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La Russia sta raggiungendo gli obiettivi strategici dell’Operazione Militare Speciale?

By: A A
13 October 2026 at 22:38

Nel dicembre 2021, la Russia presentò agli Stati Uniti e alla NATO due bozze di accordi formali per ottenere garanzie di sicurezza legalmente vincolanti, facendo intendere che se non fossero state accolte ci sarebbero state delle conseguenze.

Segue nostro Telegram.

In effetti, dopo il rifiuto di Washington di prenderle in considerazione, il 24 febbraio 2022 la Federazione Russa intraprese l’Operazione Militare Speciale in Ucraina, ancora in corso.

Tra le richieste avanzate allora da Mosca sottolineiamo:

  • Blocco dell’allargamento della NATO: l’impegno formale a impedire ulteriori espansioni dell’Alleanza Atlantica, escludendo esplicitamente l’adesione dell’Ucraina.
  • Limitazioni alle Forze Militari: il divieto per la NATO di dispiegare truppe o armamenti nei Paesi entrati a far parte dell’Alleanza Atlantica dopo il maggio 1997.
  • Basi negli ex Stati sovietici: il divieto per gli Stati Uniti di stabilire basi militari o sviluppare cooperazione bilaterale nei Paesi dell’ex URSS che non fanno parte della NATO.
  • Missili a raggio intermedio e corto: il divieto reciproco di dispiegare missili a raggio intermedio e corto in aree da cui possano colpire il territorio dell’altra parte.
  • Attività militari: la limitazione delle esercitazioni e delle attività militari della NATO in Europa orientale, nel Caucaso e in Asia centrale.

Stati Uniti e NATO nel 2021 rifiutarono le richieste principali (in particolare il veto sull’allargamento della NATO e il ritiro delle infrastrutture militari ai confini del 1997), offrendo invece di negoziare su temi specifici come il controllo degli armamenti e la trasparenza delle esercitazioni.

Perciò, il 17 febbraio 2022 Mosca consegnò una contro-risposta formale agli Stati Uniti, lamentando la mancanza di disponibilità a fornire garanzie vincolanti e preannunciando la necessità di adottare misure ‘tecnico-militari’: pochi giorni dopo ci fu l’invasione dell’Ucraina.

La Russia aveva fondati motivi per ritenere che Kiev stesse per entrare nella NATO e uno dei bersagli inziali dei suoi missili balistici (13 marzo e 17 maggio 2022) furono proprio i centri di addestramento ucraini di Yavoriv (nella zona di Leopoli, vicino al confine polacco ma all’interno dei confini ucraini), a tutti gli effetti infrastrutture della NATO, come visibile nelle mappe della stessa Alleanza Atlantica (1).

Tralasciando le questioni diplomatiche e l’auspicata volontà comune di riaffermare i principi delle Nazioni Unite che venivano espressi nel documento presentato da Mosca e sui quali l’Amministrazione Trump ha tirato oggi una riga definitiva, è interessante capire se siano stati compiuti dei passi da parte dell’attuale presidenza statunitense per venire incontro alle richieste russe (2).

All’art. 1: Russia e U.S.A. non intraprenderanno azioni né parteciperanno o sosterranno attività che pregiudichino la sicurezza dell’altra Parte; non attueranno misure di sicurezza – adottate da ciascuna Parte individualmente o nell’ambito di un’organizzazione internazionale, di un’alleanza militare o di una coalizione – che possano compromettere gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Sul supporto decisivo dell’intelligence USA e dei grandi gruppi tecnologici statunitensi (da Starlink a Palantir, entrambi vicini all’Amministrazione Trump) all’Ucraina al fine di colpire il territorio della Federazione Russa ho già ampiamente scritto in precedenza e perciò non mi soffermo (3).

Articolo 2

Le Parti si adopereranno affinché tutte le organizzazioni internazionali, le alleanze militari e le coalizioni a cui partecipa almeno una delle Parti si attengano ai principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite.

Abbiamo assistito recentemente alla doppia aggressione condotta dalla “Coalizione Epstein” all’Iran, senza alcun fondamento nel diritto internazionale e senza alcuna considerazione dei “principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite”. Per non parlare del supporto statunitense ai bombardamenti israeliani su Siria, Libano e Yemen (aggressione alla quale contribuisce in gran parte l’Arabia Saudita) o del rapimento illegittimo del Presidente venezuelano Maduro.

Articolo 3

Le Parti non utilizzeranno i territori di altri Stati allo scopo di preparare o compiere un attacco armato contro l’altra Parte o altre azioni che pregiudichino gli interessi fondamentali di sicurezza dell’altra Parte.

Naturalmente, la violazione di questo articolo non avviene solo utilizzando il territorio ucraino per colpire la Russia; recentemente, sul sito del Ministero della Difesa di Mosca è comparso un elenco di venti aziende europee accusate di essere parte integrante dell’apparato militare-industriale ucraino. Quattro hanno sede in Italia, tre in Germania, due in Gran Bretagna, due in Polonia, due in Turchia, due in Repubblica Ceca, poi sono rappresentate anche imprese con basi in Israele, Spagna, Paesi Bassi, Lituania e Lettonia. Tutto ciò avviene con il consenso implicito degli Stati Uniti. Anche le infrastrutture della NATO e le basi militari statunitensi in Europa (Sigonella ad esempio in Italia nel 2022) contribuiscono così ad alimentare questo conflitto (4).

Articolo 4

Gli Stati Uniti d’America si impegneranno a impedire un’ulteriore espansione verso Est dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e a negare l’adesione all’Alleanza agli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Gli Stati Uniti d’America non stabiliranno basi militari nel territorio degli Stati dell’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che non siano membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, né utilizzeranno le loro infrastrutture per attività militari di alcun tipo, né svilupperanno con essi una cooperazione militare bilaterale.

Senza trascurare l’immediato ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO all’inizio dell’Operazione Militare Speciale, l’attuale Amministrazione a Washington ha annunciato l’invio di ulteriori 5.000 soldati statunitensi in Polonia e l’istituzione di una nuova base militare permanente nel Paese (ridenominata “Fort Trump”). Ma gli U.S.A. non si sono fermati qui; in Armenia, nazione che fa ancora formalmente parte dell’Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettiva e dell’Unione Economica Eurasiatica, lo scorso settembre Washington e Erevan hanno tenuto un nuovo ciclo di consultazioni bilaterali sulla difesa e firmato un verbale congiunto d’intesa (jointly agreed minutes) per dare seguito alla Charter on Comprehensive Strategic Partnership sottoscritta nel maggio 2026. Gli accordi discussi riguardano:

Supporto alla trasformazione e riforma delle Forze Armate armene.

Addestramento di sottufficiali (NCO), istruttori, comandanti junior e personale per il mantenimento della pace (peacekeeping).

Istruzione militare ed esercitazioni congiunte.

Sviluppo delle capacità industriali della difesa e potenziale fornitura di equipaggiamenti tramite il programma Foreign Military Sales (FMS) e programmi educativi come l’IMET, orientando l’Armenia verso una progressiva modernizzazione degli standard militari occidentali.

Articolo 5

Le Parti si asterranno dallo schierare le proprie Forze Armate e i propri armamenti – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree in cui tale schieramento potrebbe essere percepito dall’altra Parte come una minaccia alla propria sicurezza nazionale, fatta eccezione per lo schieramento all’interno dei territori nazionali delle Parti stesse. Le Parti si asterranno dal far volare bombardieri pesanti equipaggiati con armamenti nucleari o non nucleari, o dallo schierare navi da guerra di superficie di qualsiasi tipo – anche nell’ambito di organizzazioni internazionali, alleanze militari o coalizioni – in aree situate rispettivamente al di fuori dello spazio aereo nazionale e delle acque territoriali nazionali, dalle quali sia possibile colpire obiettivi nel territorio dell’altra Parte.

Poco più di un mese fa, si è tenuta un’esercitazione aerea della NATO nel nord-est della Polonia, nelle vicinanze di Kaliningrad con alcune decine di velivoli. All’esercitazione hanno partecipato caccia statunitensi e norvegesi, un aereo di sorveglianza NATO E-3A Sentry AWACS, velivoli per il rifornimento in volo e un aereo statunitense EA-37B per la guerra elettronica: Mosca teme che si tratti di manovre preparatorie all’isolamento dell’enclave russa dal resto della Federazione e ha risposto duramente ma soltanto sul piano diplomatico.  Inoltre, la NATO Ballistic Missile Defence (BMD), la difesa antimissile balistica dell’Alleanza Atlantica, è una rete costituita da sensori e da sistemi missilistici che i Paesi Membri offrono quale contributo nazionale alla struttura, i cui punti di riferimento in Europa sono lo European Phased Adaptive Approach (EPAA), statunitense, con il sistema americano Aegis Ashore schierato in Romania e Polonia e le navi Aegis per la BMD, stazionate nelle acque spagnole. Il sistema radar della IAMD si trova in Turchia, mentre l’infrastruttura di comando e controllo in Germania (5). Nel 2016 (grazie all’annullamento del Trattato ABM deciso da Trump) gli Stati Uniti hanno prima messo in funzione una base ABM in Romania, un sistema che utilizza lanciamissili Aegis potenzialmente in grado di lanciare Tomahawk con testata nucleare ad oltre 2400 chilometri di distanza, successivamente nel 2022 hanno costruito un sito Aegis in Polonia, ancora più vicino ai confini russi. Gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto che i siti ABM hanno lo scopo di fermare le testate puntate sull’Europa dall’Iran o dalla Corea del Nord. Mosca ovviamente non la pensa così; François Geleznikoff, direttore delle applicazioni militari presso la Commissione per l’energia atomica e le energie alternative, intervenne nel marzo 2019 in audizione presso l’Assemblea Nazionale francese sull’argomento contraddicendo Washington: “Negli Stati Uniti, la Nuclear Posture Review (NPR) non si rivolge realmente alla Corea del Nord (gli americani hanno armi che permetterebbero loro di vetrificare il Paese più volte) ma piuttosto alla Russia, in risposta alle dichiarazioni del presidente Putin” (6).

