridere di Trump in mezzo a una cerchia di deboli leader europei nelle loro residenze sontuose. La guerra è stata complessa sin dall’inizio, poiché gli Stati Uniti e l’UE raramente erano d’accordo, ma se Trump dovesse dare seguito alla sua minaccia di negare agli ucraini la condivisione di informazioni di intelligence, ciò costituirebbe un pessimo presagio per il futuro di Zelensky, poiché egli eserciterà una pressione ancora maggiore su britannici, francesi e tedeschi affinché forniscano ulteriori armi e denaro in una guerra impossibile da vincere, su cui hanno puntato tutto e da cui dipendono le loro intere carriere politiche.

La guerra, dopo questa decisione sul gasolio, potrebbe essere appena diventata molto più semplice e binaria, e dalla follia delle farneticazioni dell’UE potrebbe emergere una narrativa collettiva da parte di paesi che non riescono nemmeno a proteggere la propria popolazione sul proprio territorio dall’invasione di falsi richiedenti asilo. Non sarà solo la prova definitiva per le relazioni tra Stati Uniti e Ucraina, ma anche per quelle tra Stati Uniti e UE, e potrebbe forse rappresentare la fine della NATO così come la conosciamo.

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“I tricamper sui set sono molto spesso usurati”. “Sono sicura che non hanno mai dato a Luca un camerino inadeguato”: botta e risposta tra Cristina Marino e Claudia Pandolfi

Non c’è ombra di dubbio che il cinema, così come tanti ambienti di lavoro, sia fatto di piccole o grandi litigiosità, ma che queste possano emergere pubblicamente crea sempre stupore. Questa volta a creare il pretesto per una semplice contrapposizione tra vedute diverse su uno stesso argomento sono state le dichiarazioni che Cristina Marino, compagna di Luca Argentero, ha fatto al podcast di Alessandro Cattelan, “Supernova”.

L’attrice e influencer ha parlato della scelta adottata dal compagno di dotarsi di un proprio tricamper per affrontare i suoi impegni lavorativi sui set: “Quando sei in giro con i set ti danno i tricamper, che sono spesso molto usurati: non sono proprio comfort. Luca, giustamente dopo vent’anni che fa questo lavoro, si è comprato il suo, come business però”.

Il ragionamento che sta dietro la scelta dell’attore, stando alle parole di Marino, è questo: “La produzione che deve pagare allo stesso prezzo una cosa che è lì da vent’anni con le macchie sul divano o il mio che lo faccio chiccoso, non è più comodo o carino per tutti?”.

Questo assunto, secondo il quale i tricamper messi a disposizione per gli attori dalle produzioni cinematografiche siano scadenti, ha fatto contrariare Claudia Pandolfi, che rispondendo tra i commenti del video pubblicato da “Supernova” ha ribattuto a quanto dichiarato da Cristina Marino.

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L’accordo sul gasolio tra Trump e Putin: la speranza muore per ultima

La dichiarazione di Trump offre una prospettiva mediatica molto interessante e potrebbe segnare la fine del “Progetto Ucraina”, un argomento che merita di essere approfondito.

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Nessuno si sarebbe aspettato che Donald Trump, dopo una telefonata di auguri di compleanno al suo omologo russo, dichiarasse che il gasolio russo si sarebbe rivelato la soluzione all’attuale carenza di carburante negli Stati Uniti. Se la presidenza Trump ha prodotto qualcosa, sono stati molti titoli interessanti che sembrano spuntare dal nulla e che, purtroppo, molto spesso, svaniscono nuovamente nella nebbia da cui sono emersi. A volte le parole di Trump possono riempirci di speranza, come in questo «accordo sul gasolio», mentre altre, come il suo recente discorso alle Nazioni Unite, in cui ha minacciato di uccidere potenzialmente tutti gli iraniani, ci riempiono di terrore. Questa dichiarazione del nostro enigmatico leader presenta una narrazione mediatica molto interessante e una potenziale conclusione del «Progetto Ucraina» che vale la pena approfondire.

