Netflix Is Great at Making Money. Its Problem Is Keeping Viewers Hooked.

© Mario Tama/Getty Images

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A criação de um canal para o encaminhamento e acompanhamento de casos urgentes foi solicitada pelo Observatório da Violência Contra Jornalistas e Comunicadores Sociais (Observatório), órgão vinculado ao Ministério da Justiça e Segurança Pública e responsável por monitorar e apoiar as investigações das denúncias envolvendo comunicadores sociais.
“[A empresa] afirmou que o mecanismo poderia representar a “assunção [aceitação] de novas obrigações regulatórias”, revelou o observatório.
O órgão acrescentou que a Meta argumentou também que a análise do pedido exigiria um prazo maior, compatível com a complexidade do tema, e que suas políticas se aplicam a todos os usuários, igualmente, de forma que, para a Meta, os canais gerais já disponíveis são suficientes.
A reportagem da Agência Brasil entrou em contato com a assessoria da Meta, que respondeu que a empresa não vai comentar o assunto.
Em nota, as secretarias de Justiça (Senajus) e de Direitos Digitais (Sedigi) do Ministério da Justiça e Segurança Pública e a Secretaria de Políticas Digitais (SPDGI) da Secretaria de Comunicação Social da Presidência da República destacaram que foram registrados 14.182 ataques digitais contra jornalistas e veículos de comunicação durante o primeiro turno, segundo a Coalizão em Defesa do Jornalismo.
Além disso, a organização CTRL+Z reuniu 1.121 relatos de restrições a contas e conteúdos políticos, incluindo bloqueios e remoções sem justificativa específica.
“Os levantamentos expõem duas ameaças ao debate público: a escalada da violência contra quem produz informação e a falta de transparência nas decisões que podem restringir sua circulação, com potencial impacto no legítimo exercício da liberdade de expressão”, apontam as secretarias.
O texto divulgado reforça a “necessidade de mecanismos específicos e permanentes de proteção a jornalistas, comunicadores e veículos de comunicação no ambiente digital”, para além do período eleitoral.
“Os canais gerais da Meta e a cooperação com a Justiça Eleitoral não substituem um mecanismo de proteção capaz de responder a situações urgentes de violência contra jornalistas, inclusive fora do período eleitoral”, insistiu o ministério.
A pasta ressalta que ataques e restrições ao exercício do jornalismo “ultrapassam a esfera individual e podem comprometer o direito de toda a sociedade à informação”.

Sven Hoppe/picture alliance via Getty Images
A longtime political operative at Meta who played a key role in bridging ties between the company and President Donald Trump's administration is leaving.
Joel Kaplan, Meta's chief global affairs officer, will leave after the midterm elections and a transition period, Axios first reported. Meta confirmed the report to Business Insider.
A veteran Marine Corps artillery officer, Kaplan is a Republican who served as an advisor and deputy chief of staff to former president George W. Bush.
Kaplan joined Meta in 2011. At Meta, he oversaw the company's response to policy issues ranging from the Cambridge Analytica scandal to the end of its fact-checking program.
Kaplan helped repair a once-fraught relationship between Meta CEO Mark Zuckerberg and Trump after Meta temporarily suspended Trump's account following the January 6 riot.
Kaplan posted on X on Tuesday that he plans to spend time with his family and figure out what to do next.
Kaplan didn't respond to a request for comment from Business Insider.
Kaplan has served as Meta's chief global affairs officer since 2025, succeeding former UK politician Nick Clegg. Other Meta executives will share his responsibilities, Axios reported.
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El juez de la Audiencia Nacional Antonio Piña ha enviado a prisión, acusados de delitos de terrorismo, a los dos disidentes de la izquierda abertzale detenidos por la Ertzaintza el sábado después de que se presentaran en la comisaría de Irún acompañados de su abogado. Se trata de Aratz Bilbao Gómez, de 34 años, y Malen Grünig Ibáñez, de 23 años, a los que el magistrado considera integrantes de Jardun Koordinadora, una organización integrada por disidentes de la izquierda abertzale supuestamente contrarios a la decisión que tomó ETA en octubre de 2011 de abandonar la violencia. Bilbao es señalado como “el motor principal” de este colectivo e “impulsor y dinamizador” del mismo. A su compañera, el magistrado la describe como “militante activa”. El magistrado esgrime para ordenar su encarcelamiento tanto riesgo de fuga como de reiteración delictiva de ambos, que tenían antecedentes policiales por “actos violentos” en otros países europeos.

