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Caro vita e rincari, i costi reali delle guerre sulle famiglie italiane

By: A A
22 October 2026 at 16:05

In questi giorni il caro vita turba i sonni del mondo politico e sindacale, compresi quanti finora hanno ignorato i diffusi rincari dell’energia e dei beni di prima necessità, riducendo l’emergenza a mera polemica politica.

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In questi giorni il caro vita turba i sonni del mondo politico e sindacale, compresi quanti finora hanno ignorato i diffusi rincari dell’energia e dei beni di prima necessità, riducendo l’emergenza a mera polemica politica.

Tuttavia, anche le poche mobilitazioni in corso dimenticano che la causa primaria dell’inflazione è proprio l’economia di guerra: l’escalation militare ha fatto ripartire la corsa dei prezzi, con conseguenze particolarmente pesanti per le economie europee, dipendenti dal greggio in transito nel Golfo Persico.

Un tempo le forniture principali arrivavano dalla Russia a costi decisamente inferiori a quelli attuali. Affermare che l’economia di guerra sia la causa principale dell’inflazione e del rallentamento economico europeo significa semplicemente prendere atto della realtà.

I dati parlano chiaro: tra marzo e agosto la UE ha sostenuto 54 miliardi di dollari di costi aggiuntivi netti solo per le importazioni di gas e petrolio. Questo dato basterebbe da solo ad aprire un dibattito serio sulle conseguenze economiche dei conflitti.

A confermare il quadro è l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre: a fine anno gli italiani pagheranno 29 miliardi di euro in più tra rincari di elettricità, gas e carburanti. Solo in Italia il costo dell’energia elettrica è balzato del 51,2%. Rincari dovuti all’instabilità delle catene di approvvigionamento, alle speculazioni finanziarie e all’aumento delle spese militari, che sottraggono risorse essenziali al welfare.

Di fronte a questo scenario, la risposta del Governo appare timida e priva di coraggio. Mentre sostiene le spese per il riarmo, prova a calmierare con fondi pubblici le bollette degli italiani (che stimano una spesa aggiuntiva media di 153 euro all’anno per l’elettricità e 477 euro per il gas). Parallelamente, i rincari a doppia cifra colpiscono anche i beni alimentari di largo consumo: la dimostrazione che non si tratta di un incidente di percorso, ma di un effetto strutturale dell’economia di guerra.

In questo contesto, le manifestazioni di piazza rischiano di rivelarsi inefficaci, sia per la scarsa adesione sia per la debolezza delle motivazioni. Manca una riflessione complessiva sul sistema economico e sui meccanismi che spingono verso il basso i salari (a partire dai criteri di calcolo dell’IPCA). I bonus non sono la soluzione, bensì il sintomo del progressivo smantellamento del welfare pubblico.

È urgente iniziare a parlare apertamente di “economia di guerra”: un modello di produzione che alimenta la corsa alle risorse, dirotta i fondi pubblici verso la difesa e giustifica la sottrazione di risorse ai servizi essenziali. In caso contrario, continueremo a inseguire singoli provvedimenti tampone senza mai affrontare la vera radice del problema.

Articolo originale:  lantidiplomatico.it

"Violencia diseñada y orquestada desde La Moncloa": Abascal culpa al Gobierno de las protestas y el delegado atribuye los disturbios a un grupo "mínimo"

22 October 2026 at 13:10
La manifestación convocada en La Coruña contra el acto de Abascal y que terminó con heridos y cargas policiales cobra protagonismo en el discurso de Vox Leer

La manifestación convocada en La Coruña contra el acto de Abascal y que terminó con heridos y cargas policiales cobra protagonismo en el discurso de Vox

Eros Ramazzotti: “Sto con Marracash perché sta con gli studenti che sono scesi in piazza per far sentire la propria voce e perché il dissenso è un diritto e va difeso”

22 October 2026 at 15:48

Nel fine settimana del 17 e 18 ottobre Milano è stata attraversata da una nuova ondata di tensioni. Domenica pomeriggio decine di ragazzi, per lo più a volto coperto, hanno sfondato vetrine in via Torino e fatto irruzione in un supermercato, il giorno dopo le proteste degenerate in scontri con la polizia. Secondo fonti di polizia, i fermati portati in Questura erano almeno 160, circa l’80 per cento minorenni.

Le piazze si erano riempite pochi giorni prima per motivi precisi: gli studenti protestano contro il tetto agli alunni stranieri, il caro affitti e i tagli all’istruzione, e il ministro Valditara ha parlato di “teppismo politico”.

In questo clima il dibattito ha coinvolto anche il mondo della musica. Marracash ha preso posizione su Instagram, e anche altri rapper si sono schierati. La sua posizione ha fatto discutere anche per una questione di legittimità: chi ha successo e un patrimonio può parlare di disuguaglianze? Lui ha respinto l’obiezione del “tu hai i soldi, non puoi parlare”, rivendicando che la ricchezza non cancella la sua storia né la sua battaglia.

È qui che si inserisce l’intervento di Eros Ramazzotti, interessante proprio perché arriva da un artista molto diverso per genere, generazione e pubblico. Il suo commento è costruito su due mosse distinte. La prima è la solidarietà con Marracash, estesa al principio che il diritto di esprimersi appartiene a tutti, anche a chi ha più possibilità, si è guadagnato ciò che ha onestamente e paga le tasse. La seconda è una presa di distanza netta da chi ha devastato la città, accusato di aver tolto attenzione e ragione ai manifestanti pacifici. Il messaggio tiene insieme difesa del dissenso e condanna della violenza, e usa questa distinzione per rivendicare anche il diritto di parola degli artisti benestanti.

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La grande preoccupazione di Salvini: “Legame comunisti-islamisti”. Ma non ci sono evidenze in Italia: “Quello che accade in Francia può accadere anche qui”

22 October 2026 at 15:17

“La mia grande preoccupazione non sono gli hacker russi, ma il legame tra comunisti e islamisti”. Il vicepremier Matteo Salvini e la Lega hanno “le idee chiare”. Il timore riguarda “il legame tra estremismo islamico e estremismo di sinistra che in Francia si sta vedendo all’opera”. Ma quando gli si chiede se ci sono evidenze in Italia su questo legame, la prende alla larga: “Quando si affaccia il primo tribunale islamico in Italia a Padova vuol dire che siamo sull’orlo del burrone. E la sinistra ci va a braccetto”. Secondo il vicepremier questo “legame in altri paesi è ormai evidente e non vorrei arrivare anche in Italia”. E quando gli si prova a richiedere quali sarebbero le evidenze di questa connessione in Italia, la risposta è questa: “Quello che accade in Francia, accade anche in Italia”.

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D’Orsi: “Putin dietro le proteste di Milano? Ci hanno imbottito i crani con la storia dei russi cattivi ma ora il giochino si sta rompendo”

22 October 2026 at 15:13

“Contemporaneamente ci imbottiscono i crani ma quegli stessi crani poi provano a spaccarli col manganello”. Lo storico Angelo d’Orsi prende in prestito Antonio Gramsci per descrivere il rapporto tra propaganda e repressione, mentre in Italia si discute delle proteste giovanili contro il carovita e delle violenze che hanno accompagnato le manifestazioni di Milano. Ospite di Battitori liberi, su Radio Cusano, d’Orsi, già ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino e fondatore del movimento Agorà, contesta duramente le interpretazioni che chiamano in causa la Russia di Vladimir Putin come possibile regista dei disordini, prendendo di mira soprattutto l’ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari e le ricostruzioni sulla guerra ibrida evocate dal ministro della Difesa Guido Crosetto.
A innescare la discussione sono le parole pronunciate da Molinari a Tagadà, su La7: Savino Balzano riassume sarcasticamente la lettura delle proteste con un “Ha stato Putin”, mentre Gianluca Fabi chiede a d’Orsi come confuterebbe davanti a una platea di studenti le interpretazioni di Molinari e Crosetto.