Articolo 6

Le Parti si impegnano a non dislocare missili a raggio intermedio e a corto raggio lanciabili da terra al di fuori dei propri territori nazionali, né in aree dei propri territori nazionali dalle quali tali armi possano colpire obiettivi situati nel territorio nazionale dell’altra Parte.

Il 22 settembre 2026, Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia hanno firmato a New York un accordo di sicurezza trilaterale che prevede l’apertura e la gestione di due nuove basi militari americane e la modernizzazione di quella esistente. Gli Stati Uniti ottengono ampie libertà di movimento (aria, terra e mare) per collegare le basi e la possibilità di utilizzare l’isola per il sistema di difesa missilistica (la Pituffik Space Base – ex Thule Air Base – nel nord-ovest dell’isola, ospita sistemi radar d’allerta precoce per i missili balistici). Il sistema difensivo pensato dagli Stati Uniti si evolverà da una presenza concentrata in un unico punto a una rete di strutture distribuite su tutta l’isola. Anche perché le due nuove basi non saranno le uniche installazioni militari che si insedieranno sull’isola (7).

Articolo 7

Le Parti si asterranno dal dislocare armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali e riporteranno nei propri territori nazionali le armi già dislocate all’estero al momento dell’entrata in vigore del Trattato. Le Parti elimineranno tutte le infrastrutture esistenti per il dislocamento di armi nucleari al di fuori dei propri territori nazionali. Le Parti non addestreranno personale militare o civile proveniente da Paesi non dotati di armi nucleari all’uso di tali armi. Le Parti non condurranno esercitazioni o attività di addestramento per forze convenzionali che prevedano scenari di impiego di armi nucleari.

A partire dal 13 ottobre 2026, si svolgerà in Italia Steadfast Noon, ‘Mezzogiorno risoluto’, l’esercitazione che l’Alleanza atlantica svolge ogni anno e che coinvolgerà le basi aeree di Aviano, in provincia di Pordenone, e Ghedi, nel Bresciano, oltre a diverse località in tutta l’area di responsabilità ben oltre il Nord del Paese. “È necessario il contributo congiunto di tutti gli Alleati: si tratta di un’iniziativa che non può limitarsi a un singolo Paese”, ha riferito il colonnello David Bull, capo delle operazioni nucleari della Nato, facendo riferimento al fatto che anche lo spazio aereo dei Paesi limitrofi potrebbe essere coinvolto. Vi parteciperanno velivoli in grado di svolgere missioni convenzionali e nucleari, anche se l’esercitazione non prevede l’impiego di armi atomiche. “Ma siamo in sintonia con Roma sul fatto che si tratti di un’esercitazione nucleare”, ha poi precisato Barrows. Gli Stati Uniti saranno presenti con equipaggi di volo e personale addetto alla manutenzione. Secondo gli stessi documenti del Pentagono, in Italia sarebbero dislocate circa 80 ordigni nucleari sotto controllo statunitense nelle basi militare italiane a Ghedi e Aviano (8).

Conclusioni

Il sintetico panorama offerto da questo articolo vuole dimostrare che la Russia non potrà cantare vittoria nemmeno dopo aver completato la conquista del Donbass, perché l’inizio dell’Operazione Militare Speciale in Ucraina è legato a considerazioni di sicurezza geopolitica tuttora irrisolte se non addirittura aggravatesi rispetto al 2022.

Se qualcuno al Cremlino crede che dopo un eventuale accordo con l’attuale Amministrazione U.S.A., la Russia verrà lasciata stare si sbaglia di grosso, perché l’Occidente collettivo si sta già preparando non solo al dopo Putin ma anche al dopo Trump.

L’obiettivo degli Stati Uniti non è altro che prendere tempo in attesa del verificarsi di almeno una delle due condizioni: l’allontanamento di Mosca dalla partnership strategica con Pechino e il conseguente rallentamento della dedollarizzazione – gli Stati Uniti non pagheranno di certo il diesel russo in rubli – e la fine della preparazione da parte della NATO ad un conflitto diretto contro la Russia – termine individuato nel 2030, quando sicuramente Trump non sarà più alla Casa Bianca.

Dal punto di vista occidentale la considerazione della Russia non è cambiata molto da quando il direttore della rivista “Foreign Policy”, l’israelo-statunitense John Feffer, la definì una “Nigeria con le armi nucleari”; secondo questa visione, Mosca deve tornare ad essere una sorta di ‘colonia estrattiva’ o ‘appendice di materie prime’ a esclusivo vantaggio delle industrie euro-statunitensi. A maggior ragione nel momento in cui la competizione tecnologica con la Cina necessita da parte degli Stati Uniti di quelle risorse strategiche di cui la Federazione Russa è ricca.

Pochi giorni fa, i 32 membri del Comitato Militare della NATO (quello statunitense in primis), erano a Kiev per ribadire il loro sostegno incondizionato all’Ucraina “rimasta costantemente al centro delle valutazioni, delle decisioni e della pianificazione futura dell’Alleanza”. Prima di fare qualsiasi altra concessione a Washington, Vladimir Putin dovrebbe pensarci bene: passare da una vittoria tattica ad una sconfitta strategica potrebbe essere più semplice di quanto sembra.

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(1) https://www.nato.int/structur/nmlo/links/yavoriv-training-centre.pdf. Il sito internet è oggi irraggiungibile (forse per mascherare le prove?), ma la sua presenza come infrastruttura dell’Alleanza Atlantica era rintracciabile ancora nel giugno 2024. Come ammise anche il “Corriere della Sera”, i morti furono più di 300 e tra di essi numerosi soldati e addestratori della NATO: Giulia Fasano, Nella base militare di Yavoriv i morti sono stati trecento, 26 marzo 2022. Anche secondo il quotidiano “Repubblica”: “Il ‘Centro internazionale per la pace e la sicurezza’ di Yavoriv ospitava istruttori occidentali, come conferma il Ministro della Difesa di Kiev”.

(2) Il documento completo è stato pubblicato sul sito internet del Ministero degli Esteri della Federazione Russa: Treaty between The United States of America and the Russian Federation on security guarantees, 17 dicembre 2021.

(3) Ad esempio, cfr. Le basi della CIA in Ucraina: chiave del contenimento anti-russo in Europa, “Strategic Culture Foundation”, 11 aprile 2026.

(4) Nel contesto del conflitto in Ucraina e della postura di deterrenza della NATO, le basi militari presenti sul territorio italiano (gestite sia dalle Forze Armate italiane che dagli Stati Uniti) svolgono funzioni chiave di sorveglianza aerea, intelligence, logistica e comando, cfr. ad esempio Federico Petrangeli, Supporting Kyiv: Italy’s Military Assistance between Strategic Continuity and Political Division, IAI, 11 giugno 2026.

(5) Senato della Repubblica italiana, Schema di decreto ministeriale di approvazione del programma pluriennale di A/R n. SMD 32/2025, relativo all’ammodernamento, al rinnovamento e al potenziamento della capacità nazionale di difesa aerea e missilistica a protezione del territorio nazionale e dell’Alleanza Atlantica, alla protezione di teatro delle forze schierate in aree di operazione, inclusa la componente navale (n. 377), Resoconto sommario del 4 febbraio 2026.

(6) Stefano Vernole, La forza di dissuasione nucleare francese, Focus CeSEM, 3 maggio 2022.

(7) Stefano Vernole, Gli Stati Uniti hanno messo le mani sulla Groenlandia dimostrando la totale irrilevanza dell’Unione Europea, “Strategic Culture Foundation”, 5 ottobre 2026.

(8) Redazione Peacelink, L’esercitazione nucleare della NATO Steadfast Noon 2026 comincerà sui cieli italiani il 13 ottobre.

Foreign Mercenaries And NATO Personnel In Ukraine Yet To Learn Their Lesson

13 October 2026 at 17:21

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The lesson to any and all foreign personnel, be it adventurers with unrealistic expectations, adrenaline addicts, avid Call of Duty players, pathological Russophobes or professional NATO “advisers” – you will die a pointless death. Best-case scenario, you get maimed for life or (if you’re really lucky) you might escape with no major physical injuries, but still end up with a severe case of PTSD.

Written by Drago Bosnic, independent geopolitical and military analyst

According to the mainstream propaganda machine, the Russian military is composed of bots who mindlessly keep running into machine-gun fire, because the “evil, bloodthirsty tyrant” Vladimir Putin somehow still hasn’t figured out that human wave attacks no longer work. Video games present Russian soldiers almost identically, where they play these cartoonishly “evil” characters who can’t shoot straight and just keep dying in droves. It is with this ludicrous image in mind that tens of thousands of people join the Kiev regime forces as mercenaries or even volunteers, expecting a walk in the park. Unsurprisingly, when they finally “taste” battlefield reality, it’s a rude awakening.

Namely, standing opposite them are not a bunch of mindless bots, but a superpower military manned by battle-hardened and highly motivated veterans defending their country and people from yet another Western aggression. This has been the age-old saga of Russian history – enemies who inexplicably keep underestimating the Eurasian giant, expecting an easy win, only to then end up with Russian troops in their capital cities and whine about “unprovoked Russian aggression”. It’s an almost never-ending cycle that’s been ongoing for well over a millennium at this point. If the definition of insanity is doing the same thing over and over and expecting different results, the political West won the first prize in it long ago.

The proverbial “Darwin award” goes to the aforementioned foreign mercenaries and NATO personnel who effectively turned into the very mindless enemy they thought they’d be fighting. Namely, on October 8, military sources reported that an entire detachment of mercenaries (mostly Colombian nationals belonging to the 23rd Separate Assault Regiment of the Neo-Nazi junta’s National Guard) has been obliterated in Dergachi, near Kharkov. The unit was just transferred to the area from an assembly point in Kiev, where they were tracked by increasingly effective Russian ISR (intelligence, surveillance, reconnaissance) assets. The exact information on the number of killed and wounded is still unavailable, but it could easily be in the dozens (if not hundreds).

Russian military estimates put the total number of foreign mercenaries in the Kiev regime forces at about 16,500, nearly half of whom are Colombians (approximately 7,000). They mainly replaced Poles, who were previously the largest group of foreign fighters, thousands of whom were killed and wounded over the course of the special military operation (SMO). Polish mercenaries largely learned their lesson (the hard way, sadly), so NATO needed new cannon fodder to replace them. Unfortunately, Colombians emerged as the most suitable candidates. Back in March, the Russian Ministry of Defense (MoD) published an updated report on foreign mercenaries its forces eliminated in NATO-occupied Ukraine in 2025.