Trump ha accusato Zelensky della carenza energetica globale, in particolare per quanto riguarda il gasolio. All’epoca, tutti pensavano che si trattasse solo di una banale manovra diversiva in stile Twitter per sviare l’attenzione dalla fallita guerra contro l’Iran, che certamente ha causato notevoli interruzioni nel trasporto di carburante. In altre parole, la Casa Bianca stava proiettando questa crisi – che aveva permesso che si verificasse, o che aveva attivamente provocato – addossandola al capro espiatorio Zelensky. Tuttavia, questa forma di diversione o proiezione non è più solo una questione di parole in una narrativa pre-elettorale, ma si è trasformata in azione concreta. Le sanzioni sul gasolio russo sono state revocate e la prima spedizione è già in viaggio mentre scrivo queste righe. È accaduto qualcosa di tangibile.

Zelensky è stato infatti avvertito circa sei volte di smettere di attaccare le infrastrutture petrolifere russe. Far saltare in aria dei bambini nel Donbass e oltre va «bene», ma attaccare ciò che l’Occidente vuole dalla Russia più di ogni altra cosa è «assolutamente inaccettabile». Zelensky, al quale – come indicato sopra – era stato intimato una mezza dozzina di volte di sospendere gli attacchi alle infrastrutture petrolifere e del gas, dopo aver appreso della decisione di Trump di acquistare gasolio russo, ha agito come segue:

1) Ha rapidamente attaccato nuovamente le infrastrutture petrolifere russe, apparentemente per fare un dispetto al Presidente degli Stati Uniti

2) Ha immediatamente interrotto i colloqui di pace a Miami con i collaboratori di Trump, il duo Kushner-Witkoff, il che rappresenta l’ennesimo schiaffo in faccia a Donald Trump.

La cosa più incredibile di tutte è che il «narcisista» Trump abbia già pubblicamente ringraziato il presidente Putin due volte per questo accordo. Durante un comizio, gli americani in piedi dietro a Trump hanno applaudito con grande entusiasmo all’annuncio della pace con la Russia e dell’approvvigionamento extra di carburante per l’America. La russofobia è un passatempo della borghesia globalista e di «Epstein Island», non dei camionisti e degli agricoltori americani.

È una narrazione eccellente, speriamo che duri

Trump ha ora attribuito il 100% della colpa dei problemi energetici e di approvvigionamento globali direttamente a Zelensky, accusandolo personalmente di aver alimentato la guerra negli ultimi due anni. Pertanto, la narrazione sta prendendo forma più o meno così: Se la guerra in Ucraina è la causa della carenza di carburante e Zelensky è la causa del protrarsi della guerra, ciò significa che gli Stati Uniti possono stringere un accordo con la Russia anche se «sono stati loro a iniziare», con la conseguenza logica che Zelensky debba logicamente andarsene, poiché è lui la fonte del problema. Ma approfondendo ulteriormente la narrazione, possiamo cogliere l’aspetto più interessante di tutti o, come si suol dire online, «la parte taciuta»: Trump ha sostanzialmente dichiarato che la produzione energetica russa riveste un interesse strategico vitale per gli Stati Uniti.

Sono proprio queste parole a togliermi la «pillola nera» dalla bocca e a iniettarmi direttamente «hopium» nel sangue. L’idea che il Presidente americano dichiari che NON essere in guerra con la Russia riveste un interesse strategico vitale per gli Stati Uniti è qualcosa che ho sognato per tutta la mia vita da adulto. Questa è esattamente la logica di cui abbiamo bisogno per porre fine, una volta per tutte, alla mentalità della Guerra Fredda e del «Progetto per un Nuovo Secolo Americano» in politica e consentire finalmente agli Stati Uniti di ricostruirsi e investire in se stessi. Questo potrebbe benissimo rappresentare il risveglio multipolare dell’America, utilizzando una trappola logica simile a quelle che sono state impiegate in passato per ottenere l’esatto contrario e mantenere gli Stati Uniti intrappolati in eterne guerre all’estero, condotte per il puro lusso della «sicurezza nazionale».