“Intanto bisognerebbe superare la crisi di ilarità che queste interpretazioni suscitano – esordisce lo storico, che riserva all’ex direttore di Repubblica parole particolarmente dure – Molinari non è nuovo a questo genere di posizioni. Due settimane fa, intervistato da un’altra sedicente giornalista in televisione, di cui preferisco non fare il nome e neanche il cognome, alla domanda su come interpretasse l’aumento del prezzo del gasolio e della benzina alle pompe, ha risposto con grande sicumera che la responsabilità primaria era certamente di Putin”.
E rincara la dose: “Credo che Molinari andrebbe messo davvero in condizione di smettere di scrivere. È il principale responsabile dell’ondata russofobica che attraversa l’Italia da parecchi anni. E non dal 2022, ma almeno dal 2014. Basta andare a sfogliare i giornali dove lui scrive”.
Ma al di là dell’attacco personale, il professore insiste sulla necessità di sottoporre a verifica le informazioni, a cominciare dalla loro provenienza: “Noi dobbiamo fare sempre la critica delle fonti, che è una delle procedure tipiche dello storico. Quando arriva una notizia, un’informazione, un messaggio, devi capire: da dove arriva? Chi è che ci dà questa informazione? Chi fornisce questa comunicazione? Quindi, già pensando alla fonte, capisci che non è credibile”.

Per spiegare ai suoi studenti quello che considera il carattere “fallace e farlocco” della tesi sulle interferenze russe, d’Orsi si affida ancora a Gramsci e alla distinzione tra senso comune e buon senso. Il primo, osserva, si forma attraverso immagini, parole e messaggi assorbiti quotidianamente dai mezzi di comunicazione, spesso senza alcuna consapevolezza critica:“Entrano dentro di te come una specie di virus. Gramsci usa l’espressione: ‘Ci hanno imbottito i crani’”. E il messaggio che, secondo lo storico, viene inoculato da anni nell’opinione pubblica è che “i russi sono cattivi e ci vogliono aggredire”.
Il professore invita quindi a recuperare il buon senso e a interrogarsi sulle ragioni concrete di un’eventuale interferenza del Cremlino nelle manifestazioni italiane: “Ma perché Putin dovrebbe avere tutto questo tempo e questa possibilità di intervenire in tutti i disordini del mondo?”. E ricorda come il presidente russo venga chiamato in causa anche in vicende politiche assai lontane dall’Italia, comprese le elezioni brasiliane.
Poi ribadisce: “Quale sarebbe l’interesse di Putin? Putin davvero ha tutto questo tempo libero? Lui ha le sue gatte da pelare e problemi seri. E voi immaginate che la Russia si debba mettere a intervenire nelle vicende interne dell’Italia?”. E richiama il recente viaggio in Russia, dove ha constatato una crescente stanchezza per la guerra, pur in presenza di un consenso che descrive come ancora altissimo nei confronti del presidente.
Quando Fabi richiama il possibile ruolo di TikTok, YouTube e degli strumenti digitali, la replica arriva immediata: “Sì, con gli algoritmi. Quando non si hanno spiegazioni credibili si ricorre a questo”.

Il discorso si sposta quindi sul rapporto tra costruzione del consenso e uso della forza. Balzano osserva che le spiegazioni fondate sull’onnipresenza di Putin rischiano ormai di apparire grottesche e chiede quali prove, documenti o elementi fattuali vengano presentati a sostegno di simili ricostruzioni. Ma avverte anche che l’eventuale perdita di efficacia della propaganda non rappresenta necessariamente una buona notizia, perché alla persuasione può subentrare la coercizione.
D’Orsi condivide l’opinione dello scrittore e torna a Gramsci, stavolta attraverso il concetto di moderno cesarismo: “Gramsci diceva che il moderno cesarismo non è più militare ma è poliziesco. Vuol dire che contemporaneamente ci imbottiscono i crani ma quegli stessi crani poi provano a spaccarli col manganello”. Una formula che lo storico applica alle immagini degli scontri di questi giorni: “Ci sono due elementi: l’elemento di persuasione più o meno occulta che lavora e l’elemento di coercizione fisica che abbiamo visto in questi giorni”.

Secondo d’Orsi, però, il meccanismo comincia a mostrare le sue crepe: “Adesso il giochino si sta rompendo, non funziona più. E non ci sono solo io a pensarlo, ma migliaia di persone che dicono: il re è nudo. Non potete continuare”.
Il professore difende quindi le ragioni degli studenti che scendono in piazza, distinguendo il disagio sociale dalle violenze commesse durante le manifestazioni. Alla domanda di Fabi sulla buona fede dei giovani manifestanti, cita il filosofo francese Emmanuel Mounier e una sua riflessione del 1945: “La révolution attire les effusifs, les confusifs, les diffusifs”. In sostanza, spiega, “dove c’è rivoluzione, c’è casino. C’è sempre qualcuno che si infila per fare casino. Sempre”.
Questo, tuttavia, non cambia il suo giudizio sul significato delle mobilitazioni: “Io lodo questi ragazzi che scendono in piazza, perché danno la sveglia al Paese. E non si può dire che questi sono gli sdraiati di Michele Serra o dei bamboccioni. No, sono persone che stanno patendo l’esclusione sociale nella maniera più drammatica che noi vediamo e quindi dicono basta”.

Lo storico, condividendo pienamente le parole pronunciate dal filosofo Massimo Cacciari a Otto e mezzo, cita le proteste in Francia e in Spagna, individuando nel malessere sociale il filo che le unisce: “C’è qualcosa che collega tutto questo e non è certamente Putin o il desiderio di spaccare tutto. C’è il desiderio di dire basta e di dire no. Questi stanno lottando per la propria vita. E non per il futuro ma per il presente, perché gli stiamo rubando il presente. Come si fa a non capire?”.
Per il fondatore di Agorà, il nodo focale resta la condizione materiale di chi protesta. “Qui c’è una rivolta sociale”, afferma, raccontando di essere stato pochi giorni prima in Calabria, dove ha incontrato agricoltori e autotrasportatori impegnati nei blocchi. Uno di loro gli ha riferito di vendere i pomodori a 10 centesimi al chilo, la stessa cifra percepita dal padre quindici o vent’anni prima. D’Orsi osserva: “Oggi sono andato alla bancarella del mercato: sapete a quanto vendevano i pomodori? A 6,5 euro al chilo. E io mi sono rifiutato di comprarli”.

Nella parte conclusiva dell’intervista, Fabi gli chiede quale direzione stia prendendo la guerra in Ucraina. La risposta dello storico è affidata a due scenari, il primo dei quali passa attraverso un accordo tra Donald Trump e Vladimir Putin, senza ulteriori ostacoli da parte dei governi europei: “L’Europa la smetta di mettersi di traverso e accetti che Trump porti avanti la trattativa con Putin. Così si arriva alla fine della guerra”.
D’Orsi racconta di avere parlato durante il soggiorno in Russia con candidati alle elezioni e rappresentanti di partito incontrati nei seggi. E rivela: “Tutti mi hanno detto che non vedono l’ora che finisca la guerra con l’Ucraina. Ma a quali condizioni? Ovviamente mi hanno detto che il Donbass è russo e che non mollano sul Donbass. Gli ho chiesto provocatoriamente: ma la Crimea? Mi hanno riso in faccia. La Crimea per loro è russa, è fuori discussione”.
D’Orsi ritiene quindi che il riconoscimento delle rivendicazioni territoriali di Mosca possa aprire la strada alla conclusione del conflitto: “Se si accetta che il Donbass e le due repubbliche di Lugansk e Donetsk siano, come sono ormai anche a livello costituzionale, parte della Russia, la guerra finisce”.
L’alternativa, nella sua analisi, è la prosecuzione della guerra, con conseguenze potenzialmente devastanti per Kiev. E nel mirino torna l’Europa, insieme al Regno Unito: “Se l’Europa continua a mettersi di mezzo, includendo anche la Gran Bretagna, dove a mio avviso c’è tutta la gran regia, questa guerra non finirà. E vuol dire che l’Ucraina sparirà come nazione”.