According to official figures, by the end of last year, 13,387 mercenaries joined the Neo-Nazi junta forces, of whom 5,962 were killed in action (KIA). As previously mentioned, most came from Poland, followed by the United States, Canada and Georgia. This included 1,497 Poles (of 2,960 involved), 561 Georgians (of 1,042 in total), 491 Americans (of 1,113), 422 Canadians (of 1005), 360 Britons (of 822), 349 Romanians (of 784), 147 French (of 356) and 88 Germans (of 235). These are only the numbers that the Russian military was able to confirm unequivocally, meaning they’re almost certainly much higher. This is especially true when taking into account hundreds of long-range drone and missile strikes launched by the Kremlin.

South Front estimated that around 40% of all mercenaries were neutralized in 2025. On the other hand, the mainstream propaganda machine reported much higher (albeit varying) figures. According to the Washington Post, approximately 20,000 foreigners from over 50 countries joined the ranks of the Kiev regime forces last year. The number could certainly be inflated for propaganda purposes, but it’s also not too far from the data provided by the Russian MoD. Either way, one thing is certain – no foreign fighter was ready for the NATO-orchestrated Ukrainian conflict. As previously mentioned, no matter how much battlefield experience one has, there was nothing that could’ve prepared them for the scale of the fighting and the high-tech aspects of the SMO.

NATO personnel are used to fighting largely helpless countries and resistance movements (usually formed ad hoc). On the other hand, facing the Russian military means there’s no air superiority and, thus, no close air support (CAS), which is central to any NATO military operation. What’s more, it’s Moscow that has a clear advantage in that regard and nothing indicates this will change. Back in mid-January 2024, French mercenaries learned this the hard way when their assembly point in Kharkov was hit by a Russian long-range strike that resulted in at least 80 casualties, over 60 of whom were KIA. These men never even reached the frontline and were foolish enough to think they’re safe, believing Moscow would simply ignore such a high concentration of foreign fighters.

And yet, the situation in the trenches is not much better either. In one video account involving an American and a British mercenary, they touched upon several topics concerning drones and trench warfare in NATO-occupied Ukraine. Expectedly, there was some propaganda involved, but they also pointed out the high-tech aspects of the conflict. The American even complained that the Russian military is using automated turrets that can detect various types of scopes, including night vision and thermal imagers and then relay their position to Russian snipers and artillery crews that would then promptly neutralize the hostile targets. Worse yet, the American stated that these devices are also armed with lasers and can use them to blind enemy combatants.

Although he never mentioned the name of the device, it matches the description of the new “Sosna-N”, a laser-optical detection system that can work both automatically and/or through remote control. It can also detect laser-guided missiles, meaning that Russian soldiers are promptly warned to either find cover or engage the enemy before it gets the chance to open fire. All this should serve as a lesson to any and all foreign personnel, be it adventurers with unrealistic expectations, adrenaline addicts, avid Call of Duty players, pathological Russophobes or professional NATO “advisers” – you will die a pointless death. Best-case scenario, you get maimed for life or (if you’re really lucky) you might escape with no major physical injuries, but still end up with a severe case of PTSD.


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France Seizes Another ‘Shadow Fleet’ Tanker; Russia Decries ‘Piracy’

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France's military was taking a tanker suspected to be part of Russia's "shadow fleet" skirting Western sanctions to Reunion island on Tuesday in what Moscow called another act of "piracy."

More than 70 progressive economists form alliance to promote a fairer distribution of wealth

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How do you make a growing economy deliver for those who need it most? That is the challenge a group of several dozen progressive Spanish economists has set out to tackle. Organized under the banner Accelerating Shared Prosperity, the initiative is being launched in Madrid on Tuesday. While they remain open to expanding the platform, they have already brought together 70 economists and established a Scientific Council that includes prominent figures such as Nobel laureate Daron Acemoglu, Dani Rodrik, and Gabriel Zucman.

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© DPA vía Europa Press (DPA vía Europa Press)

Protest in New York in support of taxes on the wealthy.

Nato, generale Grynkewich: “Combatteremo”. La Teoria della Vittoria in 3 fasi per fermare Putin

13 October 2026 at 09:17

La Nato prepara la risposta a un eventuale attacco russo con un piano militare in tre fasi: bloccare l’offensiva iniziale, indebolire le forze nemiche e, se necessario, spezzarne la capacità di combattimento.

È la “Teoria della Vittoria” presentata a Varsavia dal generale americano Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa.

Messaggio per la Russia

Il destinatario del messaggio è soprattutto il Cremlino, anche se la Russia non è stata nominata direttamente nel discorso.

La Nato punta su superiorità tecnologica, intelligence condivisa e forze militari addestrate. L’obiettivo dichiarato non è conquistare territori nemici o infliggere una sconfitta strategica all’avversario, ma impedire che un attacco contro un Paese alleato possa avere successo.

La presentazione arriva proprio durante l’intensificarsi della guerra ibrida russa. Grynkewich ha assicurato che il sostegno degli Stati Uniti all’Alleanza resta confermato, anche se Trump e Putin hanno stretto un patto commerciale relativamente alla compravendita di gasolio. I profitti serviranno a Mosca, fra le altre cose, per finanziare la guerra in Ucraina.

Il discorso del generale Usa arriva a poche settimane dall’allarme della Cia su possibili attacchi russi a Italia, Spagna e Francia con droni leggeri.

Nato, la Teoria della Vittoria in tre fasi

La prima fase, si è detto, consiste nel fermare l’offensiva nel punto in cui si manifesta, impiegando le forze terrestri con il sostegno delle componenti aeree, navali, spaziali e cibernetiche. L’obiettivo è impedire all’avversario di conquistare terreno e di consolidare una posizione favorevole.

La seconda fase prevede di ridurre la capacità del nemico di proseguire l’attacco. Le forze della Nato dovrebbero impedirgli di mantenere l’iniziativa, limitando la possibilità di organizzare nuove offensive e di avanzare sul territorio alleato.

La terza fase entrerebbe in gioco se l’aggressione continuasse. In questo caso, l’obiettivo sarebbe colpire non soltanto le unità impegnate nei combattimenti, ma anche il sistema che le sostiene, le rifornisce e le comanda.

Così ha precisato Grynkewich:

Non cerchiamo di infliggere una sconfitta strategica al nostro avversario, né ne abbiamo bisogno. Cerchiamo solo di fermare qualsiasi attacco sul nascere, negando la possibilità di conquistare e mantenere il nostro territorio. Ottenerlo richiede la sconfitta tattica e operativa delle forze impiegate contro di noi, ma nulla di più.

Così ha aggiunto riferendosi al vantaggio della Nato:

La nostra Alleanza ha un vantaggio essenziale: noi sorvegliamo il territorio circostante con un sofisticato sistema di intelligence che ci consente di gestire un’enorme massa di dati con gli algoritmi. Difficilmente possiamo essere colti di sorpresa. Saremo, quindi, in grado di bloccare l’attacco iniziale. Se sarà necessario, distruggeremo lo schieramento nemico, mettendo in campo le nostre forze convenzionali: l’esercito, l’aviazione, la marina, ma anche i reparti cibernetici. In questo modo non consentiremo al nemico di occupare neanche una piccola porzione del nostro suolo.

Grynkewich ha sottolineato che il piano è condiviso dai 32 partner, ma che una guerra contro la Russia non è imminente:

Vogliamo essere pronti per ciò che è possibile, non solo per ciò che è probabile.

Trump e l’articolo 5

Uno dei punti più delicati riguarda il ruolo degli Stati Uniti. Sul punto, Grynkewich ha rassicurato:

Lo scorso luglio c’ero anch’io nelle riunioni tra i leader al vertice Nato di Ankara. Il presidente Trump non ha mai messo in dubbio l’applicazione dell’articolo 5.

L’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico stabilisce il principio della difesa collettiva: un attacco armato contro un alleato viene considerato un attacco contro tutti.

Esercitazione nucleare Nato in Italia

Intanto ha preso il via l’esercitazione nucleare della Nato in Italia, con il nome in codice “Steadfast Noon” (“Mezzogiorno risoluto”)

Martedì 13 ottobre e per una decina di giorni lo spazio aereo italiano sarà attraversato da aerei militari di 17 Paesi Nato in una esercitazione nucleare (ma senza armi nucleari).

Coinvolte le basi aeree di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia) ed altre località nel Nord del Paese. Fra i Paesi aderenti c’è anche la Turchia, ma non la Francia.

Propaganda de Flávio Bolsonaro vai ao ar sem áudio e candidato questiona suposta coincidência; veja vídeo

13 October 2026 at 05:28

A propaganda eleitoral de Flávio Bolsonaro (PL), candidato à Presidência da República, foi exibida sem som na televisão na tarde de segunda-feira (12/10), feriado de Nossa Senhora Aparecida. As imagens da campanha permaneceram na tela, mas o público não conseguiu ouvir as mensagens do candidato.

Após o episódio, Flávio publicou um vídeo no qual questionou as circunstâncias da falha e afirmou que não conseguirão silenciar sua voz. “Você acredita em coincidência? Eles acham que vão calar minha voz, não vão conseguir. Isso não acontece por acaso”, declarou o candidato, ao comentar o problema na transmissão.

A falha ocorreu por volta das 13h, durante o horário eleitoral. Logo depois, a propaganda do presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT), adversário de Flávio no segundo turno, foi transmitida normalmente, com áudio. Até o momento, as informações apresentadas não esclarecem a causa do problema técnico.

Foto e Vídeo: Redes Sociais

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Vídeo: Influenciador critica ato pró-PT e volta ao centro de polêmica após ocorrência de agressão em Goiânia

13 October 2026 at 05:12

Um influenciador provocou indignação nas redes sociais após proferir comentários depreciativos sobre participantes de uma manifestação em apoio ao PT. Ao passar pelo local, ele declarou “Ô povo feio!” e comparou os manifestantes a pessoas que não tomavam banho. As falas repercutiram entre internautas e suscitaram debates sobre respeito, liberdade de expressão e os limites das críticas a atos políticos. O perfil Bora Bora Goiás também abriu espaço para que seguidores avaliassem a conduta do influenciador.