Questa nuova trappola logica potrebbe presentarsi più o meno così: «Quindi volete la guerra con la Russia? Ciò significa che volete danneggiare l’America, sporco traditore! Prenderete il carburante al contadino Joe e i nostri figli moriranno di fame, mostro che non siete altro! Lasciare che la Russia produca carburante in pace è un interesse di sicurezza nazionale per l’America; siete forse contrari alla sicurezza nazionale del nostro Paese? Volete indebolire la virile America per conto di quegli europei omosessuali?».

Ma mentre ci iniettiamo quella dose di «hopium» nelle vene, dobbiamo ricordare che Donald Trump ha detto molte cose, ha cambiato idea numerose volte, o è stato costretto a farlo, e forse non è proprio il decisore unilaterale che si dipinge in televisione.

Ci vogliono due per ballare il tango, ma basta un uomo arancione per mantenere la parola data.

Le trascrizioni di questa ormai famosa conversazione telefonica di compleanno appaiono molto diverse tra la versione americana e quella russa, il che è del tutto normale. Il team di Trump tende a riportare gli argomenti discussi come fatti accertati, mentre i russi utilizzano un linguaggio più evasivo. Ma le sanzioni sul gasolio sono state sospese per ora e le navi si stanno muovendo, quindi la cosa sembra essere reale… almeno fino a quando non si terranno le elezioni di medio termine.

Da allora la parte americana ha minacciato di escludere Zelensky dalla condivisione di informazioni di intelligence, il che potrebbe rappresentare un colpo mortale immediato per i loro sforzi militari, poiché molti esperti ritengono che solo le informazioni degli Stati Uniti abbiano permesso loro di sopravvivere così a lungo. Senza tali dati di puntamento, verrebbero immediatamente riportati alla guerra del XX secolo e non sarebbero più in grado di sferrare attacchi in profondità nel territorio russo. RT ha scritto quanto segue su questo tema:

Un funzionario ucraino ha riferito ad Axios che Witkoff e Kushner hanno minacciato di interrompere la condivisione delle informazioni di intelligence statunitensi con Kiev qualora questa continuasse a ignorare le richieste di Trump di sospendere gli attacchi alle raffinerie di petrolio russe, ma il funzionario statunitense ha negato che fosse stata formulata una simile minaccia.

Ma è qui che dobbiamo trattenere il respiro, poiché nonostante questa nuova narrativa possa sembrare allettante e rappresenti l’uscita perfetta per gli Stati Uniti dalla loro partecipazione al «Progetto Ucraina», non dovremmo dimenticare le parole del presidente Putin di qualche tempo fa, quando parlò del vero potere di qualsiasi presidente degli Stati Uniti:

«Quindi una persona viene eletta — arriva con delle idee… Poi vanno a trovarlo persone con le valigette, ben vestite, in abiti scuri — un po’ come i miei.»

Quindi la vera domanda potrebbe essere: la lobby sionista, l’élite di Epstein, le agenzie di intelligence a tre lettere, i miliardari influenti e tutti gli altri agenti segreti di Capitol Hill permetteranno davvero al presidente Trump di porre fine a questa guerra? Al Presidente degli Stati Uniti sarà consentito farlo?