© Jardun Koordinadora
Sono nato nel 1951 e, dopo molto tempo, mi sento di nuovo giovane. Non «ancora»: di nuovo. Appartengo alla prima generazione per la quale la gioventù diventò un’identità collettiva, non soltanto l’anticamera dell’età adulta. Avevamo la nostra musica, la nostra moda, le nostre letture. Nel 1965 vidi i Beatles, nel ’67 gli Stones. Alla radio c’era Claudio Villa. Volevamo cambiare il mondo dei nostri genitori: tutto e subito. Ci furono cariche della polizia, strategia della tensione e violenza politica. Le conquiste non furono regalate. Le “lotte” contribuirono a ottenere diritti, mentre economia e istruzione aprivano opportunità. L’ascensore sociale funzionava: ci si laureava e si trovava lavoro, ma si poteva migliorare anche senza laurea. Ci dicevano: andate a lavorare, e noi ci andammo. Molti contestatori diventarono proprio quella classe media borghese contro cui avevano protestato, me compreso. Da una famiglia di portuali mi ritrovai professore universitario.
Dopo le conquiste le contestazioni si attenuarono. Subentrò l’edonismo degli anni Ottanta, del successo individuale, della televisione, poi del berlusconismo. Sembrava che i giovani avessero perso ideali e combattività: molti non avevano più bisogno di combattere per migliorare la propria condizione. Le aspirazioni si realizzavano senza rovesciare l’ordine esistente. Quando una società offre opportunità, diminuiscono le ragioni per contestarla. Non valeva per tutti, ma per molti sì. La voglia di scontro trovava sfogo soprattutto nelle tifoserie ultras.
Per decenni ho insegnato all’università, frequentando persone che avevano sempre vent’anni, mentre io invecchiavo. Ho visto cambiare aspettative e idee sul futuro. Non mi riconoscevo nella loro riluttanza alla contestazione. Se da giovani non si vuole cambiare il mondo, deviando dalla norma, si ferma il motore del progresso e ci si adagia. Oggi li ritrovo. Le manifestazioni studentesche (e operaie, non dimentichiamolo) in Italia e in altri paesi europei, i Fridays for Future, le proteste contro il riarmo segnalano una rinnovata aspirazione a un futuro diverso. Non tutti condividono le stesse idee, ma la mobilitazione va oltre gli estremismi. Per motivi diversi i giovani, e non solo, penso a camionisti, agricoltori e pescatori, si sollevano in Francia, Spagna, Albania e Italia.
E le devastazioni di domenica pomeriggio a Milano? Manzoni raccontava già gli assalti ai forni nei Promessi sposi: per la mancanza di pane si distruggevano proprio i forni. Le devastazioni vanno fermate, subito. Ma possono essere anche sintomi di un malessere. Come la febbre: quando sale troppo va abbassata, perché fa danni. Ma senza curarne le cause non si guarisce. Reprimere la violenza è necessario, non sufficiente. Non confondiamo chi saccheggia con chi manifesta per cambiare le cose. Perché le cose non vanno bene, anche se ci raccontano che è tutto a posto.
La mia interpretazione riguarda le possibilità di futuro. Formiamo laureati che emigrano perché non trovano prospettive adeguate in Italia. Lo Stato investe nella loro preparazione e altri paesi ne raccolgono i frutti. Intanto abbiamo bisogno di lavoratori immigrati, spesso malpagati e sfruttati. Ci preoccupiamo della denatalità, ma rendiamo difficile ai giovani conquistare autonomia, casa, lavoro e sicurezza. Chiediamo loro di costruire il futuro senza creare le condizioni per farlo.
E ora la prospettiva bellica. L’Europa, che aveva fatto della transizione ecologica una priorità, mobilita risorse enormi per il riarmo. Ho già scritto del passaggio dal benessere al “guerressere”. La sicurezza è un’esigenza reale e la difesa non coincide necessariamente con la guerra. Ai giovani prospettiamo meno opportunità e più spese militari, magari discutendo di reclutamento nell’esercito come occupazione, e dovremmo stupirci della loro rabbia? Che cosa dovrebbero difendere? Una comunità che investe nel loro avvenire o un sistema che li considera sacrificabili? “Organizzeremo la diserzione!” Erano decenni che non sentivo frasi così.
La mia generazione lottava per conquistare possibilità che non aveva. Quella di oggi si mobilita per non perdere possibilità che genitori e nonni consideravano normali. Non sono le stesse circostanze né gli stessi obiettivi. Ai giovani di allora non era ben presente il tema ambientale, ad esempio. Torna però la consapevolezza che il futuro non viene regalato. E, per questa voglia di un futuro diverso, torno a riconoscermi nei giovani.