O influenciador também foi preso em abril de 2023, em uma academia no Jardim América, em Goiânia, após uma ocorrência que envolveu suspeitas de agressão contra a companheira, que trabalhava como personal trainer, além de danos ao veículo dela. Relatos relacionados ao episódio também citaram registros anteriores de suposta violência contra mulheres. As informações, contudo, exigem distinção entre denúncias, relatos e eventuais decisões judiciais, sem tratar acusações como condenações definitivas.

A repercussão atual resgatou o caso policial de 2023 e ampliou as discussões sobre o comportamento do influenciador. As críticas aos participantes do ato político e os registros da ocorrência em Goiânia passaram a integrar o debate nas redes sociais, com questionamentos sobre a responsabilidade de figuras públicas e os limites das manifestações individuais.

Foto e Vídeo: Redes Sociais

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Svizzera: la neutralità resta sulla carta mentre avanza l’integrazione nel blocco occidentale

By: A A
12 October 2026 at 22:05

La netta bocciatura dell’iniziativa sulla neutralità lascia formalmente intatto lo storico status della Confederazione, ma consolida una traiettoria iniziata con le sanzioni contro la Russia nel 2022 e proseguita con una crescente interoperabilità militare con la NATO.

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Le votazioni referendarie federali tenutesi in Svizzera il 27 settembre hanno prodotto due risultati particolarmente netti. Gli elettori hanno respinto con il 72,53% dei voti l’iniziativa «Per un’alimentazione sicura», che chiedeva di rafforzare la produzione nazionale sostenibile, favorire una maggiore presenza degli alimenti vegetali e garantire una migliore protezione delle risorse idriche. Ancora maggiore, sotto il profilo politico e geopolitico, è stata tuttavia la portata della bocciatura dell’iniziativa «Salvaguardia della neutralità svizzera»: il 70,16% degli elettori ha votato contro, mentre soltanto il 29,84% si è espresso a favore, con un’affluenza del 47,07%. Nessuno dei ventisei cantoni ha approvato la proposta.

Per evitare equivoci, sottolineiamo che il quesito non chiedeva di abolire lo storico status della Confederazione né di aderire alla NATO. La scelta riguardava piuttosto il significato concreto da attribuire alla neutralità nel nuovo contesto internazionale: mantenerne l’interpretazione flessibile sviluppata dal governo negli ultimi anni oppure fissarne nella Costituzione una definizione molto più stringente, capace di limitare tanto la partecipazione alle sanzioni quanto la cooperazione con alleanze militari.

Anche dopo il voto, dunque, la Svizzera rimane formalmente neutrale, non appartiene alla NATO e non è vincolata agli obblighi di difesa collettiva previsti dall’articolo 5 del Trattato nordatlantico. Tuttavia, soprattutto dal 2022, la distanza tra questa neutralità giuridica e la collocazione politico-strategica effettiva della Confederazione si è progressivamente ridotta. Il voto del 27 settembre, di conseguenza, non avvia questa trasformazione che sta avendo luogo da anni, ma respinge il tentativo di imporle un limite costituzionale.

L’iniziativa, in particolare, chiedeva di sancire che la neutralità svizzera fosse «permanente e armata» e, soprattutto, di tradurre tale principio in obblighi precisi. La Confederazione non avrebbe potuto aderire a un’alleanza militare o difensiva né collaborare con essa, salvo nel caso di un’aggressione diretta contro la Svizzera o di preparativi concreti in vista di tale aggressione. Berna non avrebbe inoltre potuto partecipare a conflitti militari tra Stati terzi né adottare sanzioni contro Stati belligeranti, fatta eccezione per quelle imposte dalle Nazioni Unite e per i provvedimenti necessari a impedirne l’elusione. Il testo prevedeva infine che la Svizzera utilizzasse attivamente la propria neutralità per svolgere un ruolo di mediazione.

In termini geopolitici, il cuore della proposta era dunque duplice: impedire che la Svizzera continuasse a recepire autonomamente i sistemi sanzionatori elaborati dall’Unione Europea contro una delle parti di un conflitto e porre un limite all’intensificazione della cooperazione con la NATO. Non si trattava quindi soltanto di riaffermare simbolicamente un principio storico, ma di ricostruire uno spazio di autonomia tra la Confederazione e le strutture politico-militari occidentali.

Il punto di svolta dell’attuale evoluzione va individuato nel 28 febbraio 2022. Quattro giorni dopo l’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina, il Consiglio federale decise di associarsi alle sanzioni adottate dall’Unione Europea contro Mosca. La scelta suscitò immediatamente un dibattito sulla compatibilità di tale allineamento con la neutralità tradizionale. Il governo rispose distinguendo tra il diritto della neutralità, che riguarda principalmente gli obblighi militari di uno Stato neutrale, e la più ampia politica di neutralità, all’interno della quale Berna ritiene di disporre di un considerevole margine di manovra. Secondo questa interpretazione, l’adesione alle sanzioni dell’UE non avrebbe modificato lo status neutrale della Svizzera, poiché la Confederazione continuava a non sostenere militarmente nessuna delle parti belligeranti.

Sul piano strettamente giuridico, questa distinzione permette a Berna di continuare a definirsi neutrale. Sul piano politico, però, il 2022 ha segnato un cambiamento qualitativo. Per la prima volta nella crisi che contrappone frontalmente Russia e blocco euro-atlantico, la Svizzera non si è limitata a esprimere una posizione diplomatica, ma ha integrato nella propria legislazione il sistema di misure economiche punitive costruito dall’Unione Europea contro Mosca. La neutralità militare formale è rimasta intatta, ma l’equidistanza economica e politica si è sensibilmente ridotta.

Oltretutto, questa scelta non è stata episodica, in quanto Berna ha continuato a recepire progressivamente i successivi pacchetti di sanzioni europee. Ancora il 19 agosto scorso, poco più di un mese prima del referendum, il Consiglio federale ha deciso di attuare ulteriori misure contenute nel ventesimo pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia. La stessa Segreteria di Stato dell’economia ha descritto la decisione come conforme alla «prassi seguita finora», confermando che l’allineamento alle misure europee è ormai divenuto una componente strutturale della politica svizzera verso Mosca. Circa 2.790 persone e organizzazioni risultavano allora sottoposte a congelamento patrimoniale in Svizzera in relazione al conflitto ucraino.

Il processo non si è però fermato alla dimensione economica. Dalle sanzioni del 2022 si è progressivamente passati a un rafforzamento della cooperazione nel campo della sicurezza e della difesa, facendo emergere con maggiore evidenza la direzione strategica assunta dalla Confederazione.

Sempre a rigor di precisione, va sottolineato che la Svizzera partecipa al programma NATO Partnership for Peace dal 1996, dimostrando che la collaborazione con l’Alleanza Atlantica non costituisce una conseguenza esclusiva del conflitto ucraino. La novità degli ultimi anni consiste piuttosto nell’intensità e negli obiettivi di tale cooperazione. Nel dicembre 2025, infatti, Svizzera e NATO hanno definito un Individually Tailored Partnership Programme per il periodo 2025-2028, esplicitamente inserito dall’amministrazione federale nella volontà del Consiglio federale di «intensificare la cooperazione internazionale nella politica di sicurezza».

Il concetto che viene utilizzato per descrivere questa cooperazione con la NATO è quello di interoperabilità. Essa punta infatti anche a sviluppare e mantenere capacità che consentano alle Forze armate svizzere di operare insieme a quelle dei membri della NATO e degli altri Paesi partner. L’Alleanza stessa indica tra i settori della relazione con Berna lo sviluppo delle capacità delle forze svizzere di lavorare con quelle NATO nelle operazioni multinazionali.

Prima l’allineamento economico alle sanzioni europee, poi l’approfondimento della cooperazione nella politica di sicurezza, quindi la ricerca di una maggiore interoperabilità militare con l’Alleanza Atlantica. Nessuno di questi passaggi, preso isolatamente, abolisce la neutralità svizzera. Considerati nel loro insieme, tuttavia, descrivono una progressiva integrazione de facto della Confederazione nell’architettura strategica occidentale.

Lo stesso Consiglio federale, nella campagna contro l’iniziativa, ha difeso esplicitamente questa possibilità. Secondo il governo, la crescente instabilità europea rende necessario orientare la politica di sicurezza e di difesa verso una maggiore cooperazione internazionale. Berna considera compatibile con la neutralità la partecipazione a esercitazioni militari internazionali non direttamente collegate a una guerra e sostiene che un’eventuale cooperazione difensiva con altri Stati in caso di aggressione debba essere preparata in anticipo. Il governo riconosceva inoltre che un’approvazione dell’iniziativa avrebbe comportato una riduzione della cooperazione con la NATO, compresi settori come le esercitazioni congiunte e lo scambio di dati.

La neutralità, dunque, viene progressivamente ridefinita non più come mantenimento di una significativa distanza dalle strutture militari dei blocchi, ma come assenza dell’obbligo formale di intervenire militarmente al loro fianco. Entro questo perimetro molto più ristretto diventano compatibili con la neutralità tanto le sanzioni economiche coordinate con l’Unione Europea quanto la preparazione operativa con la NATO.

La Confederazione si colloca così in uno spazio intermedio: non è membro dell’Alleanza Atlantica, ma aumenta la propria capacità di operare insieme ai suoi membri; non appartiene all’Unione Europea, ma ne recepisce ripetutamente le misure coercitive contro la Russia; non rinuncia formalmente alla neutralità, ma interpreta questo principio in modo tale da rendere possibile una crescente integrazione nelle strutture politiche e di sicurezza dell’Occidente.

La Svizzera, del resto, non è mai stata neutrale nel senso di un’impossibile equidistanza ideologica assoluta. Già durante la Guerra fredda, essa apparteneva economicamente, culturalmente e politicamente al mondo occidentale. La specificità della sua neutralità consisteva soprattutto nel mantenimento di un’autonomia strategica rispetto alle alleanze militari e ai conflitti tra i blocchi. La trasformazione contemporanea non consiste quindi nel passaggio improvviso di una Svizzera neutrale a una Svizzera occidentale, perché la Confederazione è sempre appartenuta all’Occidente in senso storico e socioeconomico. Il cambiamento riguarda piuttosto il passaggio da un’appartenenza occidentale accompagnata da una marcata autonomia strategica a un’integrazione sempre più profonda nelle politiche economiche, di sicurezza e militari del campo euro-atlantico.