Dovremmo ricordare che, dopo che Zelensky si è comportato in modo vergognoso alla Casa Bianca all’inizio del secondo mandato di Trump, tutti pensavano che questo conflitto sarebbe finito. Trump, il famoso narcisista, appariva visibilmente arrabbiato e offeso davanti alle telecamere durante il loro scontro verbale. Ma la guerra è proseguita. C’è stato il vertice di Anchorage, che ha suscitato un enorme clamore e tutti pensavano allora che gli Stati Uniti avrebbero ritirato il sostegno a Kiev. Ma così non è stato. I nemici di Trump, compreso il clan Biden, sono coinvolti in un enorme scandalo di corruzione in Ucraina, ormai tutto allo scoperto. Questa sarebbe stata un’ottima via d’uscita dal conflitto, ma Trump non l’ha colta o non ha potuto farlo. E, in generale, la retorica di Trump nei confronti di Zelensky e di altri politici europei è stata palesemente dura e irrispettosa. L’uomo accusato di essere un «spaccone» in qualche modo parla sempre in modo piuttosto cortese sia alle spalle che in faccia a Putin e Xi.

Pertanto, sebbene io desideri la pace e una cooperazione improntata al rispetto reciproco tra gli Stati Uniti e la Russia, forse questo accordo durerà solo fino alle elezioni di medio termine, quando all’improvviso Zelensky tornerà a essere «un bastardo, ma è il nostro bastardo», e il conflitto proseguirà senza sosta.

Forse questa è la nostra «sorpresa di ottobre» da parte della fazione repubblicana? E a dicembre potremo tutti essere «di nuovo sorpresi» quando la guerra riprenderà con tutta la sua forza e altre migliaia di slavi moriranno sul campo di battaglia?

Ora, Donald Trump, a denti stretti, sta lanciando l’idea secondo cui ritiene «sia giunto il momento che l’Ucraina abbia un nuovo presidente». Ma una volta conteggiati i voti in America, potrebbe semplicemente tornare a odiare passivamente e a tollerare Zelensky fino alla fine del suo mandato o fino a quando un giorno un certo Oreshnik non colpirà nel segno. Non possiamo inoltre dimenticare che l’Occidente sta da tempo esercitando pressioni affinché i russi concedano un cessate il fuoco di ampia portata. Presumibilmente ciò verrebbe utilizzato per riorganizzarsi, riposarsi, riarmarsi e poi tornare semplicemente a combattere fino all’ultimo ucraino. Ora Trump vuole che si tengano elezioni a Kiev, il che probabilmente richiederà un cessate il fuoco per poter essere attuato. Ma spingerà per un cessate il fuoco di tre giorni, o cercherà di indurre con l’inganno i russi ad accettare una tregua di un mese o più?

Un «buon» segnale su questa questione dal punto di vista russo è che ora ci sono già richieste di dimissioni di Zelensky su Twitter/X provenienti da tutte le parti, persino da quelle filo-ucraine:

«“Zelensky deve dimettersi” – media ucraini. Ci hanno messo poco. Zelensky ha ignorato per ben SEI volte gli avvertimenti di Trump di non attaccare le raffinerie di petrolio russe. Questa mattina, Zelensky ha bombardato un’altra raffineria di petrolio russa. Gli ucraini chiedono le dimissioni di Zelensky.

L’ex deputato ucraino e comproprietario di Metinvest, Vadym Novynskyi, ha esortato Zelensky a dimettersi e a cedere tutti i poteri alla Verkhovna Rada ucraina a seguito degli accordi tra Trump e Putin.»

Dobbiamo ricordare che l’Ucraina del 2026 è già uno Stato di polizia in cui qualsiasi dissenso comporta il rischio di essere caricati su un autobus e portati al fronte a morire, oppure di scomparire in una prigione con l’accusa di essere una «spia» russa. Pertanto, quando personalità di rilievo si coalizzano apertamente contro Zelensky, si tratta di una dichiarazione ben più incisiva rispetto agli attori di Hollywood che, al sicuro nelle loro lussuose camere da letto, realizzano video su TikTok contro Trump.