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Encontro da Ordem pretendeu aproximar Justiça dos cidadãos

22 October 2026 at 15:04

VTM

O acesso à Justiça no interior do país, os desafios da advocacia e o impacto das novas tecnologias estiveram em destaque nas IV Jornadas Jurídicas da Delegação de Lamego da Ordem dos Advogados, que decorreram no Teatro Ribeiro Conceição, no âmbito das comemorações do centenário da instituição.

O bastonário da Ordem dos Advogados, João Massano, marcou presença na iniciativa, que considerou também uma oportunidade para reforçar a proximidade aos profissionais da região. À VTM, recordou o apoio recebido em Lamego durante a campanha para a eleição e destacou a importância que a cidade teve no seu percurso.

Distância

Entre os desafios que se colocam à profissão, João Massano destacou a necessidade de repensar o papel do advogado perante a evolução tecnológica, em particular a inteligência artificial. “A nossa profissão necessariamente tem que ser algo que tem que ser repensado, porque não é a mesma hoje e não vai ser a mesma amanhã”, afirmou.

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Salvini dice che i 500 parà che arriveranno a Milano per l’ordine pubblico saranno “pronti a intervenire con i Lince e i droni”

22 October 2026 at 14:32

Cinquecento parà pronti a intervenire anche con i mezzi lince e droni militari. Dopo il consiglio dei ministri a cui ha partecipato in streaming dalla Prefettura di Milano, il vicepremier Matteo Salvini racconta ai cronisti le misure che saranno prese in vista delle possibili proteste del fine settimana. “Avere 500 parà della Folgore, con un’età media superiore ai 40 anni e che hanno fatto esperienze all’estero, in tante piazze milanesi, per me è una garanzia” ha detto Salvini ma quando gli viene chiesto in che modo potranno intervenire a livello pratico risponde così: “Saranno preparati a intervenire in vista della normativa vigente. Non andranno in giro a fare cose strane”. Sabato e domenica Salvini sarà impegnato con il congresso della Lega: “Ho detto al prefetto che avremo anche 1500 delegati leghisti pronti a intervenire in caso di necessità”.

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Guerra de denuncias entre cargos de la Guardia Civil en Andalucía por casos vinculados con el narcotráfico

22 October 2026 at 11:53
Un teniente condenado por cobrar de los traficantes a cambio de información confidencial se ha querellado contra un capitán al que acusa de que cuando éste actuó como agente encubierto le incitó a robar 29 fardos de hachís, acusación de la que fue absuelto después. El capitán señalado ya fue visto con narcos en una caseta de la Feria de Sevilla, el año pasado Leer

Un teniente condenado por cobrar de los traficantes a cambio de información confidencial se ha querellado contra un capitán al que acusa de que cuando éste actuó como agente encubierto le incitó a robar 29 fardos de hachís, acusación de la que fue absuelto después. El capitán señalado ya fue visto con narcos en una caseta de la Feria de Sevilla, el año pasado

“Los lugares turísticos no pueden expulsar a quienes necesitan para seguir funcionando”, escribe una lectora

22 October 2026 at 04:30

Un destino turístico no se construye únicamente con paisajes, hoteles y visitantes. También necesita a las personas que lo gestionan, limpian las habitaciones y atienden los restaurantes. La falta de vivienda asequible para los trabajadores del Pirineo revela una contradicción: los lugares que generan riqueza gracias al turismo pueden acabar expulsando a quienes necesitan para seguir funcionando. No tiene sentido celebrar el éxito de una temporada si quienes la ponen en marcha deben compartir habitación o renunciar a vivir donde trabajan. Los balances analizan cuántos visitantes llegan y cuánto dinero dejan, pero hace falta preguntarse: ¿Qué condiciones de vida tienen quienes sostienen esa actividad? No se trata de enfrentar a residentes y visitantes, sino de entender que el turismo depende de las personas que lo hacen posible.

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© Clara Margais (Getty Images)

Un trabajador limpia el balcón de un hotel en Palma de Mallorca, en 2020.

ASSTRA, Gibelli: “Investire nel trasporto pubblico significa agire su energia, ambiente, economia e società”

22 October 2026 at 15:47

Si chiude a Roma il 20° Convegno Nazionale di ASSTRA, dal titolo “Mobilità di valore, valore alla mobilità”, con un messaggio chiaro sul futuro del trasporto pubblico locale: servono risorse certe, regole stabili e contratti adeguati per sostenere gli investimenti e garantire la continuità dei servizi.

Alla plenaria conclusiva, il presidente di ASSTRA Andrea Gibelli ha indicato le priorità per il prossimo ciclo di investimenti, sottolineando il ruolo strategico che il trasporto pubblico può avere non soltanto sul fronte della mobilità, ma anche su quello energetico, ambientale, economico e sociale.

Gibelli: “Serve un piano ambizioso per il trasporto pubblico”

“Il PSNMS e il PNRR ci hanno permesso, in questi anni, di rinnovare i servizi di trasporto pubblico all’insegna della programmazione, sperimentando un metodo per trasferire valore ai territori basato su finanziamenti certi, scadenze stringenti, milestone e rendicontazione. È stata un’esperienza da non disperdere, perché ha dato molti frutti”, ha spiegato Gibelli. Per il presidente di ASSTRA, però, il percorso deve proseguire. “Nell’attuale contesto socioeconomico nazionale e geopolitico mondiale, garantire continuità a quanto fatto e continuare ad investire sul trasporto pubblico locale significa agire al tempo stesso sulla politica energetica, ambientale, economica e sociale del Paese”.

Da qui la necessità di “definire, per il Paese, un piano ambizioso per lo sviluppo del trasporto pubblico”. Un piano che, secondo Gibelli, deve poggiare su risorse certe per programmare nuove infrastrutture, nuovi veicoli e nuovi servizi, oltre che per assorbire eventuali shock inflattivi. Servono inoltre regole chiare e omogenee rispetto al quadro regolatorio europeo e contratti di servizio capaci di valorizzare la natura industriale e commerciale della gestione.

Un settore da 12 miliardi di euro e 113mila dipendenti

I numeri richiamati nella relazione del presidente ASSTRA restituiscono il peso del comparto nell’economia italiana. Il trasporto pubblico locale vale circa 12 miliardi di euro di fatturato, occupa 113mila dipendenti e garantisce gli spostamenti di circa 15 milioni di passeggeri ogni giorno. Gli investimenti complessivi previsti nel periodo 2015-2033 ammontano a circa 40 miliardi di euro. Secondo le elaborazioni ASSTRA, inoltre, l’effetto del settore sull’economia va oltre il suo valore diretto: per ogni euro generato dal trasporto pubblico locale se ne attivano altri quattro nell’economia.

Rincari e investimenti: le risorse necessarie

Tra i principali nodi indicati dall’Associazione c’è quello delle risorse. Con la conclusione della spinta del PNRR e il progressivo esaurimento del Piano strategico per la mobilità sostenibile (PSNMS), destinato a terminare nel 2033, il settore ha bisogno di una nuova programmazione finanziaria per sostenere sia gli investimenti sia la spesa corrente.

Per rispettare gli obblighi europei legati alla transizione energetica, secondo il modello elaborato da ASSTRA, sono necessari circa 740 milioni di euro l’anno di investimenti e ulteriori 300 milioni di costi operativi. A questo si aggiunge la perdita di potere d’acquisto del Fondo nazionale trasporti, quantificata in circa 800 milioni di euro rispetto all’inflazione, oltre al passaggio dal 2027 alla compartecipazione IRPEF regionale. Restano inoltre 1,25 miliardi di euro di risorse già stanziate ma ancora in attesa di essere erogate alle aziende.