Resta dunque una neutralità formalmente intatta, ma sempre più distante dalla funzione politica che l’aveva storicamente caratterizzata. La Svizzera continua a non essere membro della NATO e conserva tutti gli strumenti giuridici per definirsi uno Stato neutrale. Allo stesso tempo, recepisce le sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia, approfondisce il coordinamento della propria politica di sicurezza con i partner occidentali e prepara le proprie Forze armate a una crescente interoperabilità con quelle dell’Alleanza Atlantica.

Russia’s sabotage of Europe should bring Ukraine more weapons through US purchase scheme, with clear statement of where its red lines lie, NATO’s top European commander says

12 October 2026 at 17:50

NATO Secretary General Mark Rutte and Supreme Allied Commander Europe Gen. Alexus G. Grynkewich announce the launch of “Eastern Sentry” during a joint press conference on 12 September 2025. Photo: NATO/Flickr

Russian sabotage assaults on Europe should end with more weapons flowing to Ukraine, NATO’s top commander in Europe says. NATO should respond to the attacks by increasing contributions to the alliance’s PURL weapons program or by sending Ukraine more air-defense interceptor missiles, Supreme Allied Commander Europe General Alexus Grynkewich said at the Warsaw Security Forum, Ukrinform reports.

The remark runs counter to a fresh scare. After US President Donald Trump’s diesel deal with Russia, European officials said that Washington had threatened to halt weapons for Ukraine through PURL, the Financial Times reports, unless Kyiv stopped hitting Russian refineries. Grynkewich’s call to expand the program ran the other way.

One of the main goals of Russia’s hybrid operations, from airspace violations to sabotage and cyberattacks, is to break the West’s will to keep backing Ukraine, he stated. The sharpest answer is to prove that assumption wrong, he argued, turning each attack into a reason to send more.

The PURL program that lets allies fund US-made weapons for Ukraine, which drew nearly $5.5 billion in pledges before May.

Name the culprit out loud, and watch Moscow lose its cover

Once responsibility for a specific attack is established, countries should publicly name who did it, Grynkewich noted, so Russia understands it has been exposed and that its network was never as untraceable as it believed.

Moscow bets it can escape blame because the West cannot work out who is behind an attack, in his telling. The response, he urged, should be to show that the West can.

One voice, not thirty-two, is what Russia actually fears

Coordination is the other half. Allies must craft a joint response rather than send Moscow chaotic, uncoordinated signals from individual states, he stressed, and must spell out clearly where their red lines lie.

That unity is itself a deterrent. A single, agreed answer tells Russia the alliance is harder to split than its hybrid campaign assumes, and that attacks meant to divide the West only harden its resolve, he contends.

Se Trump sgancia gli Usa dalla sicurezza europea. Il monito di Camporini

12 October 2026 at 16:33

Degli Stati Uniti bisogna fidarsi, ma con prudenza. Ne è convinto il generale Vincenzo Camporini, alla luce delle parole di Trump su Zelensky, dell’accordo sul diesel Casa Bianca-Mosca e dell’attacco all’Arabia Saudita portato dagli Houthi. “Se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini”, dice a proposito della Nato.

Trump ha accusato Zelensky di non voler raggiungere un accordo per porre fine alla guerra e di creare problemi al mondo con gli attacchi alle raffinerie russe suggerendo a Kiev di trovare un nuovo leader in grado di raggiungerlo. Queste parole come cambiano lo scenario nell’immediato e soprattutto in un eventuale ormai difficile tavolo diplomatico?

Diciamo che è un distacco ormai formale della politica estera americana da quello che accade in Europa e in Ucraina, quindi dobbiamo prendere atto che a questo punto l’interesse di Trump per la politica europea e per la sicurezza in Europa non è più rilevante. C’è un fatto che io credo sia abbastanza significativo, ovvero le imminenti elezioni di midterm che secondo me stanno scatenando il panico alla Casa Bianca.

In che senso?

Indubbiamente i risultati che si possono prevedere sono molto negativi per i repubblicani e a questo punto bisogna incolpare qualcuno di quello che dispiace all’elettorato americano, come l’aumento del costo dei carburanti. Per cui l’ideale è scaricare la colpa non su chi ha creato il conflitto con l’Iran, ma su chi neutralizza le capacità di raffinazione da parte russa che, come tutto il mondo sa, non essere assolutamente determinante per questo aspetto, ma che lui può far passare come la causa di tutti i mali. Quindi a questo punto lascia Ucraina ed Europa al loro destino.

Per quanto tempo ancora la Nato potrà far finta di nulla?

Abbiamo qualche motivo di seria preoccupazione. C’è in generale una volontà di salvaguardare il principio della solidarietà transatlantica: io stesso faccio parte di un gruppo di lavoro con altri colleghi di altri Paesi per cercare di trovare il modo di attenuare l’attuale situazione. Ma è chiaro che in questo momento se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini.

L’accordo sul diesel tra Trump e Putin che scenari apre anche in seno all’Europa?

Premetto che l’accordo dal punto di vista quantitativo è irrisorio, visto che stiamo parlando del fabbisogno di un paio di giorni del mercato americano quindi nulla che possa significativamente influire sul prezzo del gasolio. Ma dal punto di vista dello scenario europeo, è chiaro che ci sarà qualcuno che avrà la tentazione di usarlo: purtroppo vi sono ambienti che apertamente nutrono simpatie per la posizione di Mosca e che cercheranno di sollecitare un allineamento con il governo americano. In alcuni Paesi questo non ha nessuna possibilità di riuscire ma in altri, come l’Italia, temo di sì perché è particolarmente permeabile alla propaganda di Mosca e certamente qualche voce si leverà in tal senso.

In generale oggi l’Europa è autosufficiente dal punto di vista della difesa?

No, oggi l’Europa non è autosufficiente per una serie di capacità specifiche e non certo dal punto di vista delle forze perché le forze europee sono abbastanza adeguatamente numerose e con equipaggiamenti di ottima qualità. Ma ci sono alcune capacità nel campo delle intelligence, della sorveglianza del territorio, delle comunicazioni, della trasmissione dati, della sorveglianza satellitare e della difesa antimissile che oggettivamente gli europei non hanno mai sviluppato. Se vorranno essere autonomi e avere voce in capitolo sulla scena internazionale dovranno sviluppare nell’immediato futuro, anche se sono cose che non si costruiscono dall’oggi al domani ma richiedono anni.

Secondo la sua opinione l’attacco degli Houthi all’Arabia Saudita ci dice anche che l’ombrello americano non è così esteso come immaginavamo?

Mah, è un ombrello molto randomico, nel senso che gli Stati Uniti hanno un accordo di collaborazione militare con l’Arabia Saudita. Evidentemente la cosa è considerata irrilevante dal punto di vista dell’azione quindi l’attacco è un’ulteriore dimostrazione che degli Stati Uniti bisogna fidarsi ma con molta prudenza.

Forged news of military conscripts in Kaliningrad had hallmarks of a Western counter-attack in Putin’s info wars

12 October 2026 at 15:45

A lethal plume of toxic smoke was blowing towards us from a blaze at a battery manufacturing plant in Kaliningrad.

Troops in the Russian exclave had been ordered to help put the fire out: untrained and under-equipped, they mutinied. Terrified civilians were thronging the borders.

The Kremlin, oblivious to the unfolding humanitarian and environmental catastrophe, blamed the West for sabotage and incitement, and demanded a transit corridor across Lithuania.

However, none of this actually happened.

We (20 retired and serving officials, experts, and others) were in the safety and comfort of the Wargaming Lab at the ISM university in Vilnius, as guests of the Baltic International Security Centre (BISC).

The crisis scenarios were hypothetical; the aim was to explore the dilemmas and trade-offs they created. (You are the Lithuanian government. Do you let the mutineers in? Or leave them to be massacred?)

The games-master provided regular “injects” – new developments – such as ill-written social media posts from US president Donald Trump. He blamed the authorities in “Lithvastonia” for having started the fire in “Kaliningradia”.

An amusing parody, we thought. A few hours later, the real US president published news of his deal with Russian president Vladimir Putin on sanctions-busting diesel imports, then blamed Ukraine for being invaded.

Not so amusing, especially for our Ukrainian participant, a senior military commander there.

As we were leaving (us to safety, him to danger), news broke that Russia is stepping up its assassination attempts in Europe, targeting defence industry bosses (and perhaps Polish politicians). Our scenarios seemed tame in comparison. 

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9/11 e uma Aliança Atlântica em crise

By: A A
12 October 2026 at 15:00

Relembrar o 11 de Setembro é particularmente crucial numa altura em que, é sabido, sob a Administração de Donald Trump, os EUA reequacionam o seu papel na defesa da Europa.

Ana Marcela

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No dia em que as torres foram atacadas, o então presidente dos EUA, George W. Bush, estava numa escola primária na Florida a ler um livro com crianças, quando o chefe de gabinete, Andrew Card, lhe sussurrou ao ouvido: “A América está sob ataque.”

Milhares de pessoas perderam a vida depois do embate dos aviões no World Trade Center em Nova Iorque e, num misto de choque, incredulidade e dor, todos percebemos que o mundo iria irremediavelmente mudar. Nos dias que se seguiram, e pela primeira vez na história, foi invocado o Artigo 5.º da NATO. Pelos Estados Unidos. “Os aliados da América na NATO responderam com solidariedade e ação, apoiando a defesa dos Estados Unidos e juntando-se aos norte-americanos no luto e na homenagem aos que perderam a vida”, pode ler-se no website da U.S. Air Forces in Europe – Air Forces Africa.⁠⁠⁠⁠⁠⁠⁠

“Para as Forças Aéreas dos EUA na Europa, os ataques assinalaram o início de uma mudança imediata na proteção da força, no estado de prontidão e no foco operacional — uma mudança que viria a moldar a missão do comando durante as décadas seguintes”, lembram numa publicação que assinala os 25 anos dos ataques terroristas.