Il resto del mondo non resterà a guardare senza fare nulla.Presto dagli account bot di Kiev emergerà sicuramente qualche stupida contro-narrazione del tipo «Putin ha tradito i BRICS». Ovviamente qualcuno dirà che il Cremlino ha gettato i propri fratelli iraniani in pasto alla macchina della lobby sionista! Ma in realtà, sembra che gli iraniani si limiteranno semplicemente a spedire il proprio petrolio attraverso la Russia e a venderlo come «russo», e tutti ne saranno soddisfatti. Il Mar Caspio sarà ancora più trafficato nel prossimo futuro. Se le sanzioni hanno ottenuto qualcosa, è stato proprio quello di aumentare il commercio tra Russia e Iran.

A Mosca nessuno ha intenzione di tradire Teheran; si vuole che l’America entri a far parte del mondo multipolare, salvando al contempo la faccia e riducendo il livello globale di minaccia di guerra nucleare, che attualmente è decisamente troppo elevato. L’Iran e la Cina sono stati sicuramente consultati su questa questione prima che qualsiasi accordo sul diesel fosse finalizzato.

Il vero pericolo che Trump invochi la destituzione di Zelensky proviene dall’Europa, dove alcune fazioni, politici e i loro finanziatori potrebbero intraprendere azioni radicali in risposta. E la reazione di Trump a tale risposta potrebbe ora rivelarsi ancora più radicale. Sarebbe possibile che la NATO desse il via libera ai Paesi baltici per aprire semplicemente un altro fronte e «vedere cosa succede»? La Francia metterà finalmente in atto la propria minaccia e schiererà apertamente truppe in massa per salvare il «Napoleone in verde» dalla morte politica o, potenzialmente, fisica? Finora l’UE si è limitata a minacciare ulteriori sanzioni. Se gli oltre 20 pacchetti di sanzioni precedenti hanno fallito, mi chiedo cosa rimanga effettivamente da sanzionare. Ursula promette il pacchetto di sanzioni più ampio e di maggiore portata per lunedì 12 ottobre, ma dubito che cambierà qualcosa. L’unica cosa che potrebbe cambiare la situazione sarebbe un’azione militare da parte dell’UE davvero aggressiva, drastica e sconsiderata.

E il resto delle sanzioni?I media russi hanno reso un disservizio al pubblico scrivendo ripetutamente che «Trump revoca le sanzioni», quando le uniche sanzioni revocate riguardano le esportazioni di gasolio per sei mesi. Tutte le altre sanzioni sono ancora in vigore. Non è ancora possibile volare direttamente da Mosca a New York e i trasferimenti di denaro tramite SWIFT sono ancora in gran parte bloccati. Dobbiamo ricordare che, almeno in teoria, le sanzioni sono una forma di punizione per i crimini commessi contro, in questo caso, il diritto internazionale e gli Stati Uniti. Come possono quindi normalizzarsi veramente le relazioni tra gli Stati Uniti e la Federazione Russa quando l’una parte accusa ancora l’altra di crimini che ritiene non siano stati nemmeno commessi?

Una volta concluso il «Progetto Ucraina», le cose potrebbero cambiare rapidamente, ma non potrà esserci vera amicizia finché Washington non avrà fiducia in Aeroflot al punto da consentirle di atterrare sul territorio statunitense. Non possiamo trovarci contemporaneamente in una guerra di sanzioni e in una situazione di normalizzazione. Ma questa nuova narrativa di Trump, se riuscirà a portarla avanti fino alla sua logica conclusione, rappresenta la via d’uscita perfetta per l’America e il modo in cui potremo finalmente porre fine a questa guerra e tornare a un certo senso di normalità, con l’apocalisse relegata in un futuro lontano, ben oltre la durata delle nostre vite.

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Canada, le crepe del federalismo: dal ritorno sovranista in Québec al referendum dell’Alberta

La vittoria del Parti Québécois e il referendum del 19 ottobre in Alberta riportano al centro il problema della coesione canadese. La separazione resta minoritaria, soprattutto nell’Ovest, ma il riemergere simultaneo delle spinte centrifughe rappresenta una sfida politica per Mark Carney.