Dal gasolio all’elettricità: aumentano i costi

A pesare sui bilanci delle aziende sono anche i rincari energetici. Nel corso del convegno sono stati evidenziati aumenti del 52% per il gasolio, del 48% per il metano e del 40% per l’energia elettrica. A questi si aggiunge il costo del lavoro: il rinnovo del CCNL 2024-2026, secondo quanto indicato da ASSTRA, risulta coperto dal 2027 soltanto per il 54%. Crescono inoltre i premi assicurativi, con aumenti che arrivano fino al 150%. Proprio per affrontare l’impatto dei costi energetici, Gibelli ha rilanciato la proposta di collegare l’andamento dei carburanti alle tariffe del trasporto pubblico. “Abbiamo avanzato delle proposte, tra cui quella di legare in maniera coerente il costo dei carburanti alle tariffe perché consente di continuare a fornire un servizio come quello previsto dai contratti“, ha affermato il presidente di ASSTRA.

Regole più semplici e contratti adeguati

Il secondo pilastro indicato dall’Associazione riguarda le regole. ASSTRA chiede un quadro normativo più semplice, stabile e coerente con il Regolamento europeo 1370/2007, capace di riconoscere la specificità del settore e di ridurre la stratificazione normativa e i vincoli a carico delle imprese pubbliche, soprattutto quando operano in concorrenza. Il terzo elemento riguarda invece i contratti di servizio, che dovrebbero avere una durata compatibile con gli investimenti e tenere conto delle dinamiche esterne, garantendo l’equilibrio economico-finanziario delle aziende in vista della prossima stagione degli affidamenti.

Gibelli: “Le aziende di trasporto hanno cambiato pelle”

Il presidente di ASSTRA ha poi sottolineato i cambiamenti che hanno interessato il settore negli ultimi anni. “La formula innovativa di convegno interattivo ha fatto emergere un’Asstra molto pragmatica. Il messaggio che vogliamo lasciare è che le aziende di trasporto hanno cambiato pelle: sono più tecnologiche e molto più energivore; quindi, meritano uno status giuridico che riconosca questo ruolo”, ha dichiarato Gibelli. Il cambiamento riguarda anche le professionalità richieste. “Noi offriamo posti di lavoro in settori che vengono ancora molto identificati soltanto con gli autisti. Oggi essere dipendente di una società di trasporto vuol dire avere competenze nel settore energetico e in quello digitale. E questo, perché no, significa anche un modo di viaggiare per l’autista molto diverso rispetto al passato”, ha concluso.

Zaccheo: “Servono investimenti per la sostenibilità ambientale”

Nel corso della plenaria conclusiva sono intervenuti anche il presidente dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti, Nicola Zaccheo, e il direttore di ANSFISA, Domenico Capomolla. Zaccheo ha sottolineato il ruolo centrale del trasporto pubblico per la mobilità quotidiana e per la transizione ambientale. “Il trasporto pubblico locale è uno dei settori più importanti e cruciali per il nostro Paese: è proprio con i mezzi del trasporto pubblico che si muovono quotidianamente milioni di persone. In questo momento abbiamo bisogno di investimenti nel settore per far sì che la sostenibilità ambientale si concretizzi effettivamente”. Secondo il presidente dell’Autorità, il trasporto pubblico locale potrebbe contribuire ulteriormente alla sostenibilità ambientale aumentando il numero di utenti e le proprie quote modali.

Sicurezza, prevenzione e manutenzione

In chiusura di convegno, Domenico Capomolla, direttore di ANSFISA, ha posto l’accento sulla necessità di rafforzare prevenzione, manutenzione e vigilanza basata sul rischio per garantire la sicurezza delle infrastrutture. Tra gli elementi indicati da Capomolla anche il rafforzamento dell’autonomia dell’Agenzia e il dialogo tra istituzioni e operatori, considerati due strumenti per consolidare il sistema dei trasporti.

Il confronto si è sviluppato nell’arco di due giornate. Dopo le sessioni tematiche parallele del 21 ottobre, dedicate a economia, lavoro, regolazione e innovazione, il 22 ottobre la plenaria conclusiva ha ospitato due tavole rotonde, “Economia e Regolazione” e “Lavoro e Tecnologie”, con la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni nazionali ed europee, delle Regioni, dei Comuni e degli operatori del settore. I contributi emersi confluiranno nel documento di sintesi strategica dell’Associazione.

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NetZero Milan, il Nobel Aghion: “AI e nucleare risorse strategiche per la transizione green”

22 October 2026 at 15:21

“La Green Innovation è un’evoluzione possibile e necessaria, ma può essere raggiunta soltanto se industria, istituzioni e società civile uniscono le forze”. È questo uno dei messaggi lanciati da Philippe Aghion, Premio Nobel per l’Economia 2025, intervenuto oggi con una Lectio Magistralis nella giornata conclusiva di NetZero Milan, l’Expo-Summit di Fiera Milano dedicato alla decarbonizzazione dell’economia.

Al centro dell’intervento dell’economista il rapporto tra innovazione, politiche industriali e transizione energetica, con un’attenzione particolare al ruolo di tecnologie come intelligenza artificiale e nucleare, che secondo Aghion non devono essere considerate necessariamente incompatibili con gli obiettivi ambientali, ma possono diventare strumenti strategici per raggiungerli.

Aghion: “La carbon tax da sola non basta”

Partendo dal concetto di “distruzione creativa”, sviluppato nelle teorie di Joseph Schumpeter e Peter Howitt, Aghion ha sottolineato la necessità di creare le condizioni affinché l’innovazione green possa svilupparsi e diffondersi. “Bisogna supportare l’innovazione green. Non possiamo pensare di realizzare la transizione verde semplicemente attraverso la Carbon Tax – ha osservato Aghion –. Questa, da sola, non è la soluzione: ciò di cui abbiamo bisogno sono politiche industriali capaci di sostenerla e accelerarla”.

Per l’economista, infatti, la transizione non può essere affidata alla singola impresa o alla singola tecnologia, ma deve coinvolgere l’intera filiera produttiva. “L’innovazione green non può riguardare una singola impresa o una singola tecnologia: deve coinvolgere l’intera filiera. Ogni tassello deve evolvere in maniera coerente con gli altri. È proprio qui che la politica industriale diventa essenziale, perché può creare coordinamento tra tecnologie, investimenti e attori economici”, ha spiegato.

“Il nucleare è necessario, le rinnovabili da sole non bastano”

Nel corso della Lectio Magistralis Aghion ha affrontato anche il tema delle tecnologie che continuano a suscitare un confronto acceso nell’ambito della transizione energetica. Tra queste, il nucleare. “Il nucleare mostra perché non possiamo affrontare la transizione chiudendo a priori determinate strade tecnologiche: la transizione verde senza questo tipo di energia non è possibile e le rinnovabili da sole non bastano”, ha affermato. Secondo il Nobel, dunque, la decarbonizzazione richiede un approccio tecnologicamente aperto, senza escludere a priori alcune soluzioni che possono contribuire alla riduzione delle emissioni.

L’intelligenza artificiale può contribuire alla transizione green

Un ragionamento analogo riguarda l’intelligenza artificiale, spesso al centro del dibattito per l’elevato consumo energetico legato ai sistemi di calcolo e ai data center. Anche in questo caso, Aghion invita a considerare non soltanto l’energia utilizzata dalla tecnologia, ma il suo bilancio complessivo. “L’intelligenza artificiale può avere un ruolo fondamentale nella transizione. I gemelli digitali applicati, per esempio, ai sistemi di purificazione dell’acqua possono ridurre il consumo energetico del 5,4%, le emissioni del 6% e i costi energetici dell’8,2%”. “È vero che l’IA richiede energia, ma dobbiamo guardare al bilancio complessivo: in questo caso, l’energia utilizzata dai server rappresenta appena l’1% di quella che la tecnologia consente di risparmiare”, ha aggiunto.