É precisamente este espírito de união e solidariedade entre aliados que é evocado por Ursula von der Leyen no seu discurso. “O 11 de Setembro foi o acontecimento mais marcante da viragem do século. E veio reavivar a importância das alianças e da segurança coletiva”, refere. “A Europa soube imediatamente de que lado estava. Estivemos ao lado da América. Pela primeira e única vez na sua história, a NATO invocou o Artigo 5.º. Um ataque contra um era um ataque contra todos. Permanecemos unidos na defesa dos princípios que nos unem através do Atlântico: a liberdade e a democracia.”

Relembrar o 11 de Setembro — nunca esquecer quem perdeu a vida nos ataques e nos anos que se seguiram — é particularmente crucial numa altura em que, é sabido, sob a Administração de Donald Trump os EUA reequacionam o seu papel da NATO e a sua ação (ou não) na defesa da Europa.

Velhas alianças evidenciam sinais de elevado desgaste e a Europa já percebeu (ou deveria) que tem de se preparar para garantir a sua soberania de defesa. O objetivo é, até 2030, essa capacidade estar garantida, com a Bruxelas a avançar com investimento — o SAFE no qual Portugal garantiu 5,8 mil milhões é apenas um dos exemplos de mecanismos financeiros implementados — para dar um boost à indústria europeia de defesa. Em abono da verdade, muito tem sido feito, mas o recente relatório do Tribunal de Contas Europeu faz um retrato do muito que ainda falta fazer para agilizar o passo do Velho Continente. Tanto que chegar a 2030 preparado é “um desafio”, alerta o TdC Europeu de forma polida.

Relembrar o 11 de Setembro — nunca esquecer quem perdeu a vida nos ataques e nos anos que se seguiram — é particularmente crucial numa altura em que, é sabido, sob a Administração de Donald Trump os EUA reequacionam o seu papel da NATO e a sua ação (ou não) na defesa da Europa.

Um novo sinal de que as relações entre os dois lados do Atlântico já viveram dias melhores foi a Cimeira do Espaço, que se realizou esta semana em Paris, na qual foi notória a ausência de pesos pesados do setor norte-americano, como a SpaceX de Elon Musk, que cancelaram a sua participação devido a pressão da Casa Branca. Aparentemente, o encontro internacional organizado por Macron não tinha sido alinhado com os EUA e participar era dar sinal de apoio às políticas da UE não conformes com os interesses de Washington.

Não há dúvidas de que a soberania passa igualmente por esta ‘nova-velha’ fronteira. A Europa tem de se unir também aqui, apelou Von der Leyen. “Temos de agir como uma só Europa. A Comissão, a Agência Espacial Europeia e os governos nacionais — temos de conjugar as nossas forças”, apelou. “As nossas indústrias pedem uma procura clara e previsível, que lhes dê a segurança necessária para investir e crescer. Em nenhum outro domínio isso é mais evidente do que nos transportes espaciais”, afirma.

E o mesmo disse Macron. No encontro, que reuniu mais de 100 delegações, foram feitos 51 anúncios, representando um valor total de aproximadamente 20 mil milhões de euros, incluindo cerca de 5 mil milhões de euros em contratos e investimentos. Mas a fatia de leão foram os 15,7 mil milhões de euros para o programa IRIS 2, que já tinha sido anunciado pela Comissão Europeia.

Parece muito, mas há — também aqui — uma clara desproporção entre os blocos. Os números compilados pela Pitchbook sobre o investimento de capital de risco no setor até junho dão disso conta. Globalmente, as empresas do setor já captaram 11,3 mil milhões de dólares de investimento, valor que supera os 10,1 mil milhões de dólares investidos em todo o ano passado. Os EUA absorveram mais de metade (56,1%) deste montante. A Europa? Se olharmos numa perspetiva de copo meio cheio, aumentou a sua fatia. Copo meio vazio: mal superou os 20%.

Publié à l’origine par Reseau International

NATO promete tornar inútil qualquer ataque contra aliados

12 October 2026 at 14:57
"Teoria de vitória" da NATO passa por "garantir que qualquer ataque contra qualquer aliado se revele totalmente inútil". Países da aliança devem mostrar à Rússia quais são as suas "linhas vermelhas".

© Radek Pietruszka/EPA

Grynkewich foi questionado sobre os recentes ataques classificados como "híbridos" na Europa, incluindo atos de sabotagem e incêndios deliberados

"NATO tem de mostrar que não vai ficar paralisada"

12 October 2026 at 14:40
Bruno Cardoso Reis admite que NATO precisa de refletir sobre as iniciativas russas no espaço da aliança. Defende que a melhor forma de dissuadir é mostrar que iniciativas russas têm custos elevados. 

Ten casualties to one, by a NATO official’s count: Russia’s September in Ukraine’s kill zones

12 October 2026 at 13:08

A masked Russian soldier in camouflage and body armor wears a helmet bearing Russian flag and “Z” patches.

Russia suffered vastly more casualties than Ukraine in September, a senior NATO military official told Bloomberg. Ukraine’s General Staff put the month’s Russian toll only slightly lower.

September’s toll lands on a recruitment system that was already falling short. Ukraine’s military intelligence (HUR) estimated that Russian losses outran new contracts in June and July, when monthly losses ran lower. In August, Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy, citing military intelligence, warned that Russia is preparing a mass call-up after its parliamentary elections. That vote ended on 20 September.

Where the numbers come from

Russian casualties passed 50,000 in September, up to 28,000 of them killed, the official said. Ukraine’s losses over the same month came to about 5,000, according to the official, who spoke on condition of anonymity. Russia does not release casualty figures, Bloomberg noted. In late August, Pavlo Palisa, deputy head of Ukraine’s Presidential Office, put Russia’s July losses at 43,000 killed and wounded. Bloomberg could not confirm his figures.

To push forward, Russia keeps feeding troops into “kill zones,” the official said. These are stretches of ground saturated with armed drones, mines, and artillery fire. Maksym, call sign Rumyn, is a deputy company commander in the 46th Airmobile Brigade’s drone battalion. In April, he said the zone once ran 3–5 km deep and is now several times larger.

Ukraine's Third Army Corps commander Brigadier General Andrii Biletskyi announcing "Operation Vivaldi," 15 September 2026. Screenshot from video: Ukraine's Third Army Corps
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Ukraine suffered 10 times fewer casualties than Russia in Vivaldi counteroffensive, veteran says. Ukraine’s innovations in drone and ground robot tactics are changing frontline warfare

Rising stakes for Moscow

Russia’s defense spending is expected to near $199 billion this year, Bloomberg reported, citing two sources close to the government. That is about 40% above the plan the government set in late 2025.

Russian President Vladimir Putin would struggle to wind down the invasion without a political cost, Martin Jäger said last week. He heads Germany’s Federal Intelligence Service (BND).

Warum die Drohungen des Westens gegen Kaliningrad so gefährlich sind

12 October 2026 at 05:02
Dass die NATO Russland bei Kaliningrad immer heftiger provoziert, wird von westlichen Medien zwar verschwiegen, ist aber nicht zu bestreiten. NATO-Staaten führen bei Kaliningrad fast ununterbrochen Manöver durch, in denen sie die, Blockade, Bombardierung und Eroberung der russischen Exklave üben. Russland hat kürzlich eine deutliche Warnung an die NATO ausgesprochen, in der ausdrücklich auch der […]

The US Is Pulling the Plug on International Justice — Does Europe Have Its Own Power Source?

12 October 2026 at 00:14

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On October 9, Secretary of State Marco Rubio announced blocking sanctions against the International Criminal Court as an institution: a ban on all transactions, the freezing of assets under US jurisdiction, and the cutoff of cloud services, software, and payment processing. “Either the ICC will end its threats, or we will end the ICC,” he said. The sanctions include a six-month transition period and take full effect by April 2027. That date, not the announcement itself, is Europe’s real deadline.

Rubio has repeatedly tied Israeli interests to US actions against the court. The ICC previously issued arrest warrants for Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu and former Defense Minister Yoav Gallant on charges of war crimes in Gaza. While the October 9 announcement focused heavily on protecting American personnel, the administration had previously denounced the tribunal’s investigations against “the United States and our close ally Israel” as “illegitimate and baseless,” indicating that Washington’s campaign is aimed at shielding both US and Israeli officials.


Europe: Between Declaration and Enforcement

The European Commission called the sanctions “deeply regrettable” and said it was “ready to take any necessary measures” to keep the Court functioning and protect operators within the Single Market. But the same formula contains a brake: the six-month delay “leaves room for dialogue.”

Kaja Kallas, speaking for the EU, called threats against the Court “unacceptable,” reaffirming commitment to the rules-based order but stopping short of announcing any protective mechanism. António Costa promised support through political, diplomatic, financial, and practical means, without naming a single concrete instrument.

Belgian Foreign Minister Maxime Prévot is one of those publicly demanding activation of the EU Blocking Statute. “The Court’s independence cannot depend on whom it investigates. Europe must act,” he said, after securing a place for the issue on the agenda of the October 12 meeting of EU foreign ministers.

The Netherlands, where the Court sits, asked the European Commission to prepare the statute but called it a “nuclear option,” emphasizing that six months provide space for dialogue. Germany and France joined a joint statement by eight countries expressing “strong disagreement,” without mentioning countermeasures.

Why the Blocking Statute Is No Panacea

The Blocking Statute (Council Regulation No. 2271/96 of 1996) was created to counter US extraterritorial sanctions related to Cuba, Iran, and Libya. Its mechanism includes a prohibition on EU companies and citizens complying with the designated third-country sanctions, a refusal to recognize foreign court judgments based on those sanctions, and the right to recover damages in court. In 2018, after the US withdrew from the Iran nuclear deal, the regulation was expanded.

Adding the US sanctions against the ICC to the regulation’s annex would mean a legal prohibition on European banks, insurers, and cloud providers complying with the US restrictions. But its purpose is not to save the ICC itself. It protects European operators and jurisdiction: the regulation binds European operators and cannot compel American banks, Microsoft, Amazon, or payment systems to keep servicing the Court.