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A pochi mesi dal consolidamento parlamentare del governo liberale di Mark Carney, il Canada si trova ad affrontare una questione che sembrava essersi progressivamente allontanata dal centro della scena politica: quella della propria coesione interna. La vittoria del Parti Québécois (PQ) nelle elezioni provinciali del Québec del 5 ottobre e il referendum previsto per il 19 ottobre in Alberta, nel quale gli elettori saranno chiamati a pronunciarsi sull’eventuale avvio del procedimento verso un successivo referendum vincolante sulla separazione dal Canada, hanno riportato contemporaneamente alla ribalta due forme molto diverse di contestazione dell’assetto federale.

Sarebbe eccessivo sostenere che il Canada si trovi alla vigilia della disgregazione. In Alberta, soprattutto, tutti i dati disponibili indicano che l’opzione favorevole alla permanenza nella federazione dovrebbe prevalere con un margine molto ampio. Tuttavia, il fatto stesso che una delle province economicamente più importanti del Paese abbia ritenuto politicamente possibile sottoporre agli elettori una domanda di questo genere dimostra il malcontento di una parte della popolazione: una questione che fino a pochi anni fa apparteneva soprattutto alle frange più radicali del cosiddetto western alienation è entrata nella sfera della politica istituzionale.

Il caso del Québec, invece, ha radici molto più profonde. Le elezioni provinciali del 5 ottobre hanno riportato al governo, dopo oltre un decennio, il Parti Québécois guidato da Paul St-Pierre Plamondon. Il PQ ha conquistato 59 dei 127 seggi dell’Assemblée nationale, fermandosi cinque seggi sotto la maggioranza assoluta. Ottenendo circa il 28% dei voti, ha chiuso la consultazione elettorale davanti al Parti Libéral du Québec, attestatosi poco sopra il 24%, al Parti Conservateur du Québec, con circa il 21%, e a Québec Solidaire, che ha raccolto oltre il 12% conquistando nove seggi. La Coalition Avenir Québec (CAQ), al governo dal 2018, è invece crollata al 13,3% senza ottenere alcun seggio.

Un tale esito impone certamente una lettura prudente, in quanto il successo del PQ non equivale a un mandato maggioritario per l’indipendenza. Il partito, infatti, ha beneficiato della frammentazione del voto e ha ottenuto la percentuale più bassa mai registrata da una formazione vincitrice nella storia elettorale del Québec, mentre i sondaggi continuano inoltre a collocare il sostegno alla separazione dal Canada intorno al 30%, ben lontano da una maggioranza sociale. Lo stesso St-Pierre Plamondon ha indicato che non intende convocare un nuovo referendum finché Donald Trump resterà alla Casa Bianca, sostenendo che la pressione tariffaria e l’instabilità derivante dai rapporti con gli Stati Uniti rendono necessario evitare, per il momento, un’ulteriore crisi costituzionale.

Ciò non riduce tuttavia la portata della vittoria del PQ. Per la prima volta dopo molti anni, il governo della seconda provincia più popolosa del Canada sarà guidato da una formazione che considera esplicitamente l’indipendenza del Québec il proprio obiettivo storico. Inoltre, sommando i 59 deputati del PQ ai nove di Québec Solidaire, anch’esso favorevole alla sovranità del Québec sebbene attraverso un percorso politico e sociale profondamente diverso, nell’Assemblée nationale esiste una maggioranza numerica di deputati eletti sotto le insegne di partiti indipendentisti. Questo non significa che PQ e Québec Solidaire formeranno automaticamente un blocco comune, né che un referendum sia imminente, ma conferma che la questione nazionale québécoise è tutt’altro che scomparsa.

La sua natura, inoltre, resta profondamente diversa dal separatismo emergente in Alberta. Il nazionalismo del Québec dispone di una propria continuità storica, linguistica e culturale, di una tradizione intellettuale e politica consolidata e di istituzioni che hanno progressivamente acquisito un grado considerevole di autonomia rispetto a Ottawa. I referendum del 1980 e del 1995, quest’ultimo perduto dagli indipendentisti per uno scarto inferiore all’1%, hanno mostrato quanto la questione possa arrivare a mettere in discussione l’esistenza stessa della federazione canadese.