“La questione non è fermare l’innovazione, ma indirizzarla”

Da qui la conclusione dell’intervento: non frenare lo sviluppo tecnologico, ma orientarlo verso obiettivi capaci di produrre benefici ambientali ed economici. “La questione non è fermare l’innovazione, ma indirizzarla – ha concluso Aghion –. Dobbiamo utilizzare l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie in modo intelligente, facendo in modo che l’energia e le risorse investite producano un beneficio superiore al loro costo”. “La strada da seguire” è quindi quella di “politiche industriali che rendano possibile l’innovazione green e strumenti come la carbon tax applicati in un contesto nel quale esistano realmente alternative tecnologiche”.

Il ruolo dei capitali nella transizione energetica

Al termine della Lectio Magistralis, Aghion si è confrontato con i rappresentanti dei fondi Algebris e Ambienta e della società di consulenza finanziaria Clearwater, affrontando il tema delle nuove strategie di investimento nella transizione energetica. Il confronto ha riguardato in particolare il ruolo dei capitali nel sostenere decarbonizzazione, innovazione e competitività industriale, mettendo in relazione gli obiettivi della transizione con le opportunità di investimento e sviluppo per le imprese.

Con l’intervento del Premio Nobel Philippe Aghion, NetZero Milan ha così riportato al centro del dibattito il rapporto tra capitale, energia e industria, offrendo un momento di confronto tra imprese, esperti e istituzioni sulle strategie necessarie a trasformare gli obiettivi climatici europei in nuove opportunità di crescita e competitività.

L'articolo NetZero Milan, il Nobel Aghion: “AI e nucleare risorse strategiche per la transizione green” proviene da Affaritaliani.it.

L'ucrainizzazione dell'Europa ha avuto inizio. E il Corriere della Sera ne è il profeta

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

22 ottobre. A Kiev, la signora Marta Serafini va a scuola di “ucrainicità”. Poi, appresa la lezione impartita dall'ex ministro degli esteri nazigolpista Dmitrij Kuleba, si fa portatrice del Vangelo a vantaggio dei lettori del Corriere della Sera. Così, “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Kiev e il Verbo era Kiev”(Giovanni – 1,1). Il punto centrale è quello del “tradimento” americano; quindi, esordisce il Maestro, tutti noi «Dobbiamo imparare a vivere senza gli americani e l’Europa deve capire come sopravvivere a Putin». Tale è la questione delle questioni: il “nefasto autocrate” vuole la dipartita di tutti gli europei – che, da assioma UE-NATO, non comprendono i russi – a partire dagli ucraini, ultimo vallo a difesa dei valori liberali. Così, alla domanda se gli USA non siano «più alleati dell'Ucraina e dunque dell'Europa?», col che si sottintende una sorta di simbiosi, di amalgama etno-geografico, di nuovo a far da argine alla irruente aggressività russa, l'esimio pedagogo declama che «Formalmente lo sono. Ma la domanda onesta è un’altra: i soldati americani moriranno per l’Europa? Penso che al momento la risposta sia no». E quindi, chiede al precettore l'attenta discepola, «Cosa dovrebbe fare allora l'Europa?». È qui che l'insegnamento entra nel cuore del vangelo nazigolpista e “in quel tempo, io vi ordinai tutte le cose che dovevate fare” (Deuteronomio – 1,18) - l'Europa dovrebbe «rispondere a una domanda molto semplice, che ha poco a che fare con l’Ucraina: la Russia è un nemico? Se non lo pensate, non ci sarà un cambiamento sostanziale delle politiche attuali». Dunque, voi europei, affrettatevi «ad affrontare il problema nel lungo periodo» e partite dal presupposto che Putin «sia un avversario, e non soltanto una minaccia ibrida». E che diamine! “Disse allora il Signore a Mosè: “Fino a quando rifiuterete di osservare i miei ordini e le mie leggi?”(Esodo – 16,28). Basta con le mezze misure e gli innocenti allarmi sulla “guerra ibrida”: Putin è un nemico della “civiltà occidentale”, attenta ai “valori euroliberali”; quindi, contro un simile pericolo mortale per le angeliche sorti dell'Eden euro-ucraino, servono armi vere, droni a reazione e missili, per rimpiazzare i Patriot che quegli infidi di americani non vogliono darci. Ragion per cui, incalza l'istitutore, voi europei dovete armarvi il più possibile e il prima possibile e fornirci quante più armi possibile, perché «non vedo una sola ragione per cui Putin non dovrebbe prendersela con l’Europa».

“Ma se non mi ascolterete e se non metterete in pratica tutti questi comandi Volgerò la faccia contro di voi e voi sarete sconfitti dai nemici; quelli che vi odiano vi opprimeranno e vi darete alla fuga, senza che alcuno vi insegua”(Levitico – 14,17). E allora, o Vate, «cosa può offrire Kiev alla sicurezza europea?». Ascolta e ripeti con me, sussurra Kuleba all'allieva: «senza gli Stati Uniti, l’unico esercito in Europa temprato dalla battaglia e capace di svolgere compiti difensivi sarebbe quello ucraino... L’Ucraina sopravvive finché si sviluppa, costruisce capacità proprie e garantisce l’unità con l’Europa». Va' e riporta il Verbo a tutti quegli sprovveduti che non credono nella necessaria ucrainizzazione dell'Europa; e ricorda: “io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Matteo – 10,16). Infine, come disse l'altissimo a Marta (per l'appunto!) solo chi crede nella ucrainicità vivrà e “chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno"(Giovanni – 11,25-26).

Peccato che, nella stessa Ucraina, si esprimano pareri non altrettanto evangelici. 

L'emigrata russa liberale Julija Latinina ritiene che il repentino cambio di posizione di Donald Trump sull'Ucraina sia dovuto al fatto che la sconfitta dei banderisti sia ormai inevitabile, come testimoniato dal «predominio strategico russo che, già emerso negli ultimi mesi, sta entrando nella fase finale, nella fase di esaurimento dell'Ucraina». Ciò che accade non è tanto il risultato degli eventi al fronte, dove poco accade, quanto della sconfitta di Zelenskij nella guerra delle città, afferma Latinina; una sconfitta schiacciante: aveva dichiarato una campagna di 40 giorni per costringere la Russia a fare la pace, dopo di che si è scoperto che non aveva né missili balistici, né protezione per i cieli sopra Kiev. E solo quando è diventato evidente che le forze in campo erano completamente impari, Trump, che propende sempre per la forza, si è reso conto che, continuando sulla precedente strada, avrebbe dovuto affrontare problemi strategici ben maggiori dei vantaggi che avrebbe ottenuto. Solo allora Trump ha detto: "Basta", con ciò riconoscendo il vantaggio strategico della Russia.

E c'è addirittura chi pronostica – per quanto, di tali predizioni, se ne siano ripetute parecchie: mai avveratesi; quantomeno nell'immediato – un prossimo colpo di stato: la storia dei ritiri statunitensi dai paesi in cui hanno sostenuto una delle parti in conflitto, si è sempre conclusa in modo disastroso per gli ex protetti di Washington e il cocainomane Zelenskij non può fare a meno di rendersene conto, scrive l'ex funzionario di Naftogaz Ukraina, Jurij Korolchuk. «Se ricordate, come gli Stati Uniti abbiano sempre risolto (con successo, meno successo o senza successo) i problemi con i paesi in cui hanno iniziato conflitti o in cui vi sono stati partecipi... la soluzione è stata sempre un colpo di stato, una rivoluzione, una cospirazione, un putsch. È solo per l'innata modestia degli ucraini che oggi tali parallelismi storici vengono raramente menzionati». A detta di Korolchuk, Zelenskij starebbe correndo un serio rischio, intralciando il processo negoziale tra Stati Uniti e Russia. «Se qualcuno crede che tutte le dichiarazioni di Trump siano puramente una manovra pre-elettorale dei repubblicani, ciò è semplicemente ridicolo. La questione ucraina è così insignificante per gli elettori americani che tutti questi “scontri nella piccola Kiev” non avranno alcun impatto... è un errore pensare che solo Trump, che lo ha dichiarato apertamente, voglia rimuovere Zelenskij. Sono convinto che anche tra i leader silenziosi della UE vi sia chi la pensa allo stesso modo». Korolchuk ritiene che gli attuali rivali di Zelenskij degli ambienti militari (Zaluzhnyj, Budanov o Biletskij) sperino erroneamente che un ipotetico colpo di stato porti loro dei vantaggi: il «beneficiario potrebbe essere chiunque, da un capitano a un colonnello e non è un caso che oligarchi come Akhmetov e Pinchuk si siano incontrati a Londra, si siano abbracciati e tifino insieme per il calcio. E non solo per il calcio».