Activating the statute in this case would be unprecedented: in its thirty years of existence, it has never been applied against US sanctions affecting an international judicial institution. Its earlier use concerned US measures against those same countries, which were bilateral trade restrictions rather than an assault on a body of international justice. If the EU goes ahead, it would be the first time the Blocking Statute is transformed from a trade-defense instrument into an instrument for defending what Brussels calls the “international legal order.”

That is why it is called “nuclear”: it means legal confrontation, but it does not solve the problem of technological dependence. The ICC relies on American banking services, payment systems, cloud servers, and software. The Blocking Statute can prohibit European companies from complying with the sanctions, but it does not create an alternative to dollar clearing, global payment networks, or the servers where the Court’s data is stored.

For Washington, it is enough that American companies themselves refuse to work with the ICC because of the risk of secondary sanctions; the Blocking Statute cannot prevent that.

What Is Already Happening and What Might Happen

The practical effects of the sanctions are already beginning to show. In response to earlier US measures, the ICC has shifted its office and collaboration software from Microsoft to openDesk, a German open-source platform, and developed workarounds for banking, insurance, and payroll. It has also paid staff months in advance to limit potential payroll disruption. But these safeguards do not eliminate the Court’s broader reliance on American financial and technological infrastructure, and full sanctions could still disrupt its operations.

The alternatives Europe can offer are limited: activating the Blocking Statute, developing payment and clearing alternatives to dollar-based infrastructure, and providing European cloud services. None can be implemented quickly enough to replace American financial and technological infrastructure by April 2027.

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The Asymmetry That Explains Everything

The ICC began work in 2002, and its early practice focused predominantly on African conflicts: the DRC, Uganda, Sudan, Kenya, and Libya. This imbalance fueled accusations of selectivity and neocolonialism; in 2025, three Sahel states announced their withdrawal, calling the Court an “instrument of neocolonial suppression.”

The United States signed the Rome Statute under Clinton but never ratified it; in 2002, Congress passed the American Service Members’ Protection Act, authorizing the president to use “all necessary means” to free any American detained by the ICC. Washington did not object to the Court’s early focus on African situations, even as it rejected jurisdiction over itself. Its opposition hardened once the ICC moved toward cases involving the US and its allies.

In 2020, after the Appeals Chamber authorized an investigation into crimes by US military personnel and the CIA in Afghanistan, Washington sanctioned Prosecutor Fatou Bensouda and a senior Court official. The following year, Prosecutor Karim Khan “deprioritized” the American component of the case. No US citizen has ever been indicted by the ICC.

Rubio calls the ICC a “body of globalists” threatening US sovereignty and has urged US allies to rein it in. The criticism has a real basis: the Court can hear cases involving crimes committed on the territory of a state party even if the accused’s country has not joined the Rome Statute. But the ICC remains a treaty court, dependent on state cooperation, Western donors, and political decisions of the UN Security Council.

Washington’s contradiction is built into the design itself: the US is attacking an institution that grew out of the liberal order it helped create. Europe’s is different: a declaratory commitment to international law coexists with the practical costs of reducing reliance on American infrastructure.

What October 12 Will Reveal

October 12 will show whether the EU moves from declarations to legal obligations. If the final document includes a European Commission decision to add the US sanctions against the ICC to the annex of Regulation 2271/96, that would mean a legal prohibition on European companies complying with the US measures — an unprecedented use of the Blocking Statute.

If the outcome is a general declaration, a call on Washington to rescind the sanctions, and a mandate for the Commission to “prepare options,” that would confirm a scenario in which Europe defends the principle of ICC independence but is not prepared to pay for that defense through a direct collision with US extraterritorial jurisdiction.

The probability of full and immediate activation of the statute on October 12 is low. A more realistic scenario is a political declaration of support, a Commission mandate to prepare a legal mechanism, and the preservation of the six-month pause for negotiations.

The Dilemma Beyond The Hague

The question is not whether the ICC survives past April 2027. The question is whether Europe can defend what Brussels calls the “international legal order” when the costs of that defense fall on its own companies, banks, and technological supply chains.

The Blocking Statute is a test of the EU’s ability to act not as a regulator but as a geopolitical player willing to bear the costs of conflict. If Europe limits itself to declarations and negotiations, it will confirm the formula Washington has already internalized: European sovereignty ends where American extraterritorial jurisdiction begins.

If it activates the statute, it will launch an open legal conflict with an ally on which its security depends. For now, every signal points to a third option: prepare the instrument, defer the decision, and bet that Washington will back down on its own.


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Atlético-GO empata com Sport mesmo com um a mais e se complica na disputa pelo acesso

11 October 2026 at 22:50

O Atlético-GO empatou por 1 a 1 com o Sport na tarde deste domingo (11/10), no Estádio Antônio Accioly, pela 33ª rodada da Série B. O gol do Dragão foi marcado por Geovany Soares, no primeiro tempo. Já na segunda etapa, Perotti empatou para os visitantes. Com o resultado, os goianos permanecem na 6ª posição, com 53 pontos, mas podendo ser ultrapassado ao término da rodada.

O primeiro tempo começou com o Sport dominando as ações e levando perigo ao gol de Paulo Vítor, inclusive acertando a trave. O Atlético-GO encontrou dificuldades no início, mas conseguiu equilibrar a partida e passou a criar boas oportunidades, principalmente com Geovany Soares e João Pedro. Na reta final, o Dragão cresceu, pressionou e abriu o placar aos 48 minutos: Leandro Vilela lançou Geovany Soares, que fintou a marcação e balançou as redes. Com isso, o Atlético-GO foi para o intervalo vencendo por 1 a 0 e, naquele momento, garantindo sua permanência no G-6 por mais uma rodada.

No início do segundo tempo, o Sport voltou a ameaçar: Barleta driblou Guilherme Lopes e finalizou, com a bola beijando a trave antes de sair pela linha de fundo. Dois minutos depois, o Atlético-GO respondeu em cobrança de falta, quando Netinho arriscou direto para o gol, mas Thiago Couto fez grande defesa, evitando o segundo gol rubro-negro. Aos 19, Bruno José acelerou, passou pela marcação e foi agarrado por Benevenuto, que recebeu cartão vermelho direto, deixando o Sport com um jogador a menos. Aos 34, Geovany Soares desperdiçou boa chance de ampliar após falha defensiva do Sport: arrancou em velocidade, driblou a marcação, mas finalizou mal. Aos 38, o Sport empatou: Diego Hernandez arriscou de longe, a bola explodiu no travessão de Paulo Vítor e, no rebote, Peixoto não afastou o perigo, permitindo que Perotti aproveitasse a sobra e deixasse tudo igual no placar.

O Atlético-GO volta a campo na próxima sexta-feira (16/10), às 19h30, contra a Ponte Preta, fora de casa.

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Saudi Arabia Has Allies. But Who Will Fight Its War in Yemen?

11 October 2026 at 22:09

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Saudi Arabia is desperately trying to reverse its losses on the ground in the Yemeni conflict, while Houthi attacks reach its airports and threaten its oil trade. Yet the coalition Riyadh has assembled does not match the war it wants to fight. Washington is engaged in the conflict with Iran, Turkey excludes offensive deployments, and Pakistan draws the line at crossing into Yemen. The kingdom has foreign support, but the burden of recovering and holding territory still falls on its weakened Yemeni partners.

Retreat Before the Counteroffensive

By early October 2026, Riyadh was responding to a deteriorating military position. The Houthis’ September advance along Yemen’s western coast brought the loss of Mokha and strategic positions around Bab el-Mandeb. These setbacks exposed the weakness of Saudi-backed forces and strengthened the Houthis’ leverage over a shipping route increasingly important to Saudi oil exports.

The renewed Saudi–Houthi escalation began with the July 13, 2026, strike on Sanaa airport’s runway. Saudi aircraft sought to prevent an Iranian Mahan Air flight carrying a senior Houthi delegation from landing without coalition permission. The plane later landed in Hodeida after Omani mediation, but the Houthis retaliated against Abha airport and subsequently announced a blockade on Saudi shipping. The strike broke the relative calm established by the 2022 truce; September’s coastal offensive then turned the confrontation into a major territorial setback for Riyadh’s partners.

The retreat exposed divisions within the anti-Houthi camp. Saudi–Emirati cooperation had broken down, and the withdrawal of the UAE left command arrangements that Riyadh failed to replace effectively. The factions expected to carry the offensive remained divided and poorly prepared for a sustained campaign. Saudi airpower could not compensate for the absence of a coherent local force.

The cost is also being felt inside Saudi Arabia. The October 10, 2026, attack on Riyadh’s King Khalid International Airport killed 12 people and wounded 309, according to Saudi authorities, and temporarily suspended operations. Riyadh blamed the Houthis, who renewed their warning against using Saudi airports and airspace on October 11. Airport disruption, cancelled flights and attacks on oil facilities bring the economic consequences of the war directly into the kingdom. The Saudi air campaign has not secured its civilian infrastructure.

Operation Dawn of Yemen began on October 5, 2026, after Saudi-backed Yemeni leader Rashad al-Alimi announced military action the previous day. The immediate objective was to recover the coastal positions lost in September, alongside the Saudi-backed Yemeni government’s broader ambition to restore its authority over Houthi-held territory. On October 11, the coalition announced the destruction of 136 military targets in a large-scale operation. That tally says little about whether Saudi-backed units can hold territory, secure supply routes or reopen shipping lanes.

Houthi footage released October 10, 2026: Shawaz drone strikes on Saudi-backed forces in Kahbub and Al-Waziya, as presented by the movement’s military media


Why Taiz Matters

The counteroffensive has produced conflicting accounts of control on the coast. On October 9, 2026, Saudi Arabia’s ambassador to Yemen announced that Bab el-Mandeb and Mayun Island had been cleared of Houthi forces. The Houthis maintained that they still held those positions. Control of the waterway remains contested, despite Riyadh’s announcements of success.

Taiz adds another strain after the coastal setbacks. Pressure on its approaches threatens supply routes and forces Saudi-backed units to divide their effort between the inland front and the Red Sea coast. The Houthis can disrupt their opponents’ counteroffensive without winning every coastal engagement: sustained pressure inland prevents those opponents from concentrating their forces. Saudi airpower does not resolve the fragmentation of the Saudi-backed Yemeni forces expected to hold the ground.