Riconoscersi non significa pretendere di guidarli. Noi anziani non abbiamo il diritto di dire ai giovani che cosa debbano volere. A vent’anni non aspettavo indicazioni dagli adulti. Leggevamo Herbert Marcuse, che dava forma teorica alle nostre aspirazioni, ma ripetevamo: “Non fidarti di chi ha più di trent’anni”. Possiamo offrire conoscenze, esperienza, memoria, se ce le chiedono; non sostituirci a loro nel decidere il futuro, anche quando siamo d’accordo. Non considero esaurite le possibilità che mi restano di vedere il futuro. Da pennino, inchiostro e calamaio sono passato alle macchine da scrivere, ai computer. La musica e la fotografia sono diventate digitali, e poi internet, smartphone e intelligenza artificiale. Innovazioni definitive sono state superate. Quel “tutto” è subito cambiato!
Non considero il futuro una porta chiusa: potrei ancora assistere a cambi di paradigma, e sono curioso. Dopo una lunga parentesi, ritrovo giovani che vogliono cambiare il mondo. Una voglia analoga, non omologa, alla nostra: come le ali degli uccelli e quelle degli insetti, che permettono entrambe di volare, ma sono il prodotto di storie evolutive differenti.
L'articolo Da sessantottino a prof, ora sì che torno a riconoscermi nei giovani proviene da Il Fatto Quotidiano.
No documento, a empresa afirma que “os conteúdos relativos às duas candidaturas são tratados de forma igual e não discriminatória” e que um documento técnico anexado ao processo “descreve o mecanismo que assegura essa isonomia”.
Bellizze atendeu a pedido da coligação Brasil Pronto pra Mais, do presidente e candidato à reeleição Luiz Inácio Lula da Silva, que reclamou de favorecimento a publicações favoráveis ao adversário, o senador Flávio Bolsonaro (PL-RJ).
O ministro estipulou multa de R$ 500 mil por dia caso a Meta não respondesse aos questionamentos. Na segunda, Bellizze deu 24 horas para a empresa apresentar as informações exigidas, aumentando o valor da sanção para R$ 1 milhão.
Em resposta, a empresa assegurou ter adotado todas as medidas exigidas pela Justiça Eleitoral e previstas em plano de trabalho apresentado previamente ao TSE.
Na peça, a multinacional de tecnologia não abordou dados de alcance e destacou uma observação do próprio Bellizze segundo a qual “a isonomia assegurada pela legislação eleitoral é de regras e de critérios, e não de resultados”.
Entre as medidas de isonomia adotadas, por exemplo, apontou a Meta, está a revisão humana, em até duas horas, de todas as restrições ou suspensões que possam ter sido aplicadas automaticamente sobre anúncios de contas das campanhas oficiais, que não podem ser restritas.
Em relação à ferramenta de inteligência artificial Meta AI, que conforme denúncia de usuários vinha atendendo a pedidos para produção de imagens de apoio a Flávio, mas negava os mesmos pedidos em relação a Lula, a empresa afirmou ter adotado medidas adicionais para que a ferramenta rejeite comandos também com os prenomes dos candidatos.
A empresa declarou ainda que as restrições a contas que publicam conteúdos em collab (em colaboração) com contas oficiais de campanha se deve às limitações impostas pela legislação eleitoral sobre os perfis oficiais. Segundo a Meta, a arquitetura do Instagram impede que um post seja restringido somente em relação à conta oficial e liberado na conta do coautor.
Em relação a conteúdos com uso de inteligência artificial (IA), a Meta disse ter auditado 1.204 publicações denunciadas por falta de rotulagem adequada, das quais 720 posts foram removidos. Outros 270 conteúdos já continham a sinalização adequada e 214 foram classificados como não eleitorais.
A Meta solicitou uma reunião urgente com Bellizze para esclarecer aspectos técnicos envolvidos no processo. A empresa afirmou que age de “boa-fé” e busca colaborar e cumprir todas as determinações da Justiça Eleitoral.
La figura y la memoria de Alfredo Pérez Rubalcaba han vuelto a concentrar este martes toda la atención en el Congreso de los Diputados, donde ejerció como parlamentario 21 años. La Mesa del Congreso aprobó hace casi un año otorgar el nombre de Pérez Rubalcaba a la tradicional sala del escritorio de prensa donde trabajan a diario los representantes de los medios de comunicación, justo al lado de la salida del hemiciclo, para homenajear la importancia de un político que falleció hace siete años. En el salón de los pasos perdidos del Congreso se ha ubicado este martes una fotografía de Rubalcaba en la tribuna de oradores y un escritorio con sus libros y los seis premios de oratoria que le concedió en su día la Asociación de Periodistas Parlamentarios. Su viuda, Pilar Goya, ha agradecido su presencia a todos los asistentes en un salón lleno. El PP solo envió a una diputada de base, Carmen Navarro, que fue hasta el final de esta legislatura secretaria cuarta de la Mesa.