Kiev deve trovare soluzioni per porre fine alla guerra entro sei mesi, altrimenti anche i finanziamenti europei cesseranno, afferma Gennadij Druzenko, il “dottor Mengele” ucraino, fondatore di un ospedale mobile noto per le sevizie sui prigionieri. «La discussione dovrebbe vertere su quando negoziare, quando avremo una finestra di opportunità, quando non saremo costretti a piegarci e inginocchiarci. Credo non prima della primavera. Ma l'estate sarà molto peggio, perché la situazione delle risorse sta cambiando... siamo completamente dipendenti dai nostri partner europei... più a lungo si andrà avanti, più difficile sarà per gli europei pagare per la nostra guerra. E più a lungo andrà avanti, meno saranno disposti a farlo... È chiaro che non si impegneranno per sempre in una guerra che li riguarda da lontano».

Fin dentro il parlamento, c'è chi dichiara che gli Stati Uniti stanno spingendo l'Ucraina verso la capitolazione. Serghej Rakhmanin, della Commissione Difesa della Rada, afferma che «Ci stanno spingendo verso la pace, secondo la loro visione, e verso la capitolazione, secondo la nostra. Permettetemi di ricordarvi che c'è stato Anchorage, che è stato il primo, come pensavano i partecipanti a questa cospirazione, un tentativo riuscito di prendere una decisione su di noi senza il nostro consenso. Non ha funzionato, e ora c'è un secondo tentativo, che viene semplicemente rafforzato da ciò che sta accadendo negli Stati Uniti: le elezioni di metà mandato. Beh, ci stanno ricordando che dipendiamo dagli Stati Uniti».

In questo quadro e nella gesuitica cornici della euro-ucrainicità, da parte europeista ci si preoccupa comunque di trarre il massimo beneficio da quell'esercito che, sul vecchio continente, come certifica il Verbo del nazigolpista Kuleba, sarebbe l’unico «temprato dalla battaglia e capace di svolgere compiti difensivi». E anche non difensivi. PolitNavigator riporta come l'eurodeputato polacco Grzegorz Braun, abbia detto senza mezzi termini che la UE sta addestrando gli ucraini come mercenari che combatteranno per gli interessi di Bruxelles in Africa e in altre regioni del mondo. «Mentre voi siete impegnati a coltivare e sovvenzionare il regime di Kiev, trasformando questo regime corrotto e neonazista nel vostro principale partner e cercando di farlo entrare nella UE, la guerra e le azioni militari sono diventate l'industria nazionale ucraina e il suo principale prodotto di esportazione... «Qualche settimana fa, il Primo ministro del Niger ha avvertito l'ONU che si osserva una forte concentrazione di forze armate francesi e ucraine al confine settentrionale. E qual è stata la vostra reazione? Volete che sovvenzioniamo guerre che l'Ucraina condurrà in diversi continenti usando i soldi e le risorse di diverse nazioni».

È questa l'ucrainizzazione dell'Europa. E il Corriere della Sera ne è il profeta.

Gli Stati Uniti evacuano le basi in Medio Oriente – NBC

 

L’esercito statunitense ha iniziato in sordina a ritirare le truppe dalle basi in tutto il Medio Oriente e il personale diplomatico dai paesi del Golfo. E' quanto riferisce la NBC, sottolineando come queste decisioni arrivino mentre il presidente Donald Trump sta effettivamente valutando di lanciare una nuova ondata di attacchi contro l’Iran. "Tali ritiri", prosegue l'emittente USA, "ricordano i preparativi messi in atto dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato in vista dei primi attacchi statunitensi-israeliani a febbraio scorso".

Secondo la NBC, in particolare, tra le truppe in fase di trasferimento figurano quelle di stanza in Giordania, Qatar e Kuwait. Secondo quanto riferito, Washington intende mantenere una presenza limitata nelle proprie basi regionali, compreso il personale responsabile della difesa aerea e della sicurezza.

In vista dell’attacco del 28 febbraio, il Pentagono aveva ritirato un gran numero di truppe dalle basi potenzialmente vulnerabili per proteggerle dalla prevista rappresaglia iraniana. Teheran aveva per questo accusato Washington di utilizzare i residenti del Golfo come “scudi umani” dopo che migliaia di militari statunitensi avevano trovato rifugio in alberghi civili ed edifici adibiti a uffici.

Il portavoce del Comando Centrale degli Stati Uniti, Timothy Hawkins, ha rifiutato di commentare i presunti spostamenti di truppe, affermando che le forze statunitensi vengono regolarmente riposizionate per “ottimizzare la prontezza operativa” e rimangono pronte a difendere il personale e gli interessi statunitensi. Il Dipartimento di Stato ha inoltre ordinato al personale non essenziale e alle loro famiglie di lasciare l’Arabia Saudita, citando l’escalation degli attacchi da parte del movimento Houthi yemenita contro aeroporti civili e altre infrastrutture critiche.

Questi sviluppi giungono mentre circolano notizie secondo cui alti funzionari militari statunitensi avrebbero presentato a Trump diverse opzioni per nuovi attacchi contro l’Iran. Secondo la NBC, le proposte includono attacchi contro impianti nucleari iraniani, strutture sotterranee e isole strategiche, tra cui l’isola di Kharg, un importante snodo per l’esportazione di petrolio, e Qeshm nello Stretto di Hormuz. Reuters sempre oggi riporta che Washington sta preparando ulteriori ritiri diplomatici in tutto il Golfo, citando funzionari statunitensi, ma il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigott ha definito le notizie su ulteriori ritiri «inesatte».

Cinema e streaming, la rivincita dei film italiani: il pubblico torna in sala e guarda sulle piattaforme. I successi: da Buen Camino a La Grazia

22 October 2026 at 13:59

Sorpresa! Il cinema in sala e i film in streaming – in primis i titoli italiani – non si guardano più in cagnesco, anzi si compenetrano con risultati quantitativi di rilievo. C’è grande euforia attorno ai dati snocciolati all’ultima edizione del MIA (Mercato Internazionale dell’Audiovisivo), nella ricerca promossa da ANICA intitolata “Il consumo dei film in Italia: il pubblico tra esperienza in sala e altri schermi”. A partire dalla sottosegretaria del Mibact, Lucia Borgonzoni, che in un affollato panel di addetti ai lavori ha cantato vittoria: “Sembrava che col Covid la sala dovesse scomparire. Si diceva che con le piattaforme i cinema avrebbero chiuso tutti, invece i film (quelli italiani, ndr) vanno visti in tutte le fasi del loro sfruttamento oltre la sala”.

Già, perché cifre e percentuali mostrati dal presidente ANICA, Alessandro Usai, e dal responsabile della ricerca, Michele Casula, dicono che le sale si stanno riprendendo grazie agli under 35 e che molti film italiani già di successo al cinema hanno un’ulteriore lunga vita sulle piattaforme streaming, dove peraltro si sono “accasciati stancamente” (il termine lo ha usato Paolo Orlando di Medusa Film) gli over 50, oramai ben oltre il 50% del pubblico pagante tra le piattaforme online (erano sul 35% dieci anni fa).

Intanto, il motivo di tanti ampi sorrisi tra gli operatori del settore riguarda un primo dato: confrontando il numero di biglietti venduti tra il 2018 e il primo semestre 2019 con quelli del 2025 più il primo semestre 2026, si passa da 29 milioni e 500mila a 29 milioni e 600mila. Insomma, il gap Covid sembra rimarginato.