Houthi military footage released October 10, 2026: the movement presents advances and the surrender of opposing fighters in Sami, As-Silw and Al-Mawasit, Taiz province. The fighting places further pressure on the ground forces on which Riyadh’s campaign depends


The Iran War Narrows Saudi Options

The US–Israeli war with Iran, which began in February 2026, has expanded the military demands on Washington. Regional deployments, shipping protection and operations against Iran compete with Saudi requests for a larger American role in Yemen. Riyadh cannot assume that American support will expand on its terms. Its dependence on outside assistance has grown at the same time as the regional war has made that assistance more conditional.

The Iran war compounds Saudi Arabia’s vulnerability. Disruption at Hormuz has increased Riyadh’s dependence on its westbound pipeline and Red Sea ports. Southbound cargoes from Yanbu must pass Bab el-Mandeb; northbound exports follow a different route. Moving crude across the peninsula bypasses Hormuz, but it does not remove the threat to shipping off Yemen.

Pressure at Bab el-Mandeb gives Iran an additional advantage while the Houthis gain territory and bargaining power of their own. Their overlapping interests put Riyadh under pressure on two fronts. A Washington–Tehran agreement would not automatically end the war in Yemen: the Houthis have their own territorial, political and economic demands.

Washington is already involved through military advisers, intelligence and targeting support. The issue is the extent of that involvement, not American neutrality. Earlier in October 2026, Trump rejected Saudi requests for direct strikes; after the Riyadh airport attack, he said the United States might join them. Riyadh still lacks a firm American commitment to the wider offensive. Its requests compete with Washington’s military operations and priorities in the Iran war.

Allies Draw Their Own Lines

Riyadh’s response is to widen its support network through the Mecca pact, signed with Turkey and Pakistan on August 7, 2026, and activated on October 5. But an agreement to defend Saudi Arabia is not an agreement to win its war in Yemen. Pakistan’s military presence and Turkey’s technical, intelligence and air-defense assistance address the kingdom’s security without supplying a joint ground campaign across the border.

The alliance has a secretary-general, retired Pakistani general Nauman Mahmood, but its detailed force-generation timetable, operational command arrangements, cost-sharing formula and mission duration remain unpublished. On October 8, 2026, Ankara excluded offensive operations while parliamentary ratification was pending. On October 9, Islamabad confirmed a substantial military presence in the kingdom but ruled out crossing into Yemen to attack the Houthis. Riyadh is obtaining defensive commitments, not a combined expeditionary army.

Pakistan’s decision-making has also shifted. In 2015, parliament unanimously rejected participation in the Yemen war while promising to defend Saudi territory and holy sites. In October 2026, reinforcement commitments are proceeding without a parliamentary vote. The government says it followed the necessary procedures. The political result is a narrower domestic debate over a commitment that could draw Pakistan further into the conflict.

Fewer political checks make deployments easier to authorize and harder to reconsider once costs and casualties accumulate. Pakistan’s own security pressures add another burden: the October 11, 2026, emergency in opposition-run Khyber Pakhtunkhwa coincides with its commitments to Saudi Arabia. Islamabad is extending support abroad while managing a deepening confrontation at home.

Peshawar, October 11, 2026: police guard the approach to the Red Zone. Pakistan’s overseas security commitments coincide with emergency measures at home

Saudi-led coalition footage, October 9, 2026: the coalition announces strikes on three Houthi missile launchers. The continuing attacks inside Saudi Arabia expose the limits of destroying individual launch sites


Defensive support can still sustain the offensive by freeing Saudi assets for use in Yemen. France’s support for the defense of Yanbu and Britain’s refueling assistance contribute to that effort. But none of this repairs the weakness of Riyadh’s Yemeni ground forces. Pakistan also has its border with Iran and its mediation role to consider, while Turkey keeps its commitment separate from offensive operations. Each partner sets limits according to its own interests.

Different Interests, No Shared Victory

Pakistan’s proposed $1.21 billion IMF disbursement awaits board approval. Turkey’s September 2026 inflation was 29.73%, with its policy rate at 37%. Both face financial pressures that favor limited missions over an open-ended expedition. Who pays for the current assistance remains undisclosed.

Saudi Arabia’s updated deficit forecast is 4.9% of GDP. September 2026’s non-oil purchasing managers’ index stood at 55.3, indicating expansion before the latest escalation. The airport attacks and disruption to transport now place that activity under additional pressure. Riyadh must finance the campaign while protecting the infrastructure and trade on which its wider economic plans depend.

The Houthis are using that pressure to advance their negotiating demands. On October 10, 2026, the Houthi authorities proposed reciprocal exclusion of airports, ports and other humanitarian infrastructure from blockade and attack. The proposal seeks to exchange limits on disruption for concessions over access and blockade. It puts the economic consequences of continued fighting at the center of the bargaining.

The conflict of interests runs through the entire coalition. Riyadh wants to reverse Houthi gains and protect Saudi infrastructure. The Saudi-backed Yemeni government wants to restore its authority. Turkey and Pakistan seek bounded commitments, and Washington calculates its involvement against the Iran war. The Houthis seek concessions while preserving their military leverage. A common adversary has not produced an agreed objective or a shared willingness to bear the cost.

Saudi Arabia therefore has partners willing to help defend the kingdom, but those partners have made no common commitment to reverse Riyadh’s setbacks in Yemen or sustain the ground campaign of the Saudi-backed Yemeni government. That is the gap behind the coalition’s announcements and strike tallies. Without stronger local forces and a political settlement addressing shipping, attacks and access, additional foreign support can prolong the campaign without resolving it. Riyadh risks remaining surrounded by allies while carrying a war none of them has agreed to finish.


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Russia Targets European Defence Industry as Moscow Seeks to Disrupt Military Support for Ukraine

11 October 2026 at 18:44

Intelligence services from five European countries warn that Russia is expanding assassination and sabotage operations against defence manufacturers supplying Ukraine. The threats coincide with an alleged plot against Poland’s prime minister and defence minister, raising concerns about Moscow’s efforts to undermine European military assistance through intimidation and political destabilisation.

European intelligence agencies have warned that Russia is intensifying efforts to assassinate executives of defence companies supplying Ukraine, extending its campaign of sabotage and intimidation into the European military-industrial sector.

According to intelligence assessments obtained from five European security services, Moscow has ordered an expansion of covert operations targeting senior figures at major arms manufacturers and smaller companies producing drones and military components. Germany’s domestic intelligence agency, the BfV, has reportedly advised executives to strengthen personal security, while some manufacturers have already increased protection for senior personnel.

The warnings emerged alongside reports of an alleged assassination plot against Polish Prime Minister Donald Tusk and Defence Minister Władysław Kosiniak-Kamysz. Polish authorities convened an emergency security meeting and subsequently detained a suspect. No connection between the Polish case and Russian intelligence has been established.

Europe becomes Moscow’s principal target

The apparent expansion of Russian covert operations reflects a shift in Moscow’s calculations concerning Western military assistance.

President Vladimir Putin had reason to anticipate that Donald Trump’s return to the White House would weaken American support for Kyiv. Trump repeatedly questioned US military expenditure on Ukraine and advocated a negotiated settlement with Russia. A substantial reduction in American weapons deliveries could have increased pressure on Ukraine to accept Moscow’s territorial demands.

Instead, European governments assumed greater responsibility for sustaining Ukrainian defence capabilities, including financing weapons purchases and expanding domestic production.

The European Union’s €90 billion support programme for 2026–2027 allocates €60 billion to defence procurement and industrial capacity. The EU has also established mechanisms allowing Ukraine to participate in European joint procurement programmes.

Disrupting European manufacturers therefore offers Moscow a means of restricting Ukraine’s military capabilities without directly confronting NATO.

Assassination threats can interfere with procurement even when attacks are never carried out. Large manufacturers can afford extensive security arrangements, but smaller companies producing electronics, drone components and specialised equipment often lack comparable resources.

Intimidation could delay contracts, discourage investment and persuade individual suppliers to withdraw from Ukrainian defence programmes.

Sabotage as an instrument of political pressure

Russia’s alleged interest in targeting defence executives is not unprecedented. In 2024, American intelligence reportedly uncovered a Russian plot to assassinate Armin Papperger, chief executive of Rheinmetall, one of Germany’s principal suppliers of ammunition and military equipment to Ukraine.

As EU Today previously reported, Moscow has also publicly identified European factories involved in Ukrainian drone production, increasing concerns that civilian industrial facilities could become targets of Russian operations.

European authorities have investigated suspected Russian involvement in arson, infrastructure attacks and clandestine networks. An earlier cross-border investigation into alleged assassination and sabotage preparations demonstrated how intermediaries could be recruited to conduct operations while obscuring their sponsors.

Such activity also carries political consequences. Attacks against infrastructure and industrial facilities can reinforce public fears about confrontation with Russia, particularly during elections when parties advocating accommodation with Moscow seek to exploit security concerns.

Poland has already experienced mounting Russian hybrid pressure, including threats to critical infrastructure and information operations intended to aggravate domestic political divisions.

Putin’s strategy against European rearmament

Ukraine’s continuing strikes against Russian refineries and military-industrial facilities have added economic and operational pressures to Moscow’s prolonged war effort. Russia retains substantial military production capacity, but the costs of sustaining the conflict remain considerable.

Interfering with European weapons manufacturing could serve two objectives: restricting Ukraine’s access to equipment and obstructing Europe’s longer-term rearmament.

The Kremlin does not necessarily need European governments to abandon Ukraine formally. Production delays, disrupted contracts and reluctant suppliers could reduce the practical effect of military assistance even while political commitments remain unchanged.

European governments have acknowledged the industrial challenge. In its June conclusions on European defence, the European Council called for accelerated manufacturing capacity, stronger supply chains and closer cooperation with Ukraine’s defence industry.

Russia’s apparent strategy seeks to exploit the dependence of these programmes on private companies and skilled civilian personnel.

The warnings from European intelligence agencies suggest that protecting defence executives, engineers and contractors is becoming part of the continent’s wider security responsibilities.

For Moscow, intimidation offers the possibility of weakening Ukrainian military resistance without an open confrontation with NATO. For European governments, preventing covert operations from disrupting weapons production is increasingly inseparable from their commitment to sustain Ukraine’s defence.

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