© Jaime Villanueva

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El líder de la izquierda abertzale, Arnaldo Otegi, está convencido de que no existe la más mínima posibilidad de que los atentados terroristas vuelvan a Euskadi. Preguntado por la detención de dos personas a las que la Ertzaintza acusa de un posible delito de terrorismo y que han sido trasladadas a la Audiencia Nacional para ser interrogadas, el dirigente de EH Bildu ha asegurado hoy que no contempla «ni en un 0,1 % de posibilidades» una eventual vuelta de la violencia.
En el día en el que se cumplen 15 años del cese definitivo de la actividad criminal de ETA, Otegi ha afirmado que necesita «más datos» para conocer las circunstancias en las que han sido arrestadas estas dos personas, a las que la Ertzaintza acusa de tener información de guardias civiles, policías y ertzainas, así como de contar con la geolocalización de un zulo en el que podría haber armas.
Para Otegi, en declaraciones a Radio Popular, «la vuelta hoy de formas de violencia armada en el País Vasco es una hipótesis que nosotros no contemplamos ni en el 0,1 % de posibilidades, pero vamos a ser prudentes». El líder independentista vasco ha subrayado que han transcurrido 15 años «en los que no ha habido ningún tipo de acción armada por parte de ETA»: «No sé si hay nostálgicos que piensan que el país era mejor antes, pero nosotros no somos de esos, y sí creo que hay nostálgicos que piensan que con Franco se vivía mejor, y me preocupan bastante más».
Precisamente a los dos arrestados se les vincula con movimientos críticos con la izquierda abertzale y con la manera en la que se gestionó el proceso final de la banda. Hoy Otegi ha hecho valer la aportación que, en su opinión, realizó la izquierda abertzale para favorecer ese desenlace.
Tras décadas de apoyo al entorno de la organización y de aliento a la banda terrorista por parte de la izquierda abertzale, Otegi ha destacado hoy que la suya fue «una contribución decisiva y determinante a que el país viva el momento que está viviendo». Ha recordado la Conferencia Internacional de Paz de Aiete que impulsó y que se convirtió en la «pista de aterrizaje» para que ETA formalizara su final. Otegi ha recordado que aquel encuentro concluyó instando a la banda a abandonar la actividad terrorista, y que tres días después anunció el cese definitivo de su actividad armada.
El líder de EH Bildu ha señalado que, tras todo ello, «el conflicto político» continúa: «Aiete puso encima de la mesa una hoja de ruta para solucionar el problema de los presos, los deportados y los refugiados», aún pendiente a su entender, e indicó que tampoco se ha resuelto «nuestro derecho a decidir nuestro futuro».
Otegi ha recordado que la izquierda abertzale reconoció que la violencia de ETA «nunca debió ocurrir» y ha instado a «reconocer la violencia del Estado y que se ha torturado a miles de personas, reconocer que se ha hecho guerra sucia y tantas barbaridades contra el independentismo vasco», pero «no como contrapartida a lo que nosotros hicimos», sino como «aportación a la paz que todavía está pendiente».
Los dos detenidos por la Ertzaintza en Irun (Gipuzkoa), investigados por un presunto delito de terrorismo y vinculados a sectores disidentes de la izquierda abertzale, pasan este martes a disposición de la Audiencia Nacional, según ha informado el Departamento vasco de Seguridad. Los arrestados, un hombre de 34 años y una mujer de 22, que permanecían desde el pasado sábado en dependencias de la Policía autonómica vasca en Irun, están siendo trasladados en estos momentos a Madrid.
Los dos detenidos cuentan con antecedentes relevantes, según indicó el Departamento de Seguridad en un comunicado en el que no especificó a qué tipo de antecedentes se refiere.
La investigación se inició el 26 de septiembre cuando, durante un control en Eskoriatza (Gipuzkoa), los agentes identificaron a tres personas que portaban material muy sensible sobre las fuerzas y cuerpos de seguridad, así como una posible localización de un lugar con material, presumiblemente armas y explosivos.
La Policía autonómica vasca abrió una investigación e informó a la Audiencia Nacional, al apreciar que los hechos podrían constituir delitos de terrorismo. En los últimos días las pesquisas, coordinadas en todo momento, avanzaron de manera muy relevante, según indicó la Ertzaintza.
En la jornada del sábado, dos de las personas investigadas se personaron voluntariamente en la comisaría de Irun, acompañadas por su abogado, y fueron detenidas. Ambas están siendo investigadas por un presunto delito de terrorismo. Tras tomarles declaración y cumplimentar las diligencias policiales pertinentes, los dos arrestados están siendo trasladados a Madrid.
Fuentes de la investigación han indicado a EFE que se trata de dos personas vinculadas con sectores radicales de la izquierda abertzale, contrarias a la estrategia oficial seguida tras el fin de la violencia de ETA, del que hoy, martes, se cumplen 15 años.
Son cientos. La mayoría hace tiempo que peina canas. Su aspecto poco se parece al que mostraron años atrás en las fichas policiales. Se pasean por los municipios vascos. Se les puede ver comprando o tomando vinos. La mayoría se ha alejado del foco social y apuesta sumergirse en el anonimato. Unos pocos, en cambio, han optado por seguir 'luchando' formando parte de listas electorales o integrándose en la política activa. A casi todos, sólo les queda el apoyo discreto de los más afines, de los que les aplaudían cuando sembraron el rastro de dolor que partió a la sociedad vasca en dos. La mayoría se enteró en la cárcel del final de la tragedia que habían alimentado. El 20 de octubre de 2011, hace hoy 15 años, ETA anunció el “cese definitivo” de sus acciones criminales. Desde entonces, alrededor de 600 miembros de la banda terrorista han salido en libertad.
Cuando los tres encapuchados de ETA proclamaron el inicio de “un nuevo ciclo” y la apuesta por las vías exclusivamente políticas, en las prisiones españolas cumplían condena cerca de 700 terroristas de la organización. Tres lustros después, son algo menos de un centenar: 93 presos de ETA, según el colectivo de familiares Etxerat. En esa contabilidad no se incluye al puñado de presos críticos con el colectivo ‘oficial’ de presos, el EPPK, afín a la izquierda abertzale que lidera Arnaldo Otegi.
Ese cupo se reduce aún más si se analiza la situación penitenciaria de ese escaso centenar de presos. Son apenas 36 los que cumplen condena sin salir de prisión, en régimen ordinario. El resto lo hace saliendo de la cárcel y regresando a prisión solo a dormir gracias a progresiones a tercer grado o a la concesión del artículo 100.2 del reglamento penitenciario. Esta fórmula, previa al tercer grado, permite flexibilizar la situación del interno y le permite salir para trabajar o cooperar en una ONG.
Cuando los tres encapuchados -David Pla, Iratxe Sorzabal e Izaskun Lesaka- difundieron el vídeo del final de ETA la tarde del 20 de octubre de 2011, la banda aún tenía una última baza con la que negociar: su disolución y desarme. La demoraría aún ocho años. En ese periodo, ETA siguió existiendo como organización, presionando con la posibilidad de revertir la situación si no se le concedía una salida para sus cientos de presos en las cárceles españolas. Incluso se intentó negociar con el Gobierno francés el acercamiento de los 140 presos de ETA que entonces cumplían condena en cárceles francesas.
Entre 2011 y 2018 los intentos para presionar al Gobierno de Mariano Rajoy fueron reiterados. Incluso el Gobierno vasco de Iñigo Urkullu intentó mediar un acuerdo que acelerara la desaparición definitiva de la estructura de ETA. Ni con Rajoy ni con Urkullu, que llegaría a reprochar a ETA su falta de voluntad real de buscar una salida para disolverse, hubo acuerdos ni cesiones.
Finalmente, y ante el convencimiento de que no podrían obtener beneficios en su final, ETA optó por recurrir a una disolución y desarme unilateral. Lo hizo apoyándose en un hasta entonces desconocido grupo de intermediarios: los ‘artesanos de la paz’, procedentes de colectivos afines a la izquierda abertzale. El 8 de abril de 2017, en Bayona, la banda escenificó el desarme entregando la localización de ocho depósitos o ‘zulos’ con armas y ante la mirada de ‘invitados’ como algunos de sus militantes más sanguinarios como Josu Zabarte, el ‘carnicero de Mondragón’.