Ma andiamo con ordine. Sui 68 milioni di ingressi calcolati nel 2025 sono disponibili diversi dati disaggregati. A partire dal fatto che a tirare il rilancio del ritorno in sala sono per il 56% gli under 35 (che rappresentano il 31% della popolazione italiana), con un exploit della fascia 15-24 anni, che stacca più biglietti rispetto al periodo pre-pandemia. Al contrario, gli over 50, che sono il 50% della popolazione, stazionano sul 25%. In pratica, questi ultimi stanno ricominciando a tornare lentamente in sala, ma staccano meno di due biglietti a testa all’anno, mentre gli under 35 sono tra 4 e 5 biglietti a testa.

E ancora: tra il primo semestre 2025 e il primo semestre 2026 si passa da 18 milioni di teste in sala a 22 milioni, escludendo peraltro i risultati di blockbuster campioni d’incassi estivi come Odissea e Spider-Man: Brand New Day, usciti a luglio ’26.

Ma oltre l’ottimismo della matematica c’è qualcosa in più. Perché una parte della ricerca presentata al MIA ha voluto testare anche l’interazione tra sala e streaming, riportando risultati curiosi e inattesi nel lasso temporale di quattro settimane (20 maggio-20 giugno 2026). Sono 32 milioni le visioni di film sul divano di casa, a fronte di 4,2 milioni di biglietti in sala. Su questa cifra il cinema italiano “pesa” per quasi un 20%, contro un 8% in sala nello stesso periodo.

Un risultato ancor più alto se si guarda ai film nuovi, ovvero quelli appena approdati sui servizi pay: su 9,3 milioni di visioni di film nuovi in totale, ben 3 milioni riguardano film italiani, attestandosi sul 32%. “Il cinema italiano va molto bene sui servizi pay, meglio ancora se di produzione recente”, spiegano da ANICA.

Basta guardare la top ten generale, dove sono presenti ben quattro film di produzione italiana, tutti già usciti in sala e con notevole successo di pubblico. Se poi prendiamo la top ten italiana in streaming, svetta sì Buen Camino di Zalone/Nunziante (Netflix), che dopo pochi mesi dalla fine della sua marcia trionfale in sala continua a macinare numeri da capogiro sul piccolo schermo, ma a poche incollature ci sono Diamanti di Ozpetek – visto e rivisto in continuazione da quasi un anno e mezzo – e Le cose non dette di Muccino.

Curioso che poi film che non sono andati benissimo in sala, come Agata Christian, Due cuori e due capanne, La Grazia di Sorrentino e Il Maestro di Di Stefano, siano come rinati in streaming, ricoprendo il quarto, quinto, sesto e settimo posto. Nella top ten Italia delle visioni sul piccolo schermo casalingo o smart, solo all’ottavo posto c’è una produzione esclusiva per l’online di Prime Video: Non è un paese per single. Mentre continua la sua eterna presenza tra i primi dieci film più visti C’è ancora domani della Cortellesi.

Infine, gli uomini sorpassano di nuovo in percentuale le donne sia in sala sia in streaming, mentre comincia a farsi largo una bella percentuale di puristi dello streaming, circa il 30%, che dichiara di non frequentare mai la sala, pur consumando il prodotto film (e tanto cinema italiano) sui servizi pay.

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Filme “Memórias do Cárcere” de Sérgio Graciano estreia-se hoje nos cinemas

22 October 2026 at 13:21

O filme “Memórias do Cárcere”, de Sérgio Graciano, a partir de um livro de memórias e de histórias de Camilo Castelo Branco passadas na prisão, estreia-se hoje em mais de 30 salas de cinema.

O filme, produzido pela Leopardo Filmes, é uma adaptação da obra “Memórias do Cárcere”, de Camilo Castelo Branco, e um dos últimos projetos a envolver o argumentista Carlos Saboga, que morreu em março passado.

A produtora descreve o filme como “um fascinante e vívido retrato” de Camilo Castelo Branco (1825-1890), quando esteve preso com Ana Plácido, no Porto, por causa de um “célebre processo por adultério que abalou a sociedade portuguesa do século XIX”.

No livro, Camilo Castelo Branco não só recorda as condições em que encarcerado na antiga Cadeia da Relação do Porto – onde escreveu o romance “Amor de Perdição” – como relata personagens e histórias de crime de outros reclusos.

O elenco do filme conta com Albano Jerónimo e Maria João Bastos nos principais papéis, além de Paulo Pires, Afonso Pimentel, João Pedro Vaz, Marcello Urgeghe e Adriano Carvalho, entre outros.

De acordo com a Leopardo Filmes, “Memórias do Cárcere” chega a mais de 30 salas de cinema, dias antes de ser apresentado em competição no Festival Internacional de Cinema de Tóquio, que começa no dia 26.

O filme tem estreia assegurada em França em março de 2027.

“Memórias do Cárcere” é o segundo filme realizado por Sérgio Graciano a estrear-se este ano nos cinemas portugueses, depois de “Playback”, dedicado ao músico Carlos Paião, que chegou às salas em agosto.

Sérgio Graciano tem no currículo a realização de várias produções para televisão, como as séries “Conta-me como foi” e “Auga Seca”, o programa “Último a Sair” e as telenovelas “Laços de Sangue” e “Prisioneira”.

Em 2012 estreou a primeira longa-metragem de ficção, “Assim Assim”, à qual se seguiram, entre outros, “Uma vida à espera” (2016), “Perdidos” (2017), “Linhas de sangue” (2018), “O som que desce na terra” (2021) e “Soares é fixe” 2024.

Com a Leopardo Filmes Sérgio Graciano também fez o filme “Os papéis do Inglês” (2024), a partir de uma trilogia literária de Ruy Duarte de Carvalho, e prepara, segundo esta produtora, o filme “Os Adeuses”, numa adaptação de uma obra de Juan Carlos Onetti e que será protagonizada pelo produtor Paulo Branco.

Muere un soldado tras ser atropellado por un vehículo militar en la base de Cerro Muriano

22 October 2026 at 12:33

Sergio Ajenjo Cordero, un soldado de 22 años de la Brigada Guzmán el Bueno X, ha fallecido tras ser atropellado esta mañana por un vehículo militar en la base de Cerro Muriano. Así lo ha adelantado Radio Córdoba y ha podido confirmar EL PAÍS de fuentes cercanas al suceso. La Guardia Civil se ha hecho cargo de la investigación y ya se encuentra en las instalaciones.

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© Salas (EFE)

Un vehículo militar en la base de Cerro Muriano, en 2023.

Otros inesperados ganadores del ‘efecto Ozempic’ en Estados Unidos: los sastres y tiendas de segunda mano

22 October 2026 at 12:23

Lorraine Scott se ha gastado al menos 300 dólares en arreglar pantalones y vaqueros desde que perdió 27 kilos durante el último año gracias a medicamentos para adelgazar.

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© Richard Baker (In Pictures / Getty Images)

Transeuntes caminando por la calle.

Como a eleição em Israel impacta a negociação pelo fim da guerra no Líbano?

22 October 2026 at 12:00

Os conflitos no Oriente Médio são parte central da campanha eleitoral em Israel para o Parlamento, conhecido como Knesset. A votação acontecerá no dia 27 de outubro e definirá o futuro do primeiro-ministro Benjamin Netanyahu.

Tanto o governo quanto a oposição tentam ter controle das narrativas sobre os conflitos. De um lado, o governo de Netanyahu afirma que as ações eram necessárias e garantiram a segurança de Israel; do outro, a oposição critica e diz que os objetivos não foram concluídos e causaram danos ao país.

Uma das guerras que ainda não chegou ao fim é a batalha no Líbano, contra o Hezbollah. Além dos ataques aéreos, que deixaram milhares de mortos, Israel avançou pelo território libanês e capturou uma área que avançava cerca de 10 km pelo país vizinho.