La situazione dell’Alberta nasce invece prevalentemente da fattori economici, fiscali ed energetici. La provincia, cuore dell’industria petrolifera canadese, ha sviluppato da tempo un forte risentimento nei confronti del governo federale, accusato da settori rilevanti dell’opinione pubblica occidentale di utilizzare la ricchezza prodotta dalle province delle praterie per finanziare politiche redistributive decise nell’Est, imponendo contemporaneamente vincoli ambientali e normativi penalizzanti per il settore degli idrocarburi.

Sebbene tutti i sondaggi siano concordi sul fatto che il referendum non dovrebbe avere esito positivo, la trasformazione di una rivendicazione precedentemente marginale in una questione sottoposta ufficialmente all’intero corpo elettorale provinciale rappresenta un passaggio qualitativo da non sottovalutare. Significa che una parte della classe politica dell’Alberta considera ormai il ricorso alla minaccia separatista uno strumento legittimo di pressione nei confronti del governo federale. La premier Danielle Smith ha annunciato che voterà per la permanenza nel Canada e non sostiene personalmente la separazione, ma è stato il suo governo ad aggiungere la domanda al referendum provinciale (che consiste di un totale di dieci quesiti). La stessa Smith ha presentato la consultazione come uno strumento attraverso il quale permettere agli albertani di esprimere il proprio malcontento nei confronti di Ottawa.

Una vittoria del 70% o persino superiore dell’opzione federalista non cancellerebbe il fatto che circa un quinto dell’elettorato di una provincia fondamentale per l’economia canadese sia disposto a considerare almeno l’avvio di un processo di separazione. Nel gennaio 2026 Ipsos aveva addirittura registrato un sostegno iniziale alla prospettiva separatista del 28% in Alberta, praticamente identico al 31% rilevato in Québec, salvo poi constatare che il consenso si dimezzava quando agli intervistati venivano prospettati i costi concreti dell’indipendenza. In altre parole, per una parte consistente degli elettori il separatismo albertano funziona soprattutto come voto di protesta e strumento negoziale nei confronti del centro federale.

Per Mark Carney, la contemporaneità dei due fenomeni costituisce una sfida particolarmente delicata. Il primo ministro ha costruito la propria strategia economica e internazionale attorno al concetto di “autonomia strategica” canadese. Di fronte all’uso crescente delle tariffe, delle catene di approvvigionamento e delle dipendenze economiche come strumenti di pressione, soprattutto da parte dell’amministrazione Trump, Carney ha sostenuto che il Canada debba ridurre la propria vulnerabilità nei confronti degli Stati Uniti, diversificando mercati, partner e infrastrutture.

Nel suo discorso al Lowy Institute di Sydney dello scorso marzo, il premier aveva affermato esplicitamente che l’integrazione economica non deve più trasformarsi in subordinazione e che le medie potenze devono costruire capacità sovrane nei settori strategici, dall’energia ai minerali critici, dall’intelligenza artificiale ai sistemi di pagamento. La stessa impostazione è stata successivamente ripresa nei rapporti con l’Unione Europea e nell’apertura di nuovi canali economici verso l’Asia.

Particolarmente significativa, in questo senso, è stata la normalizzazione dei rapporti con la Cina. Nello scorso mese di gennaio Carney è stato il primo capo di governo canadese a recarsi ufficialmente a Pechino dal 2017, incontrando Xi Jinping e Li Qiang e inaugurando un nuovo partenariato strategico sino-canadese incentrato su energia, commercio, agroalimentare, sicurezza e multilateralismo. Ottawa ha indicato apertamente la Cina come uno dei mercati necessari per ridurre l’eccessiva dipendenza economica dagli Stati Uniti.