En los años transcurridos desde el cese de sus acciones terroristas, cerca de medio centenar de presos siguieron saliendo en libertad cada año. Cuando el 3 de mayo de 2018, en la localidad vascofrancesa de Cambo-les-Bains, ETA escenificó y oficializó su disolución con la lectura a cargo de ‘Josu Ternera’ y ‘Anboto’ del último comunicado de ETA, la banda aún tenía en las cárceles a casi 300 militantes. Ese mismo mes, todo empezaría a cambiar… tras la moción de censura que aupó a Pedro Sánchez al Palacio de la Moncloa.
El relevo gubernamental no hubiera sido posible sin el apoyo de los dos partidos nacionalistas vascos: el PNV y EH Bildu. La coalición de Otegi siempre ha puesto la ‘cuestión de los presos’ encima de la mesa para seguir apoyando al Ejecutivo socialista. Las condiciones del acuerdo nunca han trascendido oficialmente, pero los hechos han evidenciado que el cambio de la política penitenciaria aplicada a los presos de ETA figuraba en la lista.
Habían transcurrido solo tres meses desde la moción de censura cuando Pedro Sánchez optó por revertir una política que el PSOE había aprobado y aplicado desde 1989: la dispersión de los presos en cárceles alejadas de Euskadi y Navarra. En septiembre de 2018 comenzaron los primeros acercamientos de presos de la banda a prisiones próximas a Euskadi. Poco después, a carceles vascas. El goteo de acercamientos no paró, hasta que en marzo de 2023 se dio por concluida la operación. Para entonces, todos los presos de ETA cumplían condena en cárceles vascas o navarras. En este periodo también se facilitó el traslado de los presos que cumplían condena en prisiones galas para que lo hicieran en cárceles españolas.
Según el observatorio de la Asociación de Víctimas del Terrorismo (AVT), entre septiembre de 2018 y agosto de 2022 se trasladaron a 202 presos de ETA a cárceles vascas o próximas a Euskadi, la mitad de ellos con delitos de sangre y acumulando 303 víctimas.
Por el camino, Sánchez y Bildu siguieron apoyándose. El 20 de octubre de 2021, cuando se cumplían diez años del cese de la actividad de ETA, fue el propio Otegi quien reconoció en un encuentro con simpatizantes de Bildu que apoyaría los presupuestos de Sánchez para favorecer la salida de prisión de los etarras: “Tenemos 200 dentro y hay que sacarlos; si para eso hay que votar los presupuestos, los votaremos. Sin problema, muy tranquilos. Lo tenemos en nuestro frontispicio. Ahora es el momento”, dijo.
En este vaciado de presos de ETA de las cárceles, también el PNV ha jugado su papel. Desde que el PSOE comenzó a gobernar España, la formación nacionalista ha presionado para que se acelerara la transferencia de la gestión de las prisiones vascas. El 1 de octubre de 2021, el Gobierno vasco logró su objetivo y comenzó a gestionar las tres cárceles vascas. En ese momento, eran cerca de 200 los internos de la banda cumpliendo condena.
Desde 2018 y hasta que cedió la gestión al Ejecutivo vasco, Instituciones Penitenciarias había concedido 27 terceros grados a presos de la banda. Desde que Euskadi está al frente, han sido cerca de un centenar los presos que han progresado hasta el tercer grado, el que les concede un régimen de semilibertad. En los últimos años, la aplicación de la vía previa, el artículo 100.2, concebido como un proceso preparatorio para la semilibertad, se ha concedido a cerca de una treintena de internos. Concesiones que en muchos casos han sido revocadas por la Justicia, obligando al reingreso en prisión de los internos.
O espetáculo cruza música, teatro, audiovisual e artes visuais no Auditório Municipal, a 23 de outubro, às 21h30. Os bilhetes custam 10 euros.
O conteúdo Sara Badalo estreia «Nem Tudo Sara» em Olhão com memórias da Fuseta aparece primeiro em Barlavento.