Um cessar-fogo mediado pelos Estados Unidos fez com que a fase mais intensa desse conflito ficasse para trás. Ainda assim, não houve um acordo para o fim definitivo das hostilidades.

Israel quer o desarmamento completo do Hezbollah, enquanto o grupo libanês se nega a baixar as armas e exige que as forças israelenses deixem o Líbano completamente.

Desta maneira, a comunidade internacional acompanha de perto as eleições israelenses para avaliar o futuro das negociações.

A eleição em Israel pode afetar as negociações no Líbano?

Samuel Feldberg, doutor em Ciências Políticas pela USP e pesquisador da Universidade de Tel Aviv, avalia que não haverá grandes mudanças na política externa israelense após a votação, mesmo se a oposição a Benjamin Netanyahu vencer.

O especialista explica que os candidatos de maior relevância são ligados aos militares e têm experiência na área de segurança, como, por exemplo, Gadi Eisenkot. Ele foi ex-chefe do Estado-Maior das Forças Armadas de Israel e é o principal cotado para assumir o cargo de primeiro-ministro, caso vença Netanyahu.

Outros postulantes também ocuparam cargos importantes, como Avigdor Lieberman, ex-ministro da Defesa.

“As negociações com o governo do Líbano provavelmente vão continuar, mesmo se houver uma alternância de governo. E as demandas em relação à pressão sobre o Hezbollah com certeza vão continuar, mesmo que o governo não seja esse de Netanyahu”, pontua Feldberg.

Cortejo fúnebre do então comandante máximo do Hezbollah, Ali al-Debs, morto em um ataque de drone israelense, na vila de Nabatieh, no sul do Líbano, em 16 de fevereiro de 2024
Cortejo fúnebre do então comandante máximo do Hezbollah, Ali al-Debs, morto em um ataque de drone israelense, na vila de Nabatieh, no sul do Líbano, em 16 de fevereiro de 2024 • dpa/picture alliance via Getty I

Karina Calandrin, professora de Relações Internacionais do Ibmec-SP, concorda que ainda haverá pressão da sociedade israelense para que o grupo libanês se desarme e não represente mais uma ameaça para o país.

“A eleição pode mudar os instrumentos e o grau de disposição para negociar, mas provavelmente não eliminará o consenso israelense de que o Hezbollah não pode reconstruir no sul do Líbano a capacidade militar que possuía antes dessas guerras”, analisa.

Uma pesquisa de junho da Universidade Hebraica de Jerusalém, em colaboração com o Instituto Agam, revelou que apenas 12,2% dos entrevistados acreditavam que Israel alcançou a maioria dos objetivos abrangidos pela ideia de “vitória total”, que incluía, segundo a pesquisa, eliminar a ameaça do Hezbollah no Líbano, entre outros pontos.

Outros 61,3% disseram que Israel não alcançou esses objetivos “de forma alguma”, enquanto 26,5% avaliaram que Israel alcançou “alguns” de seus objetivos.

João Miragaya, assessor do Instituto Brasil-Israel e mestre em História pela Universidade de Tel Aviv, diz que é possível que um novo governo israelense tente chegar a um acordo com o governo libanês para o desarmamento do Hezbollah, que poderia terminar em um acordo de paz.

De toda forma, o especialista destaca que o processo seria complicado, ponderando que o “Hezbollah faria de tudo para atrapalhar” as negociações.

 

Entenda o que é o Hezbollah e como surgiu o grupo libanês

 

Welcomed: il poliambulatorio che trasforma ogni visita in un gesto di solidarietà

22 October 2026 at 11:31

In una città dinamica e avanzata come Milano, dove l’eccellenza sanitaria convive spesso con il problema dell’accessibilità alle cure, esiste una realtà che ha scelto di mettere la solidarietà al centro del proprio modello organizzativo. Si chiama Welcomed ed è oggi una delle esperienze più significative di sanità sociale presenti sul territorio lombardo. Con tre sedi milanesi – due nel quartiere di Porta Romana e una nella zona di Sant’Ambrogio – e una quarta di imminente apertura a Cinisello Balsamo, Welcomed rappresenta molto più di un semplice poliambulatorio. È un progetto nato per garantire assistenza medica, psicologica e riabilitativa di qualità a bambini, adolescenti e famiglie, senza lasciare indietro chi si trova in condizioni di fragilità economica o sociale.

“Visita Sospesa”: la salute come strumento di inclusione

La filosofia che guida il centro è racchiusa nel programma “Visita Sospesa®”, un’iniziativa che ha saputo trasformare un gesto quotidiano come una visita medica in un concreto strumento di inclusione. Il meccanismo è semplice quanto efficace: gli utili generati dall’attività sanitaria, assieme alle donazioni provenienti dai sostenitori che credono nel modello, vengono interamente reinvestiti per finanziare prestazioni gratuite o agevolate destinate a persone che altrimenti non potrebbero accedere alle cure.

Dal 2016 a oggi questo modello ha consentito di erogare oltre 70.000 prestazioni gratuite, offrendo supporto sanitario, psicologico, diagnostico e riabilitativo a migliaia di persone. Un risultato che testimonia come sia possibile coniugare sostenibilità economica, qualità clinica e responsabilità sociale, creando un sistema virtuoso capace di generare valore per l’intera comunità. Particolarmente significativo è l’impegno rivolto ai più giovani. Oltre tre quarti dei beneficiari delle prestazioni solidali sono infatti bambini e adolescenti.

Un modello in cui ogni visita contribuisce alla solidarietà

Ogni paziente che accede alle prestazioni a pagamento non solo beneficia di assistenza di alta qualità fornita da un’équipe multidisciplinare, ma trasforma automaticamente il proprio gesto in un atto di solidarietà. Così, ogni pagamento diventa un contributo che sostiene chi è in difficoltà, creando un circolo virtuoso in cui la salute si fa bene comune. Come afferma il Presidente, Paolo Colonna: “Il nostro modello si fonda sulla solidarietà e sull’inclusione. In un momento in cui il Servizio Sanitario Nazionale fatica a garantire risposte adeguate, la nostra iniziativa rappresenta una valida alternativa che si affianca e sostiene questa necessità, promuovendo un benessere collettivo”.

Neuropsichiatria infantile, psicologia, logopedia, psicomotricità, supporto ai disturbi dell’apprendimento e percorsi dedicati al neurosviluppo rappresentano alcune delle aree nelle quali Welcomed interviene quotidianamente, affiancando le famiglie nei momenti più delicati della crescita. Attorno al progetto si è sviluppata nel tempo una vasta rete di collaborazioni che coinvolge 180 partner tra scuole, associazioni, enti del Terzo Settore, servizi sociali e strutture sanitarie. Grazie a questa sinergia è possibile individuare precocemente situazioni di disagio e offrire risposte concrete a chi ne ha più bisogno, contribuendo a ridurre quelle disuguaglianze che troppo spesso si riflettono anche nell’accesso alle cure.

Dagli ambulatori alle scuole

L’attività di Welcomed non si limita infatti agli ambulatori. Numerosi progetti vengono realizzati ogni anno nelle scuole del territorio, attraverso programmi di prevenzione, screening, sostegno psicologico ed educazione alla salute rivolti a studenti, insegnanti e famiglie. Un lavoro silenzioso ma fondamentale che mira a costruire una cultura della prevenzione e del benessere fin dall’infanzia.

In un’epoca in cui il tema dell’accessibilità sanitaria è sempre più centrale nel dibattito pubblico, Welcomed dimostra che esiste una strada capace di coniugare eccellenza professionale e attenzione alle persone più vulnerabili. Un modello che non si limita a curare le malattie, ma che contribuisce concretamente a costruire una società più equa e inclusiva. Perché la salute non dovrebbe essere un privilegio riservato a pochi, ma un diritto realmente accessibile a tutti. E a Milano c’è chi ha deciso di trasformare questo diritto costituzionale in una realtà quotidiana.

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