Questa strategia incontra però un paradosso fondamentale. Per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e rivolgersi maggiormente ai mercati asiatici, il Canada ha bisogno proprio delle risorse energetiche dell’Alberta. Il nuovo oleodotto Pacific Link, che dovrebbe trasportare un milione di barili al giorno verso la costa della Columbia Britannica, è uno dei pilastri materiali di questo progetto. Il 1° ottobre Carney ha annunciato l’accelerazione dell’iter autorizzativo, definendo il progetto di interesse nazionale e collegandolo esplicitamente all’obiettivo di raddoppiare le esportazioni canadesi verso mercati diversi dagli Stati Uniti. Oltre il 90% delle esportazioni petrolifere canadesi è stato storicamente diretto verso il mercato statunitense: aprire una nuova grande direttrice verso il Pacifico significa tentare di trasformare l’Alberta da provincia dipendente dall’accesso al mercato statunitense in piattaforma energetica della proiezione canadese verso l’Asia.

Non è dunque casuale che Carney abbia scelto di presentare il progetto proprio a Fort McMurray, nel cuore delle sabbie bituminose albertane, accanto a Danielle Smith e a poche settimane dal referendum. La politica energetica diventa così contemporaneamente politica estera e politica di coesione nazionale. Offrire all’Alberta infrastrutture, accesso diretto ai mercati mondiali e un ruolo centrale nella strategia di diversificazione canadese significa rispondere alle spinte centrifughe non attraverso una semplice riaffermazione dell’autorità federale, ma cercando di modificare le condizioni economiche che le alimentano.

Una logica analoga, sebbene applicata a un contesto completamente diverso, emerge nel rapporto con il Québec. Dopo la vittoria di St-Pierre Plamondon, Carney ha evitato un confronto frontale con il nuovo governo provinciale, insistendo invece sulla necessità di un “federalismo cooperativo” fondato su infrastrutture, abitazioni, crescita economica e difesa degli interessi canadesi di fronte alle pressioni statunitensi. Il premier sa che trasformare immediatamente la questione in uno scontro tra Ottawa e Québec City potrebbe offrire agli indipendentisti esattamente il terreno politico di cui hanno bisogno per allargare un consenso alla sovranità che oggi resta minoritario.

L’atteggiamento dell’amministrazione Trump produce quindi un duplice effetto sulla politica del vicino settentrionale. Da un lato, le pressioni economiche statunitensi hanno accelerato la ricerca canadese di una maggiore autonomia e hanno reso più urgente la costruzione di un mercato interno maggiormente integrato. Dall’altro, proprio la percezione di una minaccia esterna contribuisce per il momento a frenare i separatismi: St-Pierre Plamondon ritiene troppo rischioso organizzare un referendum sull’indipendenza mentre il Canada è impegnato in uno scontro commerciale con Washington; parallelamente, in Alberta la ricerca di nuovi mercati per il petrolio può ridurre alcune delle ragioni economiche del malcontento verso Ottawa.

Il Canada non appare dunque prossimo alla dissoluzione. Ma il ritorno simultaneo della questione nazionale del Québec e del separatismo albertano indica che il modello federale sta attraversando una fase di crescente tensione. In una fase nella quale Mark Carney cerca di costruire un Canada più autonomo dagli Stati Uniti, più presente sui mercati asiatici e dotato di maggiori capacità economiche e strategiche proprie, emerge con forza una contraddizione: per conquistare maggiore autonomia all’esterno, Ottawa deve prima garantire la propria coesione all’interno. Il petrolio dell’Alberta, il peso demografico ed economico del Québec, le infrastrutture interprovinciali e il consenso delle popolazioni che compongono la federazione non sono questioni separate dalla politica internazionale canadese, ma ne costituiscono la condizione materiale.

Per Carney, la costruzione dell’“autonomia strategica” canadese passa ormai anche dalla capacità di dimostrare che il Canada possiede ancora un progetto federale sufficientemente credibile da tenere insieme le sue componenti.

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