La Fiscalía ha recurrido por “prematura” la reciente decisión del Departamento de Justicia y Derechos Humanos del Gobierno vasco de conceder por segunda vez el tercer grado o régimen abierto al exjefe de ETA Juan Antonio Olarra Guridi. El ministerio público alega para ello que solo han pasado tres meses desde que el juez de Vigilancia Penitenciaria José Luis Castro le revocara en julio una medida similar al considerar ya entonces que el recluso no había acreditado una “maduración suficiente del proceso de reinserción”. Es la cuarta vez en el último mes y medio que la Fiscalía se opone a aplicar una medida similar a presos de ETA. El juez Castro debe resolver aún los recursos por las semilibertades de Henri Parot, alias Unai; la exjefa etarra Soledad Iparragirre, Anboto; e Idoia Mendizábal, Iliargi.

A AHETA – Associação dos Hotéis e Empreendimentos Turísticos do Algarve realizou, na quinta-feira, dia 15 de outubro, no Castelo
O conteúdo AHETA reúne mais de uma centena de participantes em jantar-debate com o Ministro da Economia aparece primeiro em Algarve 7.
Hundreds of Brazilians protested outside Meta’s São Paulo offices on Monday, accusing the technology giant of restricting the reach of President Luiz Inácio Lula da Silva’s campaign while boosting far-right candidate Flávio Bolsonaro, six days before the presidential runoff. The demonstration coincided with a court order giving Meta 24 hours to prove it was treating both campaigns equally.
RELATED: Brazilian Court Gives Meta 24 Hours to Prove Equal Treatment of Presidential Campaigns
The protest on Faria Lima Avenue called for an end to what demonstrators described as the suppression of progressive political content. Organizers also demanded transparency in content moderation algorithms, protections for activists and journalists, and compensation for damage to public debate.
The Superior Electoral Court (TSE) imposed the 24-hour deadline amid mounting scrutiny of Meta’s handling of the campaigns. The dispute intensified after internal messages emerged in which company employees acknowledged that Lula’s account had faced restrictions compared with Bolsonaro’s. The messages indicated that Lula’s Instagram posts could not be promoted for nearly 24 hours between Oct. 9 and 10.
“META NO SE META!”
— Nacho Lemus (@LemusteleSUR) October 19, 2026
Movimientos brasileños ocupan la sede de la plataforma de redes sociales. pic.twitter.com/wetfUpEryA
Text Reads: “META DON’T GET INVOLVED!” Brazilian movements occupy the headquarters of the social media platform.
TSE Justice Marco Aurélio Bellizze warned that appeals would not suspend the court’s orders and doubled the daily fine for noncompliance from 500,000 reais to 1 million reais, or about $180,000.
The court also ordered Meta to submit individual reports in Portuguese, explain its recommendation algorithms, provide details on electoral advertising oversight, and identify potential networks of fake accounts and AI-generated images.
“Unilaterally replacing deadlines set by the court amounts to noncompliance, particularly in a process whose effectiveness depends on time,” Bellizze said.
Meta maintains that its content moderation policies apply equally to all political actors. Bolsonaro has also sought to join the proceedings, arguing that his own content has been harmed.
Protesters argued that the dispute exposed the broader influence of social media platforms over Brazil’s electoral process. They noted that 70% of the Brazilian population uses Instagram to obtain information and accused Meta, owned by Mark Zuckerberg, of wielding opaque power over political visibility.
“We cannot say we have fair elections when a company uses its economic, technical and technological power to tilt public debate toward one side, which is what is happening,” said Dani Silva, executive director of Ctrl+Z, one of the organizations behind the demonstration.
The rally was organized by the Não se Meta coalition, which included the Landless Workers’ Movement (MST), Levantamento da Juventude Popular, Brasil Popular, Article 19, Ctrl+Z, Código No Binário, Diracom, the National Forum for the Democratization of Communication and Sleeping Giants Brazil.
Under the slogan “Meta, stay out of our election,” demonstrators displayed signs featuring Zuckerberg alongside U.S. President Donald Trump and chanted for digital sovereignty and Meta’s exclusion from the electoral process.
Activist Veronyka Gimenes, known as Trava Hacker, described the company’s actions as part of what she called “digital colonialism,” alleging that technology companies seek to influence domestic politics across the Global South.
“Digital sovereignty is no joke; it is something that must be taken very seriously,” she said.
Activist Tiana Cauton urged people to take to the streets to demand the democratization of communications. She also expressed hope that a new presidential term would advance “autonomy through our own open and clean social networks.”
Demonstrators said Meta’s influence over political communication had undermined Brazil’s national sovereignty since the 2018 elections, renewing calls for greater accountability for social media platforms during the electoral process.
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O encontro, subordinado ao tema ‘Análise da situação económica e perspetivas para 2027’, contou com a participação do Ministro da Economia e da Coesão Territorial, Castro Almeida, e promoveu uma reflexão sobre a realidade do turismo e os rumos da economia regional.
Coube ao presidente da direção da AHETA – Associação dos Hotéis e Empreendimentos Turísticos do Algarve, Hélder Martins, a abertura dos trabalhos tendo o dirigente aproveitado boa parte do tempo do seu discurso para expor as distorções nos dados oficiais do setor.

O dirigente denunciou que a amostragem do INE peca por deixar de fora a esmagadora maioria do Alojamento Local com menos de nove camas, um cenário que oculta o verdadeiro volume do turismo regional e faz com que, na prática, “falte contar milhões de dormidas” em relação aos registos europeus do Eurostat.
Martins criticou também o facto de o Algarve continuar a ser preterido na resolução deste problema, lamentando a forma como a região fica “sempre em último” no arranque de projetos-piloto de medição estatística.

Ao aprofundar os estrangulamentos estruturais da região, Hélder Martins dirigiu-se ao Governo para reclamar investimentos urgentes nas vias de comunicação, nomeadamente na requalificação da A22 e da EN125 no troço Olhão-Tavira, bem como na modernização da frota da CP e no avanço das ligações ferroviárias ao Aeroporto Internacional de Faro e a Huelva.
Apontou igualmente a perda de expressão da TAP na região, que é a oitava companhia em oferta no aeroporto algarvio.
Hélder Martins não perdeu a oportunidade de pedir a colaboração dos autarcas para defender a qualidade paisagística, com o alerta de que a proliferação de construções clandestinas e sinalética ilegal, que desvaloriza a imagem do destino.
Se no capítulo ambiental reconheceu os progressos do Governo na resposta à crise da água, o presidente da AHETA colocou no topo das prioridades a urgência de erguer “habitação social para os nossos quadros“, indispensável para captar e fixar trabalhadores na região.

Na sua resposta, o Ministro da Economia e da Coesão Territorial, Castro Almeida, começou por elogiar a trajetória de sucesso do Algarve. O governante lembrou que a região passou de uma imagem negativa do passado para se afirmar hoje como o destino turístico dominante no país e uma referência internacional consolidada, mérito que atribuiu ao profissionalismo do setor privado e ao impulso dos órgãos locais.
Para o titular da pasta da Economia, a riqueza do país gera-se no seio das empresas, pelo que, deve o Estado apoiar a iniciativa privada em vez de a condicionar, nomeadamente através da redução progressiva da carga fiscal sobre os trabalhadores e o tecido empresarial.
Num dos momentos centrais da sua intervenção, Castro Almeida anunciou uma verdadeira “guerra à burocracia“, materializada no futuro Código do Licenciamento. Esta reforma irá codificar e revogar 37 diplomas legalmente dispersos, com a regra essencial de dispensa do licenciamento prévio, o que permite às empresas de hotelaria e restauração comunicar a abertura e iniciar a atividade sem o travão das vistorias anteriores.
O ministro da Economia, ao analisar os indicadores do turismo, salientou que o setor cresce de forma saudável e acentuada em valor. Apontou que a subida de 6,8% nas receitas turísticas, muito acima do aumento residual de 0,2% nas dormidas, mostra que os visitantes “valorizam mais o Algarve e deixam mais dinheiro“, o que permite remunerar melhor o investimento e valorizar os salários.
O governante congratulou, ainda, a região pela redução progressiva da sazonalidade, com destaque para o facto de 60% da faturação se realizar fora dos meses de verão, e confirmou a aposta no reforço de grandes eventos mundiais como o MotoGP e o regresso da Fórmula 1 para colocar Portugal no “Top 10 dos destinos mais competitivos do mundo“.

Refira-se por fim, que após as intervenções, teve lugar um debate entre os participantes e os oradores. Em cima da mesa, estiveram matérias críticas para a competitividade do Algarve, tais como o acesso a financiamentos, a escassez de habitação para os trabalhadores do setor, a diversificação de produtos complementares e a evolução do perfil do turista.
A AHETA, na nota enviado ao nossos jornal, afirma que vai dar continuidade a estas iniciativas, tendo já agendado o próximo fórum para o dia 20 de novembro, que terá como convidado o Ministro da Administração Interna, Luís Neves.
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A AHETA – Associação dos Hotéis e Empreendimentos Turísticos do Algarve congratula publicamente todas as entidades e empreendimentos da região distinguidos nos prestigiados World Travel Awards (WTA) 2026 e nos World Luxury Travel Awards (WLTA).
Estas distinções de nível internacional, segundo menciona a AHETA num comunicado enviado à imprensa, vêm consolidar o posicionamento do Algarve como um dos destinos turísticos de referência em Portugal e na Europa. Mais, a conquista destes prémios espelha o empenho, o profissionalismo e a dedicação dos empresários e trabalhadores do setor, num esforço contínuo para posicionar a região no patamar mais elevado da oferta turística global.

Também merece Especial Destaque a eleição do Algarve como Europe’s Leading Beach Destination, um galardão de grande relevância que distingue e premeia a região como um todo.
Para a AHETA, a procura da excelência é um caminho que não se esgota. Se, por um lado, estes reconhecimentos consagram a qualidade do serviço, do património natural e das infraestruturas algarvias, por outro, devem servir de estímulo e motivação para continuar a fazer mais e melhor.
O grande objetivo de toda a região Algarve deve assentar na elevação dos padrões de sustentabilidade, inovação e hospitalidade, de modo a consolidar o papel decisivo da região algarvia na projeção contínua de Portugal no mundo.

Importa referir que a AHETA saúda publicamente e de forma individual, cada um dos seguintes premiados:
World Luxury Travel Awards
Amendoeira Golf Resort – Distinguido, pelo segundo ano consecutivo, como “Melhor Campo de Golfe do Sul da Europa” e “Destino de Golfe Mais Sustentável do Sul da Europa”.
World Travel Awards 2026 – Vencedores da Europa
Europe’s Leading Beach Destination: O Algarve, Portugal
Europe’s Leading Hotel Residences: Pine Cliffs Residence, a Luxury Collection Resort
Europe’s Leading Lifestyle Hotel: Hyatt Regency Vilamoura Algarve
Europe’s Leading Resort Villas: Dunas Douradas Beach Club
Europe’s Leading Sports Resort: Cascade Wellness Resort
Europe’s Leading Water Park: Aquashow Water Park
World Travel Awards 2026 – Vencedores de Portugal
Portugal’s Leading All-Inclusive Resort: AP Adriana Beach Resort
Portugal’s Leading Beach Resort: Hotel Quinta do Lago
Portugal’s Leading Family & Wellness Resort: Cascade Wellness Resort
Portugal’s Leading Family Resort: Hilton Vilamoura As Cascatas Golf Resort & Spa
Portugal’s Leading Luxury Resort: Domes Lake Algarve, Autograph Collection
Portugal’s Leading Resort: Quinta do Lago
Portugal’s Leading Villa Resort: Dunas Douradas Beach Club
Anomia. Con questo termine di etimologia greca (alfa privativo e nomos: senza norme) si è variamente designata una condizione che uno dei padri della sociologia, Émile Durkheim, ha applicato ai grandi rivolgimenti storici e che altri hanno invece ricondotto alla natura precipua del capitalismo: l’anomia, la percezione di agire in un contesto di assenza di regole, viene determinata dalla discrasia tra i desideri socialmente prodotti e i mezzi per conseguirli. In altri termini, il mondo mette – vien proprio fatto di dire – in vetrina delle cose che ti fanno luccicare gli occhi, ma che non potrai avere. Può questa essere una spiegazione alle violenze e alle devastazioni di piazza degli ultimi giorni in Italia? Le spiegazioni unifattoriali sono sempre insufficienti, soprattutto quando esse vengono date dalla ‘cattedra’ senza una adeguata analisi quantitativa e qualitativa volta a comprendere prima di valutare. Capire le motivazioni intime di migliaia di giovani non è compito banale, anzi è impresa che richiede la stesura di mappe borgesiane in scala 1:1. In altre parole, un’opera pressoché impossibile. Né è da escludere che queste spiegazioni risultino, a occhi maliziosi ma anche a persone non prive di buon senso, come assolutorie, indulgenti.
Attestiamoci dunque su questioni generalissime: se diamo per buono il tema della percezione dell’assenza di regole, occorre chiedersi se essa è prodotta solo dal capitalismo (e dunque, per semplificare, dalle condizioni materiali dell’esistenza), oppure a essa va associata, come chiave di lettura, una dimensione – non estranea certo alla prima, stante lo strettissimo rapporto tra empowerment e condizione economico-sociale – di negazione dei diritti? Si dice, in queste ore, che i ragazzi che si riversano nelle strade siano perlopiù ‘maranza’, termine spregiativo che traduce, vent’anni dopo, il racaille (feccia, canaglia) che l’allora ministro dell’interno francese Sarkozy proferì rispondendo a una donna durante una visita in una banlieue. Cosa gli manca, cosa produce la loro condizione di anomia? È lo stesso Durkheim a ricordare che “il compito dello Stato non è quello di riassumere, di esprimere il pensiero irriflesso delle masse, bensì quello di sovrapporre a questo pensiero irriflesso un pensiero più mediato che non può non essere sostanzialmente diverso”. Cosa vuol dire, applicato alla nostra generalissima analisi? Che lo Stato ha il compito di prendere con sé, di inserire, e – perché no – accogliere. Mi pare di poter dire che uno Stato che non conferisce cittadinanza a chi è nato qui, che lo chiama ‘maranza’ o ‘feccia’, rischia di produrre una sensazione di letterale ‘spaesamento’, ovvero di assenza di un Paese a cui fare riferimento come il proprio Paese. Quando questa assenza di cittadinanza – ché di questo stiamo parlando – non ti fa sentire parte di un progetto, siamo davanti a un disastro umano, al fallimento della pedagogia civile dello Stato.
Questa ‘crisi della presenza’ devasta i giovani a cui lo Stato non fornisce un appiglio per costruire il patto sociale, per consentirgli di sentirsi parte di un progetto comune da rispettare e difendere. Orbene, la ‘crisi della presenza’ riguarda solo i ‘maranza’? Perché a me pare invece che anche i figli di italiani da generazioni vivano questa condizione di anomia, di paradossale cittadinanza dimezzata, di non inclusione, di spaesamento. Ce ne sono tantissimi in piazza. Se il legame sociale trova la sua massima espressione nel patto di cittadinanza, abbiamo di fronte una generazione – non importa di chi sia figlia – che si sente esclusa, che è stata ‘maranzizzata’.
Non c’è nessuna indulgenza in questo discorso, nessuna giustificazione, nessuna estetica della violenza e del disagio sociale, nessuna cristologia ‘rivoluzionaria’. Non è affatto escluso che le proteste assumano le forme di un ‘carnevale’ che il capitalismo concede – seguendo sul punto Adam Smith – per far sfogare le passioni tristi e la noia. Non escludo che sia all’opera un nichilismo distruttivo e impolitico. Ma quello che di certo non sappiamo è cos’hanno in testa questi ragazzi, e non lo sappiamo perché non vogliamo e non sappiamo ascoltarli, laddove l’ascolto non è solo la composta postura di colui che presta attenzione al discorso piano ed educato del proprio figlio, ma è la capacità di tradurre la violenza e il disagio in domande per la società e per lo Stato che non siano solo domande di repressione, ma di inclusione e cittadinanza per tutti, italiani e stranieri.
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